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	<title>davide orecchio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Roma 1970</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Dec 2019 07:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Avresti perso perché amavi la casa? Non si combatte il fascismo con la domesticità. Ma non sapevi fermare il tuo diventare borghese, che avanzava ogni anno come una malattia, come il tempo. Quindi anche questo era accaduto a te e al tuo partito, che col tempo non vi proletarizzavate, la profezia era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<h3><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-81542 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Monte-Mario-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Monte-Mario-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Monte-Mario-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Monte-Mario-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Monte-Mario-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Monte-Mario-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Monte-Mario-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Monte-Mario-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Monte-Mario.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Avresti perso perché amavi la casa? Non si combatte il fascismo con la domesticità. Ma non sapevi fermare il tuo diventare borghese, che avanzava ogni anno come una malattia, come il tempo. Quindi anche questo era accaduto a te e al tuo partito, che col tempo non vi proletarizzavate, la profezia era smentita, siete andati nella direzione contraria, verso la proprietà delle cose. Ma gli operai di occidente cosa desiderano? Restare proletari oppure la proprietà delle cose? Te lo chiedevi nell’appartamento di Monte Mario, acquistato col prestito dell’ente giornalisti italiani. Nel quartiere della Balduina. Un piccolo regno di vecchi e nuovi fascisti. Qui i laterizi erano cresciuti sul monte come l’acne sul volto di un adolescente. Avevano colori sbiaditi dall’ocra all’avorio, e forme quadrate di geometria povera (di spirito). Ma ti adattavi alla vita e restavi comodo in questo cemento. All’ultimo piano della palazzina di edilizia cooperativa. Con l’ascensore. Col televisore Brionvega in soggiorno. Con lavatrice e lavastoviglie prese a rate dal fornitore compagno. Con lo studio e il terrazzo. Col bagno e il bagnetto.</h3>
<h3>Avevi la moquette rossa e il parquet (nella stanza da letto). I termosifoni di ghisa scaldavano poco, ma le pareti si annerivano del loro calore. Gli infissi di legno e le finestre di vetro magro non riparavano dal freddo d’inverno. Ma in primavera curavi la vite americana e l’alloro, il gelsomino e il limone. Hai preso due gatti e gli hai costruito una casa di lamiera in terrazzo. I due certosini si accoppiano e figliano. Sono prolifici. Erano i tuoi proletari. Sistemavi la prole presso colleghi e compagni. Non lasci orfani. Non abbandoni gattini.</h3>
<h3>Non pensavi troppo alla rivoluzione, a meno che tu non fossi in vena di storie fantastiche. Ogni tanto ti tornava la vena di storie fantastiche. Tra un racconto di James e uno di Poe, tra uno scritto di Lenin e uno di Gramsci. Avevi riempito la casa di libri. Con le tue sigarette ustionavi dappertutto i ripiani: venivano le macchie piccole nere come polpastrelli di carbone con la pancia all’insù, create dai mozziconi che scordavi sugli scaffali. Anche la poltrona comoda davanti al televisore ogni tanto sui braccioli si brucia. La usavi come luogo di meditazione. O forse di assenza. Fumi, bevi il tuo whisky a buon mercato allungato con l’acqua. Dimenticavi l’incandescenza e la cenere. Pensavi. Ma non so a cosa pensi. Forse a tuo figlio e a tua moglie in Sicilia. Forse alla vita che era arrivata a metà. Forse pensavi al partito comunista italiano. Forse pensavi al fascismo che torna.</h3>
<h3>Hai il conto aperto dal macellaio. Ordini la carne tritata per cuocerti le polpette e l’hamburger. Prepari anche le fettine panate, ammollate due volte nell’uovo e nel pane grattato. Lo stipendio era buono perché serviva solo per te. Non hai la patente. Esci e aspetti un autobus verde, che poi cavalcherà la discesa del viale sinuoso che abiti, fino a piazzale degli Eroi, fino al centro. È un viale interminabile e ripido. È l’arteria e la vena del monte. Ma quello che preferisci è il tassì, che ti porta in fretta alla redazione di via dei Taurini, tra l’università e San Lorenzo, dove il giornale s’è spostato da più di dieci anni. Anche il sabato sera prendi il tassì. Uscivi a cena con F.C. Come due scapoli, come due innamorati. F.C. non ha più la voce per via di un tumore alla gola. Ma non ha perso la voglia di cenare con te. A piazza Farnese, al ristorante La Carbonara. Coi supplì, con la cacio e pepe, col filetto al sangue.</h3>
<h3>Hai detto al diario: mangio troppi supplì e ho paura. Hai detto al diario che Roma «è sovraffollata per l’esodo di tutti i meridionali». Hai detto che ci sono i lumpen: «ex braccianti e contadini poveri sono passati all’edilizia col boom: questa è l’unica classe operaia». Hai detto al diario: «poi ci sono gli artigiani e i bottegai», poi «c’è l’enorme burocrazia parassitaria». Un milione di persone abita «in grotte, baracche e case malsane. Poi c’è l’enorme legione dei pendolari burini». Hai detto al diario che non si trovano soldi per «acqua, fognature, impianti di depurazione, ambulatori, ospedali, asili nido, scuole, impianti sportivi». Ma nascono case su case «e i romani si comprano l’auto. Centoventisei mila macchine nuove nel sessantanove. Ma ne esistevano già ottocento sessanta mila. In cambio: mortalità infantile paurosa nelle borgate». Hai detto al diario: «in Italia esistono tre milioni di bambini subnormali». Cosa intendevi con “subnormali”? Denutriti, non allattati, non curati, analfabeti? Hai detto al diario che Roma fa schifo. Potresti tornare in Sicilia da V. e M.? Non puoi. E non potrai più nella vita. Devi accontentarti di Roma.</h3>
<h3>Avresti perso perché avevi paura? Sognavi atti fascisti. Immaginavi il ritorno di Mussolini. Lui era morto ma le sue parole rientravano. In libreria hai trovato un volume pieno delle sue regole: “Citazioni. Manuale delle guardie nere”. Mussolini tornava a parlare. Hai letto: “per i fascisti la violenza non è un capriccio, è un deliberato proposito”. Hai letto che è “una necessità chirurgica”. Hai letto: “per me la violenza è profondamente morale, più morale del compromesso, della transazione”. “Per me”, per Mussolini, la sua voce di nuovo: la riconosceresti anche se si camuffasse nella voce di Gandhi. È lui. Indelebile. Nella tua coscienza. Ancora nei libri e nelle vetrine. “Per me, un deliberato proposito, la violenza è morale”. Per questo avevi paura e ti chiudevi nel letto. Mettevi le calze di lana. Vedevi le bombe e il macello. E ti accontentavi di Roma.</h3>
<p>(<em>da un lavoro in corso</em>)</p>
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		<title>«Quando la Fiat parlava argentino». Storia di operai senza eroi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Dec 2019 13:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[camillo robertini]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura argentina]]></category>
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		<category><![CDATA[quando la fiat parlava argentino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Chiunque conosca la storia dell’Argentina sa che le categorie novecentesche di interpretazione ed esposizione “cartesiana” delle forze sociali e politiche (destra/sinistra, classi, partiti di rappresentanza) sono di difficile applicazione al Paese del Cono Sud. E chiunque nutra passione o interesse per la storia dell’Argentina farebbe bene a leggere il libro di Camillo [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-81699" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.png" alt="" width="800" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.png 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-300x197.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-768x504.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-250x164.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-200x131.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-160x105.png 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Chiunque conosca la storia dell’Argentina sa che le categorie novecentesche di interpretazione ed esposizione “cartesiana” delle forze sociali e politiche (destra/sinistra, classi, partiti di rappresentanza) sono di difficile applicazione al Paese del Cono Sud. E chiunque nutra passione o interesse per la storia dell’Argentina farebbe bene a leggere il libro di <strong>Camillo Robertini</strong>, <a href="https://www.mondadorieducation.it/catalogo/quando-la-fiat-parlava-argentino-0061116/" target="_blank" rel="noopener"><em>Quando la Fiat parlava argentino. Una fabbrica italiana e i suoi operai nella Buenos Aires dei militari (1964-1980)</em></a>, Le Monnier-Mondadori 2019.</p>
<p>È <strong>la storia di una comunità operaia nata attorno alla fabbrica che la Fiat installò a El Palomar, periferia di Buenos Aires</strong>, negli anni sessanta del secolo scorso, e che poi abbandonò all’inizio degli anni ottanta. Un ventennio scandito dal tempo politico feroce di due dittature, la seconda (1976-1983) la più cruenta di sempre, e dal tempo industriale dello stabilimento, coi suoi ritmi e mansioni alla catena di montaggio e con le <strong>regole di conformazione dell’uomo e dell’operaio Fiat</strong> emanate dalla stessa impresa. In mezzo: un gruppo ampio di lavoratori (la fabbrica arrivò a occuparne 4.000), molti di loro immigrati, e moltissimi <em>tanos</em>, ossia italiani o figli di italiani.</p>
<p><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-81700" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.jpg" alt="" width="173" height="244" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.jpg 173w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-160x226.jpg 160w" sizes="(max-width: 173px) 100vw, 173px" />Robertini è uno studioso di storia del lavoro, memoria della dittatura e storia dell’America Latina. In questo volume si muove tra <strong>fonti tradizionali</strong> e originali (archivi istituzionali, archivi Fiat argentini e italiani) e <strong>fonti orali</strong>, ossia un ampio numero di <strong>interviste a ex operai della Fiat Palomar</strong> realizzate seguendo le buone pratiche redatte dall’Associazione italiana di storia orale (Aiso).</p>
<p>Eric J. <strong>Hobsbawm</strong> scriveva che l’America Latina è “un continente fatto apposta per scardinare le verità convenzionalmente accettate”. La ricerca di Robertini sembra confermare pagina dopo pagina la massima del grande storico, che infatti è citata a mo’ di bussola a principio d’opera, già nel secondo paragrafo. La documentazione consultata è perlopiù inedita e, nello spartito dell’autore, mostra quello che potremmo definire un <strong>esperimento di costruzione del consenso</strong>. La tesi di Robertini è che l&#8217;adesione dell’operaio all’ideologia dell’impresa, alla <em>familia Fiat</em>, sedimentò nello stabilimento di El Palomar nel corso degli anni sessanta per poi condizionare la stessa grammatica del <strong>rapporto tra la comunità di lavoro e i regimi politici</strong>, all’insegna dell’accettazione pressoché passiva (salvo casi minoritari di opposizione) e persino della denegazione (Robertini parla apertamente di “assenza di critica della realtà sociale dell’epoca” da parte degli operai di Palomar). Lo stesso autore osserva come <strong>la Fiat sia “stata capace di generare un profondo spirito di comunità</strong> che oggi, a più di quarant’anni dalla fine di quella storia, continua a essere […] presente nelle memorie degli ex lavoratori”.</p>
<p>Dalla voce degli operai Fiat di Palomar risulta insomma una “dimensione consensuale, ambigua e apolitica”. Robertini è bravissimo a raccontarcene il clima, a cominciare dall’armamentario ideologico aziendale, predisposto sin dagli anni cinquanta da figure spesso compromesse col fascismo italiano: ex gerarchi e personalità legate al regime, poi espatriate in Argentina. Robertini ricostruisce ad esempio il profilo di Gino Miniati, ex direttore generale del ministero dell’Economia Corporativa, consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni e, dal 1953, integrato nella <em>Delegación Fiat para América Latina</em>. Miniati – spiega Robertini – teorizzava la “<strong>collaborazione di classe</strong> evitando che segmenti del movimento operaio mettessero in discussione i fondamenti stessi dell’economia di mercato”, e considerava lo sciopero un &#8220;delitto&#8221;. Secondo Robertini, Miniati fu uno dei teorici del modello Fiat argentino entro una continuità evidente col corporativismo. <strong>Il</strong> <strong>disinnesco della conflittualità era l&#8217;obiettivo prioritario</strong>, tanto che l’ufficio del personale di Palomar elaborò un ‘<strong>piano di persuasione</strong>’ per &#8220;familiarizzare nella maniera più docile i nuovi assunti al culto dell’impresa, alla sua disciplina e ai suoi funzionamenti”. Gli operai dovevano identificarsi “in un noi/<em>nosotros</em> collettivo, in tutto e per tutto coincidente” col nome della Fiat. Non siamo poi molto distanti dallo &#8220;spirito&#8221; Fiat e dalle pratiche antisindacali nella Mirafiori degli anni cinquanta.</p>
<p>La storia di fabbrica poi si innesta, collimando, nella <strong>più generale storia argentina</strong>: il peronismo, il sindacalismo antimarxista e “collaborativo” della Uom di Vandor, la stessa mentalità conservatrice dei <em>tanos</em>, fino alla dittatura dei militari. Fa da contraltare l’assenza di corpi intermedi capaci di costruire una cultura politica e operaia che arginasse tutto ciò. Va detto che questa foto di gruppo è la <strong>microstoria di una collettività operaia non politicizzata e del suo rapporto con l&#8217;autorità</strong>, ma non sarebbe replicabile, ad esempio, per le fabbriche Fiat di Córdoba e Santa Fe, dove la radicalizzazione e l&#8217;attrito tra operai e impresa furono ben diversi e portarono a scioperi e mobilitazioni (la più importante: il <em>Cordobazo</em> del 1969) e alla costituzione di sindacati autonomi non governativi.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<h3><em>«Ah la Fiat, mi tolgo il cappello e difendo a morte quello che rappresentava quella fabbrica, la Fiat Concord mi ha insegnato una dottrina, una essenza del lavoro che all’università non insegnano […] E fondamentalmente a rispettare i miei superiori e la direzione».</em></h3>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Dopo il golpe del 1976 <strong>la repressione dei militari colpirà gli stessi operai e sindacalisti</strong>. I <em>desaparecidos</em> alla Fiat furono 118, e 52 di loro non tornarono mai più. Le condizioni di lavoro nella fabbrica, e di vita fuori, divennero oggettivamente più dure. Eppure dalle memorie operaie raccolte nel libro emergono tuttora casi di “consenso nei confronti della dittatura”. Spiega Robertini: “L’immagine che emerge da questa ricerca è quella di un settore operaio compattamente anticomunista, lontano dalle istanze rivoluzionarie e propenso all’idea che l’intervento dei militari potesse risolvere i problemi dell’Argentina”.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<h3><em>R.: «E come potevate vivere in quel contesto militare repressivo?».<br />
E.: «Nell’epoca militare non si parlava di politica… non si poteva, non era prudente. Ma non è che stavamo male, stavamo benone. Io lavoravo otto ore e i soldi erano sufficienti, se facevi gli straordinari era per toglierti qualche gusto, per vivere meglio […] nell’epoca del 1976-1983 ho vissuto meglio che negli ultimi anni. Questo non significa che ho appoggiato, perché quelli hanno fatto cose cattive».</em></h3>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><em>Quando la Fiat parlava argentino</em> aggiunge un capitolo nuovo agli studi sul rapporto tra società e dittatura, e costringe a fare i conti con una storia non riducibile all’immaginario tradizionale che spesso coltiviamo guardando a quegli anni.</p>
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		<title>Introfada. La rivoluzione dei timidi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2019 07:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Hamja Ahsan]]></category>
		<category><![CDATA[Introfada]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Negli ultimi anni la vita dei timidi si è fatta complicata. Gli estroversi, così come i milionari e in genere i ricchi, hanno superato ogni limite. Siamo entrati nell’epoca della dittatura estroversa. Ma per i timidi c’è una buona notizia: è uscito un libro che potrebbe diventare il loro Manifesto. S’intitola Introfada. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>Negli ultimi anni la vita dei timidi si è fatta complicata. <strong>Gli estroversi, così come i milionari e in genere i ricchi, hanno superato ogni limite</strong>. Siamo entrati nell’epoca della dittatura estroversa. Ma per i timidi c’è una buona notizia: è uscito <strong>un libro che potrebbe diventare il loro </strong><em><strong>Manifesto</strong></em>. S’intitola <strong><u><a href="https://www.addeditore.it/catalogo/hamja-ahsan-introfada-lotta-antisistema-del-militante-introverso/" target="_blank" rel="noopener"><em>Introfada. Lotta antisistema del militante introverso</em></a></u> </strong>(Add editore, traduzione di Piernicola D’Ortona), ed è un notevole <strong>saggio tra il pamphlet e la satira</strong>, pieno di pagine che fanno riflettere, ridere, incazzarsi, e mettono voglia di ribellione introversa. L’ha scritto <strong>Hamja Ahsan</strong>, un artista e attivista il quale s’è immaginato tutto <strong>un mondo in lotta contro l’<em>introversofobia </em></strong>e la cultura dominante non socialista, ahimè, ma <em>social</em> fino al midollo. Un mondo agitato da un movimento di avanguardia, i Militanti Introversi, “che mira a demolire le politiche suprematiste basate sulla cultura assertiva del XXI secolo”, e dotato persino di uno Stato, l’<strong>Aspergistan</strong>, che l’autore colloca tra Pakistan, Afghanistan (“esclusa Kabul”) e Iran (“esclusa Teheran”), dove si offre “un riparo sicuro” ai “timidi, gli introversi e gli appartenenti allo spettro autistico di tutto il mondo”.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-81472 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/INTROFADA.jpg" alt="" width="400" height="648" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/INTROFADA.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/INTROFADA-185x300.jpg 185w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/INTROFADA-250x405.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/INTROFADA-200x324.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/INTROFADA-160x259.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Questa patria immaginata da Ahsan ha una <em><strong>Costituzione provvisoria della Repubblica del popolo timido di Aspergistan</strong></em> che contiene princìpi fondamentali e articoli come i seguenti:</p>
<p><em>«Noi, popolo di Aspergistan, diamo vita alla Repubblica del popolo timido di Aspergistan – asilo, faro e patria di persone oppresse come i timidi, gli introversi e tutti gli appartenenti allo spettro autistico – e dichiariamo che i princìpi supremi della nostra nazione serviranno da baluardo contro l’egemonia dell’Ordine Mondiale degli Estroversi e getteranno le fondamenta per la <strong>cooperazione e la convivenza fraterna tra i popoli timidi</strong>, in un’unione mondiale indipendente».</em></p>
<p><em>«Dichiariamo illegittima l’attuale rappresentanza parlamentare – su base esclusivamente estroversa e i relativi dibattiti assembleari, sancendo <strong>l’incapacità del sistema di ascoltare e rappresentare soggetti e cittadini</strong>».</em></p>
<p><em>«Generazioni e generazioni del nostro popolo hanno sofferto ripudio, bullismo, umiliazione, svilimento, medicalizzazione, persecuzione, sottomissione, sfruttamento, ostracismo, esclusione, isolamento, discriminazione e marginalizzazione per opera del sistema globale della Supremazia Estroversa, che ci ha defraudati del<strong> diritto a una vita introspettiva, all’autostima, all’uguaglianza e alla tranquillità</strong>».</em></p>
<p><em>«L’Aspergistan proibisce severamente il mainstream. Tutte le sue politiche saranno underground».</em></p>
<p><em>«L’introversione è un diritto inviolabile. Nessuno può disturbarne la pace né violarne la libertà. Lo Stato garantirà [&#8230;] libertà dal pregiudizio ai danni della vita introversa; <strong>libertà dalla violenza epistemica di matrice estroversa</strong>, per esempio dalle accuse di essere disadattati o solitari».</em></p>
<p>Come molti Stati esito di una rivoluzione o di una lotta di liberazione, <strong>l’Aspergistan di Ahsan nasce dalla rabbia e non è liberale</strong>: in questa repubblica gli estroversi non hanno diritti di cittadinanza, <strong>l’inno nazionale si ascolta usando una conchiglia</strong>, qualsiasi dichiarazione pronunciata da un palco non esprime la volontà del popolo, l’assemblearismo parlamentare è abolito e alla base dell’attività legislativa si prescrive “un periodo di meditazione solitaria da parte dell’esecutivo”. Appartengo alla categoria dei timidi, ma forse non mi piacerebbe vivere in Aspergistan.</p>
<p>Di pagina in pagina, tra ipotetici testi costituzionali e finzionali interviste ad attiviste introverse incarcerate, tra riletture cinematografiche in chiave <em>pantimidista</em> (<em>La battaglia di Algeri</em> diventa un film che “racconta in primo luogo la parabola dei popoli timidi oppressi che si ribellano contro i soprusi”) e petizioni studentesche, <strong>Ahsan tesse un collage di controcultura e critica </strong>all&#8217;organismo sociale neoliberistico 4.0, governato dalle norme dell&#8217;assertività e dell&#8217;autoaffermazione individuale, dall&#8217;esposizione ed<strong> esibizione di un sé urlato</strong>. Gli introversi della <strong>satira di Ahsan</strong> assomigliano molto a un &#8220;popolo&#8221; che <strong>non si adatta all&#8217;imperativo di condividere e ostentare</strong>, dove il verbo <em>share</em> implica nient&#8217;altro che l&#8217;azione di <strong>vendere</strong> <strong>l&#8217;ultimo prodotto sul mercato: noi stessi</strong>.</p>
<p><strong>Il timido di <em>Introfada</em> non vuole essere l&#8217;<em>uomo nuovo</em> costruito nel laboratorio del nostro tempo, perché se &#8220;un altro mondo è possibile&#8221;, anche un altro essere umano è possibile</strong>. Per causa o per effetto, <em>Introfada</em><span style="letter-spacing: 0.05em;"> eredita <strong>linee anticolonialiste e antieurocentriche</strong> (il Niqab, ad esempio, è “un dito medio rivolto alla società liberale francese”), e nasce – immagino – da un bisogno autobiografico, come del resto ammette lo stesso autore: “ho scritto questo libro sull’onda di un risentimento che dura da una vita”.</span></p>
<p>Rivela Amy Littlewood, la prigioniera politica inventata da Ahsan, che “gli estroverso-suprematisti confondono il loro modo di vivere con la vita; e il nostro gusto per l’introspezione, la lentezza e la profondità di pensiero con la morte. [&#8230;] Noi insegniamo la vita; loro insegnano a trasformarsi in zombie, diffondono stordimento, vanità, superficialità&#8221;. Il mondo degli estroversi &#8220;è un regno oppressivo di frivolezza, materialismo, consumismo compulsivo, assenza d’amore, narcisismo da social network. <strong>Il loro è un mondo di distrazione infinita</strong>”.</p>
<p><strong>Il libro ne ha per tutti</strong>. Per il <strong>“neoliberismo afroamericano”</strong> dei <em>suprematisti estroversi neri</em> alla Beyoncé. Per <strong>l’<em>estroversonormatività</em> dei Gay Pride</strong> coi loro “carri sgargianti e le celebrazioni brandizzate”. <strong>Nessun estroverso si salva</strong>. Non c’è scampo per il politicamente corretto. Del resto le rivoluzioni non sono pranzi di gala. Ma <em>Introfada</em> ha anche il suo Pantheon, dove troneggiano <strong>gli eroi dell’introversione</strong>, da Kurt <strong>Cobain</strong> a Leonard <strong>Cohen</strong>, fino addirittura al Che, individuato quale “antesignano” del movimento dei Militanti Introversi: “nella foto più celebre di <strong>Che Guevara</strong> si può notare un dettaglio: non guarda in camera. I suoi occhi presentano alcune di quelle caratteristiche che gli estroversi scambiano per riservatezza, autismo, introspezione e fantasticheria”.</p>
<p>Ma, tra i compagni di strada del Movimento dei timidi, senza dubbio la creatura più geniale ideata da Ahsan è il “<strong>maschio bianco sensibile</strong>”: egli appartiene “a una classe oppressa. La libreria antiquaria di seconda mano, con la sua atmosfera raccolta, non è l’oppressore. La piccola casa editrice perennemente in perdita, che produce pregevoli edizioni rilegate a mano, non è il nemico”. Il maschio bianco sensibile, spiega Ahsan, “ha un dono universale per l’umanità. Il suo talento culturale nel cantare l’angoscia” è “universalmente apprezzato”. Ma rischia l’estinzione. In pochi vanno ai suoi <em>reading</em> di poesia. Il “grande maschio bianco” se lo sta divorando. “Tutti gli avamposti del maschio bianco sensibile sono sotto attacco. Perciò dobbiamo intervenire”.</p>
<p>Buon viaggio nell’Introfada.</p>
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		<title>Oceano – la poesia del cambiamento</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/09/23/oceano-la-poesia-del-cambiamento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2019 06:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Benny Nonasky]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Benny Nonasky (Si consiglia di leggere prima la poesia senza note. Oppure solo le note e poi la poesia. Terza e ultima opzione: leggere la poesia e le note, per poi rileggerla sola ad alta voce, anche agli amici e al bar) In origine l’alba e la luce l’alba e la luce alba e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Benny Nonasky</strong><br />
<em>(Si consiglia di leggere prima la poesia senza note. Oppure solo le note e poi la poesia. Terza e ultima opzione: leggere la poesia e le note, per poi rileggerla sola ad alta voce, anche agli amici e al bar</em>)</p>
<p>In origine l’alba e la luce<br />
l’alba e la luce<br />
alba e luce</p>
<p>e ormai soltanto la notte<br />
madre e padre<br />
di ogni significato e colore</p>
<p>La notte.</p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>Ci muoviamo dall’alto come Fetonti codarossa<strong><sup>1</sup></strong><br />
in transito sui venti oceanici del Pacifico.</p>
<p>Tu mi parli di una casa –<br />
apro la porta: è una vastità azzurra,<br />
lacrima del principio, lacrima e goccia,<br />
lacrima d’Istar<strong><sup>2</sup></strong> tra i piedi<br />
dei continenti insanguinati e verdi.</p>
<p>È una vastità azzurra. Non percepisco confini.<br />
Io – in questa casa: metà del respiro del mondo<strong><sup>3</sup></strong>.<br />
Sulla superficie marina – io:<br />
un giardino di batteri fotosintetici<strong><sup>4</sup></strong>:<br />
fitoplancton come querce rosse secolari,<br />
zooplancton per il piccolo Copepode<strong><sup>5</sup></strong><br />
e il Capodoglio<strong><sup>6</sup></strong> solitario.<br />
Un mantello sul quale si arreda la vita,<br />
sul quale scende la morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scende la morte e nell’acqua la morte<br />
è aratura abissale, è soffocamento la morte<br />
è ferita petrolifera, composto plastico;<br />
un quadro che svanisce i colori.</p>
<p>Tu mi dici che abbiamo ucciso il mare<br />
(dalla sorgente, dalla sorgente)<br />
Tu mi dici<br />
(sarebbe stato bello costruire un’altalena<br />
sul mare e dondolando leggere poesie<br />
di Taggart<strong><sup>7</sup></strong>, noi due, noi due,<br />
gustandoci la siccità permanente,<br />
<em>whitout memory there is no protection</em><strong><sup>8</sup></strong>).</p>
<p>Io inseguo le correnti ascensionali –<br />
un’opportunità ancora.<br />
Io voglio immaginare il cielo parete, colonna<br />
e arco ricoperte dalle maioliche di Iznik,<br />
l’antica Nicea, della possente Moschea Blu<strong><sup>9</sup></strong> –<br />
sacralità per il cielo e lapislazzuli.<br />
Io da questa immensità turchese<br />
precipito nella purezza del Beluga<strong><sup>10</sup></strong><br />
e ritorno a casa.</p>
<p><strong>II</strong></p>
<p>Davanti l’entrata, un mobiletto.</p>
<p>Cosa sono madre<br />
quel bianco zucchero e grazia?</p>
<p>Tre frammenti di corallo bianco<strong><sup>11</sup></strong>.<br />
Tre frammenti di corallo morto.</p>
<p>Ne accarezzo lo scheletro ruvido:<br />
sono una distesa bianca che avanza,<br />
sono la fame<strong><sup>12</sup></strong>, l’acidificazione<strong><sup>13</sup></strong>,<br />
l’insieme che regge il cerchio<br />
e avanza<strong><sup>14</sup></strong>.</p>
<p>Tre frammenti di corallo bianco.<br />
Tre frammenti di corallo morto.</p>
<p>C’è. C’è a largo della linea sabbiosa<br />
del Queensland<strong><sup>15</sup></strong> un terreno sterminato di colori.<br />
È un mondo dentro un mondo che alimenta il mondo.<br />
L’insieme: polipi come redini, polipi<br />
come riparo e sostentamento come come un mondo.</p>
<p>Non è una rosa recisa per un letto di sposi:<br />
è una primavera pelagica, qualcosa che determina<br />
o il declino, che si propugna tra le voci;<br />
quasi un sermone e già tre lapidi<strong><sup>16</sup></strong>.</p>
<p>Il nulla bianco.</p>
<p>C’è. A largo della linea sabbiosa<br />
del Queensland l’acqua cercare ossigeno<strong><sup>17</sup></strong>.<br />
Una processione di polvere e sofferenza<br />
come un sudario tra i popoli del reef<strong><sup>18</sup></strong>.<br />
S’infiammano e si spengono le Zooxanthelle<strong><sup>19</sup></strong>.<br />
Nell’infinito sbiancamento di massa.<br />
Il nulla.</p>
<p>A casa mia:<br />
tre frammenti di corallo bianco,<br />
tre frammenti di corallo morto.</p>
<p><strong>III</strong></p>
<p>Apro la finestra. Davanti ai miei occhi arrendevoli<br />
quel campo azzurro solcato incessantemente<br />
da cavalli bianchi che sconvolgono la riva.</p>
<p>Solo fino ad un certo punto la vita<br />
può percorrere la prateria degli oceani.<br />
Al di sotto cantano i demoni<strong><sup>20</sup></strong>; il sole si spezza<br />
e il tutto si fa adattamento e silenzio.</p>
<p>In questo paesaggio nero<br />
il Chaulidus<strong><sup>21</sup></strong> è frammento d’ossidiana nell’universo,<br />
vipera del mare che diviene stella per uccidere.<br />
Il Regaleco<strong><sup>22</sup></strong>vola sinuoso nelle spirali vuote del tempo.<br />
Le sue membra colpiscono gli estremi del mondo e<br />
dalla sua bocca Giona<strong><sup>23</sup></strong> prega Dio per ricevere ancora luce.</p>
<p>Luce.</p>
<p>Le Stenelle<strong><sup>24</sup></strong> giocano e s’incrociano nell’infanzia del giorno.<br />
Sono siluri che formano archi composti.<br />
I funesti Tonni levigano la nostalgia nei pescatori.<br />
Decolla e saetta e perfora l’aria un Exocoetidae<strong><sup>25</sup></strong><br />
a quattro ali argento.</p>
<p>Ricordo.</p>
<p>Avevo sette anni.<br />
Il sole era ancora un frammento<br />
sullo Jonio gravido e infame.<br />
Si andava a pesca con mio padre e suo cugino.<br />
Avevamo una barca blu striata di ruggine.<br />
I Pesci Volanti ci attraversavano indifferenti.<br />
Poi uno sbagliò traiettoria e mi colpì in volto.<br />
Indolenzito, lo presi e lo ributtai in acqua.<br />
Non era quello il modo di pescare.<br />
Un colpo rapido e nel vento le lenze<br />
e i pesci venivano su &#8211;<em> surici alici sardi</em><strong><sup>26</sup></strong>.<br />
Tornavamo a riva con la bacinella piena.</p>
<p>Ora al tramonto i pescherecci scavano il fondo<strong><sup>27.</sup></strong><br />
Le reti sono muri e prigioni e tradimento.<br />
I fondali ribollono di strazio.<br />
Non è questo il modo di pescare.</p>
<p>Non si vedono più pesci.</p>
<p><strong>IV</strong></p>
<p>Improvvisamente il <em>bubble-feeding</em><strong><sup>28</sup></strong>, chiocciola<br />
di bolle che cresce sul manto ceruleo del mare.<br />
Ogni azione si compie nei meandri:<br />
le prede avvolte, il soffio, il disegno<br />
cilindrico e il rapido penetrarlo.<br />
La salita: improvvisamente grattacieli<br />
col rostro spalancato divorano e divorano.</p>
<p>È un caos magnifico.</p>
<p>Le Megattere<strong><sup>29</sup></strong> sono massa alata che fluttua<br />
e circumnaviga il firmamento marino; e sono madri.<br />
Le Megattere hanno la gentilezza del giglio,<br />
l’eleganza d’una colonna ionica; e sono madri.<br />
Sono madri degli oceani e della memoria.</p>
<p>Memoria rappresentante la strage,<br />
dove il buio si fa regola,<br />
e la caccia<strong><sup>30</sup></strong> e il suono d’una perforatrice<br />
disorienta<strong><sup>31</sup></strong> ed è morte sulla terra dell’uomo.</p>
<p>Memoria è il ritorno a casa,<br />
la migrazione perfetta<strong><sup>32</sup></strong>;<br />
plancton e l’uno che si moltiplica ed è vita<br />
(una matriarca scivola sul manto ceruleo.<br />
È geyser e pioggia,<br />
è un terremoto sull’acqua<br />
con la sua armatura colore notte e latte,<br />
e un cucciolo gioca intorno<br />
alla sua pinna caudale.<br />
È l’uno che si moltiplica ed è memoria).</p>
<p>In questa città d’acqua e cristallo salino<br />
prima madre e grembo e angelo degli abissi,<br />
il primo canto tra i pianeti e i vulcani,<br />
il primo volo, il <em>breaching</em><strong><sup>33</sup></strong> –<br />
il cosmo che si erge dagli oceani primordiali.</p>
<p>Il Leviatano piroetta e il suo cadere<br />
innalza al cielo lacrima e goccia.<br />
Poi il lento disciogliersi, il <em>fluking</em><strong><sup>34</sup></strong><br />
e il silenzio tragico di Dio.</p>
<p><strong>V</strong></p>
<p>Sul mio letto adolescenziale, i bagnanti<br />
dormono sotto un diluvio di luce.<br />
Il loro fisico è parte/è opera dello scenario.<br />
Qui, dove ogni aggettivo si mescola.<br />
Qui, dove ogni particella è<br />
materiale plastico infinitesimale<strong><sup>35</sup></strong>.</p>
<p>I bagnanti amano la plastica.<br />
Vivono su isole di plastica,<br />
spiagge di plastica,<br />
case di plastica<br />
come eredità per la bambina e il Paguro<strong><sup>36</sup></strong>.</p>
<p>Io mi trovo disteso tra i bagnanti immobili<br />
mentre il mondo mette in scena<br />
il lamento dei Trichechi<strong><sup>37</sup></strong>, dei gommoni<strong><sup>38</sup></strong>,<br />
mentre il ghiaccio si cancella nell’estate perenne<strong><sup>39</sup></strong>.</p>
<p>Forse ci hanno dilaniato le orecchie,<br />
scavato gli occhi, giustificato ogni gesto.</p>
<p>Ti dico: non mi manca niente.<br />
Anche se sono sempre più solo.</p>
<p>Ti dico:<br />
dal fiume nasce e si sostiene la vita<br />
e lungo il cammino il suo decesso<strong><sup>40</sup></strong>,<br />
dighe e murature di poliestere.<br />
Le mietitrici<strong><sup>41</sup></strong> ingrassano la terra<br />
ed è veleno che ingloba i contorni.<br />
L’acqua si rannicchia nel dolore.<br />
Cosa c’è di superiore a me?</p>
<p><strong>VI</strong></p>
<p>Adesso chiudo le persiane.<br />
Giro e tolgo la chiave dalla serratura.<br />
La notte ci afferra, facendo di noi<br />
strutture iperboliche o ponteggi chilometrici<br />
coi quali raggiungere nuovi corpi celesti.<br />
Quale altro pianeta<strong><sup>42</sup></strong>?<br />
Ho il potere di accartocciare il mondo.<br />
Stringerlo nel pugno e annegare.</p>
<p>Non è quello che voglio.</p>
<p>Tu mi dici che abbiamo ucciso il mare,<br />
che i bagnanti dormono, il Bimbo è arrabbiato<strong><sup>43</sup></strong>,<br />
la Tartaruga Embricata<strong><sup>44</sup></strong><br />
incontra meduse di plastica e muore.</p>
<p>Non è quello che voglio.</p>
<p>Noi ci muoviamo dall’alto come Sterne codalunga<strong><sup>45</sup></strong><br />
in transito sui venti planetari.</p>
<p>Tu mi parli di una casa –<br />
sfera blu che da significato al monocroma interstellare.<br />
In questa casa io metto ordine;<br />
il linguaggio si evolve nella pedoturbazione<strong><sup>46</sup></strong>,<br />
nel mondo naturale – ancora.</p>
<p>Io ti guardo cullarti su un mantello dorato<br />
tra gli arcipelaghi rosa del Mar dei Sargassi<strong><sup>47</sup></strong>.<br />
T’innalzi sopra un’ecosistema variegato,<br />
in cumulinembi<strong><sup>48</sup></strong> che ti vestono di<br />
lacrima e goccia / lacrima e goccia.</p>
<p>Io ti guardo diventare gabbiano<br />
che rasenta l’oceano<br />
al crepuscolo della vita terrestre.<br />
Ecco il colpo d’ali che prelude la discesa<br />
o il colpo d’ali che trafigge<br />
il blu dell’aria in altezza.<br />
In altezza ancora.</p>
<p>Ora merito la giustizia delle tue burrasche,<br />
il lampo assassino del Falco predatore su di me.</p>
<p>Su di me io solo.<br />
In una nuova era capovolta.<br />
Anche se ancora sembra ieri.<br />
Anche se non conosciamo digiuno.<br />
È tutto meraviglia ancora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NOTE AL TESTO</strong></p>
<p><strong><sup>1</sup></strong> Il Fetonte codarossa, <em>Phaethon rubricauda</em>, è un uccello marino diffuso nelle aree tropicali dell’Oceano Indiano e Pacifico. Ha un colore candido, latteo. Il nome viene ripreso dalle sue lunghe penne timoniere che sono di colore vermiglio. Secondo la Red List dell’IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) la specie non è in pericolo, ma stabile (LC).</p>
<p><strong><sup>2</sup></strong> Ištar è una delle più importanti divinità femminili della Mesopotamia, principalmente accado e sumera (dove viene chiamata col nome di Inanna). È la dea dell’amore e della fertilità, ma anche della guerra. Potremmo definirla una dea bipolare. Infatti alcune leggende parlano di lei come una donna amorevole, ma spietata e violenta sui campi di battaglia. Viene associata al pianeta Venere, stella ad otto punte ripresa anche dal Cristianesimo. L’animale sacro ad Ištar è il Leone, che ritroviamo su una delle otto splendide porte di Babilonia a lei dedicata. La sua città santa per eccellenza è Uruk (Warkah, in Iraq), dove era stato costruito un grande tempio assieme al dio del cielo, Anu. Quindi Ištar è la regina del firmamento e della terra, essendo insito in lei il simbolo di fecondità, di prosperità e futuro. Spesso è raffigurata con una veste, ornata da spighe di grano. Nei versi 6-7 cito la divinità per motivi riguardanti la terra e la sua vegetazione.</p>
<p><strong><sup>3</sup></strong> Secondo diversi studi pubblicati su <em>Science</em> nel 2015, ripresi dal lavoro svolto dalla goletta Tara che dal 2008 al 2013 ha solcato i mari facendo ricerca su 35 mila specie di microrganismi marini, gli oceani forniscono metà dell’ossigeno che respiriamo (l’altra metà è dovuta alle grandi e antiche foreste), assorbendo il novanta percento del calore prodotto dai gas serra e un quarto dell’anidride carbonica derivante dai combustibili fossili. L’aspirazione e il rilascio d’ossigeno avviene fondamentalmente grazie al plancton (lo vedremo tra poco). Effettivamente, i mari svolgono un grande processo di pulizia che aiuta la nostra specie a sopravvivere in condizioni permissibili e durature. Ma le dinamiche stanno mutando: nell’ultimo secolo e mezzo abbiamo immesso nell’aria una percentuale maggiore di combustibili fossili (circa il trenta percento in più dalla Rivoluzione industriale) che stanno sconvolgendo non solo il clima, ma anche gli oceani. Acidificazione (vedi nota <strong><sup>12</sup></strong>), mutamento delle correnti marine, innalzamento dei mari (vedi nota <strong><sup>37</sup></strong>), inquinamento plastico (vedi poesia <strong>V</strong> e nota <strong><sup>33</sup></strong>), distruzione della biodiversità e degli ecosistemi marini (vedi poesia <strong>II</strong> e nota <strong><sup>11</sup></strong>). Per non parlare degli stock ittici, l’impatto devastante della pesca sull’ambiente marino (vedi poesia <strong>III</strong> e nota <strong><sup>27</sup></strong>). Tutti questi elementi comportano degli scompensi generali che vanno a corrompere e disgregare quel sistema ancestrale che ha permesso alla vita di formarsi e prodursi dall’Olocene ad oggi.</p>
<p><strong><sup>4</sup></strong> È un qualcosa di spettacolare pensare che esistano dei microrganismi sulle acque superficiali e poco profonde (massimo duecento metri), sia marine che d’acqua dolce, che fissano l’azoto gassoso dell’atmosfera e lo riconvertono in una nuova forma utile ad altre specie. È proprio come un giardino &#8211; che io intendo come spontaneo e selvaggio; qualcosa che si avvicina ad una foresta &#8211; ricco di diverse tipologie di piante che contribuiscono alla sopravvivenza di varie specie di animali, compresa la nostra. Tra le specie più importanti che riscontriamo in questo giardino acquatico, troviamo il plancton. Questi esseri microscopici sono alla base della catena alimentare del mare e, sempre leggendo le ricerche svolte dalla goletta Tara, scopriamo che sono formati da oltre quaranta milioni di geni. Noi esseri umani ne abbiamo solo venti mila. Come evidenzio nei versi 12-13, esistono varie specie di plancton: quelli batterici (Batterioplancton), quelli vegetali (Fitoplancton) e quelli animali (Zooplancton). Ricordiamoci che oltre a rilasciare ossigeno, sono l’alimento principale di molti esseri viventi (come citato nei versi 14-15) e la loro scomparsa potrebbe essere fatale non solo per noi, ma anche per molti cetacei e pesci. Diversi studi recenti dimostrano che il plancton ha una buona resistenza all’aumento di calore prodotto dal cambiamento climatico antropico. Ma è stato anche scoperto che non tutte le specie hanno lo stesso tipo di adattamento. Alcune migrano o muoiono. È questo diviene un grosso problema per gli animali acquatici che potrebbero non trovare più nel proprio areale il loro alimento base. Bisogna comprendere che è una catena. In modo tragico: se la punta si rompe, consegue la morte di ogni segmento, uno dopo l’altro.</p>
<p><strong><sup>5</sup></strong> I Copepodi sono una numerosa classe di crostacei di piccole dimensioni (dai due ai duecentocinquanta millimetri). Si trovano praticamente in tutti gli habitat acquatici terrestri. Possono avere colori variopinti e fosforescenti. Sulla superficie marina partecipano alla formazione del plancton e sono alimento principale di molti pesci e mammiferi marini. Si cibano anch’essi di plancton, ma anche di alghe e detriti organici. Alcuni di essi conducono una vita parassitaria sui pesci o altri animali acquatici.</p>
<p><strong><sup>6</sup></strong> Il Capodoglio è un mammifero marino incredibile e di dimensioni spettacolari (adulto: dodici metri). Ripreso in molte leggende religiose come mostro marino crudele, o in diversi saggi romanzati (il più famoso: <em>Moby Dick</em>, di Melville) mostrandolo sempre come un essere abominevole e assassino; il <em>Physeter macrocephalus</em> è un Odontoceto solitario ed unico. Ha una colossale testa squadrata e può immergersi a profondità proibitive, fino a tre chilometri sotto la superficie, dove caccia grandi Tetidi (molluschi senza conchiglia) sfruttando il suo organo dello spermaceti come strumento di ecolocalizzazione nel buio. Sono cosmopoliti. Cacciati barbaricamente nell’ottocento, come tutte le balene, per la carne e lo spermaceti (utilizzato per fabbricare le candele o come combustibile per le lampade ad olio), fino agli anni settanta se ne stimavano intorno ai due milioni d’esemplari. Recentemente solo trecento mila.</p>
<p><strong><sup>7</sup></strong> John Taggart è un grande poeta americano. Molto attento alla questione ambientale, la sua poetica è una commistione tra testo e musica, detto <em>additive rhythm</em>, tra gli andamenti del jazz e la musica minimalista, per citarne uno, di Philip Glass. La ripetitività di alcune parole o di interi versi, come dice lo stesso autore, servono a far penetrare il lettore in profondità nel testo, nella commistione tra suono e significato.</p>
<p><strong><sup>8</sup></strong> &lt;&lt;<em>Senza memoria non c’è protezione</em>&gt;&gt;, J. Taggart, dalla poesia “Museo dell’auto” (Pastorali, Vydia Editore)</p>
<p><strong><sup>9</sup></strong> La possente <em>Sultanahmet camii</em>, meglio nota come Moschea Blu, è una delle più importanti moschee presenti ad Istambul, Turchia. Costruita nel XVII secolo, è l’unica ad avere sei minareti, superata solo dalla mosche della Ka’ba, la Mecca, che ne ha sette. Viene definita Moschea Blu per via della presenza di ben 21.043 piastrelle di ceramica turchese provenienti da Iznik, l’antica Nicea, che compongono le pareti e la cupola dell’edificio. Per via di questa splendida colorazione, la inserisco come metafora sul cielo.</p>
<p><strong><sup>10</sup></strong> Il Beluga è il colore bianco fatto cetaceo. È un animale socievole, che vive in gruppo nei mari polari (Alto Artico) e si contraddistingue per la grande flessibilità del collo, della testa e delle labbra, e per le sue melodiose vocalizzazioni. Lo identifico con la purezza, essere paradisiaco, un qualcosa che ci offre calma e stupore. Inoltre, in questo caso, la purezza è vista anche come elemento di nitidezza del mare, un essere che col suo candore ripulisce la sporcizia accumulatasi nei decenni negli oceani di tutto il Pianeta, ridandogli enfasi al suo passaggio. Per via della loro socialità e della loro flessibile anatomia, vengo catturati e fatti esibire nei parchi acquatici; come avviene anche per i delfini e le orche. Negli ultimi anni, con una nuova sensibilizzazione da parte dei cittadini, gli scienziati e gli ambientalisti stanno cercando, insieme alle autorità, di liberare questi animali dal gioco dell’uomo. A giugno del 2019, in Russia (dove si concentra la maggioranza di questi esemplari in cattività), sono stati liberate due orche e sei Beluga. Sempre in Russia, nel 2017, è stato avvistato un Beluga che trasportava sul corpo un’imbracatura definita “un equipaggiamento militare”. Degli esperti sul <em>Guardian</em> hanno spiegato che la balena potrebbe far parte di un programma che usa i mammiferi marini come forza speciale o come arma nelle acque polari. Non sappiamo ancora se questa ipotesi sia vera. Fa comunque tristezza immaginarlo.</p>
<p><strong><sup>11</sup></strong> (Questa nota costituisce un racconto che comprende tutte le note della <strong>poesia II</strong>)<br />
La stanza è collocata nell’ultimo piano dell’edificio. Non ce ne sono altre: il lungo corridoio evidenzia dei segni squadrati di altre porte ormai murate. In città si diceva che ci buttavano dentro i prigionieri, per poi murarli dentro. Doveva essere come un’espiazione, una stanza dove riflettere e concepire la morte. Una morte crudele, senza cibo e senza acqua – soprattutto ora che è tutto razionato. Spero che questa pratica punitiva non sia più in funzione, perché questo vorrebbe dire che è il mio turno. Io mi trovo nell’ultima stanza accessibile. Al fondo del corridoio. Non so come fossero composte le altre: qui dentro c’è una scrivania e due sedie; un sacco a pelo in un angolo. C’è un water e un lavandino in uno stanzino di cartongesso. Ma non c’è acqua. Da una finestra con le inferriate, si vede un cielo grigio e alcuni edifici colorati, ma sicuramente grigi anch’essi all’interno. Ormai non vive più nessuno in questo quartiere. Sono qui da due giorni. Dopo che mi hanno rinchiuso dentro, non ho visto persone né udito voci fino a questo momento. Ora davanti a me si trova un agente che dice di chiamarsi Tuma e che ha delle domande da pormi. Potevano anche farmele ieri o il giorno stesso del rapimento. Ora ho solo fame. Dice: Non abbiamo tempo da perdere. Siamo alla fine del processo. Vogliamo solo un disegno con i colori. Vogliamo ricordarne i colori. Sappiamo che lei è stato uno degli ultimi a vederli. Siamo disposti a pagarla bene. Pagarmi bene? Ormai sono un morto tra i morti di questo piano. Io so cosa vogliono. Il mondo è mutato. Sapevano l’anno e la data. Ma hanno comunque lasciato che tutto andasse a fanculo. Ora sono pentiti. Ora vivono in una condizione di perenne senso di colpa. E questa sensazione mette ansia e frustrazione. Non sanno dialogare. Ora vogliono risolvere tutto clonando; riforestare dentro a gigantesche serre (perché ormai chi ha il coraggio di respirare l’aria fuori?). E soprattutto vogliono zittire coloro che conoscono il passato. Le nuove generazioni devono crescere in questo mondo. Non ne è mai esistito un altro. Ma noi morti in questo piano siamo i reduci; o almeno lo eravamo. Io sono l’ultimo. Non ho provato a nascondermi. Avrei solo perso del tempo. Volevo ritrovarmi qui, esprimermi finalmente, dire come tutto è andato storto. Dico: Noi vi avevamo avvertiti che la lenta morte delle barriere coralline era un segnale. Un segnale per tutto il Pianeta. Quel bianco non era naturale (nota <strong><sup>11</sup></strong>). Era morte. Morte di un’ecosistema e della biodiversità degli oceani. Ogni reef, come viene definita in termini tecnici e anglosassoni la barriera corallina (nota <strong><sup>18</sup></strong>), è un’insieme di organismi viventi che tra i coralli trovano riparo e sostentamento (nota <strong><sup>14</sup></strong>). L’annientamento di questo cerchio è la morte di un intero mondo. Eppure era chiaro fin dal principio: i coralli morivano per via del surriscaldamento climatico prodotto dall’uomo che innalzava le temperature marine troppo rapidamente. Le <em>Zooxanthelle</em> &#8211;  le alghe simbionti dei coralli; la loro principale fonte di cibo (nota <strong><sup>19</sup></strong>)- vanno in escandescenza, diventano tossiche e costringono i coralli ad espellerle. Questo determina lo sbiancamento dello scheletro, mettendoli a rischio di morire di fame (nota <strong><sup>12</sup></strong>). Dal primo sbiancamento di massa avvenuto nel 1998, questo processo non si è mai fermato, provocandone un altro nel 2010 e uno ancora più lungo tra il 2014 e il 2017 (nota <strong><sup>16</sup></strong>). Fino all’ultimo, quello definitivo. Inizialmente non tutti erano morti. Anzi, ci si era accorti che se acque calde più della media giungevano in modo altalenante, i coralli riuscivano a prepararsi, come se avessero una memoria, e riuscivano a proteggersi dalle ondate più aride e durature. Questo era successo pure nel Queensland, in Australia (nota <strong><sup>15</sup></strong>), dove si trovava la più grande barriera corallina del Pianeta. Ma questo esercizio ha funzionato fin quando non è morto pure il mare. Bisogna capire quali furono i fattori conclusivi: le temperature vulcaniche che hanno soffocato ogni habitat, generando zone morte (assenza di ossigeno e, quindi, luogo inospitale per ogni forma animale) sempre più profonde (nota <strong><sup>17</sup></strong>); la conseguente acidificazione (nota <strong><sup>13</sup></strong>), dovuta all’aumento della Co<sub>2 </sub>assorbita che, a contatto con l’acqua, reagisce chimicamente producendo acido carbonico che abbassa il PH marino ed è declino per i coralli, i molluschi ed i crostacei; i rifiuti e la plastica soffocante e assassina; il disfacimento dell’ecosistema marino dovuto alla pesca eccessiva; e l’estinzione funzionale: non c’è nell’ambiente più il numero necessario di animali e piante per influire sul suo funzionamento. Finito. E ora lei vuole da me un bel disegnino della struttura dei coralli? Ho visto gli ologrammi dei delfini sul Mediterraneo. Ho mangiato le acciughe ricreate in laboratorio. Sono stato nel centro dove vengono ricreati meccanicamente tutti i cetacei e i predatori del mare. Ma non è la stessa cosa. Non può funzionare così. Lui non batte ciglio. Mi dice soltanto che vuole un disegno. Sì: loro vogliono portare il mare in ogni città. Che ogni scuola abbia un acquario con uno splendido Squalo Martello o un Pesce Luna. Certo, ora che gli oceani si sono innalzati e hanno inghiottito milioni di coste e di città, tutto è blindato e fuori gioco. Adesso è divertente essere Dio. Ma per noi che siamo nati con la complicità della natura, tutto questo è pura follia, totale umanizzazione del Pianeta. Un pianeta che sta per uccidere tutti. Viviamo dentro una bomba. Non sono sufficienti, ad esempio, gli apparecchi che assorbono l’inquinamento che i condizionatori accessi perennemente in ogni luogo abitato producono. Anche se siamo passati all’età della ceramica e del vetro, il cemento ormai ha fatto il suo corso. E così il petrolio, le guerre, i materiali di plastica sparsi ovunque. Siamo rimasti in pochi. Questo mondo non piace a nessuno. Ma che colpa hanno i giovani oggi? Ora che il passo è deceduto insieme alla coscienza e agli elefanti, cosa ne sanno i robot che insegnano in classe o che preparano la colazione agli orfani dei bassi ceti sociali? Dico: Ecco il suo disegno. Non lo faccio perché ho paura di morire. Lo faccio perché provo pietà per lei che non ha mai visto niente di così bello e così unico. Forse lei è uno di quelli che ha provato ad esplorare nuovi pianeti. Forse è uno di quelli che è rimasto deluso dal niente che ci circonda. Ma forse non sa neppure cos’è una foresta pluviale o un’insalata di polpo. Prende il foglio. Lo vedo guardare nostalgico e felice i miei disegni. Starà rimpiangendo qualcosa? Mi dice: Grazie. Gli dico: Non ho finito. Quello è solo l’estetica, la struttura interna è più complicata e va evidenziata in dettaglio. Mi dice: Non si preoccupi, a noi basta questo. Abbiamo creato una nuova attrezzatura che riesce a estrapolare il suo pensiero e, in questo caso, i suoi studi dal tratteggio del disegno. Ho un brivido. Conclude: Grazie ancora. Lei è libero. Dico: Libero? E perché? Mi risponde con un mezzo sorriso: Le ho già detto all’inizio che l’avrei pagata bene. Inoltre lei è l’ultimo rimasto. Non può avere alcuna influenza sulle persone e sul pianeta che stiamo progettando. Dicendo questo, apre la porta e mi lascia al mio posto. Sono indeciso. Suicidio? Aspettare che tutto crolli? Accettare quello che creeranno e andare avanti fino all’infinito? Voglio andare a vedere il mare. Quello vero. Quello che ho sempre amato. È quello che desidero. Anche se durerà poco. Anche se dopo la barriera l’aria mi brucerà la pelle. Voglio morire lì. Dove tutto è iniziato. Ed è finito.</p>
<p><strong><sup>20</sup></strong> Come noi esseri umani, anche gli animali respirano. E così i pesci e i microrganismi che compongono gli oceani. L’ossigeno in mare viene prodotto negli strati superficiali, soprattutto dall&#8217;attività fotosintetica delle alghe, e viene fatta circolare dalle correnti oceaniche. Quest’ultime sono molto importanti perché spostano l’ossigeno in zone molto profonde. È un processo lento, quindi è naturale trovare una maggior quantità di pesci vicino alla superficie (zona eufotica: ottima presenza di luce solare che aiuta la fotosintesi  sia vegetale che batterica) che a migliaia di chilometri di profondità (zona afotica: mancanza di luce solare). In queste zone molto profonde vivono diversi pesci strani e “il tutto si fa adattamento e silenzio” (vedi nota <strong><sup>21</sup></strong>). Come ho già anticipato nel racconto precedente, riguardante la poesia <strong>II</strong>, negli ultimi anni si sono autoprodotte delle zone morte sia nelle acque dolci che nelle acque marine, dovute all’aumento delle temperature e all’accumulo di Co<sub>2</sub> nei mari di tutto il pianeta (più ne assorbono e più diventano acidi). Questo distrugge il ciclo naturale del processo di entrata ed uscita, portando ad uno scompenso generale, che sembra anche intaccare il movimento delle correnti oceaniche, modificando e indebolendo la loro stabile e stagionale circolazione.</p>
<p><strong><sup>21</sup></strong> Il Chaulidus è un pesce abbastanza brutto. Per il suo aspetto è definito vipera del mare. Vive nelle acque batiali (cioè profonde tra i duecento e i duemila metri; poi neanche tanto profonde visto che quella abissale è ancora più in profondità. Successivamente abbiamo quella adale, che si aggira intorno ai sei mila metri, e si conclude tutto con la fossa oceanica; la più profonda è quella delle Marianne, nell’Oceano Pacifico, dove il punto massimo, il Challenger, tocca gli undici mila metri). Nei versi riguardanti il Chaulidus dico: “diviene stella per uccidere”. Essendo una zona non raggiunta dal sole (vedi nota <strong><sup>20</sup></strong>), questi pesci si sono dovuti adattare all’ambiente circostante, quindi sono diventati bioluminescenti, grazie ad organi fotofori (che producono luce) situati lungo il ventre.</p>
<p><strong><sup>22</sup></strong> Il Regaleco o Mostro abissale o Re delle aringhe, (secondo una leggenda marinara la sua presenza annunciava l’arrivo di banchi di aringhe), è un pesce osseo lungo anche dieci metri di un bel colore argenteo, con un ciuffo rosso fiammante sulla testa. Vive tra i cento e i mille metri (zona mesopelagica), principalmente tra l’Oceano Atlantico e quello Indiano. È un pesce migratorio e si ciba principalmente di Krill o piccoli molluschi.</p>
<p><strong><sup>23</sup></strong> Nella basilica di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia, fatta edificare dal vescovo Teodoro nel IV secolo d.C., nella quarta campata troviamo un mosaico raffigurante “<em>Giona che viene sputato dal mostro</em>”. Giona è un profeta ebraico dell’Antico Testamento, dove si trova il “<em>Libro di Giona</em>”. Secondo il testo Giona viene mandato da Dio a predicare a Ninive. Giona invece fugge verso Tarsis, ma questa disobbedienza comporta l’ira divina e durante il viaggio una tempesta sconvolge la nave e rischia di affondarla. Giona ammette il suo tradimento e i marinai decidono di buttarlo in mare. Una volta in acqua viene inghiottito da un mostro marino che, in base alle immagini raffiguranti la scena (come quella del mosaico della Basilica di Aquileia), sembra proprio un lungo Regaleco. Giona, dopo tre giorni al suo interno, viene rigurgitato vivo sulla spiaggia e va ad adempire al suo compito di predicazione. Questa scena è ricorrente nelle raffigurazioni cristiane, perché Giona viene resuscitato come Gesù dalla Croce. Quindi abbiamo il Regaleco e un Giona che chiede il perdono divino per vivere ancora (“chiedere luce”).</p>
<p><strong><sup>24</sup></strong> Le Stenelle dal lungo rostro, (anche se non specificato nella poesia, descrivo questa determinata specie), sono mammiferi marini della famiglia dei Delfini. Hanno un complesso livello tassonomico, con molte varianti tra le diverse popolazioni dell’Oceano Atlantico, Pacifico e Indiano. Sono difficili da identificare e studiare, ma si è notato che hanno tutti comportamenti acrobatici e che sono molto socievoli tra i vari gruppi. Sono gregari e capita talvolta di vederli nell’oceano in raggruppamenti di migliaia di individui. Si cibano principalmente di piccoli pesci mesopelagici.</p>
<p><strong><sup>25</sup></strong> Exocoetidae sono i pesci ossei che noi comunemente chiamiamo Pesci Volanti o Pesci Rondine.</p>
<p><strong><sup>26</sup></strong> <em>Pesce pettine, Aringa e Sardina</em>, in dialetto calabrese. Solo un piccolo commento per il Pesce pettine: è un pesce tipico della cucina calabrese. In effetti, questa specie è diffusa nel Mar Mediterraneo e nella zona centrale e alta dell’Oceano Atlantico. È di un colore giallo/cremisi con sezioni argentee. Mi è capitato spesso di vederlo nelle mie lunghe nuotate e immersioni. Da piccoli si cercava di prenderli a mani nude. Ma sono rapidi: restano immobili e appena allunghi la mano scompaiono, invisibili sul fondo sabbioso. Tornavo su sconfitto, non sapendo che invece erano lì, appiatti e mimetici, a guardarmi andare via. Ma questo sotterfugio non funziona con i pescherecci e le loro immense reti (vedi nota successiva). Da anni, nuotando, non ne vedo più.</p>
<p><strong><sup>27</sup></strong> È stata una strage veloce e che continua tutt’ora. Non c’è una mezza misura: nel mondo vengono pescati oltre novanta tonnellate di pesce all’anno. Secondo i dati FAO (2016) un terzo degli stock ittici sono eccessivamente sfruttati. Nel Mediterraneo, a casa nostra, si arriva a punte del novanta percento. Bisogna comprendere che la pesca contemporanea raccoglie un numero superiore di specie rispetto alla naturale capacità di riproduzione (capita di pulire del pesce e trovarci nel ventre delle uova o dei pesci minuscoli). Questa industrializzazione della pesca è violenta e indiscriminata. Per via delle reti a strascico, lunghe anche chilometri e che scavano i fondali distruggendo il benthos (gli organismi acquatici che vivono in contatto con il fondo, sia liberi o fissati a qualche roccia o substrato solido, come le barriere coralline), viene imprigionato e ucciso qualsiasi tipo di pesce e mammifero marino che si trova in quelle acque. Tutto questo sta portando all’estinzione di molti animali marini, come gli squali o i pesce spada. Un altro problema è la pesca d’allevamento. Un tonno ha bisogno di quindici chili di pesce al giorno per vivere. Ma questi quindici chili non vengono da pesci che solcano i mari, ma dal mangime. In Paesi dell’Africa occidentale come il Senegal, la pesca industriale di ingenti quantità di piccoli pesci pelagici serve a produrre farine e oli che finiscono nei mangimi per gli allevamenti intensivi. Quindi non sono più pesci per l’alimentazione della popolazione locale, ma polverina per l’industria mangimistica (trovate queste farine e questi oli anche nelle crocchette o nelle bustine del cibo destinato ai gatti). Inoltre, l’allevamento e la pesca non producono quel sistema dove la produzione si sviluppa in base alla domanda, ma si forma sui numeri, la quantità, e la concorrenza; questa dinamica mi fa venire in mente i boss della ‘Ndrangheta che invece di contare, pesano i soldi e cercano di ostacolare – fino alla morte – le famiglie concorrenti nei propri affari, senza badare a cosa tutto ciò comporta.  Quindi: noi non mangiamo i delfini o gli squali martello, ma se finiscono uccisi nelle reti: a chi importa? Se gli africani restano senza pesci per sfamare le orate in gabbia nel tirrenico: a chi importa? Negli ultimi anni c’è stato un leggero ribasso nel numero del pescato, non per via di leggi comunitarie o per un’inversione di rotta dell’industria ittica, ma perché si è riscontrata una diminuzione del pesce globale. Si pesca meno pesce. Da diversi anni, al tramonto, vedo grandi imbarcazioni solcare il mare. Fanno avanti e indietro. Finiscono di tirare su e rientrano in porto. Una volta era bello svegliarsi presto e andare a pescare. Trafiggevi il verme con l’amo e lo lanciavi in acqua, e stavi lì a sentire i discorsi degli adulti. Io ho sempre cercato di prendere i Pesci Volanti al volo. Poi uno ha preso me. Ed è stata una scena esilarante. Dopo averlo messo in mare, l’ho visto scomparire nella luce del giorno che cominciava ad assorbire ogni ombra.</p>
<p><strong><sup>28</sup></strong> Il <em>bubble-feeding </em>(o <em>bubble net</em>) è una tecnica di caccia usata da diversi cetacei. Come descrivo nella poesia <strong>IV</strong>, (in questo caso) la Megattera si alimenta, da sola o in cooperazione, di krill o piccoli pesci che cattura con immersioni poco profonde, compiute a spirale sotto banchi di prede, avviluppandole in una “rete di bolle” larga fino a quarantacinque metri e inghiottita nuotandovi attraverso in velocità. Questo è il <em>bubble-feeding</em>.</p>
<p><strong><sup>29</sup></strong> La Megattera è l’animale che più ammiro, offrendomi un continuo sentimento di grandezza e tenerezza. Animali enormi (tra i sedici e i diciotto metri), compiono grandi acrobazie in superficie. Hanno delle pinne pettorali incredibilmente lunghe e una pinna caudale con bordo seghettato. Il bianco sul lato inferiore della coda è unico per ciascuno animale. Compiono delle migrazioni lunghissime e vivono fino a cinquant’anni. Spero un giorno di poterci nuotare accanto.</p>
<p><strong><sup>30</sup></strong> Come già abbiamo detto, i cetacei sono stati animali uccisi barbaramente e sistematicamente. Si è quasi arrivati all’estinzione di molte specie – e molte di esse non si sono mai riprese e sono tutt’ora in declino. A fine ottocento, si contavano oltre un milione di Megattere. Oggi la stima varia tra le trentatre e le trentacinque mila. Anche se sono protette dagli anni cinquanta, il problema per la loro sopravvivenza non è più la caccia ma le reti da pesca, la plastica, le grandi imbarcazioni e le perforazioni petrolifere in fondo al mare (vedi nota successiva).</p>
<p><strong><sup>31</sup></strong> 1) Le reti da pesca, quando non sono più utilizzabili, vengono scaricate in mare. Questa noncuranza può far sì che una rete si arrotoli ad una pinna pettorale o a quella caudale, complicando il nuoto ad un mammifero marino; 2) negli ultimi anni sono stati trovati nello stomaco di balene spiaggiate, diversi chili di prodotti plastici, che in alcuni casi potrebbero aver provocato la loro morte; 3) le grandi imbarcazioni che a milioni, (vi consiglio di andare a vedere il sito Marinetraffic.com, che mostra in tempo reale tutte le navi presenti negli oceani del Pianeta), solcano le acque rilasciando in acqua spazzatura, reti, liquidi di scarico, benzina. Spesso collidono con le balene. Uccidendole. Ancora peggio il rumore che il motore produce e che va ad interferire con i canti dei cetacei e disturba la loro ecolocalizzazione. Disorientandoli e, in molti casi, spingendoli verso la riva, dove vanno a spiaggiarsi; 4) questo vale anche per le perforatrici che bucano i fondali con macchinari potenti e rumorosi alla ricerca di gas e petrolio.</p>
<p><strong><sup>32</sup></strong> Le Megattere compiono delle lunghissime migrazioni stagionali, fino a sedicimila chilometri: dalle acque fredde, dove si alimentano in primavera/estate, fino alle acque tropicali in cui nei mesi invernali si accoppiano, si riproducono e, in genere, non si nutrono. Nella poesia associo la migrazione alla memoria, all’incredibile capacità di ripercorrere lo stesso tracciato – andata e ritorno – tramandandolo, contro ogni intemperie naturale e antropica.</p>
<p><strong><sup>33</sup></strong> Il <em>breaching</em> è il comportamento di balene, delfini e alcune focene, che a volte si lanciano in aria con la testa in avanti e ricadono in acqua in un tuffo. Io lo interpreto come come un gesto di gioia.</p>
<p><strong><sup>34</sup></strong> Il <em>fluking</em> (o <em>Fluke-up</em>) è il sollevamento in aria della coda di un cetaceo per facilitare l’immersione in profondità.</p>
<p><strong><sup>35</sup></strong> La poesia <strong>V</strong> parla del mondo di plastica nel quale ci troviamo a vivere. Oggi sappiamo che non esiste luogo del pianeta non contaminato da questo materiale – che si frantuma e diventa sempre più piccolo, infinitesimale. Cominciamo a dire che noi produciamo globalmente ogni anno trecentotrenta milioni di tonnellate di plastica, delle quali solo il quindici percento viene riciclato, mentre un venticinque percento viene bruciato negli inceneritori e il restante sessanta percento finisce nelle discariche o bruciato all’aperto (dati OCSE). È un problema serio. Ogni hanno finiscono in mare tra gli otto e le quindici milioni di tonnellate di plastica. E se una bottiglia di plastica ci mette tra i quattrocento e i cinquecento anni per decomporsi, significa che ogni anno stiamo accumulando una quantità gigantesca di plastica che non scomparirà mai.</p>
<p><strong><sup>36</sup></strong> Alcune volte, mentre guardo immagini delle piramidi d’Egitto, mi capita di domandarmi che cosa stiamo lasciando ai bambini di domani. Non so perché mi succeda quando guardo le piramidi – sarà che sono lì da migliaia di anni? Sarà la loro grandezza e magnificenza? Comunque sono una dimostrazione della nostra Storia. E quando mi pongo questa domanda, se c’è qualcosa che veramente lasceremo ai prossimi millenni, la risposta è sempre la stessa: la plastica. Negli ultimi secoli non abbiamo prodotto nient’altro di così duraturo e persuasivo. La plastica è dappertutto: dai filtri delle sigarette, ai giocattoli dei bambini fino agli arredamenti o al computer che sto utilizzando per trascrivere dal quaderno questa poesia. Inoltre per via delle correnti marine, negli ultimi cinquant’anni si sono formate delle vere e proprie isole di plastica. La più grande è la Great Pacific Garbage Patch, le cui dimensioni equivalgono tre volte la Francia, contenendo oltre ottanta mila detriti di plastica. Di queste isole ne sono state ritrovate, di misura inferiore, anche nel Mediterraneo e nel Tirreno. Questi luoghi sono diventati delle vere discariche. Credo che tutti noi abbiamo visto almeno un video sulle tartarughe incastrate nell’anello di plastica di una confezione di lattine o interamente intrappolate dentro a delle reti da pesca fatte anch’esse di plastica. Sono scene direi violente per via della crudeltà inferta dall’incuranza e dalla maleducazione umana. Un danno ulteriore e maggiore è dovuto alle buste di plastica. Quando queste finiscono in mare, galleggiano, galleggiano a ridosso della superficie. E galleggiano in un modo spaventosamente simile al nuoto di una medusa. La medusa è il piatto preferito delle tartarughe. Molte tartarughe sono state trovate morte con il tratto intestinale bloccato dai sacchetti di plastica. È una fine oscena. Molti uccelli marini sono stati trovati morti con all’interno dello stomaco tappi di bottiglia o frammenti di plastica colorata. Scambiano tutto per cibo. O per casa. Il Paguro è un crostaceo con un addome molle. Per proteggerlo ha bisogno di una struttura che trova sparsa sulle spiagge di tutto il Pianeta: la conchiglia. Ma non più. Da alcuni anni si è riscontrato un aumento di Paguri che invece delle conchiglie, si vestono di tappi dei flaconi di plastica (a maggio del 2019 è stato avvistato un Paguro all’interno della testa di una bambola). Succede spesso che i bagnanti raccolgano le conchiglie per tenerle sul camino, lasciando i rifiuti sulla battigia. Oltre al danno, la beffa. Così i Paguri cercano casa tra la spazzatura. Una mutazione adattiva. Ecco un esempio di quel che lasceremo.</p>
<p><strong><sup>37</sup></strong> Come vedremo meglio più avanti, i ghiacciai – per via del surriscaldamento climatico – si stanno sciogliendo molto rapidamente. Questo drastico mutamento, oltre a innalzare il livello dei mari (i dati sono controversi visto i diversi fattori da misurare, le variabilità climatiche e antropiche; comunque la stima oscilla tra i novanta centimetri, dati NASA, e i duecento centimetri, dati IPCC, entro il 2100), destabilizza il clima e il paesaggio locale, disorientando e affamando la fauna presente in quei determinati habitat. La storia dei Trichechi è molto semplice e macabra. Iniziamo a dire che i Trichechi sono dei mammiferi marini pinnipedi con i baffi, due lunghe zanne e un peso che può arrivare ai due quintali. Sono animali possenti e gregari, che vivono nel mar Glaciale Artico e nei mari subartici dell’Emisfero Boreale. Nel periodo estivo si spostano verso la banchisa dove possono trovare molluschi e crostacei, alimenti base della loro dieta, prima di spostarsi nelle grandi placche di ghiaccio per partorire e allevare i cuccioli. Negli ultimi decenni però il paesaggio glaciale è molto cambiato. In estate la temperatura supera lo zero, riducendo la superficie ghiacciata, lasciandola scoperta. Quindi i trichechi hanno cominciato a spostarsi verso la scogliera, ammassandosi sulle rocce. Nei quattro anni voluti alla troupe di Netflix per girare il documentario Our Planet, gli scienziati e i cameraman hanno fatto una scoperta sconcertante: molti trichechi, per il poco spazio, erano costretti a spostarsi verso le creste più alte. La vista fuori dall’acqua per un Tricheco è scarsa e da quelle altezze è difficile comprendere le distanze. Però può percepire che sotto ci sono altri suoi simili. Quando un Tricheco comincia ad avere fame, per alimentarsi, deve tornare in acqua. Le immagini hanno ripreso centinaia di Trichechi lanciarsi dalla scogliera e morire sulle rocce. Si erano già visti casi del genere nel passato, ma mai un numero così elevato. Questo ha portato alcuni scienziati a dubitare che fossero episodi dovuti al cambiamento climatico. Sicuramente è certo che il ghiaccio si sta ritirando e che molti animali e umani (i Trichechi sono la dieta di molti popoli dell’Alaska e della Groenlandia) stanno subendo questo sconvolgimento sempre più lungo ed estremo.</p>
<p><strong><sup>38</sup></strong> Sulla questione migranti non voglio tirarla per le lunghe: ne ho già discusso in altre sedi e con diversi mezzi, sia testuali che fisici. È certo che ci stiamo comportando come delle bestie, cattivi per convenienza politica e volontaria ignoranza. Concludo subito riportando due dati: si stima che le morti accertate nel Mediterraneo oscillano intorno ai 35 mila e che per via del cambiamento climatico si muoveranno oltre centonovanta milioni di persone. Soprattutto dalle zone più povere. Non c’è alternativa all’accoglienza e alla condivisione.</p>
<p><strong><sup>39</sup></strong> Una delle conseguenze più importanti del cambiamento climatico è lo scioglimento dei ghiacciai. Questo avvenimento è dovuto alla concentrazione atmosferica di gas serra in aumento costante. Ciò è dovuto alla deforestazione e all’uso massiccio di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas. L’aumento di gas serra provoca l’innalzamento della temperatura del Pianeta e lo scioglimento dei ghiacci. Il processo di scioglimento provoca e provocherà (si stima un’ulteriore aumento di due metri) un innalzamento di tutti gli oceani (dal 1910 è aumentato di venti centimetri). Inoltre ci sarà meno acqua dolce disponibile e di conseguenza più siccità e carestie soprattutto nel Sud del mondo con conseguente migrazione verso il Nord più ricco e con maggiori mezzi per mitigare i disagi. Quando parliamo di gas serra, intendiamo la concentrazione elevata di CO<sub>2</sub> (Anidride Carbonica) e di altri elementi inquinanti come il Metano(CH<sub>4</sub>), il Diossido di Zolfo (SO<sub>2</sub>) o i Metalli Pesanti come il Piombo nell’atmosfera. Secondo l’ultimo dato riportato dalla NOAA (la National Oceanic and Atmospheric Administration), il 22 luglio abbiamo toccato le 411 ppm (parti per milioni). L’ultima volta che la Terra registrò simili livelli era il Pliocene, tra i tre e i cinque milioni di anni fa. Questa enorme concentrazione di agenti inquinanti nell’atmosfera, non venendo completamente assorbita dai vari elementi naturali del Pianeta (piante, mari e suolo), si accumula e surriscalda l’aria provocando l’innalzamento delle temperature. Perdere il permafrost o le vette innevate più alte significa morte per la fauna locale, minor apporto idrico per milioni di persone e per l’agricoltura, innalzamento dei mari e conseguente scomparsa dell’odierna linea costiera, migrazione forzata, guerre per accaparrarsi le ultime fonti d’acqua dolce. Questa è una spiegazione molto riduttiva, ma spero utile a comprendere il perché questo fenomeno avviene e perché è così rischioso per ogni forma di vita sulla terra.</p>
<p><strong><sup>40</sup></strong> Come ho già scritto, il materiale plastico si trova in ogni angolo della Terra. La maggior parte della plastica in mare arriva dai fiumi che percorrono i continenti (mentre un quinto della plastica è gettato in mare da pescatori, navi e piattaforme petrolifere). Uno studio intitolato <em>Export of Plastic Debris by Rivers into the Sea</em> ha rivelato che delle 4 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno vengono trasportate dai fiumi al mare, fino al 95 per cento viene da appena dieci fiumi. Questi fiumi si trovano quasi tutti in Asia, tranne per il Nilo (Egitto, Africa) e il Niger (Golfo di Guinea, Africa). In Asia troviamo un’alta densità della popolazione e con una gestione dei rifiuti quasi inesistente. Inoltre, alcuni paesi asiatici (Cina, Malesia, India, Indonesia) sono stati per anni – e alcuni di essi continuano ad esserlo &#8211; il porto di approdo della plastica sporca (ad esempio, unta da olio di motore o vaschette d’asporto o residui di medicamento) o non suddivisa per tipo o rivestita da altro materiale. La plastica viene trasferita in questi paesi che dopo averla selezionata e pulita, dovrebbero ridurla in granuli per essere riciclata. Però non si sa bene se questo processo molto costoso venga effettuato correttamente. Da ricordare anche che il problema della plastica non è costituito solo da oggetti visibili come sacchetti, bottiglie e contenitori, ma anche da microframmenti, insieme alle microsfere contenute in esfolianti e altri cosmetici. Dai fiumi sgorga la vita come la morte. Se dalla sorgente l’acqua nasce limpida, nel suo percorso incontra dighe, canali artificiali, impianti idroelettrici, scarichi da industrie di vario genere e plastica, quintali di cannucce e bicchieri e pezzi di frigoriferi.</p>
<p><strong><sup>41</sup></strong> L’agricoltura del XX e del XXI secolo è stata principalmente un processo concentrato sulla monocoltura. Vasti terreni adibiti ad un solo tipo di cereale o arbusto. È una dinamica che continua a crescere: stiamo distruggendo intere foreste millenarie per la produzione di singoli elementi, usati a scopo foraggiero e alimentare. L’Amazzonia continua ad essere deforestata non solo per scavare miniere di carbone e diamanti, ma soprattutto per coltivare soia (ogni anno vengono distrutti oltre un milione e mezzo di ettari per produrre un cereale di cui il settantasei percento viene usato per l’alimentazione degli animali). L’industria dell’olio di palma è una altro dramma: solo in Indonesia, in dieci anni, si sono persi oltre sei milioni di ettari di foresta tropicale. Oltre al problema della deforestazione, per far sì che la produzione sia costante, dagli anni cinquanta in poi c’è stato un bombardamento costante di pesticidi e fertilizzanti. La terra ha bisogno di riposo e di nutrienti. Il continuo lavorarla la rende arida e sterile. Il paesaggio viene ucciso dal mais. Molti di questi pesticidi e fertilizzanti sono idrosolubili, penetrano in profondità nel terreno e raggiungono le acque sotterranee, dando forma a casi di inquinamento delle falde acquifere. Significa che l’acqua non è più potabile né utilizzabile per l’irrigazione. Molti pesticidi non sterminano solo i parassiti, ma possono essere anche nocivi per la fauna e l’uomo. Molti di essi sono volatili, vengono sospinti dal vento e si trascinano oltre i campi, divenendo un potenziale elemento nocivo per tutti i componenti della catena alimentare. Negli ultimi decenni si è evidenziato un processo simile in mare. I fertilizzanti utilizzati per nutrire il terreno, per via aerea o per via sotterranea, arrivano a mare diventando ulteriore nutrimento per le alghe che aumentano vertiginosamente di numero creando problemi sia alla fauna marina, sia alle spiagge e all’uomo che le frequenta (l’intossicazione può avvenire sia per via alimentare, mangiando crostacei o molluschi o pesci contaminati, che per via aerea: l’inalazione di aerosol contenente frammenti di cellule o tossine di alghe marine). Io so che a noi importa solo mangiare. Ma stiamo distruggendo ogni forma di biodiversità, sia animale che vegetale, per delle brioche al cioccolato, degli assemblaggi di merluzzo impanato o per mangiare carne, in diversi alimenti, almeno tre volte al giorno.</p>
<p><strong><sup>42</sup></strong> C’è stata e in alcuni ancora è presente l’idea che esista una soluzione B, un altro pianeta sul quale approdare e iniziare una nuova vita, abbandonando la nostra casa distrutta dalle nostre azioni – convinti di poter essere diversi, esseri migliori, imparare dai nostri errori. Non c’è nulla di questo a portata di mano. Nelle vicinanze siamo l’unica forma di vita presente nell’universo. E questo è l’unico Pianeta vivibile. Come scrisse Carl Sagan nel libro Pale Blue Dot (Pallido Puntino Azzurro) riguardo la fotografia della Terra scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1, quando si trovava a sei miliardi di chilometri di distanza (di Sagan l&#8217;idea di girare la fotocamera della sonda e scattare una foto della Terra dai confini del sistema solare): “<em>La Terra è l&#8217;unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c&#8217;è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora. Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l&#8217;astronomia è un&#8217;esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c&#8217;è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l&#8217;uno dell&#8217;altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l&#8217;unica casa che abbiamo mai conosciuto.</em>&#8221;</p>
<p><strong><sup>43</sup></strong> El Niño, il Bambino in lingua spagnola, è un fenomeno ciclico (casuale) climatico che si ripete una volta ogni tre/cinque anni ed è causato da un temporaneo indebolimento della fascia degli Alisei, venti costanti che soffiano da sud-est e che moderano la temperatura, provocando un aumento delle temperature nelle acque del Pacifico Tropicale. La pioggia segue l&#8217;acqua calda verso est, causando siccità in Indonesia, in Malesia e nel nord dell&#8217;Australia, e alterando il percorso della corrente a getto la quale a sua volta contribuisce a definire il tempo in Nord America. Esiste anche La Niña, la Bambina, un fenomeno che spesso segue temporalmente El Niño: quando l&#8217;acqua calda de El Niño ha occupato tutto il Pacifico tropicale, è sufficiente l&#8217;instaurarsi di alisei anche di bassa potenza per innescare il fenomeno inverso, con un raffreddamento delle temperature superficiali dell’Oceano Pacifico centrale ed orientale.  El Niño è un importante fattore ambientale: la corrente calda che viene trasportata verso oriente è povera di alimenti nutritivi. Questa prende il sopravvento sulla corrente di Humboldt che attraverso la risalita spinge dalle profondità oceaniche il plancton, il quale assicura cibo a grandi quantità di pesci e mammiferi marini. Però c’è un problema. Per via del cambiamento climatico El Niño è diventato più frequente e duraturo. Ciò provoca grossi disagi alle popolazioni che vivono in quella fascia territoriale, perché si evidenziano periodi di siccità più lunghi nelle regioni che si affacciano sul Pacifico Occidentale e in Australia ed eventi piovosi estremi sulle coste occidentali del centro America. Inoltre crea uno stravolgimento nell’equilibrio faunistico marino, ripercuotendosi anche sulle popolazioni che vivono di pesca. Riassunto: impatti su rese agricole, carestia, necessità di riscaldare o raffreddare le abitazioni, rischi di incendio, sbiancamento dei coralli e condizioni meteorologiche estreme sono situazioni dovuti ad El Niño/ La Niña diventati più gravi negli ultimi 20 anni a causa dell&#8217;aumento della temperatura media terrestre.</p>
<p><strong><sup>44</sup></strong> La Tartaruga Embricata vive nelle acque tropicali degli Oceani Atlantico, Pacifico ed Indiano. Non amano le profondità marine, preferiscono gravitare intorno alle coste dove trovano le specie di Spugne di cui si cibano e dove possono trovare distese sabbiose per partorire. Compiono grandi migrazioni per spostarsi verso le zone di riproduzione. Quando sono giovani il loro carapace è a forma di cuore, e si allunga a mano a mano che crescono. Il loro colorato guscio è dentellato e ha delle spesse piastre ossee sovrapposte, somiglianti agli embrici di un tetto, dai quali deriva il nome. È una specie in via d’estinzione; livello Critico per la Red List dell’IUCN. La popolazione di questa specie è crollata dell’ottanta percento negli ultimi cento anni. Vengono uccise per il commercio del loro magnifico carapace (si stima che ne siano state ammazzate, in centocinquant’anni, sei milioni). In Giappone l&#8217;animale viene cacciato per le sue squame, impiegate per realizzare la montatura di occhiali e per i plettri dello Shamisen, uno strumento musicale del folklore nipponico. Infine la Tartaruga Embricata è minacciata dall’inquinamento marino e dalla distruzione del suo habitat. Si stima che nel mondo di femmine nidificanti ne siano rimaste meno di venticinque mila esemplari.</p>
<p><strong><sup>45</sup></strong> Le Sterne codalunga sono dei magnifici uccelli bianchi con un cappuccio nero sopra la testa. Hanno una coda biforcuta e piccole zampe. Si cibano di pesciolini e piccoli invertebrati acquatici, che catturano tuffandosi nell’acqua da altezze elevate. Hanno il record della migrazione più lunga: dall’Eurasia settentrionale, dove nidifica in estate, fino alle acque subantartiche e antartiche degli Oceani Atlantico, Pacifico ed Indiano. Ed è grazie a questa lunga migrazione che la inserisco come essere che collega il mondo da un estremo all’altro. L’unica minaccia sono i turisti che frequentano le zone di nidificazione. Essendo molto protettiva, la Sterna attacca chiunque provi ad avvicinarsi al nido, con picchiate rapide e beccando con forza, anche gli esseri umani.</p>
<p><strong><sup>46</sup></strong> La pedoturbazione è il processo di rimescolamento generale del suolo per via di terremoti, meteoriti, guerre, sconvolgimenti climatici, e che si divide in almeno undici categorie tra cui: l’aeroturbazione (gas, aria, vento), floraturbazione (piante), acquaturbazione (acqua), cristalturbazione(cristalli e minerali vari), eccetera. Uso questo termine per stabilire una forma di linguaggio basata sugli elementi che comprendono il mondo. Elementi che formano la vita sulla terra e che continuamente vengono destabilizzati dalle azioni umane. Il linguaggio usa questi processi del mondo naturale per farne un arma di conservazione e di ricostruzione. Non si può più parlare solo col cuore, serve anche un cervello che produca memoria e letteratura utili alla sopravvivenza del Pianeta. Potrei definirlo un romanticismo scientifico. Poeti e letterati che studiano e guardano la terra e ne fanno romanzi e poesia.</p>
<p><strong><sup>47</sup></strong> Il mar dei Sargassi si trova al centro dell&#8217;Oceano Atlantico settentrionale, tra gli arcipelaghi delle Azzorre e delle Antille, dove s&#8217;incontrano ammassi fluttuanti estesi di alghe, dette in portoghese <em>sargaços</em> (da qui il loro nome). Queste alghe di colore giallo/oro sono isolotti che si spostano in base all’influenza dei venti. Sono portatori di un’alta biodiversità, molti animali marini vengono tra queste foreste per riprodussi come le anguille femmine che dai fiumi europei compiono oltre sei mila chilometri per raggiungerle. Negli ultimi anni c’è stato un aumento di alghe che ha invaso le coste caraibiche. Molti biologi marini pensano che sia dovuto all’aumento di fertilizzanti in mare.</p>
<p><strong><sup>48</sup></strong> I Cumulinembi sono nubi ad elevato sviluppo verticale, imponenti sul cielo, a forma di torri, montagne o cupole. I cumulonembi sono formati da masse di cumuli scuri (parte alta bianca e base orizzontale grigia) e si possono estendere per tutta l&#8217;altezza della troposfera. Accompagnano manifestazioni temporalesche: portano forti piogge, grandine o neve, oltre a fulmini e in alcune circostanze, tornado.</p>
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		<title>Su «Come sarei felice» di Tommaso Giartosio</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/09/16/su-come-sarei-felice-di-tommaso-giartosio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Conoscenti]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Giartosio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Conoscenti Il primo contatto che ha il lettore col libro di Tommaso Giartosio, Come sarei felice. Storia con padre, Einaudi 2019, è la poesia riportata in copertina, costruita attorno ai poli semantici di tradire e tramandare, entrambi etimologicamente derivati da tradĕre. L’io testuale (‘il poeta’, si direbbe a scuola) si rivolge al padre, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Conoscenti</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80353" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75-170x300.jpg" alt="" width="170" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75-170x300.jpg 170w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75-250x442.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75-200x354.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75-160x283.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 170px) 100vw, 170px" /></p>
<p>Il primo contatto che ha il lettore col libro di Tommaso Giartosio, <em>Come sarei felice. Storia con padre</em>, Einaudi 2019, è la poesia riportata in copertina, costruita attorno ai poli semantici di <em>tradire</em> e <em>tramandare</em>, entrambi etimologicamente derivati da <em>tradĕre</em>. L’io testuale (‘il poeta’, si direbbe a scuola) si rivolge al padre, come suggerito dal sottotitolo, per dirgli, fra l’altro: […] <em>Solo questi segreti / si tramandano / tra le righe / di un testamento / impugnato. // Fidati di me. // Non ti tradirò mai abbastanza.</em> La <em>storia con padre</em> è allo stesso tempo, inevitabilmente, una storia con figlio, la cui voce è però l’unica ad organizzare il discorso che leggiamo (e leggeremo). Qui, ad esempio, la tensione fra gli ultimi due versi è giocata sull’<em>abbastanza </em>finale. L’avverbio vanifica l’implicita consequenzialità innescata dal <em>Fidati di me</em>, cui non risponde, appunto, un (letteralmente) univoco <em>Non ti tradirò mai</em>. Ma neppure un simmetrico verso di senso opposto, altrettanto univoco, e per questo altrettanto rassicurante. Un figlio, insomma, che dice a sé e al padre morto (con un senso di sfida e di orgoglio? con sofferto rammarico?) che non sarà mai abbastanza diverso da lui (da come lui lo avrebbe voluto) oppure, il che è quasi lo stesso, mai abbastanza uguale a lui (a come lui lo avrebbe voluto).</p>
<p>Nella quarta di copertina, pubblicata di certo col consenso dell’autore, se non scritta di suo pugno, vi si legge poi di <em>un percorso in due tappe</em> che <em>si integrano perfettamente anche grazie ad un poemetto-cerniera </em>[…]: <em>La stellina.</em> Assumendo quest’ultimo testo come asse mediano, affiora così una divisione speculare in quattro + quattro parti che includono lo stesso numero di poesie nelle sezioni corrispondenti:</p>
<p>A.1 <em>Stemma</em>                                         -1 poesia<br />
A.2<em> Vivere </em>                                           -9 poesie<br />
A.3<em> Cristallizzarsi</em>                                -12 poesie<br />
A.4<em> Le notti bianche</em>                             -12 poesie</p>
<p style="margin-left: 70.8pt;">                     B.<em> La stellina</em></p>
<p style="margin-left: 35.4pt;">C.4<em> I viaggi immaginari</em>                       -12 poesie<br />
C.3 <em>Trovare</em>                                          -12 poesie<br />
C.2<em> Perdersi</em>                                         -9 poesie<br />
C.1<em> Stigma</em>                                            -1 poesia</p>
<p>Parrebbe da questo specchietto (mia la catalogazione dell’<em>Indice</em> con lettere e numeri) che la specularità sia un tema importante, centrale, se l’intera struttura risulta organizzata in tal modo. Una forma-struttura equivalente del contenuto-sostanza, un po’ come avviene, in piccolo, nella poesia di Montale <em>Cigola la carrucola del pozzo</em>. Non so capire in che rapporto stiano prima parte, <em>genealogica, dedicata al padre</em> (sempre dalla quarta di copertina) cioè le poesie di A, e seconda parte (<em>romanzo di formazione e d’amore</em>), le poesie di C: di rispecchiamento sì, certo, ma in che termini precisamente? Intanto è indubbio che <em>Stemma</em> e <em>Stigma</em>, l’alfa e l’omega della raccolta, si richiamino sia foneticamente che concettualmente: dall’accezione generale di “contrassegno stabile di famiglie e singole persone” si passa a quella particolare di “qualità negative attribuite a persona o a gruppi di persone<a title="" href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>”. Modalità di passaggio che potrebbe estendersi per intero alla relazione tra prima e seconda parte? Magari anche a quella, ad esempio, tra le singole poesie di <em>Vivere</em> e quelle di <em>Perdersi</em>? Potrebbe, non saprei. Gli accostamenti dei titoli dei capitoli, intanto, risultano quanto meno evocativi, come coppie di varianti quasi sinonimiche (e il <em>quasi</em> è elemento cruciale), speculari perfino nella disposizione nomenclatoria: coppia nuda di sostantivi la prima (<em>Stemma-Stigma,</em> appunto), poi due coppie di verbi all’infinito, di cui due riflessivi,<em> Vivere-Perdersi</em> e <em>Cristallizzarsi-Trovare,</em> e l’ultima coppia con sequenza più strutturata articolo-sostantivo-aggettivo:<em> Le notti bianche-I viaggi immaginari</em>.</p>
<p>Ritornando a <em>Stemma e Stigma</em>, provo a individuare la relazione fra <em>Narciso</em> e<em> Nella vetrina del japanese restaurant</em>, i testi che ne costituiscono rispettivamente il contenuto. <em>Narciso</em> si presenta come una demistificazione, un rovesciamento carnevalesco del mito: <em>Narrano che Narciso / non fosse bello affatto, / e che accettasse il fatto. // Ma il fatto che il suo viso / nella fonte riflesso / fosse brutto lo stesso &#8211; // questo sì l’abbia ucciso.</em> La convivenza con la propria consapevole bruttezza, l’accettazione del dato di fatto, diventa per Narciso intollerabile nel momento in cui la vede (e si vede) oggettivamente, dall’esterno, attraverso la conferma di un altro che funge da specchio: forse un figlio (omosessuale) che si scorge appunto nel rimando del rapporto col padre, o anche, viceversa, un padre che si scorge nello sguardo di un figlio diverso senza riconoscerlo e riconoscersi. La poesia della copertina, <em>Tutti i segreti morti con te</em>, inclusa in A.2, in questo primo blocco aperto da <em>Narciso</em>, sembra esplicitare e contestualizzare la consapevolezza, orgogliosa o sofferta o entrambe, del figlio che (non sa o) non vuole rispondere alle aspettative del padre, essere una sua proiezione, un suo riflesso. Lo <em>stemma</em>, che ha la famiglia come ambito di elezione, potrebbe essere così il mancato (reciproco?) riconoscimento paterno-filiale, che implica una persistente e talvolta dura tensione: <em>scendevo in quella patria di voci, verso i miei termini che tu abbaiavi sfidandomi a penetrarli &#8211; «invertito», «sodomita», «pederasta» (IDR-LIEB, SCI-TAT, PAO-PZ). Nomi comuni di genere maschile. E tu eri buono come il pane, come il sale </em>(sempre in A.2. Da notare la duplice similitudine, di cui la seconda antifrastica).</p>
<p>Ma forse questo non è che un aspetto della discontinuità dialettica fra le generazioni, che trova la sua narrazione nel poemetto <em>La stellina</em>. In un fluire di endecasillabi che ricorda un po’ il Pasolini ‘civile’, con toni che variano dall’affettuoso e partecipe al distante e beffardo viene ripercorsa la biografia del padre, intrecciata ai mutamenti politici e sociali dell’Italia dal fascismo agli anni Ottanta ‒ col che il sottotitolo della raccolta si carica di ulteriore senso. Nel ’68 e nel decennio successivo, al di fuori dei versi che vi fanno esplicito riferimento, il conflitto fra padri e figli ha assunto nel frattempo le caratteristiche peculiari della contestazione giovanile, che interseca i movimenti per i diritti delle donne e degli omosessuali, all’interno delle cui riflessioni è cresciuta la generazione dell’autore reale. Nella raccolta il processo di formazione individuale si costruisce più che mai attraverso il confronto-scontro generazionale, che tocca, sia pure tangenzialmente come si è accennato, anche quello tra eterosessualità e omosessualità; è un processo che viene focalizzato sulla relazione tutta al maschile tra padre e figlio, a differenza ad esempio di Pasolini (appartenente alla generazione precedente), il quale riteneva fondamentale nel proprio rapporto col mondo la relazione-identificazione con la madre.</p>
<p>Le poesie del secondo blocco sono centrate, come anticipato, sulla costruzione <em>dell’identità di uomo e di poeta </em>dell’io testuale. Se <em>Stemma-Narciso</em> apriva il blocco iniziale, <em>Stigma-Nella vetrina del japanese restaurant</em> specularmente chiude quello conclusivo: <em>Se ti sbucciassi amore come / una cipolla, amore // e lo facessi ancora / e ancora, ancora, amore // al centro troverei ancora / non il tuo ma il mio cuore. // E ponendo sul pollice / quel fuso viola, amore // lucido, laccato come / questo sàmpuru &#8211; amore &#8211; // quanto sarei solo. / Come sarei felice.</em> Suppongo che il testo riprenda l’immagine di una poesia di Szymborska, <em>La cipolla</em>, allontanandola dal sistema di significati dell’originale, per approdare alla scoperta, nella cipolla-amato, del cuore dell’amante (che parla e scrive) anziché dell’altro (che è scritto e detto). Trovare nell’altro il proprio cuore è scoperta o conferma, ovviamente, di una profonda solitudine, ma la chiusa non blandisce la probabile, dolente, aspettativa del lettore, spiazzandolo invece con un procedimento ‒ già notato nella poesia in copertina e adoperato spesso nella raccolta, insieme a frequenti paronomasie ‒ che accosta frasi (o sintagmi) quanto meno divergenti, se non proprio antitetiche. L’amore che non ha bisogno dell’altro, l’amore dell’identico: parrebbe essere questo lo <em>stigma</em>, “qualità negativa di persone o gruppi”, l’amore narcisistico che una certa vulgata identifica con l’omosessualità tout court. Il <em>Come sarei felice</em> della chiusa, assurto a titolo dell’intera raccolta, inevitabilmente dà un rilievo particolare a questo testo, con le ultime parole dell’io testuale che riflettono le primissime, quelle del titolo (e viceversa).</p>
<p>La parodia del mito in <em>Narciso</em>, attuata anche attraverso l’abbassamento del lessico, trova nella poesia finale un corrispettivo nella modalità espressiva… mieloso-canzonettistica, in quella ripetizione per ben cinque volte di <em>amore </em>e di quattro di <em>ancora</em>. Se a questo si aggiunge che il <em>come </em>del verso iniziale è seguito più avanti da un altro <em>come</em> che sposta il fuso-cuore nel campo semantico dell’artificio e del tossico (il<em> sàmpuru</em>, sulle cui caratteristiche ci informa la <em>Nota</em> autoriale alla fine della raccolta<a title="" href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>), ecco, non sono sicuro che nel <em>Come sarei felice </em>della poesia si trovi “il messaggio” poetico dell’autore, l’essenza di un personale itinerario, del suo intimo “discorso”, ma solo quello dell’io testuale. È un finale che mi lascia il dubbio di dover essere riferito a uno stereotipo, adoperato in funzione critica e non con l’adesione dell’autore reale, che certo sa che l’amore narcisistico, lungi dal definire la totalità delle relazioni omosessuali, può riguardare d’altra parte anche quelle eterosessuali.</p>
<p>L’ultimo intervento dell’autore coincide con l’appena citata <em>Nota</em>, scandita in tre paragrafi, dalla quale il lettore può attingere informazioni di tipo bibliografico o riguardanti alcune citazioni o a chiarimento di determinate scelte tematico-lessicali. La parte più interessante è a mio avviso il paragrafo iniziale che esordisce con un inequivoco <em>Se avessi voluto fare un ritratto oggettivo di un padre, avrei scritto altro</em>. L’autore rivendica la caratteristica di cangiante <em>paesaggio emotivo</em> per la propria raccolta, ponendola entro l’ambito interpretativo della soggettività (e in ultima analisi, credo, del genere lirico), fornendo insomma al lettore la propria chiave di accesso al mondo dell’io testuale. Curiosa la presenza della riga e mezzo finale, la definizione, priva di fonte, di un termine latino, che costituisce da sola il terzo e ultimo paragrafo della <em>Nota</em>: “Patratio<em> est effectus, exsecutio, perfectio, et rei veneris consummatio</em>”. Il termine non è presente nel corpus delle poesie e la sua definizione non svolge neppure funzioni analoghe alle altre informazioni-spiegazioni della <em>Nota</em>. E però lì è stata collocata.</p>
<p>Non tutti fra i quattro dizionari cartacei che ho sfogliato affiancano, al significato generico di <em>conclusione</em>, anche l’accezione <em>eufemistica</em> od <em>oscena</em> (così scrivono) di <em>compimento del coito</em>. Nel <em>Lexicon Totius Latinitatis</em> (consultato online) del padre Egidio Forcellini, oltre alla definizione non reticente di <em>patratio</em>, si legge che da esso deriva il lemma <em>pater</em>, che è probabilmente il motivo per cui la definizione è stata trascritta dall’autore: «<em>2. Speciatim obscaeno sensu. Vet. Scholiact. ad Pers. 1. 18. Patratio est rei Venereae perfectio, vel consummatio; unde et patres dicti, eo quod patratione filios procreant. Adde Theod. Priscian. 2. 11</em>»<a title="" href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Le ultime parole della raccolta, che pure non hanno funzione di glossa né di spiegazione didascalica, provengono così dalla voce dell’autore, non da quella che ha detto ‘io’ nelle 68 poesie (+ <em>La stellina</em>). Se il fine è quello di mettere in evidenza la paternità come procreazione fisiologica, di ricongiungerla al <em>compimento del coito</em>, al senso di una <em>conclusione</em> che porta in sé qualcosa di irrevocabile, la questione più immediata mi sembra: perché adesso, perché qui? Forse un varco dischiuso dall’autore verso aspetti da sviluppare in testi successivi. Forse un invito a rileggere la raccolta alla luce dell’accezione individuata dagli antichi <em>patres</em>: una rilettura che cominci adesso, dal compimento del testo, e proceda ordinatamente <em>à rebours</em>, riattraversando lo specchio della <em>Stellina</em> fino a mostrare sempre più l’irrevocabilità del percorso intrapreso.</p>
<div>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<div id="ftn1">
<p><a title="" href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Per le definizioni cfr. <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/stemma/">http://www.treccani.it/vocabolario/stemma/</a> e <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/stigma">http://www.treccani.it/vocabolario/stigma</a>.</p>
</div>
<div id="ftn2">
<p><a title="" href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> «Il <em>sàmpuru</em> dell’ultima poesia è il termine giapponese (dall’inglese <em>sample</em>, “esempio, modello”) con cui si indicano le riproduzioni di pietanze visibili nelle vetrine dei ristoranti nipponici. Sono realizzate a partire dal cloruro di vinile, un composto altamente tossico», p. 130.</p>
</div>
<div id="ftn3">
<p><a title="" href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr.ad esempio <a href="http://lexica.linguax.com/forc2.php?searchedLG=patratio">http://lexica.linguax.com/forc2.php?searchedLG=patratio</a> .</p>
</div>
</div>
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		<title>Frammenti: stagioni di un amore mai confessato</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/09/09/frammenti-stagioni-di-un-amore-mai-confessato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Sep 2019 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Cassandra]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=80343</guid>

					<description><![CDATA[di Cassandra (Questo racconto contiene testi espliciti. Se ne sconsiglia la lettura a un pubblico non adulto, e a chiunque possa sentirsi offeso da temi e parole che riguardano la sessualità.) AUTUNNO – Di quando tutto sembrava un nuovo inizio Che tu avessi adocchiato la mia collezione di Dylan Dog, me lo riferirono in anticipo: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>di<strong> Cassandra</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-80346" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/pioggia-1024x574.jpg" alt="" width="860" height="482" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/pioggia-1024x574.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/pioggia-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/pioggia-768x431.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/pioggia-250x140.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/pioggia-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/pioggia-160x90.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/pioggia.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 860px) 100vw, 860px" /></p>
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<p><strong><span style="color: #ff0000;">(Questo racconto contiene testi espliciti. Se ne sconsiglia la lettura a un pubblico non adulto, e a chiunque possa sentirsi offeso da temi e parole che riguardano la sessualità.)</span></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>AUTUNNO</strong></p>
<p><em>– Di quando tutto sembrava un nuovo inizio<br />
</em>Che tu avessi adocchiato la mia collezione di Dylan Dog, me lo riferirono in anticipo: allora parlasti di te in grande, pareva tu fossi a capo di varie imprese, un noto regista, un accademico acclamato … ma a me, di quel resoconto, interessò soprattutto la parte dei fumetti.</p>
<p>La prima volta che t’incontrai stavo sdraiata sul divano, strabuzzando gli occhi per la luce troppo fioca di una veranda ancora isolata ed illuminata male: stavo leggendo Corto Maltese che, ora posso dirlo, fu una decisione fatale, ma pilotata: volevo sapere se avessi buoni gusti in generale, e, sapendo che saresti arrivato, giocai d’anticipo.</p>
<p>Lo ammetto, ti attendevo, ma tu riuscisti a sorprendermi comunque: non suonasti alla porta, non telefonasti per avvertire del tuo arrivo… sentii la porta sbattere e qualcuno salire le scale, ricordo che cominciai a tremare perché speravo fossi tu, nonostante non sapessi ancora chi saresti stato.</p>
<p>E tu lo notasti subito, Corto Maltese. Senza presentarti esclamasti felice d’aver portato un cofanetto contenente tutti i dvd con le animazioni di Corto, a me le animazioni non fanno impazzire perché preferisco sfogliare i fumetti, ma non smorzai il tuo entusiasmo (che era anche il mio, per averti scoperto estimatore di Corto Maltese, oltre che di Dylan Dog).</p>
<p>Allora mi alzai, guardandoti in faccia per la prima volta, strinsi la tua mano farfugliando il mio nome, domandandomi perché, gli altri, parlandomi di te e delle tue grandi imprese, si fossero dimenticati di menzionare la tua bellezza.</p>
<p>Tu mi guardasti negli occhi, che fossero da stronzo lo vidi subito anche se erano blu.</p>
<p><span style="letter-spacing: 0.05em;">“Vino?” Chiedesti tu, estraendo una bottiglia da un sacco militare rattoppato. “Birra”? Domandai io porgendotene una.</span></p>
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<p>Fingemmo un sacco, poi, quella sera. Tra fiumi di alcol e sigarette fumate a metà: tu raccontasti un sacco di stronzate e io non credetti a niente, però mi piacevi lo stesso.</p>
<p>La tua retorica, la tua dialettica, notai subito la tua mente brillante, che esisteva nonostante i tuoi racconti farlocchi … e poi Corto Maltese e Dylan Dog. Soprattutto Corto Maltese e Dylan Dog.</p>
<p>Ci limitammo ad un contatto fisico fugace: ti toccai il braccio e tu mi sfiorasti il ginocchio. Andai a dormire sola, nella mia nuova stanza – e tu nella tua, che però aveva, e per sempre ha avuto, soltanto un materasso per terra – sicuramente ubriaca, forse già innamorata.</p>
<p>Perché avevo una nuova casa, e credevo tu fossi il mio inizio.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><em>– Di quando bevevamo vino e di quando ci siamo amati<br />
</em>Tu m’inibivi e io compravo il vino.</p>
<p>Accadde ogni sera<em>,</em> per settimane<em>,</em> o forse un intero mese.</p>
<p>Anche tu compravi il vino, e forse t’inibivo, ma non era il motivo per cui lo compravi, ma allora ancora non lo sapevo anche se lo intuivo.</p>
<p>Insieme lo tracannavamo volentieri, mentre l’autunno, pian piano, diventò imponente, e, nella nostra veranda ancora mal isolata era possibile restare solo con un mucchio di coperte.</p>
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<div>
<p>Allora m’offrivi sempre l’ultima sigaretta, perché io le finivo sempre prima di te, e a te piaceva ancora fingerti generoso, la fumavamo sempre metà ciascuno e solo allora andavamo a dormire.</p>
<p>Esistevamo solo noi, in una casa di cinque persone e svariati animali. Esistevamo solo noi e il cane. E il vino.</p>
<p>E le sigarette. E la musica… e Corto Maltese e Dylan Dog.</p>
<p>Di giorno passeggiavamo, la sera improvvisavamo simposi in veranda, sempre accompagnati da fiumi di alcol e fumi di tutti i tipi: necessitavamo la mente inibita per poter stare insieme, era un bisogno reale. La mattina non esistevamo, l’uno per l’altra, diventavamo inseparabili dopo le quattro del pomeriggio.</p>
<p>In quei giorni scoprimmo l’isola: verdeggiante, solitaria, malinconica, così simile alle nostre anime.</p>
<p>Andare all’isola divenne un appuntamento fisso. Tacito, perché nessuno esplicitò mai all’altro la volontà d’incontrarlo lì: eppure c’incontrammo lì quasi quotidianamente, fino a che il tempo ce lo permise.</p>
<p>Una sera cominciammo a improvvisare danze tribali per scaldarci, con indosso coperte militari che c’ingombravano e coprivano completamente, nella nostra veranda era possibile stare solo raggelando e sudando allo stesso tempo. Non ricordo quale fu l’evento scatenante, ricordo che, ad un certo punto, ridemmo fino alle lacrime; poi io salii sul divano e ti dissi: “prendimi”, ma lo sapevo che m’avresti lasciata cadere.</p>
<p>Cademmo in due, e non come in un film, vis à vis, cademmo facendoci male, atterrando su di un’asse chiodata ed io mi ferii la gamba.</p>
<p>T’insultai un poco, perché non mi avevi presa apposta e farmi male non mi è mai piaciuto, ma non ti aspettavi che mi sarei lanciata davvero: col senno di poi direi che è cominciato tutto lì, il nostro squallido gioco d’orgogli, quando io, decisa a tenere il punto, mi buttai lo stesso vedendo che non mi avresti presa, e tu, deciso a non prendermi, mi guardasti gettarmi nel vuoto lo stesso, decidendoti a tendere le braccia solo quando, ormai, era troppo tardi.</p>
<p>Ti dissi che mi ero anche ferita, mi alzai per prendere qualcosa e tamponare il sangue, tu afferrasti il mio braccio all’improvviso, e, tenendolo ben saldo, mi obbligasti a rimanere a terra. Non so con quale impulso decidesti poi di versarmi della birra sulla ferita, facendomi urlare di dolore vero. A quel punto ti chinasti per leccare il mio sangue, e le mie unghie si conficcarono nella tua schiena.</p>
</div>
<div>
<p>Quella notte facemmo l’amore aiutati dal radiatore: ci addormentammo sfiniti nel tuo letto, ma quando mi svegliai tornai in camera mia. Perché non volevo darti l’impressione di tenerci troppo.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><br />
INVERNO</strong></p>
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<p><em>– Di quando impazzimmo<br />
</em>Fuori regnava il gelo, l’isola ricoperta di ghiaccio divenne inaccessibile. Cominciammo a passeggiare istericamente alla ricerca di un nuovo locus ameno: scegliemmo il tetto di un alambicco in mezzo ai filari, che noi chiamavamo comunale, ma probabilmente apparteneva a qualcuno e, forse, non si trattava nemmeno di un alambicco.</p>
<p>Il nostro amore diventò una sfida: più t’amavo e più cercavo di dimostrarti che non era vero, e più m’amavi e più cercavi di ferirmi. Ci facemmo del male e ne facemmo agli altri, per mesi usammo le persone come pedine per raggiungere i nostri scopi, e il nostro scopo ultimo era sempre il medesimo: ferirci.</p>
<p>Di noi non parlavamo mai, sfiorammo l’argomento una volta sola, e senza mai specificare che io stessi parlando di me, e tu di te, e che il discorso riguardasse noi. Ne parlammo ipoteticamente, ma nello specifico, e comunque non concludemmo niente. Fu l’unico attimo in cui ti confessai il mio amore e tu il tuo, ma presto tornammo ad essere quelli di sempre.</p>
<p>Per tutto il resto del tempo cercai di non darti mai l’illusione che fra noi ci fosse qualcosa che potesse evadere dalla sfera sessuale, e tu facesti altrettanto. Mi raccontasti ognuna delle tue cotte fugaci, io ti credetti ogni volta, soffrendo. In quel periodo tirammo fuori uno il peggio dell’altro, ancora non sapevamo che saremmo stati in grado di far peggio, perché ogni volta ci sembrava che il peggio l’avessimo già commesso.</p>
<p>Io, uscii con chiunque, per dimostrarti di non essere da meno, tu mi credesti ad ogni volta, soffrendo.</p>
<p>Cercasti di sedurre chiunque fosse di fronte a me, per poi vantarti della tua prestanza con me ed elencarmi innumerevoli pregi che altre avevano, ma non io. Non concludevi mai, è vero, forse più capace di me di non eccedere al gioco; ma a me sembrava sempre che l’avresti fatto, e, giocando d’anticipo, rincasavo ogni sera con qualcuno di diverso, costringendoti a sentire le mie urla al di là del muro.</p>
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<p>La mia vita sessuale raramente fu attiva e variegata come negli anni in cui ti ho amato.</p>
<div>
<p>Un giorno ti trovai in cucina, furente, già ubriaco. Non ricordo le tue parole, ricordo che urlasti molto. Allora urlavamo spesso e finiva sempre con te che ne andavi ed io che non dormivo fino a che non tornavi a casa, quando sentivo la porta fingevo d’essere ancora sveglia per altri motivi, che non riguardavano te – mai – e solo in quel momento ci chiedevamo scusa. Sempre in cucina, alle due di notte, mentre io fingevo di essere sveglia per motivi che non riguardavano te e tu tornavi dalla tua ubriacatura solitaria in cui smaltivi la rabbia nei miei confronti.</p>
<p>Ma quel giorno fu diverso, eri seriamente arrabbiato, parlavi della casa, dell’affitto, delle spese, del fatto che io ti considerassi solo di fronte ai soldi. Io capii che mi stavi rimproverando altro e restai zitta a guardarti, quella volta non tentai di avere ragione perché avevo capito di aver vinto, ma mi sentii sconfitta. Non ti domandai perdono, perché non erano le due di notte e stavo aspettando che te ne andassi di casa sbattendo la porta. Rimanemmo lì, in silenzio, a lungo, poi io farfugliai qualcosa, che per me non valevi solo di fronte all’affitto da pagare, e tu fingesti d’avermi scusata.</p>
<p>Pensai che qualcosa fosse cambiato sino al momento della tua vendetta, che arrivò, puntualissima, il giorno seguente quando invitasti una donna a caso. Che l’avessi conosciuta da trenta secondi e l’avessi invitata unicamente per farmi impazzire lo capii solo molto tempo dopo, allora pensai fosse una delle tue cotte e mi arrabbiai nonostante non la trovassi né bella né intelligente. La mia vendetta arrivò all’istante con un biglietto sotto la tua porta in cui ti comunicavo da chi avrei dormito.</p>
<p>Il gioco di punizioni e vendette durò fin troppo, una stagione intera se non due, intervallato da brevi tregue, in cui entrambi, sfiniti, senza mai ammettere all’altro i propri sentimenti, tornavamo a rintanarci nei nostri cantucci segreti insieme, lasciandoci le nostre malefatte ed il mondo esterno alle spalle.</p>
<p>Soffrivamo, solo tu capivi la mia sofferenza perché eri tu a causarmela, e solo io capivo la tua. Questo ci giustificava e ci univa ancor più nel nostro gioco al massacro che, puntuale, ricominciava. Perdonarci, a vicenda, ci dava la possibilità di non ammettere mai i nostri errori, e così, finché fummo vicini, continuammo.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
</div>
<p><em>– Di quando rubammo al ristorante<br />
</em>Squattrinato e vagabondo, ma con grandi manie di splendore, m’invitasti a cena. Io ancora la ricordavo, l’ultima volta che mi avevi invitata a cena: quando ci eravamo trovati a dividere in due un piatto di riso al fine di poterci permettere un bicchiere di vino a testa. Quindi ti proposi di virare direttamente su di un aperitivo a <em>buffet</em>, e tu accettasti subito, perché ti andare a cena l’avresti fatto per me, che non ricordo cosa, ma sicuramente volevi farti perdonare qualche stronzata, mentre bere ti piaceva sempre. E a me, anche.</p>
<div>
<p>Quel giorno i soldi per pagare li avevamo pure, ma tu mi guardasti sorridendo, con un guizzo negli occhi di quelli che ti viene solo quando sei contento, e mi domandasti se ero pronta a scappare. Certa che tu non avresti avuto il coraggio, proposi di fingere di lasciare i soldi sul tavolo, per poi recarci all’uscita del ristorante con molta calma e iniziare a correre una volta arrivati in strada.</p>
<p>Tu ti alzasti, io pure, entrambi convinti che l’altro avrebbe ceduto prima o poi: alla fine lo facemmo davvero. Arrivammo all’uscita con il cuore in gola, e, una volta in strada prendemmo a correre all’impazzata sino al parco, poi fino al lago. Ci sdraiammo sull’erba umida, ancora carichi di adrenalina.</p>
<p>“Proporrai mai qualche cosa di normale?&#8221;. Domandai ancora ansimante</p>
<p>“Risponderai mai di no?”. Replicasti tu, ancora incredulo dalle nostre gesta.</p>
</div>
<p style="text-align: center;"><strong><br />
PRIMAVERA</strong></p>
<p><strong><br />
</strong><em>– Di quando venimmo scoperti<br />
</em><span style="letter-spacing: 0.05em;">Le stagioni continuavano a cambiare e il tetto divenne meta fedele sostituendo l’isola quasi del tutto. Malgrado il tempo permettesse di nuovo di sostarci, l’isola rimase, per entrambi, la meta delle fughe in solitaria. Il tetto, come la notte, rappresentava i nostri momenti felici, quando lasciavamo cadere i nostri personaggi per essere semplicemente noi: più simili di quanto avremmo voluto.</span></p>
<div>
<p>Ancora non osavamo parlare a nessuno di noi, io non sospettai, mai, che qualcuno sapesse: allora mi sembrava importante, ora sorrido, pensando che l’unica cosa che stavo cercando di nascondere, con tentativi maldestri, era, a te, il mio amore per te.</p>
<p>Il primo a scoprirci fu il cane, si vendicò, geloso non so se di me o di te, o forse di entrambi, e noi lo trovammo divertente anche se, per la prima volta, sentimmo di dover render conto agli altri di quanto stava succedendo fra noi.</p>
<p>Non a noi stessi, questo mai. E io seppi tenere il mio segreto al sicuro, ma anche tu non te la cavasti male.</p>
<p>Negammo l’evidenza, agli altri e soprattutto a noi. Non c’accontentammo di toccare il fondo, ma ci scoprimmo, entrambi, capaci a scavare.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><em>– Routine<br />
</em>Ad un certo punto fui seriamente spaventata, non mi piaceva l’idea d’essere ancora in grado i provare sentimenti per te. Nei mesi primaverili feci di tutto per costringermi a non amarti, e nulla funzionò.</p>
<p>Ti amavo anche quando gli occhi ti si accendevano di follia e urlavi. Quando gridavi e ti puzzava il fiato ed allora io gridavo più forte. Ti dicevo spesso che eri ridicolo, mentre tu, barcollando per la mia stanza, vomitavi livore e parole biascicate.</p>
</div>
<div>
<p><em>Di chi ti sei fatta</em></p>
<p>Dicevi</p>
<p><em>Di che ti sei fatto?</em></p>
<p>Ribadivo.</p>
<p>Dicevi cattiverie, io non le ascoltavo, ti chiudevo fuori dalla mia stanza, tu bussavi, io urlavo di andartene, poi uscivo, ti spingevo immaginandoti rotolare giù dalle scale.</p>
<p>Urlavo anche io, poi piangevo, tu con gli occhi ancora arrossati mi stringevi facendomi cadere a terra. Urlammo e piangemmo molto in quel periodo, passammo lunghe ore stesi sul pavimento del bagno a sentirci soli senza lasciarci soli.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><em>– Di quando eravamo felici<br />
</em>Però l&#8217;abbiamo avuto anche noi, qualche momento felice.</p>
<p>Come quando la primavera esplose e noi andammo a passeggiare come i primi tempi, per poi tornare al tetto e decidere di fare merenda lassù.</p>
<p>E mentre addentavo una ciambella, tu, con il sole che ti obbligava a stropicciare gli occhi blu, mi domandasti se mi fosse mai capitato di sentirmi così leggera.</p>
</div>
<p>Non ricordo cosa risposi, probabilmente qualche cosa per darmi un tono, perché non ero sicura d’aver capito bene cosa intendessi dire, anche se sicuramente mi sentivo leggera e felice.</p>
<div>
<p>Poi scalammo una montagna, uniti dalla follia della stessa visione. Non ci sorprendemmo più di tanto quando in cima non vi trovammo niente: né castelli, né fortezze o cavalieri, come c’era apparso dal basso. Solo qualche filo d’erba piangente, ancora accarezzato dal sole.</p>
<p>Trovammo però un tramonto mozzafiato, e ce lo godemmo nonostante la temperatura che, con il morir del sole, cominciò ad abbassarsi drasticamente.</p>
<p><em>Siamo ancora più in alto, </em>dicesti tu, con la fierezza d&#8217;un re che osserva il suo regno e la spensieratezza d&#8217;un bambino.</p>
<p>Ci sentimmo un po’ come coraggiosi esploratori che, affrontate le più temibili imprese, osservano il mondo dall’altro sentendosene padroni.</p>
<p>Guardammo il cielo esplodere di colori, passare dal giallo all’arancione e dall’arancione al viola, aspettammo che l’ultimo rintocco del campanile, prima di deciderci a scendere.</p>
<p><em>Vorrei che questa giornata non finisse mai.</em></p>
<p>Ti dissi io.</p>
<p>Ma poi la giornata finì.</p>
</div>
<p style="text-align: center;"><strong><br />
ESTATE<br />
</strong></p>
<p><em>– Di quando tutto pareva divertente<br />
</em><span style="letter-spacing: 0.05em;">Fu un periodo di simbiosi in cui non litigammo quasi mai, io passavo i pomeriggi a guardarti arrovellarti mentre cercavi di mantenere civile il nostro giardino: non indossavi mai le mutande perché ti veniva voglia di curare il giardino solo dopo l’atto, e i pantaloni continuavano a caderti, e a me sembravi un po’ ridicolo.</span></p>
<div>
<p>Decidemmo di amarci in ogni giardino pubblico o privato del piccolo paese, ma soprattutto pubblico. Un pomeriggio, mentre le tue dita s’insinuavano sotto il mio vestito, c’accorgemmo di colpo d’essere attorniati da un centinaio di persone. Nessuno dei due seppe dire all’altro quando esse comparvero, ce ne accorgemmo solo ad un certo punto.</p>
<p>Ci ricomponemmo e tu andasti da loro a chiedere il cavatappi, ti rivelarono d’essere poliziotti e tu tornasti da me sbellicandoti dalle risate. Ci fece ridere l’idea d’aver sfiorato l’arresto e non c’impedì di continuare il nostro tour.</p>
<p>Un altro pomeriggio, nascosti nel giardino d’estate di una casa di vacanza, venimmo fiutati dal nostro cane: provò a raggiungerci e noi ci stringemmo, soffocando le risate, nudi, sperando ardentemente di non venir scoperti in una situazione così imbarazzante. Quando il cane, udendo il richiamo finale del nostro coinquilino, finalmente scomparve smettendo d’annusare il recinto, ci lasciammo andare, sentendo che quel che stavamo vivendo noi due, era speciale.</p>
<p>Quell’estate, per un breve periodo, la nostra storia andò talmente bene che tu t’ergesti a mio paladino difensore, il tuo orgoglio di uomo si fece prepotente: mi difendevi da tutto, tranne che da te stesso. Ti raccontai del nuovo arrivo in casa, anche se per poche settimane, una persona estremamente maschilista con cui avevo discusso più volte e non vedevo l’ora che se ne andasse. Tu lo trattasti male senza nemmeno presentarti, e a me fece ridere, il tuo piglio sicuro, anche se ti trovai abbastanza sgarbato e maleducato.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
</div>
<div>
<p><em>– Di quando avrebbe dovuto essere estate e invece pareva inverno<br />
</em>Pareva inverno, e tu sembravi scomparso. Che poi, per Dio, dove vai quando sparisci, un giorno vorrei davvero saperlo. Non c’era nessuno attorno a me. Solo io, svampita, a guardare le foglie degli alberi danzare al ritmo del vento. Il cielo era grigio, sopra il lago e sopra di me.</p>
<p>Il vento in un soffio le alzava, poi si placava, e loro scendevano, come se fossero stanche. Fsssht, ancora in alto e poi giù e poi fssht.</p>
<p>E le foglie mi sembrarono noi, nella nostra passionale danza mortale.</p>
<p>E su.</p>
<p>E giù.</p>
<p>E poi ffssht.</p>
<p>Mi domandai se le foglie avessero voglia di stare in aria per sempre, o se, ad un certo punto, fossero liete di ricadere, ovviamente pensavo alle foglie, ma pensavo a te. Apprezzai, in quel momento, la tua lontananza, pensai che danzare all’aria, eternamente, fosse meglio di una caduta.</p>
<p>Pensai alla vita, al fatto che tu sparisci e potresti anche non tornare, e la vita mi sembrò noiosa, senza la possibilità di un tuo ritorno.</p>
</div>
<p>Anche se poi torni sempre e queste parole non te le dico mai.</p>
<div>
<p>E si va su.</p>
<p>E si va giù.</p>
<p>E poi sssht.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>UN ANNO DOPO</strong></p>
</div>
<div>
<p><em><br />
– Di quando sei partito veramente<br />
</em>La tua partenza, come il tuo arrivo, fu improvvisa. Comunicasti un giorno che te ne saresti andato, e poco dopo, partisti alla volta di un nuovo continente.</p>
<p>Allora ti conoscevo e capii perfettamente il tuo bisogno di lasciare un ricordo indelebile che non potesse essere scalfito dalla verità della quotidianità. Non mi sorprese la tua partenza, piuttosto la velocità e la capacità di fare tutto quasi di nascosto.</p>
<p>Non parlammo nemmeno al momento di salutarci davvero, passammo una serata insieme e ci concedemmo un lungo abbraccio che fu il nostro modo di dirci addio. La pioggia ci aveva inzuppati, ma nessuno dei due aveva voglia di tornare al bar, me ne andai salutandoti con la mano e senza voltarmi sentendo una forte fitta al petto. Andai a bere in un altro locale, sede dei nostri appuntamenti taciti serali, convinta che non mi avresti raggiunta eppure decisa a volerne avere la conferma: andare a casa, restando con l’idea che tu mi avresti ancora cercata in quella notte, senza trovarmi, non era un fatto che riuscivo ad accettare. Bevetti molto, e alle cinque del mattino tornai a casa. Sola.</p>
<p>Gestire la rapidità della tua partenza fu difficile, mi decisi a ripercorrere le tappe del nostro amore: l’isola, i vigneti, il tetto.</p>
<p>Passeggiando mi ricordai di quando ci andavi tu per primo e mi aspettavi là, dormicchiando, ma non troppo, perché la brezza là sopra è forte e tu la coperta non l’hai portata mai: e mi sentivi arrivare odorando l’aria, e riconoscendo il mio profumo come il cane.</p>
<p>Mi sorpresi a trovare spogli tronchi protendere le loro braccia verso di me, milioni di mani di strega con unghie affusolate carezzarmi le guance, con lo sfondo di un cielo incupito, tremolante quasi quanto me. Fui contenta di trovare, tra le tegole ricoperte di muschio, uno spiraglio: non ancora abbastanza grande per guardarci attraverso.</p>
</div>
<p>Mentre un brivido di gelo mi ghiacciava la schiena ricordandomi il motivo per cui odio l’inverno, guardai le nuvole in cielo immaginandoti in volo, tra tutti i tuoi timori. Pensai a come la tua incoerenza avesse portato proprio te, amante del sole, in un paese più freddo del nostro, raggiungibile solo tramite il mezzo che terrorizza.</p>
<div>
<p>Pensai a quanto fosse più serena la mia vita da dopo la tua partenza, e desiderai riuscire a non volere un tuo ritorno.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><em>– Di quando decisi di spiare la tua vita su internet<br />
</em>Sentendo la notizia di un pazzo sparare addosso alle persone, là dove hai deciso di rifugiarti, ho temuto che fossi tu il pazzo; ma poi anche la tua morte.</p>
<p>Tornando a casa decisi di guardare la tua vita su internet.</p>
<p>Perché oggi si può, e, forse, nel tuo caso, la mera bugia del Social Network è più sincera della vita che ami raccontare. Sorridevi felice, elegante, arrogante, con un bicchiere in mano. Uno di quei bicchieri che hanno un nome particolare perché destinati a contenere solo liquidi pregiati, e fui certa che, anche tu, prendendolo in mano ti fossi chiesto se quel bicchiere avrebbe potuto contenere l’intera bottiglia.</p>
<p>Nella tua ipocrisia conformista, sembravi aver trovato te stesso.</p>
<p>Avrei voluto essere una persona migliore, e sorridere della tua nuova vita, invece provai rabbia e desiderai che tu ti perdessi di nuovo.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<p style="text-align: center;"><strong>DUE ANNI DOPO</strong></p>
<p><em>– Di quando ho maledetto quelli che dicevano che il tempo fosse l’unico rimedio e ho scoperto che il tempo non serve a niente<br />
</em>Chiunque mi giurò che le ferite passano solo con il tempo, a me il tempo non servì. Andai più volte al tetto, mi resi conto di star meglio solo quando, dopo una lunga pausa dalle mie passeggiate abituali, sbagliai strada.</p>
<p>Arrivai convinta d’aver preso il sentiero giusto ad una casupola rimodernata, niente muschi e rami pericolanti da evitare, scalini intatti e nessuna fessura. Di primo acchito pensai che i padroni del nostro tetto avessero deciso di rimodernarlo, e pensai fosse una metafora del nostro amore. T’immaginai sposato, rimodernato, senza più fessure né muschi a coprirti la pelle.</p>
<p>Mi domandai se la tua nuova vita fosse più calma, pensai alle nostre pazzie, alle notti di passione in cui non ci dicevamo mai di no, a tutte le prime sensazioni vissute con te.</p>
<p>Mi rattristai, perché ti avevo sempre immaginato proseguire la tua vita sgangherata rattoppando i buchi, più che costruendoti una nuova facciata; ma mi rassegnai in fretta. Il tetto era così alto che mi sembrò impossibile accederci, e d’altra parte me ne passò la voglia: pensai che ti conoscere la tua nuova facciata non m’interessava, essendomi già interessata a quella vecchia.</p>
<p>Mi resi conto d’aver sbagliato strada dopo molto, quando, per un caso fortuito, decisi di tornare a casa proseguendo per il sentiero in mezzo ai filari e di non tornare alla via principale, mi trovai sul sentiero giusto e capii che il nostro tetto fosse sempre là.</p>
</div>
<p>Sentii il cuore pulsare e lo riconobbi da lontano: distrutto, ancora mal concio, con il muschio che ormai lo copriva interamente e le scale completamente distrutte: mi sentii sollevata. Lo raggiunsi a corsa e, nonostante salirci mi parve più ostico del solito, vi salii contenta.</p>
<div>
<p>Pensai che tu eri sempre tu, e che non ti fossi nemmeno preoccupato di mettere le pezze.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><em>– Di quando sei tornato e poi sei ripartito<br />
</em>Tornasti senza avvertire, come tua prassi, e ci ubriacammo nuovamente, felici di esserci ritrovati, ci ubriacammo talmente che tornati a casa c’addormentammo a terra.</p>
<p>Ti raccontai del tetto, sentendomi un po’ pazza ma sapendo che avresti capito, e così fu. Non parlammo di noi, della nostra vita privata senza l’altro. Mi dicesti solo di non aver voluto mantenere i contatti per scelta, e io finsi di capire la tua esigenza di tagliare i ponti con il passato.</p>
<p>Inevitabilmente incontrasti un mio spasimante, e, davvero, fu un gioco del destino, non lo invitai espressamente per ferirti. Non lo invitai del tutto. Mi prendesti in giro per la giovane età del ragazzo, io ribadii che la differenza d’età che correva tra me e lui fosse la stessa, identica, fra me e te. Iniziai una discussione su quanto fossi maschilista, tal volta, e tu diventasti volgare.</p>
<p>Finsi che non me ne importasse, traendo vantaggio da quella situazione imbarazzante: presi a giocare con l’altro, tu ti avvicinasti scontroso per farmi sapere che non avrei più vinto, ed io decisi di tornare a casa con te.</p>
</div>
<p>Solo allora mi rivelasti che il tuo ritorno sarebbe stato fugace come il resto della nostra storia, ma non mi pesò dirti addio quella mattina.</p>
<p>Non mi addormentai pensandoti, fu una sorpresa anche per me, al risveglio, capire d’averti sognato. Sognai di trovarti in una stazione, luogo immaginario perché non assomigliava a nessuna stazione da me conosciuta, non so per quale ragione decidemmo di fingere che le scale mobili fossero bloccate e deviare la gente verso una via alternativa, anche nel sogno non ci vedevamo da tempo, e il nostro primo incontro era così. Nel sogno avevo il ciclo, nella realtà no (e nemmeno ero in procinto d’averlo), ma tu, ad un certo punto, volevi assolutamente scopare e dunque andammo nei cessi pubblici. Mentre mi spogliavi ti dissi che avevo il ciclo e che avresti dovuto mettermelo nel culo. Proprio così. Eravamo, oniricamente, la versione volgare di una versione già volgare di noi.</p>
<p>Non ricordo i dettagli dell’atto, e poco importa, si trattava di un sogno, ma il sogno finiva con me che espellevo litri di cacca molle di fronte a te.</p>
<p>Al risveglio pensai fosse l’ennesima buona metafora della nostra storia: finita sepolta dalla merda.</p>
<div>
<p>Partii per un viaggio in solitaria, volevo camminare, io, che non sono affatto sportiva, decisi per i sentieri della costiera amalfitana e mi trovai a sostare nello squallore di Salerno dove venni scambiata per una puttana e fui costretta a scappare.</p>
<p>Avevo perso il conto di quanti mesi fossero passati dall’ultimo nostro incontro, forse avevamo superato l’anno, e io, in tal senso, mi sentivo quasi guarita.</p>
</div>
<p>Quando ti rividi poi, era passato del tempo anche se non ancora abbastanza, tu t’accingevi a sposarti mentre io stavo vivendo una nuova storia, mi domandasti una buona ragione per non sposarti che io non seppi darti, poi ci ricascammo.</p>
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		<title>La ragazza con i piedi per terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Aug 2019 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[(Questo racconto ha una &#8220;peculiarità&#8221; tecnica, vediamo chi la indovina per primo.) di Maddalena Fingerle Io sono la ragazza con i piedi per terra Racconto a Flavio del mio problema, ma lui non capisce e pensa che sia metaforico. Coglione, dai, sul serio, gli dico al telefono. Non ho capito, mi dice lui, hai i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Questo racconto ha una &#8220;peculiarità&#8221; tecnica, vediamo chi la indovina per primo.)</em></p>
<p>di <strong>Maddalena Fingerle</strong></p>
<p>Io sono la ragazza con i piedi per terra</p>
<p>Racconto a Flavio del mio problema, ma lui non capisce e pensa che sia metaforico. Coglione, dai, sul serio, gli dico al telefono. Non ho capito, mi dice lui, hai i piedi per terra e la testa in cielo? Lo ripeto, ancora una volta: la testa va su, i piedi devono stare giù.</p>
<p>Giura che non mi stai prendendo in giro, Francesca.</p>
<p>Cazzo, fidati!</p>
<p>Ti ho sentito dire tante di quelle balle.</p>
<p>Le ho mai dette su una cosa così?</p>
<p>Sì, certo.</p>
<p>Tormentami, Flavio, tranquillo.</p>
<p>Lo mando a fanculo e gli butto giù il telefono. Non è mica uno scherzo, questo. Torno a casa, ma non riesco a entrarci. Ci vorrebbe un coltello per tagliare il collo che si allunga, si allunga e arriva in alto. Torno indietro e cammino lungo la strada. Da qualche parte potrò pur vivere, anche se la testa è finita quassù. Sudo e mi agito perché non ci avevo mica pensato che domani dovrò andare al lavoro. Romperò il soffitto, il capo mi licenzierà, i colleghi mi prenderanno in giro, se riuscirò anche solo a entrarci. Ci devo provare, almeno. Non riuscirò a dormire. Resto a fissare le nuvole mentre i piedi, per terra, rimangono ben saldi. Dico agli uccelli che a me non piace volare. Resta giù, allora. Ragazzi, che noia vivere così. Si sta male, potessi almeno scindere, staccare la testa e lasciarla qui, perché no? Non lo sopporto più, questo dolore al collo. Lo sento allungarsi e allungarsi e fa tanto tanto male. Lecco un po’ di cielo e non sa di niente. Te pareva! Vado in giro e sbatto contro un aereo, mi faccio un male allucinante. Temo seriamente di avere un trauma cranico e poi boh, ora sembrerò un mostro. Robe da matti. Ti puoi spostare? chiedo all’airone che non ha nessuna intenzione di spostarsi.</p>
<p>Siamo nella merda, mi dice.</p>
<p>Ce l’hai una sigaretta? gli chiedo.</p>
<p>Domani avrai poco da fare la spiritosa.</p>
<p>Sai qualcosa su domani?</p>
<p>Nietzschiana?</p>
<p>Naturalmente!</p>
<p>Te lo dico lo stesso.</p>
<p>So che dovrei avere paura.</p>
<p>Ragazza, ascoltami, domani avrai problemi al lavoro.</p>
<p>Rotture di coglioni?</p>
<p>Nietzschiana?</p>
<p>Naturalmente, ma ora basta chiedermelo!</p>
<p>Lo so, scusami.</p>
<p>Mi dici?</p>
<p>Ci devi fare attenzione, a questa cosa del cielo.</p>
<p>Lo so, lo so.</p>
<p>Soprattutto perché rischi di farti male.</p>
<p>Lentamente inizio a pensare che non sarebbe poi male.</p>
<p>Lentamente inizio a stufarmi di questa conversazione.</p>
<p>Nemmeno un saluto e l’airone se n’è già andato. Tocca a me capire come fare. Resto qui come una scema, appesa. Sai che non si fa così? Sì, mi risponde un corvo. Vorrei essere più gentile, ma mi scoccia da morire essere bloccata. Taglierò il collo. Lo farò, deciso.</p>
<p>Sono indiscreto se ti chiedo che fine ha fatto il resto?</p>
<p>Toccami e ti uccido.</p>
<p>Dovrei scomodarmi dalla nuvola.</p>
<p>La nuvola?</p>
<p>La nuvola.</p>
<p>Lasciami in pace.</p>
<p>Certo che sei antipatica.</p>
<p>Cazzo, che palle.</p>
<p>Le ragazze con i piedi per terra sono tutte uguali.</p>
<p>Litighiamo, ti assicuro che così litighiamo.</p>
<p>Morirei contro di te.</p>
<p>Terrorizzato!</p>
<p>Toccami e ti uccido.</p>
<p>Dovrei scomodarmi dalla terra.</p>
<p>Ragiona, dai: perché hai la testa quassù?</p>
<p>Suppongo sia perché i piedi sono laggiù.</p>
<p>Giuro che pensavo foste più intelligenti, voi ragazze con i piedi per terra.</p>
<p>Razionalmente non fa una piega, ma tu non sei disposto a capirmi.</p>
<p>Mi vado a fare una carbonara.</p>
<p>Ragiono da sola e penso che anche io vorrei mangiare. Resisto alla tentazione di infilare la testa dentro a una nuvola. La infilo, invece, ma non è emozionante come speravo. Vorrei tanto tornare con la testa giù, vivere come prima. Ma so che ormai non sarà più niente come prima. Magari riesco a capire il meccanismo. Morirei se non riuscissi a trovare la soluzione, se non riuscissi a decifrare un enigma. Mangio un po’ di aria e mi metto al lavoro. Ronfo dopo due secondi. Diamine, non ci posso credere, ho dormito in piedi come i cavalli! Li ho sempre odiati, i cavalli, animali stupidi. Dicono che siano intelligenti, ma io proprio non ci credo. Dopo un risveglio faticoso mi ricordo della mia situazione. Ne devo prendere atto. Tossisco e per un attimo penso di aver capito il meccanismo perché la testa scende un po’, ma poi si ferma. Magari ci riprovo. Voglio scendere con la testa e tornare bassa. Sai che noia, vivere così per sempre, sai che agitazione? Nemmeno voglio pensarci. Ci riprovo, ma rimango uguale. Le otto, sono in ritardo. Dopo quello che mi è successo posso permettermi anche qualche minuto di ritardo. Dovrò spiegare a tutti perché la testa è quassù e il corpo laggiù. Giurerò che farò di tutto pur di continuare a lavorare. Resto immobile davanti all’edificio. Io non ci entro, non c’è verso. So che potrei tagliare il collo. Lo voglio? Io non voglio, no, io non voglio. Io non sono così, non posso non lavorare, ma nemmeno vivere senza testa. Tagliare o non tagliare? Resto immobile, senza decidermi. Mi sforzo per urlare al mio collega che è appena sceso. So che non mi sente perché la mia testa è troppo in alto, ma continuo a strillare. Resta un po’, ascoltami. Mi senti? Ti volevo dire che ho un problema, cioè, capirai anche da solo. Lo urlo, ma quello non mi sente, finisce di fumare, spegne la sigaretta, entra. Raggiungo il bar di fronte e tossisco. Come mai non funziona? Naturalmente pensavo che almeno un pochino riuscissi ad abbassarmi. Mi sto innervosendo. Dovrei trovare un metodo per farmi sentire. Resto delusa e mi sto seriamente scocciando. Dolorosamente vedo che c’è il figlio del capo che mi guarda il collo e ride. Derisioni a quest’età, che merda. Dalla sua prospettiva devo essere una specie di gigante strano con il collo da giraffa.</p>
<p>Facciamo così, io ti permetto di prendermi in giro, tu però in cambio mi senti!</p>
<p>Ti sento, mi dice quel marmocchio.</p>
<p>Io non credevo…Vorresti aiutarmi?</p>
<p>Mi dispiace, non posso parlare con gli sconosciuti.</p>
<p>Ti pare che sia una sconosciuta?</p>
<p>Tanto, sì, non ti ho mai vista e sei strana.</p>
<p>Naturalmente lo sono, ho un problema.</p>
<p>Ma la testa ce l’hai, vero?</p>
<p>Rompicoglioni, sto marmocchio, penso. So che non posso dirlo. Lo dico.</p>
<p>Come, scusa?</p>
<p>Sai, è stancante stare con la testa quassù. Suppongo che ora non vorrai più aiutarmi.</p>
<p>Mica puoi insultarmi!</p>
<p>Mi dispiace.</p>
<p>Certo, come no.</p>
<p>Non sto scherzando, ascolta: puoi dire al tuo papà che sono qui fuori e lo aspetto per spiegargli la situazione?</p>
<p>Nemmeno per sogno!</p>
<p>Non faccio scene, cammino e mi immagino di parlare con Flavio, intravedo una fessura e ci infilo dentro la testa. Talvolta pensavo di averlo intuito, questo luogo qui, ma esiste davvero, è assurdo. Dovrà dipendere dal fatto che sono inclinata, mi metto dritta e no: è proprio tutto, tutto al contrario. Io non ci posso davvero credere! Resto così, un po’ rimbecillita. Tanto non lo sai, dico a Flavio.</p>
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		<title>Carmelo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Aug 2019 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni dozzini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Dozzini Chiese un trancio di pizza al salame piccante e si mise a sedere accavallando le gambe e scoprendo caviglie sottili e glabre fin quasi a metà stinco. Vestiva con una certa eleganza, i pantaloni di cotone color pesca, la camicia celeste avvitata, le scarpe sportive crema, il tocco naif di uno Swatch [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Dozzini</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-80019 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/A-casa-nostra_copertina-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/A-casa-nostra_copertina-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/A-casa-nostra_copertina-250x346.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/A-casa-nostra_copertina-200x277.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/A-casa-nostra_copertina-160x222.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/A-casa-nostra_copertina.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 217px) 100vw, 217px" /></p>
<p>Chiese un trancio di pizza al salame piccante e si mise a sedere accavallando le gambe e scoprendo caviglie sottili e glabre fin quasi a metà stinco. Vestiva con una certa eleganza, i pantaloni di cotone color pesca, la camicia celeste avvitata, le scarpe sportive crema, il tocco naif di uno Swatch blu e nero con un cinturino che saliva appena sul bordo del polsino. Era un sessantenne molto preparato sul passato e, con ogni evidenza, meno sul futuro, perché tutto in lui tirava all’indietro, o meglio verso gli innumerevoli, per lui pressoché infiniti, punti del tempo in cui era stato più giovane e pieno di aspettative di adesso: non solo il look ma i modi, la camminata svelta, gli occhi in tralice con cui affrontava gli estranei o si preparava a sferrare una battuta, non per forza di spirito, con i conoscenti. Tipo il pizzaiolo, un ometto più vecchio di almeno una quindicina d’anni, zoppicante e un po’ in sovrappeso nella sua tenuta bianca rafforzata dal bianco dei ciuffi di capelli che gli crescevano ai lati della testa. Il posto era piccolo, ma quando l’uomo era entrato aveva già trovato altri due clienti, uno abituale, l’altro mai visto prima. Una volta scelta la pizza si era seduto teatralmente, poggiando un gomito sul tavolino e perlustrando le sagome delle tre persone che occupavano insieme a lui quei pochi metri quadrati. Si era naturalmente concentrato sullo sconosciuto, un ragazzo sui trentacinque anni, la barba castana a ricoprire una faccia allungata in cui due grandi e verdi occhi sporgenti sormontavano un grosso naso sefardita che gli pareva di avere già visto da qualche parte. Guardò poi il pizzaiolo, che però era impegnato a contare le monete finite nel cassetto scorrevole del registratore di cassa nel corso della mattinata, e non gli fece caso. Si sentì quindi squillare un telefono nel retrobottega in cui il vecchio doveva impastare la pizza e le focacce e farcirle prima di portarle di qua per infilarle nel forno, e una voce gracchiante da adolescente rispose masticando un nome incomprensibile per poi allontanarsi subito e trasformarsi in un riverbero lontano. Per l’uomo con lo Swatch fu una sorta di via libera.</p>
<p>-Mannaggia al clero- disse senza particolare enfasi, facendo dondolare una gamba sull’altra e scuotendo la testa, gli occhi che guizzavano qua e là per cogliere le reazioni della platea. Il ragazzo reagì non reagendo, rimanendo cioè apparentemente impassibile, le braccia incrociate, la barba ferma, i piedi piantati sul pavimento a scacchi bianchi e neri. L’altro cliente finì di svuotare la Peroni da 66 in un bicchiere di plastica trasparente e fece per accennare un sorriso dal quale poi desistette, il pizzaiolo afferrò un bicchiere dalla cima della pila che si ergeva sulla mensola di vetro dietro di sé e lo porse all’uomo. Lui però gli fece cenno di no.</p>
<p>-Questa è sua- disse, e si riferiva alla lattina di Coca Cola appoggiata sul tavolino. Intendeva dire che era del ragazzo, ora assorto nella contemplazione delle cartoline ammucchiate sulla parete. Il pizzaiolo allora annuì, allungò il bicchiere al ragazzo, che lì per lì non se ne accorse.</p>
<p>-Tu aspetti la focaccia?- gli chiese, sorprendendolo, e quello rispose di sì. La sorpresa era dovuta al fatto di essere entrato nel locale non più di due minuti prima, e di aver chiesto la focaccia non più, grossomodo, di un minuto e mezzo prima.</p>
<p>-Certo- disse il pizzaiolo, piegando la testa in avanti e affacciandosi nel vano scaldavivande. Si rigirava a malapena nell’intercapedine tra la parete e il bancone, ma dava ugualmente l’impressione di sentirsene il sovrano potente e indiscusso, e di sentirsi gratificato da quella consapevolezza. L’uomo con lo Swatch, ottenuto meno di quanto non avesse pensato con l’imprecazione di prima, si alzò in piedi e andò a prendersi una lattina di Coca Cola nel frigorifero all’angolo accanto alla porta. Aveva un bel volto, scavato sulle guance, gli occhi erano chiari di un chiaro che alla luce artificiale del locale appariva indefinibile, il naso piccolo e deciso, le labbra carnose anche se sbiadite. I capelli erano corti, brizzolati, nemmeno troppo radi.</p>
<p>-Devi farti operare, Carmelo- sentenziò –Così non ti si può più vedere-</p>
<p>Se ne tornò a sedere, ma il pizzaiolo non gli fece caso, perché la focaccia del ragazzo era pronta e gli toccava armeggiare con la paletta di metallo e i tovaglioli in cui avvolgerla. Afferrandola spostò anche la pizza al salame piccante, e decise che pure quella era pronta.</p>
<p>-Tieni- disse.</p>
<p>L’uomo dello Swatch si rialzò, prese la pizza, lo fissò.</p>
<p>-Hai capito quel che ti ho detto?-</p>
<p>-Ho capito. Ma è una cazzata- rispose Carmelo.</p>
<p>Il tizio della Peroni guardò il tizio dello Swatch, e stavolta sorrise. Se ne accorse anche il ragazzo, che s’era seduto pure lui e già affondava i denti nella focaccia ripiena di salsiccia e spinaci. Aveva appena aperto la lattina di Coca Cola, senza però versarne una sola goccia nel bicchiere.</p>
<p>-In una settimana sei a posto- disse l’uomo dello Swatch, ma Carmelo sbuffò.</p>
<p>-Neanche dopo cinque mesi sono a posto. Su dieci che si operano al ginocchio nove zoppicano come prima. Io manco morto- disse –Col cazzo che mi opero, io-</p>
<p>L’uomo con lo Swatch era di nuovo seduto, tutti e tre i clienti del locale adesso erano seduti, allineati, le schiene alla parete, le pizze o nel caso del ragazzo la focaccia in mano e i bicchieri e il da bere sui tavolini. Carmelo, oltre il bancone, sembrava un attore, o l’oratore di un minuscolo congresso sull’ortopedia. Ma quello che ne sapeva di ortopedia, là dentro, era un altro.</p>
<p>-Il problema è Perugia- disse l’uomo con lo Swatch –È l’ortopedia di Perugia. Se mi dici che si tratta di questo, Carmelo, ti capisco. Ti do ragione. Lascia stare Perugia, vattene a Milano. Al Galeazzi, devi andare. Se vai lì risolvi tutto-</p>
<p>Il pizzaiolo non rispose, e in quel momento la porta si aprì e fece il suo ingresso un uomo distinto dai tratti mediorientali. Aveva folte sopracciglia nere, la schiena curva, un’espressione dimessa e le mani in tasca. I capelli erano grigi, non troppo corti, folti solo sui lati e sulla nuca.</p>
<p>-Ah- disse Carmelo –Attenzione. Che adesso arriva Salvini e sono cazzi tuoi-</p>
<p>-Per la Madonna- disse l’uomo dello Swatch –È proprio vero-</p>
<p>Lo straniero borbottò qualcosa senza cambiare espressione, tolse una mano dalla tasca e si passò il palmo sul naso bagnato dalla pioggia.</p>
<p>-Piove?- gli chiese il pizzaiolo, e lui si limitò a indicare fuori dalla porta.</p>
<p>-Piove- ripeté Carmelo, e questa era un’affermazione –Ma non cambia niente. Se non ti fai mandare qualche documento dagli amici tuoi Salvini ti rispedisce a casa. Arabo del cazzo-</p>
<p>L’uomo con lo Swatch, a bocca piena, provò a obiettare, ma l’attenzione del pizzaiolo era già stata catturata dall’irruzione di un tizio stralunato che spuntò dal laboratorio brandendo il telefono in mano. Gli somigliava, lo stesso naso affilato e gli stessi occhi rapinosi, ma era troppo giovane per essere suo figlio.</p>
<p>-Nonno, ho preso un pastore maremmano- disse.</p>
<p>Era la voce gracchiante di prima, una voce da diciassettenne che in realtà apparteneva a un uomo che viaggiava perlomeno sul doppio di quegli anni.</p>
<p>-Porca Puttana!- urlò Carmelo –Tu sei matto. Non ci pensare neanche. Se ci provi io ammazzo te e il cane-</p>
<p>-Ma perché?- disse il ragazzo strascicando la “é” finale. In testa aveva un cappellino da baseball nero, senza loghi o scritte né niente. Per tutta risposta il pizzaiolo avanzò verso di lui minaccioso, costringendolo a indietreggiare e a rintanarsi nel laboratorio. Bestemmiava tra i denti, zoppicava, e passandole accanto afferrò la pala con cui infilava le pizze nello scaldavivande.</p>
<p>-Oh!- disse il nipote, senza urlare.</p>
<p>-Guarda che non scherzo- fece Carmelo sollevando la pala sopra la testa.</p>
<p>L’uomo dello Swatch intanto aveva finito di mangiare la pizza e di bere la Coca Cola.</p>
<p>-Carmelo- disse –Lascialo perdere. Dammi un altro pezzo di pizza. Però scaldamelo davvero, questo-</p>
<p>Lo straniero adesso era sulla porta, il naso quasi schiacciato contro il vetro. Guardava la pioggia scrosciare, la gente che passava riparandosi sotto gli ombrelli, quella che correva senza niente con cui proteggersi dall’acqua. Il ragazzo seduto al tavolo si chiese se stesse pensando alla casa lontana, il tizio della Peroni fissava il passaggio verso il laboratorio, da cui uscì il pizzaiolo claudicante, la faccia congestionata dalla rabbia. Dietro di lui si sentì una flebile bestemmia, infilò il trancio di pizza al salame piccante nello scaldavivande, cercò di ricordarsi a che punto era rimasto.</p>
<p>-Oh, arabo. Testa di cazzo. Hai capito o no?-</p>
<p>L’uomo si voltò, annuì, disse qualcosa di incomprensibile, e quello dello Swatch si pulì la bocca con un tovagliolo e schiarì la voce per riprendere a parlare.</p>
<p>-Guarda che lui non è arabo. Il Paese suo una volta andava alla grande-</p>
<p>Il pizzaiolo non gli diede troppa considerazione, digrignò i denti e puntò un coltello in direzione dello straniero.</p>
<p>-Attenzione a Salvini- gli disse.</p>
<p>-Erano ricchi- riprese l’uomo con lo Swatch- Erano civili. Erano messi meglio di noi-</p>
<p>Lo straniero sollevò appena una mano, in segno di approvazione, mantenendo però l’espressione imperscrutabile di sempre.</p>
<p>-Poi è arrivato Khomeini e ha fatto un disastro-</p>
<p>Quindi si alzò e raggiunse l’iraniano, gli diede una pacca sulle spalle.</p>
<p>-Bei tempi quando c’era lo Scià, vero?-</p>
<p>-Eh- rispose quello.</p>
<p>Carmelo intanto era tornato nel retrobottega, sciabattando, e aveva ripreso ad apostrofare il nipote senza curarsi dei clienti. Il forno emanava un calore che andava a folate, la scacchiera del pavimento rifletteva lo sfrigolio del neon e in certi punti registrava l’impressione delle scarpe dell’iraniano. L’uomo dello Swatch adesso si fermò per qualche istante davanti alla porta, come per riflettere su qualcosa d’importante, o cercare di ripescare qualche ricordo.</p>
<p>-Sì- disse poi –Gli ortopedici. Vattene al Galeazzi- disse rivolto al pizzaiolo –Al Galeazzi ti rifanno come nuovo-</p>
<p>Quindi si mise a raccontare la storia della figlia scoliotica.</p>
<p>-Adesso ha vent’anni, e quando ne aveva diciassette l’abbiamo fatta operare alla schiena. Scoliosi al 65%. A Perugia non hanno voluto metterci le mani. “Ve lo scordate”, c’hanno detto, “questa è inoperabile”. E allora siamo andati a Milano. Un amico ha parlato con un dottore del Galeazzi, e nel giro di un mese siamo andati su. È stata sette ore sotto i ferri, angelo mio. Ma dopo la scoliosi era al 20%, quasi non si vede più. Ed è anche diventata più alta. Dicono che con la rieducazione può scendere fino al 10%, in pratica scomparirà. Il problema è Perugia. L’ortopedia di Perugia non vale un cazzo-</p>
<p>Carmelo lo aveva ascoltato, ma senza smettere di maneggiare le pizze che il nipote aveva impastato e infornato. Lui le tirava fuori dal forno, le tagliava, spostava i tranci sul vassoio di metallo e li travasava sul ripiano di legno del bancone. L’iraniano lo osservava compiere quelle operazioni semplici, uguali a se stesse da almeno mezzo secolo, e sembrava piuttosto affascinato. Il pizzaiolo se ne accorse, e subito lo insultò.</p>
<p>-Maiale. Tanto prima o poi Israele vi rompe il culo-</p>
<p>Quello per la prima volta sorrise, e disse di no. Disse qualcosa a proposito degli americani e dei francesi, ma nessuno capì esattamente cosa. Parlava a voce bassissima, parlava in direzione del pavimento, e non stava mai fermo. Camminava curvo, con le mani incrociate dietro la schiena all’altezza dell’osso sacro, forse pensava alla Persia natia, forse no.</p>
<p>-E le donne- fece l’uomo dello Swatch –Com’erano belle le donne, prima di Khomeini. Facevano la bella vita, da voi. Che gli è successo alle vostre donne, dì un po’? Si sono imbruttite o è solo per via del fatto che adesso sono tutte coperte?-</p>
<p>-Sono coperte- disse l’iraniano, e stavolta si capì distintamente.</p>
<p>-Già- fece l’uomo dello Swatch, dandogli un’altra pacca sulla schiena.</p>
<p>A quel punto, inaspettatamente, intervenne l’uomo della Peroni. Era grasso, fulvo, sui quarantacinque anni, e aveva occhi tondi e giallognoli. La bottiglia era vuota, il bicchiere quasi. Aveva mangiato tre tranci di pizza, tutti margherita.</p>
<p>-Mia figlia- disse –è nata coi piedi torti. A Perugia non le han voluto fare niente. L’abbiam portata a Bologna, e lì le hanno risolto il problema-</p>
<p>-Operata?- chiese il tipo dello Swatch.</p>
<p>-Operata. A Perugia volevano farle mettere il gesso al Pronto Soccorso. Quando aveva cinque giorni. A Perugia in ortopedia non capiscono un cazzo-</p>
<p>-Esatto!- esclamò l’altro –Proprio così. A Milano, bisogna andare. O a Bologna. Ma meglio a Milano: il Galeazzi è il massimo. Capito, Carmelo? Devi andare a Milano-</p>
<p>-Per l’amor della Madonna!- quasi urlò il pizzaiolo –Tu sei matto. Col cazzo. Io a Milano non ci vado-</p>
<p>Ma l’uomo dello Swatch non si dava per vinto. -Mannaggia al clero, Carmelo – disse quindi – Quando fai così io non ti seguo proprio. Di che cazzo hai paura a ottant’anni suonati?-</p>
<p>-Ottant’anni ce l’avrà tua moglie- rispose il pizzaiolo –Non mi fare incazzare pure tu-</p>
<p>Riapparve quindi il nipote, sembrava somigliargli sempre di più. Aveva il cellulare in mano, e si avvicinò al nonno per fargli vedere la foto del cane.</p>
<p>-Dimmi se non è bello-</p>
<p>-Ancora?- urlò Carmelo –Allora non hai capito un cazzo-</p>
<p>-Lo tengo a casa del babbo. Perché no?-</p>
<p>-Perché i cani puzzano e cacano dappertutto. E costano un sacco di soldi-</p>
<p>-Ma questo me lo regalano-</p>
<p>-Come no- disse il pizzaiolo –Col cazzo che te lo regalano-</p>
<p>Il ragazzo cercò complicità in qualcuno degli avventori, ma nessuno lo stava guardando. Non l’iraniano, intensamente assorto in pensieri presumibilmente cupi, e non il tizio della Peroni, che ragionava sulla pioggia e sulla strategia per uscire e andare dove doveva andare senza infradiciarsi. Non il ragazzo con gli occhi sporgenti, che aveva roso metà focaccia e stava silenziosamente armeggiando col cellulare, e non il tizio dello Swatch, intenzionato a proseguire il suo discorso sull’ortopedia.</p>
<p>-Tanto lo prendo- disse infine, e dicendolo indietreggiò e si armò di un ghigno che fece infuriare il nonno ancor più di quelle tre misere parole.</p>
<p>-Porcaccia della puttana- disse, e lo inseguì cercando di accelerare il passo. Solo che il ginocchio gli doleva parecchio, e stavolta fu costretto a fermarsi prima ancora di arrivare alla fine della pedana di legno.</p>
<p>-Prima o poi ti ammazzo- disse piegandosi e portando una mano al ginocchio. L’uomo dello Swatch si fece avanti, con fare sardonico.</p>
<p>-Mi devi dare retta. Lo vedi che non riesci neanche a correre dietro a tuo nipote?-</p>
<p>-Dove non arrivo io c’arriva un colpo secco. Il Padreterno lo fulmina presto. Quel drogato del cazzo-</p>
<p>L’iraniano sorrise di nuovo, ma Carmelo non se ne avvide.</p>
<p>-Però almeno a Bologna- disse il tipo della Peroni –Milano no, ma Bologna? È vicina-</p>
<p>Forse tra di loro non c’era questa gran confidenza, forse il cliente in carne se n’era presa più del dovuto grazie ai due terzi di litro di birra che aveva ingurgitato tra un boccone di pizza e l’altro. Fatto sta che Carmelo non gli rispose male come avrebbe fatto con qualcun altro, tipo l’uomo dello Swatch, per esempio, per non parlare dell’iraniano o del nipote.</p>
<p>-Ho detto di no- si limitò a dire –Bologna o Milano per me è uguale. Io da Perugia non mi schiodo-</p>
<p>-E allora rimani storpio finché campi- fece quello con lo Swatch.</p>
<p>-Saranno pure cazzi miei- disse Carmelo.</p>
<p>-Certo- fece l’altro –Sai cosa me ne importa a me-</p>
<p>Fu allora che l’iraniano si spinse più in là di quanto lui stesso non avrebbe mai pensato. Si accostò al bancone, davanti al pizzaiolo, e lo fissò negli occhi. Improvvisamente sembrava aver perso la sua natura dimessa, la postura era ritta, vigorosa, le braccia poggiate sul vetro e quasi minacciose.</p>
<p>-Il cane sì- disse.</p>
<p>-Il cane cosa?- fece Carmelo, stupefatto.</p>
<p>-Il cane, tuo nipote. Digli sì-</p>
<p>-Ah- esclamò il pizzaiolo –Guarda tu questo. Viene a dirmi se prendere o non prendere un cane del cazzo in casa mia. Ma che cazzo ti salta in testa, testa di cazzo?-</p>
<p>L’iraniano strinse il pugno della mano destra lasciando fuori solo l’indice dritto. Lo puntava verso il vecchio, verso il petto abbondante che gli riempiva la maglietta bianca. Gli altri tre osservavano la scena con una punta di meraviglia, ma nessuno pensava che potesse realmente degenerare. Infatti non degenerò.</p>
<p>-Digli di sì- ripeté l’iraniano.</p>
<p>-Vaffanculo-</p>
<p>Squillò di nuovo un telefono, la stessa suoneria di prima, la stessa provenienza, e la stessa voce gracchiante da adolescente rispose remotamente.</p>
<p>-Portamelo alle cinque- si sentì dire –Ma almeno dieci euro per la benzina te li do-</p>
<p>-Hai un nipote obbediente- disse l’uomo dello Swatch –Un ginocchio fuori uso, ma un nipote obbediente. Forse fai bene a non volerti operare-</p>
<p>Carmelo nemmeno lo guardò, si guardò intorno, si piegò in avanti e spostò qualcosa che nessuno, al di qua del bancone, poteva vedere. Era un banchetto di legno, e quando ci si metteva a sedere, come era in procinto di fare adesso, lo faceva scomparire quasi per intero.</p>
<p>-Sapete che vi dico?- disse una volta poggiate le terga sul banchetto –Andatevene affanculo pure voi. Tutti e tre. Mio nipote, l’arabo, e voi tre. Vi conosco poco o niente, ma già mi state sul cazzo a sufficienza-</p>
<p>Si mise le mani sulle cosce larghe, del suo grosso corpo spuntava solo la testa, tagliata tra la bocca e il mento.</p>
<p>-Io mi sono rotto i coglioni- aggiunse, e si passò una mano sulla testa, sulla pelle lisa e macchiata dalla vecchiaia. Poi si mise a fissare il forno, il nero del forno, dove tutto era più o meno successo, dove aveva trascorso una vita intera a infilare impasti e tirar fuori pizze, il forno che aveva adoperato più di ogni altra cosa al mondo, che aveva comprato, aggiustato, buttato via, ricomprato, riaggiustato, ricomprato di nuovo, il forno grazie al quale aveva sfamato migliaia di persone e potuto sfamare anche se stesso e la sua famiglia, a partire da quella testa di cazzo drogata del figlio di suo figlio, che adesso impastava la pizza al posto suo e la faceva di merda, schifosa, terribile, tanto che non sapeva come facesse la gente a mangiarla ancora, la pizza di Carmelo, una volta era forse la pizza più buona della città e ormai era diventata la più schifosa. Gommosa, senza equilibrio tra i sapori, sbagliata in tutto e per tutto. Fissava il forno, e c’avrebbe ficcato dentro la testa, stavolta, in modo da farla finita una volta per tutte con quelle cazzate e quella gente che non sopportava più.</p>
<p>-Mi sono proprio rotto i coglioni- ripeté. Quando suo nipote fece ritorno, con passo molleggiato e trionfale, non ebbe nemmeno la forza di insultarlo.</p>
<p>-Vedrai che ti ci affezioni, nonno. Tu va a finire che ti ci affezioni sempre, ai cani-</p>
<p>Carmelo si tirò faticosamente su facendo leva con le mani sulle cosce, scostò il banchetto, guardò l’uomo con lo Swatch, che lo stava guardando, e gli fece l’occhiolino. Quindi prese il cellulare dalle mani del nipote, cercava la foto ma non si vedeva più. Così glielo ridiede. Fece i due passi che lo separavano dal registratore di cassa sbuffando per il dolore al ginocchio, aprì il cassetto e si mise di nuovo a contare i soldi.</p>
<p><em>Questo racconto è tratto da Giovanni Dozzini (a cura di), <strong><a href="http://www.aguaplano.eu/scheda/A-casa-nostra-lontano-da-casa-114" target="_blank" rel="noopener">A casa nostra, lontano da casa</a></strong>, Aguaplano 2019 (con racconti di Pierpaolo Peroni, Giovanni Pannacci, Riccardo Meozzi, Caterina Venturini, Chiara Santilli, Stefano Baffetti, Gianni Agostinelli, Paola Rondini, Eugenio Raspi, Pasquale Guerra, Giovanni Dozzini, Antonio Senatore, Marija Strujic).</em></p>
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		<title>Balcanica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jul 2019 06:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Biancalani]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi (foto di Andrea Biancalani) #1 I nostri compagni di viaggio ci introducono nel sonno. Un vecchio non respira, accanto a me, dall’altra parte del corridoio. Ha un vestito grande e marrone, le maniche di fustagno gl’inghiottiscono le mani. Solo la punta delle dita ballonzola in una fibrillazione ritmica. Il viso del vecchio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Polenchi </strong>(foto di Andrea Biancalani)</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79746" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-160x128.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#1</strong></p>
<p>I nostri compagni di viaggio ci introducono nel sonno. Un vecchio non respira, accanto a me, dall’altra parte del corridoio. Ha un vestito grande e marrone, le maniche di fustagno gl’inghiottiscono le mani. Solo la punta delle dita ballonzola in una fibrillazione ritmica. Il viso del vecchio è accartocciato, scuro, carta gialla da macelleria, da negozio alimentare disposto in curva. Quel viso non suda, non gocciola, non si bagna con la stessa patina oleosa che appiccica le nostre palpebre insieme, le fonde, finché non abbiamo più scelte che tener gli occhi chiusi e dormire. Nel volto del vecchio ogni sudore è assorbito dalla carta ruvida del suo epitelio. Ma il vecchio non respira. Ansima, fischia. Il suo petto si gonfia con parossismo, alla ricerca di aria in qualunque direzione: più in là di qualche centimetro c’è un po’ di ossigeno, basterebbe una molecola di ossigeno, un atomo, il piccolo dono dell’elemento, un’estrazione dalla massicciata della realtà. Cerca aria con la furia di una migrazione: sulle setole raspose del sedile un poco polveroso, nel vetro, nel sole alogeno che inchioda le ombre nel corridoio. La cerca più avanti, nel corridoio, nella piccola tv piazzata sopra il capo dell’autista, nel suo schermo muto e cieco.</p>
<p><strong>#2</strong></p>
<p>Dal mio diario:</p>
<p>“dopo 6 ore di bus siamo a Podgorica, sulla strada per Sarajevo. tutto questo giro per non passare dalla Serbia. la città sembra disegnata da De Chirico e colpita da una pandemia. nessuno in giro. città metafisica, tra Viareggio e una qualunque città russa. abbiamo mangiato un panino ripieno di pollo e verdure e ci ha serviti Sanya, una ragazza giovane e timidissima, con un grosso neo sul collo, che non sapeva nulla d’inglese. questo popolo si sta prendendo gli avanzi del nostro consumismo e li sta usando con la stessa ingenuità che avevamo noi negli anni ’60. quando inizieranno anche loro a fissare il buio? a Podgorica la vita inizia dopo le 17. pulviscolo di ragazzini, mamme, passeggini, biciclette, tacchi alti, zeppe, minigonne, ginocchia rotte, automobiline a motore elettrico che si riversa sulle strade, tra i cubi in cemento del socialismo reale.</p>
<p>cubi e volumi, case euclidee, desideri geometrici pensati e realizzati, alla <em>Solaris</em>.</p>
<p><em>tutto era così mentale che la città mancava di colore. c’era un’aria polverosa, una caligine gialla per le strade deserte. a Podgorica nessuno si sarebbe fermato di proposito; solo chi, come noi, ci capitava per caso l’avrebbe vista.</em></p>
<p>qui si beve birra Niksicko”.</p>
<p><strong>#3</strong></p>
<p>C’è un’aria da località di montagna. Fuori dalla finestra dell’albergo un caos quasi messicano: uno sferragliare di mezzi, voci, musiche planetarie. Fuori dalle stanze d’albergo, oltre il bazar, c’è il solito clima provvisorio di chi vive senza tante aspettative. Oggi mancavo. Mancavo e basta. Chiediamo a un tassista di portarci a Kolovice, perché a quanto pare c’è un monastero. L’autista è un ragazzo giovane, perlopiù biondo, con una testa come quella di un toro, poggiata sulle clavicole. Si vede immediatamente che non capisce nulla del posto che gl’indichiamo. Si consulta con un collega, uno più vecchio; ci stordisce l’odore di farina di ceci, di felafel, di spezie e soffritto d’aglio. Alla fine concordiamo un prezzo per 5 euro e partiamo, ma stiamo in auto per più di un’ora e per strada imbarchiamo due ragazzi che si fermano in un campeggio per strada (uno dei due ha le grucce). Alla fine il taxi si ferma in un punto sperduto, da qualche parte sulla montagna. Non c’è niente qui, se non una chiesa cattolica costruita dagli italiani. Torniamo indietro molto delusi, tra pareti rocciose, gole ombrose, chiaroscuri vegetali. Alla stazione è evidente che l’autista non aveva capito né la destinazione né il prezzo, perché ci chiede 50 euro. Gli diamo la metà e lui, sorridendo e scusandosi, se ne va. Vorrei sapere il nome delle ciabatte che il nostro autista e tutti gli altri tassisti del piazzale indossano.</p>
<p><strong>#4</strong></p>
<p>Una ragazza mi dice che Trieste ci mette poco a essere triste: basta una vocale. Io e Andrea ci prendiamo una bella sbronza, nella tavola calda di Tito, un albanese. Dopocena gironzoliamo per le strade, a cercare refrigerio e proteggerci dal vento. Poi, sotto il loggiato di una chiesa, uno zingaro suona <em>Ederlezi</em>. Ci viene da ridere perché è il primo zingaro che vediamo, dopo le settimane nei Balcani. Lo paghiamo perché suoni ancora e ancora e lui si convince solo quando diciamo la parola “Kocani”. Si chiama Mikele, è uno zingaro di Bulgaria. Attacca con un lamento straziante, la litania di un rimpianto infinito, che ci schianta a sedere contro le colonne della chiesa ad ascoltarlo. In quel canto di tromba ci sono i Balcani che non abbiamo visto, quelli che in Macedonia si disperdono nelle lunghe strade che occupano le giornate. L’<em>Ederlezi</em> di Mikele, invece, è il triste rimpianto del profugo. Accanto a noi ci sono tre ragazzi. Uno di loro dorme. Alla fine compriamo il cd, dove in copertina c’è Mikele con il suo cappellaccio nero e il nome a caratteri dorati.</p>
<p>Quando sono a casa ascolto il disco, sperando che ritorni quel lamento della chiesa, ma ci sono solo i classici di Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Tony Bennett suonati dalla tromba su base midi di Mikele.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79747" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-160x128.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#5</strong></p>
<p>1988.</p>
<p>Il colonnello croato dice a Fatir di andarsene a fare un giro in Italia. Fatir non ci pensa due volte: vive per mesi in albergo, a Trieste. Quando finisce i soldi scrive a casa e si fa spedire denaro. Tre mesi in questo modo. E poi altre lire, da suo padre. Quando conosciamo Fatir ha 45 anni e ne dimostra venti di più. Suo figlio non voleva partire per non lasciare la fidanzata italiana a casa. Fatir non ha mai dormito per strada. Non va in Serbia, con l’auto. Una volta ci provò e rimase in dogana per ore. Ci sconsiglia di farlo, per non restare inchiodati all’angolo per ore.</p>
<p><strong>#6</strong></p>
<p>A Kocani, terra di zingari, cerchiamo tracce della Kocani Orkestar. Troviamo, invece, Ivan Levkov, capostazione. Ci accoglie con una foresteria di parole; tutte quelle che non ha potuto spendere in questi anni di anonimato. È felice di vederci, ma degli zingari della Kocani Orkestar non vuol parlare. Ivan vuol bere, la sua <em>grozjie</em>, una grappa d’uva dolcissima, che ci avvelena di oblio il pomeriggio.</p>
<p><strong>#7</strong></p>
<p>La cerimonia della chiamata dei nomi. Affidiamo come gli altri i passaporti all’autista. Lui compila una lista e ci chiama uno per uno, dal predellino del pullman. Sono nomi ottomani, giugulatorie alfabetiche; rispondono all’anagrafe dei Muzzein, del nome che si scioglie nella preghiera dell’alba. I nostri nomi sono incongruenti, ridicoli. Non ci riconosciamo in questo appello. Saliamo defilati, senza dare nell’occhio, confusi fra le canottiere dei ragazzi, nelle musiche che provengono dai telefonini; fra i fazzoletti delle donne, pezzuole nere cotte dal sole, identiche e ripetute di generazione in generazione. Portano pacchi e borse sportive, comprate nei <em>temporary store</em> della capitale. Li cuoce il sole di Roma Tiburtina. Si abbatte vitreo e incandescente sulle pezzuole nere delle donne e delle vecchie, sulle camicie dalle maniche tagliate degli uomini, i loro cappelli. Un sole alogeno, incattivito, insudiciato dalle sopraelevate, gli scheletri elefantiaci dei rebus tangenziali. Un intrico di Escher domina il sottobosco putrido di queste ombre lacustri. Dentro gli occhi è il rombo imperscrutabile del transito romano. Il continuo e ripetuto suono della strada che alimenta se stesso.</p>
<p><strong>#8</strong></p>
<p>Nel sogno c’è un vecchio che organizza una festa per quello che presumibilmente è il suo compleanno. La casa della festa è quella di campagna dove io e Andrea abbiamo pensato a questo viaggio. Ci sono tutti, ma proprio tutti: gli amici, i primi amori, conturbanti avventure sentimentali o soltanto il reparto Baci Rubati. (Manca la mia famiglia). Ci sono anche quelle persone che non si frequentano più perché c’è stato un momento nel quale noi e quelle persone eravamo così arrabbiati che ci sembrava giusto rompere tutto. Poi passa il tempo e si scopre di essere rimasti assenti per così tanto tempo che ormai la paura di non riconoscersi più in quello che eravamo c’impedisce l’ultimo, sensato, tentativo di chiamare nel cuore della notte e svegliare quei testimoni del nostro passato. Insomma, nel sogno ci sono anche queste persone, che nell’arco della vita sono disseminate qua e là.</p>
<p>Improvvisamente si scopre che al di là della festa gli invitati sono lì perché io e Andrea siamo tornati dal viaggio dai Balcani; sono lì per festeggiare il nostro ritorno. I primi amori sono ancora quella struggente tenerezza pomeridiana che erano al tempo; gli amici sono i compagni di una vita; coloro che non sono più nella nostra vita sono lì, di nuovo, per chiederci udienza, per domandarci scusa o per darci l’occasione di fare noi altrettanto.</p>
<p>Nel sogno sono in definitivo accordo col mondo. Mi sento come il verso di un poema.</p>
<p>Invece mi sveglio: sono ancora a Tetovo, lontano da tutto, in una gelida stanza d’albergo. Racconto il sogno ad Andrea. Per lui ha ragione lo Schnitzler del <em>Doppio sogno</em>: noi siamo anche quello che sogniamo. I sogni sono tanto reali quanto la realtà, quindi il mio sogno armonico era reale. “Reale quanto questo comodino”, dice Andrea. E ancora: “è successo davvero, che tu ci creda o no”.</p>
<p>A Skopje, qualche giorno dopo, mi dicono da casa che qualcuno se n’è appena andato.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79748" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-160x128.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#9</strong></p>
<p>Il bar; al tavolino un uomo con due belle donne, bionde. Mosche dappertutto, uno sciame come polvere di caffè. Il posto è insolitamente fitto di partenze; pullman per Istanbul, Struga, Skopje, per la Svizzera.</p>
<p>Il bar è attesa. Nell’attesa c’è tutto, compreso il movimento. Il movimento è tempo, è dispiegamento della vita. Nel bar c’è vita, vita-in-attesa, attesa di movimento; qualcosa che sta per cominciare, poi l’attesa è finita.</p>
<p>La vita è sulla soglia, oltre è già troppo. Il bar della stazione è una soglia, più avanti è tutta un’altra faccenda (vale la pena o non vale la pena avventurarsi laggiù, se ne può discutere).</p>
<p>Se l’unico modo per cui abbia senso vivere è spostarsi di continuo, il bar è un senso+1, perché nel movimento manca l’assenza-di-movimento, che è invece nell’attesa, nell’infinita parata degli istanti prima di partire, mentre si beve una birra Ϲкoпскo (Scopsko) e si aspetta il pullman per un’altra città, un poco più a est.</p>
<p><strong>#10</strong></p>
<p>Da un po’ di tempo non riesco a dormire. La notte è tutt’altro che uno spazio neutro, un ricavo, la mia geografia di libera mobilitazione. Di notte sento forze che volteggiano sopra la casa, disegnano campi di gioco magnetici, intessono reticoli elettrici. È uno svolazzo invisibile, frustrante. L’inquieto circuito di traiettorie sopra la mia testa. Allora chiudo gli occhi. La scorsa notte è successo di tutto; poi si è alzato un vento incattivito che ha rovesciato vasi, schiantato vetri e battuto porte. Dalla finestra della camera da letto ho sentito una danza di foglie secche, per strada, e nel silenzio sembravano carta. Non riuscivo a pensare a niente; avevo la mente occupata dalle frequenze di quel vento. Gli Hertz epilettici mi facevano uscire fuori di cervello: ho aspettato l’alba sperando che le cose migliorassero e basta.</p>
<p>Non mi alzo, di notte, quando non dormo. Non esco. Rimango disteso, sgomento per quel rovescio della regola che vorrebbe vedermi in una fase di sonno profondo. Ma a quelle latitudini non ci arrivo. Rimango sulla superficie di un sonno interrotto, di momenti di stanchezza insopportabile. Rimango con gli occhi aperti, spesso, in un eccesso. Le pupille si riempiono di buio. Cerco d’impormi il silenzio, quello spazio di bianco dove non transitano variazioni ottiche, dove la somma ambiguità è non avere ambiguità. Il silenzio, però, rimane in fondo a quella landa nera, percorsa da prismi di luce, di variazioni sintetiche del blu, del rosso, dell’indaco, del giallo, del viola. Là in fondo brilla anche il tasto del silenzio, ma non riesco a raggiungerlo. Più forte è la sinfonia della febbre notturna che soffia col vento. Io con la notte e le sue brigate.</p>
<p>Una notte sono rimasto a fissare un ragno. Il palazzo di fronte al mio, dalla nudità del terrazzo, era illuminato dal giallo dei lampioni in basso. Aveva un aspetto sporco, senza ombre, un aspetto così insopportabilmente oggettivo e urgente. Il ragno era sul mio balcone. L’ho visto zampettare in cerchio. Ho immaginato che avesse paura di me, della mia imponderabile dimensione. Non fuggiva, però. Continuava la sua ginnastica macabra andando avanti, poi di lato, poi di nuovo avanti. Restava nei paraggi, a volte scompariva. Guardavo il palazzo e poi il balcone e non lo vedevo. Dopo poco, però, era di nuovo lì, di fronte a me. Ho pensato di schiacciarlo e basta, ma non si fa con i ragni. Di notte sono tiranneggiato da un senso superstizioso e naturale ancor più che durante il giorno. È ormai evidente che il balletto che questo ragno né più repellente né più minaccioso di altri sta compiendo un rituale apotropaico prima di sferrare un attacco: è una danza di morte, prima della battaglia. È così ostinatamente aggrappato alla sua liturgia di guerra, questo ragno. La minuscola orografia del suo corpo nero sprofonda nel più tenace istinto del sangue, nel tributo che domanda il suo codice genetico. È ingenuo e superbo questo ragno: crede nel suo onore da strada, come per una disperata febbre da infezione.</p>
<p><strong>#11</strong></p>
<p>Trame di informazioni incomprensibili sorvolano la nostra testa, calano in basso come un narcotico. Non oppongo forza. Lascio aperta giusto la frattura orizzontale che immette una bassa vibrazione di rosso, l’ipotesi di finire accecato. Sobbalziamo in questa notte divorata dal giorno, dalla luce, dalle aiuole autostradali.</p>
<p><strong>#12</strong></p>
<p>Sul pullman le musiche ottomane sono interrotte soltanto da sketch comici con una drammaturgia basica: un operaio addetto al manto stradale si fracassa un dito per errore, dopo essersi colpito accidentalmente col martello; due amici si lanciano torte di panna in faccia. Gli attori sono gli stessi: passano da una situazione all’altra con disinvoltura e incanto. Sono cortometraggi prima del cinema, incastrati nella transizione dal <em>vaudeville</em> al grande schermo. È una comicità che scatena risate e battimani e, in fondo, funziona. C’è una dolcezza paesana nel ridere di fronte a questi siparietti innocui, in mezzo alle montagne albanesi. I filmati scorrono in un VHS trasmesso da un videoregistratore ad uso schermo che domina il corridoio. Un occhio lontano e brillante ci proietta luce in faccia nella direzione opposta alla strada. Poi, in una delle scene, due amici ricordano un vecchio amore e cantano <em>Marina</em>, il mambo di Rocco Granata (1959). Tutti la conoscono; e cantano. L’unisono nasconde timbri, volumi, livelli di ubriacatura diversi, ma tutti hanno un amore lontano da ricordare. Scopro invece che il nome “Marina” era una marca di sigarette belga.</p>
<p><strong>#13</strong></p>
<p>Da un terrazzo sventolava una girandola arcobaleno e piante anemiche abbellivano coi loro spogli rami il grigiore del palazzo. La Macedonia era un posto disabitato dalla grazia; umido, squallido, spoglio. Un luogo abitato da fantasmi, da assenze. Non c’erano le montagne sassose della Grecia, ma campi dissodati, erbacce lasciate crescere senza cura e nelle città più grandi un’euforia patetica verso un futuro di benessere e capitalismo che altrove, in Europa […]</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79749" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6.jpg" alt="" width="1000" height="800" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6-300x240.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6-768x614.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6-250x200.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6-160x128.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
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		<title>Discarica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jun 2019 06:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[monica pezzella]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Monica Pezzella L&#8217;intermittenza azzurro pallido di un’insegna giù in strada; una camera d’albergo alle cinque del mattino. Ci sono un letto, un comodino in legno con le gambe curve, un armadio a un’anta, una scrivania col piano in vetro, una poltrona in pelle verde, la litografia della pianta di una città. Il letto è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Monica Pezzella</b></p>
<p>L&#8217;intermittenza azzurro pallido di un’insegna giù in strada; una camera d’albergo alle cinque del mattino. Ci sono un letto, un comodino in legno con le gambe curve, un armadio a un’anta, una scrivania col piano in vetro, una poltrona in pelle verde, la litografia della pianta di una città. Il letto è scomposto e le lenzuola sono aggrovigliate sulla sponda. Sandra ha poco più di vent’anni, è distesa con le braccia sotto il cuscino, a gambe nude. Sul comodino ci sono un paio di occhiali dalla montatura in osso, una lampada senza paralume, un fazzoletto sporco e tre forcine. Murdoch ha trentasette anni, è vicino alla scrivania, davanti al telefono. Alle sue spalle, la finestra inquadra i fumaioli della cartiera. Sotto i fumaioli, tracima la discarica. Murdoch si gira e guarda il fumo nero.</p>
<p>MURDOCH Faccio una doccia. Dormi ancora?<br />
SANDRA Non dormo. L’acqua calda non viene.<br />
MURDOCH La faccio fredda. Mi devo pulire. Pensa a che vuoi mangiare. Dopo ordino la colazione.<br />
SANDRA Non lo so.</p>
<p>Murdoch va in bagno. L’acqua scorre per dieci minuti; la porta si apre. Murdoch entra nella stanza, nudo, e si mette a cercare una camicia nella valigia sotto l’armadio. Mentre si veste:</p>
<p>MURDOCH Hai deciso?<br />
SANDRA Le focaccine al latte.<br />
MURDOCH Guarda che al sabato le focaccine vengono acide.<br />
SANDRA Non fa niente.<br />
MURDOCH Quante ne vuoi?<br />
SANDRA Quattro.<br />
MURDOCH Mangi quattro focaccine? Te ne faccio portare due. E il caffè.<br />
SANDRA Va bene anche così. Ma sono appena le cinque.<br />
MURDOCH Ho lasciato detto che ce ne saremmo andati presto.<br />
SANDRA Uhm.<br />
MURDOCH Però alzati.</p>
<p>Murdoch va al telefono e digita quattro numeri. Ordina due focaccine al latte, un toast, del burro e due caffè amari. Posa la cornetta e guarda Sandra, stesa sulla schiena.</p>
<p>MURDOCH Ha detto tra venti minuti. Hai un po’ di tempo, lavati pure tu.<br />
SANDRA Sei sempre esagerato.<br />
MURDOCH Sbrigati lo stesso.</p>
<p>Sandra va in bagno. Murdoch si piega a cercare qualcosa nella valigia. Prende una busta gialla, sigillata. Si alza e accende una sigaretta. Sandra rientra appena lui smette di fumare.</p>
<p>SANDRA Che puzza.<br />
MURDOCH Ti sei lavata?<br />
SANDRA Certo.</p>
<p>Murdoch le allunga la busta, sventolandola un po’.</p>
<p>SANDRA Grazie.<br />
MURDOCH Guarda che sono un sacco di soldi. Tienila sotto la giacca. Ti ci compri un vestito. Te lo metti la prossima volta che vieni.<br />
SANDRA Va bene. Grazie.<br />
MURDOCH Prendine uno attillato. Non lo scegliere rosso. Né viola. Non essere volgare.<br />
SANDRA Lo so. Lo prendo come piace a te. Lo so.<br />
MURDOCH Attillato. No rosso, no viola. Se vieni con un vestito che non mi piace non ti do più niente. Se ti presenti qua con un vestito che non ti sta bene non ti do niente. E non farlo vedere a casa. Capiscono che prendi soldi.<br />
SANDRA Ovvio.<br />
MURDOCH Te lo metti la prossima volta. Ti chiamo io. Deve passare un po’ di tempo.<br />
SANDRA Facciamo come sempre.</p>
<p>Sandra va alla poltrona e mette la busta nella tasca della giacca; si siede. Murdoch è ancora vicino alla finestra. Il cielo da buio è diventato perlaceo e le ciminiere hanno smesso di fumare. L’insegna non si vede più.</p>
<p>SANDRA Ti posso chiedere una cosa?<br />
MURDOCH (dandole una sigaretta accesa) Vai.<br />
SANDRA (accetta la sigaretta, ma non fuma) Te lo metteresti, tu?<br />
MURDOCH Che cosa?<br />
SANDRA Un bel vestito.<br />
MURDOCH Ovvio.<br />
SANDRA Un vestito da donna, uno come piace a te.<br />
MURDOCH Cristo santo! Rieccola. Che?<br />
SANDRA Quello che ho detto. Se te lo metteresti, tu, un bel vestito da donna, come quello che mi hai regalato l’altra volta, per esempio.<br />
MURDOCH Non cominciare a fare la matta.<br />
SANDRA Ma se ti piace.<br />
MURDOCH Cosa?<br />
SANDRA Il vestito. Se ti piace, perché non te lo vuoi mettere?<br />
<span style="letter-spacing: 0.05em;">MURDOCH Perché è fatto per stare addosso alle donne.<br />
</span>SANDRA Ti vergogneresti?<br />
<span style="letter-spacing: 0.05em;">MURDOCH Si vergognerebbe chiunque.<br />
</span><span style="letter-spacing: 0.05em;">SANDRA Ti piace addosso a una donna, ma è vergognoso addosso a te.<br />
</span><span style="letter-spacing: 0.05em;">MURDOCH Brava. E adesso smettila.<br />
</span><span style="letter-spacing: 0.05em;">SANDRA (spegnendo la sigaretta su un bracciolo) Ma ti piacciono, le donne?<br />
</span><span style="letter-spacing: 0.05em;">MURDOCH Come a tutti. Lo sai.<br />
</span><span style="letter-spacing: 0.05em;">SANDRA Le trovi belle. Cioè, questo?</span></p>
<p>Murdoch poggia la fronte contro la finestra. Gli scappa un sospiro di esasperazione. Con un dito traccia un cerchio nell’umidità condensata sul vetro. Disegna un albero con due rami a ipsilon. Da quella prospettiva, l’albero spoglio scavato nella condensa nasce dalle scorie della discarica. Bussano alla porta, due colpi di nocche. Nessuno si muove. Altri cinque colpi. Murdoch va ad aprire e rientra con un vassoio. Sistema il caffè, le focaccine e il toast al burro sulla scrivania.</p>
<p>MURDOCH Dài, vieni a mangiare.<br />
SANDRA (alzandosi e avvicinandosi alla colazione) Non mi hai risposto.<br />
MURDOCH (dopo aver bevuto il caffè in un sorso) Neanche mi ricordo la domanda.<br />
SANDRA Pensi che le donne sono belle?<br />
MURDOCH Ho detto che mi piacciono, non che sono belle.<br />
SANDRA È diverso?<br />
MURDOCH Non fare raffreddare il caffè. E prova le focaccine, vedrai che sono acide.</p>
<p>Sandra mangia entrambe le focaccine. Si pulisce le dita con l’unico fazzoletto, quello su cui stavano i dolci; lecca un dito per volta, morbosamente. Beve il caffè e torna a sedersi.</p>
<p>MURDOCH Allora?<br />
SANDRA Non erano acide.<br />
MURDOCH Meglio. Che hai?<br />
SANDRA Proprio niente.<br />
MURDOCH E perché c&#8217;hai quella faccia che c&#8217;hai?<br />
SANDRA (tirando le gambe sulla poltrona e stringendole al corpo) Non credi che io sia bella.<br />
MURDOCH (ride) Mangi troppo.<br />
SANDRA Solo questo?<br />
MURDOCH “Solo questo” cosa?<br />
SANDRA Solo questo pensi? Vieni a letto con me, mi pare.<br />
MURDOCH E quindi devo pensare che sei bella?<br />
SANDRA Io lo penso. Penso che tu sia bello. Ci penso sempre.<br />
MURDOCH Buon per te. Mi fa piacere.<br />
SANDRA Mi piaci, altrimenti non ci verrei a letto con te.<br />
MURDOCH Dici? Da questa parte funziona in un altro modo. Mi piaci, va bene, ma ti scopo perché mi ecciti, non perché sei bella. Che c&#8217;entra il sesso con la bellezza?<br />
SANDRA Tutto.<br />
MURDOCH Risposta da bambina. Credi che l’attrazione abbia qualcosa a che fare con la bellezza? Davvero?<br />
SANDRA Davvero, sì. L’ho sempre creduto.<br />
MURDOCH Te l’hanno insegnato a scuola? Questa cosa, che gli uomini pensano che le donne siano belle, te l’ha insegnata tua madre? Tua sorella?<br />
SANDRA Certo, come no.<br />
MURDOCH E dove l’hai sentita? È una di quelle cose che si sanno? Già. È un’idea comune. Una di quelle cose che sono come dovrebbero essere. Ma guarda, una cattedrale è bella. Un quadro, come quello (indica la litografia). Un albero, una conchiglia. Un insetto. Che ne so, un oggetto. Una donna è un’altra cosa. (Annusa il toast e lo rimette nel piatto) Quanti anni hai? Venti?<br />
SANDRA Ventuno. E lo sai.<br />
MURDOCH Sembri una bambina. Non capisci, di’ la verità. È perché non esci mai.<br />
SANDRA Esco con te.<br />
MURDOCH (ride) Una volta al mese è un po’ poco. Che miseria. Dovresti stare con quelli della tua età.<br />
SANDRA Sto anche con quelli. Ma che c’entra?</p>
<p>Murdoch va a prendere la valigia vicino all&#8217;armadio e la trascina sulla moquette fino al letto. Toglie le lenzuola e le piega.</p>
<p>MURDOCH (riponendo le lenzuola nella valigia) A un ragazzino l’hai mai chiesto?<br />
SANDRA Che gli devo chiedere?<br />
MURDOCH Cosa pensa di te. Nuda.</p>
<p>Murdoch apre l’armadio e tira fuori un completo di lenzuola pulite. A differenza delle precedenti, queste hanno le iniziali dell’albergo ricamate agli angoli.</p>
<p>SANDRA Che dovrebbe pensare?</p>
<p>Murdoch rifà il letto. Non dice niente per tutto il tempo. Quando ha finito, tira su anche il copriletto, accende una sigaretta, se la infila in bocca e guarda Sandra, rintanata nella poltrona.</p>
<p>MURDOCH Alzati, dài. Mettiti in piedi.<br />
SANDRA Ce ne andiamo?<br />
MURDOCH Non ancora. Abbiamo un po’ di tempo. Il treno parte alle sei e quarantacinque.<br />
SANDRA Non hai mangiato il toast.<br />
MURDOCH È bruciato. E poi avevo chiesto il burro a parte.<br />
SANDRA Schifiltoso.<br />
MURDOCH Allora, ti alzi?</p>
<p>Sandra si alza e Murdoch va a sedersi al posto suo, sulla poltrona.</p>
<p>MURDOCH Fai quella cosa.<br />
SANDRA Che vuoi?<br />
MURDOCH Fai quella cosa, dài. Spogliati.<br />
SANDRA Mi sono appena vestita.<br />
MURDOCH Quante storie.<br />
SANDRA Va bene. Ma dopo mi accompagni alla stazione.<br />
MURDOCH Ovvio che ti accompagno. Dài.</p>
<p>Sandra chiude le tende e comincia a spogliarsi. Murdoch si sfila la cintura e mette una mano nella patta dei pantaloni. Quando finisce:</p>
<p>MURDOCH Rivestiti.<br />
SANDRA (vestendosi) Che volevi dimostrare?<br />
MURDOCH Niente.</p>
<p>Sandra si avvicina e lo bacia sulla fronte.</p>
<p>MURDOCH Levati. Non mi baciare, santo Cristo, non è il caso.<br />
SANDRA (gli fa scivolare una mano dentro la camicia e gli accarezza una spalla) Perché?<br />
MURDOCH Oh, piantala.<br />
SANDRA (gli bacia il collo) Non fare il ritroso. Rispondi.<br />
MURDOCH Perché ho pensato che sei una puttana.<br />
SANDRA (scostandosi) Ti ecciti pensando questo?<br />
MURDOCH Sì. E se potessi umiliarti mi ecciterei anche di più.<br />
SANDRA Come vorresti umiliarmi?<br />
MURDOCH (richiudendo la patta) Lascia stare.<br />
SANDRA Coraggio. Cosa stai pensando?<br />
MURDOCH Finiscila. Non rovinare tutto.</p>
<p>Murdoch si alza e va ad aprire la finestra e la finestra vomita il brusìo della cartiera e le rancide esalazioni della discarica nella stanza.</p>
<p>SANDRA Già che hai cominciato tanto vale che continui.<br />
MURDOCH Non sto pensando a come ti umilierei. Va bene?<br />
SANDRA Cosa, allora?<br />
MURDOCH Se tu fossi stata una ragazza qualsiasi non avrei voluto umiliarti. Non ci avrei pensato nemmeno. Ti avrei scopato e l’avremmo piantata lì.<br />
SANDRA Che bravo. E invece?<br />
MURDOCH E invece te l’ho detto. Tu mi ecciti.<br />
SANDRA Sei un pervertito?<br />
MURDOCH Ma che Cristo, e ti ho avvisato! Non fare la matta, se fai la matta smettiamo di vederci. Prendi le tue cose. Ce ne andiamo.</p>
<p>Sandra va al comodino, raccoglie gli occhiali e le forcine. Cerca la borsa sotto il letto, non la trova, si inginocchia per cercare più a fondo.</p>
<p>MURDOCH Sei ancora una bambina. Hai bisogno di qualcuno che ti disilluda.<br />
SANDRA E saresti tu?<br />
MURDOCH Può darsi. Lezione numero uno. L’amore non è ammirazione, non è venerazione, non è come te lo hanno insegnato a scuola. L’amore, quello tra un uomo e una donna, è una soddisfazione fisiologica.<br />
SANDRA (recuperando la borsa e spolverandola) Un bisogno fisico. Soltanto?<br />
MURDOCH Per carità. Un bisogno fisico e mentale. Non andrei mai a letto con una donna che ritenessi migliore di me. Non mi darebbe nulla; mi darei a lei. E chi diamine vuole dare niente? È normale, mettitelo in testa. Per te funziona allo stesso modo.<br />
SANDRA Non mi pare.<br />
MURDOCH Non te ne accorgi, ma neanche ne vale la pena. Ché tanto tu sei strana. Pensa come ti pare. Hai finito? Hai preso tutto? Guarda pure in bagno, non lasciare niente in giro.<br />
SANDRA E la lezione numero due?<br />
MURDOCH Ce ne sono ancora tante di lezioni, continuiamo la prossima volta. Adesso spicciati, guarda se manca niente.</p>
<p>Sandra apre la porta del bagno e si affaccia per assicurarsi di non aver lasciato tracce. Il rubinetto perde qualche goccia; lo chiude e pulisce il lavello con la spugna.</p>
<p>SANDRA Preso tutto. Possiamo andare.<br />
MURDOCH È cambiato qualcosa? Tra me e te, voglio dire.<br />
<span style="letter-spacing: 0.05em;">SANDRA (infilando la giacca) No. Credo di no.<br />
</span><span style="letter-spacing: 0.05em;">MURDOCH Verrai ancora, come sempre?<br />
</span>SANDRA Sì, certo.<br />
MURDOCH Mi ami?<br />
SANDRA Certo.<br />
MURDOCH Brava. Fai la persona normale.</p>
<p>Escono.</p>
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