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	<title>Diario &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nel cuore del Baltico: residenza per scrittori a Visby. Un diario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 06:12:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni (ringrazio per molte delle fotografie lo scrittore Boris Ponomarev). Puntando a nord-est su una cartina geografica dell’Europa, troviamo il mar Baltico e alcuni ricordi scolastici sulla lega anseatica nata nel tardo medioevo per favorire il commercio fra le varie città portuali del settentrione.  Quasi al centro, fra le sponde del continente e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p><strong><em>(ringrazio per molte delle fotografie lo scrittore Boris Ponomarev).</em></strong></p>
<figure id="attachment_82086" aria-describedby="caption-attachment-82086" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-82086" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1.jpg" alt="" width="600" height="622" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1-290x300.jpg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1-250x259.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1-200x207.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1-160x166.jpg 160w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-82086" class="wp-caption-text">Visby, foto di Francesca Matteoni</figcaption></figure>
<p>Puntando a nord-est su una cartina geografica dell’Europa, troviamo il mar Baltico e alcuni ricordi scolastici sulla lega anseatica nata nel tardo medioevo per favorire il commercio fra le varie città portuali del settentrione.  Quasi al centro, fra le sponde del continente e quelle scandinave, c’è l’isola svedese di Gotland, con la sua capitale Visby, nota per le mura medievali interamente conservate e le molte rovine di chiese, abbandonate e lasciate a decadere nei venti della Riforma. A Visby si svolge nell’estate una nota festa medievale; mentre chi ha conosciuto la storia di Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, potrebbe riconoscere proprio nelle variopinte stradine della città, l’ambientazione del noto sceneggiato del 1969. Per me il primo avvicinamento è avvenuto grazie alle parole della grande scrittrice svedese <strong>Selma Lagerlöf</strong> nel suo capolavoro, <a href="https://iperborea.com/titolo/481/"><strong><em>Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson</em></strong></a>, pubblicato nel 1906. Nils, mutato in folletto per la sua arroganza e in viaggio per tutta la Svezia con uno stormo di oche, sorvola Visby dopo aver appena ammirato i fasti della città fantasma di Vineta, sprofondata nel mare a causa dell’avidità dei suoi abitanti. Vedendo le rovine della città reale, Nils prova amarezza:</p>
<blockquote><p>Se la città che aveva visto non fosse risprofondata in fondo al mare, forse un giorno sarebbe andata ugualmente in rovina. Forse non sarebbe riuscita a resistere al tempo e alla decadenza e si sarebbe presto ritrovata con chiese scoperchiate e palazzi scrostati e vie deserte e solitarie come quella. Era meglio che restasse in tutto il suo splendore in fondo al mare. (…) Ed è probabile che siano molti i giovani che la pensano così. Ma quando si diventa vecchi e ci si abitua ad accontentarsi di poco, ci si rallegra di più della Visby che c’è ancora che di una sfarzosa Vineta in fondo al mare.</p></blockquote>
<p>Caro Nils, che ho portato con me in questa esperienza isolana, sono molte le meraviglie di questa città e delle sue rovine, non solo perché è patrimonio dell’UNESCO da oltre vent’anni. Forse perché divento vecchia, forse perché sono i luoghi che sanno custodire la traccia di un passato decaduto insieme a un quieto vivere presente a serbare una speciale magia, una sospensione dagli affanni del nostro contemporaneo.  Visby, secondo il norreno antico: luogo di sacrifici, di riti. Chissà quale rito mi aspetta.</p>
<p>Con queste premesse mi ci dirigo per una residenza per scrittori e traduttori, presso il <strong><a href="http://www.bcwt.org/1368">Baltic Centre for Writers and Translators</a></strong>,  di circa tre settimane. Trascorro il primo giorno di dicembre a Stoccolma, camminando per l’isoletta di Gamla Stan, centro storico della città, e facendo visita al Nordiska Museet, il museo delle tradizioni del nord, che ho conosciuto nel gennaio 2013 mentre mi trovavo nella capitale per ricerca storica. Allora ci andai con la testa piena di folklore, culture sami, vecchi miti; questa volta mi accolgono da una parte la festa coi bambini per l’allestimento del grande albero nell’androne centrale, dall’altra una mostra didattica e accurata sull’Artico nell’era del collasso climatico:  <a href="https://www.nordiskamuseet.se/en">The Artic: While the Ice is Melting</a>. Ne esco amareggiata per come in poco tempo cambia la nostra consapevolezza, per come ciò che amo anche senza averne avuta esperienza diretta (i mondi di ghiaccio, gli orsi, le culture artiche), rischia di scivolare via con conseguenze drammatiche. Trovarsi impotenti davanti al disastro è insostenibile, ancora di più nell’ultimo mese dell’anno, in cui si celebra ciò che è stato, si prepara ciò che viene, si fa posto nell’anima.</p>
<figure id="attachment_82091" aria-describedby="caption-attachment-82091" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-82091" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027.jpg 1200w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-82091" class="wp-caption-text">Foto di Boris Ponomarev</figcaption></figure>
<p>La mattina del 2 dicembre parto, infine, con questa cupezza sorda, ma anche con il desiderio di scrivere e lavorare, di confrontarmi. Nel porto di Nynashamn mi imbarco per raggiungere l’isola: tre ore di viaggio sul mare calmo.  Arrivo a destinazione, verso le 15, per il tramonto. Il Baltic Centre si trova in uno dei punti più alti della cittadina, da cui si ammirano i tetti appuntiti, le pietre delle antiche chiese, la cattedrale di Santa Maria e ci si perde fino alla riva, oltre le mura. Patrick, uno dei responsabili, mi accoglie: sono due case quelle in cui abitano gli undici ospiti. Una è adibita a dormitorio, mentre nell’altra si trovano biblioteca, ampia cucina, sala per le conferenze e gli incontri. Questo luogo ha una storia importante, quasi fiabesca, che vale la pena di essere brevemente narrata. È nato nel 1993, come conseguenza di una crociera di scrittori e traduttori “Baltic Waves”, Onde Baltiche, fra le varie città dell’area, all’indomani del doppio crollo: muro di Berlino nel 1989 e URSS nel 1991.  La crociera aveva lo scopo di unire nel nome della cultura e del libero scambio coloro che fino ad allora erano stati divisi. Il centro è il punto fermo, il luogo dove questo incontro continua ad avvenire, dove si gettano ponti non solo fra le varie culture affacciate sul mare, ma perfino oltre, verso tutti i paesi del mondo. Già detto così sembra un sogno di tregua, pace, conversazione aperta, dialogo che viaggia dai libri agli individui e alle loro sensibilità. Nei giorni della mia permanenza questa tregua stimolante è divenuta l’aria quotidiana. Scrittura, pensiero, solitudine proficua, camminate per la città e fuori dalle sue mura, verso la costa calcarea e sulle rive, cene e giorni condivise con gli altri ospiti e le loro storie.</p>
<figure id="attachment_82085" aria-describedby="caption-attachment-82085" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-82085" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645.jpg 1200w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-82085" class="wp-caption-text">Galgberget, Boris Ponomarev</figcaption></figure>
<p>Per deformazione professionale la prima cosa che vado a vedere è Galgberget la riserva naturale dove sorge la forca, alta sulla scogliera, così che tutti potessero vedere, nei secoli scorsi, i condannati spenzolare dai cappi, quale monito della giustizia degli umani. È un luogo suggestivo e potente. La forca, costruita nel tredicesimo secolo, è perfettamente conservata: l’ultima esecuzione risale al 1845, una decapitazione credo, quindi qualcuno di alto lignaggio, poiché l’impiccagione era riservata per lo più ai disgraziati del popolo. Gli archeologi hanno rinvenuto nel tempo le ossa di alcuni dei giustiziati, qui direttamente sepolti, ma non c’è nulla da temere: per quanto sia un luogo carico di terrore, di domande e di violenza trascorsa, non può ospitare spettri tormentati. Coloro che morivano per esecuzione capitale avevano almeno questa fortuna: conoscevano il momento della fine, avevano quindi il tempo di rimettere l’anima a Dio, essere perdonati, ricevere questa grazia ultraterrena che placa la sete dello spirito e gli impedisce di vagare in terra,  privo del corpo. Forca: luogo di criminali e boia, di pubblico complice o partecipe, di morte e redenzione, di sangue che sgorga o corpo che si irrigidisce, di streghe notturne in cerca di reliquie, perché nulla è magico come il corpo umano… o ciò che ne rimane. Accanto alle colonne della costruzione medievale, piante di sorbo dell’uccellatore, ligustro, rose canine, due meli selvatici e alcune cinciallegre a banchettare con le bacche.  La vegetazione cresce come una storia sulla morte, non va sempre così?</p>
<p>Nel museo di Gotland, nel cuore della vecchia Visby, si viaggia ancora più indietro attraverso la storia dell’isola, dalle pietre con iscrizioni runiche e disegni, fra cui un albero cosmico, l’Yggdrasill, e la nave dei morti, agli scheletri conservati di uomini e donne preistorici, fino alle vicende e ai tesori medievali. Mi restano impresse due donne dell’Età del Ferro: la Ragazza Riccio, così chiamata perché sepolta con un copricapo decorato con aculei dell’animale; e la Donna dei Flauti, sepolta insieme a una miriade di piccoli strumenti a fiato. Sciamane? Donne sacre? L’immaginazione corre dove non ci sono storie scritte, viaggia in questi oggetti così forti e misteriosi.</p>
<p>Ma la città è anche le sue mura e le sue porte da cui passare verso l’interno o verso le onde, verso gli stormi che prendono il volo al tramonto e il colore metallico del mare, uno dei mari più inquinati del mondo, purtroppo, eppure così evocativo per chi arriva qua da un altro mare chiuso, a sud. Le rovine si uniscono senza dramma alle abitazioni, alle luci di dicembre accese in tutte le case per scacciare il buio con l’avvicinarsi del solstizio. Nella piazza centrale, Stora Torget, il piccolo supermercato è anch’esso una casetta, di fronte ai resti imponenti di Santa Caterina e accanto ai pub o ristoranti aperti per le feste. Non ci si può perdere dentro le mura: basta fissare lo sguardo verso le torri della sua cattedrale, che si trova a due passi dal centro baltico, appena scese alcune rampe di scale. È lì che torno a fine di ogni passeggiata, sedendomi in fondo per raccogliere i pensieri.</p>
<figure id="attachment_82092" aria-describedby="caption-attachment-82092" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-82092" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-82092" class="wp-caption-text">Foto di Boris Ponomarev</figcaption></figure>
<p>Un altro luogo buono per pensare è la biblioteca cittadina, un edificio dalle ampie vetrate che danno sulla fontana e su un piccolo giardino. Qui si può sedere al bar o girare fra gli scaffali in libertà. Ho l’abitudine di prendere molti appunti su un apposito quaderno quando lavoro a un progetto di scrittura: faccio schemi, disegni brutti ma funzionali. Accade sempre fuori, dopo una passeggiata, da qualche parte a un tavolo con una tazza di tè o di cioccolata, se è inverno. Per i miei appunti i luoghi preferiti a Visby sono tre: la biblioteca; una caffetteria fuori le mura, accanto al supermercato Coop, e  Karamell Buden, variopinta caffetteria e negozio di caramelle, dove abbonda l’oggettistica legata a Pippi e ai Mumin di Tove Jansson.  Non si può evitare, girando per le strade: la sua vetrina è un paesaggio giocattolo, un inno a un’infanzia non tanto lontana. Penso all’episodio festoso dello sceneggiato di Pippi in cui la ragazzina compra caramelle per tutti e non posso che associarlo a questa singolare bottega. Penso anche alla scrittrice Viola Di Grado, che è stata qui prima di me e con cui abbiamo parlato di tutto, Pippi e caffetterie comprese.</p>
<p>Poche persone girano per le strade, ma non è freddo: pioviggina, soffia un forte vento, che può essere di grande aiuto se per esempio ci si ritrova sulla riva del mare a urlare preghiere o desideri. Almeno non si passa per pazze totali, rischio che corro ogni volta che mi trovo in una simile condizione di solitario e ventoso avvicinamento all’acqua marina. Chissà cosa si porta via il mare delle nostre parole. Non lo conosco il mare. È straordinario e commovente nella sua alterità, non mi ha mai dato quel senso di ricordo e presenza che mi danno le montagne, ma sento sempre che fa bene affidarmi a lui, quando lo incontro. Mi disperde.</p>
<p>Le mura della città proteggono ed espongono. Ho queste due immagini simboliche: la forca, subito fuori e il giardino botanico, dove siamo andati in un piccolo gruppo, una mattina, con i suoi alberi, diversi olmi, come ripari, l’acqua limpida e scura del laghetto, una vecchia torre, chiusa ai visitatori fino alla prossima estate, qualche gatto curioso, le scale di legno che portano sopra la cinta muraria.</p>
<p>Nel susseguirsi dei giorni cammino, scrivo, rileggo, do forma ai miei personaggi, ho tempo per loro, parlo e cucino insieme agli altri. Perché questo è un altro aspetto fondamentale della residenza – lo scambio umano. Una sera, per la partenza di una traduttrice danese, prepariamo una cena, la mia vera cena di Natale 2019. Cibo italiano, siriano, frutta, glögg ovvero vin brulé scandinavo, una tavola imbandita e condivisa, una lingua di compromesso, l’inglese, per comprenderci attraverso le nostre diverse provenienze: Scandinavia, Lituania, Russia, Siria, Italia, Finlandia. Stringiamo amicizie. Ci confessiamo, come succede con più facilità a volte fra estranei, ma con una differenza importante –ci accomuna radicalmente l’amore per la parola scritta, per l’eredità culturale da cui con fatica e gratitudine cerchiamo di affrancarci, da cui proviamo a respirare. Ci rispettiamo. In tutti questi giorni mi è salito il desiderio di conoscere le lingue che non ho, di rimettermi a studiare, anche solo per leggere coloro che ho incontrato; di riprendere lo svedese, di imparare il russo. Un proposito per il 2020.</p>
<figure id="attachment_82089" aria-describedby="caption-attachment-82089" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-82089" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-82089" class="wp-caption-text">Baltic Centre, Boris Ponomarev</figcaption></figure>
<p>Le sere di condivisione passano per il cibo, che sia popcorn o tè o dei bliny russi o bulgur o zuppa di lenticchie; attraversano i libri, la politica degli stati, le nostre vicende personali che non temono di essere respinte, mentre diventa sempre più difficile dirsi là fuori, nelle nostre vite quotidiane. Chissà quando ci rivedremo.</p>
<p>Dentro di me inizio a intessere quella vecchia promessa, come faccio fin da quando sono bambina, un filo invisibile che lego dove nessuno vede e sa tranne me: <em>ricorda, ricorda, ricorda. Sono persone, capisci? Non devi perderle</em>. E attraverso loro cerco i luoghi. Visby diventa una piccola città aperta sul mondo – si affaccia ora sui monti della Siria da dove qualcuno fugge perché la poesia resti e possa parlare a tutti; si affaccia sulla penisola di Kola e giù fino a Mosca, dove qualcuno cresce con determinazione, pronta a non tacere l’ingiustizia; si affaccia su una piccola serra per piante a Helsinki, dove qualcuno che mi rammenta tanto il mio compagno là, alle pendici del nostro Appennino, vive in modo parco, pensa forte al crimine dell’umano contro l’animale, questa ferita insanabile e morale. O in Svezia dove con mitezza qualcuno pone domande e ascolta o su un’isola norvegese di poesia e alti picchi; o dentro la Lituania, prima repubblica baltica a staccarsi dall’URSS; o sulla Moldava, nello sguardo gentile di una traduttrice per ragazzi; o in un pezzetto di Russia sulla costa del Baltico da cui un giovane scrittore ci tiene insieme, condividendo le sue fotografie. Riecheggiano nella storia che vengo componendo.</p>
<figure id="attachment_82084" aria-describedby="caption-attachment-82084" style="width: 400px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-82084" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-713x1024.jpg" alt="" width="400" height="574" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-713x1024.jpg 713w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-768x1102.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-250x359.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-200x287.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-160x230.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia.jpg 1045w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption id="caption-attachment-82084" class="wp-caption-text">Santa Lucia, John Bauer</figcaption></figure>
<p>Passeggio per la via dei negozi, Adelsgatan, mi fermo dentro quello di articoli esoterici a osservare i tamburi, la collezione di tarocchi, alcuni libri sulle rune. Acquisto il mio regalo personale: un libro illustrato sulle creature soprannaturali scandinave dell’artista contemporaneo Johan Egerkrans. Per tradurre ho bisogno di tutti i miei vocabolari online, ma per le immagini riconosco il debito con i libri di Brian Froud e ancora di più con l’arte di John Bauer, creatore di troll ed elfi memorabili. Bauer mi accompagna in quanto vengo scrivendo e rubando. In questo ultimo mese, avvicinandosi al giorno più corto dell’anno, è la sua Santa Lucia che vedo mentalmente. Aspetto questo giorno, il 13 dicembre, dal mio arrivo. Perché è un giorno che ho cullato nella mia immaginazione, leggendo i libri della Lagerlöf, fiabe svedesi, articoli di folklore sulle donne fatate dell’inverno europeo. Santa Lucia nasce a Siracusa, è vero, diviene martire cristiana nel quarto secolo sotto la furia di Diocleziano, ma è in Svezia, alla fine del diciannovesimo secolo, che il suo culto si fonde con l’altro pagano, celebrativo della luce che lei porta nel nome, la luce tanto bramata nei lunghi inverni nordici. Qui, Santa Lucia è un giorno speciale. Ci sono i dolci, lussekatter (gatti di Lucia), i canti, le ragazze vestite in abito bianco e cintura rossa di stoffa e in testa una corona di candele. Al centro baltico Lena ha preparato per noi lussekatter e glögg, le candele sono accese in cucina. Abbiamo la nostra merenda insieme, mentre fuori imbrunisce. Alle sette vado nella cattedrale per assistere alla celebrazione: non ci sono più posti a sedere, mi trovo un angolo sui gradini vicino all’altare. Sette ragazze avanzano lungo la navata, hanno le coroncine di candele, quelle sul capo della prima sono vere e lei cammina dritta e sicura. Cantano inni, vengono lette leggende e aneddoti di cui capisco pochissimo, solo qualche parola che è rimasta nel mio vocabolario dai testi di folklore. Due bambine, una piccola Lucia e un folletto rosso, ballano e applaudono davanti al coro, sono lo spettacolo nello spettacolo. A me basta poco, sarà che resto una romantica e non me ne vergogno: ripenso al Bontempi su cui a fatica strimpellavo Santa Lucia, penso al buio, così bello, perché ogni luce si fa custode preziosa dentro di lui. Quando rientro nella mia stanza, mi metto le cuffie e faccio partire Sibelius, il mio compositore preferito, prima di addormentarmi. Ecco qualcosa da sigillare dentro di me, come ho fatto con le mie antiche decorazioni natalizie, portate attraverso le stagioni e raccontate sull’albero, ogni anno. Ecco l’importanza dei riti, compresi quelli di cui si è spettatori. Che cos’è un rito, mi chiedo ancora. Qualcosa per scacciare una paura, per propiziarsi un essere invisibile come la memoria. Qualcosa per trasportare di là il tempo che dura più dello scandirsi delle lancette. Qualcosa perché lo spazio nelle sue molte lingue diventi casa. Ho preso, dagli alberi di Visby, delle bacche di sorbo, delle mele selvatiche. Le chiudo in una scatolina metallica, le porto con me nella mia casa sulle colline. Marciranno, seccheranno, le disporrò nell’orto. Per sapere che io vivo in molti luoghi. A molti luoghi rubo parole. Per dire grazie quando le parole si decompongono.</p>
<p>Caro Nils che viaggi con le oche, torna ora a volare su questa Visby con il tuo sguardo di ragazzo. Guarda queste rovine, come parole decomposte. Vedi, crescono gli alberi dove c’era il pavimento. Muschio che ricopre cardini, finestre, porte scomparse. Mancano i tetti. E per questo sono più vicine al cielo, al mare, agli elementi. E lontano, lontano tra i venti, a me, nel centro vecchio e montuoso di una terra a forma di stivale.</p>
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		<title>Appunti estivi</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Aug 2019 05:01:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p><strong>Land’s End &#8211; Cornovaglia</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80167" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-1024x768.jpeg" alt="" width="545" height="409" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-1024x768.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-250x188.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-200x150.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-160x120.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-400x300.jpeg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 545px) 100vw, 545px" /></p>
<p>Così la terra finisce nel granito a picco sull’oceano. Là sotto le onde coprono e scoprono scogli aguzzi, la rovina di imbarcazioni e vite nei secoli. Le leggende dicono che fossero le streghe, sedute sulle sporgenze e le rocce di Land’s End, a far naufragare le navi e poi inviare i loro famigli canini a divorare le anime dei marinai annegati. Le possiamo immaginare accovacciate a parlare nel vento. In realtà nessuna strega di quelle finite nei documenti processuali è stata condannata per naufragi o altri cataclismi. Semmai per la morte di un cavallo da tiro, la malattia di un vicino, lo spegnersi di un neonato, una vacca che smette di dare latte – e ancora meglio se per vari di questi accadimenti, accumulati negli anni in cui la strega si costruisce la reputazione. Ma sulla scogliera le paure quotidiane incontrano il mito: la strega umanissima presta il corpo alla sua controparte soprannaturale dagli occhi spiritati color della tempesta. Questo è un punto mediano. Fra la terra e l’oceano. Fra l’acqua e la roccia. Nonostante i turisti, i camminatori, i surfisti che si dirigono alle piccole baie sabbiose come Sennen Cove, questo luogo non può essere addomesticato. Le rocce prendono nomi suggestivi, come la Irish Lady, un grande scoglio che sembra una creatura ammantata, rivolta all’Atlantico. Una dama irlandese nel senso fatato: una Banshee che geme e ammonisce, il cui sembiante è appena riconoscibile e sembra un drappo, una creatura di stracci svolazzanti e solenni. O i sedili dei giganti, i volti del tale o del tal altro, quasi scolpiti con un’intenzione dalle correnti. Ma nelle correnti non vi è nessuna intenzione che non sia loro stesse. La scogliera è una soglia. Sono già stata qui, vent’anni fa esatti, per l’eclissi di sole: con pochissimi soldi, lo zaino dell’inter-rail, trascorsi la notte nel sacco a pelo poco distante dai picchi, al riparo nella brughiera. Allora volevo solo andare altrove, con la bussola interiore puntata a nord, a queste lande che poi negli anni ho visitato spesso e abitato. Oggi imparo a stare sulla soglia come chi torna.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-80168 aligncenter" style="letter-spacing: 0.8px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-768x1024.jpeg" alt="" width="385" height="513" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 385px) 100vw, 385px" /></p>
<blockquote><p>Viaggiare verso la regione sconosciuta è spesso viaggiare verso casa,</p></blockquote>
<p>dice Tallis la ragazzina protagonista del libro che ho con me, <em>Lavondyss</em> dell’inglese Robert Heldstock. Cerco le parole e le storie del libro nella propaggine di occidente dove mi trovo. Il nome Lavondyss è il risultato di un incontro fra due isole leggendarie: Lyonesse e Avalon. Terre dove eroi e profeti toccati dalle fate dormono in attesa di un sogno che li riporti all’origine. Lavondyss è la foresta primigenia nata dalla congiunzione di sogno e paesaggio, dove la protagonista si spinge alla ricerca del fratello maggiore, smarrito anni prima in questi luoghi senza tempo o meglio – luoghi dove il tempo non scorre come siamo abituati a pensarlo, ma alterna rinascite, trasmutazioni cicliche del medesimo spazio e dei suoi ospiti che possono svanire o viaggiarci dentro. La forza del libro sta nei nomi che la ragazzina dà ai boschi e campi e terre lavorate che circondano il suo luogo natio: viaggerà sempre dentro di loro, attraverso ere diverse, indietro o avanti, attraverso corpi diversi – di donna, di vecchia, di legno e linfa. E i nomi sono incantesimi infantili e potenti: Vecchio Posto Proibito (Old Forbidden Place); Campo del Trovami Ancora (Find Me Again Field); e poi Landa dello Spirito Uccello (Bird Spirit Land), ovvero la landa sospesa fra la vita e la morte, fra la caduta del corpo e quel volo che fantastichiamo proprio dell’anima, non senza qualche sgomento. I nomi sono la nostra immaginazione che ci iscrive nei luoghi ed è difficile pensare a cosa siano prima di essi. Anche un campo senza nome per noi, quasi inconsapevolmente, può divenire il Campo Innominato o Innominabile, manifestando tutta la sua potenza.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-768x1024.jpeg" alt="" width="385" height="513" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 385px) 100vw, 385px" /></p>
<p>Raccolgo una grossa piuma di gabbiano: la scogliera è una Bird Spirit Land. Gli uccelli marini sono i residenti elettivi, capaci di farsi portare su dal vento, gracchianti, predatori di altri piccoli uccelli, uova e pesci, raccolti a decine là sotto, su uno scoglio. Mi risuona dal libro la definizione che Tallis dà degli sciamani, prima di divenire lei stessa qualcosa di molto simile a una sciamana che ha attraversato paura, dolore e sconfitta:</p>
<blockquote><p>Sono custodi e maestri di conoscenza. Conoscenza dell’animale nella terra. Nella visione, nella storia, nella scoperta dei sentieri.</p></blockquote>
<p>Conoscenza dell’animale nella terra: con questa intuizione viene tradotta l’esperienza estatica, ovvero l’andar fuori di sé, all’oltremondo, che sorge metamorfico sulle tracce familiari di questo dove siamo. Non si tratta di andare via, ma di trovare vie, di immergersi, di ripercorrere, di stabilire punti di contatto con il noto, mentre siamo alla ricerca dell’ignoto. Conoscenza dell’animale nella terra &#8211; ovvero osservarlo fino a non sapere più nulla di lui, a non avere più pregiudizi, liberarlo dagli apparati simbolici. Sono già stata qui, dicevo, eppure non è qui che torno: sono diversa e il luogo è diverso. Ci cammino portando in lui la terra che anche io sono diventata, cerco di liberarmi da tutte le mie aspettative e perfino dai ricordi. Mi attrae ed entusiasma la prossimità dell’oceano poiché provengo dai monti e dalle colline, dall’interno che nel mio caso è anche un altro paese, a sud.</p>
<blockquote><p>Esultanza è il recarsi<br />
Dell’anima di terra al mare,<br />
Oltre le case &#8211; oltre i promontori,<br />
Nella profonda Eternità &#8211;</p></blockquote>
<p>scriveva Emily Dickinson. E io so che ha ragione. Immagino sempre l’odore del mare, a un certo punto, mentre cammino in alto verso il mio bosco appenninico preferito. Immagino il suo cielo non interrotto. In “Poetry and the Mind of Indirection” un saggio all’interno di un altro libro che ho con me, Jane Hirshfield dice che:</p>
<blockquote><p>per vedere il mondo davvero, abbiamo bisogno di una consapevolezza  che si sia immersa in molto altro rispetto all’umano &#8211; che abbia viaggiato lontano dal domestico, dal familiare, dai limiti angusti dell’io. Nell’avviarsi su un simile sentiero, le difficoltà e durezze sono tutto quanto ci è promesso, tuttavia la conoscenza acquisita in un simile viaggio non è necessariamente tragica.</p></blockquote>
<p>E ancora il poeta californiano Robinson Jeffers scrive:</p>
<blockquote><p>Dobbiamo dislocare le nostre menti da noi stessi;<br />
in-umanizzare un po’ le nostre prospettive, e divenire certi<br />
come la roccia e l’oceano da cui sorgemmo.</p></blockquote>
<p>Conia il termine <em>unhumanize</em>, in-umanizzare, ovvero guardare al mondo stupiti, recuperando quella che chiamiamo intimità, là, nelle sostanze elementali che formano e sostengono. In questo modo procede la lingua poetica e la possibilità di stare dove in effetti stiamo, invecchiamo e torniamo bambini, quasi senza saperlo.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-80169 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-768x1024.jpeg" alt="" width="365" height="487" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p>Che cos’è la fine della terra? Una punta, uno scoglio, uno sprofondamento, una mancanza, una presenza altra che modula le voci nell’aria, un nome per domare l’indomabile. Una regione sconosciuta se decidiamo di non prendere il sopravvento. Una forma di esilio: non sono con gli altri che qui camminano come me, come me scattano foto, come me cercano forse il punto d’incontro fra il loro mondo e il mondo. Provenienza e approdo. Un silenzio che parla continuamente e assomiglia all’oblio. E nell’oblio un’interezza incomunicabile.</p>
<p><strong>Torri – Appennino pistoiese </strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80171" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1024x1015.jpeg" alt="" width="430" height="426" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1024x1015.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-150x150.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-300x297.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-768x761.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-144x144.jpeg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-250x248.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-200x198.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-160x159.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43.jpeg 1333w" sizes="auto, (max-width: 430px) 100vw, 430px" /></p>
<p>Ho preso casa in montagna nel mio paese paterno per tutta l’estate. Mi trasferisco qui quando non lavoro o non ho impegni di comunità nell’altro paese, a valle, dove abito. Nei mesi di giugno e luglio, durante la settimana, siamo pochissimi: i residenti che non arrivano a dieci e altri dalla città, per lo più pensionati. Da casa, in alto, raccolgo tutti i suoni. Sto finendo di scrivere alcune poesie su una montagna dove si sono rifugiati gli animali, fuori dal tempo, che significa sia in un tempo remoto che in uno a venire. Nella montagna gli animali parlano. Al di là sorge l’oceano o l’oltremondo. Come raccoglierò le loro voci?</p>
<p>Nel pomeriggio mi incammino verso il bosco sulla cima, al Prataccio. È un luogo che conosco bene: un rifugio per vagare, scrivere, leggere, suonare qualche strumento, stare così a far niente, scrutando l’abetaia o attraversando la faggeta che conduce a Forravernio e alle rocce interne, dove ci si affaccia su altri paesi occhieggianti nella macchia verde – Campaldaio, ad esempio. Ancora i nomi – come fai a sapere che la fine di un corridoio di faggi con le rocce esposte al sole è Forravernio? Che significa? Quanti Forravernio ci saranno nell’Appennino? O Casetta Bruciata o Collina o Lagacci. Ai margini della strada, prima di raggiungere l’entrata del bosco, crescono erbe e fiori, fra cui mi soffermo sull’iperico; i fusti alti del verbasco che sono le sentinelle dei boschi come mi ha insegnato la mia amica erborista Cecilia; la digitale bianca che spunta all’ombra, quasi alla fine del percorso, in un punto dove mi fermo per ascoltare il vento. Si forma un vortice d’aria fra gli abeti, che porta l’odore degli aghi e delle cortecce. E naturalmente dei merli, dei cuculi, delle cince che si mescolano qui alle foglie, sfuggono ai rapaci: il gheppio o la poiana. Anche se lo raccontassi molte volte questo specifico tratto di strada resterebbe un segreto: cosa sentirebbe qualcun altro? Come potrei convincerlo del potere che c’è qui? Non potrei e non dovrei. Non sono la traduttrice del vento. Sono un’ospite di lunga data, però – forse per questo a volte riesco a cavarne dei versi, delle parole. Questo tratto ultimo di strada stretta è la mia attesa, prima di riemergere sul burrone e sotto la calura, arrivare ai sassi dove ci si arrampica, si battono le mani per scoraggiare le vipere, ci si addentra, nasce il sentiero.</p>
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<blockquote><p>Qual è la natura di questo momento? Chiede la poesia e non abbiamo tregua finché la domanda non trova soluzione. Poi viene posta, di nuovo,</p></blockquote>
<p>ancora Jane Hirshfield in un saggio sull’originalità. La natura dell’Appennino, della saggezza che cerco. Della solitudine densa di rumori e ogni rumore una domanda che ha in sé la risposta. Mi scopro a pensare che l’udito conta più della vista, che nel paesaggio siamo in attesa di decifrare una lingua: quanto vediamo è secondario, serve a calare la sostanza nella forma, ma la sostanza è il suono. Suono composto di tutte le vite che poi gli occhi si impegnano a riconoscere. <em>Prima ascolta, poi guarda. Anzi vedi.</em> Dicono le piante e canta quell’uccellino di cui non riconosco il verso. Ascolta per non essere più soltanto te.</p>
<blockquote><p>Sono colui che è vissuto nel proprio tempo<br />
senza essere sé. Sono il minore della famiglia<br />
degli uomini e degli uccelli, ho cantato assieme a tutti gli altri</p></blockquote>
<p>Leggo questi versi di una poesia di Arsenij Tarkovskij un giorno in cui è calato il freddo &#8211; piove e io resto a casa, con la finestra aperta perché la nebbiolina dai monti si sparga anche sul tavolo. Come si può vivere nel proprio tempo senza essere sé? È un bene o un male? È una perdita o una grazia? O entrambe? Anche io voglio essere la minore di questa famiglia da cui sono circondata. La più piccola, quella che non sa e per questo può ancora ricordare tutto. Mi viene in soccorso Libera, la bambina protagonista di una fiaba di Matteo Meschiari, <em>L’ora del mondo</em>, uscita a inizio estate. Figlia di tutto e di nessuno, è nata senza una mano, un difetto che può farne un’anomalia nella società, ma che ne fa una sciamana nel mondo dello spirito. Tutti gli sciamani erano toccati dalla diversità o dalla deformità, segno elettivo della loro prossimità allo straordinario nel quotidiano. Libera vive nell’Appennino modenese. Ne condivide l’antichità, pur restando una ragazzina, ha in sé i segni del luogo e di tutte le storie non scritte o dimenticate. Pastori di anime, semidei dai tratti teriomorfi come l’Uomo-Somaro, suo maestro che solo nella morte si ricompone completamente nell’animale; dei alteri e sprezzanti come una lince furtiva; creature-albero che mutano per sopravvivere e tramandare. Nell’Appennino, come in Lavondyss, si apre una regione ignota che conosceremmo bene, se solo volessimo svegliarci. Perché esso ci compone tanto quanto la carne o il respiro o l’osso, esso è tutto quello che amiamo. Ci sono Sedi e luoghi piccoli dove nascondersi dalle potenze, ci sono segreti e doni e pericoli che sono anche amici da tenere a distanza. Ho pensato che sapevo quello che stava accadendo a Libera, non perché io sia selvaggia come lei, ma ancora per quell’insieme di sillabe, quel vocabolo così importante &#8211; Appennino. Dove sono. Di cui ho nostalgia. Dove, per assurdo, sogno la costa estrema, l’odore del salmastro, la riva a nord, l’oceano. Dove posso rivivere tutte le mie mitologie &#8211; inventate, presunte, reali. Dove essere dimenticata e divenire montagna.</p>
<blockquote><p>Loro sono i Pastori. Quando un’anima viene presa o lascia il suo corpo arrivano i Servitori Notturni. E la portano via.<br />
E dove lo portano?<br />
All’Albero Nero.<br />
Non mi piace.<br />
Non ti piace? Chissà quante volte l’hai visto ma non te lo ricordi. Io invece mi ricordo bene di te. La Neanderthal che non è scampata all’incendio della foresta. L’arvicola uccisa dal falco. La cerbiatta presa dal cacciatore villanoviano. La figlia del cacciatore e la nipote della nipote di sua figlia. La matriarca dei cinghiali con i suoi cento discendenti ai Taburri. La neonata morta di peste a Sant’Anna nel 1633. La cagna del dottor Bertocchi a Frassinoro. La gatta di Beata Monterastelli a Ospitale. E Libera la Selvaggia di genitori ignoti.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80173" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-908x1024.jpeg" alt="" width="440" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-908x1024.jpeg 908w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-266x300.jpeg 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-768x867.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-250x282.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-200x226.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-160x181.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1.jpeg 1418w" sizes="auto, (max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<p>Questo dice il Mezzo Patriarca arboreo alla bambina, lei stessa luogo di incontro per le vite oltre i legami temporali. È vero che in noi risuonano più esistenze, che possiamo sentirci profondamente vicini a creature altre, sensibili a epoche remote, richiamati da paesi molto oltre l’orizzonte visibile, e non sappiamo spiegare perché. Lo si avverte in modo nitido lasciando in disparte l’umano, muovendoci verso il posto primigenio, ai primordi della nostra stirpe, qualsiasi essa sia. Con il sangue e le memorie familiari e i volti, si alzeranno in nostra difesa il greto del torrente, il rovo, la saltabecca, le case diroccate, gli occhi di una bestia boschiva, quel certo prato, quel preciso masso che ricopre appena una buca. Da cosa ci difenderanno? Non dal terrore, dai malanni, dalla morte. Dalla nostra impazienza.</p>
<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80174" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-768x1024.jpeg" alt="" width="430" height="573" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 430px) 100vw, 430px" /> </strong></p>
<p><strong>Regione interna del Penwyth, Cornovaglia</strong></p>
<p>Prendiamo l’autobus verso l’interno a poche miglia dalla costa. Siamo io e mia madre, la sua seconda volta in Cornovaglia, la mia quinta. Scendiamo nel piccolo villaggio di Madron, il cui nome rimanda a un presunto santo cristiano che ha incorporato qualche divinità celtica femminile. C’è una sorgente sacra qui, sgorga direttamente dalla terra in un boschetto: l’ho letto qualche mese fa in un libro di Sharon Blackie, che potrebbe rientrare nella categoria eco-femminismo, <em>If Women Rose Rooted</em>. L’autrice racconta che oggi il luogo è dismesso, pur se segnalato. Ci incamminiamo, è abbastanza facile trovarlo. Prima della fonte i soliti alberi a cui sono stati legati nastrini colorati, braccialetti, foglietti con preghiere e desideri. Se ne incontrano tanti nei luoghi sacri o magici dell’isola britannica. Ripenso a St. Nectan’s Glen, più a nord-ovest in questa stessa contea, o alla collina fatata ad Aberfoyle, nell’interno della Scozia.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80177" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-820x1024.jpg" alt="" width="425" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-820x1024.jpg 820w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-768x959.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-250x312.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-200x250.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-160x200.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie.jpg 1080w" sizes="auto, (max-width: 425px) 100vw, 425px" /></p>
<p>La fonte è prosciugata. Siamo già state avvertite da un gruppo di inglesi, arrivati qui con l’auto: “Spero non siate assetate. Non c’è più nulla”, ci ha detto l’uomo con tono sarcastico, di chi in fondo non ha molto interesse in ciò che ha visitato. Lo registro con fastidio. La fonte è protetta da una piccola cappella aperta, formata da quattro mura di pietra al cui interno ci si può sedere. Secondo la leggenda era custodita da nove vergini, nove donne dedite alla terra e ai suoi segreti. Ma ora l’acqua non sgorga – la calura eccessiva, il cambiamento climatico, l’incuria dell’umano odierno, per lo più curioso, incapace di capire perché nascono miti sulle fonti nel bosco, sugli alberi che le vegliano. Mi viene la tristezza, non scatto nemmeno una foto col cellulare. Riprendiamo il cammino verso Lanyon Quoit, uno dei dolmen della regione. Questa parte di Cornovaglia è ricca di monumenti megalitici e del loro mistero: a cosa servivano? Conosciamo le storie, la sorte che hanno avuto con l’arrivo del cristianesimo, ma sull’origine antica ci sono solo ipotesi non verificabili – essi sono lì da prima della scrittura, cancelli che si aprono per la nostra immaginazione. Tombe, templi, osservatori per le stelle. Penso alle Merry Maidens verso Land’s End, diciannove pietre disposte in cerchio. Le fanciulle allegre, dice il nome non senza un’ironia perfida. Questa è la leggenda cristiana. Diciannove fanciulle trasformate in pietra per aver osato danzare la domenica. Che assurdità.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80175" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-1024x973.jpeg" alt="" width="440" height="418" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-1024x973.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-300x285.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-768x730.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-250x238.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-200x190.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-160x152.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23.jpeg 1526w" sizes="auto, (max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<p>La brughiera intorno è rialzata rispetto alla strada dove camminiamo, tenendoci vicine ai margini per evitare le rare auto. Ovunque, sui cigli, rovi, e nei rovi le more che cominciano a maturare. Le cogliamo: molte hanno un retrogusto aspro, dovuto alle vicinanza della costa. Mi ricordo quando da bambina ci inoltravamo fra i boschi con barattoli e pentolini di latta, alla ricerca di more, mirtilli, lamponi, fragole. Mangiarle così, dai rovi o dalle piante, era una grande soddisfazione: lo è ancora, anche se mi capita poco sulla mia montagna, perché… le lamponaie, i roveti e i mirtilli sono quasi del tutto spariti. Più facile che colga more camminando fra i paesi a valle, dove alcuni rovi sono stati piantati e hanno proliferato, e naturalmente ogni volta che viaggio in questi paesi d’estate: non manco mai di mangiarne mentre camminiamo, è quasi un rito. Accetto il cibo della terra come un dono.</p>
<blockquote><p>(…) io credo che le vere specie di bacche costituiscano la nostra frutta selvatica, paragonabile a quella più rinomata dei tropici, e per quanto mi riguarda non scambierei altri frutti coi loro, perché il punto non è semplicemente ricevere una nave carica di qualcosa che si può mangiare e vendere, ma anche considerare il piacere che si ricava dalla raccolta.</p></blockquote>
<p>Scrive Henry David Thoreau in un prezioso saggio, <em>Mirtilli</em>, che ho letto recentemente. Parla del mirtillo americano, certo, ma io lo paragono alle mie more e ai miei lamponi, al rovo che ho avuto nell’orto della casa materna per molte estati. Quando seccò mio nonno impiegò un giorno intero a sradicarlo – pianta tenace, difensiva, generosa. Penso spesso alla poesia che ricerco come a un rovo, carico di spine, di frutti asprigni e dolci. Continua Thoreau:</p>
<blockquote><p>Mangi le bacche nei terreni aridi su cui crescono non per soddisfare un appetito, ma con la stessa naturalezza e semplicità con cui i pensieri ti sgorgano nella testa, come se fossero esse stesse cibo per la mente, essiccato di per sé, e senza dubbio in grado di nutrire il cervello.</p></blockquote>
<p>Il suo elogio delle bacche è un inno al gratuito, allo scambio, al godere della natura, all’apprendere nei suoi campi come nella più entusiasmante delle scuole, portando rispetto per coloro che ci camminavano prima di noi, per le altre vite senza prezzo. Imparare a riconoscere chi abita un luogo. Cercare i nomi originari, come, nel caso americano, quelli dati dai nativi alle piante e non quelli importati dai vocabolari greci e latini d’Europa. Addentrarsi. L’opera è anche una condanna al sistema moderno, dove vale solo ciò che è monetizzabile: i bambini nei campi e nei boschi a tingersi le mani di succo violaceo sono roba da sciocchi, da passeri, da animali invisibili. Ma la natura ha vie che riescono ad aggirare i nostri interessi… quasi sempre.</p>
<blockquote><p>Non facciamo caso al pettirosso che becca un mirtillo come invece facciamo quando il volatile visita il nostro ciliegio preferito, e la volpe si aggira nei campi soltanto quando siamo lontani.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80176" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-768x1024.jpeg" alt="" width="435" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p>Quante cose accadono mentre non siamo lì, non siamo presenti! Eppure sono proprio queste le cose che dovremmo sforzarci di raccontare. Come? Tornando a immergerci, a scrutare l’orizzonte, a percepire i rumori, a scomparire nel giallo o nel verdastro dei campi. Bacche – cibi delle fate. Se ne mangi nulla sarà più come prima, sarai perduta, perduta! Per sempre incantata dagli esseri del crepuscolo, che intrecciano nodi nei crini del cavalli e cavalcano lepri. Quegli stessi esseri che si aggirano tra i megaliti di cui nessuno sa più cosa fare, se non scattare una fotografia. Quegli esseri che aspettano nei miei boschi, sull’Appennino, anche se nessuno ci crede. Raccolgo i frutti, li assaggio, mi perdo con consapevolezza.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80178" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-768x1024.jpeg" alt="" width="400" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Lanyon Quoit non è lontano, ma sotto il sole del mezzogiorno è una conquista: io e mia madre pranziamo lì. Siamo sole per un po’. I turisti sono nei villaggi pittoreschi dei pescatori, sulle spiagge, nei locali della costa – le dico che è normale: anche quando ho viaggiato nelle regioni più a nord e interne della Cornovaglia ho incontrato poca gente. Certo le persone arrivano a piccoli gruppi durante la giornata, spesso in auto e per pochi minuti. Non si paga un biglietto. A volte penso sia questo, in una società distorta dove il valore è dato dal costo, non dall’esperienza, a rendere un posto poco invitante. Arrivano due coppie di stranieri, poi una famiglia locale con il cestino del pic-nic. Noi vorremmo raggiungere Mên an Tol, la pietra forata, il monumento megalitico più singolare della zona, che sappiamo non molto distante. Potremmo riprendere la strada asfaltata, ma cerchiamo la scorciatoia nella brughiera, che vediamo indicata sulla nostra cartina topografica.</p>
<p>Una coppia francese ci soccorre: vengono proprio da lì. Ci indicano la direzione, ci dicono che sì, c’è una specie di sentiero, sommerso dalla sterpaglia. Ci avviamo ed è una piccola avventura. Il paesaggio sembra sempre uguale a se stesso e racconto a mia madre che i folletti che abbondano nei negozi di souvenir, quali portachiavi o calamite, i pixie, piskie, pesky, pigsy, e via dicendo, non sono affatto innocui  omini, buoni come ricordo delle vacanze: è qui che vivono, dispettosi e irascibili, mimetizzati, pronti a condurre fuori strada il viaggiatore che incautamente metta il piede sulla loro zolla. Io ho i miei amuleti, le dico, scuotendo i braccialetti, e quindi a noi non succederà niente. Mia madre scuote la testa, rassegnata. Arriviamo al rudere della vecchia miniera di Ding Dong: sotto la torre, in una buca nella pietra hanno gettato di tutto fra lattine e confezioni di plastica. Qualche cornacchia svolazza, chissà se prova rabbia verso di noi. Molto distante scorgiamo la sagoma di un cairn, un’antica tomba, ma è tardi e non pensiamo di raggiungerlo.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80179" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-767x1024.jpeg" alt="" width="435" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-767x1024.jpeg 767w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-768x1025.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-250x334.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-160x214.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2.jpeg 1199w" sizes="auto, (max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p>Ci sono tre sentieri striminziti dietro la miniera – mia madre conduce decisa, seguendo la sua cartina. Attraversiamo altri sterpi, un piccolo fosso segnalato sulla mappa. E in pochi minuti –la pietra forata. Una giovane coppia di francesi si aggira per lì. Li guardo: lei è incinta e a me viene un sorriso. Mên an Tol, che significa proprio “pietra forata”, è formato dai resti di un monumento dell’Età del Bronzo, forse era una vera a propria struttura, un tempio o una tomba, di cui la pietra poteva essere l’ingresso. Ma la verità è che non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è quello che ho letto tanti anni fa nei testi di Mircea Eliade sulla storia delle religioni e in altri libri di tradizioni celtiche. Passare attraverso la pietra per nove volte, con un giro antiorario, garantiva alle donne di restare incinta o di portare a termine felicemente la loro gravidanza, ed era un atto curativo per varie malattie, soprattutto deformità e rachitismo. Vado a memoria, ma non credo di sbagliare. La pietra rinsalda, fortifica, fissa e aggiusta quanto è fragile. Salutiamo la coppia. Quando restiamo sole passo anch’io per il foro e così fa mia madre. La giornata è splendida, l’orizzonte ampio, siamo nel passato ancestrale dell’umanità ed esco dai miei libri, dalle suggestioni che mi hanno guidato fin qui, esco, metaforicamente, come rinascendo dal foro in una pietra circolare. Dimentico quello che so. Cerco quello che sono e dove le due realtà si incrociano. Da una parte della pietra questa brughiera sollevata che si estende in una coda fino agli scogli e all’oceano e rovi di more ai margini; dall’altra una lamponaia sepolta, dei faggi magici, un bosco che a volte risuona come le onde, lassù, nel centro dell’Appennino.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80182" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-768x1024.jpeg" alt="" width="445" height="593" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 445px) 100vw, 445px" /></p>
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		<title>Nelle isole estreme</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/08/17/nelle-isole-estreme/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Aug 2018 05:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Amy Liptrot]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[memoir]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Amy Liptrot, Nelle isole estreme, Guanda editore, 2017, 258 pagine, traduzione di Stefania De Franco Vivere nell&#8217;arcipelago delle Orcadi significa trascorrere l&#8217;infanzia e l&#8217;adolescenza sferzati da un vento impetuoso e incessante. Significa accettare la natura soverchiante, gli orizzonti infiniti del Mare del Nord, sentirsi al contempo liberi da ogni vincolo e prigionieri [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-75272" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/liptrot.jpg" alt="" width="493" height="355" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/liptrot.jpg 493w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/liptrot-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/liptrot-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/liptrot-200x144.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/liptrot-160x115.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 493px) 100vw, 493px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Amy Liptrot, </b><i><b>Nelle isole estreme</b></i><b>, Guanda editore, 2017, 258 pagine, </b>traduzione di Stefania De Franco</p>
<p align="LEFT">
<p align="JUSTIFY">Vivere nell&#8217;arcipelago delle Orcadi significa trascorrere l&#8217;infanzia e l&#8217;adolescenza sferzati da un vento impetuoso e incessante. Significa accettare la natura soverchiante, gli orizzonti infiniti del Mare del Nord, sentirsi al contempo liberi da ogni vincolo e prigionieri dei pregiudizi e dei confini insulari. Una esistenza duale, bipolare, esaltante e deprimente.</p>
<p align="JUSTIFY">Per Amy Liptrot ha significato, raggiunta la maggiore età, fuggire da questo inferno paradisiaco e cercare il proprio destino in un paradiso infernale. Londra. La città globale, la metropoli artificiale. Dove i rapporti umani si dimostrano altrettanto artificiali, dove cadere nel baratro dei propri turbamenti significa sprofondare nell&#8217;alcol, nelle droghe, negli eccessi senza fine.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>Nelle isole estreme</i> non è fiction né autofiction. La voce dell&#8217;Io narrante è davvero quella dell&#8217;autrice. Questo libro è il resoconto a ciglio asciutto di come una ragazza talentuosa, sensibile e intelligente, ha creduto di poter trovare la libertà nella dipendenza, nell&#8217;umiliazione, nella perdita della dignità, raccontandoci senza sconti, senza autocompiacimento, colma di vergogna, di nottate nei letti di estranei o riversa nel proprio vomito ai bordi delle strade.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma è anche il diario di una rinascita. Di chi per ritrovare se stessa è tornata alle proprie origini. Di chi, per placare il vento furente che la devastava dentro, ha cercato la riabilitazione nella potenza delle tormente invernali delle Orcadi. E fra nuotate nelle acque gelide, appostamenti alla ricerca di uccelli rari di passo o infinite camminate di perlustrazione, isola dopo isola, cercare gli appigli di una nuova dignità, consapevole che, se non si potrà mai uscire dalla dipendenza, la lotta per governarla è un più alto obbiettivo. Questo resoconto di ventiquattro mesi di astinenza sono lì a testimoniarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione <em>n° 9 del 28 febbraio 2017</em>)</p>
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		<title>Diario parigino 1. Visita alla moschea</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/01/15/diario-parigino-1-visita-alla-moschea/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2016 13:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[attentati di Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[Junior Marvin]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[Parigi è un desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/DSC00169-2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-59253" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/DSC00169-2-300x160.jpg" alt="DSC00169 (2)" width="300" height="160" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/DSC00169-2-300x160.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/DSC00169-2-1024x548.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/DSC00169-2.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Un po’ di anni fa, sei o sette, ho sentito il bisogno di chiudere i conti con una città dove avevo vissuto in modo discontinuo per un certo periodo di tempo, una città che non era né quella dove sono nato né quella in cui sono cresciuto, una città straniera, molto celebre in Europa e nel mondo, ossia Parigi. Per chiudere quei conti, mi sono messo a scrivere. Non sapevo bene cosa né in che forma. Non me ne sono preoccupato e ho continuato alla cieca per diverso tempo. Alla fine, tutto questo scrivere ha assunto la forma di un romanzo dal titolo <em>Parigi è un desiderio</em>, che uscirà in primavera. Quando questo romanzo l’ho consegnato, pensavo di aver esaurito un’ossessione. Così non è stato. <span id="more-58800"></span>Mentre ancora scrivevo, avvennero i fatti spaventosi di gennaio (17 persone ammazzate dai terroristi e 3 terroristi ammazzati dalle forze di polizia) e, a scrittura terminata, i fatti ancor più spaventosi del 13 novembre (130 persone ammazzate dai terroristi e 7 terroristi suicidi o ammazzati dalle forze di polizia). Due scuotimenti brutali, che dalle strade di Parigi si sono trasmessi al mio sistema di conoscenza del mondo, come probabilmente a quello di tante altre persone, europee o meno.</p>
<p>Il regolamento di conti che mi ha impegnato molti anni muoveva da questioni biografiche e circoscritte, ed è stato per queste vie idiosincratiche che ho costruito un certo sguardo sulla città. Ora accade qualcosa di diverso. Delle cose facili da capire e perfettamente enigmatiche, delle cose che ho visto migliaia di volte al cinema e in televisione e che mi sembrano impossibili, delle cose fatte qui vicino, in posti dove io stesso ho messo piede, e che assumono le fattezze di zone oscure, non appartenenti al nostro sistema solare, delle cose che gli opinionisti hanno spiegato in mille modi, anche se tutti molto somiglianti, e che gli analisti politici già sapevano a memoria ancor prima che accadessero, queste cose qui hanno colpito Parigi e a me sembra persino che comincino a mutarne il carattere.</p>
<p>Le stragi di Parigi non costituiscono una novità assoluta. Altre stragi con modalità simili e ancora più sanguinose sono avvenute e continuano ad avvenire in altre parti del mondo. Ma quelle di Parigi, però, parlano <em>a noi </em>in modo più perentorio, a noi parigini, francesi, europei, a tutti quelli, soprattutto in occidente, che stanno ancora dalla parte abbastanza prospera, abbastanza pacificata, del mondo. Ci parlano con l’orrore e l’assurdità dei corpi qualunque trucidati. In altre parti del mondo, è moneta corrente, un esperanto sanguinario che tutti riconoscono, o con cui certuni sanno di farsi riconoscere, al di là delle lingue, culture o confessioni religiose diverse. Per noi, è divenuta la frase al tempo incomprensibile ed eloquente di un oracolo mortifero. Lo chiamiamo <em>sintomo</em>, sintomo di una serie di crisi che s’intrecciano a livello nazionale e internazionale. Sono crisi dell’anima e del petrolio, della civiltà e della metafisica, crisi rispetto a cui, nonostante lo sforzo intellettuale di tanti opinionisti, i francesi, ma anche buona parte degli europei e degli occidentali, percepiscono un disagio che è a un tempo intellettuale ed etico. Questo duplice disagio è quello di chi fa fatica a trovare una chiave di lettura soddisfacente, e nello stesso tempo di chi è pressato, sul piano pratico, della deliberazione quotidiana, a mutare qualcosa della propria condotta di vita. Queste stragi io le ho sentite come un <em>ultimatum</em> indirizzato dalla realtà contemporanea alle forme di vita di noi europei, un <em>ultimatum</em> che dice due cose simultaneamente: “è ora di aprire gli occhi” e “è ora di agire”. D’altra parte, è impossibile agire ad occhi chiusi o con la vista annebbiata, da qui la difficoltà di costruire una visione sufficientemente ampia e articolata, per includere il paesaggio storico dentro cui quegli eventi si sono resi possibili. Nello stesso tempo, quanto ho appena scritto potrebbe essere solo una frase di cerimonia, una cerimoniosa frase di speranza, dal momento che nessuno aprirà davvero gli occhi, e che nessuno farà alcunché in grado di spostare almeno un poco il fronte del conflitto o i termini in cui esso pretende di affermarsi.</p>
<p>In questa situazione, ho deciso di tenere un diario. Come sempre, la scelta del genere non è indifferente. Mi sembra che un diario mi dia la possibilità di costruire dei ponti tra il grande mondo là fuori e la mia piccola vita qui dentro, anche se non c’è nessun dentro e fuori, non ci sono pluralità di mondi, ma c’è un unico mondo in cui siamo brutalmente situati in un <em>stesso tempo</em>, che però non si conosce, che è inconsapevole di sé, dal momento che ciò che ognuno veramente conosce è il <em>proprio tempo</em>, individuale o collettivo, ossia il tempo della propria memoria, della propria biografia intellettuale o collettiva, tempo lacunoso, tempo lentissimo e a volte immobile, tempo di tutti i ritardi e le intempestività.</p>
<p>Non so, in realtà, come funzionerà questo diario, né se sarò sufficientemente motivato a prolungarlo, a fornirgli un minimo di continuità o coerenza. Mi sembra però l’unica forma di scrittura, in questo momento, che mi tenga lontano dall’ambizione dell’<em>opera</em>, quale essa sia (un racconto, una poesia, una prosa) e dall’ambizione del <em>giudizio</em>, ossia dell’intervento teorico, che pretende oltrepassare il proprio oggetto, giudicandolo. Accetterò questa duplice deficienza di <em>forma</em> e di <em>concetto</em>, per salvaguardare una sorta di equanime apertura al mondo, in cui i piccoli fatti e i fatti tremendi si possano intrecciare oscenamente, come in questo appunto tratto dai <em>Diari</em> di Kafka e che mi ha sempre affascinato: “2 agosto [1914]. La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Visita alla moschea</em></p>
<p>Settimana scorsa, alcuni giornali e alcune radio hanno dato la notizia che durante il week-end le moschee avrebbero aperto le porte ai non musulmani, insomma a tutti i francesi che non frequentano questi luoghi di culto. La giornata moschee “porte aperte”, se ho ben capito, avviene in realtà ogni anno, ma forse quest’anno è stata più pubblicizzata. Nella cittadina dove vivo io, a una quindicina di chilometri da Parigi, non ci sono moschee, anche se la comunità musulmana è senz’altro numerosa. Da noi c’era solo una piccola mostra, realizzata nella chiesa protestante – un luogo esageratamente brutto –, riguardante le caricature religiose. Temerari protestanti. In realtà, la mostra è stata programmata nel 2013, e questo mese è stata aperta al pubblico non senza un certo imbarazzo. Mia moglie c’è andata, e mi ha detto che c’era un sacco di gente. Il protestantesimo parrebbe la confessione religiosa più a proprio agio con le caricature e gli atti blasfemi. Si sono allenati fin dal Cinquecento a rappresentare papi come sciacalli divoratori di escrementi.</p>
<p>Non faccio in tempo a parlare a mia moglie di questa faccenda delle moschee aperte, per constatare se la cosa le interessi. Anche lei ha avuto la stessa idea e per di più ha già organizzato tutto. Ha individuato una moschea e domenica partiamo visitarla con nostra figlia di cinque anni. Due atei in visita alla moschea. Mia moglie è di solito più interventista di me. Soprattutto ha una gestione disinvolta e dinamica della logistica. Io esibisco una ricchezza sconfinata di iniziative, di cui solo una ridottissima percentuale viene realizzata, proprio per una certa pigrizia logistica. Partiamo con un tempo da cani. Guida mia moglie (io sono un pessimo guidatore, e mi sono già dimostrato pericoloso per l’incolumità familiare). Ascoltiamo come al solito <em>Police and Thieves</em>, un album di reggae di Junior Marvin del 1977. Da almeno cinque mesi, ascoltiamo in modo particolare le prime due canzoni dell’album, manifestando una inquietante ma irresistibile propensione monomaniacale. Il tempo fa schifo. Enorme pozze ai lati della strada, notte già alle quattro del pomeriggio, pioggia battente. Arriviamo comunque senza difficoltà nel posto dove dovrebbe essere situata la nostra moschea. Siamo a circa quaranta chilometri da Parigi, in una cittadina di quindicimila abitanti. Ci ritroviamo davanti al numero civico. Vi è una cancellata aperta e si entra in un piccolo piazzale. Di fronte un edificio basso e rettangolare, con delle porte sprangate. Sulla prima porta c’è scritto <em>Boxe</em>, sulla seconda <em>Arti marziali</em>. Alla fine, sulla sinistra, avvistiamo una casetta bassa, carina, dipinta di bianco, con della luce alle finestre. Ad ogni finestra vi sono delle tende e non è facile vedere dentro. Sull’angolo, però, c’è una porta finestra. Riesco a scorgere delle persone e una pila di libri, con scritte dorate in caratteri arabi in copertina. Ci siamo. Ma non assomiglia lontanamente a una moschea. Mi viene l’idea di penetrare per la porta finestra, ma mi accorgo che proprio contro di essa è sistemato una sorta di altare, e se insistessi con la mia nota brutalità l’incontro comincerebbe con una sorta di gag disastrosa. Troviamo la buona entrata. Siamo timidi. La porta è aperta, tappeto rosso per terra, scarpiera su di un lato, e qualche paio di scarpe buttate a terra. Mia moglie potrà entrare oppure no? Mi affaccio sulla sala non molto grande. Ci sono una quindicina di persone che già stanno pregando, dandomi le spalle. Solo un giovane appoggiato al muro guarda inespressivamente verso di me. Non mi fa alcun cenno. Aspettiamo. Finalmente arriva un tipo da fuori. È alto, magro, viso aguzzo, qualche dente d’oro, sorridente, indossa una lunga tunica e un berretto scuri. Subito si rivolge a noi, e gli spieghiamo il motivo della visita. Scopriamo che non siamo ovviamente in una moschea, ma in una semplice sala di preghiera, e che essendo una sala piccola non c’è la parte riservata alle donne. Complicazione. Mia moglie quindi non può entrare. Il tipo ci spiega, che dopo la preghiera saranno ben contenti di parlare con noi. Per il momento mia moglie se ne torna in macchina, parcheggiata poco lontano, perché fuori, sulla soglia, fa freddo. Io mi siedo con mia figlia davanti alla porta della sala di preghiera. La litania araba è bella e ipnotica. Non c’è che dire. Con la voce ci sanno fare.</p>
<p>Dopo la preghiera, la maggior parte delle persone se ne va. Mi fanno entrare nella sala. Mia figlia gioca con una coppia di bimbi più o meno della sua età. Mi sento vicino a quei bimbi. Come loro, lì, non ho un ruolo definito. Le bimbe, per esempio, non sono ancora separate dal mondo dei maschi. Privilegio dei piccoli. Non so bene ancora quale delle persone che passano e mi salutano, si occuperà di me. Ma sento che, come è prevedibile, si tratta di una questione di autorità. Il tipo sorridente dal viso aguzzo, comincia a parlarmi. Mi dice subito che è un convertito, e che la fede musulmana è strettamente legata alla pratica, e quindi ha degli alti e dei bassi. Si riferisce alla sua esperienza. Mi basta questo per immaginare un poco la sua storia. Non deve avere alle spalle belle vicende. Consumo di droga, spaccio, condanne per piccoli crimini, o semplicemente una giovinezza dura, sbandata, piena di avvenimenti di cui non si può andare fieri? La credenza religiosa come una solida e completa infrastruttura etica, che ti estrae dalle pastoie della vita, dal disastro della coazione a ripetere, da tutte le fragilità del carattere, le ferite mentali, le amputazioni intime, e ti mette su solidi binari, dentro una rete di rituali certi e ripetitivi, in mezzo a una comunità entro la quale hai il tuo posto assicurato.</p>
<p>Abbandoniamo la sala grande e ci sistemiamo di fronte, in una stanzetta molto più piccola e incasinata, che è riservata in altre occasioni, mi sembra di capire, alle donne. Mi chiedono di mia moglie. Spiego loro che, visto il freddo, si è rifugiata in macchina, in attesa che la situazione si chiarisse. La chiamo per telefono. Siamo in quattro nello stanzino: noi due, un signore che avrà tra i trenta e i quarant’anni, e un altro un po’ più vecchio, con una barba folta e un bel viso segnato dalle rughe, che si è messo a trafficare per preparare il tè. Mi figlia è andata a giocare con l’altra coppia di bambini nella sala della preghiera, che ora è rimasta quasi vuota. Il tipo più giovane inizia a parlarci dell’organizzazione della pratica, delle feste religiose importanti, poi ben presto s’infila in spiegazioni relative al corano, al rapporto tra musulmani, cristiani ed ebrei, cita un numero foltissimo di profeti, e utilizza la metafora del meccanico. Dice che i profeti ebrei, sono venuti per aggiustare le cose, hanno cominciato il lavoro, ma presto non son riusciti ad andare avanti, poi è arrivato Gesù che ha fatto di meglio, infine Maometto a portato a termine il lavoro come dio comanda. (Io ho brandito la mia educazione cattolica come una sorta di lasciapassare o, semplicemente, per rompere il ghiaccio. Ma è anche vero che nei primi scambi con il tipo dal viso aguzzo, ho subito chiarito che non ero credente. E l’informazione secondo me è stata trasmessa al tipo che ci parla, perché in diversi momenti, oltre a nominare cristiani ed ebrei, cita anche gli atei.)</p>
<p>Si definisce molto presto questa situazione. Il tipo, pur non essendo un imam, pare però quello che possiede più autorità religiosa, ed è quasi unicamente lui che ci rivolge la parola. Quello che prepara il tè ascolta in silenzio, e interverrà solo verso la fine. Poi c’è il giovane convertito, che nel frattempo ci ha raggiunto, e che muore dalla voglia di dire la sua, ma si trattiene per ragioni gerarchiche. Le domande che io ho in testa sono di un certo tipo. Sono curioso di capire come funziona una sala di preghiera come la loro, nella società francese di oggi, in un comune un po’ disperso dell’Ile de France. Dietro al fatto religioso, a me interessa il fatto sociale. Il tipo, invece, è assolutamente concentrato sulla dottrina dell’islam, e mi parla di tutti i benefici per l’uomo di avere una fede come quella islamica, che è presentata ovviamente come la migliore in circolazione. Conosco bene questa faccenda. Questo prevedibile proselitismo, che anima anche ogni buon parroco di provincia nel mondo cattolico. Solo che i preti da noi, oggi, sono più disincantati e anche più scafati: la prendono più alla larga. In ogni caso, devo interrompere queste fitte narrazioni intorno al corano o ai tempi pre-coranici, con domande più mirate, che ci portino più verso il presente e la vita di tutti i giorni. Ma è appunto dal presente e dalla vita di tutti i giorni che la narrazione religiosa deve in qualche modo astrarsi, per prendere spazio in una zona franca, al di sopra delle miserie, dei conflitti, delle infinite varietà di circostanze storiche, per ripetere il medesimo <em>plot</em>, sacro e cristallino. D’altra parte, la storia presente è un’immensa palude, che spesso il forsennato volontarismo non rende più percorribile, di quanto lo consenta la narrazione religiosa, con il suo carattere autoreferenziale e fluttuante.</p>
<p>Comunque un vero scambio è avvenuto, nei momenti in cui la macchina del proselitismo s’imballava, e s’imballava anche la mia curiosità preconcetta. Si è discusso, alla fine, della diffidenza reciproca, in un contesto come quello legato agli attentati. Di come sia possibile venirne fuori. Buoni propositi di questo tipo, che però hanno fatto bene a tutti noi in quel momento, per fragili e ingenui che fossero. Mia moglie notava poi che, pur essendo arrivati all’improvviso e in un tardo pomeriggio di domenica, in poco tempo sono stati in grado di accoglierci, di offrirci del tè, e di rendersi disponibili a una lunga chiacchierata. In ogni caso, abbiamo appurato che la sala di preghiera dove siamo finiti nulla c’entrava con l’elenco delle moschee “porte aperte” che erano state segnalate sul giornale. La disinvoltura logistica di mia moglie ha i suoi limiti: nella fretta aveva digitato su <em>google maps</em> una cittadina con un nome simile. E invece di trovarci di fronte a un’autentica moschea in ghingheri, pronta all’accoglienza degli infedeli, eravamo piombati in una sperduta sala di preghiera, lontano dai grandi centri. “Avremmo potuto finire in una sala di preghiera &#8216;radicalizzata&#8217; – scherzo mentre torniamo a casa –, nel buco del culo della provincia parigina, dove un paio di sbandati lupi solitari incapaci di mettere in piedi un serio attentato, cercavano un modo facile per far fuori qualche miscredente. E noi gli saremmo arrivati in bocca.”</p>
<p>Prima di salire in macchina, il tipo dal viso aguzzo ci insegue nel cortile. Vuole farci un piccolo regalo. Tira fuori una boccettina di profumo. Si scusa, è profumo da uomo. Lo ringrazio. Si vede che è contento, e si congratula per il fatto che siamo dei tipi aperti e che si vede, comunque, per via che io bianco sto con una tipa di colore. Non è che dica proprio così, ma salutandoci ci tiene a farci sapere che la sua compagna è africana. Mia moglie è meticcia, madre francese e padre della Guadalupa. La faccenda del <em>metissage </em>è molto importante in un paese come la Francia, ma già lo è anche per l’Italia. Chi corre più veloce, l’odio razziale o l’amore tra le persone? Messa così suona un po’ fiabesca. Eppure non siamo lontani dalla realtà. Più numerosi sono i matrimoni e le unioni miste, più grande è il numero dei meticci in circolazione, e più il razzismo e la sua ossessione identitaria perdono terreno. Qui le statistiche del demografo hanno delle cose da dire. Consiglierei a tutti di leggere un capitolo di <em>Après la démocratie</em>, un libro di Emmanuel Todd, demografo e antropologo, uscito nel 2008 e intitolato <em>Ethnicisation?</em> Non solo per le conclusioni a cui arriva, ma soprattutto per il metodo che utilizza. (Todd non piace, in genere, ai marxisti, per il semplice fatto che non è marxista. Ma questo è un problema di un sacco di persone che si richiamano oggi al marxismo: sono in grado di ascoltare e leggere solo discorsi con il marchio d’origine marxista controllata e garantita. Attitudine deleteria. Chissà chi avrebbe dovuto, allora, leggere il povero Marx, quando ancora non esistevano studiosi e intellettuali marxisti in circolazione?) Se si guardano le società attuali attraverso l’occhio del demografo (e dell’antropologo), oltre ad abbandonare un certo catastrofismo, si rinuncerebbe anche a segnalare una nuova rivoluzione antropologica ogni dieci anni. Vecchia lezione di Musil (e della scuola storica delle Annales): sotto l’agitazione convulsa dell’attualità politica, alcune strutture sociali dipendono da evoluzioni molto più lente e si rivelano sul lungo periodo.</p>
<p>Una cosa mi ha sorpreso della conversazione con il responsabile religioso della sala di preghiera. Non ho mai sentito in lui né vittimismo né spirito di rivendicazione. Ad un certo punto evochiamo le reazioni della società francese nei confronti della popolazione di religione musulmana dopo gli attentati: il rischio crescente di una stigmatizzazione generale, ecc. Lui mi risponde tranquillamente, che tutto ciò non lo riguarda, che insomma non si fa condizionare da questo clima, che continua a seguire come prima la pratica dell’islam, e a portare tunica e berretto tradizionali del praticante.</p>
<p>Mi è piaciuto il giro moschee “porte aperte”. In realtà, sono situazioni di cui vado pazzo: incontrare gente che non c’entra niente con me, e parlare di qualcosa che non sia possibilmente il costo di uno smartphone o il grado di nuvolosità del cielo. Mi è sempre piaciuto poi, da ateo quale sono, dialogare con credenti di ogni genere. C’è sempre un momento in cui vorrei strangolarli, ovviamente. Hanno voglia a spiegarmi che il multiculturalismo è l’ultimo e inevitabile orizzonte del pensiero di sinistra. Dopo un po’ che sento argomentazioni di carattere religioso, che ascolto in una prima fase con diletto conoscitivo, fascinazione, curiosità, subentra una sorta di repentina esasperazione. Di colpo non capisco più nulla. “Ma di che diavolo stanno parlando?” Qui forse tocco i limiti del mio multiculturalismo. (Uso ironicamente il termine “multiculturalismo”, perché si tratta di una nozione per me in gran parte oscura. Non si tratta di essere pro o contro, si tratta di capire – anche in questo caso – di cosa si sta parlando. Mi sono reso conto almeno di una cosa. Per avere una posizione chiara a riguardo, con dovuta padronanza semantica e concettuale della questione, dovrei darmi almeno un mese di tempo per una serie di letture mirate e continuative. Le necessità materiali e lavorative non mi permettono, per ora, una tale vacanza-studio. Ma rimane una partita aperta.)</p>
<p>*</p>
<p><em>[Immagine: da un&#8217;opera di Claude Closky.]</em></p>
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		<title>cinéDIMANCHE #09 JONAS MEKAS  As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Dec 2014 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty]]></category>
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		<category><![CDATA[Diario]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Mariasole Ariot</b><br /><br />
Un diario è segnare (o sognare) tracce per poterci poi tornare, ricalpestare le impronte sulla neve, ri-scrivere una vita sulla vita, costruirne una seconda, darle forma per il dimenticabile che si prepara a lasciarci un istante successivo all’accadimento.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><div style="width: 500px;" class="wp-video"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('video');</script><![endif]-->
<video class="wp-video-shortcode" id="video-49797-1" width="500" height="337" poster="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/mks.jpg" preload="auto" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://www.suave-est-nus.org/mks.mp4?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/mks.mp4">http://www.suave-est-nus.org/mks.mp4</a></video></div></center></p>
<p style="text-align: right;"> di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><i>Faccio film di famiglia, quindi vivo. Vivo, quindi faccio film di famiglia<br />
Jonas Mekas</i></p>
<p>Un diario è segnare (o sognare) tracce per poterci poi tornare, ricalpestare le impronte sulla neve, ri-scrivere una vita sulla vita, costruirne una seconda, darle forma per il dimenticabile che si prepara a lasciarci un istante successivo all’accadimento.</p>
<p><strong>Fragments of paradise </strong>– dice : un accesso alle zone intoccabili, indicibili, che raccontano una storia senza storia, la restituiscono con un gatto che si scosta, un letto rifatto, due more che verrano mangiate, un caffé, una parata. I frammenti di vita si slegano dalla cronistoria per mescolarsi, restituendoci particelle di voci e di suoni e visioni e immersioni interstiziali.</p>
<p><em>The first idea was to keep them chronological, but then I gave up […] because I real don’t know where any peace of my life really belongs</em></p>
<p>Siamo nei margini, nell’esilio di chi ha lasciato la propria terra – la Lituania, nel villaggio di Semeniškiuose dove Mekas è nato, cresciuto e da cui è fuggito durante l’occupazione stalinista – per fare i conti con il <em>sopravvissuto</em>.<br />
Non nostalgia del perduto ma nuova narrazione di un trascorso impossibile a perdersi, e che deve essere rievocato. I filmini familiari s’intrecciano al ciò che sta fuori – due bimbi che catturano gli animali dai fiori, la sabbia soffiata dalle mani, una fisarmonica a Soho :</p>
<p><i>About a man whose lip is always trembling from pain and sorrow experienced in the past which only he knows</i></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/mekas4.png" alt="mekas4" width="640" height="320" /></p>
<p>Jonas abbandona la sua terra con il fratello Adolfas nel 1944 : classificati come sovversivi per la partecipazione ad un giornale anti-regime, nel treno che li portava a Vienna, vengono intercettati : sono gli anni dell’Elmeshorn, a <i>Displaced Person Camp</i>.</p>
<p>Sono gli anni delle poesie, sono diari, sono lettere. <i>I Had Nowhere to Go </i> verrà pubblicato nel 1991.</p>
<p>[…]<i>Nessuno ci sta guardando mentre leggiamo o scriviamo, nessuno urla o grida. I mostri di Bosch se ne sono andati.</i>, scrive al fratello da WiesBaden.</p>
<p>Il 1949 è l’America. Dal diario ai <em>film-diary</em>, dai <em>film-diary</em> ai <em>diary-film</em>.</p>
<p>Diari che contengono la metamorfosi, permettono la trasformazione dell’esserci senza che la metamorfosi crolli nella deformità : e Mekas, passato alla forma filmica del cinediario, diventa occhio che guarda ma che guardando non si sottrae dall’essere guardato : Mekas entra nella pellicola : con la voce, con gli intertitoli tra una scena e l’altra, entra con una mano, un movimento del braccio, un passaggio di strumento che lo riprende, rimescola le parti, le date si sovrappongono, accadono inversioni, spostamenti temporali : è riscrivere una vita. La propria di <strong>displaced person</strong> ritrovando in una memoria che da intima si fa collettiva, un posto che gli era stato sottratto. <em>As I was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty</em> (2000) è forse la composizione del lavoro di tutta una vita.</p>
<p>Non un attaccarsi al passato senza elaborazione del lutto, ma un’elaborazione del passato che lotta in direzione del vissuto.</p>
<p class="MsoNormal"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50185" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/mekas1.jpg" alt="mekas1" width="240" height="311" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/mekas1.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/mekas1-231x300.jpg 231w" sizes="auto, (max-width: 240px) 100vw, 240px" /><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50187" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/mekas3.jpg" alt="mekas3" width="249" height="311" /></p>
</blockquote>
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		<title>Diario dell&#8217;occhio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Dec 2008 00:05:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[copertine]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[grafica]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Scarabottolo]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
		<category><![CDATA[occhio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Guido Scarabottolo [piccolo circolo virtuoso: un grafico che recensisce un recensore di grafici. Perché chi ama i libri sa che un libro è anche la sua copertina. G.B.] Ho tra le mani questo volume. Il peso è superiore a quello che ci si attenderebbe. Un tempo (non mi ricordo dove l’ho letto) il peso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/726diario.jpg" alt="" title="726diario" width="126" height="250" class="alignnone size-medium wp-image-12526" />  di <strong>Guido Scarabottolo</strong></p>
<p>[<em>piccolo circolo virtuoso: un <a href="http://www.scarabottolo.com/">grafico</a> che recensisce un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Belpoliti">recensore</a> di grafici. Perché chi ama i libri sa che un libro è anche la sua copertina.</em> G.B.]</p>
<p>Ho tra le mani questo volume. Il peso è superiore a quello che ci si attenderebbe. Un tempo (non mi ricordo dove l’ho letto) il peso superiore a quello prevedibile era considerato, per una persona, prova certa di dedizione alla stregoneria. In questo caso è semplicemente dovuto all’impiego di carta patinata, invece della solita uso mano, per le pagine interne. La patinatura consente una resa migliore delle immagini a colori, ma il peso induce ad attendersi una certa densità di contenuto (e in effetti così sarà). <span id="more-12525"></span><br />
Le dimensioni sono poco usuali: 14 centimetri di base per 28 di altezza, due quadrati sovrapposti. A parte il fatto che la collana cui il libro appartiene, diretta da Andrea Cortellessa per l’editrice Le Lettere di Firenze, si chiama <a href="http://www.lelettere.it/site/e_SuppliersList.asp?IdSupplier=60&#038;LetterBar=&#038;filtrosql="><em>fuori formato</em></a>, non riesco a trovare un motivo ragionevole per questa scelta (la collana, se non sbaglio, non ha misure fisse). Se la ragione fosse quella di voler contenere in un singolo specchio (in tipografia si chiamano così le due pagine aperte) ciascuna delle cento riflessioni che compongono il libro, il risultato si sarebbe potuto ottenere anche ricorrendo a proporzioni della pagina più canoniche. Chissà.<br />
Le riflessioni/recensioni sono apparse nell’arco di cinque anni, tra il 1998 e il 2003, sulla <em>Talpa Libri </em>de <em>il Manifesto</em>. Sono recensioni che parlano di libri (e non solo di libri) a partire da, e attraverso, le copertine.<br />
Dice l’autore, Marco Belpoliti, nella prefazione: «La mia idea iniziale, cui mi sono poi mantenuto fedele, era di trovare una via di comunicazione e di accesso a entrambi: un sentiero che dalla copertina porta all’opera che c’è «dentro», ma anche il contrario. Valutare i libri non solo per come erano scritti – e di cosa parlavano – ma anche da come erano presentati. La copertina, piccola coperta, è la prima cosa che si vede del libro-letto; ma poi c’è il cuscino, le coperte e anche il materasso.»<br />
(Ecco forse l’origine delle proporzioni di questo libro: sono le stesse di un letto, singolo quando il libro è chiuso, matrimoniale quando è aperto. E poi, <em>leggere</em>, <em>letto</em>…)<br />
La rubrica della Talpa Libri si chiamava Diario dell’occhio e questo è anche il titolo del libro. Sarà poi per tutto il lavoro di riflessione sulle copertine fatto da Belpoliti, ma questa del suo libro è fortissima. Un occhio pensoso che si accinge a scrivere (felice disegno di Vito Roma), un occhio di cui ti è impossibile non ricambiare lo sguardo, salvo accorgerti che quello sguardo passa attraverso e oltre te, pur lasciandoti la sensazione di continuare a seguirti. Irresistibile.<br />
Fra parentesi, il progetto grafico è di Paola Lenarduzzi, <em>studiopaola</em>. Fra parentesi, ma non troppo, in accordo con Belpoliti che dice: «La terza cosa è stata l’attenzione ai grafici, categoria negletta e bistrattata, ma assolutamente fondamentale nell’industria libraria. Sono loro che rivestono i libri e, in qualche maniera, ne decretano il successo o l’insuccesso a prima vista (non è sempre così ma quasi)».<br />
Irresistibile dunque. E se rovesci il libro per liberartene ti ritrovi Marco Belpoliti che ti osserva sornione. Questa volta il disegno è di Tullio Pericoli (e tanto basti).<br />
Allora l’occhio. Quest’occhio intenso e insieme svagato ben rappresenta l’andamento degli scritti che il libro racchiude. Precisi e attenti circa i contenuti, diciamo così, “obbligatori” quando si fa una recensione, ma prontissimi a imboccare e percorrere, o almeno a indicare, tutti i sentieri che si aprono alla memoria o alla curiosità. In mille direzioni. Senza perdersi. Un approccio che permette di parlare di tutto, di tutti i libri, libri di qualità, best-seller, letteratura di genere, saggistica, editoria per l’infanzia, fumetti e dei loro infiniti contenuti senza snobismi, ma anche senza abbassamenti di tono.<br />
Dice Belpoliti: «Cerco le cose che…funzionano, in positivo, che fanno crescere la conoscenza e persino la bellezza del mondo perché sì, certo, «la bellezza è una promessa di felicità»…Personalmente preferisco l’abbrivio e lo slancio, anche a costo di rischiare di sbagliarmi (tanto poi si sbaglia quasi sempre).»<br />
Così, ad esempio, parlando del <em>Nuovo Commento</em> di Giorgio Manganelli, riesce a parlare della copertina di <em>Cosa vuole l’America</em> di H. A. Wallace, del <em>Trattato di architettura grafica</em> di Frassinelli, di <em>Paesi tuoi </em>di Cesare Pavese, di tutti i grafici che hanno lavorato per Einaudi, degli autori che solevano partecipare alla scelta delle copertine, del <em>Politecnico </em>di Albe Steiner, di Giulio Einaudi e di Giulio Bollati, concludendo che «La storia dell’editoria non è solo un lavoro di “contenuti”, ma soprattutto di “forma” o meglio: un lavoro visivo in cui l’occhio-mente ha un ruolo decisivo sia nella scelta dei testi come delle copertine».<br />
Altrove riesce a parlare di disegno, di filosofia, di colore, di polvere, di cravatte, di disegno dei caratteri tipografici, di sesso, di post-it, di pelle, di asfalto…<br />
Ecco, moltiplicate per cento queste divagazioni, diramazioni (nei rami il flusso è bidirezionale, allontana e contemporaneamente avvicina al tronco) e avrete un’idea della ricchezza di queste pagine. Non sto parlando di quantità.<br />
Ad arricchire ulteriormente il volume contribuiscono poi Italo Lupi e Mario Barenghi.<br />
Naturalmente, di tutti i cento libri recensiti, sono riprodotte a colori le copertine. I dorsi di 45 di essi appaiono in seconda e terza di copertina (una copertina segreta) e il dorso di un altro, <em>L’arcobaleno della gravità</em> di Thomas Pynchon, correda una divagazione sulla questione dei dorsi e sulle consuetudini culturali: da che parte viene il torcicollo a un lettore occidentale?</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Tutto Libri <em>de </em>La Stampa<em> del 4-10-2008</em>]</p>
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		<title>Giovedì 6 settembre 2007, 13:37 : Diario chiude e volta pagina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Sep 2007 08:24:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[Undici anni, un po&#8217; di storia, molti ringraziamenti e progetti per il futuro Mercoledì 23 ottobre 1996, allegato al quotidiano L’Unità, usciva il primo numero di Diario della settimana, che si autodefiniva giornale dedicato alla «buona lettura», all’inchiesta e al reportage. Dopo un anno Diario se ne andò da solo nel perigliosissimo mare delle edicole. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Undici anni, un po&#8217; di storia, molti ringraziamenti e progetti per il futuro<br />
</strong></p>
<p>Mercoledì 23 ottobre 1996, allegato al quotidiano <em>L’Unità</em>, usciva il primo numero di <em>Diario della settimana</em>, che si autodefiniva giornale dedicato alla «buona lettura», all’inchiesta e al reportage. Dopo un anno <em><a href="http://www.diario.it">Diario</a></em> se ne andò da solo nel perigliosissimo mare delle edicole. Questo giornale è durato 567 settimane, cercando di fornire nel corso di undici anni la buona lettura che aveva promesso e di non essere travolto dagli eventi. Alla buona lettura iniziale abbiamo aggiunto nel corso del tempo numeri speciali, libri, film.<br />
<span id="more-4408"></span><br />
Per quanto riguarda i «terribili eventi», l’ironia vuole che nascemmo in Italia con il governo Prodi e lì di nuovo siamo in solo apparente tedio e continuità. Ma quanta corrente è passata in mezzo! Berlusconi, Bush, l’11 settembre, bin Laden (la grande inchiesta su «Guantánamo e le procedure dell’indifferenza» che trovate in questo numero chiude le nostre pubblicazioni), Saddam Hussein, gli immigrati appesi alle reti per tonni e quelli che ce l’hanno fatta ad asciugarsi per venire prontamente a bagnare, molesti, il nostro parabrezza.</p>
<p>Tenere un diario in pubblico, settimana dopo settimana, è un’attività che in questi undici anni è cambiata molto. Il numero di siti web, di blog e in generale lo scambio di notizie è fortunatamente cresciuto a dismisura. La «buona lettura» è stata adottata da molti giornali. La possibilità di sedersi di fronte al proprio lap top e di consultare «in tempo reale» tutte le fonti di informazione del mondo è sempre più alla portata di tutti. Il mercato pubblicitario (l’unico a tenere in vita i giornali) è a noi praticamente precluso, per quella mancanza di <em>do ut des</em> che ci caratterizza e che dal mercato evidentemente è stato ben colto.</p>
<p>Di qui la necessità di fare un pausa. E di ripensarci su. Decisione triste, perché le cose buone (almeno così paiono a noi) dovrebbero essere tenute in vita il più possibile; decisione traumatica per tutti coloro che a <em>Diario</em> lavorano, e molti dalla sua fondazione. Ma, purtroppo, unica decisione possibile per poter pensare di fare qualcosa di nuovo, come è stato <em>Diario</em> alla sua uscita di undici anni fa.</p>
<p>Quindi, per riassumere:<br />
• quello che avete tra le mani è l’ultimo numero di <em>Diario</em> della settimana. Insieme alla carta arriva il nostro ringraziamento a tutti i lettori, i collaboratori, i sostenitori che ne hanno fatto, ne siamo sicuri, una buona esperienza nel panorama del giornalismo e dell’editoria italiana.<br />
• Oggi è martedì 4 settembre e domani non ci sarà la nostra settimanale riunione di redazione. Naturalmente siamo tutti tristi. Le e-mail comunque funzionano.</p>
<p>Certo che se domani una spontanea ribellione di siciliani attacca i poteri della mafia, ci sarà da mordersi le mani a non avere un giornale. Chiediamo ai siciliani di attendere: aspettateci, non siamo ancora pronti. E così a tutti gli altri. In fondo <em>Diario</em> è sempre stato un giornale ottimista.</p>
<p>Speriamo di farci vivi al più presto con un nuovo giornale. Ci stiamo pensando e pensando. Bisognerà fare un giornale (alla fine, a questo tipo di comunicazione siamo legati) che metta insieme le idee fondatrici – la libertà del giornalismo, la nostra frasetta che sta appesa qui in via Melzo 9: «Cercate la verità, nel dubbio un po’ a sinistra»), il gusto di andare sui posti a vedere persone e luoghi, il piacere della lettura, quello che parte dall’occipite e va giù lungo la schiena. Poi bisognerà fare un bell’oggetto, facile da leggere e bello da conservare. Poi bisognerà non smettere di credere che le parole possano dare un contributo, anche se piccolo, ma qualche volta (come è capitato anche a noi) grandissimo, nel cambiare le stupide cose che ci stanno intorno. Poi bisognerà guardare i signori della pubblicità negli occhi e dirgli: «Ce la facciamo da soli».</p>
<p>A tutte queste cose (e speriamo nelle vostre buone proposte) si prova a lavorare. Dovremmo farcela. E anche abbastanza presto. Di sicuro non ci perderemo di vista: ne abbiamo passate troppe insieme.</p>
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		<title>El boligrafo boliviano 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Apr 2007 13:07:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
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					<description><![CDATA[Una nota di Gianni Biondillo sul diario andino di Silvio Mignano Ho conosciuto Silvio Mignano in una di quelle manifestazioni di provincia dedicate agli scrittori che, ho scoperto nel tempo, sono sempre più un modo non solo per farsi conoscere ai lettori ma anche un modo per conoscersi a vicenda. Io di lui non avevo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una nota di</em> Gianni Biondillo <em>sul diario andino di</em> <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p>Ho conosciuto Silvio Mignano in una di quelle manifestazioni di provincia dedicate agli scrittori che, ho scoperto nel tempo, sono sempre più un modo non solo per farsi conoscere ai lettori ma anche un modo per conoscersi a vicenda. Io di lui non avevo letto nulla. Silvio, non me l’ha mai confessato, sono certo che già mi avesse letto, ma per evitare di mettermi in una situazione imbarazzante ha fintamente ammesso di non conoscermi. A tavola, dopo l’incontro pubblico, abbiamo chiacchierato un po’ di tutto. Così nel volgere di poche ore è nata una simpatia naturale per questo mio coetaneo dall’accento indefinibile (ed io ho una certa ossessione per gli accenti, i dialetti, le parlate), e dai romanzi curiosi, ambientati in Africa, nel Centro America, in posti così poco usi dalla nostra letteratura… “E’ che sono sempre in giro per lavoro”, mi ha detto, come fosse un rappresentante di chissà quale azienda. C’era anche sua moglie, una bella e dolce ragazza, incinta, che teneva a bada una bimba graziosissima. Si è parlato di figli. Cosa così rara fra gli scrittori che appena ne conosco uno con prole dimentico di parlare di libri e passo immantinente ai pannolini!<br />
&#8220;Ma si può sapere che lavoro fai&#8221;, gli ho chiesto, ad un certo punto. Quasi intimidito ha ammesso di essere un diplomatico. Prima è stato in Kenia, poi a Cuba dove ha conosciuto sua moglie, ora era a Basilea. A fare che? “Il console”, con un sorriso imbarazzato.<span id="more-3590"></span><br />
Pochi mesi dopo ci siamo rivisti, proprio a Basilea, invitato ad un incontro pubblico. Ho portato con me la mia famiglia, abbiamo pranzato assieme, con le bimbe che saltellavano in giro per la casa. Silvio ha regalato un libro di fiabe scritto da lui, e da lui illustrato, a mia figlia. E poi a me una sua raccolta di poesie. La sua scrittura, intendo proprio la calligrafia, sapeva di antico, di nobile.<br />
Nei mesi appresso ci siamo scritti, nei limiti degli impegni di tutti noi. Mi sono felicitato per la nascita del suo secondogenito, ci siamo mandati gli auguri di Natale. Poi, come nulla fosse, con quella semplicità che gli invidio, col suo modo sussurrato, mi ha comunicato il cambio di indirizzo email. “Ma dove diavolo l’hanno mandato”, mi sono chiesto, leggendo il dominio curioso della nuova email. Gliel’ho chiesto. “In Bolivia”, mi ha detto. Accidenti. Insomma, quasi estorcendoglielo, mi ha  confessato di essere il nuovo ambasciatore italiano in Bolivia. Non solo, aggiungo io. Il più giovane ambasciatore della storia repubblicana nazionale (questa è una cosa che, ora che l’ho scritta, so che lo farà arrossire).<br />
Da qualche mese manda dei “bollettini boliviani” ad una stretta cerchia di amici. Un suo diario, un suo modo di tenere la barra, di fare memoria, per un uomo che non ha più, da anni, una casa dove tornare, la sera.<br />
Quello che ho capito, nel tempo, è che a Silvio le cose gliele devi un po’ strappare di mano. L’ho fatto. Gli ho chiesto il permesso di pubblicare questo suo diario su Nazione Indiana, a puntate. C’è una tradizione di diplomatici letterati in Italia (il primo che mi viene in mente è il mio adorato Dossi) che Mignano sta mantenendo viva e che mi fa piacere condividere con voi.<br />
Qui di seguito c&#8217;è la prima puntata.</p>
<p><em><strong>El boligrafo boliviano</strong></em></p>
<ol>
<em>20 gennaio 2007</em></ol>
<p>Eccoci a La Paz, atterrati all&#8217;aeroporto del Alto alle 23,50 di venerdì 19 gennaio dopo un defatigante viaggio Basilea-Zurigo-Madrid-Lima. Bellissima l&#8217;immagine che ci ha accolti al Callao, la flotta peschereccia, le grandi sagome inquadrate dal finestrino dell&#8217;aereo tra la spiaggia grigia, le onde piatte del Pacifico, il disco rosso del sole morente. Invece le luci de La Paz, viste dall&#8217;aereo in discesa notturna (una delle mie fissazioni), non sono poi così diverse da quelle di qualsiasi altra città del mondo, nel loro consueto alternarsi di arancio e biancoblù su un monotono fondo nero che nulla rivela.<br />
Quando il portellone si è aperto, abbiamo fatto tutto quello che ci era stato raccomandato in questi mesi: alzarsi lentamente, camminare con cautela, attraversando il corridoio dell&#8217;aereo come farebbe un anziano in quello di una casa di riposo, aspettare prima di compiere sforzi bruschi, ad esempio afferrare dalla cappelliera il solito bagaglio a mano pieno zeppo di libri.<br />
Ma non è successo niente, nemmeno un mal di testa, nulla più di quanto ci si potesse aspettare dopo quindici ore di volo.<br />
La macchina dell&#8217;ambasciata ha attraversato le vie del Alto ancora illuminate da lampioni aranciati, da un bagno di luna e da un soffuso chiarore che sembrava generarsi dall&#8217;acciottolato fitto delle strade. Sfilavano case basse quasi tutte uguali, facciate di mattoni rossi incompiute, una città vagamente spettrale ma soffusa &#8211; come dirvi? &#8211; di un&#8217;aria buona che emanava dalla gente (tanta) ancora in piedi a quell&#8217;ora di notte, alcuni attorno a carretti che vendevano da mangiare, altri seduti davanti alle porte di casa o sul bordo basso del marciapiedi. Slogan politici tracciati a mano sui muri, insegne casarecce di officine, tavole calde, rivendite di auto o di pollame, pochi manifesti. Pulizia, un&#8217;impressione onesta e vagamente triste di pulizia.<br />
Quattromila ottanta metri, mi ripetevo.<br />
Poi la strada si è messa a scendere brusca, come il movimento dell&#8217;acqua nel sifone di un lavabo. Ampie curve in senso antiorario ci trascinavano verso il fondo della valle. A un certo punto uno scorcio panoramico, l&#8217;immagine mozzafiato della città capovolta, caduta nella conca sette-ottocento metri più giù.<br />
E&#8217; strano essere accompagnati nella vettura numero uno dell&#8217;ambasciata, sentirsi chiamare ambasciatore a ogni pie&#8217; sospinto, a cominciare dal secondo segretario del Cerimoniale boliviano che ci ha accolti in aeroporto. E&#8217; strano arrivare in residenza, aspettare che il poliziotto dia il via libera all&#8217;apertura del cancello e venga poi a congedarsi e a farsi dire che tutto era perfetto, muchísimas gracias. E&#8217; strano trovare il personale di casa che ti attende schierato in uniforme come la forza di una caserma che presenti le armi.<br />
Alla fine della nottata, prima di andare a dormire, ci siamo bevuti il nostro primo mate di coca.</p>
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