<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Denis Salas &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/denis-salas/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 07 Jan 2013 16:09:01 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>La società incivile e il diritto come campo di neutralizzazione</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/04/la-societa-incivile-e-il-diritto-come-campo-di-neutralizzazione/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/04/la-societa-incivile-e-il-diritto-come-campo-di-neutralizzazione/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 11:17:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Antoine Garapon]]></category>
		<category><![CDATA[autorità e autoritarismo]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconismo]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Schmitt]]></category>
		<category><![CDATA[Deioce]]></category>
		<category><![CDATA[Denis Salas]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Erodoto]]></category>
		<category><![CDATA[Esiodo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Capograssi]]></category>
		<category><![CDATA[Hobbes]]></category>
		<category><![CDATA[magistratura]]></category>
		<category><![CDATA[politica e antipolitica]]></category>
		<category><![CDATA[riforma della giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Esposito]]></category>
		<category><![CDATA[Spinoza]]></category>
		<category><![CDATA[stato d'eccezione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39955</guid>

					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Racconta Erodoto (Storie, I, 96-98) che i Medi, da poco liberatisi dagli Assiri, erano devastati dalla più totale anomia. Fra di essi si sarebbe distinto però un certo Deioce (il futuro fondatore mitico di Ecbatana, Hangmatana, il &#8220;Punto di incontro&#8221;), il quale, a differenza degli altri notabili e capitribù vicini, spiccava per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Racconta Erodoto (Storie, I, 96-98) che i Medi, da poco liberatisi dagli Assiri, erano devastati dalla più totale anomia. Fra di essi si sarebbe distinto però un certo Deioce (il futuro fondatore mitico di Ecbatana, Hangmatana, il &#8220;Punto di incontro&#8221;), il quale, a differenza degli altri notabili e capitribù vicini, spiccava per equanimità e giustizia, virtù che indussero i Medi a eleggerlo re, così da non essere più soggetti all&#8217;aleatorietà destabilizzante di un mondo senza leggi.</p>
<p>Come tutti i miti, la leggenda di Deioce (nessun dato induce a identificarlo con il Daiukku che certe iscrizioni di VIII sec. a.C. dichiarano essere stato vassallo degli Assiri e amministratore della Media per loro conto) contiene in sé una verità metastorica che trascende l&#8217;aspetto evenemenziale del racconto preso di per sé stesso: in una situazione di anomia che mette in pericolo la comunità, l&#8217;argine che immediatamente la comunità stessa trova è il riconoscimento di un&#8217;autorità giudiziaria.</p>
<p><span id="more-39955"></span>In questa situazione qualcuno riconoscerà a tutta prima la condizione di eccezionalità (<em>Ausnahmezustand</em>) teorizzata nel controverso pensiero di Carl Schmitt: in uno stato d&#8217;eccezione, diviene organo sovrano quell&#8217;entità politica (che possa o meno identificarsi con una persona fisica) in grado di farsi garante della legalità -e talora accade che le condizioni di uno stato di eccezione siano precostituite ad arte. Da questo punto di vista, l&#8217;intero, precario equilibrio sociopolitico ed economico sembra destinato a reggersi unicamente sul controbilanciarsi reciproco di minacce di ritorsione, o di coazioni ricattatorie più o meno velate, in un rapporto distorcente, e intercambiabile nei ruoli, fra persecutore-salvatore e ribelle-iperadattato.</p>
<p>In realtà nel mito di Deioce, narrato da Erodoto, lo stato di eccezione, per quanto embrionalmente concettualizzato, ha un ruolo marginale. Il racconto erodoteo parte da una situazione di effettiva, endemica instabilità socioeconomica iniziale, legata a una situazione di anomia (fra i Medi, ribadisce sempre Erodoto, sarebbero stati fenomeni comuni le malversazioni, le razzie, le iniquità). In un simile contesto, Deioce diviene garante di legalità per la sua naturale autorevolezza di giudice equanime. La comunità dei Medi decide allora di tutelarne gli interessi per offrirgli la necessaria serenità e autonomia di garante al di sopra delle parti. Mancano, nel racconto Erodoteo, due connotati della tipica situazione d&#8217;eccezione schmittiana: l&#8217;anomia, o la disnomia, è una condizione originaria, endemica, non viene messa in evidenza nei suoi connotati di immediato, eccezionale, pericolo emergente; soprattutto, l&#8217;organo che infine diventa sovrano non appare delineato sin da subito come autorità che per sé stessa, pur emergendo dalla storia, si pone quasi come estranea e superiore al corpo sociale: Deioce, di quel corpo sociale, è piuttosto parte, e il suo riconoscimento come referente giudiziale primario è espressione della comunità stessa. Per altri versi estraneo al racconto erodoteo è anche l&#8217;insieme di connotati che nella dottrina politica moderna definiscono, per un certo aspetto, la figura del Leviatano di Hobbes, per un altro l&#8217;idea spinoziana dell&#8217;equilibrio politico basato su una sorta di diritto di guerra: non vi si può rinvenire al principio il quadro di un astratto <em>bellum omnium erga omnes</em>, ma quello di una concreta instabilità sociale, e non c&#8217;è nessun processo logico-additivo delle particole di potere sottratte ai singoli perché confluiscano nello Stato; non si assiste infine all&#8217;emersione di un mero equilibrio paritario di forze, ma alla mera convergenza, per convenienza operativa, attorno a una persona fisica che svolge la funzione di fonte animata del diritto  (<em>nomos émpsykhos</em>). Soprattutto, lo scenario di partenza del mito può essere definito, da diversi punti di vista, apolitico: sia nel senso schmittiano (manca l&#8217;opposizione di fondo fra amici e nemici e i Medi puntano piuttosto, scegliendo Deioce, alla neutralizzazione); sia nel senso hobbesiano e spinoziano, per i motivi che si sono detti; sia, soprattutto, nel senso greco, visto che non c&#8217;è fra i Medi un<em> nomos</em>, cioè un modello condiviso di relazione sociale, rappresentanza, comportamento affermatosi come legge in quanto consuetudine distintiva dell&#8217;identità di un corpo sociale, un ordine socioculturale identificato e identificante il cui rispetto è la condizione essenziale per attuare la propria<em> eleutheria</em>, libertà responsabile nella comunità, all&#8217;interno dello spazio pubblico. Quella che Erodoto delinea col mito storico di Deioce è l&#8217;evoluzione di una società apolitica i cui membri, per sfuggire agli inconvenienti dell&#8217;anomia, o meglio, di una disnormatività fonte di squilibrio, si mettono nelle mani di un organo magistratuale che neutralizzi i conflitti. La dimensione primordiale della leggenda storica narrata da Erodoto trova perfetto rispecchiamento nella dimensione della regalità originaria per come viene delineata da uno dei testi giuridico-politici più antichi della storia, il Codice di Hammurabi, iscrizione regale (insieme propagandistica e promulgatoria) in cui la sovranità si identifica per la capacità do &#8220;dare giustizia&#8221; al popolo, o meglio di &#8220;reggerlo, indirizzarlo, farlo procedere diritto, raddrizzarlo, definirne la direzione, stabilirne i diritti&#8221;, secondo le molteplici connotazioni della voce accadica <em>esheru</em> che contraddistingue tale funzione come propria e specifica del sovrano*. Allo stesso modo, nella Grecia pre-politica o proto-politica della tarda età geometrica (fra Omero ed Esiodo), il ruolo dei <em>basileis</em>, residuo di autorità venuto fuori dal naufragio delle monarchie micenee piombate nell&#8217;età buia, è quello di stabilire una<em> itheia dike</em>, una &#8220;giustizia diritta&#8221;, o meglio, andando all&#8217;etimologia dei termini, una &#8220;in<em>dic</em>azione retta&#8221; sul piano della norma. La stessa radice di termini italici e celtici come <em>rex</em> e <em>rix</em> (dalla radice i. e. *Hreg-, &#8220;reggere&#8221;, &#8220;dirigere&#8221;), mostra come, per convergenza evolutiva, nella politicità ancora in fieri o di là da venire delle società tribali arcaiche fra Europa e Medio Oriente, la sovranità intesa come punto di riferimento primario rivestisse questo ruolo di indicatrice della norma, in un sistema sociale dominato dalla sopraffazione, dalla a-norm-alità, dall&#8217;imporsi del più forte.</p>
<p>La situazione della Media di Deioce, il contesto per cui membri di un gruppo sociale impolitico e anomico rinvengono nella figura ipostatizzata del giudice l&#8217;unica ancora di salvezza, fornisce uno schema interpretativo abbastanza calzante circa la situazione dell&#8217;Italia del berlusconismo -intendendo il berlusconismo non tanto nella sua accezione ristretta, come pensiero della maggioranza di centrodestra, ma piuttosto nella sua accezione ampia, e più vera, di orientamento comune, per vari tratti, alla classe dirigente del periodo 1994-2011, al di là dello schieramento partitico. Un connotato essenziale dell&#8217;Italia berlusconiana, un fattore distintivo i cui sviluppi hanno radici lontane, è essenzialmente l&#8217;impoliticità. Non è nemmeno un caso che i due eventi scatenanti dell&#8217;<em>entpolitisierung</em> italica possano in larga parte individuarsi in due momenti tesissimi della nostra storia giudiziaria, il detonare del caso P2, al principio degli anni &#8217;80 del secolo scorso, e ovviamente l&#8217;esplosione di &#8220;mani pulite&#8221; -l&#8217;ora in cui parve, per riecheggiare alla lontana un noto articolo di Cesare Garboli, che l&#8217;ufficiale di Sua Maestà potesse davvero arrestare il nostro canceroso Tartufo. E ancor più banalmente, non è un caso che la risposta della classe dirigente (che continuo a non chiamare classe politica per evidenti ragioni), sia stata, di fatto, l&#8217;attuazione, sia pur in forma parzialmente attenuata, di quell&#8217;autoritarismo che serpeggiava nei progetti di sovversione più oscuri (piano di rinascita in testa), più o meno eterodiretti, della storia d&#8217;Italia fra la fine della seconda guerra mondiale e la fine della guerra fredda. Al configurarsi della svolta autoritaria morbida che il berlusconismo rappresenta, e che introduce una cifra comportamentale (prevaricatoria e prevaricatrice) riconoscibilissima, e deteriore, della socialità italica, hanno contribuito in egual misura quasi tutti gli schieramenti in cui la classe dirigente si divide: ovviamente la &#8220;destra&#8221;, come esplicito propulsore diretto del momentaneo riassestamento egemonico (che impropriamente alcuni chiamano cambiamento politico), ma anche la &#8220;sinistra&#8221;, che ha barattato la vecchia teologia negativa del potere, che le era propria nel contesto dell&#8217;antica dialettica DC-PCI, con l&#8217;acquiescenza (-complicità) fattuale ammantata di critica arguta (d&#8217;ora in poi gli orientamenti partitici italiani apparranno qui adorni, per evidenti motivi, di attenuative virgolette). In un simile contesto, l&#8217;emissione di norme e la loro attuazione non ha connotati di attività politica legislativo-esecutiva, ma si pone semplicemente come intermediazione economica di secondo livello: è un&#8217;attività dirigente di carattere meramente gestionale, che agisce sulle strutture economiche e culturali della società civile ammantandosi di una presunta infallibilità conferitale <em>in rebus</em>  dalla congiuntura e dalla sua interpretazione unidirezionale secondo la forma della ragion tecnica.  In questo senso la gestione delle forze socioeconomiche sul territorio (perifrasi che d&#8217;ora in poi sostituirà il termine &#8220;politica&#8221;, che non vi si identifica) produce una peculiare neolingua, centro e cardine della quale è l&#8217;espressione &#8220;azienda Italia&#8221;, che deve essere rimessa in pari o dismessa o smembrata, o anche abbandonata per le Bahamas con sbottamenti di turpiloquio, ove si ostini, misteriosamente, a non seguire muta e ossequiosa le indicazioni imposte dal direttore generale. Corollario: noteremo anche, incidentalmente, che come accesso all&#8217;attività-funzione di intermediazione economica di secondo livello, o di supergestione interaziendale sul territorio, o di regolamentazione economica di secondo ordine, la collocazione nella classe dirigente è stata in gran parte la via italiana al terziario avanzato. Altrove, per esempio negli USA, in bene come in male, certe attività di carattere gestionale di secondo livello, pur fortemente interfacciate con la politica, non vi si identificano. Non è un caso -e spero di sbagliarmi- che su larga scala il post-industriale italiano, se si esclude forse solo la telefonia cellulare, sia sostanzialmente abortivo: in realtà il nostro (feudal-)capitalismo postindustriale siede in parlamento, o nei consigli regionali, provinciali, comunali (se si esclude qualche eroica eccezione), e ai fini del benessere dell&#8217;intera società civile è un (feudal-)capitalismo postindustriale pletorico, e nella sostanza improduttivo. Quale sia poi, sul piano decisionale, l&#8217;efficacia dell&#8217;azione di un simile comitato di pietra (scheggiata), è evidente dal contraddittorio sull&#8217;ultima finanziaria, che certo non pareggerà il bilancio, ma sicuramente si mangerà un altro pezzo più o meno sostanzioso dei nostri &#8220;diritti&#8221; di &#8220;cittadini&#8221; (ancora una volta, in un tripudio obbligato di virgolette).</p>
<p>La gestione-regolamentazione delle forze socioeconomiche del territorio non conosce reali divisioni fra schieramenti, ma solo tensioni fra gruppi di interessi in perpetua cerca di riassestamento egemonico. L&#8217;<em>input</em> politico delle elezioni, dominate da una superficiale propaganda di colori, viene mediaticamente indirizzato (per dirla con Dahrendorf e con Chomsky) e viene poi ridotto e normalizzato da un <em>output</em> non lineare -così che l&#8217;elettore &#8220;conservatore&#8221;, votando a &#8220;destra&#8221;, potrebbe vedere non attuata la sospirata secessione dal sud degenere o potrebbe assistere al governo di un lenone vagamente pedofilo, mentre l&#8217;elettore &#8220;progressista&#8221;, votando a &#8220;sinistra&#8221;, potrebbe veder sancito il precariato e la depauperazione della scuola pubblica -ma c&#8217;è da ricordare che il più delle volte l&#8217;<em>output</em> per l&#8217;elettore è indifferente. La gestione-regolamentazione non concepisce nemmeno la divisione montesquieuiana dei poteri. Il supremo gestore mediatico, chiunque egli sia, crea il suo partito-azienda, o meglio, il suo <em>staff</em> di pubbliche relazioni, detenendo l&#8217;esecutivo e neutralizzando il parlamento. Al di là della gridata gogna, le dinamiche di congiuntura e riassestamento lo hanno di fatto, per lungo tempo, posto al riparo della pur blanda confutazione elettorale. L&#8217;unico fattore residuale, non ridotto, della vecchia tripartizione dei poteri, è la magistratura, in particolare la magistratura penale, che il<em> cast</em> gestionale non è finora del tutto riuscito a rendere &#8220;innocua&#8221;. Accade così che nella società impolitica, e sostanzialmente in-civile, dell&#8217;Italia contemporanea, la &#8220;riforma della giustizia&#8221; sia il salto dell&#8217;asino di ogni riassestamento egemonico incompiuto, e nello stesso tempo sia, in determinati periodi, ipostatizzata, quasi mitizzata, una sorta di redivivo Deioce per tribù iraniche in coma disnomico. Ed è perciò che l&#8217;ultimo fronte violento di lotta interna, l&#8217;ultimo vero e proprio<em> bellum civile</em>, sull&#8217;alto piano istituzionale, con morti e feriti, è sorto intorno alla magistratura, con i suoi eroici nomi (da Livatino, a Falcone, a Borsellino), insteriliti e sviliti nella stanca ripetizione delle pubbliche commemorazioni, che consegnando l&#8217;eroe al passato, lo riuccidono nei fatti celebrandone nel nome l&#8217;apoteosi -considerando per di più che nel nostro tempo la memoria o è un <em>optional</em> o è, nella migliore delle ipotesi, un&#8217;interpretazione funzionale all&#8217;oggi. Questa ipostatizzazione nasce da un dato di fatto: dei vecchi poteri, quello giudiziario-magistratuale è l&#8217;unico a non essere stato (in senso filosofico) ridotto, è l&#8217;unico rimasto nella sostanza autonomo, per quanto corruttibile esso sia. In pratica, è l&#8217;ultimo organo istituzionale che, per quanto sia spesso degenere e inefficiente  e brontosaurico e corruttibile nella prassi, si oppone ancora di principio al<em> cast</em> gestionale con l&#8217;inquietante imprevedibilità di un interlocutore ontologicamente autonomo, che per sua natura non può essere totalmente ridotto, né <em>de iure</em>, né <em>de facto</em>, né<em> in re</em>, né <em>in dicto</em>, ad alcuna componente economica sul territorio, sia essa industria o banca o mafia o religione.</p>
<p>L&#8217;ipostatizzazione della legge, e del magistrato in specie, non è ovviamente un rimedio. Prima di tutto, corruttibilità, inefficienze, arbitrii, rimangono a ferire il cittadino comune, che non può scatenare il potere dei <em>media</em> -che anzi, in presenza di un processo penale diventato spettacolo, lo travolgono, disinterpretando ogni dettaglio privato e reinserendolo nell&#8217;ottica del crimine a cui l&#8217;ipotetico colpevole è ormai associato, morta la presunzione d&#8217;innocenza del diritto penale moderno. Soprattutto, la magistratura, nella sua residuale autonomia, è sì irriducibile, il che è irrinunciabilmente un bene, ma è anche potenzialmente fuori controllo. Appare evidente a chiunque il degrado giuridico di una società in cui una pletora di dispositivi normativi (chiamarli &#8220;leggi&#8221; è improprio) spesso in potenziale contrasto fra loro,  apre sovente la via, nella contingenza del dibattimento civile o penale, all&#8217;interpretazione della norma e della procedura (uso i termini con voluta, parziale, improprietà, in senso metaforico) -e  la proliferazione di leggi e la pericolosità dell&#8217;esercizio del diritto penale <em>sibi permissus</em> emergeva per esempio, sotto altri cieli, per altri problemi, in tempi e luoghi non sospetti, o meno sospetti dei nostri, almeno per certe questioni, (Francia, 1966), in un aureo libretto di denuncia dei magistrati Denis Salas e Antoine Garapon, <em>La république penalisée</em>, nel quale si stigmatizzavano le potenziali storture di cui è capace una legislazione minuta che abbia l&#8217;occhio alla discrezionalità, sia pur socioeconomicamente non &#8220;ridotta&#8221;, del magistrato, e che trasforma il cittadino nell&#8217;ospite mal sopportato di una casa di correzione.  Tornando a noi, e ai nostri sospettissimi tempi, nella sostanza dei fatti, se la società italiana degli anni &#8217;10 del XXI secolo è regredita, fra governo e parlamento, &#8220;federalismo&#8221; ed &#8220;autonomie&#8221; locali, alla dimensione prepolitica che vigeva agli albori della protostoria, prima del codice di Hammurapi e della civiltà che lo ha prodotto, il massimo che questa società in-civile è riuscita a darsi, come orizzonte ideale, è l&#8217;ipostatizzazione discontinua di una figura di magistrato-giustiziere che soggettivamente decide nella contingenza del giudizio. Un giudizialismo improprio che invoca l&#8217;intervento<em> ex machina</em> (<em>iuridica</em>) di una divinità bifronte, i cui poteri, di fatto fuori controllo, si sperano astrattamente limitati a un certo ambito -e non possiamo nemmeno parlare di deriva giustizialista, che è un fenomeno diverso, meno ibrido, più netto, tipico di civiltà giuridiche di prassi e credibilità sociale più mature. Così, nello spazio pubblico lacerato da mille singolarità, il cittadino abdica alla sua responsabilità politica, mentre il magistrato diventa, per altri aspetti, l&#8217;auspicato censore cosmico di quelle singolarità, il tecnico del sociale sforacchiato, la figura a cui si richiede, su varia scala, il riparo del pubblico guasto.</p>
<p>I paradossi dell&#8217;assenza del politico, che nascono da questa situazione, sono molteplici e tutti suscettibili di pericolosi sviluppi. Al fondo, rimane il paradosso dell&#8217;autorità, additato già nel 1921, alla vigilia dell&#8217;avvento fascismo, da un maestro defilato del diritto italiano, Giuseppe Capograssi, che in un&#8217;opera a suo tempo misconosciuta (<em>Riflessioni sull&#8217;autorità e la sua crisi</em>), identificava la matrice della politica nell&#8217;autorità come espressione positiva della partecipazione responsabile dell&#8217;individuo al costituirsi della comunità. Sia il <em>cast</em> gestionale sia la massa degli uomini comuni, intimamente impolitici, incivili, alieni anche solo all&#8217;idea di assunzione autorizzante di responsabilità, cercano piuttosto autoritarismi deresponsabilizzanti -di qui la dialettica impropria fra il presidente criminale e la magistratura senza qualità. E da questa dis-assunzione di responsabilità, la dimensione umana ne esce es-autor-ata, sul piano cognitivo (avere autorità significa poter dire <em>auctor sum</em>, sostengo in buona fede e in buona fede lotto per ciò che sostengo, pronto ad accettare la smentita) e sul piano etico-politico -al punto che è possibile il rovesciamento di ogni coordinata assiologica, così che il precario che lotta per il suo diritto al lavoro diviene, nelle parole di Brunetta, &#8220;la parte peggiore d&#8217;Italia&#8221;, la cultura diventa, nelle parole di Tremonti, un&#8217;attivitià voluttuaria con cui &#8220;non si incartano panini&#8221; (non sarà mai stato nei ristoranti danteschi del centro di Firenze), un mafioso pluriomicida diventa, nelle parole di un Dell&#8217;Utri, addirittura &#8220;un eroe&#8221;, il pluralismo e il pensiero laico diventano, nelle parole di Woitila e Ratzinger, &#8220;pericoloso relativismo&#8221; e &#8220;false luci del mondo&#8221;. Espressione pubblica del paradosso dell&#8217;autorità è il paradosso della comunità. Vi sono certo uomini e le donne che, magari a partire dai cosiddetti movimenti &#8220;antipolitici&#8221; (che a questo punto sono in realtà genuinamente<em> politici</em>,  la vera antipolitica essendo truffaldinamente e saldamente attestata nel palazzo, a &#8220;destra&#8221; come a &#8220;sinistra&#8221;, dall&#8217;impero mediatico alla tecnostruttura bancario-burocratica, passando per la dirigenza FIAT), sostengono con più sincerità e coscienza, fra gli altri temi di punta, l&#8217;azione della magistratura contro il <em>premier</em> criminale: ma anche così, non bisogna mai dimenticare un dato. C&#8217;è il serio rischio che il punto di riferimento per la ricostituzione di una <em>com-munitas</em>, cioè di una società in cui ognuno è titolare di un <em>munus</em>, contributo-remunerazione sociale (per seguire alla lontana Roberto Esposito), sia una delle tante cerchie di <em>im-munes</em>, di membri di un ordine professionale riverito e forte che ha, ben ritagliato nello spazio pubblico, il suo <em>témenos</em> di prerogative di casta. A un livello più ampio, mentre i più diversi centri di potere (grande capitale, classe dirigente, chiesa cattolica, mafie) si ritagliano a vario titolo e in vari contesti spazi sempre più larghi di immunità, e lo spazio vitale dell&#8217;<em>homo com-munis</em> viene così svilito, sminuito e diminuito sempre di più, insieme alla sovranità e all&#8217;autorità pubblica, si cerca diffusamente nell&#8217;ambito del diritto (inteso in senso ampio di funzione giuridica e godimento di diritti irrinunciabili) quello che con Schmitt possiamo chiamare un campo di neutralizzazione dei conflitti storico-sociali, un ambiente socioculturale dove riparare, a cui ricondurre ultimativamente i conflitti, perché siano risolti e neutralizzati -Schmitt vedeva nella tecnica come dominio sulla natura il campo di neutralizzazione dominante nell&#8217;età contemporanea. Fatto sta che mentre la tecnica è di per sé un campo di neutralizzazione cieco (come Schmitt stesso  nota), in pratica non è un vero campo di neutralizzazione, ma solo un insieme di apparecchiature prostetiche, nel frattempo ognuno dei sullodati centri di potere ha la forza di tutelare i suoi privilegi a danno di tutti, almeno fin dove cominciano i privilegi di un altro centro di potere; ogni centro di potere cerca di legittimarsi a partire dal suo pacchetto di non negoziabili diritti; ogni centro di potere definisce il suo specifico campo di neutralizzazione, avendo la forza di piegare almeno in parte a proprio vantaggio il diritto in senso giuridico; ogni centro di potere, nella crassa materialità della sua deriva storica e della sua riduzione economica, ha abdicato alla sua autorità (significherebbe altrimenti riconoscere l&#8217;autorità altrui in un clima di valorizzazione dell&#8217;altro), in nome di un autoritarismo particolare; ogni centro di potere (partito chiesa impresa cosca) non concepisce l&#8217;altro nella problematica dialettica di interlocutore-avversario (<em>iustus hostis</em>), ma cerca di ridurlo a termini nulli, fagocitandolo, o di annientarlo (mediaticamente economicamente fisicamente), se si dimostra irriducibile, consumandosi in una guerra di dissipazione sociale senza uscita qualora l&#8217;avversario non sia eliminabile.</p>
<p>In questo contesto, il diritto è un concetto vuoto, senza autorità, la moltiplicazione dei diritti si traduce solo in moltiplicazione delle tutele, e dunque dei controlli, la società incivile oscilla fra la situazione somala della disintegrazione tribale, la situazione algerina dello stato d&#8217;eccezione permanente e un totalitarismo strisciante perché, ancora una volta, <em>in rebus</em>, la libertà diviene semplicemente una <em>libertas</em> senatoria, tutela dell&#8217;<em>immunitas</em> di alcuni a danno della <em>communitas</em> svilita di tutti gli altri (&#8220;libertà della chiesa&#8221;, &#8220;popolo delle libertà&#8221; etc.), il ricorso all&#8217;ipostasi decentrata del magistrato essendo ormai solo più l&#8217;invocazione incerta e asfittica di un Cesare ancora di là da venire, o di un altro Deioce, fondatore di una nuova Hangmatana, di un nuovo Punto di Incontro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>________</p>
<p>*Rimando a tal proposito all&#8217;articolo  <a title="Il codice di Hammurabi: promulgazione di norme o celebrazione del buon regno?" href="http://www.jus.unitn.it/cardozo/Review/2005/Lanfranchi.pdf">Il &#8220;codice&#8221; di Hammurabi: promulgazione di norme o celebrazione del buon regno?</a> di Giovanni B. Lanfranchi</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/04/la-societa-incivile-e-il-diritto-come-campo-di-neutralizzazione/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>38</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">39955</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-05-08 22:08:14 by W3 Total Cache
-->