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	<title>Daniele Zinni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;I desertificati&#8221; &#8211; di Daniele Zinni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Mar 2016 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[Andrea Chronopoulos]]></category>
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<p style="text-align: right;">di <strong>Daniele Zinni</strong></p>
<p>Mattina, esterno: campo lungo di una rovente piana sabbiosa. Una figura avvolta nel bianco e in una nube di pensieri cammelleggia, senza fretta né entusiasmo, lungo una rotta che lei sola vede, come la mano del disegnatore segue una linea che l’occhio già immagina sulla carta. Forse subconscia delle similitudini che la riguardano, la figura sbadiglia; di riflesso sbadiglia pure il cammello.</p>
<p>Controcampo: a censura integrale dell’orizzonte e delle sue lusinghe si innalza dalla sabbia un massiccio brullo, affettato in due da un crepaccio scuro. È lì, verso il sentiero aperto nella pietra, che punta la figura, e ogni giorno si compiace di poter attraversare la spettacolare Gola del Breikh durante l’orario di lavoro. Con ritualità, il viandante inspira e raddrizza la schiena; ammira la striscia azzurra costretta tra le rupi; gode, detto fra noi, del brividino e della leggera vertigine con cui il suo corpo si adegua al fresco ombroso dell’abisso. Quattro minuti di vacanza al giorno: un affare simile, con Allah, non lo si spunta spesso.</p>
<p>Una volta Sumì è in anticipo, e di minuti a disposizione nella Gola ne ha sedici. Scende dal cammello, si avvicina a esaminare la parete di roccia, la scopre rosa e nera – l’amalgama di due minerali diversi. Da bambino, sospetta, ne avrebbe saputi i nomi e ricordate le proprietà, ora deve limitarsi alle apparenze. Si ripromette di prendere a prestito un manuale di mineralogia e tornare alla Gola il giorno dopo, che è un sabato, per oziare con calma, poi però si solleva una tempesta di sabbia e gli tocca rimanere a casa. La domenica il tempo è bello, ma c’è da sistemare una finestra rotta ed è un peccato, perché il fine settimana successivo lui e la moglie sono ospiti da amici quindi se ne riparla ancora più in là.</p>
<p>Nell’animo di Sumì, comunque, si fa strada la convinzione che il suo equilibrio dovrebbe essere invidiato; le sue quotidiane scappatelle tra bellezza, innocenza e libertà. Ne parla a sua moglie, lei tira dritto alle conclusioni: «Il tuo lavoro non ti piace».</p>
<p>Se l’aspettava mica, Sumì. Si abbatte, si arrovella, passa la notte a incolonnare pro e contro. Al mattino, vestendosi, ritira fuori la questione con disinvoltura: «Macché, mi piace! Mi piace! Non devo fare straordinari, i colleghi sono simpatici, a casa ho la mente libera… E poi che c’entra?». La moglie compie l’impresa di seminare discordia in una sola persona: «Mah, fa un po’ come ti pare». Sumì è interdetto, avrebbe fatto più volentieri come pareva a lei, ma a questo punto gli sembra il caso di tenere duro.</p>
<p>Passano i giorni: dubbiosi, ripetitivi, feriali giorni. La ripetitività fa appena in tempo a poter essere considerata tale che è interrotta dall’incontro di Sumì con un perdone del deserto, uno dei tanti ragazzi che finiscono la scuola e decidono di perdersi fra le dune per mesi o anni, senza una preoccupazione né un obiettivo preciso, come se il tempo non fosse denaro. Troppo vestiti, troppo imprudenti, senz’acqua né mappe al seguito, nessuno sa bene come facciano a sopravvivere o perché lo facciano.</p>
<p>Sumì, senza cattiveria, preferirebbe dare un dito, piuttosto che confidenza agli sconosciuti. D’altronde, i funerali ai quali in passato non ha voluto partecipare gli hanno insegnato una verità: puoi trovare tutte le giustificazioni che ti pare, per non fare certe cose, ma perdi più tempo a reprimere i sensi di colpa per non averle fatte di quanto ne perdi a farle. Ecco perché Sumì ormai frequenta anche i funerali di persone che conosceva molto poco, ed ecco perché si prepara a dare un passaggio al perdone, mentre gli si avvicina a dorso di cammello.</p>
<p>«Ciao amico! Grazie per esserti fermato. Me lo daresti uno strappo?»</p>
<p>«Per dove?»</p>
<p>«Non saprei! Tu dove vai?»</p>
<p>«Torno a Dodaih.»</p>
<p>«Non la conosco ma va benissimo!»</p>
<p>Il perdone monta su mentre Sumì ha un attimo di esitazione, indeciso se scansarsi – rischiando di esser preso per uno che ha pregiudizi sull’igiene personale dei perdoni – o restare immobile, rischiando la figura del maleducato. Avverso al rischio ma favorevole al rendimento, Sumì si sposta accennando un sorriso, per sembrare gentile e comunque evitare il contatto fisico. Obbligandosi alla socievolezza, rompe il ghiaccio:</p>
<p>«Dovresti saperti orientare, prima di giocarti la pelle nel deserto.»</p>
<p>«Me l’hanno insegnato, ma dimentico sempre come si fa!»</p>
<p>«Ci vuole allenamento. Io ritrovo tutti i giorni la strada di casa, potrei andare a occhi chiusi.»</p>
<p>«Lavori nel deserto?»</p>
<p>«Come tanti. Faccio l’esploratore.»</p>
<p>«Avventuroso! Torni da un lungo viaggio?»</p>
<p>«No, sono uscito di casa stamattina. Il contratto di categoria prevede paga tripla, se passiamo la notte fuori, perciò il capo ci chiede di non spingerci a più di quattro ore da Dodaih.»</p>
<p>«Eh ma è limitativo!»</p>
<p>«La scorsa generazione ha lottato <em>duramente</em> per ottenere i diritti di cui godiamo oggi.»</p>
<p>Il cammellostoppista rimane in silenzio, Sumì è accigliato. Dopo un po’ riprende a parlare, anche se sembra che parli da solo.</p>
<p>«Mi piace, mi piace, è un bel mestiere, sto all’aria aperta… Anzi, tra un po’ passiamo dalla Gola del Breikh, è un gioiello, la devi vedere. Ma non hai caldo, così coperto?»</p>
<p>«Solo ora che me lo dici. Strano! Sono due settimane, che vado in giro vestito così – lavandomi, s’intende.»</p>
<p>«Chiaro, chiaro.»</p>
<p>***</p>
<p>Giorno di mercato: Sumì passeggia in cerca di un paio di sandali o una mucca, non fa differenza. Mentre sbircia tra le bancarelle è affascinato dalla fortuna del fioraio, che sa i nomi di tutte le piante e certo vive una costante ebbrezza di odori e colori; dalla fortuna della cartomante, che conosce gli affari privati di tutti e quindi tutti la rispettano; dalla fortuna del pizzicagnolo, che può tenere per sé i salumi migliori e più magri e inoltre fa un mestiere con un nome divertente. Sumì si chiede se non abbia davvero sbagliato impiego, se non avrebbe dovuto fare il fioraio, il cartomante o il pizzicagnolo, magari tutti e tre insieme, ciascuno part-time. A essere onesto, sa benissimo come in passato avesse accarezzato con la medesima prurigine l’idea di diventare un esploratore, e un commerciante di tappeti prima di quello, e un farmacista prima ancora. Nessuna professione era riuscita per più di pochi mesi a sedare quell’animo irrequieto; e finché si è giovani, la cosa è fisiologica, ma da adulti un comportamento simile può ricordare quello… della trottola. (Come tutti sanno, anche se pochi sanno di saperlo, darsi della trottola è per i pragmatici abitanti del deserto l’insulto più caratteristico.)</p>
<p>Sumì è immerso in queste congetture e nell’osservare la figlia della merciaia, piegata a raccogliere un barattolo, quando si sente chiamare: ma guarda, di nuovo il perdone, ha deciso di trattenersi a Dodaih per qualche giorno. Una volta tanto, a Sumì fa piacere una compagnia imprevista, che gli permetta di sottrarsi alla pressione dei dubbi. Si susseguono saluti di circostanza, chiacchiere di circostanza, inviti di circostanza: i due vanno a bere un bicchiere di circostanza da Sumì, il quale a ripensarci avrebbe dovuto riparare quella famosa finestra, prima del rientro di sua moglie.</p>
<p>«A proposito, dov’è tua moglie?»</p>
<p>«A proposito di che?»</p>
<p>«Non so, mi è venuto da dirlo. Te ne verso un altro?»</p>
<p>«Sì grazie. Ancora. È uscita, sarà da un’amica.»</p>
<p>«Sicuro? Ieri ho conosciuto Amuah, mi ha detto di essere il suo amante.»</p>
<p>«È… possibile. Può darsi che sia da lui.»</p>
<p>«Non sei geloso?»</p>
<p>«No: Shisma rimane una buona moglie, anche se infedele. Bisogna saper distinguere.»</p>
<p>«Però non sei contento, ti si legge in faccia.»</p>
<p>«In questo periodo sono un po’ demotivato, ma lei non c’entra. Passerà.»</p>
<p>«È il lavoro che ti annoia? Perché non cambi?»</p>
<p>«Guarda ho provato di tutto e mi è successo ogni volta, devo essere proprio fatto così. Mi riempi il bicchiere?»</p>
<p>«Forse sei depresso! Nel raggio di un mese a dorso di cammello, Dodaih è circondata dal nulla.»</p>
<p>«Il deserto bisogna saperlo apprezzare. E poi c’è la Gola, tu l’hai vista, lo sai che un posto così ti rigenera lo spirito.»</p>
<p>«Non sarà  un palliativo? Il buono nella tua vita non dovrebbe essere un’eccezione. Dovresti davvero spostarti un po’.»</p>
<p>«Ma io viaggio! Sono stato in Europa, in America, in Cina; l’anno prossimo io e mia moglie festeggiamo 25 anni di matrimonio e andiamo in Polinesia. Passa la bottiglia, và.»</p>
<p>«Non parlo di turismo, parlo di andarsene per sempre.»</p>
<p>«No, non esiste: io ho i miei amici, mia moglie deve scoparsi Amuah… E gli abitanti del resto del mondo non sono più felici di me; non hanno niente più di me, che in tutto possiedo un cammello e mezza casa. Anzi, io ho la Gola, tutte le mattine, e quella loro non ce l’hanno.»</p>
<p>«A me pare che tu faccia dei sacrifici inutili. Mi versi due dita? Così. Basta, basta.»</p>
<p>«È questione di disciplina, Allah sa. E non mi prendere per uno stupido: lo so che Allah esiste solo nella mia testa, ma è un modo di dire, un modo per riassumere che voglio essere un uomo buono, umile, onesto e generoso. Anzi, se io non fossi così, tu saresti ancora perso in mezzo al deserto.»</p>
<p>«Lo dici come se fosse una cosa negativa! Tu a perderti nel deserto ci vai otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana.»</p>
<p>Dopo quella volta, il perdone non si è più visto. Sumì si è tenuto moglie, casa, lavoro e con questi, ogni tanto, una settimana di dubbi laceranti che si risolvono regolarmente a tarallucci e vino. Negli ultimi tempi ha preso a fare delle incisioni sulle pareti della Gola del Breikh: le forme riproducono cammelli, serpenti, oasi, stanze da letto. Si è convinto che un giorno, se continuerà a incidere la montagna animato da una passione disinteressata, s’imbatterà per caso in un filone d’oro o di un altro metallo prezioso. Tale convinzione, va detto, non trova il supporto di alcun dato reale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>L&#8217;illustrazione è di Andrea Chronopoulos, di Studio Pilar</p>
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		<title>Materiale d&#8217;importazione ~ da DUDE MAG</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2015 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Bonamore]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Zinni]]></category>
		<category><![CDATA[DUDE MAG]]></category>
		<category><![CDATA[Eric Lundgren]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Pistoia]]></category>
		<category><![CDATA[flash fiction]]></category>
		<category><![CDATA[L'ultima prefazione]]></category>
		<category><![CDATA[Materiale d'importazione]]></category>
		<category><![CDATA[racconti brevi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;L’ultima prefazione&#8221;   di Eric Lundgren  Il database dell’editore deve essere vecchio di decenni, perché mi hanno chiamato in ufficio. «Abbiamo un manoscritto», hanno detto. «Naturalmente», ho risposto. «Ne avrete sì, ne avete sempre». «Ci serve una prefazione. Possiamo farle avere un manoscritto con le macchie di caffè originali». M’interessava, purtroppo. «La mia prefazione sarà fuorviante», [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/fabio-pistoria-ill.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-57799 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/fabio-pistoria-ill-724x1024.jpg" alt="fabio pistoria ill" width="700" height="990" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/fabio-pistoria-ill-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/fabio-pistoria-ill-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/fabio-pistoria-ill-900x1273.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a>&#8220;L’ultima prefazione&#8221; </strong></p>
<p style="text-align: right;"> di <strong>Eric Lundgren </strong></p>
<p>Il database dell’editore deve essere vecchio di decenni, perché mi hanno chiamato in ufficio.</p>
<p>«Abbiamo un manoscritto», hanno detto.</p>
<p>«Naturalmente», ho risposto. «Ne avrete sì, ne avete sempre».</p>
<p>«Ci serve una prefazione. Possiamo farle avere un manoscritto con le macchie di caffè originali».</p>
<p>M’interessava, purtroppo.</p>
<p>«La mia prefazione sarà fuorviante», ho avvisato.</p>
<p>«Lo sappiamo», ha risposto l’editore. «Sappiamo tutto di lei».<span id="more-57759"></span></p>
<p>«Il manoscritto è arrivato in buona forma», ho scritto alcuni giorni più tardi, «ma non lo aprirò prima di qualche tempo». L’editore ha speso 15 dollari e 90 per far arrivare il pacchetto la mattina dopo, erroneamente convinto che questo avrebbe velocizzato la stesura della prefazione. Ma io sono un uomo ostinato e improduttivo. Per pura noia ho rotto il sigillo. Le macchie di caffè erano semplici tracce. Il ms. misurava otto pollici per undici, ed era stampato su carta quasi trasparente. Il font: quattordici punti. Il carattere: Linotype in Fairfield, che, ho letto, «mostra le qualità sobrie e assennate di un mastro artigiano il cui talento è votato da lungo tempo alla chiarezza».</p>
<p>Ho fumato le prime cinque pagine dopo aver bloccato la porta dell’ufficio con la mia toga dottorale.</p>
<p>Ho sputato catarro sulle successive cinque pagine.</p>
<p>Ho fatto alcune pagine a pallini, che ho sparato su ignari ricercatori dalla cannuccia di una penna.</p>
<p>Ho fatto aerei di carta, che sono scesi fluttuando, divagando continuamente, fino a colpire le gambe degli studenti che si abbronzavano nel parco.</p>
<p>Ho mangiato qualche pagina che aveva l’aria di essere cruciale.</p>
<p>Ho attaccato quel che restava del testo al muro, con lo scotch, modificando la disposizione fino a trovarne una gradevole. Ero pronto a scrivere la mia prefazione.</p>
<p>La prefazione “speckiana” o “speckesca” – la prefazione orribilmente fuorviante – è uno sviluppo recente nella mia interminabile carriera. La svolta nel mio stile può essere datata con precisione – 12 maggio 1970 – il giorno in cui, per via di un grave errore amministrativo, mi è stato assegnato un posto di ruolo presso questo istituto. Prima di quel giorno, non ero stato che un autore di prefazioni mediamente fuorvianti. Nelle mie prime prefazioni, ad esempio, notavo il ricorrere di certe parole, “qui” e “lì”, per esempio, che poi collegavo dubbiamente a una pagina di Freud aperta per caso sulla mia scrivania, notando magari, in un inciso, che il padre dell’autore o autrice era stato spesso assente durante la sua infanzia probabilmente traumatica. Le mie prime prefazioni mi sono ora repellenti. Erano fuorvianti, ma solo per trascuratezza. Era principalmente colpa della forma, ma anche la mia incompetenza come scrittore aveva un ruolo.</p>
<p>Nell’inverno del 1969, un editore mi mandò un libro. Lasciatemelo dire francamente, quel libro avrei voluto scriverlo io. Mi fu chiaro sin dall’inizio, stavo leggendo il libro che io stesso avrei potuto scrivere, se non fossi stato uno scrittore di prefazioni. Era il libro verso cui le prefazioni mi stavano portando, o forse il libro che le prefazioni impedivano. Feci alcune false partenze nel vecchio stile, mai tanto consapevole della mia povertà letteraria. Mancai diverse scadenze. Urlavo ai miei studenti e maltrattavo me stesso.</p>
<p>Dopo qualche mese, sotto minaccia dell’editore, escogitai una soluzione che considero tuttora la summa del mio stile dell’epoca. Ritrascrissi il libro parola per parola, intitolandolo «Prefazione, di John Speck», e lo mandai all’editore.</p>
<p>«Non possiamo permetterci di stamparlo», dissero.</p>
<p>«È l’unica cosa buona…» cominciai —</p>
<p>Ma non ascoltarono.</p>
<p>Ottenuta la cattedra, mi divertivo cercando di farmi licenziare; e non tramite mezzi convenzionali, come le molestie sessuali, ma grazie alla pura e semplice incompetenza del mio lavoro. Nelle mie prefazioni anagrammavo i nomi degli autori. “Andrea” diventava “andare”; il libro di Andrea parlava dunque di viaggio, e mi sentivo anagrammaticamente giustificato ad “andarmene” per la tangente, allontanandomi dal libro verso altri argomenti. Anziché scavare nella biografia di un autore, correlavo il libro alla vita di un altro autore. Alcune mie prefazioni erano invettive contro i ricercatori dell’università, altre encomi di cioccolato, tabacco e allucinogeni che consumavo mentre scrivevo. Erano prefazioni fuorvianti, tutti concordavano. Nondimeno, la mia casella di posta era più piena che mai. Ogni volta che il mio nome compariva su un libro, l’università<br />
mi mandava una cadente composizione floreale, come se una parte di me fosse morta. Le mie prefazioni cominciarono a valere un certo prezzo; qualcuno sosteneva persino che fossi diventato un creatore di narrazioni a mia volta. Ricevetti premi, le mie prefazioni furono raccolte in un libro al quale partecipai con l’ennesima prefazione fuorviante, e altri presto cominciarono a gettare le loro lucine e decorazioni accademiche sull’albero appassito del mio lavoro. Il mio curriculum scoppiava. L’università mi chiese di diventare Professore Illustre di Umanistica e Moralità. Declinai. Tentai nuovi stratagemmi. Nel mio corso di Realismo Moderno non mostrai altro che episodi di reality show al rallentatore, senz’audio, con Wagner per colonna sonora. Ai ragazzi però non dispiacque! Gli piacevano i miei corsi! Sui moduli di valutazione scrivevano «La pipa del professor Speck ha un buon odore» oppure «Il giorno che il cappotto in tweed di Speck ha preso fuoco è stato clamoroso».</p>
<p>Un ricercatore mi prese da parte. «Ehi, Prefatore», disse, «perché non te ne vai in pensione e basta? Odi l’accademia, e poi cos’hai ormai, centotré anni?».</p>
<p>«Sono sul punto di arrivare a qualcosa», dissi.</p>
<p>Forse avete delle domande sul libro tra le vostre mani – perché esiste, cos’ha da dire sulla vostra anima.</p>
<p>Temo di non potervi aiutare.</p>
<p>Fuorviare non è quel che avrei voluto fare da principio. Un tempo aspiravo a qualcosa di meglio, ma quella speranza iniziale svanisce sempre più nel profondo della nebbia delle mie prefazioni. È nella natura del mio mestiere guardare sempre avanti, verso un mondo sul quale posso fare commenti ma nel quale non posso mai entrare appieno. Continuo a vedere barlumi in lontananza, ma non sono più sicuro di cosa significhino – se non siano, per esempio, i fantasmi proiettati sui miei occhiali da questa lampada.</p>
<p>Ecco tutto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;L&#8217;ultima prefazione&#8221; di <strong>Eric Lundgren</strong> è tratto dall&#8217;ebook</p>
<p><em><a href="http://www.dudemag.it/letteratura/materiale-dimportazione-vol-1-ebook-free-download/" target="_blank">Materiale d’importazione 1</a></em></p>
<p>un ebook di 14 racconti selezionati dall&#8217;omonima rubrica di DUDE MAG</p>
<p>A cura di <strong>Daniele Zinni</strong></p>
<p>con illustrazioni di <strong>Fabio Pistoia</strong> e copertina di <strong>Bruno Bonamore</strong></p>
<p>*</p>
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