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	<title>debito &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un paese con lo sfratto esecutivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Feb 2013 21:54:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[Monica Flores Fernandez]]></category>
		<category><![CDATA[spagna]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[lettera dalla Spagna di Mónica Flores Fernandez “Articolo 25 Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche ed ai servizi sociali necessari[&#8230;]” Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. “Artículo 47 Todos [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>lettera dalla Spagna di <strong>Mónica Flores Fernandez</strong></p>
<p>“Articolo 25<br />
<em>Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche ed ai servizi sociali necessari[&#8230;]”<br />
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.</em></p>
<p>“Artículo 47<br />
<em>Todos los españoles tienen derecho a disfrutar de una vivienda digna y adecuada. Los poderes públicos promoverán las condiciones necesarias y establecerán las normas pertinentes para hacer efectivo este derecho, regulando la utilización del suelo de acuerdo con el interés general para impedir la especulación.”<br />
Constitución Española del 1978.</em> (1)<br />
<span id="more-44896"></span><br />
Barakaldo, Paese Basco, un giorno di settembre del 2012. Passano alcuni minuti dalle nove del mattino quando la commissione giudiziaria ed i poliziotti arrivano a casa sua. Lei, che abita al quarto piano, apre con il citofono la porta principale. Poi, <a href="	http://www.eitb.com/es/noticias/sociedad/detalle/983223/desahucio-barakaldo--se-suicida-mujer-iba-ser-desahuciada/">Amaia, di 53 anni,</a> avvicina una sedia alla finestra e si butta giù. Mette così fine alla sua vita perché la banca pretendeva di prendersi casa sua, dove abitava con suo marito e suo figlio ventenne. Non era disoccupata ma aveva problemi a pagare il mutuo. La banca non le ha offerto nessuna soluzione. Le proteste nelle strade del suo paese, ma anche di altre città, si attivano lo stesso giorno della sua morte. Non è la prima. Non sarà l’ultima. Ottobre, un ragazzo perde il lavoro e viene abbandonato dalla fidanzata, la banca gli invia la notifica: perderà la casa perché non paga il mutuo. Si suicida. <a href="	http://www.noticiasgrancanaria.com/2012/10/se-suicida-por-desahucio-un-joven-en.html">Succede nelle Isole Canarie</a>. Qualche giorno più tardi, a Granada, Andalusia, un <a href="(4)	http://ccaa.elpais.com/ccaa/2012/10/25/andalucia/1351157583_823432.html">cinquantenne si impicca</a> qualche ora prima di essere cacciato da casa sua, anche lui perché non può più pagare il mutuo. Lo stesso giorno, a Valencia, quando la commissione giudiziaria e la polizia arrivano a casa sua, <a href="(5)	http://www.lasprovincias.es/v/20121026/sucesos/hombre-lanza-vacio-cuando-20121026.html ">Manuel</a> bacia suo figlio e poi si butta giù dalla finestra. L’elenco delle vittime, perché vittime sono, è così lungo che non riesco a scriverlo tutto. Ho raccontato soltanto alcuni casi, pochi se consideriamo il totale, troppi se consideriamo la tragedia di una morte per suicidio.<br />
La legge che controlla la gestione dei domicili è vecchia, del 1909, e non prende in considerazione i cambiamenti occorsi nella società in questi oltre cent’anni. Così, oggi in Spagna è normale che una persona perda il lavoro, perdendo il lavoro perde anche la fonte d’entrate principale ed inizia ad avere problemi economici che diventano più seri quanto più tempo trascorre senza lavorare. Dopo un po’, finiscono pure i soldi del sussidio di disoccupazione e, arrivato questo punto, diventa impossibile pagare l’affitto o il mutuo. Se la persona ha l’affitto “l’unico” problema è rimanere senza l’abitazione, forse, se li ha, perdere i figli minorenni perché i servizi sociali glieli portano via, perché senza una casa non può più dar loro una vita dignitosa. Se invece ha il mutuo, i problemi non finiscono più. In Spagna la legge dice che anche se la banca ti prende la casa per non aver pagato il mutuo, tu il debito non lo estingui. Cercherò di essere più chiara: la banca X ti ha dato un’ipoteca per il 100% del valore di una casa. Questi soldi ti servono per avere questa casa e in cambio restituisci una quantità di soldi ogni mese alla suddetta banca. Succede poi che non puoi più pagare il mutuo. Così la banca, passati alcuni mesi, si prende la casa per il 60% del suo valore e tu devi pagare il 40% del valore che resta più gli interessi sommati del periodo in cui non hai potuto pagare il mutuo. Per questa ragione una persona che perde la casa in Spagna dopo non aver potuto pagare il mutuo si trova debitore a vita. Per sempre. Senza seconde opportunità. È quindi abituale che una persona perdendo il lavoro, perda pure i soldi. Perdendo i soldi, perda la casa. Perdendo la casa, perda anche i figli minorenni (se li aveva). Invece conserverà, a vita, il debito. Niente nel futuro ma il debito. E c’è chi ancora si chiede come mai c’è chi sceglie la morte.<br />
Una situazione così dura ed ingiusta non la si trova in Italia, dove hai l&#8217;opportunità di cancellare il debito se nell&#8217;asta giudiziaria la vendita copre il 100% del prezzo iniziale. Nemmeno in Grecia, dove gli sfratti sono stati fermati almeno per il prossimo anno. Qua no. Il governo, in collaborazione con il partito dell’opposizione, ha fatto una legge secondo la quale si fermano gli sfratti per due anni, come dice un articolo di <a href="(6)	http://www.repubblica.it/economia/2012/11/12/news/spagna_crisi_congelati_per_due_anni_pignoramenti_case-46456268/ "><em>La Repubblica</em>.</a> Ma non è così bello come appare. Per poter fermare lo sfratto devi essere praticamente un clochard, altrimenti non rientri nei parametri stabiliti dalla legge. Così solo un 10% delle persone a rischio di sfratto possono fermalo, ma nemmeno questo è una buona notizia. Lo sfratto si ferma, l’aumento del debito invece no. Nel caso che una persona riesca a fermare il processo trova che gli interessi per non aver pagato il mutuo continuano ad aumentare senza pietà. Quando potrà riprendere a pagare il mutuo, dopo questi due anni, gli interessi saranno lievitati così tanto che condanneranno la persona in questione ad avere un debito perpetuo e oggettivamente impagabile.<br />
Mi viene tanta tristezza quando leggo l’articolo 47 della Costituzione Spagnola, quello che ho citato all’inizio. Lo Stato deve promuovere le condizioni necessarie perché tutte le persone abbiano una casa dignitosa ed evitare la speculazione. Se guardiamo indietro agli ultimi vent’anni possiamo vedere che questo non è avvenuto. Non hanno difeso i cittadini ma gli interessi economici di poche persone. Ecco perché ci troviamo in questa situazione. Ecco perché alcune persone hanno deciso di porre fine alla propria vita, nella disperazione di non vedere un futuro, perché tutte le porte che davano speranza erano state chiuse da leggi ingiuste. Il peggio di tutto è la sensazione che la situazione non migliorerà. Anzi. Nessuna misura vera ed utile è stata presa per risolvere il problema, quindi è probabile che un giorno qualsiasi, accendendo la TV o leggendo un quotidiano, scopriremo la tragedia di una vita fermata troppo presto, di tante vite strozzate per l’assenza di qualcuno caro, tutto per colpa dell’avarizia di poche persone e dell’incapacità della politica per risolvere la situazione.</p>
<p>PS: mentre scrivevo questo testo un altro uomo si è suicidato, questa volta a <a href="(http://www.lavanguardia.com/sucesos/20130208/54366499551/activista-stop-desahucios-suicida-cordoba.html). ">Córdoba, Andalusia</a> e poi ancora una coppia di anziani a <a href="http://www.publico.es/450579/un-matrimonio-de-jubilados-se-suicida-cuando-iban-a-desahuciarles">Mallorca</a>.<br />
Mi chiedo quanti suicidi ci vogliano ancora per cambiare la legge.</p>
<p>(1)	<em>“Articolo 47.<br />
Tutti gli spagnoli hanno diritto a godere di un domicilio dignitoso e adeguato. I poteri pubblici promuoveranno le condizioni necessarie e stabiliranno le norme pertinenti per rendere effettivo questo diritto, regolando l’uso del suolo d’accordo con l’interesse generale per impedire la speculazione.”</em></p>
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		<title>Debito ergo sum</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jun 2012 08:08:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[Derive approdi]]></category>
		<category><![CDATA[felix guattari]]></category>
		<category><![CDATA[gilles deleuze]]></category>
		<category><![CDATA[Le Goff]]></category>
		<category><![CDATA[maurizio lazzarato]]></category>
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					<description><![CDATA[Estratto da  La fabbrica dell’uomo indebitato edizioni Derive approdi di Maurizio Lazzarato Saggio sulla condizione neoliberista « La Grèce, c’est le mauvais élève de l’Europe. C’est toute sa qualité. Heureusement qu’il y a des mauvais élèves comme la Grèce qui portent la complexité. Qui portent un refus d’une certaine normalisation germano-française, etc. Alors continuez à [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-42803" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_uomodebitore-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_uomodebitore-182x300.jpg 182w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_uomodebitore.jpg 223w" sizes="(max-width: 182px) 100vw, 182px" /><br />
<strong>Estratto da </strong><br />
<strong>La fabbrica dell’uomo indebitato</strong><br />
<a href="http://www.deriveapprodi.org/2012/03/la-fabbrica-delluomo-indebitato/">edizioni Derive approdi</a><br />
di<br />
<strong>Maurizio Lazzarato</strong><br />
<em>Saggio sulla condizione neoliberista</em></p>
<p><em></em><br />
« La Grèce, c’est le mauvais élève de l’Europe. C’est toute sa qualité. Heureusement qu’il y a des mauvais élèves comme la Grèce qui portent la complexité. Qui portent un refus d’une certaine normalisation germano-française, etc. Alors continuez à être des mauvais élèves et nous resterons de bons amis. »</p>
<p><strong>Felix Guattari</strong>,<em> intervista alla televisione greca del 1992</em></p>
<p>In Europa, alla stregua di altre parti del mondo, la lotta di classe oggi si dispiega e concentra intorno al debito. Con una crisi del debito che arriva a toccare gli Stati Uniti e il mondo anglo-sassone, ovvero i paesi che hanno prodotto, oltre all’ultimo disastro finanziario, soprattutto il neoliberismo.<br />
La relazione creditore-debitore, che sarà al centro della nostra argomentazione, intensifica i meccanismi di sfruttamento e di dominio in forma trasversale, senza fare alcuna distinzione tra occupati e disoccupati, consumatori e produttori, attivi e inattivi, pensionati o beneficiari di sussidi. Di fronte al capitale, che si presenta come il Grande Creditore, il Creditore universale, sono tutti «debitori», colpevoli e responsabili. Una delle principali poste in gioco del neoliberismo resta quella della proprietà – com’è chiaramente dimostrato dalla «crisi» attuale –, poiché la relazione creditore-debitore esprime un rapporto di forza tra proprietari (di capitale) e non proprietari (di capitale).<br />
Attraverso il debito pubblico a indebitarsi è l’intera società, cosa che non impedisce, ma esaspera, «le disuguaglianze», che sarebbe venuto il momento di chiamare «differenze di classe».</p>
<p>Le illusioni economiche e politiche di questi ultimi quarant’anni cadono l’una dopo l’altra, rendendo le politiche neoliberiste ancora più brutali. La new economy, la società dell’informazione, la società della conoscenza sono tutte solubili nell’economia del debito. Nelle democrazie che hanno trionfato sul comunismo pochissime persone (qualche funzionario dell’Fmi, dell’Europa e della Banca centrale europea, insieme a qualche politico) decidono per tutti secondo gli interessi di una minoranza. La grandissima maggioranza degli europei viene tre volte deprivata dall’economia del debito: deprivata del già debole potere politico concesso dalla democrazia rappresentativa; deprivata di una quota sempre maggiore della ricchezza che le lotte trascorse avevano strappato all’accumulazione capitalistica; ma soprattutto, deprivata del futuro, ovvero del tempo, come decisione, scelta, come possibile.</p>
<p>La successione delle crisi finanziarie ha fatto violentemente emergere una figura soggettiva che era già presente, ma che oggi ormai investe l’insieme dello spazio pubblico: la figura dell’«uomo indebitato». Le realizzazioni individuali promesse dal neoliberismo («tutti azionisti, tutti proprietari, tutti imprenditori») ci spingono verso la condizione esistenziale di quest’uomo indebitato, responsabile e colpevole del suo stesso destino. Questo saggio vuole proporre una genealogia e un’esplorazione della fabbrica economica e soggettiva dell’uomo indebitato.<br />
Dopo la precedente crisi finanziaria, scoppiata insieme alla bolla di internet, il capitalismo ha messo da parte le narrazioni epiche elaborate intorno ai «personaggi concettuali» dell’imprenditore, dei creativi, del lavoratore indipendente «orgoglioso di essere il padrone di se stesso», i quali, nel perseguire unicamente i loro privati interessi, lavorano per il bene di tutti. L’investimento, la mobilitazione soggettiva e il lavoro su di sé, predicati dal management fin dagli anni Ottanta, si sono trasformati in un imperativo ad assumere su di sé i costi e i rischi della catastrofe economica e finanziaria. La popolazione deve farsi carico di tutto ciò che le imprese e lo Stato sociale «esternalizzano» verso la società, dunque anzitutto del debito.</p>
<p>Per i padroni, i media, gli uomini politici e gli esperti, le cause della situazione non sono da ricercare nelle politiche monetarie e fiscali che scavano il deficit – operando un massiccio trasferimento di ricchezza verso i più ricchi e le imprese –, né nel susseguirsi delle crisi finanziarie che, dopo essere di fatto scomparse durante i «gloriosi trent’anni», continuano a ripetersi e a estorcere strabilianti somme di denaro alla popolazione, nel tentativo di evitare ciò che viene chiamato «crisi sistemica». Per tutti costoro, colpiti da amnesia, le vere cause di queste crisi incessanti risiederebbero nelle eccessive pretese dei governati (in particolare di quelli dell’Europa del Sud), che vogliono vivere come «cicale», e nella corruzione delle classi dirigenti, che in realtà hanno sempre svolto un ruolo nella divisione internazionale del lavoro e del potere.</p>
<p>Il blocco di potere neoliberista non può e non vuole «regolare» gli «eccessi» della finanza, perché il suo programma politico è ancora quello rappresentato dalle scelte e dalle decisioni che ci hanno portato all’ultima crisi finanziaria. Con il ricatto del default del debito sovrano, intende invece portare fino in fondo questo programma, di cui fin dagli anni Settanta fantastica la completa applicazione: ridurre i salari a un livello minimo, tagliare i servizi sociali per mettere il Welfare al servizio dei nuovi «assistiti» (le imprese e i ricchi) e privatizzare qualunque cosa.Per analizzare non solo la finanza, ma anche l’economia del debito, che la ingloba e la supera, nonché la sua politica di assoggettamento, siamo privi di strumenti teorici, di concetti, di enunciati.</p>
<p>In questo libro intendiamo tornare all’analisi del rapporto creditore-debitore compiuta dal Deleuze e Guattari con L’anti-Edipo. Pubblicato nel 1972 – e anticipando teoricamente lo spostamento che il Capitale avrebbe successivamente operato – questo testo ci consente, alla luce di una lettura della Genealogia della morale di Nietzsche e della teoria marxiana della moneta, di riattivare due ipotesi. Anzitutto, l’ipotesi secondo la quale il paradigma sociale non è dato dallo scambio (economico e/o simbolico), ma dal credito. Alla base della relazione sociale non c’è l’uguaglianza (dello scambio), ma l’asimmetria del rapporto debito/credito che precede, storicamente e teoricamente, la relazione tra produzione e lavoro salariato. Poi, l’ipotesi che vede nel debito un rapporto economico indissociabile dalla produzione del soggetto debitore e della sua «moralità». L’economia del debito riveste il lavoro, nel senso classico del termine, di un «lavoro sul sé», così da far funzionare in modo congiunto economia ed «etica». Il concetto contemporaneo di «economia» ricopre sia la produzione economica che la produzione di soggettività. Le categorie classiche della sequenza rivoluzionaria dei secoli XIX e XX – lavoro, sociale e politica – vengono attraversate dal debito e in larga parte da questo ridefinite. Occorre dunque avventurarsi in territorio nemico e analizzare l’economia del debito e della produzione dell’uomo indebitato, nel tentativo di costruire armi utili a combattere le battaglie che si annunciano. Poiché la crisi, lungi dal chiudersi, rischia di estendersi</p>
<p>vedi anche <a href="http://lesilencequiparle.unblog.fr/2011/09/26/la-fabrique-de-lhomme-endette-essai-sur-la-condition-neoliberale-maurizio-lazzarato/">qui</a></p>
<p><strong>Dettes et contradettes (effeffe)</strong></p>
<p><em>Les usuriers pèchent contre nature en voulant faire engendrer de l’argent par l’argent comme un cheval par un cheval ou un mulet par un mulet. De plus les usuriers sont des voleurs car ils vendent le temps qui ne leur appartient pas, et vendre un bien étranger, malgré son possesseur, c’est du vol. En outre, comme ils ne vendent rien d’autre que l’attente de l’argent, c’est-à-dire le temps, ils vendent les jours et les nuits. Mais le jour c’est le temps de la clarté et la nuit le temps du repos. Par conséquent ils vendent la lumière et le repos. Il n’est donc pas juste qu’ils aient la lumière et le repos éternel.</em></p>
<p><strong>J. Le Goff, La Bourse ou la vie.</strong></p>
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		<title>Intervista a Vladimiro Giacché</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 06:32:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Si chiama Titanic Europa (Aliberti, 14,00€), ma in circa 170 pagine contiene una nave e un iceberg ben più grandi: la crisi economica presa da molto prima del crack di Lehman Brothers, fino alla Grecia e l’Italia, perno del possibile naufragio, too big to fail ma troppo grande per essere salvata. L’ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/04/23/intervista-a-vladimiro-giacche/titanic-europa-2/" rel="attachment wp-att-42297"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/titanic-europa1-189x300.jpg" alt="" title="titanic-europa" width="189" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-42297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/titanic-europa1-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/titanic-europa1.jpg 334w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" /></a>Si chiama <em>Titanic Europa</em> (Aliberti, 14,00€), ma in circa 170 pagine contiene una nave e un iceberg ben più grandi: la crisi economica presa da molto prima del crack di Lehman Brothers, fino alla Grecia e l’Italia, perno del possibile naufragio, <em>too big to fail</em> ma troppo grande per essere salvata. L’ha scritto Vladimiro Giacché, dirigente della finanziaria Sator e, al contempo, marxista dichiarato. Nel saggio prevale lo sguardo dell’insider o la voce del militante? <span id="more-42295"></span> Entrambe, si direbbe, ma forse soprattutto qualcos’altro. Grande capacità di sintesi, chiarezza espositiva, scrittura agile. Si tratta per due terzi di un breviario utile a chiunque voglia integrare il costume di esprimersi come un allenatore con la più recente urgenza di dire qualcosa di sensato su spread e pareggi di bilancio.<br />
Riconoscere le ragioni di una crisi di sistema e discernere le risposte affatto obbligatorie con cui si è reagito a essa, riduce il senso di impotenza di chi ne è investito quasi fosse un evento naturale. La grande bolla esplosa nel 2008 si stava preparando da decenni. Con la fine del boom industriale, la macchina del consumo e del profitto occidentale è stata alimentata togliendo ogni vincolo all’economia del credito e della finanza. Il suo rovescio è l’indebitamento, ma il conto della deflazione viene fatto pagare ai più deboli: negli Usa alle famiglie povere che avevano acceso un mutuo sulla casa, in Europa ai lavoratori costretti a rinunciare alle conquiste sociali. Il salvataggio delle banche, secondo un rapporto della Bank of England del 2009, è invece costato 14.000 miliardi di dollari, debito spaventoso assorbito a gratis dagli Stati che ora arrancano o si trovano nel occhio del ciclone. La cura non solo iniqua ma per giunta sbagliata – vedi i risultati in Grecia &#8211;  dimostra, secondo Giacché, quanto un’ideologia possa resistere persino alla lezione della realtà.  </p>
<p><em>Lei mostra di trovarsi in buona compagnia. Sempre più economisti  riconsiderano Marx e ripetono, con Keynes, che imporre l’austerity in tempi di recessione è un’idiozia suicida. Ormai lo dicono non solo i più liberal, ma un numero crescente di colleghi mainstream. Perché la politica UE è diventata più realista del re nel farsi volonterosa esecutrice di una supposta volontà dei mercati?</em></p>
<p>Per due ordini di motivi. Il primo ha a che fare con l&#8217;ideologia. E più precisamente con l&#8217;idea che il &#8220;dimagrimento&#8221; dello Stato, la riduzione del suo ruolo nell&#8217;economia, sia sempre e comunque una cosa positiva. La ricetta giusta per la crescita economica sarebbe questa: politiche monetarie anti-inflazione da un lato, dall&#8217;altro massima libertà dei mercati e minimo ruolo dello Stato. Peccato che proprio la crisi iniziata nel 2007 dimostri che la massima libertà dei mercati comporta massima instabilità economica e finanziaria, e che soltanto un vigoroso intervento pubblico può in certi casi evitare l&#8217;avvitamento in una spirale depressiva e deflativa, che oggi rappresenta certamente un rischio ben maggiore di dosi moderate di inflazione. Non meno importante è però un secondo motivo, molto più concreto. Oggi una politica di austerity significa essenzialmente riduzione delle prestazioni sociali e pensionistiche. E quindi significa scaricare i costi della crisi sui cittadini, e in particolare sui lavoratori. Perché se il biglietto dell&#8217;autobus raddoppia o se per avere una pensione decente bisogna versare contributi anche a un&#8217;assicurazione privata, questo vuol dire che tutta una serie di spese che per alcuni decenni sono state a carico dello Stato torneranno a scaricarsi sugli individui. D&#8217;altra parte, per le società private a cui sarà attribuita la gestione di servizi ora pubblici, o che compreranno (magari a prezzi di saldo) questa o quella municipalizzata, tutto ciò rappresenterà invece una formidabile opportunità. Così come lo sono state le privatizzazioni degli anni Novanta. A cui sono seguiti però gli anni di crescita più bassa dell&#8217;economia italiana di tutto il dopoguerra: cosa che i pasdaran del mercato spesso dimenticano.</p>
<p><em>Monti è il primo della classe nel “fare i compiti” imposti. All’estero si sperava che in cambio riuscisse a incidere un po’ sulla rotta del Titanic. Purtroppo sembra più vero quel che ha scritto Krugman, con occhio particolare alla Grecia. Facile dire alla Bce e alla Germania quel che dovrebbero fare, dare consigli ai governi dei paesi periferici – tecnici o no, “bravi” o meno &#8211;  è difficilissimo. Sono in trappola: possono solo implorare sconti di pena sull’austerità e aspettare che le cose vadano meglio o decisamente peggio. Da dove può saltar fuori un nuovo timoniere?  Dalle elezioni francesi?</em></p>
<p>Una cosa è certa: un nuovo timoniere non può provenire né dai tecnocrati europei, cresciuti a pane e liberismo, né dai politici che ne condividono l&#8217;ideologia, apparentemente neutra, in realtà con forte connotato di classe. La sconfitta abbastanza prevedibile di Sarkozy alle prossime elezioni francesi sarà una buona notizia per l&#8217;Europa, soprattutto se Hollande terrà fede alle sue promesse elettorali di sconfessare il peggioramento del trattato di Maastricht che passa sotto il nome di fiscal compact. Ma a ben vedere non ci serve un nuovo timoniere con nome e cognome: molto più importante è che ai popoli europei sia finalmente concesso di dire la loro sulla rotta da seguire. Sono anni, ormai, che questo viene sistematicamente impedito.</p>
<p><em>Nell’acquisizione generalizzata che Berlusconi era ”ormai impresentabile”, sfugge un passaggio che inchioda il suo governo a una colpa precisa circa l’estendersi della crisi all’Italia. Ce lo riassume?</em></p>
<p>Questo passaggio riguarda precisamente il peggioramento del patto di stabilità di cui parlavo prima. Il Consiglio Europeo che lo ha deciso si è svolto nel marzo 2011, dopo mesi di discussioni, e il governo Berlusconi-Tremonti lo ha avallato senza fiatare, mentre avrebbe potuto e dovuto mettere il veto. Il problema è che il fiscal compact non soltanto generalizza l&#8217;obbligo di politiche di austerity, ma contiene anche norme che colpiscono in primo luogo l&#8217;Italia: a cominciare dall&#8217;obbligo di ridurre del 5 per cento annuo lo stock di debito eccedente il 60% del prodotto interno lordo. Siccome l&#8217;Italia ha un debito pubblico che si aggira sul 120% del pil, l&#8217;entità della correzione nel nostro caso è abnorme (circa 45 miliardi annui), e oltretutto va sommata agli oneri per interessi che comunque dobbiamo pagare (72 miliardi nel 2012). Se quel vincolo non sarà abolito, le correzioni di bilancio necessarie distruggeranno il welfare e impediranno per molti anni di effettuare gli investimenti indispensabili in formazione e infrastrutture. Tutto questo deprimerà la crescita e farà peggiorare il rapporto debito-pil. E&#8217; un nonsenso economico. Di cui dobbiamo ringraziare il governo Berlusconi. Oltretutto proprio l&#8217;introduzione di quel vincolo ha attirato l&#8217;attenzione dei mercati sul caso italiano, sino ad allora rimasto ai margini della crisi (e giustamente, visto che in termini di deficit la nostra situazione era migliore di gran parte degli altri Paesi europei). Non a caso, da aprile 2011 comincia il peggioramento dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, che dai 120 punti base di allora è giunto a toccare i 530 a inizio 2012.</p>
<p><em>Lei invoca “più Stato” per uscire dalla crisi e pensa che ci sarebbe da imparare addirittura dalla Cina. Parte della sinistra le obietterebbe con i diritti &#8211;  non solo umani, ma anche dei lavoratori cinesi. E con la questione ambientale che non può essere disgiunta da quella sociale.</em>         </p>
<p>Mi sembra evidente che solo una forte ripresa dell&#8217;intervento pubblico nell&#8217;economia possa dare risposta ai problemi che il mercato si è dimostrato incapace di risolvere: come garantire uno sviluppo economico equilibrato, porre un argine alla distruzione dell&#8217;ambiente (ormai prossima a un punto di ritorno) e invertire il trend per cui della ricchezza prodotta socialmente si appropria una classe numericamente sempre più esigua (nei nostri Paesi l&#8217;impoverimento relativo e assoluto della classe lavoratrice previsto da Marx, di cui molti sociologi si erano presi gioco nei decenni scorsi, è una realtà sempre più evidente). Rispetto a tutto questo, bisogna prendere atto del fatto che se a Berlino nel 1989 ha fatto fallimento il modello dello &#8220;Stato senza mercato&#8221;, a New York nel 2008 è toccata la stessa sorte al &#8220;mercato senza Stato&#8221;.<br />
Oggi bisogna sperimentare nuove forme di organizzazione economica della società, che sappiano trovare un giusto mix tra Stato e mercato. Mi sembra evidente che non è il giusto mix la soluzione &#8220;occidentale&#8221; di questi anni, in cui allo Stato si è affidato prima il compito di donatore di sangue per imprese private in difficoltà, per poi imporgli &#8211; passata la paura &#8211; un drastico ridimensionamento del proprio ruolo. Bisognerebbe invece tornare a riflettere su temi quali la pianificazione economica, il ruolo di indirizzo da attribuire al settore pubblico dell&#8217;economia da un lato, e quello dei produttori privati indipendenti. L&#8217;esperimento cinese non è un modello, ma è interessante proprio perché rappresenta un tentativo di combinare Stato e mercato in una sintesi nuova: una crescita economica del 9-10% annuo da trent&#8217;anni in qua, che ha strappato alla povertà 200 milioni di persone, non credo possa essere liquidata con poche battute. Di certo non lo ha fatto l&#8217;<em>Economist</em>, che ha dedicato uno dei suoi ultimi numeri all&#8217; &#8220;ascesa del capitalismo di Stato&#8221; in Cina e in altri Paesi emergenti con elevati tassi di sviluppo. </p>
<p><em>Da dove bisognerebbe cominciare, per opporsi alle regole che oggi dominano l’economia e la politica? Quali potrebbero essere gli obiettivi di un’opposizione democratica? Quale il disegno più ampio verso cui tendere? Cosa pensa, per esempio, del “diritto all’insolvenza”? O della “decrescita felice” che rappresenta forse la formula più nota per un cambiamento a lungo termine? </em></p>
<p>Bisogna per prima cosa opporsi all&#8217;idea, che purtroppo ha fatto breccia in vasti strati della popolazione, che quanto accade sia fatale e necessario. Non è così: non è fatale la crisi, e non sono obbligate le misure intraprese per contrastarla, e che invece la peggiorano. Non esiste una sola misura che sia necessitata dai mercati e che non sia frutto di precise scelte politiche. In particolare: la politica di austerity intrapresa da questo governo, e coronata dall&#8217;introduzione della regola del pareggio di bilancio in Costituzione,  è una politica di destra. Oggi una politica di sinistra significa invertire di segno quella politica. E quindi: denunciare il fiscal compact europeo, farla finita con una politica decisa dai movimenti giornalieri dello spread e più in generale restituire alla democrazia &#8211; e quindi ai poteri pubblici &#8211; i suoi diritti. A cominciare da quello di regolamentare i mercati e i movimenti di merci e di capitali, dove necessario. Oggi il nostro Paese ha tre grandi emergenze: la riduzione della disuguaglianza, una politica di investimenti pubblici per migliorare la competitività di sistema e tornare a crescere, una fiscalità efficiente (che recuperi i 120 miliardi  sottratti ogni anno all&#8217;erario e attui finalmente una progressività fiscale che in questo paese non si è mai vista). Per risolverle, bisogna tornare a praticare una politica industriale e una politica dei redditi: entrambe cose ben lontane dall&#8217;orizzonte dei tecnocrati che ci stanno (pessimamente) governando. Nel più lungo periodo, è evidente che il modello di sviluppo attuale non tiene. Ma l&#8217;unico modo per sostituirlo con qualcosa di progressivo è attuare forme di controllo sociale della produzione. Lo vediamo anche a proposito della &#8220;decrescita felice&#8221;. Sotto questa etichetta si celano cose piuttosto diverse tra loro. Ma comunque si declini questo tema, il controllo dei tassi di crescita presuppone forme di governo dell&#8217;economia non identificabili con l'&#8221;anarchia della produzione&#8221; capitalistica: e quindi anche per questa via torniamo al tema delle forme di controllo sociale della produzione oggi praticabili.<br />
Per finire, quanto al &#8220;diritto all&#8217;insolvenza&#8221;, non mi sembra un diritto che la sinistra debba rivendicare. Continuo a pensare che sia meglio far pagare il debito a chi in questi decenni non ha mai pagato: la prima regola del gioco che dobbiamo cambiare è questa.<br />
<em><br />
Una versione più breve è uscita su</em> L&#8217;Unità, <em>19 aprile 2012.</em></p>
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		<title>Se il lavoro non c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 09:43:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/04/03/se-il-lavoro-non-ce/38_u65/" rel="attachment wp-att-42117"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/38_u65-300x225.jpg" alt="" title="38_u65" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-42117" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/38_u65-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/38_u65.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>“Ma fatemi capire: perché abolire l’art.18, per far cosa, se il lavoro non c’è?”. L’ha detto M., la mia estetista, che sarebbe una piccola imprenditrice, anzi persino un’”imprenditrice di se stessa”, secondo la formula magica del pensiero neoliberista. Raccontava che per ora lei se la cava, mentre le amiche che hanno investito in centri più grandi saranno costrette a mandare a casa l’unica dipendente se, con la bella stagione, il lavoro non aumenta.<span id="more-42116"></span> Qualche giorno fa, Adriano Sofri ha dedicato un editoriale ai circa mille imprenditori e lavoratori accomunati dalla risposta più definitiva alla crisi: il suicidio. Anche le colleghe di M. stanno perdendo il sonno, pur non essendo vincolate dall’art.18. Possono licenziare, ma non estinguere il leasing sui macchinari, chiedere proroghe o un abbassamento dell’affitto, e le banche – le stesse foraggiate dalla Bce pressoché a gratis-  non danno credito.<br />
Sostiene Maurizio Lazzarato ne <em>La fabbrica dell’ uomo indebitato</em> (Derive Approdi, in uscita il 28 marzo) che il conflitto tra capitale e lavoro si sia mutato in conflitto tra creditori e debitori. Se ne può trarre che sarebbe questo nuovo discrimine a spingere verso <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/03/30/la-spoon-river-della-crisi.html">“La Spoon River della crisi”</a> sia padroni che operai, sia precari che cassaintegrati, sia manovali che lavoratori di concetto.<br />
Il fatto che si sia alterata la relazione tra lavoro produttivo e ricchezza &#8211; non solo a causa dell’ipertrofia della finanza, ma anche grazie alla redditività di aziende a bassissimo impiego &#8211;  è un nodo che va riconsiderato a fondo, proprio a fronte dell’evidenza che la cura alla crisi prevede di scaricare il famoso debito sulle spalle di chi lavora. La soggettivazione di cui parla <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/03/19/crisi-della-finanza-o-crisi-del-capitalismo-2/">Lazzarato</a> si coglie nella sua estrema conseguenza nel gesto di chi dirige la violenza contro se stesso, come nella normalità della solitudine sociale per cui sembra ineluttabile e “naturale” che ciascuno debba far fronte ai propri debiti o al semplice costo della vita sempre in bilico di diventare tale.<br />
Dato che gli stessi Stati vengono ormai considerati alla stregua di soggetti privati troppo spendaccioni, è senz’altro importante cogliere la portata di questo spostamento strategico. Ma la questione lavoro continua forse a presentare qualcosa di irriducibile: che ci si voglia o meno appellare alla Costituzione in cui l’Italia è definita una “Repubblica fondata sul lavoro”, come a un documento che eleva il passato in cui questo sembrava nell’ordine delle cose a monito per il presente e il futuro.<br />
 Nell’accorata riflessione <a href="http://www.ilmanifesto.it/dossier/senza-fine/rossanda-e-risposte/">“Un esame su di noi”</a> di Rossana Rossanda (il manifesto, 18 febbraio 2012) che ha fatto molto discutere, c’è un passaggio cruciale che verte sulle modalità con cui, prima della crisi economica, persino la sinistra non incantata dalle sirene del social-liberismo abbia finito a attribuirvi sempre meno rilievo. “Per un paio di decenni abbiamo messo da parte il rapporto di lavoro, analizzando le nuove soggettività e le molte contraddizioni che ne erano fuori, finendo col dichiarare lo sbiadimento se non addirittura l&#8217;irrilevanza della contraddizione fra lavoro e capitale”, scrive Rossanda, aggiungendo che solo oggi ci stiamo di nuovo accorgendo che “il modo di produzione non investe soltanto la fabbrica ma tutta la società.”<br />
Le fa eco Adriano Sofri con una frase che, nella sua semplicità lapidaria, atterrisce: “Perdere il lavoro vuol dire perdere il proprio posto, fisso o no, nel mondo”. Si può obiettare che si tratta di un’acquisizione culturale, dell’esito di una sovrastruttura, e dunque di nulla che sia sostanzialmente immodificabile. Eppure è dagli albori dell’umanità, ancor prima che nascesse il termine specifico, (e denaro, e salario, e l’organizzazione complessa del lavoro) che gli esseri umani hanno definito la loro collocazione primaria attraverso il fare produttivo. Per questo, temo non basti la richiesta di un “reddito di cittadinanza”, né tantomeno i fantomatici ammortizzatori promessi senza stabilire chi dovrà pagarli, a porre un rimedio sufficiente a quel esproprio di massa radicalissimo che coincide con la contrazione strutturale del lavoro.</p>
<p><em>Una versione più breve è stata pubblicata oggi su</em>L&#8217;Unità.<em> L&#8217;immagine fa parte della celebre serie</em>Lunch atop of a Skyscraper<em> di Charles C. Ebbets</em>.</p>
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