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	<title>Danilo Zolo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;Unione Europea e la sovranità popolare perduta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jan 2013 21:30:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giampiero Marano “Voi non potete immaginare quale angoscia e quale rabbia invada l&#8217;animo vostro, quando degli inetti si impadroniscono di una grande idea, che voi da gran tempo venerate, e la danno in pasto ad altri imbecilli uguali a loro, in mezzo a una strada, e voi la ritrovate al mercato della roba vecchia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left" align="right"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/08/lunione-europea-e-la-sovranita-popolare-perduta/europa-2/" rel="attachment wp-att-44563"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-44563" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-96x68.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-38x26.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-128x90.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa.jpg 324w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: right" align="right">di <strong>Giampiero Marano</strong></p>
<p style="text-align: justify" align="right"><strong></strong><span style="text-align: justify">“Voi non potete immaginare quale angoscia e quale rabbia invada l&#8217;animo vostro, quando degli inetti si impadroniscono di una grande idea, che voi da gran tempo venerate, e la danno in pasto ad altri imbecilli uguali a loro, in mezzo a una strada, e voi la ritrovate al mercato della roba vecchia, irriconoscibile, infangata, messa a gambe all&#8217;aria, assurdamente, senza proporzione, senza armonia, ridotta a giocattolo per bambini stupidi!”. Queste parole piene di amarezza che Stepan, nei </span><em>Demoni</em><span style="text-align: justify"> di Dostoevskij, pronuncia tra i sospiri (non sappiamo quanto sinceri) sono, proprio perché così amare, sempre veritiere e attuali. Oggi, per esempio, offrono una descrizione perfetta dell&#8217;Unione Europea. L&#8217;antica e alta aspirazione a unire i popoli d&#8217;Europa superando rivalità secolari ha avuto sostenitori come Dante, Novalis, Mazzini, Hugo; poi però la “grande idea” è finita nelle mani di uomini spiritualmente “inetti” che l&#8217;hanno uccisa e sfigurata: i burocrati e i tecnocrati dell&#8217;UE, vuoti e arroganti come il premier non eletto Mario Monti.</span></p>
<p style="text-align: justify">“L’altissimo merito di quest’ultimo”, chiariva Piergiorgio Odifreddi <span id="more-44561"></span>all&#8217;indomani della nomina a  senatore a vita, “è di essere stato commissario europeo con deleghe economiche, dal 1994 al 1999 per nomina del primo governo Berlusconi, e dal 1999 al 2004 per nomina del primo governo D’Alema. Oltre che di essere stato presidente della famigerata Commissione Trilaterale, una specie di massoneria ultraliberista statunitense, europea e nipponica ispirata da David Rockefeller e Henry Kissinger. Ci voleva un ex sedicente comunista dell’area migliorista, per formalizzare attraverso la persona di Monti il ruolo extraparlamentare dell’economia liberista che sta condizionando l’Europa intera attraverso le politiche della Banca Centrale (oggi presieduta da Mario Draghi, ex collega di Monti come consulente della Goldman Sachs), del Fondo Monetario Internazionale e delle borse. È probabile che la nomina di Monti sia un giochetto da Prima Repubblica, per poter presentare a giorni la sua promozione a primo ministro come &#8216;istituzionale&#8217;”.</p>
<p style="text-align: justify">D&#8217;altro lato, il destino del continente era segnato fin dall&#8217;inizio (anni Cinquanta, Trattati di Parigi e Roma), cioè ben prima di Maastricht, come aveva intuito Pasolini (per <em>La rabbia</em>, 1963): &#8220;Le piccole borghesie fasciste sono pronte all&#8217;unità d&#8217;Europa in nome della comune aridità&#8221;. In nome della comune aridità sono state concepite autentiche mostruosità come l&#8217;euro, “una moneta senza Stato” e senza precedenti nella storia (Sapelli), e come le stesse istituzioni dell&#8217;UE, modelli addirittura smaccati di oligarchia. Si legge in un recente documento di Rifondazione Comunista:</p>
<p style="text-align: justify">“Nell&#8217;Unione Europea decide ormai una vera e propria oligarchia, che risponde ai &#8216;voti&#8217; del mercato finanziario (&#8230;) Il Consiglio Europeo ha confermato e rafforzato la costruzione, ormai in stato di forte avanzamento, di un edificio che, senza precedenti nella storia delle democrazie, ha distrutto le fondamenta dello stesso Stato borghese, quelle costruite sulla base del <em>no</em> <em>taxation</em> <em>without</em> <em>rapresentation</em>. Si sta realizzando un sistema monetario, fiscale e bancario in funzione di un&#8217;economia di mercato che deve essere altamente competitiva sulla scena del capitalismo globalizzato. E se ne affida la direzione ad una struttura tecnocratica del tutto priva di un mandato popolare e sottratta a ogni forma di controllo, anche delle istituzioni rappresentative”.</p>
<p style="text-align: justify">Danilo Zolo commentava in questi termini il varo della Costituzione Europea, in seguito confluita nel Trattato di Lisbona: “Non è ragionevole aspettarsi, io penso, che il varo della Costituzione possa offrire un contributo rilevante a favore dell&#8217;unificazione europea (&#8230;) nel senso (&#8230;) della creazione di un soggetto politico dotato di una forte coesione e identità collettiva, e pertanto capace di una politica estera unitaria, tale da modificare lo scenario internazionale. È illusorio pensare che la nascita di un &#8216;popolo europeo&#8217; possa essere stimolata da più robuste protesi istituzionali e da un surplus di normazione costituzionale. La mia opinione è che sono i popoli a fare le Costituzioni e non, come credono i burocrati di Bruxelles e di Strasburgo, l&#8217;inverso. Ed è abbastanza evidente che oggi non esiste un popolo europeo. Non esiste, neppure all&#8217;interno della <em>old Europe</em>, una &#8216;società civile europea&#8217;: e cioè un&#8217;opinione pubblica, una lingua, una comunicazione multimediale europea. Mancano editori, emittenti radiofoniche e televisive europee, mancano movimenti, associazioni civili, sindacati, partiti politici su scala europea (&#8230;) Ci sono inoltre profondi dissensi su temi cruciali come la politica estera (il rapporto con gli Stati Uniti, in particolare), la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini europei e, <em>last but not least</em>, l&#8217;alternativa fra un modello intergovernativo e un modello federalistico-comunitario del processo di integrazione regionale”.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;UE, in sostanza, altro non è che uno spaventoso laboratorio consacrato alla sperimentazione selvaggia di pratiche di mercato radicalmente incompatibili con il dettato costituzionale della Repubblica Italiana, come spiega il giurista Stefano D&#8217;Andrea: “&#8217;La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni&#8217;, &#8216;aiuta la piccola e media proprietà&#8217;, &#8216;provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato&#8217; (artt. 37, 45), mentre l’Unione Europea impone la deflazione salariale e la precarietà, come unico strumento per aumentare la produttività e reggere la competizione internazionale; spinge verso le liberalizzazioni a vantaggio del grande capitale (&#8230;) schiaccia gli agricoltori (&#8230;) nell’interesse della grande distribuzione e dell’industria agroalimentare; costringe i commercianti a soggiacere al capitale marchio (&#8230;) e penalizza i piccoli esercizi commerciali. &#8216;La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme&#8217; (art. 47, primo comma), mentre l’Unione Europea incoraggia l’indebitamento privato per l’acquisto di beni e servizi di consumo. &#8216;La Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese&#8217; (art. 47, secondo comma), mentre l’Unione Europea impedisce all’Italia ogni vincolo di destinazione del risparmio degli italiani, sancendo la assoluta libertà di circolazione dei capitali. La Costituzione ammette, in presenza di determinate condizioni, monopoli pubblici o collettivi, sia originari, sia derivanti da espropriazioni con indennizzo (art. 43). L’Unione europea promuove la concorrenza in ogni campo dell’attività economica e impedisce all’Italia di introdurre monopoli anche in alcuni dei casi previsti dalla Costituzione. La Costituzione italiana non vieta e quindi ammette il ricorso al protezionismo e anzi promuove limitazioni della libertà di circolazione dei capitali (art. 47, secondo comma: &#8216;La Repubblica… favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto ed indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese&#8217;). La Costituzione Italiana promuove la piena occupazione (art. 4, primo comma) e quindi salari dignitosi, ammettendo, a tal fine, un’inflazione modesta o relativamente modesta. L’Unione Europea impone un’inflazione bassissima, impedisce la piena occupazione e promuove la deflazione salariale. La Costituzione non pone limiti al debito pubblico e al deficit pubblico e consente allo Stato di prevedere che i titoli invenduti siano acquistati dalla banca d’Italia. L’Unione Europea prevede precisi limiti al debito pubblico e al deficit, impedisce alla BCE e alle banche centrali nazionali di acquistare titoli del debito pubblico e vuole imporci l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione. In generale, l’Unione europea abbatte i confini degli stati europei, anche nei confronti dei paesi terzi e crea un mercato aperto nel quale deve vincere la logica del più forte. Al contrario, l’art. 41, terzo comma della Costituzione prevede che &#8216;la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali&#8217;. L’Unione europea sopprime tutti i possibili poteri degli stati e quindi dei popoli di disciplinare l’economia, affidando il sistema economico alla pura concorrenza tra imprese e gestori dei grandi capitali internazionali”.</p>
<p style="text-align: justify">A fronte dell&#8217;inesistenza della politica e del popolo europei, è concreto il pericolo che il malcontento sempre più diffuso (il numero complessivo dei disoccupati e sottoccupati si aggira oggi intorno ai sessanta milioni) presti il fianco a facili strumentalizzazioni in senso sciovinista e razzista, come è avvenuto in Grecia con “Alba dorata”, o in altri casi crei e alimenti aspirazioni secessioniste all&#8217;interno dei singoli Stati, verosimilmente foriere di guerre civili (altro che Nobel per la pace!). In assenza del popolo europeo, in che modo l&#8217;UE potrà mai essere riformata per diventare quello “spazio di civiltà” che auspica Vendola? Quale democrazia senza demos? Il crollo dell&#8217;UE e dell&#8217;euro, inevitabile secondo Latouche, non sarà un evento indolore ma almeno renderà possibile un&#8217;Europa di paesi sovrani e solidali che guardi finalmente al Mediterraneo come al suo centro.</p>
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		<title>Il Mediterraneo è l&#8217;avvenire dell&#8217;Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 02:50:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Intervista raccolta da Alain de Benoist, Éléments, 129 (Été 2008), pp. 26-32. Traduzione delle domande dal francese all&#8217;italiano a cura di Benoît Challand. L&#8217;intervista è tratta dal sito-rivista Jura Gentium.] Dialogo fra Alain de Benoist e Danilo Zolo Alain de Benoist. Lei è stato l&#8217;architetto, insieme a Franco Cassano, di un libro collettivo di oltre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Intervista raccolta da Alain de Benoist,</em> Éléments<em>, 129 (Été 2008), pp. 26-32. Traduzione delle domande dal francese all&#8217;italiano a cura di Benoît Challand. L&#8217;<a href="http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/med/benoist.htm">intervista</a> è tratta dal sito-rivista <a href="http://www.juragentium.unifi.it/it/index.htm">Jura Gentium</a>.]</em></p>
<p>Dialogo fra<strong> Alain de Benoist</strong> e <strong>Danilo Zolo</strong> <a name="n*" href="http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/med/benoist.htm#*"></a></p>
<p><strong>Alain de Benoist.</strong> Lei è stato l&#8217;architetto, insieme a Franco Cassano, di un libro collettivo di oltre 650 pagine intitolato <em>L&#8217;alternativa mediterranea</em> (<a name="n1" href="http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/med/benoist.htm#1"></a>Milano, Feltrinelli, 2007, 659 pagine). Citando Peregrine Horden e Nicholas Purcell &#8211; che nella loro opera monumentale <em>The Corrupting Sea. A Study of Mediterranean History</em> (2000) scrivono: «l&#8217;unità e la coerenza dell&#8217;area mediterranea sono  indiscutibili» &#8211; aggiungete: «&#8221;Unità&#8221; non significa uniformità culturale  o monoteismo», ma al contrario «pluriverso». Nel corso della storia,  dalle guerre di Atene contro Sparta o dal grande scisma d&#8217;Oriente alla  divisione attuale dei paesi arabi, passando per le avventure coloniali  francesi e britanniche, non è che il Mediterraneo sia sempre stato  profondamente diviso? Aldilà dei conflitti di cui il Mediterraneo è  stato testimone, secondo Lei, cosa crea questa unità mediterranea, sia a  livello storico e geografico che a livello spirituale, ambientale o  simbolico?</p>
<p><strong>Danilo Zolo.</strong> Come è noto, un contributo di grande rilievo al  dibattito sulla questione mediterranea, e quindi sull&#8217;unità del  Mediterraneo, è stato offerto da Fernand Braudel. Ed è appunto al suo  pensiero storiografico che si ispira il libro che Franco Cassano ed io  abbiamo recentemente curato per l&#8217;Editore Feltrinelli. Mentre Henry  Pirenne aveva elaborato lo schema della cesura dell&#8217;unità mediterranea a  causa della conquista araba del Medio Oriente e dell&#8217;Africa del Nord,  Braudel ha valorizzato il pluralismo delle fonti culturali che hanno  dato vita alla civiltà mediterranea. <span id="more-38268"></span>È un fatto incontestabile che la  tradizione greca e quella latina hanno interagito con la cultura ebraica  e con il mondo arabo-islamico grazie, fra l&#8217;altro, alla feconda  mediazione degli ebrei spagnoli e dei <em>moriscos</em>, rifugiati in  massa nel Maghreb nel corso del Cinquecento. Contro gli stereotipi  dell&#8217;egemonia greco-latina, dell&#8217;orientalismo e del razzismo coloniale,  Braudel e la &#8220;scuola algerina&#8221; hanno rivalutato la cultura araba: il suo  immaginario artistico, la grande tradizione speculativa, medica e  matematica. Come Peregrine Horden e Nicholas Purcell hanno più  recentemente sostenuto nella scia della lezione di Braudel, c&#8217;è un  elemento che dal punto di vista storico-ecologico unifica il  Mediterraneo e lo distingue da ogni altra area geografica: è la rara  coesistenza fra un ambiente naturale nel quale le comunicazioni umane si  sono agevolmente sviluppate lungo le sponde marine e una topografia  costituita da nuclei sociali di ridotte dimensioni, dislocati e  frammentati lungo le coste e nelle isole. La singolarità orografica, il  clima temperato e una vegetazione particolare &#8211; la vite, l&#8217;ulivo, gli  agrumi &#8211; hanno fatto del Mediterraneo uno spazio ecologico che per  millenni ha favorito, lungo tutte le sue sponde, la formazione e la  stabilizzazione di strutture abitative, di colture rurali e di sistemi  commerciali spazialmente dislocati e frammentati, ma nello stesso tempo  in stretta comunicazione fra loro. L&#8217;intensità delle relazioni  comunicative, dei travasi culturali, dei rapporti commerciali, degli  incroci demografici e degli scambi più diversi, inclusi i conflitti, le  guerre, le crociate e le scorrerie piratesche, hanno contribuito a  forgiare una solida <em>koiné</em> culturale e civile. Lo sviluppo della  cultura europea, a cominciare dalla eccezionale esperienza di  Al-Andalus, si è intrecciata con la tradizione coranica. Queste radici  comuni non sono state divelte neppure dai più aspri antagonismi e hanno  prodotto frutti ricchissimi. Basti pensare che l&#8217;area mediterranea vanta  la più grande concentrazione artistica del mondo. L&#8217;unità e la  grandezza del Mediterraneo &#8211; questa è una delle tesi centrali del nostro  libro su <em>L&#8217;alternativa mediterranea</em> &#8211; sta nella longevità del  suo &#8216;pluriverso&#8217; culturale che a rigore si è articolato non entro &#8216;un  mare&#8217;, ma entro un &#8216;complesso di mari&#8217;. E si è trattato, come ha scritto  Braudel, di mari &#8220;ingombri di isole, tagliati da penisole, circondati  da coste frastagliate [&#8230;] la cui vita si è mescolata alla terra e non è  separabile dal mondo terrestre che l&#8217;avvolge&#8221;. In questo senso il  Mediterraneo ha preservato la sua unità in quanto &#8216;mare fra le terre&#8217;,  resistendo alla sfida proveniente dai grandi spazi oceanici e  continentali scoperti dai navigatori spagnoli e portoghesi. Si potrebbe  dire, attualizzando, che le &#8216;civiltà mediterranee&#8217; sono sopravissute  resistendo all&#8221;atlantismo&#8217; americano.</p>
<p><strong>Alain de Benoist.</strong> Nel suo libro <em>L&#8217;occidentalisation du monde</em> Serge Latouche, che ha contribuito anche al vostro volume, utilizza la  parola «deculturazione» per descrivere il momento in cui il contatto tra  culture «non si manifesta attraverso uno scambio equilibrato ma  piuttosto attraverso un flusso massiccio a senso unico: la cultura che  riceve è invasa, minacciata nella sua propria essenza e può essere  considerata vittima di una vera e propria aggressione». Nel passato,  l&#8217;espansione coloniale rappresentò un «flusso massiccio a senso unico»,  ma oggi è piuttosto il contrario. Sono le vecchie potenze coloniali che  vivono con il sentimento di essere &#8220;invase&#8221; e «minacciate nella loro  essenza». L&#8217;immigrazione massiccia con la quale gli Europei oggi si  confrontano ha creato le condizioni possibili per la moltiplicazione  veloce nei paesi occidentali di libri che puntano il dito non soltanto  contro l&#8217;islamismo radicale ma anche contro l&#8217;Islam <em>tout court</em>.  L&#8217;Europa si è rinchiusa in una posizione difensiva, avvertendo il mondo  musulmano come una minaccia su tutti i fronti, sia interno che esterno.  Un atteggiamento del genere non aiuta ovviamente alla realizzazione del  parternariato euro-mediterraneo che voi vorreste vedere realizzato. Come  analizza questa situazione? Come è possibile uscire dallo schema dello  &#8216;scontro di civiltà&#8217; e ricreare le condizioni propizie ad uno «scambio  equilibrato»?</p>
<p><strong>Danilo Zolo.</strong> Non direi in alcun modo che oggi assistiamo ad  una inversione del fenomeno coloniale. Nell&#8217;Ottocento e nella prima metà  del Novecento le armate europee hanno invaso e occupato il resto del  mondo e in particolare i paesi africani e arabo-islamici, facendo strage  di centinaia di migliaia di persone innocenti, distruggendo le  strutture politiche ed economiche dei paesi aggrediti, e devastandone le  culture e le tradizioni. Oggi &#8211; si sostiene &#8211; sarebbero le vecchie  potenze coloniali ad essere investite da imponenti flussi migratori che  l&#8217;Europa inevitabilmente percepisce come una invasione coloniale in  direzione inversa. Si tratta, a mio parere, di due fenomeni  completamente diversi. Oggi il fenomeno coloniale è solo formalmente  esaurito. In realtà, in particolare dopo il collasso dell&#8217;impero  sovietico e l&#8217;emersione dello strapotere degli Stati Uniti d&#8217;America e  dei suoi più stretti alleati europei, assistiamo a forme di  neo-colonialismo particolarmente aggressivo che investono in particolare  i paesi arabo-islamici. E questo accade nel contesto dei processi di  globalizzazione che in larga parte coincidono con il progetto  occidentale di egemonia globale sul piano economico, politico e  militare. Lo Stato di Israele è l&#8217;architrave di questo colonialismo  perdurante che occupa militarmente e domina un&#8217;area cruciale del Medio  Oriente arabo-islamico. Nel frattempo sono i processi di globalizzazione  economica guidati dalle massime potenze economiche del pianeta a  produrre, con le crescenti sperequazioni economico-sociali che generano  su scala planetaria, le grandi migrazioni verso Occidente. In questo  senso il Mare mediterraneo, nelle condizioni in cui oggi si trova, è per  un verso uno spazio neo-coloniale a disposizione delle grandi potenze  occidentali per controllare militarmente l&#8217;intera area mediorientale,  mesopotamica e centro-asiatica. Per un altro verso il Mediterraneo viene  usato dall&#8217;Europa come barriera per contenere drasticamente i flussi  migratori provenienti in larga parte dai paesi arabo-islamici della  sponda sud-est. L&#8217;Occidente intero nega se stesso nel suo delirio di  onnipotenza e fomenta il fenomeno del terrorismo islamico, mentre  l&#8217;Europa percepisce i migranti &#8211; di cui peraltro ha un estremo bisogno &#8211;  come &#8220;diversi&#8221;, come nemici invasori, come quasi-terroristi. La sola  risposta possibile a questo collasso è un&#8217;Europa meno occidentale e più  &#8220;europea&#8221;, meno asservita agli interessi degli Stati Uniti, pronta a un  dialogo paritario con il mondo islamico, capace di impostare la  questione israelo-palestinese come un problema mediterraneo, attenta e  partecipe alle imponenti novità che stanno investendo l&#8217;Asia orientale, a  cominciare dal colosso cinese.</p>
<p><strong>Alain de Benoist.</strong> A partire dagli anni Settanta, la «questione  mediterranea» è stata affrontata nei paesi europei soprattutto dal  punto di vista dell&#8217;«integrazione regionale». In particolare ci si  ricorderà della creazione di un Forum mediterraneo nel 1988, di una  sessione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione nel  Mediterraneo nel 1990 e della prima Conferenza Euro-Mediterranea nel  novembre 1995 a Barcellona. Qual è il bilancio di queste iniziative? E  cosa pensa del progetto di un&#8217;«Unione per il Mediterraneo» sostenuta e  voluta da Nicolas Sarkozy?</p>
<p><strong>Danilo Zolo.</strong> Il &#8220;processo di Barcellona&#8221;, che ha concluso una  lunga serie in iniziative prodromiche, è stata una strategia europea  molto ambiziosa, che per la prima volta ha tentato di avviare una  cooperazione di largo respiro fra le due sponde del Mediterraneo.  L&#8217;accordo riguardava il progetto di un &#8216;partenariato globale&#8217; di lungo  periodo, che fra l&#8217;altro intendeva attribuire particolare rilievo alle  &#8216;società civili&#8217; e alla dimensione culturale. Sono trascorsi oltre dieci  anni dalla Dichiarazione di Barcellona, un arco di tempo sufficiente  per tentare una valutazione dei risultati ottenuti. Per quanto riguarda  il tema della pace e della sicurezza, due vicende hanno segnato l&#8217;area  euromediterranea nell&#8217;ultimo decennio del Novecento e nel primo lustro  del Duemila: la prima riguarda il fallimento di ogni progetto di  riscatto del popolo palestinese dalla spietata occupazione militare  israeliana. La seconda vicenda riguarda la crescente pressione  strategica che gli Stati Uniti, direttamente o attraverso la NATO, hanno  esercitato nei confronti dell&#8217;area euromediterranea, in particolare nei  Balcani. Queste due vicende mostrano come il &#8216;processo di Barcellona&#8217;  non abbia impedito che il Mediterraneo e il Medio Oriente divenissero,  congiuntamente, l&#8217;epicentro di un conflitto mondiale: da una parte le  potenze &#8216;atlantiche&#8217;, incluso Israele, e dall&#8217;altra i paesi da esse  considerati ostili, perché in contrasto con gli &#8216;interessi vitali&#8217; e le  strategie egemoniche dell&#8217;Occidente o perché ritenuti terroristici o  complici del terrorismo. Anche il partenariato economico-finanziario  varato a Barcellona non ha realizzato i risultati che prometteva con la  seducente formula della &#8216;prosperità condivisa&#8217;: non ha ridotto lo  squilibrio esistente fra le due sponde del Mediterraneo e non ha  garantito stabilità e sicurezza. Il Mediterraneo era caratterizzato al  momento del lancio del &#8216;processo di Barcellona&#8217; da un altissimo livello  di disomogeneità socio-economica. Questa situazione non solo non è  cambiata, ma si è aggravata. In particolare il protezionismo praticato  dall&#8217;Europa a tutela degli agricoltori europei ha contribuito  all&#8217;ulteriore impoverimento dei paesi arabi. Mentre è stata liberata la  circolazione dei manufatti, per i prodotti agricoli è stato mantenuto un  regime di &#8216;regionalismo bilaterale&#8217; che consente l&#8217;applicazione di  quote e restrizioni all&#8217;importazione di questi beni nei paesi europei. E  questo ha inibito lo sviluppo del mercato proprio in un settore nel  quale i paesi mediterranei economicamente meno avanzati avrebbero potuto  fruire di un vantaggio comparato. Per tradursi in una effettiva  esperienza di integrazione economica &#8211; con i corollari politici  auspicati &#8211; il processo di Barcellona avrebbe dovuto intensificare la  tensione politica e culturale verso una cooperazione realmente  multilaterale. E questo avrebbe dovuto comportare, soprattutto per  iniziativa dei paesi euromediterranei come la Spagna, la Francia e  l&#8217;Italia, un reale trasferimento di risorse, incluse le risorse umane,  culturali, scientifiche e tecnologiche, che ponesse in secondo piano i  temi della sicurezza, del controllo dei flussi migratori, dello smercio  dei prodotti industriali e della protezione dei mercati agricoli.</p>
<p>Quanto al progetto dell'&#8221;Union méditerranéenne&#8221;, recentemente  lanciato da Nicolas Sarkozy, risulta difficile darne una precisa  valutazione poiché è arduo coglierne le motivazioni e le finalità. Si  tratta probabilmente di una confusa ed estemporanea idea neo-coloniale  diretta a restituire alla Francia una funzione di controllo del  Mediterraneo occidentale, tale da irrobustire il ruolo francese  all&#8217;interno dell&#8217;Unione europea, in competizione soprattutto con la  Germania.</p>
<p><strong>Alain de Benoist.</strong> La dilatazione globale della potenza  marittima fa sì che il Mediterraneo sia diventato, in parte, un mare  americano, e allo stesso tempo una delle zone più instabili e pericolose  del mondo. Samir Amin ha scritto che il Mediterraneo oggi rappresenta  la principale zona di influenza di un&#8217;Alleanza atlantica che non è più  diretta contro la minaccia sovietica, ma contro il Sud. In qualità di  autore di numerosi lavori sul diritto internazionale e sul suo sviluppo,  come giudica questa presenza americana nel Mediterraneo? Una «dottrina  Monroe» per questa zona del mondo é ancora possibile?</p>
<p><strong>Danilo Zolo.</strong> L&#8217;atlantismo contemporaneo, figlio legittimo di  una strategia imperiale, segna una crescente subordinazione politica e  militare dell&#8217;Europa nei confronti degli Stati Uniti, al cui ombrello  nucleare e satellitare gli europei continuano a delegare la propria  sicurezza anche dopo la scomparsa del pericolo sovietico. Superato il  bipolarismo, la NATO si è convertita in un apparato bellico di portata  globale ed è stata utilizzata dagli Stati Uniti per tre finalità  strategiche: anzitutto per accerchiare la Russia, arruolando nelle  proprie fila un numero crescente di paesi dell&#8217;Est europeo da agganciare  al baluardo atlantico della Turchia. In secondo luogo, la NATO è stata  usata per coinvolgere l&#8217;Europa nelle &#8216;guerre umanitarie&#8217; nei Balcani e  in Afghanistan, in modo da scoraggiare i suoi timidi tentativi di  dotarsi di una struttura militare autonoma. <em>Last but not least</em>,  la NATO ha consentito agli Stati Uniti di tenere sotto il proprio  presidio politico e militare l&#8217;area mediterranea, escludendone l&#8217;Europa.  A quest&#8217;ultimo obiettivo obbedisce in particolare il disegno strategico  intitolato <em>Broader Middle East and North Africa Initiative</em> (BMNA), varato dall&#8217;amministrazione Bush nel giugno 2004 e subito  accolto dalla NATO. A favore della &#8220;modernizzazione&#8221; del mondo islamico e  in nome dei &#8220;valori universali della dignità umana, della democrazia,  dello sviluppo economico e della giustizia sociale&#8221; gli Stati Uniti  intendono porre sotto il proprio controllo l&#8217;intera area che va dalla  Mauritania e dal Marocco &#8211; dove hanno interessi petroliferi e già  dispongono di numerose basi militari &#8211; all&#8217;Afghanistan e al Pakistan,  passando per il Medio Oriente e i paesi del Golfo persico. Israele è  pensato come l&#8217;architrave di questa strategia &#8216;atlantica&#8217; e  anti-mediterranea, mentre la questione palestinese resta del tutto  emarginata. Com&#8217;è naturale, la pressione politica nei confronti del  mondo arabo viene accompagnata da iniziative economiche, che si sommano  agli ingenti finanziamenti di cui godono da tempo paesi arabi &#8216;moderati&#8217;  come l&#8217;Egitto e la Giordania. Per questo fine è stato avviato, in  parallelo a quello del <em>Broader Middle East</em>, un altro progetto, il <em>Middle East Partnership Initiative</em> (MEPI, che prevede finanziamenti per 40 milioni di dollari destinati  alle associazioni e ai mezzi di comunicazione di massa, chiamati  pudicamente &#8220;organi di diplomazia pubblica&#8221;, favorevoli agli Stati  Uniti.. È dunque il caso di chiedersi in che senso, in nome di quali  valori e di quali interessi comuni l&#8217;Europa può continuare a far parte  dell&#8217;Occidente e non debba invece puntare su una sua crescente  autonomia, su una sua nuova centralità geopolitica come &#8220;grande spazio&#8221; (<em>Großraum</em>),  ispirandosi, come ha suggerito Schmitt, alla concezione originaria  della &#8220;dottrina Monroe&#8221;. Si tratterebbe di un&#8217;Europa radicata nella sua  millenaria cultura, nelle sua radici mediterranee, nella sua capacità di  un approccio non fondamentalista ai problemi del dialogo fra le civiltà  e della pace mondiale. Non è chiaro perché l&#8217;atlantismo dovrebbe essere  il destino irreversibile dell&#8217;Europa e del Mediterraneo.</p>
<p><strong>Alain de Benoist.</strong> A partire dalla seconda guerra mondiale, le  relazioni tra Europa e mondo arabo si sono inscritte nella logica della  potenza strategica degli Stati Uniti. Sembra che gli Europei abbiano  lasciato agli Americani la gestione del conflitto israelo-palestinese.  Poiché la stabilità del mondo mediterraneo dipende fondamentalmente  dalla risoluzione di questo conflitto, a Suo parere quale soluzione è  possibile? Uno «Stato palestinese» come lo vorrebbe la comunità  internazionale ma di cui Israele non vuole ovviamente sentire parlare?  Uno Stato unico per ambedue i popoli come suggeriva Martin Buber che  però Israele vuole ancora meno?</p>
<p><strong>Danilo Zolo.</strong> Una condizione essenziale per il recupero  dell&#8217;unità del Mediterraneo e per la pacificazione del Medio Oriente (e  del mondo) è senza dubbio la soluzione della questione palestinese. E  questa soluzione ha a sua volta come condizione il superamento della  ideologia sionista. L&#8217;intera vicenda dell&#8217;invasione ebraica della  Palestina e della autoproclamazione dello Stato di Israele ruota attorno  ad una operazione ideologica che si è incarnata in una strategia  politica di lungo periodo: la negazione dell&#8217;esistenza del popolo  palestinese e quindi la piena disponibilità delle sue terre  all&#8217;occupazione da parte di Israele. La negazione dell&#8217;esistenza di un  popolo nella terra dove si intendeva installare lo Stato ebraico è lo  stigma coloniale che caratterizza sin dalle sue origini il movimento  sionista: un movimento del resto strettamente legato alle potenze  coloniali europee e da esse sostenuto in varie forme. Dopo aver a lungo  progettato di costituire in Argentina, in Sudafrica o a Cipro la sede  dello Stato ebraico, la scelta del movimento sionista cadde sulla  Palestina non solo e non tanto per ragioni religiose, quanto perché si  sosteneva, assieme a Israel Zangwill, che la Palestina era &#8220;una terra  senza popolo per un popolo senza terra&#8221;. Ed è in nome di questa logica  coloniale che nel 1948 iniziò l&#8217;esodo forzato di grandi masse di  palestinesi &#8211; non meno di settecentomila &#8211; anche grazie al terrorismo  praticato da organizzazioni sioniste radicali come la Banda Stern e  l&#8217;Irgun Zwai Leumi, celebre per aver raso al suolo il villaggio di Deir  Yassin e sterminato i suoi 300 abitanti. Ma la &#8216;liberazione&#8217; dei  territori palestinesi &#8211; chiamata dagli israeliani &#8216;guerra di  indipendenza&#8217; &#8211; fu opera soprattutto dell&#8217;esercito israeliano, l&#8217;<em>Haganah</em>,  per volontà dei suoi generali e dei leader sionisti che intendevano  espandere i confini dello Stato ben oltre quelli indicati dalle Nazioni  Unite. Nel 1949, alla fine della guerra arabo-israeliana, Israele  occupava infatti non il 56% dei territori della Palestina mandataria, ma  oltre il 78%. Questo accertamento storico &#8211; che dissolve i miti e gli  stereotipi del nazionalismo sionista e presenta in nuova luce l&#8217;intera  vicenda dei rifugiati palestinesi &#8211; è il clamoroso risultato delle  indagini storiografiche compiute da un folto gruppo di &#8216;nuovi storici&#8217;  israeliani che hanno potuto disporre, a partire dalla fine degli anni  settanta, dei documenti degli Archivi di Stato. Ha preso così avvio in  Israele, attorno alle università di Beer Sheva e di Haifa, una vera e  propria scuola storiografica &#8211; ma anche archeologica, antropologica e  sociologica &#8211; che critica il sionismo e propone una rilancio  &#8216;post-sionista&#8217; della politica di Israele. Gli esponenti &#8216;revisionisti&#8217;  più noti sono Avi Shlaim, Simha Flapan, Beny Morris, Tom Segev e  soprattutto Ilan Pappe, che si è spinto sino a parlare di &#8220;pulizia  etnica del 1948&#8221;. Secondo Pappe la &#8216;pulizia etnica&#8217; è stata varata dal  governo israeliano, guidato da Ben-Gurion, nel marzo del 1948, con un  piano preciso e articolato, il Piano Dalet, di &#8220;de-arabizzazione della  Palestina&#8221;. E da allora, egli sostiene, l&#8217;epurazione non si è più  fermata. La situazione attuale vede ormai l&#8217;intero popolo palestinese  disperso, oppresso, umiliato, ridotto in povertà e fatto oggetto di una  violenza spietata che Israele ritiene proporzionata agli attentati  terroristici che ha subito nel corso della prima e della seconda <em>Intifada</em>.  Se già alla fine del 1948 Israele occupava il 78% della Palestina  mandataria, oggi, dopo la Guerra dei 6 giorni, la occupa al 100%, avendo  invaso i territori rimasti ai palestinesi e avendo annesso anche  Gerusalemme. L&#8217;epurazione etnica è stata via via accompagnata dalla  espropriazione delle terre, dalla demolizione di migliaia di case  palestinesi, dalla cancellazione di interi villaggi, dall&#8217;intrusione di  imponenti strutture urbane nell&#8217;area di Gerusalemme araba e di Nazaret,  dall&#8217;abbattimento di centinaia di migliaia di olivi e di alberi da  frutta. Ma è soprattutto la vicenda degli insediamenti coloniali nei  territori occupati a fornire la prova del buon fondamento  dell&#8217;interpretazione &#8216;colonialista&#8217; del sionismo proposta da Edward  Said. Come spiegare altrimenti il fatto che, dopo aver conquistato il  78% del territorio della Palestina storica, dopo aver annesso  Gerusalemme est ed avervi insediato non meno di 180 mila cittadini  ebrei, lo Stato di Israele si è impegnato in una progressiva  colonizzazione anche di quell&#8217;esiguo 22% rimasto ai palestinesi, e già  sotto occupazione militare? Come è noto, a partire dal 1968, per  iniziativa dei governi sia laburisti che di destra, Israele ha  confiscato circa il 52% del territorio della Cisgiordania e vi ha  insediato oltre 200 colonie, mentre nella popolatissima e poverissima  striscia di Gaza ha confiscato il 32% del territorio, istallandovi circa  30 colonie. Dopo lo sgombero unilaterale della striscia di Gaza, voluto  nel 2005 da Sharon, oggi non meno di 400 mila coloni risiedono nei  territori occupati della West Bank. Vivono in residenze blindate,  collegate fra loro e con il territorio dello Stato israeliano attraverso  una rete di strade (le famigerate <em>by-pass routes</em>), interdette ai palestinesi, che segmentano e lacerano i territori occupati. Per tacere delle centinaia di <em>checkpoints</em>,  della depredazione delle risorse idriche, della carcerazione o  uccisione &#8216;mirata&#8217; di leader politici, del milione e mezzo di persone  che a Gaza vivono in condizioni disperate, come ha provato, con una  analisi agghiacciante, Sara Roy. E a tutto questo, per volontà di  Sharon, si è aggiunta la &#8216;barriera di sicurezza&#8217; che ha rinchiuso le  comunità palestinesi della Cisgiordania in prigioni a cielo aperto. A  questo punto, come tentare di risolvere la &#8216;questione della Palestina&#8217;?  Come riportare la pace fra Israele e il popolo palestinese e, più in  generale, fra arabi ed ebrei? Ciò che si può sostenere con sicurezza,  assieme a Martin Buber, Edward Said e Ilan Pappe e all&#8217;intera scuola dei  &#8216;nuovi storici&#8217; israeliani, è che il peccato originale dello Stato di  Israele è il suo carattere sionista. Il sionismo, grazie al sostegno  militare ed economico &#8211; tre miliardi di dollari all&#8217;anno &#8211; degli Stati  Uniti e all&#8217;omertà dell&#8217;Europa, ha fatto dello Stato di Israele una  sorta di &#8216;cuneo atlantico&#8217; nel cuore del Mediterraneo, ha lacerato la  continuità umana, politica e culturale della sua sponda orientale, ha  cancellato l&#8217;identità di un popolo mediterraneo, trasformandolo in una  massa di rifugiati, di epurati e di oppressi. Per questo la &#8216;questione  della Palestina&#8217; è una questione mediterranea e la soluzione non può  essere cercata se non nella direzione del &#8216;post-sionismo&#8217;. E questo non  può che significare, anzitutto, come auspicava Martin Buber, l&#8217;abbandono  del carattere etnocratico dello Stato israeliano, la sua piena  secolarizzazione e democratizzazione. E comporta, ancora con Buber,  l&#8217;abbandono dell&#8217;idea dei &#8216;due Stati per due popoli&#8217;, quello ebraico e  quello islamico, l&#8217;uno giustapposto all&#8217;altro. L&#8217;idea che oggi sia  ancora possibile la formazione di uno Stato palestinese è patetica  illusione o crudele impostura, nonostante il suo grande valore  simbolico, le giuste aspettative della maggioranza dei palestinesi e il  suo pieno fondamento nel diritto internazionale. Gli effetti della  discriminazione etnica sono ormai irreversibili: mai uno Stato  palestinese degno del nome sorgerà sulle rovine di Gaza e della  Cisgiordania. La sola prospettiva, altamente problematica ma senza  alternative, è quella di uno Stato israelo-palestinese &#8216;post-sionista&#8217;,  laico ed egualitario, che riconosca eguali diritti a tutti i suoi  cittadini.</p>
<p><strong>Alain de Benoist.</strong> In libri recenti, Târiq al-Bishrî e Hamadi  Redissi dimostrano benissimo come il contatto con l&#8217;Occidente abbia  prodotto nel mondo islamico un vero «trauma della modernità» (sadmat  al-hadatha). Fino alla metà degli anni 1960, le elite arabe e del  Vicino-Oriente avevano scommesso tutto sulla modernità forzata.  L&#8217;impresa è fallita e il fondamentalismo l&#8217;ha sostituita. Allo stesso  tempo, vediamo chiaramente che la critica alla modernità da parte dei  fondamentalisti contiene una fascinazione per essa che non si osa  esprimere apertamente. Sapendo che la «modernizzazione» è l&#8217;adozione  simultanea della società di mercato, dell&#8217;ideologia dei diritti umani,  dell&#8217;individualismo occidentale, della democrazia liberale e dello  «Stato di diritto», come vede i rapporti del Sud con la modernità? Cosa  pensa dell&#8217;atteggiamento di quelli che, giudicando la modernizzazione  una necessità, sostengono che il modello occidentale debba essere  esportato nel mondo arabo-musulmano?</p>
<p><strong>Danilo Zolo.</strong> Ci sono autori che identificano <em>tout court</em> i processi di globalizzazione con la diffusione della modernità  occidentale. Fra questi ci sono filosofi e sociologi europei, come  Jürgen Habermas, Ralf Dahrendorf, Antony Giddens, Ulrich Beck, per i  quali il problema cruciale del nostro tempo non è quello del dialogo e  del reciproco rispetto fra le diverse civiltà e culture del pianeta. Il  problema principale è l&#8217;unificazione del mondo attorno ai valori  dell&#8217;Occidente, assunti come universali o come universalizzabili. Ciò  che si trova oltre il cerchio della modernità occidentale è arretratezza  economica, oscurantismo, fanatismo, oppressione. In opposizione a  questo punto di vista, per quanto riguarda un possibile dialogo fra  l&#8217;Europa e la cultura islamica, centrale è il tema del rapporto fra  Islam e modernità. Va sottolineato anzitutto che questo rapporto ha  tormentato il mondo arabo-islamico sin dagli inizi dell&#8217;Ottocento, a  partire dalla vittoriosa spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto. La  dolorosa esperienza della &#8216;scoperta dell&#8217;altro&#8217; come potente e come  vincitore si è ripetuta più volte nel corso dell&#8217;era coloniale fra  Ottocento e Novecento e ancor di più nella seconda metà del secolo  scorso, a causa delle &#8216;umiliazioni&#8217; che l&#8217;Occidente, direttamente o  tramite lo Stato israeliano, ha inflitto al mondo arabo: anzitutto la  sconfitta subita nel 1949 da parte delle armate israeliane e, nel 1967,  la completa occupazione dei territori palestinesi a conclusione della  Guerra dei sei giorni; poi è intervenuto il trauma della guerra del  Golfo del 1991 &#8211; una sconfitta che Fatema Mernissi ha posto in  particolare rilievo -, e infine l&#8217;aggressione anglo-americana contro  l&#8217;Iraq del marzo 2003. Come hanno sostenuto Târiq al-Bishrî e Hamadi  Redissi, il &#8216;trauma della modernità&#8217; è una lesione che continua a  &#8216;destrutturare&#8217; e a lacerare il mondo islamico. È quella che Samir  Kassir, prima di essere assassinato, aveva chiamato &#8216;la sindrome del <em>malheur arabe</em>&#8216;,  l&#8217;infelicità degli arabi. Le aggressioni coloniali e postcoloniali che i  paesi arabi hanno subito, assieme all&#8217;oppressione politica ed economica  che ne è seguita, hanno introdotto una profonda &#8216;divisione&#8217; entro la  maggior parte delle istituzioni intellettuali, educative, politiche ed  economiche del mondo arabo. L&#8217;assoluta superiorità degli invasori, in  materia di scienza, tecnica, organizzazione politica e normazione  giuridica, ha costretto gli arabi a imparare dai loro nemici e a  seguirne le regole. Ciò li ha posti in una situazione paradossale:  resistere con tutti i mezzi alle potenze coloniali e nello stesso tempo  imitarle per tentare di dare efficacia alla resistenza e di  sconfiggerle. Questo ha aperto una profonda frattura nei valori di  riferimento della società islamica, divisa fra la fedeltà alla  tradizione coranica, da una parte, e la necessità, dall&#8217;altra, di  &#8216;apprendere dai nemici&#8217;, allontanandosi da quella tradizione. La  frattura ha generato una sorta di schizofrenia che non riguarda soltanto  i rapporti sociali all&#8217;interno del mondo arabo-islamico, ma che molto  spesso colpisce anche le coscienze individuali, tese fra due possibili  modelli di esperienza fra loro in larga misura incompatibili.</p>
<p><strong>Alain de Benoist.</strong> Nel vostro libro, Franco Cassano accenna  all&#8217;opposizione tra due tipi di uomini, che Arnold J. Toynbee descriveva  come «Erodiani» e «Zeloti». Gli Erodiani sono quelli che prendono  l&#8217;Altro come modello e che, sempiterni seguaci e collaboratori, si  mettono dalla parte del più forte. Sarebbero oggi gli atlantisti e gli  occidentofili. Gli Zeloti sono invece quelli che difendono la loro  identità ma in un modo convulso e contratto. Sarebbero oggi i  fondamentalisti musulmani. Si può spezzare questa dualità infernale?  Sfuggire alla dicotomia «Jihad vs. McWorld»? L&#8217;Occidente è capace,  secondo Lei, di combattere con efficacia il fondamentalismo islamico  senza perdere il suo proprio fondamentalismo che riduce qualsiasi  intreccio sociale alla logica di un mercato dove tutto nel mondo può  essere acquistato?</p>
<p><strong>Danilo Zolo.</strong> L&#8217;Occidente non può opporsi al fondamentalismo  islamico senza prima rinunciare al suo fondamentalismo, che è,  essenzialmente, il fondamentalismo del mercato, del profitto, della  produzione e del consumo, sostenuto con la forza del potere militare e  in dispregio del diritto internazionale. Se è così, la via della pace  nel Mediterraneo e nel Medio Oriente passa per la capacità della  &#8216;vecchia Europa&#8217; di recuperare i suoi valori originari, a cominciare  dalla riaffermazione del diritto e delle istituzioni internazionali e  della necessità del dialogo e della cooperazione con le altre culture e  civiltà, anzitutto con il mondo islamico e quello cinese-confuciano. E  la pace internazionale dipende, almeno in parte, dalla capacità  dell&#8217;Europa di svolgere una funzione di equilibrio strategico in un  mondo che tenta di liberarsi dall&#8217;unilateralismo imperiale degli Stati  Uniti e di darsi un assetto multipolare e policentrico. Si potrebbe  sostenere che l&#8217;ordine mondiale dipenderà dalla capacità dell&#8217;Europa di  essere &#8216;europea&#8217; e cioè sempre meno atlantica e sempre meno occidentale:  un&#8217;Europa orientata a svolgere un ruolo autonomo nel medio Oriente e  nell&#8217;Oriente asiatico. L&#8217;emergere di grandi potenze regionali come  l&#8217;India e la Cina rischia altrimenti di fare del Pacifico il nuovo  epicentro egemonico del mondo, emarginando ancora una volta l&#8217;Europa, il  Mediterraneo e i loro valori. La realizzazione di un mondo meno  spietato e violento passa dunque, molto probabilmente, (anche) per una  strategia euromediterranea che sia capace di fermare il progetto  imperiale &#8216;oceanico&#8217; e di aprire una breccia nella compattezza dello  schieramento manicheo che oggi divide il mondo: da una parte alcune  grandi potenze occidentali che si ritengono portatrici di valori  assoluti e legittimate a usare la violenza per tutelarli e diffonderli,  e, dall&#8217;altra parte, i paesi islamici dove le armate &#8216;cristiane&#8217; possono  impunemente fare strage di decine di migliaia di persone innocenti e  decidere l&#8217;impiccagione dei nemici aggrediti e sconfitti. Nella sua  attuale subordinazione atlantica l&#8217;Europa, dimentica delle sue radici  mediterranee, subisce una grave amputazione, che è all&#8217;origine della sua  incapacità autocritica, della sua debolezza identitaria, della sua  impotenza come attore politico internazionale. L&#8217;Europa è costretta a  pensarsi come &#8216;Vecchia Europa&#8217;, e cioè come una fase superata dello  sviluppo storico che ha portato all&#8217;affermazione della civiltà  occidentale. E in questa prospettiva, salvo la sua arretratezza politica  e militare, l&#8217;Europa tende a identificarsi con gli Stati Uniti e a  condividerne la peculiare concezione della modernità&#8217;, con al centro  l&#8217;individualismo estremo, la pulsione acquisitiva, la competizione,  l&#8217;efficienza produttiva e la crescita economica, con l&#8217;inevitabile  corollario della devastazione dell&#8217;ambiente.</p>
<p><strong>Alain de Benoist.</strong> Il vostro libro si chiama <em>L&#8217;alternativa mediterranea</em>.  In che senso (e rispetto a cosa) il Mediterraneo costituisce  un&#8217;alternativa nel mondo odierno? A quali condizioni essa si potrebbe  realizzare?</p>
<p><strong>Danilo Zolo.</strong> L&#8217;unità, l&#8217;originalità e la grandezza civile del  &#8216;pluriverso&#8217; mediterraneo sono un patrimonio storico e politico che oggi  rischia di essere cancellato, sopraffatto com&#8217;è da strategie  &#8216;oceaniche&#8217; &#8211; universalistiche e &#8216;monoteistiche&#8217; &#8211; che minacciano non  solo la convivenza fra i popoli mediterranei, ma anche l&#8217;ordine e la  pace internazionale. Per &#8216;alternativa mediterranea&#8217; si può dunque  intendere il tentativo di resistere, facendo leva su un recupero della  tradizione e dei valori mediterranei, alla deriva universalistica e  &#8216;monoteistica&#8217; che viene dall&#8217;Occidente estremo &#8211; gli Stati Uniti  d&#8217;America &#8211; e si abbatte con violenza sul vecchio mondo. L&#8221;alternativa&#8217;  è denunciare e contrastare il fondamentalismo neo-imperiale &#8211;  aggressivo e bellicista &#8211; che si propone di recidere ogni rapporto fra  le due rive del Mediterraneo, subordinando l&#8217;Europa allo spazio  atlantico e sottoponendo il mondo arabo-islamico ad una crescente  pressione politica, economica e militare. È il caso di aggiungere che  l&#8217;idea di una &#8216;alternativa mediterranea&#8217; che qui è stata tratteggiata si  ispira alla scuola di Algeri e alla lezione braudeliana non solo per il  rifiuto di ogni riferimento unilaterale e apologetico alla tradizione  romana e cristiano-cattolica, ma anche per la diffidenza &#8216;realista&#8217;  verso una visione nostalgica o romantica del Mediterraneo. La mitologia  dell&#8217;età dell&#8217;oro greco-romana finisce per applicare il paradigma  &#8216;orientalista&#8217; al Mediterraneo stesso, facendone un prezioso fossile  della protostoria occidentale, senza prospettive se non quelle del  piccolo cabotaggio turistico-commerciale. Predrag Matvejević non ha  torto quando insiste nel denunciare il passatismo retrospettivo di molta  letteratura mediterranea, che sembra riferirsi agli antichi splendori  imperiali &#8211; o alla dolcezza del clima, o ai paesaggi pittoreschi &#8211; come  alle sole possibili fonti della propria legittimazione intellettuale, e  non ha energie per concepire un progetto innovativo. L&#8221;alternativa  mediterranea&#8217; che viene qui proposta vorrebbe valorizzare, piuttosto, la  cultura del <em>limes</em>, dei molti Dei, delle molte lingue e delle  molte civiltà, del &#8216;mare fra le terre&#8217; estraneo alla dimensione monista,  cosmopolitica e &#8216;umanitaria&#8217; delle potenze oceaniche. Resta tuttavia  una condizione essenziale perché il progetto di revisione e di rilancio  della cooperazione mediterranea possa avere un minimo successo: è  necessaria un&#8217;incisiva trasformazione del rapporto fra il processo di  unificazione dell&#8217;Europa, la sua appartenenza all&#8217;emisfero occidentale e  le sue radici mediterranee. Oggi l&#8217;Europa, nella percezione diffusa  degli europei e non solo nella ideologia dei <em>neocon</em> statunitensi,  è la periferia sud-orientale dello spazio atlantico, mentre il centro è  saldamente ancorato alla Statua della libertà. L&#8217;Europa unita ha oggi  una popolazione che è più del doppio di quella statunitense ed è quattro  volte quella del Giappone. È la prima potenza commerciale del mondo e  il suo Prodotto interno lordo è pari a un quarto del Prodotto interno  lordo mondiale. Ma sul piano politico e militare l&#8217;Europa è inesistente:  è semplicemente la frontiera che separa l&#8217;emisfero occidentale  dall&#8217;oriente asiatico e dal mondo islamico. E l&#8217;Europa è sempre più in  ritardo sul quadrante di una storia contemporanea che l&#8217;energia  distruttiva e innovativa del &#8216;nuovo mondo&#8217; americano ha spinto verso una  mutazione continua. Ed è naturale che l&#8217;ideologia politica e militare  dell&#8221;atlantismo&#8217; continui a raccogliere forti consensi in Europa,  soprattutto nell&#8217;area anglosassone e nell&#8217;Est europeo, che hanno avuto  deboli interazioni con le culture fiorite sulle sponde del Mediterraneo,  quella arabo-islamica in particolare.</p>
<hr />
<p><a name="1" href="http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/med/benoist.htm#n1"></a></p>
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		<title>Una guerra globale &#8216;monoteistica&#8217; 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Feb 2007 06:37:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Zolo]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[La prima puntata di questa riflessione di Zolo è apparsa qui. (Ho proposto questa riflessione in occasione della manifestazione del 17 febbraio a Vicenza. A. I.) di Danilo Zolo 3. La guerra globale I due paragrafi che precedono &#8211; è il momento di svelarlo al lettore che ci abbia volenterosamente seguito sin qui &#8211; non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" id="image3317" alt=redtear5starsny1-haacke.gif src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/redtear5starsny1-haacke.thumbnail.gif" /><br />
<em>La prima puntata di questa riflessione di Zolo è apparsa <a href="http://">qui</a>. </em> <em>(Ho proposto questa riflessione in occasione della <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/08/per-una-riflessione-sulla-%e2%80%9cguerra-globale%e2%80%9d-degli-stati-uniti/#more-3275">manifestazione del 17 febbraio </a>a Vicenza. A. I.) </em><br />
di <strong>Danilo Zolo</strong></p>
<p><em>3. La guerra globale</em><br />
I due paragrafi che precedono &#8211; è il momento di svelarlo al lettore che ci abbia volenterosamente seguito sin qui &#8211; non sono che una lunga premessa della tesi centrale di questo saggio: nell&#8217;ultimo decennio del secolo scorso, dopo la fine della guerra fredda e il tramonto dell&#8217;ordine bipolare del mondo, sia il fenomeno della guerra, sia gli apparati retorici della sua giustificazione sono radicalmente cambiati. Questo cambiamento &#8211; è la seconda tesi, implicita, del presente saggio &#8211; può essere adeguatamente interpretato solo nel quadro dei processi di trasformazione economico-finanziaria, informatica, politica e giuridica che vanno sotto il nome di &#8216;globalizzazione&#8217;. La trasformazione della guerra e delle sue protesi ideologiche è stata accelerata, non &#8216;causata&#8217;, dall&#8217;attentato terroristico dell&#8217;11 settembre 2001, che ha portato alle guerre degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati contro l&#8217;Afghanistan e contro l&#8217;Iraq. In questa cornice analitica l&#8217;11 settembre presenta un rilievo marginale.<br />
<span id="more-3313"></span><br />
E&#8217; bene sottolinearlo perché recenti interpretazioni filosofico-politiche &#8211; penso ad esempio al libro di Carlo Galli, <em>La guerra globale </em>(15) &#8211; lo assumono invece come uno spartiacque cruciale, addirittura come il discrimine fra età moderna ed età globale. In questi ultimi anni, in altre parole, si è sviluppato un processo di transizione dalla &#8216;guerra moderna&#8217; alla &#8216;guerra globale&#8217;. Questa transizione non riguarda soltanto la morfologia della &#8216;nuova guerra&#8217;, e cioè la sua dimensione strategica e la sua potenzialità distruttiva, che hanno assunto entrambe una misura globale. Strettamente connessa è una vera e propria eversione del diritto internazionale moderno, e una regressione alle retoriche antiche di giustificazione della guerra, inclusi importanti elementi della dottrina &#8216;monoteistica&#8217; del <em>bellum justum</em> e del suo nocciolo teologico-sacrificale di ascendenza biblica: la &#8216;guerra santa&#8217; contro i barbari e gli infedeli. Queste retoriche sono diventate oggi, nel contesto della globalizzazione dei mezzi di comunicazione di massa, uno strumento bellico di eccezionale rilievo.</p>
<p>Per cogliere il senso profondo di questa trasformazione è necessaria una minima dilatazione analitica dell&#8217;arco temporale dell&#8217;ultimo decennio del Novecento. Occorre includervi la riflessione strategica che negli Stati Uniti ha fatto prontamente séguito alla conclusione della Guerra fredda e al crollo dell&#8217;impero sovietico. E&#8217; una riflessione nel corso della quale la superpotenza americana prende piena coscienza del fatto che ha vinto l&#8217;ultima guerra mondiale, e che si tratta della vittoria più importante di tutta la sua storia. Gli Stati Uniti sono ormai la sola superpotenza politica e militare del pianeta, in grado di presidiarlo con il suo potenziale bellico e le sue tecnologie informatiche in continuo sviluppo.</p>
<p>Quattro sono a mio parere le tappe fondamentali del processo di &#8216;mutazione globalistica&#8217; della guerra di cui occorre tenere conto, corrispondenti a quattro eventi bellici: la guerra del Golfo del 1991, la duplice guerra nei Balcani, svoltasi a più riprese dal 1991 al 1999, la guerra in Afghanistan iniziata nel 2001 e mai finita, la guerra contro l&#8217;Iraq, iniziata nel 2003 e anch&#8217;essa formalmente non conclusa. Si tratta di eventi bellici che si sono svolti tutti &#8211; la circostanza non può essere considerata casuale dal punto di vista geopolitico e geoeconomico &#8211; in un&#8217;area relativamente ristretta del pianeta, che include i Balcani, il Medio Oriente e l&#8217;Asia centromeridionale, dalle regioni caucasica e caspica sino ai confini occidentali dell&#8217;India e della Cina.</p>
<p>Alla nozione di &#8216;guerra moderna&#8217; assegno qui il duplice significato che ho sopra enunciato. La guerra moderna è, per un verso, una guerra fra Stati sovrani che accettano per via pattizia di sottoporre le proprie attività belliche a disciplina giuridica, dando vita al diritto internazionale di guerra nelle forme inizialmente previste dal <em>jus publicum europaeum</em> e accordando notevole rilievo alle attività diplomatiche. Per un altro verso la guerra moderna è la guerra che, in quanto uso unilaterale della forza militare da parte di uno Stato, viene bandita dal diritto internazionale. Essa viene sostituita dalla competenza di un organo sovranazionale &#8211; il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite &#8211; cui è attribuito il monopolio dell&#8217;uso della forza a garanzia della sicurezza collettiva, dell&#8217;ordine e della pace. La proscrizione della guerra come atto di aggressione (salvo l&#8217;uso della forza a puro scopo difensivo) e la sua &#8216;messa in forma&#8217; giuridica convivono di fatto in un regime di doppio registro normativo &#8211; che ricorda da vicino la giustapposizione canonica di <em>jus ad bellum</em> e <em>jus in bello</em> -, non privo di gravi incongruenze, come è emerso clamorosamente sia dall&#8217;attività del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia (16), sia dalla recente pretesa delle forze di occupazione angloamericane in Iraq di processare leader politici e militari iracheni per crimini di guerra.</p>
<p>All&#8217;espressione &#8216;guerra globale&#8217; attribuisco un significato complesso che non può che rinviare ad una teoria generale della &#8216;nuova guerra&#8217; nel contesto dei processi di integrazione globale oggi in corso: una teoria che è in gran parte ancora da scrivere. Per mio conto propongo, in chiave puramente congetturale, le seguenti determinazioni concettuali.</p>
<p><em>3.1. Globalismo geopolitico</em><br />
&#8216;Globale&#8217; la nuova guerra è anzitutto in senso <em>geopolitico</em>, trattandosi di un evento bellico despazializzato e senza limiti di tempo. La guerra antica, come abbiamo visto, era una guerra rigidamente ancorata ad uno spazio territoriale, anche a causa della scarsa mobilità dei suoi attori, ed aveva un inizio ed una fine temporalmente definiti. Anche la guerra moderna, pur con la sua notevole dilatazione geografica e temporale, resta una guerra nettamente riferita alla spazialità territoriale (che nelle due guerre mondiali tende a includere sempre più anche gli oceani e il cielo), poiché uno dei suoi obiettivi principali è la conquista di aree territoriali (statali) ben definite. E ben definiti sono i soggetti internazionali del conflitto, che sono sempre Stati nazionali sovrani, giuridicamente qualificati come tali e rappresentati dalle proprie autorità politico-militari e diplomatiche. La guerra viene formalmente dichiarata e la pace altrettanto formalmente sottoscritta entro un quadrante temporale trasparente e internazionalmente controllabile.</p>
<p>Al contrario, la guerra globale non è una guerra fra Stati sovrani. E&#8217; condotta all&#8217;insegna di una strategia che il suo attore principale &#8211; gli Stati Uniti d&#8217;America &#8211; orienta verso obiettivi universali come la sicurezza globale (<em>global security</em>) e l&#8217;ordine mondiale(<em>new world order</em>), e non verso la conquista di spazi territoriali da occupare stabilmente e annettere in qualche forma al proprio territorio. Nel caso dell&#8217;attacco della Nato contro la Repubblica Federale Jugoslava si assiste addirittura ad una &#8216;guerra dal cielo&#8217; nella quale gli attaccanti si servono di una rete di monitoraggio satellitare e di vero e proprio spionaggio informatico che fa da contrappunto elettronico della guerra. Essi possono così ignorare totalmente la dimensione territoriale, limitandosi a bombardamenti selettivi da una quota così elevata da evitare la minima perdita di vite umane (statunitensi).</p>
<p>Come mostrano documenti della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato, sin dal fondamentale <em>Defense Planning Guidance</em> del 1992 (17), l&#8217;interesse che viene perseguito con la forza delle armi è la stabilità dell&#8217;ordine mondiale in un quadro di accresciuta interdipendenza dei fattori internazionali, e di elevata vulnerabilità degli interessi dei paesi industriali. Si tratta di garantire agli Stati Uniti e ai loro alleati il libero e regolare accesso alle fonti energetiche, anzitutto al petrolio e al gas combustibile, l&#8217;approvvigionamento delle materie prime, la sicurezza dei traffici marittimi ed aerei e la stabilità dei mercati mondiali, in particolare di quelli finanziari, impedendo nello stesso tempo la proliferazione delle armi biologiche, chimiche e nucleari. Si tratta insomma di garantire lo sviluppo dei processi di globalizzazione in un quadro di elevata e crescente asimmetria politica ed economica delle relazioni internazionali. La stabilità globale deve essere garantita senza toccare i meccanismi di distribuzione mondiale della ricchezza che scavano un solco sempre più profondo fra i paesi ricchi e i paesi poveri.</p>
<p>In particolare dopo l&#8217;11 settembre la guerra globale non viene rivolta contro uno Stato o una alleanza militare fra Stati, e neppure contro un nemico precisamente individuato. A più riprese gli Stati Uniti individuano e minacciano una serie di nemici, in parte identificati con le organizzazioni (non statali) del <em>global terrorism</em>, in parte denunciati come appartenenti ad una lista di &#8216;Stati canaglia&#8217; (<em>rogue states</em>) &#8211; Somalia, Sudan, Libia, Siria, Iran, Corea del Nord, etc. &#8211; da considerare meritevoli di un attacco militare per ragioni insindacabili. Si tratta di Stati ai quali la massima potenza mondiale, sostituendosi all&#8217;intero complesso delle istituzioni internazionali, nega di fatto la sovranità o riconosce al più una sovranità residuale, da concedere o negare <em>ad libitum</em>. E&#8217; naturale che questo tipo di guerra globale non si esaurisca in un singolo evento bellico &#8211; con un inizio ed una fine nel tempo -, ma si sviluppi in un <em>continuum </em>di interventi militari destinati a durare indefinitamente nel tempo e in parte a sovrapporsi fra loro (come è il caso &#8211; siamo nel giugno 2003 &#8211; delle guerre parallele contro l&#8217;Afghanistan e contro l&#8217;Iraq, e delle simultanee minacce rivolte dagli Stati Uniti a paesi come l&#8217;Iran, la Siria e la Corea del Nord).</p>
<p>Globali in senso geopolitico sono le nuove guerre anche per l&#8217;entità delle devastazione ambientali, provocate dalla eccezionale quantità di esplosivo che viene usato, spesso altamente tossico e radioattivo.E&#8217; stato calcolato, ad esempio, che nel corso dei quarantadue giorni della Guerra del Golfo del 1991 è stata utilizzata una quantità di esplosivo superiore a quella impiegata dagli Alleati durante l&#8217;intera Seconda guerra mondiale. A giudizio degli esperti, le contaminazioni del terreno, dell&#8217;acqua, dell&#8217;aria, del mare e dell&#8217;alta atmosfera hanno provocato a livello planetario, anche a distanza di molti anni, migliaia di perdite di vite umane, di animali e di organismi vegetali (18).</p>
<p>E si può aggiungere infine che si tratta di &#8216;guerre globali&#8217; anche per ragioni legate alla globalizzazione informatica: sia per l&#8217;informazione televisiva che viene riversata su una platea planetaria facendo delle nuove guerre gli eventi in assoluto più &#8216;comunicati&#8217; nella storia umana; sia per la rete di monitoraggio satellitare, gestita esclusivamente da potenze anglofone, che in nome della guerra globale contro il terrorismo sorveglia dall&#8217;alta atmosfera &#8211; e in futuro sorveglierà dallo spazio extraterrestre &#8211; i comportamenti e le comunicazioni di tutti i cittadini del mondo attraverso la registrazione dei loro contatti elettronici e dei loro spostamenti, in particolare dei loro viaggi aerei. Dio, scrive la Bibbia, conta i capelli del nostro capo.</p>
<p><em>3.2. Globalismo sistemico</em><br />
In secondo luogo, la nuova guerra può essere detta &#8216;globale&#8217; in senso <em>sistemico</em>, e cioè come guerra egemonica. Questa nozione è stata elaborata da teorici delle relazioni internazionali &#8211; in particolare da William R. Thompson (19) &#8211; che si sono ispirati alla <em>General System Theory.</em> In questo senso &#8216;guerre globali&#8217; sono le guerre combattute per decidere chi assumerà la funzione di leadership entro il sistema mondiale delle relazioni internazionali, chi imporrà le regole sistemiche, chi avrà il potere di modellare politicamente i processi di allocazione delle risorse di ricchezza e di potere, e chi potrà far prevalere la propria visione del mondo, il proprio senso dell&#8217;ordine, il proprio Dio.</p>
<p>Per identificare senza possibilità di equivoci il carattere egemonico della nuova guerra è sufficiente scorrere alcuni dei documenti più recenti dell&#8217;amministrazione statunitense, in particolare il <em>Quadrennial Defense Review Report</em>, diffuso dal Dipartimento della Difesa il 30 settembre 2001. Il documento è stato reso pubblico qualche settimana dopo l&#8217;attentato alle Due Torri, ma, salvo alcune minime interpolazioni adattive, è il frutto di una lunga elaborazione precedente l&#8217;11 settembre. Nel documento si sostiene che gli Stati Uniti, in quanto <em>global power</em>, sono il solo paese in grado di &#8216;proiettare potenza&#8217; su scala mondiale. Essi hanno interessi, responsabilità e compiti globali e devono perciò estendere la propria influenza globale, rafforzando <em>l&#8217;America&#8217;s global leadership role</em>. E ciò sia per aumentare la propria sicurezza interna, sia per tutelare e promuovere i propri &#8216;interessi vitali&#8217; sul piano internazionale. In secondo luogo gli Stati Uniti devono mettere a punto una strategia globale che sfrutti i &#8216;vantaggi asimmetrici&#8217; (<em>asymmetric advantages</em>) di cui essi godono in termini nucleari, di intelligence e di controllo informatico del pianeta. La risposta al <em>global terrorism</em> deve essere impostata in termini militari in modo da fare delle forze armate statunitensi una <em>total force</em> (anche nucleare) che impedisca ai gruppi terroristici e ai <em>rogue States</em> l&#8217;uso di armi nucleari, chimiche o batteriologiche. In terzo luogo gli Stati Uniti devono rafforzare il loro sistema planetario di basi militari ed aumentarne il numero nelle &#8216;aree critiche&#8217; entro le quali si possono affermare potenze ostili agli Stati Uniti (<em>precluding hostile dominations of critical areas</em>). Queste aree sono i Balcani e in modo tutto particolare l&#8217;Asia: dal Medio Oriente all&#8217;Asia centrale, dal Golfo del Bengala al Mar del Giappone e alla Corea, lungo quello che il documento chiama <em>East Asian Littoral,</em> includendovi anche l&#8217;Asia del Sud-Est. Solo controllando militarmente queste aree &#8211; in particolare i paesi dell&#8217;area caucasica, caspica e transcaspica, come la Georgia, l&#8217;Azerbaijan, il Turkmenistan, l&#8217;Uzbekistan e il Tagikistan, oltre ovviamente all&#8217;Afghanistan e al Pakistan &#8211; gli Stati Uniti possono garantirsi il controllo delle risorse energetiche di cui questi paesi abbondano. Se necessario, si dovrà cambiare il regime di uno Stato avversario ed occuparne provvisoriamente il territorio finché gli obbiettivi strategici statunitensi non siano realizzati.</p>
<p>Per quanto riguarda in particolare il Medio Oriente l&#8217;obbiettivo principale della strategia statunitense è quello di &#8216;democratizzare&#8217; con la forza l&#8217;intera area, dall&#8217;Egitto alla penisola arabica, alla Giordania, alla Siria, all&#8217;Iraq e all&#8217;Iran. Quest&#8217;area, oltre ad essere uno dei più ricchi depositi di risorse energetiche del mondo, è una regione altamente instabile e il crogiolo del global terrorism. Al suo centro sta non solo il conflitto fra lo Stato di Israele e il popolo palestinese ma anche &#8211; sfida globale insostenibile &#8211; il fenomeno del terrorismo suicida, emblema del rifiuto dei valori occidentali e della resistenza del mondo islamico alla strategia egemonica degli Stati Uniti (20). Il recente progetto della <em>Road Map</em>, messo a punto dal governo Sharon e dalla amministrazione Bush, intende risolvere la questione palestinese in linea con la strategia della &#8216;democratizzazione&#8217; militare del Medio oriente e cioè proseguendo nell&#8217;opera di negazione &#8216;monoteistica&#8217; della &#8216;spazialità&#8217; territoriale e dell&#8217;identità del popolo palestinese e nella spietata repressione della sua resistenza.</p>
<p><em>3.3. Globalismo normativo</em><br />
In terzo luogo la nuova guerra è globale in un senso propriamente<em> normativo</em>, come guerra sovrana e illimitata perché sottratta sia alle norme dell&#8217;ordinamento internazionale, sia alle modalità procedurali previste dalle sue istituzioni. E&#8217; una guerra decisa da una autorità che si ritiene, per usare il lessico di Schmitt, fonte sovrana di un nuovo <em>Nomos </em>della terra in una situazione &#8211; la minaccia del global terrorism &#8211; di eccezione globale permanente. L&#8217;intera vicenda che ha visto gli Stati Uniti (e la Gran Bretagna) lungamente preparare e poi sferrare l&#8217;attacco contro l&#8217;Iraq è all&#8217;insegna di questo inedito decisionismo e globalismo normativo. Si è trattato infatti di una condotta bellica non solo illegale, ma radicalmente eversiva dell&#8217;ordinamento internazionale. E&#8217; una guerra che si propone di dar vita a un nuovo ordine mondiale &#8211; e a un nuovo diritto internazionale &#8211; che assuma l&#8217;amministrazione degli Stati Uniti come suprema istituzione e fonte normativa internazionale, al posto delle Nazioni Unite e di ogni altra analoga organizzazione.</p>
<p>Ancora una volta è un documento della Casa Bianca &#8211; il <em>National Security Strategy of the United States of America</em> del 17 settembre 2002 &#8211; a gettare luce su questa inedita prospettiva bellica. Le linee fondamentali del documento riaffermano il diritto dell&#8217;amministrazione degli Stati Uniti di qualificare alcuni Stati sovrani, al di fuori di qualunque procedura legale, come Stati da mettere ai margini della comunità internazionale e da fare oggetto di pressioni politiche, di minacce militari e di controlli coercitivi che mirino al loro disarmo. Le stesse Nazioni Unite vengono trattate non come un organismo sovranazionale e una assise universale, ma come una istituzione politicamente e militarmente subordinata alla amministrazione statunitense, da fare oggetto di sistematiche pressioni e porre di fronte a veri e propri Diktat militari: si annuncia apertamente che l&#8217;attacco all&#8217;Iraq verrà comunque deciso, anche senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza.</p>
<p>Ma il fulcro eversivo del documento è la rivendicazione del diritto degli Stati Uniti a ricorrere alla &#8216;guerra preventiva&#8217; contro ogni possibile nemico, in totale indipendenza da qualsiasi autorità del pianeta. E&#8217; appena il caso di sottolineare &#8211; lo abbiamo del resto ampiamente illustrato nel secondo paragrafo di questo saggio &#8211; come il divieto dell&#8217;uso unilaterale e preventivo della forza militare è il pilastro che sorregge l&#8217;intera struttura della Carta delle Nazioni Unite. La nozione di aggressione &#8211; e cioè della più grave violazione dell&#8217;ordine internazionale &#8211; coincide esattamente con l&#8217;uso preventivo e unilaterale della forza da parte di uno Stato. Questa nozione di aggressione è d&#8217;altra parte ciò che più nettamente distingue il diritto internazionale vigente dall&#8217;etica militare antica e medievale. Come abbiamo visto, sia la &#8216;guerra santa&#8217; israelitica, sia la &#8216;guerra giusta&#8217; cattolica legittimano l&#8217;uso preventivo della forza contro i nemici del popolo di Dio.</p>
<p><em>3.4. Globalismo monoteistico</em><br />
Infine, la nuova guerra è &#8216;globale&#8217; in un senso che si può dire <em>monoteistico</em>, anzitutto per il costante richiamo a valori universali da parte delle potenze (occidentali) che la promuovono: esse giustificano la guerra in nome non di interessi di parte o di obiettivi particolari, ma di un punto di vista superiore e imparziale e di valori che si ritengono condivisi o condivisibili dall&#8217;umanità intera. Il weberiano &#8216;politeismo&#8217; delle morali e delle fedi religiose è sistematicamente negato dai teorici della guerra globale. Essi contrappongono una visione monoteistica del mondo &#8211; in particolare quella biblica e fervidamente cristiana dell&#8217;attuale gruppo dirigente degli Stati Uniti, composto da metodisti, anabattisti, presbiteriani, episcopali e luterani -, al pluralismo dei valori e alla complessità del mondo. Dichiarando di combattere l&#8217;ideologia disumana e sanguinaria del terrorismo globale in realtà gli Stati Uniti respingono tutto ciò che si oppone all&#8217;egemonia del monoteismo occidentale e combattono in modo tutto particolare la cultura islamica che in questo momento tenta di resistere più di ogni altra al processo di occidentalizzazione del mondo al quale si riduce in larga parte ciò che chiamiamo &#8216;globalizzazione&#8217;. E&#8217; la guerra unilaterale delle forze del bene &#8211; secondo la retorica elementare di George Bush jr. &#8211; contro the <em>axis of evil</em>, l&#8221;asse del male&#8217;. E&#8217; la &#8216;guerra umanitaria&#8217; contro i nemici dell&#8217;umanità che negano l&#8217;universalità di valori come la libertà, la democrazia, i diritti dell&#8217;uomo e, naturalmente, l&#8217;economia di mercato.</p>
<p>L&#8217;uso della forza &#8211; qualunque sia il suo obiettivo egemonico, dichiarato o non dichiarato &#8211; viene giustificato in nome di una sorta di fondamentalismo umanitario che enfatizza il dovere dei paesi occidentali di tutelare i diritti dell&#8217;uomo in ogni angolo della terra, intervenendo se necessario con la forza delle armi. All&#8217;universalismo normativo dei diritti dell&#8217;uomo deve corrispondere l&#8217;universalismo della loro protezione militare, come ha recentemente sostenuto <strong>Michael Ignatieff </strong>(21). E questo comporta &#8211; il punto è decisivo &#8211; l&#8217;abbandono del vecchio principio vestfaliano della non interferenza negli affari interni degli altri Stati e la proclamazione di un principio opposto: il dovere degli Stati Uniti e delle potenze occidentali di intervenire con la forza tutte le volte in cui lo ritengano necessario per porre fine alla violazione di diritti fondamentali all&#8217;interno di uno Stato, se necessario abbattendone il regime politico. E&#8217; il monoteismo imperiale della &#8216;guerra umanitaria&#8217;, sostenuta dal classico assunto &#8216;cosmopolitico&#8217; del necessario declino del pluralismo delle sovranità nazionali e dell&#8217;emergere di un mondo globalizzato sotto la responsabilità e la guida di una sola iperpotenza.</p>
<p>E&#8217; una logica carica di insolubili aporie, a cominciare dal tema della compatibilità dell&#8217;uso della armi di sterminio &#8211; inclusi i sistemi d&#8217;arma illegali come i proiettili all&#8217;uranio impoverito, le <em>cluster bombs </em>e i quasi-nucleari <em>fuel-air explosives </em>&#8211; con la finalità della protezione dei diritti degli uomini. E&#8217; la questione, cioè, se in nome della (pretesa) tutela dei diritti individuali sia lecito sacrificare la vita, l&#8217;integrità fisica, i beni, gli affetti, i valori di (migliaia di) persone innocenti, come è avvenuto in particolare nella guerra per il Kosovo e come sta avvenendo sia in Afghanistan che in Iraq. Né può essere trascurata la questione di quale possa essere l&#8217;autorità neutrale e imparziale &#8211; l&#8217;autorità universalistica, come universalistici si pretende che siano i diritti dell&#8217;uomo -, investita della funzione morale, prima ancora che politica, di decidere il sacrificio di persone innocenti. Non si dovrebbe ignorare che la guerra è oggi un evento incommensurabile con le categorie universalistiche dell&#8217;etica e del diritto, poiché essa non ha altra funzione che quella di distruggere &#8211; senza proporzioni, senza discriminazione e senza misura &#8211; i diritti delle persone, prescindendo da una considerazione dei loro comportamenti responsabili. La guerra è in sostanza l&#8217;esecuzione di una pena capitale collettiva sulla base di una presunzione di responsabilità penale di tutti i cittadini di uno Stato. Opera dunque secondo una logica particolaristica e discriminatrice, del tutto incompatibile con le premesse del fondamentalismo umanitario.</p>
<p>Si tratta, infine, di giustificazioni della guerra che appaiono regressive rispetto all&#8217;intero impianto del diritto internazionale moderno, nel momento stesso in cui ripropongono &#8216;giuste cause&#8217; dell&#8217;uso della forza internazionale secondo la dottrina cattolica e imperiale del <em>bellum justum</em>. Ed è significativo che questa dottrina sia stata ripresa negli ultimi decenni del Novecento esclusivamente da autori statunitensi, in primis dal filosofo e militante sionista <strong>Michael Walzer</strong>, nel libro, di grande successo, <em>Just and Unjust Wars </em>(22). Walzer si è recentemente distinto per aver scritto e diffuso assieme a sessanta eminenti intellettuali statunitensi un documento, altamente intonato sul piano etico-teologico, in cui si proclama &#8216;guerra giusta&#8217; la guerra contro l&#8221;asse del male&#8217; dichiarata dall&#8217;amministrazione Bush contro il terrorismo. Ed è altrettanto significativo che nel suo libro Walzer sostenga che in casi di <em>supreme emergency</em>, quando ci si trovi di fronte a un pericolo &#8220;inusuale e orrendo&#8221; per il quale si provi una profonda ripugnanza morale perché rappresenta l'&#8221;incarnazione del male nel mondo&#8221; e &#8220;una minaccia radicale ai valori umani&#8221;, nessun limite di carattere etico e giuridico può essere rispettato da parte di chi ne sia minacciato. Qualunque mezzo di distruzione preventiva, anche il più terroristico e sanguinario, è moralmente lecito (23).</p>
<p>Universalismo imperiale, dottrina cattolica della &#8216;guerra giusta&#8217; e mistica biblica della &#8216;guerra santa&#8217; si sposano qui in una concezione discriminatrice dello spazio globale. Coloro che respingono l&#8217;egemonia dei valori occidentali, ricorrendo al terrorismo, sono i nuovi barbari e i nuovi infedeli: sono i nemici dell&#8217;umanità contro i quali una guerra terroristica di sterminio, inclusa l&#8217;abiezione del lager di Guantanamo, non può che essere approvata dal Dio occidentale. E questo Dio approverà, ovviamente, anche il ricorso alle armi nucleari &#8211; strategiche e tattiche &#8211; che in violazione del Trattato di non proliferazione gli Stati Uniti stanno perfezionando e producendo in quantità crescenti.</p>
<p><em>4. Conclusione</em><br />
Nel contesto dei processi di globalizzazione la logica della guerra sta nettamente prevalendo sulle aspettative della pace. Una potenza egemone è diventata l&#8217;alfiere della guerra e oggi minaccia apertamente persino il ricorso al suo potentissimo arsenale nucleare. Nel frattempo il diritto internazionale sta attraversando una crisi molto grave, che è nello stesso tempo causa e conseguenza della paralisi delle Nazioni Unite. Dalla fine del bipolarismo ad oggi gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali non solo hanno usato la forza militare in sistematica violazione del diritto internazionale, ma ne hanno esplicitamente contestato le funzioni in nome di un loro incondizionato jus ad bellum. In queste circostanze il riferimento interpretativo ad un modello premoderno di ordine mondiale &#8211; universalistico, monoteistico, imperiale &#8211; non sembra fuori luogo.</p>
<p>Se è così, siamo in presenza di una regressione che ci riporta, nel migliore dei casi, agli inizi del secolo scorso, alla situazione precedente allo scoppio delle due guerre mondiali, con il connesso pericolo di una sempre più diffuso ricorso all&#8217;uso della forza da parte delle potenze che dominano il mondo. Sta probabilmente per aprirsi un lungo ciclo di nuove guerre &#8211; di guerre globali &#8211; che né il diritto, né le istituzioni internazionali, nella situazione di crisi in cui oggi versano, potranno fermare o limitare nei loro effetti più distruttivi.</p>
<p>Sembra evidente che un sistema giuridico internazionale può esercitare effetti di ritualizzazione dell&#8217;uso della forza &#8211; sottomettendola a procedure predeterminate e a regole generali &#8211; solo a condizione che nessun soggetto dell&#8217;ordinamento possa, grazie alla sua potenza soverchiante, considerarsi ed essere considerato <em>legibus solutus</em>. Dunque, il primo compito dei pacifisti sembra oggi quello di combattere per un mondo multipolare e per un dialogo fra le civiltà del pianeta che consideri le differenze culturali e la complessità del mondo come una preziosa risorsa evolutiva e non come un ostacolo allo sviluppo e alla pace. La &#8216;lotta per il diritto&#8217;, e cioè l&#8217;impegno per un mondo meno violento e meno spietatamente diviso fra paesi ricchi e paesi poveri, si profila oggi anzitutto come una battaglia per il politeismo delle fedi, delle culture e delle civiltà.</p>
<p><em>Note</em><br />
15. Si veda C. Galli, La guerra globale, Roma-Bari, Laterza, 2002.<br />
16. Mi permetto di rinviare nuuovamente al mio Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, cit., pp. 134-63.<br />
17. Sul tema mi permetto di rinviare al mio Cosmopolis. Le prospettive del governo mondiale, Milano, Feltrinelli, 1955, in particolare al secondo capitolo.<br />
18. Cfr. T.M. Hawley, Against the Fires of Hell. The Environmental Disaster of the Gulf War, New York-San Diego-London, Harcourt Brace Jovanovich, 1992, p. 184.<br />
19. Si veda W. R. Thompson, On Global War: Historical-Structural Approaches to World Politics, Columbia (S.C.), University of South Carolina Press, 1988.<br />
20. In questo senso A.M. Dershowitz, Why Terrorism Works. Understanding the Threat, Responding to the Challenge, 2002, New Haven, Yale University Press, trad. it. Terrorismo, Roma, Carocci, 2003.<br />
21. Si veda M. Ignatieff, Human Rights as Politics and Idolatry, Princeton. Princeton University Press, 2001.<br />
22. Si veda M. Walzer, Just and Unjust Wars, New York, Basic Books, 1992, trad. it. della prima edizione (1977): Napoli, Liguori, 1990.<br />
23. Cfr. M. Walzer, Just and Unjust Wars, New York, Basic Books, 1992, trad. it. cit., pp. 329-51.</p>
<p><em>(Questo articolo del 2003 è tratto dal sito </em><em><a href="http://www.tsd.unifi.it/jg/it/index.htm">Jura Gentium</a></em>)</p>
<p>§</p>
<p><em>(Immagine di Hans Haacke)</em></p>
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		<title>Una &#8216;guerra globale&#8217; monoteistica (1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Feb 2007 08:50:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Zolo]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" id="image3295" alt=artwork_images_264_183552_hans-haacke.jpg src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/artwork_images_264_183552_hans-haacke.thumbnail.jpg" /><em>  (Nell&#8217;analisi della &#8220;guerra globale&#8221; statunitense sul piano del diritto internazionale, Zolo dedica due capitoli iniziali ad una definizione retrospettiva dello statuto della guerra nel mondo antico/medievale e in quello moderno. Nel prossimo post inseriro&#8217; l&#8217;analisi di Zolo che riguarda la situazione attuale, dal crollo del Muro di Berlino in poi.) (Ho proposto questa riflessione in occasione della <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/08/per-una-riflessione-sulla-%e2%80%9cguerra-globale%e2%80%9d-degli-stati-uniti/#more-3275">manifestazione del 17 febbraio </a>a Vicenza. A. I.)</em></p>
<p>di <strong>Danilo Zolo</strong></p>
<p><em>1. La guerra antica</em><br />
L&#8217;idea che la guerra possa essere non solo giusta ma &#8216;santa&#8217; &#8211; combattuta per eseguire la volontà di Dio, secondo la sua rivelazione e sotto la sua guida &#8211; è antica quanto lo sono le religioni monoteistiche del Mediterraneo. Sono celebri le pagine della Bibbia, in particolare del <em>Deuteronomio</em>, dalle quali emerge la dottrina della &#8216;guerra santa&#8217; &#8211; la &#8216;guerra santa obbligatoria&#8217; (milhemit mitzva) &#8211; come guerra di annientamento dei nemici del popolo di Dio.<br />
<span id="more-3294"></span><br />
La &#8216;guerra santa&#8217; non è una guerra come le altre, combattuta per interessi e obiettivi particolari: è una guerra &#8216;teologica&#8217; e &#8216;salvifica&#8217; e come tale non è sottoposta a limiti di carattere morale o giuridico. La sconfitta del nemico, la distruzione delle sue città, delle sue mandrie e dei suoi campi, lo sterminio della popolazione, nessuno escluso, la mutilazione dei cadaveri, sono gesti sacri che adempiono un disegno divino. Lo spargimento del sangue dei nemici è il sigillo sacrificale che, attraverso la mediazione di Mosé e di altri capi ebrei, lega Jehovah al suo popolo e viceversa (1).</p>
<p>La dottrina ebraica della &#8216;guerra santa&#8217;, come è noto, ha influenzato le teologie della guerra elaborate da cattolici, mussulmani e cristiani riformati, sino ai nostri giorni (2). Il monoteismo cattolico &#8211; da Agostino di Tagaste al <em>Decretum Gratiani</em>, a Tommaso d&#8217;Aquino, agli scolastici spagnoli come Francisco de Vitoria, Francisco Suárez e Juan Ginés de Sepúlveda &#8211; ha in parte accolto e in larga parte rielaborato in chiave moralistica l&#8217;idea vetero-israelitica della &#8216;guerra santa&#8217;. Ne è nata la dottrina del <em>bellum justum</em>, una dottrina che teologi e moralisti occidentali hanno riproposto per oltre un millennio e che il magistero della Chiesa romana ha costantemente confermato (anche in occasione della recente &#8216;guerra umanitaria&#8217; della Nato contro la Repubblica Federale Jugoslava (3)).</p>
<p>La &#8216;guerra giusta&#8217; non è una guerra direttamente voluta da Dio, una guerra che i fedeli conducono per obbedienza alla volontà divina. Più semplicemente, è una guerra lecita perché è condotta nel rispetto delle regole morali dettate dall&#8217;autorità religiosa. Messi bruscamente da parte i princìpi evangelici della mitezza e della carità, la teologia cattolica legittima lo spargimento del sangue. L&#8217;intenzione dichiarata è di autorizzare i cristiani a combattere le guerre giuste decise dalle legittime autorità politiche e, nello stesso tempo, di contribuire a limitare e addolcire la guerra, imponendo ai re cristiani di condurre solo guerre giustificate da buone ragioni e di combatterle con mezzi leciti.</p>
<p>La limitazione morale doveva riguardare anzitutto le &#8216;cause&#8217; che potevano giustificare l&#8217;inizio della guerra (il cosiddetto <em>jus ad bellum</em>): ad esempio la difesa contro un&#8217;aggressione o la riconquista di territori sottratti ingiustamente, o la punizione dell&#8217;aggressore. Inoltre, la guerra doveva essere voluta e decisa dall&#8217;autorità competente con &#8216;retta intenzione&#8217; ed avere finalità di pace. Anche la condotta delle ostilità doveva essere &#8216;giusta&#8217; (<em>jus in bello</em>). I militi cristiani erano tenuti a risparmiare la vita e i beni dei non combattenti e a rispettare un criterio di proporzione fra i giusti obiettivi della guerra e il sacrificio di vite umane che essa inevitabilmente comportava (4).</p>
<p>La dottrina del <em>bellum justum</em> come eredità cattolica della dottrina ebraica della &#8216;guerra santa&#8217; presenta tre aspetti fondamentali.<br />
1.1. Per un verso essa fa riferimento al modello empirico della &#8216;guerra antica&#8217;, un modello che è stato recentemente ricostruito da Franco Cardini (5). E&#8217; lo scontro diretto fra due eserciti che si affrontano su un campo di battaglia. E&#8217; una guerra terrestre, con rare eccezioni rappresentate da battaglie navali in prossimità della costa e mai in mare aperto o negli oceani. Lo scontro si svolge entro uno spazio geografico e demografico ben delimitato, dove è in gioco esclusivamente la vita dei combattenti che si sfidano &#8216;eroicamente&#8217; l&#8217;uno contro l&#8217;altro, talora rispettando precisi rituali cavallereschi. Il sussidio di protesi belliche è marginale rispetto alla forza fisica, al coraggio e all&#8217;abilità tattica (manca per molti secoli la polvere da sparo). Le distruzioni sono circoscritte entro l&#8217;area dello scontro, mentre la perdita di vite umane è limitata. Talora, soprattutto quando nel tardo medioevo verranno introdotte le milizie mercenarie, potrà accadere che una lunga battaglia si concluda senza alcuna vittima.</p>
<p>1.2. In secondo luogo la dottrina della &#8216;guerra giusta&#8217; rinvia al quadro politico-religioso della respublica christiana e suppone la presenza di una stabile <em>auctoritas spiritualis</em>, dotata di una potestà politica e giuridica tendenzialmente universale e universalmente riconosciuta come superiore a quella dei re e dei prìncipi cristiani: è l&#8217;autorità del capo della Chiesa cattolica romana. E&#8217; un&#8217;autorità monoteistica e &#8216;imperiale&#8217;, se è vero che al pontefice spetta anche la funzione di legittimare, consacrandolo, il potere temporale dell&#8217;Imperatore. E&#8217; chiaro, insomma, che la dottrina della &#8216;guerra giusta&#8217; comporta, come è manifesto già in Agostino, l&#8217;integrazione della Chiesa cattolica e del suo messaggio religioso entro le strutture temporali dell&#8217;Impero romano e, dopo la sua caduta, dei sistemi politici &#8216;universalistici&#8217; che gli sono succeduti nel corso del medioevo. Di più, come ha sottolineato Carl Schmitt (6), la dottrina del <em>bellum justum</em> non doveva soltanto limitare la guerra: doveva distinguere le guerre condotte fra cristiani, cioè fra avversari sottomessi all&#8217;autorità della Chiesa e dell&#8217;Imperatore, dalle &#8216;faide&#8217;. Queste erano le guerre fra i re e i popoli che si sottraevano ostinatamente all&#8217;autorità della Chiesa, come i turchi, gli arabi e gli ebrei.</p>
<p>1.3. Il terzo, fondamentale aspetto della dottrina della &#8216;guerra giusta&#8217; riguarda il fatto che le crociate e le guerre di missione, incoraggiate dai pontefici romani, erano <em>ipso jure</em> &#8216;guerre giuste&#8217;. Nell&#8217;immaginario cristiano queste guerre svolgevano una funzione analoga a quella delle guerre di conquista combattute dagli israeliti per ordine di Jehovah, il loro unico Dio. Erano giuste e sante indipendentemente dalla circostanza che fossero guerre di aggressione o di difesa, preventive o successive rispetto ad un eventuale attacco da parte degli infedeli saraceni. Simmetricamente, qualsiasi guerra condotta contro la cristianità era per definizione una guerra ingiusta. Oltre a ciò &#8211; e questo è un punto fondamentale &#8211; in una guerra condotta dalla cristianità contro gli infedeli, i nemici non potevano essere considerati <em>justi hostes</em>, nel senso che successivamente sarebbe stato definito dai fondatori del diritto pubblico europeo. Erano dei banditi o dei criminali, che potevano essere torturati e uccisi senza alcun rispetto di regole morali o giuridiche. Il versamento dello loro sangue non dispiaceva a Dio. In altre parole, all&#8217;interno della dottrina cattolica della &#8216;guerra giusta&#8217; &#8211; come entro la dottrina islamica della &#8216;grande jihad&#8217; &#8211; sopravvive il nocciolo della dottrina ebraica della &#8216;guerra santa&#8217;. Non a caso alla guerra contro i turchi, gli arabi e gli ebrei veniva dato l&#8217;appellativo di <em>bellum justissimum</em>, e talora anche quello di <em>bellum sacrum</em>.</p>
<p>Il permanere del nucleo ebraico della &#8216;guerra santa&#8217; nel cuore della dottrina cattolica della &#8216;guerra giusta&#8217; conferma una regolarità di lungo periodo che ha contraddistinto le relazioni fra i popoli nell&#8217;area mesopotamica, mediorientale, mediterranea ed europea. E&#8217; il carattere &#8216;spazialmente discriminatorio&#8217; dell&#8217;ordine internazionale: una discriminazione che convive senza problemi con l&#8217;ideale universalistico e umanitario &#8211; stoico, cristiano, illuministico &#8211; dell&#8217;unità morale dell&#8217;umanità e dell&#8217;eguale dignità dei suoi membri. (Questa idea, come è noto, verrà solennemente proclamata con la Dichiarazione universale dei diritti dell&#8217;uomo del 1948, a conclusione della seconda guerra mondiale). Dagli ordinamenti antichi allo <em>jus gentium</em> romano, al <em>sijar</em> islamico e alla dottrina cattolica del <em>bellum justum</em>, la disciplina giuridica dei rapporti fra i popoli &#8211; e la regolazione della guerra &#8211; è stata applicata soltanto entro lo spazio della &#8216;civiltà&#8217; (israelitica, greca, imperiale, cristiana, arabo-islamica, moderna, liberal-democratica, etc.), con l&#8217;esclusione rigorosa dei &#8216;barbari&#8217; (gentili, idolatri, infedeli, turchi, mori, neri, selvaggi, cannibali, pirati, etc.) (7). Si tratta di uno &#8216;spazio&#8217; ideologico che, in particolare nell&#8217;area mediterranea, si trascrive direttamente sul terreno geografico e politico-militare, disegnando confini invalicabili fra terra e terra, e fra terra e mare. I &#8216;barbari&#8217; e gli &#8216;infedeli&#8217; sono considerati estranei allo spazio della civiltà e del diritto, e perciò estranei al consorzio umano: la loro vita, i loro beni e le loro istituzioni non meritano alcuna tutela. L&#8217;universalismo umanitario, ribadito infinite volte in linea di principio, si arresta sul piano giuridico ai confini ideali del &#8216;monoteismo&#8217; &#8211; oggi potremmo dire &#8216;fondamentalismo&#8217; &#8211; di una religione o di una civiltà.</p>
<p>A questa regola di &#8216;discriminazione spaziale&#8217; non ha fatto eccezione la Seconda scolastica cattolica, incluso il tanto celebrato universalismo umanitario di Francisco de Vitoria. Lo sterminio di milioni di nativi americani nel corso della conquista del &#8216;nuovo mondo&#8217; è stato giustificato dai teologi cattolici o riproponendo, come fa de Sepúlveda, la dottrina aristotelica del carattere naturale della schiavitù (8) o, come fa Vitoria, qualificando come <em>justa causa belli </em>il diritto degli imperi iberici di diffondere la verità cattolica nel &#8216;nuovo spazio&#8217; americano (9).</p>
<p>Anche nel contesto della espansione coloniale europea, a cavallo fra Ottocento e Novecento, non sono mancati teologi cattolici che si sono impegnati a legittimare come &#8216;giuste&#8217; le guerre di aggressione contro i popoli &#8216;idolatri&#8217; e &#8216;incivili&#8217; degli altri continenti. Negli anni trenta del secolo scorso, ad esempio, &#8216;La civiltà cattolica&#8217;, organo autorevolissimo della Compagnia di Gesù, si distinse nel sostenere che il popolo etiope, incapace di un&#8217;adeguata coltivazione delle sue terre e dotato di scarso potenziale demografico, si era macchiato di una grave violazione del diritto naturale non avendo spontaneamente ceduto le sue terre al popolo italiano e avendolo così costretto ad usare la forza delle armi per affermare un proprio diritto di espansione (10)</p>
<p><em>2. La guerra moderna</em><br />
Soltanto con l&#8217;abbandono delle premesse etico-teologiche e universalistiche della dottrina del bellum justum si sarebbe affermato in Europa, a partire dal Seicento, il &#8216;diritto internazionale moderno, e cioè il diritto interstatale. La premessa di questa evoluzione sta nella rottura dell&#8217;unità monoteistica dell&#8217;Europa e nella nascita, a conclusione della Guerra dei Trent&#8217;anni, del sistema &#8216;vestfaliano&#8217; degli Stati moderni europei. Sulle ceneri dell&#8217;universalismo politico-spirituale della Chiesa romana e del Sacro Romano Impero, nasce il primo ordinamento internazionale veramente &#8216;moderno&#8217;. Esso si fonda sul pluralismo (&#8216;politeismo&#8217;) degli Stati nazionali, territoriali e sovrani. La &#8216;sovranità&#8217; dello Stato si esprime sia all&#8217;interno, come esclusiva potestà di comando da parte degli organi statali nei confronti dei cittadini, sia verso l&#8217;esterno, come assoluta indipendenza internazionale di tali organi (11).</p>
<p>Lo Stato si qualifica come <em>superiorem non reconoscens</em>, non attribuendo più alcuna autorità politica o giuridica a soggetti esterni al proprio ambito territoriale e normativo. Come è noto, questo modello è divenuto universale agli inizi del Novecento grazie all&#8217;espansione della comunità internazionale ed è rimasto sostanzialmente immutato sino alla conclusione della seconda guerra mondiale, subendo una profonda revisione soltanto con la Carta delle Nazioni Unite del 1945. Pur proclamando solennemente l'&#8221;eguale sovranità degli Stati&#8221; la Carta ha dato vita ad un organo come il Consiglio di Sicurezza che dispone di poteri sovranazionali molto ampi ed è egemonizzato &#8211; di diritto e non solo di fatto &#8211; dalle cinque potenze vincitrici del conflitto mondiale.<br />
Sotto un profilo giuridico il modello di Vestfalia, nella sua iniziale purezza, si caratterizza per il fatto che nessuna soggettività internazionale è riconosciuta a entità collettive diverse dagli Stati o ad essi superiori. Non esistono a livello internazionale né un legislatore né un governo che abbiano il potere di emanare norme e di applicarle con validità erga omnes. Fonte esclusiva del diritto internazionale è l&#8217;autorità sovrana degli Stati in quanto essi sottoscrivano trattati bilaterali o multilaterali o in quanto riconoscano la vigenza di norme consuetudinarie o di principi generali. Non è prevista alcuna giurisdizione obbligatoria che abbia il potere di accertare la violazione del diritto, né alcuna &#8216;polizia internazionale&#8217;. Oltre a ciò, il diritto internazionale non si occupa delle strutture politiche interne ai singoli Stati, né ha competenza a giudicare i comportamenti che le autorità statali tengono nei confronti dei loro cittadini. Nessuno Stato e nessuna organizzazione internazionale possono ingerirsi negli affari interni &#8211; la <em>domestic jurisdiction</em> &#8211; di uno Stato sovrano (12).</p>
<p>In questo quadro normativo radicalmente mutato rispetto all&#8217;ordine antico e medievale, il fenomeno della guerra e gli strumenti della sua legittimazione-limitazione cambiano profondamente. Dato ormai per scontato che, in assenza di un&#8217;autorità superiore e universale, ogni contendente è in grado di sostenere la legittimità etica e giuridica della propria guerra &#8211; <em>bellum utrimque justum</em> -, il diritto internazionale moderno abbandona il tema della &#8216;giustizia&#8217; della guerra. Si concentra invece sulla definizione di regole e di procedure formali per la disciplina delle condotte belliche. Ritualizzando l&#8217;uso delle forza si tenta di intervenire sugli effetti più distruttivi dei conflitti fra gli Stati. E come obbiettivo finale si disegna un sistema pattizio di sicurezza collettiva che, pur non rinunciando all&#8217;uso della forza a garanzia dell&#8217;ordine internazionale, metta al bando la guerra, intesa come ricorso &#8216;privato&#8217; all&#8217;uso della forza da parte di un singolo Stato.</p>
<p>Questo processo conosce due fasi nettamente distinte.<br />
2.1. In una prima fase, che si prolunga sino alla conclusione della prima guerra mondiale, agli Stati viene riconosciuta la titolarità di un proprio sovrano <em>jus ad bellum</em>. A questo fine ciascuno Stato europeo si considera e viene considerato persona moralis e quindi justus hostis, portatore di un diritto originario di ricorrere all&#8217;uso della forza, prescindendo dalle sue &#8216;cause&#8217;. Si afferma dunque il paradosso che il primo tentativo di limitare la guerra con strumenti propriamente giuridici &#8211; non più etici o religiosi &#8211; passa attraverso il riconoscimento, in testa ai soggetti dell&#8217;ordinamento internazionale, del diritto di usare la forza militare per l&#8217;affermazione dei propri interessi nazionali.</p>
<p>Nella transizione al regime statale e pluralistico del diritto internazionale moderno l&#8217;antica dottrina del <em>bellum justum</em> non scompare del tutto. Scompare il registro delle &#8216;giuste cause&#8217; della guerra, assieme all&#8217;arcaico dispositivo relativo alle intenzioni morali dei belligeranti. Cade l&#8217;idea moralistica e semplicistica (&#8216;monoteistica&#8217;) che sia sempre possibile, in presenza di un conflitto armato fra due contendenti, stabilire con argomenti etici universalmente validi chi sia nel giusto e chi nel torto. Alla perentorietà dei giudizi morali si sostituisce la flessibilità delle mediazioni diplomatiche. E scompare del tutto la motivazione &#8216;sacra&#8217; o &#8216;santa&#8217; della guerra, anche se non scompare affatto, come si è accennato, la &#8216;discriminazione spaziale&#8217; fra popoli &#8216;civili&#8217; e popoli &#8216;barbari&#8217;. Verso quest&#8217;ultimi le guerre &#8211; in particolare le guerre coloniali a cavallo fra Ottocento e Novecento &#8211; verranno condotte senza limiti e con ogni mezzo, incluso l&#8217;uso di armi chimiche, come l&#8217;iprite, che sarà l&#8217;Italia ad usare per prima in Africa orientale anche contro le popolazioni civili.</p>
<p>Ciò che invece rimane in vita e viene anzi largamente sviluppato, sia pure in una versione laicizzata e statalizzata, è il registro dello <em>jus in bello</em>. Come è noto, è stato in particolare Carl Schmitt a mettere in luce i pregi del sistema pluralistico dello <em>jus publicum europaeum</em>, per la sua natura di ordine giuridico internazionale impegnato a &#8216;mettere in forma&#8217; la guerra, pur senza pretendere di negarla e di bandirla giuridicamente. Anzi, a giudizio di Schmitt, il diritto di guerra europeo è efficace proprio perché non è velleitariamente orientato a negare giuridicamente la guerra o a condannarla sul piano morale (13). La guerra viene ritualizzata da una serie di procedure diplomatiche, come la dichiarazione di guerra e la pattuizione della pace. Viene formalmente riconosciuto, grazie all&#8217;abbandono dell&#8217;idea della possibile &#8216;giustizia&#8217; unilaterale della guerra, il diritto alla neutralità di Stati terzi, e quindi alla loro inviolabilità. E, soprattutto, vengono sottoscritti numerosi trattati bilaterali e multilaterali per la protezione delle vittime di guerra &#8211; i feriti, i prigionieri, i malati, i civili in generale &#8211; e per la messa al bando di armi ritenute inutilmente distruttive e pericolose, come, recentemente, le mine antiuomo.</p>
<p>Il problema del numero crescente delle vittime civili della guerra moderna &#8211; e quello della sproporzione fra i suoi obiettivi militari e l&#8217;ampiezza delle stragi e delle distruzioni &#8211; si fa sempre più rilevante. Le conseguenze umane e sociali della guerra si prolungano ben oltre il conflitto armato, in termini di mutilazioni permanenti, scomposizione della vita familiare, miseria, corruzione, violenza, odio, inquinamento ambientale. Il vecchio modello della guerra terrestre fra eserciti che si affrontano sul campo di battaglia è del tutto superato. La guerra fra Stati si estende al mare, agli oceani e al cielo, e fa uso di strumenti di distruzione di massa sempre più sofisticati e micidiali. Le vecchie norme dello <em>jus in bello</em> che impongono la discriminazione fra civili e combattenti e la proporzione fra i vantaggi e le devastazioni belliche risultano sempre meno applicate e applicabili.</p>
<p>2.2. In una seconda fase, che segue ai due conflitti mondiali e coincide con la creazione delle grandi istituzioni internazionali del secolo scorso &#8211; in primis la Società delle Nazioni e le Nazioni Unite -, la guerra moderna viene concepita come un illecito internazionale tout court. La tragedia della prima guerra mondiale, con i suoi milioni di morti e le sue immani devastazioni, provoca un drastico mutamento dello scenario giuridico mondiale. La guerra viene concepita, in particolare da giuristi statunitensi ed europei, come una radicale negazione del diritto, una negazione che il diritto internazionale deve a sua volta radicalmente negare. Alla fine, sotto l&#8217;influenza del wilsonismo politico e giuridico, la guerra moderna verrà addirittura qualificata come un crimine penale, di cui saranno ritenuti responsabili non solo gli Stati ma anche i singoli individui, implicitamente assunti a soggetti (passivi) del diritto internazionale. Scaturirà da questa idea la controversa esperienza dei Tribunali penali internazionali, dal Tribunale di Norimberga a quelli di Tokyo, dell&#8217;Aja e di Arusha (14). L&#8217;incriminazione, alla fine della prima guerra mondiale, del Kaiser Guglielmo II di Hohenzollern come criminale di guerra, perché responsabile di &#8220;oltraggio supremo alla morale internazionale e alla santità dei trattati&#8221;, è la prima, clamorosa espressione di questo nuovo orientamento. E il Patto Briand-Kellogg, del 1928, è la formale consacrazione di questa tendenza normativa che intende bandire la guerra dall&#8217;ordinamento giuridico internazionale (ma senza abrogare per questo l&#8217;apparato garantista del diritto bellico).</p>
<p>Infine, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, appena spenti i bagliori delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, la Carta delle Nazioni Unite definisce la guerra come un &#8216;flagello&#8217; (scourge) che la comunità internazionale deve impegnarsi a cancellare per sempre dalla storia umana. L&#8217;uso della forza sarà consentito solo al Consiglio di Sicurezza e soltanto a garanzia della pace e per la repressione delle sue violazioni da parte di eventuali aggressori. Nel dicembre 1946, per volontà dell&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i princìpi applicati dal Tribunale di Norimberga contro i criminali nazisti sono assunti a princìpi generali di diritto internazionale. Vengono così solennemente confermate le norme, presenti nella Carta, che qualificano come aggressione, indipendentemente da ogni possibile justa causa, l&#8217;uso (e la minaccia dell&#8217;uso) della forza militare da parte di uno Stato. Responsabile del crimine di aggressione è qualsiasi Stato che usi per primo la forza o minacci di usarla. E&#8217; prevista una sola eccezione, quella dell&#8217;art. 51 della Carta delle Nazioni Unite: è l&#8217;ipotesi che uno Stato sia costretto a resistere a un attacco militare in atto contro il suo territorio. In caso di self-defense lo Stato può usare legittimamente (ma solo provvisoriamente) la forza in attesa dell&#8217;intervento del Consiglio di Sicurezza.</p>
<p>(Questo articolo del 2003 è tratto dal sito <em><a href="http://www.tsd.unifi.it/jg/it/index.htm">Jura Gentium</a></em>)</p>
<p><strong>Note</strong><br />
1. Si veda D.J. Bederman, International Law in Antiquity, Cambridge, Cambridge University Press, 2001.<br />
2. Si veda: J.B. Elshtain (a cura di), Just War Theory, Oxford, Basil Blackwell, 1992; R.F. Peters, The Jihad in Classical and Modern Islam, Princeton, Princeton University Press, 1995; P. Partner, Il Dio degli eserciti. Islam e cristianesimo: le guerre sante, Einaudi, Torino 1997; J.T. Johnson, Holy War Idea. Western and Islamic Traditions, University Park (Pe), The Pennsylvania State University, 2001.<br />
3. Durante il &#8216;Giubileo dei militari&#8217; &#8211; celebrato in San Pietro, a Roma, nel corso del 2000 &#8211; il pontefice, con trasparente allusione alla guerra della Nato contro la Repubblica Federale Jugoslava, ha dichiarato che l&#8221;intervento umanitario&#8217; armato è lecito quando non ci siano altri mezzi per difendere i diritti umani.<br />
4. Si veda F.H. Russell, The Just War in the Middle Ages, Cambridge, Cambridge University Press, 1975; W.V. O&#8217;Brien, The Conduct of Just and Limited War, New York, Praeger, 1981.<br />
5. Si veda F. Cardini, Quell&#8217;antica festa crudele, Milano, Mondadori, 1997.<br />
6. Si veda C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Berlin, Duncker und Humblot, 1974, trad. it. Milano, Adelphi, 1991.<br />
7. Si veda C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, trad. it. cit.; P. Frezza, Ius gentium, &#8216;Revue Internationale Droits Antiquité&#8217; 2, 2, 1949 (Mélanges De Visscher, 1); M. Khadduri, The Islamic Law of Nations: Shaybani&#8217;s Siyar, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1966.<br />
8. Si veda J.G. de Sepúlveda, Democrates Secundus, sive de iustis belli causis apud Indos, (1545), ed. bilingue a cura di M. Menendez y Pelayo &#8216;Boletin de la Real Academia de la Historia&#8217;, Madrid 1892.<br />
9. Si veda F. de Vitoria, Relectio de Indis, (1538), testo critico di L. Pereña, ed. italiana a cura di A. Lamacchia, Bari, Levante, 1996.<br />
10. Si veda A. Messineo, Propagazione della civiltà ed espansione coloniale, &#8216;La civiltà cattolica&#8217;, 1936, 2; A. Messineo, Necessità di vita e diritto di espansione, ivi, 1936, 3.<br />
11. Mi permetto di rinviare al mio saggio Sovranità, ora in I signori della pace, Roma, Carocci, 1998.<br />
12. Cfr. A. Cassese, Il diritto internazionale nel mondo contemporaneo, Bologna, il Mulino, 1984.<br />
13. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, trad. it. cit., pp. 335-67.</p>
<p><em>(Immagine di Hans Haacke)</em></p>
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		<title>La pena di morte a Saddam pietra miliare dell&#8217;odio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jan 2007 21:31:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Danilo Zolo (Tra le cose più lucide e utili che sono state scritte sulla condanna a morte di Saddam Hussein, queste righe tratte da il manifesto del 29 dicembre 2006.) Il presidente degli Stati uniti ha dichiarato che l&#8217;impiccagione di Saddam Hussein sarà una «pietra miliare». Sarà un passo avanti decisivo sulla strada maestra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Danilo Zolo</strong></p>
<p><em>(Tra le cose più lucide e utili che sono state scritte sulla condanna a morte di Saddam Hussein, queste righe tratte da </em>il manifesto<em> del 29 dicembre 2006.)</em></p>
<p>Il presidente degli Stati uniti ha dichiarato che l&#8217;impiccagione di Saddam Hussein sarà una «pietra miliare». Sarà un passo avanti decisivo sulla strada maestra della giustizia, della libertà e della democrazia in Iraq. Si tratta di una impostura, non diversa dalle falsità con le quali George Bush ha motivato la guerra di aggressione all&#8217;Iraq nel 2003.<br />
<span id="more-3043"></span><br />
Quella guerra ha già provocato la strage di centinaia di migliaia di persone innocenti &#8211; più di 600 mila &#8211; e provoca ogni giorno altre centinaia di vittime. Quello che avrebbe dovuto essere l&#8217;alveo della democrazia nel mondo islamico &#8211; l&#8217;Iraq salvato dalle armate americane dal giogo di una spietata tirannia &#8211; è un lago di sangue. Su questo lago penderà il cadavere di Saddam Hussein: uno spettacolo esaltante per un ex- governatore del Texas che non ha mai concesso la grazia a un solo condannato a morte.</p>
<p>Si tratta di una impostura perché non è stato il popolo iracheno, né una legittima corte, nazionale o internazionale, a decidere la condanna a morte del rais. La sentenza è stata emessa da un Tribunale speciale, varato nel dicembre 2003 dalle forze anglo-americane occupanti. Sul piano formale, il potere che ha istituito quel tribunale è stato il Governo provvisorio dell&#8217;Iraq e cioè, di fatto, il governatore militare statunitense, Paul Bremer. Nessuno può pensare che il Governo provvisorio, che non aveva alcuna autorità legislativa e non disponeva di autonome fonti di finanziamento, sia stato il potere reale che ha varato il Tribunale.</p>
<p>E&#8217; stata dunque una potenza occupante, gli Stati uniti d&#8217;America, a volere l&#8217;istituzione di un tribunale speciale per sottoporre a processo gli esponenti del regime sconfitto. I giudici del tribunale sono stati in maggioranza designati dal Governo provvisorio, addestrati da esperti americani e sottoposti a stretto controllo politico. Anche lo Statuto del tribunale è stato redatto da giuristi statunitensi. E il potere che ha voluto, organizzato e finanziato il tribunale è stato un potere conquistato in una guerra di aggressione che ha violato sia la Carta delle Nazioni unite, sia il diritto internazionale generale. Le Convenzioni di Ginevra non attribuiscono certo ad una potenza occupante il potere di dar vita a tribunali penali per giudicare gli esponenti del regime deposto. Si è trattato dunque di un tribunale privo di legalità internazionale, di legittimità politica e di una minima autonomia.</p>
<p>Si deve aggiungere che il Tribunale speciale ha esercitato la sua giurisdizione sulla base di figure di reato &#8211; i crimini di guerra e i crimini contro l&#8217;umanità &#8211; che non erano previste dal diritto iracheno e che sono state introdotte nello Statuto solo per consentire l&#8217;incriminazione e la condanna a morte dell&#8217;ex-dittatore. Oltre a ciò, i diritti della difesa sono stati gravemente limitati ed è stato violato anche il principio nulla culpa sine judicio, che esige una rigorosa presunzione di innocenza a favore degli imputati. L&#8217;ex dittatore è tuttora tenuto prigioniero in un luogo segreto dalle milizie stastunitensi che lo hanno catturato e sottoposto a pesanti interrogatori, prossimi alla tortura.</p>
<p>In più, lo Statuto del Tribunale prevede che la corte possa pronunciarsi su una eventuale aggressione decisa dal regime ba&#8217;atista contro un paese arabo, ad esempio il Kuwait, ed esclude implicitamente la sua competenza a giudicare di crimini di aggressione commessi nei confronti di paesi non arabi. Questa disposizione è stata concepita dai redattori statunitensi dello Statuto per evitare che il tribunale indagasse sulla guerra di aggressione che l&#8217;Iraq aveva scatenato negli anni 1980-1988 contro l&#8217;Iran, paese di religione musulmana ma non arabo.</p>
<p>La ragione è molto semplice: gli Stati uniti hanno sostenuto sul piano economico, militare e diplomatico quell&#8217;aggressione, che ha causato non meno di 800 mila morti. Inoltre, essi sono stati di fatto complici di Saddam Hussein non denunciando alcuni gravissimi crimini commessi dalle truppe irachene: gli attacchi compiuti con l&#8217;uso di armi chimiche contro la popolazione iraniana. Si trattava dunque di impedire che la difesa di Saddam Hussein si avvalesse dell&#8217;argomento tu quoque, giuridicamente e politicamente imbarazzante per gli sponsors del Tribunale.</p>
<p>Gli Stati uniti hanno allestito un processo contro Saddam Hussein che radicalizza la logica della stigmatizzazione e della vendetta retributiva. L&#8217;anomia giuridica, il vuoto di potere legittimo e lo scatenamento della violenza provocati dalla guerra sono tali che la condanna a morte dell&#8217;ex-dittatore iracheno si riduce ad un uso propagandistico della giustizia che ha il solo scopo di disumanizzare l&#8217;immagine del nemico e di giustiziarlo per farsene un trofeo a dimostrazione della propria superiore moralità.<br />
Ma lo spargimento del sangue di Saddam Hussein non offrirà alcun contributo alla pacificazione e alla democratizzazione dell&#8217;Iraq. Sarà una «pietra miliare» lungo la via dell&#8217;odio, della violenza e del terrore che finirà per raggiungere anche chi ha spietatamente praticato la «giustizia dei vincitori».</p>
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