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	<title>Dario Coletti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Appunti per la costruzione di una mappa di superficie e di profondità del Sulcis Iglesiente (2/2)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/12/27/okeanos-hades-sulcis-dario-coletti-22/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Dec 2017 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Coletti]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni Postcart]]></category>
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					<description><![CDATA[ testo e foto di Dario Coletti   &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; La Sardegna è la seconda isola del Mediterraneo per estensione con un paesaggio costiero importante per dimensione, varietà e bellezza. Malgrado questo, il rapporto tra sardi e mare non è stato sempre facile e il mare, che in alcune [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="meta"> testo e foto di <strong>Dario Coletti</strong></div>
<p><strong> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-71811" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-300x298.jpg" alt="" width="300" height="298" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-300x298.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-768x762.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-1024x1016.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero.jpg 1611w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
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<p>La Sardegna è la seconda isola del Mediterraneo per estensione con un paesaggio costiero<span id="more-71084"></span> importante per dimensione, varietà e bellezza. Malgrado questo, il rapporto tra sardi e mare non è stato sempre facile e il mare, che in alcune culture è sinonimo di ricchezza e comunicazione, per gli abitanti dell’isola ha significato nel tempo mitologici disastri, incursioni e invasioni, barriera da superare alla ricerca di migliori condizioni di vita e metafora della distanza dalle proprie origini e quindi da se stessi. La gente di mare è un&#8217;umanità a parte per provenienza e per l&#8217;attitudine a confrontarsi tutti i giorni con l’orizzonte, abituata allo spazio infinito. La gente di mare che siano pescatori, marinai, portuali, vive all’aria aperta anche il tempo del lavoro. Ha la pelle abbronzata, segnata dal sole e seccata dal sale, sa individuare i punti cardinali e dal vento sa dirti come cambierà il tempo e se è il caso o no di uscire in mare.</p>
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<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-71812" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto-1024x802.jpg" alt="" width="720" height="564" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto-1024x802.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto-300x235.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto-768x601.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto.jpg 2042w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></strong></p>
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<p>La presenza di questi uomini e la morfologia del territorio rendono la costa un universo parallelo all’interno dell&#8217;isola. Uomini e ambiente si plasmano a vicenda e così a pochi chilometri dalle gallerie scavate nella roccia e dagli stabilimenti minerari è possibile scoprire antichi villaggi marinareschi con esperienze peculiari: Carloforte, Portoscuso, Sant’Antioco, Calasetta, Buggerru, Teulada sono luoghi con storia propria e attività particolari, antichissime. Storie di contaminazioni. Marinai provenienti da terre lontane si sono insediati in questo ambiente con le loro attività dando origine a particolari miscugli culturali. L’isola di San Pietro ad esempio, ha una storia particolare e costituisce assieme a Carloforte, che è il centro dell’isola, un&#8217; enclave genovese in territorio sardo. Una storia di colonizzazione, dominio, emigrazione il cui culmine è rappresentato dal ripopolamento dell’isola da parte di una comunità ligure proveniente dall’isola tunisina di Tabarka. Insediatisi in Sardegna per secoli, hanno sfruttato le risorse marine di quel pezzo di mare, adattando le loro attività tradizionali come la raccolta del corallo, la raccolta di sale e la pesca del tonno al nuovo habitat. Carloforte e Portoscuso sono gli ultimi centri a detenere e utilizzare le quote tonno in Italia oltre ad essere gli unici luoghi dove si pratica questa pesca con l’antico metodo della <em>mattanza</em>. Altra contaminazione, evidente anche dall’etimologia della parola (dallo spagnolo “<em>matar</em>”, uccidere), questa particolare forma di pesca è stata introdotta dagli spagnoli all’interno di un quadro di relazioni e di scambi tra dominazione e cooperazione. Il tonno era il cibo dei “conquistadores”, pescato a basso costo e facilmente trasportabile, si prestava alla conservazione ed essendo salato favoriva l&#8217;uso di alcolici durante il pasto, e un soldato ebbro era più feroce e temerario. Oggi, questa pesca, può diventare un incentivo per la ormai dissestata economia del territorio provata dalla chiusura di aziende importanti, in quanto elemento di fascino e attrazione per turisti di tutto il mondo.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-71813" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca-1024x803.jpg" alt="" width="720" height="565" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca-1024x803.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca-300x235.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca-768x602.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca.jpg 2040w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p>La costa è Mediterranea nella sua essenza più intima. Lo è sotto tutti i punti di vista: nella composizione sociale, nella struttura del territorio, nell’ambiente, nelle usanze, nelle contaminazioni. Il couscous a Carloforte o a Buggerru o Calasetta è pasto abituale ed elemento di contaminazione. Sant’Antioco è l’antica Sulci (da cui ha origine il nome di tutto il territorio), un concentrato di storia del mondo antico, con un&#8217;impressionante quantità e varietà di testimonianze archeologiche sparse all’interno del perimetro di quest’isola. Il suo paesaggio è incantevole, la costa piena di calette e piccole spiagge. Il santo che dà il nome a tutta l’isola proviene dalla Mauritania ed arriva in Sardegna attraverso il mare. In questi tempi di biblici esodi di popoli in stato di necessità, e di paure generate dall&#8217;ignoranza, il santo patrono di un’isola del mondo occidentale diventa un precursore dei contemporanei immigrati.<br />
A Sant’Antioco nasce Paolo, perito chimico in pensione che può usare la sua imbarcazione per raggiungere Tunisi agevolmente, più facilmente di come raggiungerebbe Sassari con un autoveicolo. Navigare è una passione che lo ha accompagnato in forme diverse per tutta la vita. Suo figlio Francesco tutte le mattine si imbarca per raggiungere l’istituto nautico di Carloforte dove studia per coltivare la sua ambizione.<br />
Chiara cittadina dell’isola dal cognome ebraico è maestra di <em>bisso</em>. L’arte della lavorazione di questo filamento originato dalla “<em>pinna nobilis</em>” le è stato tramandato dalla nonna, maestra prima di lei. Seguendo un percorso originale Chiara ha costruito un rapporto mistico con l’ambiente marino che circonda l’isola di Sant’Antioco. Il paesaggio che preferisce è quello che alle sei di mattina si rivela ai suoi occhi quando guarda il mare da Torre Canai. Una delle cose che le piace di più è immergersi per raccogliere la materia prima per preparare il suo filo dorato, e intrecciarlo seguendo il ritmo di una meditazione profonda, scandita dal suono delle onde che dolcemente lambiscono la costa. Ricostruendo con la sua pazienza un credo impregnato di religione e mitologia dove coesistono e sopravvivono miti pagani e biblici misti al più profondo sentimento ambientalista.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-71814" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza-1024x803.jpg" alt="" width="720" height="565" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza-1024x803.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza-300x235.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza-768x602.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza.jpg 2040w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p>Poco più giù di Sant’Antioco c’è Calasetta dove vive e lavora Giacomo. Lui è un pescatore che non ha voluto accontentarsi di passare la vita in un piccolo villaggio. Si è aperto al confronto con il mondo, con il mare, alla ricerca di nuovi stimoli, portando con sé la sua esperienza ma arricchendosi ogni volta dell’esperienza altrui, sempre con naturalezza e meraviglia. A cavallo tra contemporaneità e tradizione, ha chiesto e ottenuto il diritto alla gestione di una quota tonno, riconoscimento senza il quale è impossibile praticare la mattanza.<br />
La Mattanza è metafora di coesistenza, di modalità di insediamento, di vita in un territorio. Può essere considerata attività economica per gli imprenditori, impegno stagionale per le ciurme, festa di sangue, l’attesa del “villaggio” che vuole consumare il pesce pescato nelle sue acque. È  cultura. È un lavoro duro perché si svolge con ogni clima, per la dedizione di cui ha bisogno la rete con la sua precisa ingegneria. E&#8217; come un labirinto, che indirizza il pescato nella camera della morte da dove i tonni saranno issati a bordo appesi a ganci. La rete va calata, ancorata e, in attesa della raccolta, curata quotidianamente per ripulirla di pesci ammagliati, per correggere eventuali spostamenti causati dalle correnti marine. La figura centrale è il rais che è il capo della pesca e del suo vice. Queste due figure devono avere competenze, devono avere carisma, senso di responsabilità, cultura del lavoro. Nella ciurma, oltre ai pescatori, manovali, falegnami e disoccupati vengono ingaggiati come mano d’opera per il pesante lavoro di sollevamento dei tonni e di preparazione e smontaggio della rete.<br />
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<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-71815" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni-1024x683.jpg" alt="" width="720" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p><em>le fotografie di Dario Coletti, e i testi dello stesso fotografo che le accompagnano,  sono tratti dal volume bilingue (italiano e inglese) OKEANOS&amp;HADES, edito da PostCart (2011), 40 €; la prima parte di questi estratti si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/02/okeanos-hades-sulcis-dario-coletti-12/">qui </a></em></p>
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		<title>Appunti per la costruzione di una mappa di superficie e di profondità del Sulcis Iglesiente (1/2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Dec 2017 12:00:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[testo e foto di Dario Coletti &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Più di altri il territorio del Sulcis Iglesiente può essere visto come punto di incontro tra più universi, perché aggiunge ad una dimensione quotidiana, esplicita e ordinaria, che si sviluppa in superficie, una seconda dimensione: sotterranea, misteriosa, insondabile, conosciuta solo in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto di <strong>Dario Coletti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/soffitto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-71273" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/soffitto-300x232.jpg" alt="" width="300" height="232" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/soffitto-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/soffitto-768x593.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/soffitto-1024x791.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Più di altri il territorio del Sulcis Iglesiente può essere visto come punto di incontro tra più<span id="more-71082"></span> universi, perché aggiunge ad una dimensione quotidiana, esplicita e ordinaria, che si sviluppa in superficie, una seconda dimensione: sotterranea, misteriosa, insondabile, conosciuta solo in parte e da pochi. Tale dimensione interna, che si sviluppa nelle profondità della terra e del mare genera due mestieri antichi e complessi come il lavoro di miniera e la mattanza. Questa dualità ammantata di fascino, fra mistero e leggenda, è difficile da narrare. Per compiere responsabilmente questo compito oltre a vivere il territorio è necessario separare i fatti dalle idee, riportare le vicende con semplicità, guardare agli eventi senza pregiudizi. Bisogna avere presente la coscienza del proprio ruolo, conoscere la natura delle proprie ambizioni, mettere a disposizione le proprie osservazioni a chi è curioso dei fatti del mondo e non può essere presente, avere voglia di confrontarsi con il mondo reale e infine desiderare di concorrere alla crescita della società.</p>
<p>Il primo elemento affascinante che si nota all&#8217;inizio dell&#8217;esplorazione di questo territorio compreso tra Teulada e Montevecchio, è la sua capacità di mantenere saldo il rapporto con il mondo arcaico nel mentre che progredisce e di mantenere il suo ruolo di custode di una cultura originaria mentre si lascia contaminare da stimoli esterni. Il Sulcis Iglesiente è un sistema complesso governato da equilibri delicati che si stabiliscono tra sotto-organismi di diverso genere. Sono questi ultimi che con le loro azioni  determinano il benessere o il disordine di questa terra. Attraverso le ferite e le cicatrici visibili nel paesaggio si percepisce come vivo il potere distruttivo dell’uomo, ma anche le sue potenzialità lenitive e di guarigione. Tra queste montagne e il mare è possibile ritrovare gli elementi che caratterizzano il rapporto tra uomo e ambiente, ma per farlo è necessario lasciare spazio alle voci dei protagonisti, allenarsi ad ascoltare con la coscienza, ad osservare con l’istinto e avere il coraggio di riportare tanto più i silenzi che ciò che è esplicitamente dichiarato. È necessario seguire le suggestioni che il paesaggio  suggerisce per registrarne la profondità.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-71277" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi-1024x850.jpg" alt="" width="720" height="598" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi-1024x850.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi-300x249.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi-768x637.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi.jpg 1134w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p>È impossibile non ripensare a <em>Moby Dick</em> o a <em>i</em> <em>Malavoglia</em> quando si sale su un&#8217;imbarcazione per preparare pazientemente una pesca e poi praticarla, o a <em>Germinal</em> e a <em>il figlio di Bakunin</em> attraversando un villaggio minerario o percorrendo le lunghe gallerie del sottosuolo. Le ancore disposte in attesa di essere calate per le tonnare sembrano enormi carcasse di cetaceo, rapporti e proporzioni che l’uomo ha conosciuto all’inizio del suo cammino; l’attenzione e il silenzio del Rais riporta alle riflessioni del capitano Kurtz di conradiana memoria, e la precarietà del vivere da pescatore in balia di un elemento imprevedibile e bizzoso, alle vicende di Santiago il pescatore de <em>Il vecchio e il mare</em>. E così nella miniera ti sembra di essere catapultato in un girone dantesco quando il rumore delle macchine rompe il silenzio del sottosuolo e scatena caldo e polvere, che il sudore degli uomini trasforma in inquietanti maschere nere.</p>
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<p><strong>il sottosuolo</strong></p>
<p>La vita della miniera è dura. Basta solo bardarsi per scendere nei  pozzi per accorgersene. Lampade, elmetti, cinturoni e respiratori costituiscono allo stesso tempo peso, ingombro e fonte di salvezza. E lo scavo del minerale o del carbone, e gli sbalzi di temperatura, la durezza della fronte, il buio continuo rotto dai neon o dalle lampade dei minatori. E’ duro entrare con il buio, alla mattina presto, ed uscire dalla miniera dopo un turno di straordinario, che è ancora buio, entrando in una dimensione fatta di oscurità; è duro il ricordo di un incidente sul lavoro nel quale hai perso un compagno. E’ duro anche il paesaggio, e aspro. Da qualsiasi parte del territorio è possibile vedere una miniera. E così anche gli uomini e le donne diventano duri, le mascelle, gli zigomi, gli occhi sono duri. Anche se leggermente lucidi come in uno stato di febbrile dominazione dei sentimenti. Un sorriso di un minatore vale come un sentimento o un giuramento. Assume valore assoluto.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/lampade.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-71276" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/lampade-1024x791.jpg" alt="" width="720" height="556" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/lampade-1024x791.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/lampade-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/lampade-768x593.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p>Nella miniera metallifera, Il lavoro consiste nel praticare dei lunghi fori all’interno della montagna che poi vengono caricati con dell’esplosivo da far brillare. Nelle miniere di carbone  per scavare il fronte si utilizzano grandi macchinari che tagliano la parete friabile e trasportano il materiale su dei giganteschi nastri. Anche con tale scarna descrizione non è difficile immaginare a quali rischi è esposto chi lavora nel sottosuolo, e quali sentimenti di solidarietà e profonda amicizia possano instaurarsi tra i minatori durante un turno di lavoro, in un’atmosfera contraddittoria caratterizzata come è da luoghi polverosi e umidi, caldi e freddi, silenziosi e assordanti. La domenica i vecchi minatori affollano le piazze dei centri minerari, con indosso il vestito della festa e la dignità di chi si è sempre conquistato la vita con fatica. Sono dinamici monumenti alla memoria, che si spostano per piazze e vie della città. Testimoni pulsanti di una storia quotidiana che in più di un caso si è intrecciata con la grande Storia.</p>
<p>A Buggerru è usuale sentire i racconti dell’eccidio del 4 settembre del 1904, quando, durante uno sciopero dei minatori l’esercito aveva aperto il fuoco sui dimostranti. Quell’eccidio aveva dato origine al primo sciopero generale nazionale della storia del nostro paese. Questi anziani,  raccontano di vita e di morte, che basta ascoltarli per diventare più uomini e per misurare il peso di responsabilità ataviche. Le storie che narrano sono le storie della vita: le nascite, i grandi banchetti, i matrimoni, le feste, la morte, l’ultimo saluto tributato ad un amico scomparso, l’impegno. Tra loro puoi incontrare un poeta-minatore col suo volto antico, le orecchie grandi dei saggi, gli occhi profondi di chi può guardare con cognizione al passato e con fiducia al futuro, le sopracciglia folte e inarcate da guerriero. Le sue poesie parlano di buio e di mattine di primavera radiose, di individui che tendono la mano ad altri individui con lo scopo di portare dignità all’umanità intera.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cid_ii_1602c76e33354504.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-71820" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cid_ii_1602c76e33354504.jpg" alt="" width="640" height="427" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cid_ii_1602c76e33354504.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cid_ii_1602c76e33354504-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cid_ii_1602c76e33354504-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p>Tra le rovine di Ingurtosu ascoltando con gli occhi i racconti di un minatore di Bau puoi essere introdotto a storie di infanzia, di famiglia, di rispetto del padre. Anche quando i suoi occhi si posano sugli oggetti sparsi tra le rovine di questo recente passato, sembrano guardare oltre la linea dell’orizzonte, ad una società fatta di lavoro, di uomini giusti, di rispetto e di libertà. Allontanandoti dopo aver ascoltato i suoi racconti ti trovi a  camminare piano, in punta di piedi, per non disturbare il concerto di cuori, respiri, canti e maledizioni; avrai voglia di voltarti allora, e facendolo non vedrai niente se non fondamenta, muri diroccati, infissi marciti.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-71274" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-1024x1016.jpg" alt="" width="720" height="714" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-1024x1016.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-300x298.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-768x762.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore.jpg 1611w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p>A Bindua invece c’è un altro minatore, la sua figlioletta di un tempo è ormai una donna, gli occhi sorridono al ricordo di quando, durante l’occupazione dei pozzi del ’93, la minuscola bimba era riuscita a passare tra le sbarre che la dividevano dal babbo in rivolta. La commozione di un padre può costituire un elemento formativo importante, che riemerge dal profondo della coscienza davanti a un torto subito, rivelandosi come  potente strumento di riscossa.</p>
<p>I ricordi che ho raccolto formano questa gente straordinaria dall’apparente vita ordinaria. Muti, custodi del mistero.</p>
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<p><em>le fotografie di Dario Coletti, e i testi dello stesso fotografo che le accompagnano,  sono tratti dal volume bilingue (italiano e inglese) OKEANOS&amp;HADES, edito da PostCart (2011), 40 € </em></p>
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		<title>Moby Dick, storie di mare e resistenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2014 08:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[balena]]></category>
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					<description><![CDATA[testo e foto di Dario Coletti Sono in mare in prossimità di Porto Paglia, vicino Gonnesa, imbarcato su un vascello. È il dieci giugno 2010 e compio cinquantuno anni. Respiro profondamente. L’aria è fresca, il sole è tiepido, guardo l’orizzonte e sorrido. Guardo, respiro, sorrido. Sono esattamente dove ho voglia di stare con l’ambizione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto di <strong>Dario Coletti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-005/" rel="attachment wp-att-47284"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47284" alt="mare 005" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-300x300.jpg" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005.jpg 472w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Sono in mare in prossimità di Porto Paglia, vicino Gonnesa, imbarcato su un vascello. È il dieci giugno 2010 e compio cinquantuno anni. Respiro profondamente. L’aria è fresca, il sole è tiepido, guardo l’orizzonte e sorrido. Guardo, respiro, sorrido. Sono esattamente dove ho voglia di stare con l’ambizione di fare quello che mi piace, sono io che ho voluto e progettato questo momento. L’ho desiderato tutte le volte che ho attraversato il mare per raggiungere quest’isola o per tornare a casa, ogni volta accompagnato da un’emozione diversa, o spinto da obiettivi e speranze sempre nuovi. Il bello del navigare è che da quando ci si lascia alle spalle la costa, anche di pochi decine di metri, si comincia immediatamente a rievocare storie universali che anche se fantastiche diventano plausibili e ti riconciliano con le motivazioni dei viaggiatori leggendari: Ulisse, Achab, Santiago, il vecchio uomo di mare o il cambusiere Ransome. La distesa dell’azzurro e il ritmo delle onde mi guidano in un altro viaggio, più profondo, in un luogo dell’anima dove tutto si annulla e dov’è possibile riscoprire l’andamento del moto universale. Inizio il mio viaggio nel tempo. Se sono qui nel blu e se respiro avidamente è perché il mio corpo ha bisogno di ossigeno quanto la mia mente di pace.</p>
<p>Tempo: due anni prima. Luogo: una stanza di ospedale con circa quattordici letti. Il protagonista sono io in un doppio ruolo: un primo io è in sospensione magica, intento a osservare un secondo io seduto su una poltrona accanto a un letto disfatto. Delle due presenze, la prima si manifesta come un flusso di energia trasparente, antropomorfa, la seconda ha una consistenza materiale, non sembrano dialogare tra di loro; c’è molta luce ed è tutto bianco in questa camerata. Gli altri abitanti di questo luogo si muovono dentro ai loro letti, lo fanno lentamente, sembrano immersi in un tempo che si chiama attesa. L’io seduto, quello ferito, legge un libro. Sembra che la lettura riesca a placare il dolore, quanto quel liquido trasparente che attraversando un congegno idraulico scorre nel suo sangue. Effettivamente sembra che le avventure dei balenieri riescano a portare la mente dell’io seduto fuori del corpo, a sospingerlo su ignote rotte alla ricerca di verità. A un tratto l’io seduto guarda verso il luogo dell’io sospeso ancora intento a osservare. Quando i due sguardi s’incontrano, una forza prepotente sembra attrarre l’ombra verso il corpo, l’aria verso la terra, fino a farli corrispondere, fino alla fusione. C’è una smorfia sul viso dell’io unificato, mentre nella coscienza affiora la promessa d’intraprendere, se salvo e appena possibile, la vita del mare, sia pur per breve tempo, sia pur solo per fotografare. È questo il pensiero che balugina nella mente dell’io unificato; luccica come il dorso argenteo di questi pesci stesi sul ponte del vascello al sole.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-13/" rel="attachment wp-att-47285"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47285" alt="mare 13" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13.jpg" width="472" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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<p>Riemergo dal passato e mi trovo in un’agitazione fatta di movimenti sincronizzati, urla e comandi, un caos che confluisce in un clamore unico, un boato che mi risveglia e ritorno di nuovo pienamente cosciente. In mare. Sapientemente, rispondendo agli ordini di un capo giovane dagli antichi saperi, uomini di mare ritmano il destino di un centinaio di tonni incanalati nelle reti. I tonnarotti a ritmo tirano le funi e chiudono definitivamente ogni via d’uscita a questo banco di tonni, escludendo qualsiasi spazio alla speranza. Urla ritmate e movimenti sincronizzati che caratterizzano l’azione sulla superficie del mare si contrappongono sotto il pelo dell’acqua a disperazione e disordine. Le pinne cominciano ad affiorare, il quadrato di mare che si stringe nella schiuma, emergono dorsi argentati; annaspando pesci di cento, duecento chili tentano di sfondare il perimetro di questa gabbia mortale. Cerco con gli occhi il vecchio rais siciliano dagli occhi chiari di normanno. È sul ponte della barca, lo colgo mentre scruta quel quadrato di mare agitato. L’aspetto è fermo ed eccitato, deciso e compassionevole. Sembra un giovane di 70 anni, consapevole del suo ruolo. Mi appare come un antico cerimoniere. Quando la camera della morte è chiusa, per un attimo tutto si ferma, i tonnarotti stanno immobili ai bordi delle imbarcazioni con rampini e ganci pronti alla raccolta. È un momento solenne che sa di preghiera, di richiesta di perdono per l’eccidio previsto e immanente. Un grido rompe quest’atmosfera, seguito da un clamore di voci. Comincia la mattanza. Le reti affiorano e i primi tonni vengono issati sul ponte. Si dimenano in un ultimo desiderio di vita. A breve tutto è sangue, il mare si colora di rosso, il ponte della barca e tutti noi siamo imbrattati di sostanza vitale.</p>
<p>Gli uomini scattano a un ritmo che ricorda la catena di montaggio: affondano ganci e funi nella vasca e tirano su enormi pesci. C’è eccitazione, esaltata dal clamore delle code che sbattono sulla superficie dell’acqua e sulle murate delle imbarcazioni e dal rosso del sangue che dilaga. Emergendo dal caos infernale che domina la scena, mi appare, come in un sogno, un tonnarotto: è saldamente ancorato sulla murata della nave e aggancia pesci medi e li trascina sulla barca. È la storia di un passaggio, un distacco dal proprio ambiente vitale, inteso come smarrimento, stupore per tutti, per il carnefice e la vittima. È qui che tutti comprendiamo il dolore.</p>
<p>A ogni arrivo, per suggellare la fine della storia, il vice rais affonda il coltello sotto la pinna del tonno a cercarne il cuore. Qualcuno s’immerge nel mare e nel sangue per far durare il meno possibile questa mattanza. L’eccitazione del sangue pervade i sensi, l’istinto è quello di gettarsi in acque limpide per purificarsi, e poi tornare verso la terraferma, pulito dal sangue degli animali sacrificati. Il pensiero è una via d’uscita per allontanarsi dal rumore della morte, per tornare alla normalità del calore del proprio focolare al buon vino bevuto al bar con gli amici di sempre. L’imperativo è allontanare il pensiero della morte.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-76/" rel="attachment wp-att-47286"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47286" alt="mare 76" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76.jpg" width="472" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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<p>Non è ancora il rosso e non è più il blu che comanda il pensiero dell’uomo seduto con il libro sulle gambe e gli occhi chiusi. Ora è il bianco della schiuma marina, dei ventri di questi pesci ammassa- ti nelle stive del vascello. È ancora il bianco della balena, simbolo dell’irrefrenabile istinto di libertà, indomito, che diventa vendicati- vo e terribile al solo pensiero di subire limitazioni. È il bianco del mistero che, quando diventa assoluto, quando ci circonda in ogni parte del nostro essere, quand’è fuori e dentro di noi, ci riporta all’immagine del mare bianco, immerso in un’immota nebbia che inghiotte Gordon Pym nel suo ultimo misterioso viaggio.</p>
<p>Ora nello stanzone è sera, l’uomo unificato è nel letto, poggiato su cuscini che lo tengono eretto, il capo all’indietro, gli occhi chiusi, e nella mente oscurata da questo buio cercato si affaccia una frase che sa d’incoscienza: io sono la balena bianca, indomita, se vuoi prendermi morte, fallo, ma non chiedermi il permesso.</p>
<p>Dopo la battaglia, durante il rientro, l’orizzonte blu ci accompa- gna discreto, ipnotico, catartico, conclusivo. Lo osservo, senza mai abbassare lo sguardo, per tutto il tragitto.</p>
<p>Al largo di Portoscuso, 10 giugno 2007</p>
<p><em>[Dario Coletti è fotografo professionista e coordinatore del Dipartimento di Fotogiornalismo dell’ISFCI a Roma. Il testo e le foto sono tratte da: “Il fotografo e lo sciamano, dialoghi da un metro all&#8217;infinito”, Edizioni Postcart, Roma, 2013]</em></p>
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