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	<title>diario parigino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Diario parigino 7: la &#8220;terrasse&#8221; parigina e l’abnegazione al godimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jul 2017 05:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[diario parigino]]></category>
		<category><![CDATA[divertimento]]></category>
		<category><![CDATA[Godimento]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese &#160; A Parigi non è che sia facile vivere e che la gente si diverta. Vivere in una capitale, in una grande metropoli europea, persino mondiale, in un centro culturale d’eccellenza, cosmopolita, brulicante d’iniziative erotiche inconsuete, di punti di vista inauditi sull’abbigliamento, di credenze su come rendere lo scorrimento del tempo più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Parigi non è che sia facile vivere e che la gente si diverta. Vivere in una capitale, in una grande metropoli europea, persino mondiale, in un centro culturale d’eccellenza, cosmopolita, brulicante d’iniziative erotiche inconsuete, di punti di vista inauditi sull’abbigliamento, di credenze su come rendere lo scorrimento del tempo più arioso e inebriante, impone una certa responsabilità, esige in ogni caso competenze, preparazione, allenamento. Non è come chi vive in una periferia qualsiasi, in mezzo ai grigi vialoni dell’anonimato, dedito solo a centri commerciali feroci e a manovre nei parcheggi sotterranei.<span id="more-68417"></span></p>
<p>Quando durante i miei anni parigini – prima di sabotare il mio futuro, decidendo di abitare in una cittadina di periferia – dicevo a qualche italiano conosciuto da poco: “vivo a Parigi”, subito ottenevo un sguardo d’ammirazione, e quella persona ci teneva a felicitarmi, e non so discernere ancora oggi se quelle felicitazioni riguardassero la fortuna di vivere lontano dall’Italia o la fortuna di vivere proprio a Parigi. Non è che a Parigi la gente passi il tempo a divertirsi, a salire sulla Tour Eiffel, a contare le statue dei re di Giudea sulla facciata di Notre-Dame, a scattare fotografie dai <em>bateaux-mouches</em>, a mangiarsi ostriche al Wepler o a bersi succo di pomodoro condito al Flore. A Parigi la gente si diverte di rado, perché Parigi è un città raramente divertente per chi ci vive. Si fa una gran fatica, in realtà, a vivere a Parigi, e se sembra che i parigini si divertano in maniera speciale è perché devono mostrare a se stessi e agli altri che si è trattato di un buon investimento, e tutta quella fatica di vivere nel centro di qualcosa ha dato, alla fine, i suoi frutti. I parigini amano mostrare agli altri parigini che si stanno divertendo un mondo, per questo invece di farsi gli affari loro, nei caffè, dando le spalle al monotono e fastidioso andirivieni dei passanti, si mettono alla <em>terrasse</em>, con le seggiole schierate verso la strada, come se sul marciapiede di fronte stesse per cominciare uno spettacolo raro e di straordinario interesse. In realtà, essi devono innanzitutto mostrare ai passanti che sono seduti a non fare nulla, e che quel non fare nulla è allietato da un sorsare indolente birra, caffè, o vino rosso in calice, mentre il passante, è evidente, sta camminando veloce, è indaffarato, e ha la gola secca. Non solo, ma chi sta seduto nullafacente, seppure con i mezzi per pagarsi una consumazione al tavolo, è spesso accompagnato da un evidente o probabile partner sessuale, oppure da un amico fedele, o ancora meglio da un piccolo numero di amici fedeli e di partner sessuali probabili. In ogni caso, che sia solo o in compagnia, che beva il suo bicchiere di birra con il naso ficcato dentro un libro o uno smartphone oppure, abbandonato contro lo schienale della sedia, perlustri vagamente il panorama di fronte a lui, o ancora rida fragorosamente, o sussurri all’orecchio della sua vicina o del suo vicino qualcosa di delizioso e intimo, chi è seduto alla <em>terrasse</em> si sta o divertendo in modo esplicito o sta facendo qualcosa di piacevole in modo elegantemente discreto o si sta annoiando a causa del troppo tempo passato a non fare nulla, tra divertimenti espliciti e piacevolezze discrete. Testimonia di appartenere alla razza privilegiata dei parigini che, sì, fanno una vita dura, faticosa, stressata, competitiva, sovraffollata, tra freddezze e diffidenze, tra ruvidezze di relazione e assilli professionali, tra conteggi spaventati di fine mese e angosce di esclusione mondana, ma vengono poi ripagati da quegli intervalli fausti di tempo passati a guardare i propri simili dal piedistallo della <em>terrasse</em> di caffè. Un piedistallo che, va detto, ha una certa democratica accessibilità: con due euro e cinquanta di caffè liscio, un parigino si conquista la possibilità di non essere sloggiato per un’ora intera dal suo tavolino con seggiola.</p>
<p>In ogni caso, lo spazio denominato “terrazza” costituisce una vera istituzione e ogni istituzione umana non nasce mai dal puro arbitrio, ma tende a bilanciare necessità e deliberazione. La necessità riguarda, in questo caso, il bisogno del parigino, nonostante l’immane fatica della sua esistenza metropolitana persa per lo più dentro faccende di nessuna allegria, di esibire di fronte agli altri e a se stesso un intervallo più o meno lungo di divertimento e su una porzione di suolo pubblico; la deliberazione, invece, riguarda l’estensione in metri quadrati di questa porzione di suolo dedita al divertimento esibito, ossia quanta superficie di marciapiede l’esercizio commerciale – caffè, pub o ristorante – è in grado, legalmente, di occupare, piazzandoci fioriere, paraventi, tavolinetti e sedie. Il legislatore afferma, nella città di Parigi almeno, che un metro e sessanta centimetri debbono essere lasciati liberi per lo scorrimento degli indaffarati a piedi o su mezzi meccanici o elettrici, come sedie a rotelle o carrozzine mobili. Si dice, anche, che le <em>terrasse</em>, incluse di mobilio e avventori seduti, non devono ostacolare lo scorrimento delle acque pluviali. I diritti, quindi, d’ingombrare parte dello spazio pubblico, per comprovare universalmente l’esistenza, a Parigi, del divertimento, o della noia che l’eccessivo divertimento induce, sono di antica data, antichi probabilmente quante le rogne, le incombenze frustranti, i disagi fisici e psicologici che l’abitare in città hanno prodotto.</p>
<p>In ogni paese, e città, e persino villaggetto sperduto, in realtà, bisogna divertirsi, in quest’epoca che ha venduto alla sua popolazione, tra l’incredulo e lo speranzoso, la promessa di un godimento perpetuo. E riuscire a divertirsi non è impegno di poco conto. Anche a Champigny si fa qualche sforzo in questo senso. È la cittadina a quindici chilometri da Parigi dove abito, perché vivo ormai in una <em>banlieue </em>non chic, non ricca, anzi popolare, di ottantamila anime, sparse in quartieri decenti e indecenti, con persino delle zone graziose, di case e casette con giardini e giardinetti, e qualche villona collinare con vista sulla Marna, ma pure il quartiere triste, isolato, di torvi palazzoni popolari, dove ogni fantasia su traffici e salafismi è legittima, anche se poi altrettanto legittime sono fantasie di socievolezza, in quei luoghi poveri, perché nelle <em>cité </em>la gente può essere incredibilmente cordiale e rispettosa, senza manfrine ovviamente, persino se non si diverte da pazzi, mentre a Parigi la cordialità ha un costo psichico spesso eccessivo, visto l’impegno già gravoso del divertimento quotidiano. Alla fine, non so neppure se a Champigny la gente abbia molte pretese, viste anche le risorse solide ma limitate: centri commerciali, negozi di ottica, parcheggi, svariate forme di fast-food asiatico e mediorientale, e i frugali sentieri lungo le rive della Marna. Di certo, questa periferia è immune da qualsivoglia tentazione di riscatto da classe media inquieta. Ogni anche timida velleità di <em>bobo</em> per rendere “interessante” l’ambiente urbano trova in Champigny una sorta di opposizione tetragona. O di inerzia e svogliatezza assoluta.</p>
<p>In un centro metropolitano come Parigi è tutta un’altra faccenda. Nessuno può abbassare la guardia. Bisogna avere esperienza e mestiere, tenacia e capacità di sopportazione: godere – sembra strano dirlo – esige sacrificio, stoica volontà, determinazione. A volte, non è per nulla divertente divertirsi. Uno deve intanto organizzarsi un calendario di uscite che mettano in conto una molteplicità di fattori disparati: la disponibilità altrui, la disponibilità finanziaria, la disponibilità dei mezzi di trasporto, la disponibilità dei posti in platea, se si tratta di spettacoli, o ai tavoli, se si tratta di ristorazione, e poi la scelta dell’opera o del dramma teatrale o del film, così come quella del ristorante, europeo o africano o asiatico, debbono essere accurate ed efficaci, con tutto il tempo che si è perso a preparare un’uscita, perché poi se il cibo è pessimo, e il film è una troiata, uno comincia a disperare di potersi, un giorno, divertire per davvero e senza eccessivo sforzo. E quindi finisce anche col guardare con odio, chi gli fa i complimenti per vivere a Parigi, dove tutti quanti sembrano non aver altro da fare che rimestare con estrema calma lo zucchero in una tazzina di caffè, seduti a un tavolino all’aperto.</p>
<p>*</p>
<p>[Testo apparso sul n° 35 del periodico <em>Foucus In</em>.]</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Diario parigino 4. Dire Parigi.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Mar 2016 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[diario parigino]]></category>
		<category><![CDATA[la città]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Diario parigino 1, diario parigino 2, diario parigino 3] di Andrea Inglese Mettiamo che per uscire dall’impasse, per chiuderli davvero questi conti, con tutte le faccende, quelle più antiche, che mi hanno portato fuori dall’Italia e dentro la Francia, ma anche quelle più recenti, che nella Francia mi hanno fatto restare, e non in un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC03396-21.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-60442" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC03396-21-237x300.jpg" alt="DSC03396 (2)" width="237" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC03396-21-237x300.jpg 237w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC03396-21-808x1024.jpg 808w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC03396-21.jpg 1193w" sizes="(max-width: 237px) 100vw, 237px" /></a></p>
<p>[<a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/15/diario-parigino-1-visita-alla-moschea/"><span style="color: #1c638c;">Diario parigino 1</span></a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/26/diario-parigino-2/"><span style="color: #1c638c;">diario parigino 2</span></a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/02/15/diario-parigino-3/">diario parigino 3</a>]</p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>Mettiamo che per uscire dall’impasse, per chiuderli davvero questi conti, con tutte le faccende, quelle più antiche, che mi hanno portato fuori dall’Italia e dentro la Francia, ma anche quelle più recenti, che nella Francia mi hanno fatto restare, e non in un luogo pittoresco qualunque, ma nella sua capitale, o nei dintorni di essa, perché io vado e vengo dalla capitale, io passo un notevole tempo a Parigi, per il lavoro beninteso, ma anche spesso per il mio semplice arricchimento spirituale, e comunque non dormo quasi mai a Parigi, sono un pendolare, <span id="more-60327"></span>ma dovendoli davvero chiudere i conti sulle faccende, quelle relative agli spostamenti e alla scelta abitativa, che sono poi le faccende determinanti, da cui tutte le altre, sentimentali e professionali, derivano, sarebbe allora importante per i conti, e conti da pendolare ovviamente, più disincantati e duri, sarebbe essenziale non dico dedicarmi a questa cosa, ma almeno prenderne atto, di Parigi, e prenderla anche un po’ di petto, responsabilmente, che è una cosa appunto esorbitante, una città, anzi una metropoli, e non è vero che sia così familiare e maneggevole, tutti ne possono parlare facilmente, e in un giornale italiano uno può leggere “Dal nostro inviato a Parigi”, e così mettersi il cuore in pace, poi c’è gente che addirittura va in vacanza a Parigi, fa il week-end lungo a Parigi, e addirittura è piena, Parigi, di gente che abita a Parigi, c’è persino chi è nato a Parigi, in uno degli ospedali di Parigi, magari proprio all’Ospedale universitario Robert Debré, che è il più grande ospedale pediatrico di Francia, e qualcuno dunque è nato lì dentro, nell’ospedale parigino del Diciannovesimo arrondissement, e poi è andato all’asilo a Parigi, e così via, sempre perseverando, scuole elementari, medie, liceo, a Parigi, università parigina, una qualsiasi, ce ne sono parecchie, e poi si è messo a lavorare a Parigi, prendendo in affitto un appartamento da solo o in coppia, e dalla nascita fino all’età attuale, magari già avanzata, questa persona <em>è di Parigi</em>, ma dev’essere chiaro che questo non basta, certo si può dire di lui che è davvero un parigino di razza, purosangue, autentico, un nativo parigino come non ce ne sono quasi, e tutta la sfilza di onorificenze del parigino soltanto arianamente parigino, eppure lui, o lei, non per questo sono davvero in grado di sormontare, di assimilare, di manovrare la nozione “Parigi”, il grappolo di descrizioni, avrebbero detto dei filosofi analitici, dei flemmatici filosofi anglosassoni, perché quello è alla fine, e non tanto un grappolo, ma una sorta di montagna, un cumulo disordinato e intrecciato di descrizioni. Che cos’è Parigi? Noi tutti vorremmo saperlo.</p>
<p>Io in modo particolare, che anche non ho mai saputo, e in modo davvero inequivoco, pormi di fronte a Parigi, nelle mie scelte concrete, non parlo qui di atteggiamenti, di posture mentali, dico nei fatti, nelle decisioni che determinano una parabola biografica, la linea di fuga almeno di un destino, io non ho mai saputo pormi con sufficiente chiarezza, o dentro o fuori, o con me o contro di me, invece una gran quantità di abbozzi, di tentativi, un unico, vago, inesauribile tentennamento, che mi chiedo quando e come si concluderà. Proprio per questo io non ce l’ho mai così certa, così dura, anelastica, orizzontale, inerte sotto i piedi, Parigi, anche quando ci cammino attraverso, nelle viette o nei boulevards. Ma è anche forse una pretesa bizzarra, esosa, quella che una città debba essere il suolo cittadino dove si cammina, una città identificata con la sua figura orizzontale, viaria, con la superficie asfaltata. Già qui, magari, si annida un errore. Può bastare la crosta d’asfalto, la semplice misurazione chilometrica della superficie, come se una città fosse una piastrella, una frittata, qualcosa di schiacciato, senza volume, pieghe, vuoti, dimensioni sfuggenti e misteriose?</p>
<p>È chiaro che non bisogna lasciarsi ingannare dalla facilità apparente con cui non solo si dice “Parigi”, dal momento che le cose si dicono, tutte le parole, tutto il detto umano, è così, detto un po’ per caso, di traverso, soprapensiero, generosamente e coraggiosamente <em>superficiale</em>, non si può mai dire qualcosa, non si può aprire bocca, che nella <em>leggerezza</em>, anche quando si sta introducendo una lunga, documentata, meditazione sulla morte dell’universo. Ma c’è troppa facilità anche nel pensare, nel considerare, in una sorta di “a parte” teatrale, a bocca chiusa, non pronunciando un bel niente, anche quando del tutto afoni, e avendo una pausa rilassante durante la giornata, una bella pausa di relax, anche in questo caso, con un po’ più di energia, di rigore, uno dovrebbe pensare “Parigi” in modo meno provvisorio, meno abborracciato, e invece no, anche nel dialogo intimo, così importante per la crescita spirituale di un individuo, uno dice “Parigi” con la stessa disinvoltura con cui direbbe “padella” o “stringa slacciata”. E questo non va tanto bene, almeno per me, sento che per me, con tutte le questioni in sospeso relative a Parigi, dire Parigi così, e pensare Parigi così, come penso “stringa” o “padella” non è foriero di buone cose, di miglioramenti, di serenità.</p>
<p>*</p>
<p>[Questo testo, in una versione un po&#8217; diversa, è uscito su <em>Focus in</em>.]</p>
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		<title>Diario parigino 3. Leggere tutti i libri.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Feb 2016 13:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[diario parigino]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Parigi è un desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[prosa iatliana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Diario parigino 1, diario parigino 2] di Andrea Inglese . Un sogno di felicità ricorrente, di quelli che si fanno ad occhi aperti. Sogno di giungere in un periodo della vita, in cui mi sia possibile leggere, leggere finalmente, senza troppe limitazioni, interferenze, ingombri quotidiani, senza l’invasione, nel mio tempo libero, del tempo imprigionato del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-60083" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil-300x216.jpg" alt="IMG_kafka musil" width="300" height="216" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil-1024x737.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil.jpg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[<a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/15/diario-parigino-1-visita-alla-moschea/">Diario parigino 1</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/26/diario-parigino-2/">diario parigino 2</a>]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Un sogno di felicità ricorrente, di quelli che si fanno ad occhi aperti. Sogno di giungere in un periodo della vita, in cui mi sia possibile <em>leggere</em>, leggere finalmente, senza troppe limitazioni, interferenze, ingombri quotidiani, senza l’invasione, nel mio tempo libero, del tempo imprigionato del lavoro, il tempo imprigionato che comunque dà senso, poiché una legge umana vuole, una maledetta legge hegeliana forse, vuole che l’uomo nel lavoro finisca per trovare una qualche sensatezza, ma io da anni, pur piegandomi alla legge del lavoro sensato, inutile spesso, odioso spesso, noioso spesso, ma sempre maledettamente sensato, io comunque intravedo, al di là di questa legge, una legge ulteriore, in cui io non faccio che <em>leggere</em>, e leggere <em>a mio piacimento</em>, mi leggo finalmente tutti quei libri che ho comprato nel corso degli anni, tutti quei libri comprati a prezzi interi o scontati, prezzi di libri nuovi o usati, io tutti questi libri che mi circondano, che sono disposti a mo’ di accerchiamento in casa mia, tutti questi libri che io ho continuato a comprare <em>senza mai riuscire a leggerli</em>, io questi libri sogno che, in un dato momento della mia vita, spostato nel prossimo futuro, in un futuro comunque radioso, me li posso finalmente <em>cominciare a leggere tutti</em>, non dico che davvero m’immagino di leggermeli tutti, ma mi è sufficiente, in questo sogno, sapere che ho il tempo, e che quindi mi prendo il tempo – tempo che, per qualche ragione del destino biografico, mi è d’un tratto concesso – di leggermeli per null’altro motivo che il mio piacere, il mio umanistico piacere, per la mia <em>bildung</em>, una <em>bildung </em>tardiva, passati ormai i cinquant’anni, è patetico – certo – questo desiderio, e soprattutto è patetica la realizzazione di un tale desiderio, se mai la ottenessi, anche perché in cosa consisterebbe?, in null’altro che mattinate e pomeriggi passati a leggere in casa, vorrei, nel mio sogno, poter cominciare a leggere tutti i miei libri <em>a casa</em>, non per un’esigenza di isolamento, per qualche paranoico sentimento di minaccia che avvertirei se decidessi di leggere in una biblioteca pubblica o in una caffè a Parigi – dove c’è un certo numero di persone che leggono – ma io non vorrei farmi distrarre dalla gente, primo, e vorrei soprattutto, secondo, leggermi questi libri in una posizione fisicamente confortevole, mi sembra che sia una sorta di abbinamento sacro e solenne questo, l’abbinamento della comodità fisica e del libro, dell’ergonomia della lettura, per cui mi è assolutamente chiaro, nel mio sogno ad occhi aperti, che si legge bene solo allungati su di un letto o spaparanzati in un divano o in una poltrona, ma in nessun modo una lettura degna di essere realizzata per motivi di tarda <em>bildung</em> umanistica, dico mai sarà possibile imprigionarla nel sistema sedia-tavolo o sedia-scrivania. I <em>Diari</em> di Musil (1899-1941) e l’<em>Epistolario</em> di Kafka, ad esempio, potrò leggermeli, e non perché debba, poi, maledettamente scriverne un articolo, pagato o gratuito poco importa, non perché, insomma, con quella lettura io debba fare del senso, avere un’attitudine sensata di fronte a chi mi chiedesse <em>perché</em> sto passando i pomeriggi a letto, come un convalescente, solo per leggere i <em>Diari</em> di Musil o l’<em>Epistolario</em> di Kafka, quale impegno professionale, infatti, mi offre la garanzia (l’alibi) di passare così tanto tempo a leggere Musil o Kafka, senza trasformare questo mio tempo di lettura in una prestazione giornalistica o accademica, o accademico-giornalistica, o magari, persino, saggistica, ma di saggio creativo anti-accademico e anti-giornalistico? Anche i miei amici scrittori, i miei amici che come me sono da anni immersi in questa residua palude dell’umanismo, in questa dirotto paesaggio di lettere, lingue, letterature, anche se poi sono paesaggi umanistici aggiornati, in cui si parla di finzione, di <em>docu-fiction</em>, di qualcosa che suona anglosassone e aggiornato, anche loro, comunque, questi scrittori-giornalisti, o questi scrittori-accademici, o questi scrittori di saggismo anti-accademico o addirittura di finzione, anche loro mi chiederebbero <em>perché</em>, con quale fine professionale, con quale recondita motivazione lavorativa, di sensatezza possibile, io mi sia messo a leggere certi libri, che sono importanti, che danno anche lustro, che sono fenomeni quasi di lusso umanistico – ma chi si può più permettere di leggere i <em>Diari</em> musiliani o l’<em>Epistolario</em> kafkiano senza una qualche borsa di studio, progetto europeo di supporto, curatela di numero monografico in rivista? Ma il periodo della mia vita che m’immagino varcare è un periodo, appunto, in cui le preoccupazioni lavorative, di sensatezza, di alibi professionale, sono come dissolte sotto la spinta di una maturità esistenziale, psico-fisica, che mi restituisce il <em>piacere della lettura</em> nella sua versione, se così si può dire, arcaica, intonsa, come un’attività che ha interamente in se stessa il proprio fine, e non voglia altro, né dal mondo né dal soggetto che la esercita, soggetto che, di rimando, è felice come una pasqua, in un atteggiamento di completezza spirituale, tale per cui non soffre più del salario scadente che gli è concesso, della rinomea del tutto insufficiente che la sua sensibilità umanistica ha suscitato intorno a lui, ma dimentica, leggendo quei libri, e leggendoli senza alcuna impazienza, sormontando anche dei lunghi e noiosi passaggi, dimentica il problema grave, anzi gravissimo dell’invecchiamento, perché forse, se vi è una qualche astuzia, o sensatezza, in questa postura umanistica, della lettura ergonomica e spaparanzata, sta nel combattimento subdolo nei confronti della grande angoscia di morte e invecchiamento, perché a ben guardare il soggetto in questione, essendo miscredente, materialista, figlio di società del disincanto e del consumo, non teme, nei sui recessi di coscienza, giudizio finale su colpe e vizi, su inadeguatezze morali, che certo ci sono e sono in qualche modo assodate, non grandemente redimibili, ma la vecchiaia, il distruggimento lento del fisico, o della mente prima e del fisico poi, o di entrambe le funzioni, quella mentale e quella fisica, in una sorta di crollo simultaneo, questo tipo di incubo, perché bisogna in qualche modo nominarlo per quello che è, un semplice incubo, l’insensatezza non solo della morte, che ha reso risibili tutti quegli anni di lavoro per scopo più o meno pensionistico, oltreché di sensatezza biografica, ma anche l’insensatezza maligna, persecutoria, dello smantellamento progressivo, che solo un eroico ma altrettanto insensato suicidio abbastanza precoce potrebbe schivare. Leggere con grande magnanimità tutti i libri comprati e mai letti, o letti in piccolissima parte, e letti in modo assillato, sempre un po’ con l’acqua alla gola, e quindi letti <em>malamente</em>, di sfuggita, a morsi, tutta quella valanga di pagine che finalmente verranno, nel periodo radioso, lette, sono un modo più che sensato, più che saggio, di controbilanciare non l’invecchiamento, che verrà implacabile, come nella poesia di Pavese viene persino, alla fine, la morte, ma un modo di strangolare, e persino spazzare via, l’angoscia d’invecchiamento e morte, regalando dei super-poteri, come la memoria, la memoria drogata, e amplificata, dal momento che leggendo, al di là della generica balla della <em>bildung </em>umanistica, io integro porzioni di mente altrui, e ogni porzione di mente – che non è altro, materialisticamente, che quel costrutto di frasi ben fissate (inchiostrate) alfabeticamente su un supporto chiaro e sottile –, ogni benedetta porzione di mente, musiliana e kafkiana ad esempio, è già una magnifica estensione, integrazione, impero espansivo di altre centinaia di menti, e quindi di memorie, ossia di gesti concepiti e di paesi descritti, in un turbinio di tempi verbali, e quindi storici, massiccio e onnilaterale, tale per cui è possibile muoversi anche solo lungo le dorsali della storia europea, che è già contaminata da storie di altre e remote civiltà, e in questa maggiorazione crescente della mente, in quel periodo radioso della lettura realizzata di per sé, per interna finalità, non è che il mondo o il tempo siano neutralizzati, perché come si è visto sono piuttosto moltiplicati, ma è la morte, come cancellazione dei doni e delle memorie, dei doni terrestri, certi colori delle cose, certe tessiture delle materie, certi aromi nell’aria, certe capacità retoriche dell’uomo e della donna – è questo dirupo smemorante che si fronteggia, tutta la salvaguardia alfabetica, e mentale, e trasmissibile su carta, è un’interruzione forte della morte, e dell’invecchiamento come smantellamento dei suoni e degli odori, dei gesti e dei luoghi, per cui si sta nella lettura protetti, come avvolti in un profondo mantello, dentro cui la mente si espande, e sciamanicamente moltiplica gli alveoli dell’unico mondo nostro. In questo il termine <em>umanistico</em> acquista forse pertinenza, la lettura come presidio senza limiti di spazio e tempo dell’unico mondo umano, che è poi costantemente vegliato, alle sue frontiere, ovunque, in ogni punto, vegliato e intriso, vegliato e disturbato, sollecitato e giostrato dai compagni non-umani, e cioè i sassi, i budda, le nebulose, le giade, le mosche, i folli, i neonati, i morti, i mostri, e il resto, massa di masse estranee, che l’uomo vede, sogna, disegna, descrive, inventa, integra, nomina, aggredisce, incendia, divora. E insomma, quindi, il periodo prossimo e venturo, quello radioso della mia vita, in cui si cominceranno a leggere tutti i libri, io l’attendo sognando ad occhi aperti, per questo, per altro, oggi, mi è così difficile anche solo concentrarmi sulla pagina di un libro, di un romanzo magari, come <em>Tempi difficili</em> di Dickens, che non c’entra nulla, che so bene non dovrei leggere adesso, che sto leggendo troppo tardi o troppo presto, e che soprattutto leggo male, a pezzi, sognando il giorno in cui, disteso sul letto, durante tutto un pomeriggio, potrò leggerlo come si deve, per la felicità di una mente aumentata e sciamanica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma quel periodo, poi, di vita felice nella lettura di tutti i miei libri non letti, poiché quasi tutti, al novantanove per cento, i miei libri, i libri infilati negli scaffali delle varie librerie della casa, sono libri che non ho letto, e che rischiano di rimanere non letti, fintantoché la vita è soprattutto votata alla sensatezza di una lettura lavorativa, salariale, o di carriera, professionale, letteraria o giornalistica, quel periodo, comunque, se mai arriverà, dovrà farsi spazio dentro un altro periodo, simile per felicità, ma diverso per pratica, metodo, apparecchiatura della felicità, perché io, ad occhi aperti, anche sogno un tutt’altro periodo, il periodo in cui potrò riprendere e leggere, oppure riprendere e leggere sottolineando, oppure riprendere, leggendo e ricopiando frasi selezionate, <em>tutti gli articoli di giornale</em> che ho conservato, o che ho ritagliato, giornali e ritagli variamente disposti, e raccolti, e infilati, e dimenticati in angoli della casa, dal momento che i giornali vecchi e i ritagli di giornali vecchi sembrano spontaneamente destinarsi agli angoli, ai buchi, agli anfratti, ai frammezzi, alle intercapedini, agli spazi bui e morti, della casa. Io sogno, però, che verrà un periodo più onesto e responsabile, più libero e innovatore, in cui saprò far affiorare da tutti gli angoli ciechi, e bui, e morti della casa quella quantità di giornali e ritagli di giornale, a partire dalla quale estrarre una meditata costellazione di notizie, in grado di illuminare in modo diverso, più crudo e definitivo, l’immagine del mondo, del nostro mondo contemporaneo, che sappiamo tutti essere complesso e stratificato, e dentro gli strati anche piegato e rovesciato, tale per cui ogni taglio diagonale o ogni lettura lineare incontrano scogli e opacità, paradossi e divaricazioni, che non ne permettono un ingerimento conoscitivo non dico integrale, ma sufficiente e pacato, poiché ancora peggio della lettura dei libri – romanzi, saggi, studi specialistici, manuali divulgativi, poemi – ancora più strozzata, frammentaria, furiosa, distratta, è la lettura dei giornali d’informazione, sempre troppo noiosi e prevedibili, oppure troppo copiosi e sfuggenti, e quindi è inevitabile sognare il giorno, ossia il periodo abbastanza lungo, in cui si riuscirà a non leggere più l’edizione giornaliera dei quotidiani nazionali, per dedicarsi con estrema calma ad un lavoro di lettura a ritroso, ma non nel senso lineare della retrocessione semplice, bensì in quello apparentemente aleatorio del volo di mosca, saltando da un anno all’altro, da un argomento all’altro, per creare nessi inattesi, armonie profonde, strutture di senso, reti d’intelligibilità che attraversano in modo irregolare e turbinante i fatti, i luoghi e le epoche, affinché tutto sia tremendamente più chiaro, la macchina dei poteri innanzitutto, ma anche la macchina delle deficienze, delle anomalie, delle pure e selvagge sregolatezze, che costantemente una seconda macchina di ordinamento e pulizia deve sovrastare, integrare e cancellare. Questa lettura dei giornali passati, delle pagine ritagliate e conservate, della massa straripante degli articoli non letti, e che deve essere fatta non per finalità immediatamente militanti, ma perché un saggio politico e antropologico ne possa naturalmente scaturire, un saggio lacerante, nello stile di una lama da combattimento, e non da semplice chirurgia, tale saggio, infatti, dovrà sovrastare l’attivismo politico e sovversivo formicolante, ma dovrà sovrastarlo in moto e in levità, come un pallone areostatico che sorpassi non solo le linee del nemico – e tranci le sue metalliche protezioni – ma anche le avanguardie amiche, per giungere in una zona di calma considerazione dei rapporti di forza, che non può dare certo spazio a gonfiamenti mentali, a pretese sciamaniche di rimemorazione onnilaterale, dal momento che è l’unità di gesto e di luogo, la collocazione millimetrica e puntualissima del passo, che il saggio deve rendere possibile una volta scritto, e scritto attraverso la lettura, l’analisi, la sottolineatura di tutto quanto, dei giornali vecchi, non era stato letto, né è mai stato possibile leggere, fino al giorno in cui il periodo felice 2, della lettura di tutti i giornali non letti, ha soppiantato il periodo felice 1, della lettura di tutti i libri non letti, almeno nel sogno ad occhi aperti, in attesa di una realizzazione, anche parziale ma concreta, perché è dei sogni in stato di veglia, è delle fantasticherie, il destino rarissimo, ma non impossibile, di realizzazione, almeno in minima parte.</p>
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		<title>Diario parigino 2. Colonia e il &#8220;fatto ultimativo&#8221;.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2016 06:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[[Diario parigino 1] di Andrea Inglese Cose inutili da fare: scrivere su una notizia consumata. &#160; La notizia l’ho letta in uno dei quei portali qualunquisti, su cui finisci quando ti colleghi ad internet. Potrei fare in modo di finire direttamente sul portale degli atei marxisti favorevoli alla letteratura sperimentale per il resto dei secoli, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">[<a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/15/diario-parigino-1-visita-alla-moschea/">Diario parigino 1</a>]</p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="text-align: right;"><i>Cose inutili da fare: scrivere su una notizia consumata.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La notizia l’ho letta in uno dei quei portali qualunquisti, su cui finisci quando ti colleghi ad internet. Potrei fare in modo di finire direttamente sul portale degli atei marxisti favorevoli alla letteratura sperimentale per il resto dei secoli, ma ho paura poi di non avere più anticorpi nei confronti del razzismo, del qualunquismo e della disinformazione ambientali. <span id="more-59283"></span></p>
<p>Ci sono comunque delle notizie che non vuoi approfondire, ossia non vuoi andare al di là del titolo, anche perché buona parte delle notizie che ingurgitiamo si limitano alla lettura del titolo e del cosiddetto occhiello. Ebbene, io la notizia dei gruppi di maschi nordafricani e arabi che sono andati a molestare le donne in giro per Colonia durante la notte di capodanno non avevo davvero voglia di leggerla. Ci sono notizie come quelle relative alla bicicletta da corsa trovata nella pancia di uno squalo spiaggiato sulle coste australiane. Che la notizia sia stata gonfiata o meno, che sia poco o molto documentata, si sa già in partenza che intorno ad essa non si scatenerà un conflitto ideologico. Con la notizia sulla notte di Capodanno a Colonia si percepisce subito che non andrà così. Il contesto sociale e politico vuole che tale notizia sia considerata da una grande quantità di opinionisti una sorta di <em>prova di realtà</em> solenne e definitiva, come se si trattasse di un <em>fatto ultimativo</em>, dopo il quale nulla di convincente potrà accadere nel mondo che riguardi la condizione dei migranti e quella delle donne, o la struttura delle società europee e la fisionomia delle migrazioni nel primo secolo del nuovo millennio. Nessuno, insomma, se ne potrà stare tranquillo per qualche settimana, dal momento che è intorno alla lettura di quel fatto che si deve decidere il destino del mondo occidentale, della democrazia e dell’ordine sociale, dello statuto universale della donna e di quello dell’aggressore sessuale archetipico.</p>
<p>Ovviamente non c’è nulla di divertente in tutto questo. La notizia è brutta, da tutti punti di vista, e rende pubblico un fatto odioso. E uno non sempre è docilmente disposto a piombare nella tempesta ideologica per due o tre settimane. (Va detto, che se certe notizie assumono di colpo il carattere di <em>fatto ultimativo</em>, in modo altrettanto rapido spariscono poi dall’orizzonte dell’insonne opinione pubblica occidentale.) La mia riluttanza di fronte alla brutta notizia non era frutto di apatia e indifferenza, ma di una certa spossatezza, diciamo, ideologica. Come tutti, ho un’ideologia. (Molte persone credono che l’ideologia la abbiano solo gli altri, come l’avarizia o l’invidia. Gli adepti del pensiero liberal-liberista tacciano di “ideologica” ogni visione del mondo che porti con sé elementi di conflitto e non si accontenti di riconoscere l’economia capitalista come lo stadio ultimo e più razionale di organizzazione del mondo. D’altra parte, molti marxisti considerano che la loro visione del mondo sia senza filtri, cristallina, scientifica, mentre ovunque altrove siamo nel dominio della distorsione e della mistificazione. L’idea che le ideologie siano antropologicamente necessarie a connettere le società umane con se stesse e con il mondo non è ancora molto condivisa. E nemmeno è condivisa l’idea che se tutti abbiamo bisogno di un’ideologia, non tutte le ideologie si equivalgono.) E avere un’ideologia implica un incessante lavoro di aggiustamento tra le prove empiriche quotidiane e i principi dottrinari che, in qualche modo, sono le costanti, gli apriori del nostro sguardo sul mondo. Succede a noi, in piccolo, quanto succede agli scienziati con le teorie scientifiche e la trafila degli esperimenti che dovrebbero confermarle o falsificarle. Ci sono certi fatti che fanno male a certi nostri principi.</p>
<p>I fatti di Colonia facevano male a certi miei principi. Il reazionario della porta accanto potrebbe venire a dirmi: “Certo, non vuoi guardare in faccia la realtà. Vuoi rimanere nel tuo buonismo di persona di sinistra, ecc.” In realtà, quando un <em>fatto ultimativo</em> viene presentato dai media, come Facebook insegna, siamo tutti chiamati a un dovere impellente: <em>ci dobbiamo costruire un’opinione</em>. Inoltre, non sempre sappiamo che opinione farci a partire da un fatto ultimativo. L’ideologia serve per tradurre un fatto in un’opinione, e permetterci di andare avanti per la nostra strada, saldi sulle certezze non dico dell’altro ieri, ma almeno di ieri. Se il fatto di primo acchito non è riducibile in modo automatico a un’opinione, se non siamo nella semplice conferma di ciò che già sappiamo o crediamo di sapere, c’è un minimo lasso di tempo, in cui siamo chiamati a ragionare con la nostra testa più del solito. E questo comporta un certo dispendio di energie e di tempo. Nel caso della notizia sulle aggressioni di Colonia, si è costretti a gettarsi innanzitutto in una ricostruzione critica del fatto, confrontando fonti diverse, aggiornandole, cercando di fare una tara delle suggestioni giornalistiche, ecc. (È quello che ho visto fare, ad esempio, a l’amica Helena Janeczeck sulla sua pagina Facebook, mentre redigeva <a href="http://www.pagina99.it/2016/01/17/colonia-l-attacco-di-capodanno-e-il-sessismo-in-bianco-e-nero/">un articolo </a>che sarebbe apparso su <em>pagina 99</em>. E Helena, per di più, conosce la lingua e la realtà sociale tedesca. Ma se mettiamo assieme lavoro di ricostruzione e lavoro di demistificazione sul fronte dei media, l’impegno richiesto è davvero notevole. Se ne può avere un’idea leggendo un lungo pezzo apparso <a href="http://www.valigiablu.it/colonia-i-fatti-le-indagini-le-reazioni-il-dibattito/">qui</a>.) E tutto questo nel tentativo di giungere il prima possibile ad una valutazione della notizia, dal momento che la finestra temporale per partecipare alla tempesta ideologico-mediatica è strettissima. Tre settimane se va bene. Quindi uno deve farsi un’opinione il più possibile personale – leggi: in accordo con la propria ideologia – e, nello stesso tempo, deve realizzare una piccola inchiesta per cercare di chiarire le circostanze del fatto stesso, sulle quali poi si baserà la suddetta opinione. Lo spettro delle attitudini intellettuali nei confronti di una notizia comprende poi vari gradi di prudenza critica. (Agli estremi dello spettro, i complottismi opposti. Per gli uni, i gruppi di aggressori erano in realtà figuranti stipendiati dai servizi segreti americani, ungheresi o israeliani; per gli altri, gli aggressori erano in realtà gli esecutori di un vasto programma d’aggressione contro la civiltà Occidentale, perpetrato direttamente dai rifugiati.) Quando alla fine si ha conquistato una propria opinione, il grosso del lavoro è fatto, e la notizia entra subitamente in una fase, diciamo, “digestiva”.</p>
<p>Da dove viene questa ingiunzione a farsi un’opinione, e eventualmente a difenderla sui social network, in quello spazio ibrido tra privatezza e spazio pubblico, in cui siamo ormai largamente immersi? Innanzitutto c’è una sorta di dovere di contro-propaganda. Il tasso ordinario di mistificazione della realtà intorno a certe questioni chiave che assillano l’Europa è in crescita costante. L’impotenza politica dell’Europa di fronte all’emergenza storica provocata dal flusso migratorio di questi ultimi anni, aggravato dai diversi scenari di guerra nel mondo arabo, non fa che alimentare esorcismi di propaganda. Ciò appare chiaro nel caso italiano, dove anche organi d’informazione tradizionalmente moderati come “La Stampa” e “La Repubblica” possono permettersi interventi allineati con la peggiore stampa razzista. Ma soprattutto è importante cogliere l’aspetto caratteristico di un discorso propagandistico che viaggia costantemente sul filo dell’esorcismo, del diniego della realtà. Esso non può che rimestare l’immaginario, il pozzo dei fantasmi, tutto ciò che va nella direzione opposta rispetto agli obiettivi che dovrebbero essere della politica, ossia il lavoro di mediazione tra istanze diverse, contradditorie, articolate. L’esorcismo di propaganda deve compensare questa mediazione fallita con un’immediatezza di successo. Esso deve sostituire alla difficile ragione politica, che agisce sul terreno della realtà storica, dosi di immaginario galleggiante in limbi senza tempo. Deve opporre al dialogo complesso tra soggetti, circostanze sociali e culture diverse finzioni semplici e rassicuranti. Non c’è allora da stupirsi che emerga, in Italia, un prepotente immaginario colonialista datato anni Trenta-Quaranta, che se ne stava solo provvisoriamente addormentato.</p>
<p>La stanchezza ideologica, di cui parlavo all’inizio, dipendeva appunto da questa necessità di “saltare” il fatto specifico – un alto numero di aggressioni sessuali e di furti realizzati da gruppi di uomini in gran parte nordafricani e mediorientali contro delle donne in giro per Colonia durante la notte di Capodanno – per concentrarsi sulla decostruzione della propaganda nutrita di vecchi fantasmi colonialisti e razzisti. Il paradosso del “fatto ultimativo” è che ti spinge costantemente verso il limbo dell’immaginario, dove sei ogni volta confrontato con spettri del passato, senza mai poterti concedere il lusso di pensare non di rimbalzo, non per fare, con la tua opinione più o meno sana, da contrappeso all’opinione malata. Ciò che ho apprezzato nell’intervento di Žižek (<a href="http://www.newstatesman.com/world/europe/2016/01/slavoj-zizek-cologne-attacks"><em>Gli attacchi di Colonia erano una oscena versione del carnevale</em></a>) è proprio la sua volontà di perforare l’effetto rimbalzo, per cercare di cogliere – come lui stesso scrive – l’elemento di verità specifico dei fatti di Colonia, basandosi sulla ricostruzione documentaria al momento più plausibile. Nello stesso tempo, a voler essere davvero ottimisti, mi dico che il lavoro di rimbalzo nei confronti della propaganda, soprattutto di questo tipo di propaganda agitatrice di biechi fantasmi culturali e nazionali, costituisce anche un’occasione importante di misurare la maturità, almeno, di una parte delle società europee.</p>
<p>Non era nel ’46 né nel ‘48 che la coscienza degli Italiani si sbarazzava una volta per tutte di un immaginario coloniale, in cui era rimasta a bagno per decenni. L’oblio della Prima Repubblica ha permesso, come sempre accade in casi simili, di conservare i fantasmi ideologici del passato in forma letargica, ma dotati di una perdurante freschezza. Appena li si sollecita, infatti, dilagano con estrema virulenza. Guardando, però, anche solo dallo spioncino nostro, nazionale, si vede come la contropropaganda sui fatti di Colonia sia stata fatta in prima persona da donne, variamente e lucidamente armate contro il sessismo – di casa o d’importazione – e da persone che sono nate in epoca post-fascista, e che hanno avuto modo di dissipare con strumenti storici e critici i fantasmi e le mitologie dell’epoca coloniale.</p>
<p>Ecco, ho scritto dell’altrove, ora dovrei – per rispetto allo schema diaristico preso da Kafka – parlare della <em>mia</em> lezione di nuoto. Dovrei parlare del mio <em>qui</em>. Del posto dove sto, dove abito, delle ore che passo in questo posto, di come è fatto, con tanti angoli, ma non troppi, e delle strade, fuori casa, che percorro, sempre le stesse, della monotonia, che è una monotonia da paradiso terrestre, con i caloriferi caldi, sia nel soggiorno-cucina che in camera, e anche nel piano di mezzo, perché dovrei parlare di una casa che non è null’altro che una serie di stanze aggrappate a una scala, perché abito in una casa-scala, con molte finestre, ma sono poi le stesse finestre, con gli stessi paesaggi stagionali, e in questa monotonia c’è ogni giorno la doccia con l’acqua calda, e poi ci sono le ore di lavoro, la monotonia del lavoro, che fortunatamente c’è, mese dopo mese, senza doverlo rincorrere e costruire ogni giorno, ed è questa la <em>prima</em> realtà, assolutamente insufficiente, una fantasmagoria di oggetti che si prendono in mano e si posano ogni giorno, come un bicchiere o un coltello. C’è tutta una serie di cose, di persone, di incontri, che stanno in questa vicinanza, come l’armadio con dentro i vestiti, un elegante armadio anni settanta, comprato usato, di legno pregiato – quale? – con delle maniglie rettangolari di metallo, questo armadio è sempre lo stesso, per delle ore intere, giorno dopo giorno, una montagna di ore, quell’armadio entrato qui dentro, entrato nella camera da letto che è anche il mio studio, è lo stesso, impassibile, anche se qualcosa pure in lui invecchierà, non si scorge nulla ad occhio nudo, sì, della polvere, che si deposita sulla parte superiore, l’unica cosa che lentamente si muove, si accumula, ne modifica appena la fisionomia.</p>
<p>Perché mai ho voluto scrivere di Colonia? Il fatto ultimativo è già stato consumato. Quando queste pagine acquisteranno una prima forma pubblica sul blog collettivo a cui collaboro, i fatti di Colonia saranno già passati nella fase digestiva, perché nel mondo, e persino nella piccola Italia, esistono centinaia di fatti che fanno notizia ogni giorno sopra uno straordinario mareggiare di fatti che non fanno alcuna notizia e, tra i fatti che fanno notizia, ce n’è sempre qualcuno che verrà scelto per assumere le fattezze del fatto ultimativo, in cui si gioca il destino di un’intera civiltà. D’altra parte questa scrittura è nata in ritardo, e sarà sempre in ritardo, e la sua insufficienza è anche ciò che ne costituisce il programma. Ho parlato delle aggressioni di Colonia, perché il fatto ultimativo mi permette di agganciare lo sterminato e spettrale “qui” della vita quotidiana a queste sporgenze di realtà, una realtà in maiuscolo, solenne, cotta al calor bianco del conflitto ideologico. Questa cosa è difficile da dire, me ne rendo conto. Vi è la continuità di vita, con una vicinanza di affetti che possono essere fortissimi, ma anche la presenza di piccoli tormenti, sentiti come attraverso un sistema d’amplificazione, le configurazioni familiari del mondo dentro cui stiamo ed evolviamo materialmente, fisicamente, ogni giorno. Tutto questo si svolge in una dimensione incalcolabile del tempo, che a volte acquista la luce ferma, definitiva, della morte, mentre lontano da noi qualcosa assume la forza di un accadimento perentorio, dentro cui sembriamo essere trasportati e trasfigurati, come nel corso di una cerimonia. È l’accadimento che promette mondo, e realtà più luminosa, incandescente. Ritroviamo appartenenze, corpi collettivi, e un unico territorio, dentro cui delle vicende sembrano delinearsi non troppo lontano da noi, in una zona che pare malleabile per un istante alle nostre possibilità d’azione. A volte invece, più silenziosamente, più raramente, siamo semplicemente catturati tra due visioni spettrali: la vicinanza di tutto ciò che controlliamo quotidianamente, e che ci controlla in modo inesorabile, e la lontananza di ciò a cui vorremmo appartenere, un mondo reale, popolato, saturo di senso, che che tende a dissolversi non appena il nostro officiare si fa più stanco, disorientato, disilluso.</p>
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