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	<title>diaz &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Zero Dark Thirty. La cancellazione dell’alterità del nemico e l’esibizione della tortura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Feb 2013 11:54:10 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Sono andato a vedere <i>Zero Dark Thirty</i>. Quando ho saputo che negli Stati Uniti avevano già sfornato un prodotto per raccontare cinematograficamente l’uccisione di Bin Laden, sono rimasto lievemente incredulo e ammirato. A nemmeno due anni di distanza dall’evento, la grande macchina narrativa hollywoodiana aveva già fagocitato, elaborato, e confezionato una versione dei fatti da vendere in giro per il mondo con l’intento di far sognare, divertire ed emozionare un pubblico globale. <span id="more-44884"></span>Dopotutto non mi ero perso né <i>Thor </i>né <i>The Avengers</i>, perché avrei dovuto privarmi di un western mediorientale, magari incalzante e spettacolare come <i>Syriana</i>? Oltretutto, m’incuriosiva come Hollywood avrebbe trattato uno degli episodi salienti, il più epico, della guerra contro Al Qaida. Un episodio, per altro, da catalogare nella controversa serie degli omicidi politici. Un episodio, quindi, al tempo stesso trionfale e vergognoso, che va celebrato ma anche nascosto: un trionfo senza esibizione del corpo del nemico trucidato, che è stato fatto sparire con grande premura e cautele in fondo al mare.</p>
<p>Solo una volta entrato in sala, mi sono reso conto che il regista era Kathryn Bigelow, di cui mi era rimasto impresso il notevole <i>Strange Days</i>, tra i migliori film distopici e perturbanti dell’ultimo ventennio. La mia curiosità era ulteriormente accresciuta. Mi chiedevo come ci fosse arrivata la Bigelow dietro la macchina da presa del western terroristico, e soprattutto come lo avrebbe trattato.</p>
<p>In termini strettamente cinematografici, mi verrebbe da dire che <i>Zero Dark Thirty</i> è un film quasi riuscito: i personaggi e i contesti sono abbastanza credibili, la temibile retorica patriottica statunitense è contenuta, il ritmo è implacabile, l’operazione militare che ha portato all’uccisione di Bin Laden scorre nei tempi lenti e tesi del miglior cinema di guerra, come nella seconda parte di <i>Full Metal Jacket</i> per intenderci. Il problema, si dirà, è che nonostante i suoi pregi cinematografici <i>Zero Dark Thirty</i> rimane dall’inizio alla fine inscritto in una narrazione patriottica, filogovernativa, che mai mette in crisi il quadro ideologico generale della guerra al terrorismo islamico. Verissimo, ma è ingenuo forse aspettarsi qualcosa di diverso. Sarebbe stato davvero anomalo scegliere di raccontare l’uccisione di Bin Laden, il più cattivo dei cattivi, l’indifendibile promotore della guerra santa contro l’Occidente, per trasformarla in occasione d’arringa contro i suoi esecutori. La Bigelow sceglie di raccontare la storia di un successo militare, dalle sue fasi germinali alla conclusione felice. Ciò che fa da sfondo a questa operazione militare non è mai interrogato né esplorato. In altre parole, si considera <i>legittima</i> su un piano etico e politico la guerra contro il terrorismo e, di conseguenza, l’azione specifica che in essa s’inserisce.</p>
<p>Non sono rimasto particolarmente deluso da questa assenza di critica, perché in qualche modo me l’aspettavo. Avendo visto in anticipo locandina e trailer, mi ero reso conto di non trovarmi di fronte a un <i>Redacted </i>girato da Brian De Palma. Ma il film della Bigelow dice qualcosa in più e qualcosa di diverso, rispetto alla vicenda dell’avventurosa caccia al nemico, in cui costanza e coraggio vengono premiati. La prima cosa che mi ha sorpreso è il carattere di enorme <i>sintomo</i> di questo film. <i>Zero Dark Thirty</i> dovrebbe trarre il proprio fascino dalla capacità di restituire visibilità, seppure in forma fittizia, a quell’evento mediatico maggiore, di cui noi spettatori globali, consumatori indefessi d’attualità geopolitica, siamo rimasti privi. Il cinema della Bigelow dovrebbe permetterci di vedere ciò che i media non ci hanno concesso di vedere, se non attraverso ridicoli cartoni animati in 3D o fotomontaggi circolanti in rete. Il problema è che noi, per tutto il film, non abbiamo sotto gli occhi che i soliti impiegati della CIA e i soliti soldati dei reparti speciali, e i soliti vertici dell’esercito, dei servizi segreti e del potere politico. E anche quando seguiamo i soldati statunitensi fin dentro al suo nascondiglio pakistano, noi Bin Laden non lo vediamo né da vivo né da morto. Per qualche secondo, dopo la sparatoria cruciale, appare un’immagine sfuocata di un tipo con la barba grigia disteso per terra. Finzione cinematografica e censura mediatica si sovrappongono millimetricamente alla fine del film. Bin Laden rimane senza volto, tanto nel <i>reportage</i> giornalistico che nella ricostruzione hollywoodiana. Ma non è solo il grande e carismatico capo a rimanere senza volto, per chissà quale tardiva prudenza e pudicizia. In <i>Zero Dark Thirty</i> sono tutti i membri di Al Qaida a non avere volto, consistenza <i>morale</i>: il nemico, il fanatico arabo-musulmano, è sempre poco più di una comparsa. Questo completo azzeramento dell’<i>altro</i> produce alla fine un effetto caratteristico: il film rafforza in noi la percezione dell’<i>irrealtà </i>di Al Qaida, sorta di entità mitica, terribile e affascinante, invisibile e pervasiva, che di tanto in tanto irrompe violentemente nella quotidianità arcinota dell’Occidente. Dopo un decennio di guerra al terrorismo, i nemici terroristi non hanno perso nulla della loro mitizzata, inesplorata, alterità: guardano verso gli Stati Uniti come delle sfingi, privi di storia, di cultura, di motivazioni, di enunciati. Al Qaida non è altro che un idolo terrificante, che possiede da anni i soliti tratti caratteristici: lingua araba, religione musulmana, spietatezza fanatica. Questa assoluta incapacità studiare il proprio nemico, d’indagare la sua umanità, le sue motivazioni, per aberranti che siano, questa inibizione alla comprensione elementare dell’altro da sé, mi sembra un aspetto ben più inquietante del prevedibile patriottismo del film.</p>
<p>A ben guardare, Bin Laden e i suoi soldati sono pretesti per raccontare una storia <i>tutta americana</i>. Il personaggio principale del film della Bigelow è una donna in carriera, che si muove in un contesto di uomini, superiori gerarchicamente o suoi pari, e contro di essi deve battersi in continuazione per far valere i propri talenti. Si tratta di un soggetto tipicamente <i>liberal </i>con forti coloriture femministe. Contro l’opinione di tutti, è la donna che avrà visto giusto. E la sua carriera, nonostante gli ostacoli prodotti da una persistente cultura maschilista, sarà coronata da successo, grazie all’abbinamento di fine intelligenza e grande forza di carattere. Una tale vicenda poteva svolgersi interamente in ambiente statunitense, all’interno di una grande azienda o di un’istituzione federale, senza che ci fosse bisogno di tirare in ballo la “guerra al terrore”.</p>
<p>La seconda cosa che mi ha colpito del film è l’esibizione della tortura perpetrata da agenti della CIA contro prigionieri arabi. È singolare che tutti i detrattori di questo film abbiano sostenuto che, proprio in virtù delle scene dedicate alla tortura, la Bigelow appoggi, legittimi, contribuisca a normalizzare l’uso della tortura come mezzo efficace per ottenere la sconfitta del nemico. Sul <i>Guardian</i>, il quotidiano britannico indipendente, è avvenuto un acceso dibattito sul film, incentrato proprio sula questione della tortura. Dico subito che io considero le lunghe scene di tortura del film ciò che lo salva, ciò che non fa quadrare i conti e ciò che, in definitiva, mostra un versante della mentalità statunitense più avanzata di quella europea. Il mostrare con efficace realismo pratiche di tortura significa fuoriuscire dalla politica dell’<i>eufemismo</i>, che ha governato e tutt’ora governa non solo la propaganda politica nella sua legittimazione della guerra, ma anche l’infinito commento mediatico <i>embedded</i>. Ma più in generale significa avallare la denuncia <i>giornalistica</i>, tutta il portato delle inchieste scomode e coraggiose che hanno puntato il dito sulle pratiche di tortura realizzate sotto la presidenza Bush e diventate, in seguito, sempre meno difendibili sotto una presidenza democratica e con un presidente, per di più, Nobel per la pace. È il cinema <i>commerciale</i> che nel mondo odierno sancisce la definitiva realtà di ciò che il giornalismo <i>impegnato</i> ha in precedenza denunciato. I ruoli sono invertiti: è ormai la finzione che certifica ciò che il <i>reportage</i> ipotizza. Per questo non è irrilevante che un film a diffusione mondiale racconti come la tortura sia stata sotto la presidenza Bush una pratica ordinaria e sancita politicamente.</p>
<p>Žižek ha scritto sul <i>Guardian</i> il 25 gennaio un articolo intitolato:<b> </b><i>Zero <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jan/25/zero-dark-thirty-normalises-torture-unjustifiable">Dark Thirty: Holliwood’s gift to American Power</a></i>. Anche al centro della sua riflessione vi è l’esibizione cinematografica della tortura. La conclusione di Žižek è la seguente: “Per ciò che riguarda l’argomento “realista”: la tortura è sempre esistita, allora non è meglio alla fine parlarne pubblicamente? Questo è, precisamente, il problema. Se la tortura è sempre stata praticata, perché quelli al potere ora ce ne stanno parlando apertamente? C’è una sola risposta: per normalizzarla, per abbassare i nostri criteri etici”. La tesi complottista di Žižek è alquanto strana se si pensa che nel film è proprio l’avvento della presidenza Obama a limitare l’uso di queste pratiche, e ciò corrisponde per altro a una circostanza reale: nel 2009 Obama introdusse come procedimento per gli interrogatori dei prigionieri l’<a href="http://www.humanrightsfirst.org/our-work/law-and-security/torture-and-accountability/appendix-m-of-the-army-field-manual/further-reading/"><em>US Army Field Manual</em> <i>on Interrogation</i></a>, che pur non eliminando del tutto la possibilità di abusi, escludeva chiaramente tecniche d’interrogatorio come il <i>waterboarding</i>. Ma la critica più pertinente nei confronti della tesi di Žižek viene da un regista, che non si può considerare di simpatie guerrafondaie: Michael Moore. In un post su Facebook, Moore ha difeso apertamente il film della Bigelow, sostenendo che esso non può che rendere odiosa la tortura. In sintesi Moore dice: non bisogna accettare nemmeno per un attimo i termini del discorso posti dagli avversari, che vorrebbero discutere sull’efficacia o meno della tortura. L’unica domanda pertinente è quella che si chiede se la tortura sia giusta o sbagliata. “E, dopo aver visto il comportamento brutale degli agenti CIA per i primi 45 minuti del film, non posso credere che qualsiasi persona con una coscienza finisca per sostenere che questo è moralmente giusto. Voi sarete disgustati da queste scene di tortura, perché ciò è stato fatto in vostro nome e con i soldi delle vostre tasse. Noi lo abbiamo finanziato.”</p>
<p>Il gigionesco Moore, militante fracassone, si mostra ben più sottile del neolacaniano Žižek. Moore fondamentalmente crede che esista una forza intrinseca nel linguaggio cinematografico, e che questa forza trascenda i confini di ogni esplicita argomentazione di tipo discorsivo, fosse pure orientata a giustificare l’uso della tortura. Non solo sostiene, questo, ma crede anche, per una sorta di democratica fiducia negli esseri umani, che le persone non siano generalmente prive di una base etica, e che questa base etica, per implicita che sia, difficilmente può restare indifferente alla <i>vista</i> di un torturatore alle prese con la sua vittima.</p>
<p>La questione sollevata da Moore nei confronti del film della Bigelow è la medesima che sollevai io all’uscita del film <i>Diaz</i> di Daniele Vicari (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/03/diaz-il-film-e-le-polemiche/">proprio su NI</a>). Le accuse più forti nei confronti di <i>Diaz</i> venivano da quei compagni che sostenevano <i>Diaz</i> non fosse un film di denuncia, e che mostrare la violenza gratuita delle forze dell’ordine in sé non significava nulla, perché non era esplicita tutta l’analisi del contesto politico delle giornate di Genova. Io credo che qui, come nel caso della Bigelow, ci sia non tanto un errore ideologico, ma un errore cognitivo, ed esso riguarda una sottostima della specificità dei linguaggi artistici in senso lato, che siano cinematografici, plastici o letterari. Ed è strano che questo errore venga spesso da gente che appartiene alla sinistra. Sono stati proprio dei grandi critici marxisti che ci hanno permesso di leggere Balzac e Baudelaire, ad esempio, come degli implacabili e lucidissimi pittori del capitalismo ottocentesco, ben al di là delle opinioni politiche che essi proclamavano apertamente. Ma a questo errore cognitivo si aggiunge, a mio parere, una concezione particolarmente pessimista nei confronti dell’essere umano. Infatti, portando alle logiche conseguenze il discorso di Žižek, l’unico spettatore buono è uno spettatore che deve venir esplicitamente indottrinato. Non è sufficiente che ad esso si mostri l’osceno e disgustoso teatro della tortura, o del massacro gratuito, come in <i>Diaz</i>. Si ritiene, infatti, che lo spettatore medio sia fascista per costituzione, o comunque sia privo di struttura etica, ed è dunque il cineasta che lo deve educare per benino, con grandi <i>smile </i>che annuiscano o disapprovino, a seconda del tenore delle scene.</p>
<p>Quali che siano i convincimenti personali della Bigelow, o le sue esplicite intenzioni, c’è un dettaglio capitale che ha inserito nelle scene di tortura del terrorista islamico. Un dettaglio che non lascia adito a dubbi sull’intento di normalizzare o meno l’uso della tortura. Al prigioniero viene fatto indossare un collare chiodato, che è la terminazione di un lungo guinzaglio per cani. Questo dettaglio rientra perfettamente nella lucida analisi che Primo Levi fa nel capitolo quinto dei <i>Sommersi e salvati</i> dedicato alla “violenza inutile”. Nel contesto dell’interrogatorio, quel guinzaglio <i>non serve a niente</i>. Esso non produce nessuna violenza diretta sul prigioniero. Non è uno strumento di pressione, per barbaro che sia, finalizzato a estorcere delle informazioni. Il guinzaglio e il suo collare sono il <i>plus-valore</i> della tortura istituzionalizzata: sono il premio personale fuori busta paga, il godimento privato fuori dal ruolo, dei torturatori. Ma questo ci dice ben prima di ogni dibattito sulle statistiche di successo o insuccesso, che la tortura non è mai <i>strumentale</i>. La sua pratica si è posta da sempre su un terreno così lontano dall’umano, dai sui limiti, che essa non può possedere contorni definiti, che non siano quelli dell’arbitrario e infondato godimento del carnefice.</p>
<p><i>Zero Dark Thirty</i> rimane, nonostante queste riflessioni sull’esibizione della tortura, un film mostruoso, mostruoso per la sua incapacità di includere, esplorare, sondare l’umanità del nemico, dell’altro da sé. Ciò nonostante mostra la vitalità del cinema statunitense, anche di quello hollywoodiano. E mostra forse una capacità degli Stati Uniti di misurarsi con le proprie enormi contraddizioni in modo più vitale di quanto riesca a fare l’Europa. In Francia, la diffusione della <i>Battaglia di Algeri</i> di Gillo Pontecorvo del 1966 fu proibita fino al 1971. In Italia, come ricorda <a href="http://www.storicamente.org/06_dibattiti/jedlowski_colonialismo.htm">qui Paolo Jedlowski</a>, <em>The Lion of the Desert</em>, un film a diffusione internazionale del 1981 è stato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_leone_del_deserto">censurato in Italia</a> fino al 2009. Il film raccontava episodi della resistenza libica contro le truppe coloniali fasciste dirette da Rodolfo Graziani. Quanto al film <i>Diaz</i>, è uscito undici anni dopo i fatti che ricostruisce. (In pratica la memoria pubblica italiana, nel migliore dei casi, ha i tempi della Cassazione.)</p>
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		<title>&#8220;Diaz&#8221;: il film e le polemiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 May 2012 09:12:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Sono grato al manifesto perché è uno dei pochi giornali dove qualcosa di simile ad un autentico dibattito sembra ancora possibile. Questo non vuol dire, ovviamente, che trovi sempre tali dibattiti fondati. Reputo, ad esempio, fuorvianti le polemiche emerse intorno al film di Daniele Vicari, Diaz, incentrato sull’irruzione delle forze di polizia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Sono grato al <em>manifesto</em> perché è uno dei pochi giornali dove qualcosa di simile ad un autentico dibattito sembra ancora possibile. Questo non vuol dire, ovviamente, che trovi sempre tali dibattiti fondati. Reputo, ad esempio, fuorvianti le polemiche emerse intorno al film di Daniele Vicari, <em>Diaz</em>, incentrato sull’irruzione delle forze di polizia nella scuola Diaz la sera del 21 luglio 2001. Le reputo fuorvianti, ma significative. <span id="more-42403"></span>Gli attacchi al film di Vicari manifestano uno schematismo mentale che mi pare tipico di certi ambienti della sinistra radicale. Non è un discorso, però, che si può generalizzare. Sulle pagine dello stesso <em>manifesto</em> possiamo infatti trovare giudizi sul film del tutto opposti, espressi da persone che, in realtà, sono da un punto di vista politico estremamente vicine. Lo schematismo, a cui faccio riferimento, non è quindi ascrivibile a delle specifiche opinioni o pratiche politiche, ma più generalmente ad una certa idea del rapporto che dovrebbe intercorrere tra l’arte e la politica. Da questo punto di vista credo che abbia ragione Daniele Vicari, quando risponde, tacciando di “zdanovismo” molte delle critiche che “da sinistra” sono state fatte contro il suo film. Il problema riguarda in fondo quello che un militante politico si aspetta da un film di finzione. È quindi ancora il vecchio rapporto tra politica e arte, che fa capolino in questa faccenda.</p>
<p>Ho partecipato alle proteste contro il G8 del 2001 a Genova a partire da giovedì 19 luglio, partecipando al corteo dei migranti. E me ne sono andato la sera di sabato, riuscendo a prendere un treno diretto a Milano. Ricordo questo fatto, non per rivendicare un qualche privilegio del testimone (“io c’ero”), ma per sottolineare che la vicenda politica del Genova Social Forum e più in generale del movimento internazionale che in quei giorni si espresse in città è qualcosa che mi ha coinvolto in prima persona, anche se più come simpatizzante che come militante attivo nell’organizzazione degli eventi. Tutto quanto è accaduto in quei giorni è qualcosa, quindi, che mi riguarda e sotto un duplice profilo: da un lato, in quanto partecipe di un movimento politico ampio e eterogeneo che contestava l’ordine esistente, dall’altro, in quanto semplice cittadino di una paese democratico, dove questo tipo di contestazione non è vietata per legge. Per questo motivo, ho seguito in questi anni le inchieste giornalistiche, i documenti di testimonianza, gli esiti dei processi intentati alle forze di polizia, tutto quel vario lavoro, insomma, che ha contribuito a fornire una ricostruzione il più possibile chiara e oggettiva dei fatti. L’essere stato presente a Genova durante i tre giorni delle manifestazioni contro il G8 non mi ha permesso, infatti, di farmi nessuna visione globale della cose, come è inevitabile in questi casi. L’esperienza diretta che ho avuto di alcuni avvenimenti non mi avrebbe garantito da sola alcuna comprensione della dinamica generale del disastro, se non avessi potuto ricostruirlo successivamente, attraverso la raccolta di altre testimonianze dirette e indirette. Questa è stata una delle prime lezioni di Genova 2001, “la visione dal basso”, l’occhio del testimone, la partecipazione diretta non sono mai esperienze sufficienti per comprendere eventi collettivi di una certa complessità. Ed è proprio, anche per questo motivo, che ho deciso di andare a vedere <em>Diaz</em>.</p>
<p>La motivazione che mi ha spinto è stata probabilmente duplice. Sono andato a vedere il film, sperando innanzitutto di poter aggiungere un ulteriore tassello al mosaico che ho costruito negli anni. Nello stesso tempo, però, sono andato per assicurarmi che il film <em>Diaz</em> parlasse davvero di quanto io sapevo essere accaduto in quella scuola. Una parte di me andava a vedere il film per <em>scoprire</em> qualcosa di nuovo, un’altra parte ci andava per assicurarsi che quanto <em>già sapeva</em> fosse nel film presente. Quello che ho visto non mi ha deluso, se faccio riferimento almeno a quest’ultima motivazione. Ho trovato il film adeguato al suo scopo. <em>Diaz</em> è un film di denuncia. È un film che mette in scena un evento scandaloso, che non può non scandalizzare. Un evento che è nello stesso tempo traumatico: il trauma per eccellenza di tutte le società che evolvono all’interno di regimi politici democratici. Non è sufficiente parlare di “sospensione dei diritti” e di “stato d’eccezione permanente”. Nella vicenda della Diaz vi è qualcosa di più elementare: la metamorfosi del protettore in persecutore, del medico in torturatore. L’ordine democratico, per imperfetto che sia, è quello che ci permette di immaginare un baluardo istituzionale alla barbarie della pura prevaricazione. Anche la critica marxiana ai regimi democratici moderni nasce dall’insufficienza di questo baluardo, non dal suo carattere superfluo o ingiustificato. Ognuno di noi è stato un bel giorno confrontato con l’orrore del mondo. Ognuno di noi ha preso atto dell’esistenza dell’assassinio, dello stupro e della tortura, come eventi reali, per rari ed eccezionali che siano. Ma il prete pedofilo o il poliziotto torturatore ci pongono di fronte all’estrema vertigine del male: uno scenario da incubo, in cui il sentimento anche limitato di un bene possibile pare del tutto sradicato. Uno scenario che, per episodico che sia, non è in nulla diverso rispetto all’esperienza estrema del campo di sterminio: l’organizzazione istituzionale del sopruso illimitato dell’uomo sull’uomo. Quando la tensione tra crimine e istituzione si dissolve, quando il crimine è realizzato col pieno sostegno e la piena approvazione di un apparato istituzionale, ci stiamo già inoltrando in quel territorio folle, totalitario, che il nazismo ha incarnato storicamente nel modo più compiuto.</p>
<p>Il film di Daniele Vicari ha un merito indubitabile: mostra che <em>questo esiste</em>. “Esiste”, significa è reale, è accaduto, è <em>già</em> accaduto, e proprio <em>da noi</em>, nel nostro paese. L’incubo si <em>è già realizzato una volta</em>. Non è più una fantasia macabra e terrorizzante, un’esagerazione della mente, un’eventualità troppo remota per toccarci nel corso di un’intera vita. In questo senso <em>Diaz</em> è un film di denuncia. E nella denuncia di questo evento traumatico e scandaloso si esaurisce tutta la forza del film. Ciò che, infatti, è fondamentale nel ritaglio narrativo scelto dal regista non è semplicemente l’avvento del poliziotto torturatore o, se vogliamo, del poliziotto criminale. Fondamentale, nel film, è la decisione di scatenare un massacro <em>sotto gli occhi di tutti</em>. Ancora una volta, ciò che più sconvolge dell’episodio Diaz è il fatto che sia stato ordinato nel corso di un summit mondiale, con l’attenzione dei media ufficiali e di movimento puntata da settimane su Genova e, in modo ancora più ossessivo, da venerdì 19, giorno dell’uccisione di Carlo Giuliani. L’azione totalitaria può essere realizzata a volto scoperto, di fronte ad avvocati, giornalisti di tutto il mondo, società civile, cittadini di destra o di sinistra. Vicari ha fatto riferimento alla riflessione contemporanea intorno allo “stato d’eccezione”, come condizione retorica e politica che permette ai regimi democratici di approntare al loro interno spazi ed episodi totalitari, senza trasformarsi per forza in dittature. Modello di questa strategia è stata l’amministrazione Bush dopo l’11 settembre. In Italia, però, lo “stato d’eccezione” che a Genova è stato messo in atto ben prima dell’episodio della Diaz non ha dovuto attendere attentati terroristici sanguinari né reazioni emotive di massa per trovare una qualche legittimazione.</p>
<p>La forza, ma anche il limite del film di Vicari, sta nella sua volontà di denuncia. Scrive giustamente Bertinotti nel <em>manifesto </em>del 20 aprile 2012: “<em>Diaz</em> è un film meta politico, perché ci mostra come nello stato di eccezione il potere sia incondizionato e incontrollato e mostri il suo volto disumano e disumanizzante”. Proprio per questo motivo, Vicari ha bisogno di fare riferimento a un fatto storico ben determinato, senza però rinunciare a considerare questa vicenda come esemplare. Da questo punto di vista mi sembrano fuori bersaglio le accuse di non aver citato i nomi dei vertici della polizia condannati il 18 maggio 2010 dalla corte d’appello del Tribunale di Genova. Quei nomi sono già stati resi pubblici sulla stampa e nella sentenza del processo d’appello a cui il film si riferisce esplicitamente nella titolazione finale, che stabilisce un nesso univoco tra verità giudiziaria e narrazione cinematografica. Il trauma dell’istituzione che programma il crimine non può essere né attenuato né reso più intollerabile dalla semplice aggiunta di quattro nomi e cognomi, che lo spettatore finirà per dimenticare nel giro di una mezz’ora, a meno che già non li conosca, per aver seguito in modo approfondito la vicenda processuale. Il vero limite del film di Vicari sta semmai proprio nell’aver voluto basarsi sulla verità giudiziaria, limitandosi a una cronaca dell’orrore. Ripeto, la cronaca dell’orrore credo sia necessaria. (Ora la vicenda della Diaz non è solo nella memoria di chi ha partecipato al movimento altermondialista, non è solo depositata in una sentenza di secondo grado, ma viene fissata in un’opera cinematografica che la rende accessibile a un pubblico più ampio e la integra non solo nella memoria politica ma anche in quella culturale del paese.) Tale cronaca però non permette di sondare in modo più articolato e sottile quella realtà che fa scandalo. Quali motivazioni hanno mosso i poliziotti massacratori, sia al vertice della catena di comando che negli esecutori?</p>
<p>Pierluigi Sullo sul <em>manifesto</em> del 18 aprile, in un articolo intitolato“Il medioevo della fiction”, stronca il film di Vicari, considerandolo l’espressione di “una specie di revisionismo storico sommario e dilettantesco, in cui la storia del nostro paese, e dei grandi movimenti che l’hanno attraversata, diventa un’incomprensibile mischia in cui si perdono i rispettivi ruoli nella tragedia e i cattivi o sono buoni o si sono assentati”. Un regista, in Italia, secondo Sullo, dovrebbe supplire attraverso un solo film al compito dello storico, probabilmente anche a quello del magistrato, e dell’intera classe politica che non ha voluto una Commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti del G8 genovese. Qui io vedo un problema cronico nel nostro paese, che è quello delle “supplenze obbligate”. La richiesta che l’artista supplisca alla latitanza di un discorso storico sufficientemente rigoroso e condiviso assomiglia a quella tentazione tanto diffusa in una parte ben più moderata della sinistra italiana che ha cercato attraverso l’azione della magistratura di supplire alla mancanza di responsabilità politica e di una memoria storica condivisa sulle vicende cruciali degli ultimi quarant’anni. Ogni volta si vuole superare un’insufficienza grave della vita politica e civile del paese forzando ruoli e funzioni. Certo, vi sono situazioni estreme in cui tale forzatura è in qualche modo inevitabile. Ma a più di dieci anni dai fatti di Genova si può chiedere a un film qualcosa di un po’ diverso che riprendere il discorso di denuncia politica ripetuto per tutto questo tempo dai reduci del movimento. Non che tale discorso non sia importante, ma esso segue e seguirà le sue strade, sedimenterà attraverso i suoi canali. E il film di Vicari ne è stato inevitabilmente condizionato. Il solo fatto di aver scelto quel soggetto, mostra che il regista è pienamente consapevole dell’importanza di quanto accaduto durante il G8 per la storia odierna del nostro paese e non solo per essa.</p>
<p>A Sullo tutto ciò non basta. Egli riprende le critiche al film di Vittorio Agnoletto, e scrive: “Ma cosa ha scritto Vittorio di tanto urticante? Sostanzialmente che nel film (in questo come in quello su Piazza Fontana, aggiungo io) non si capisce nulla delle ragioni di fondo di tutti gli eventi. E questa ragione è il movimento. E, aggiunge Agnoletto, oltre al capo non c’è nemmeno la coda, ovvero i politici e i capi della polizia che organizzarono la ‘macelleria messicana’”. Trovo che posta in questi termini la critica sia abbastanza assurda o semplicemente troppo rozza. Come si può raccontare in modo credibile in due ore di film la storia di trecentomila persone assieme a quella dei trecento poliziotti che sono intervenuti nel pestaggio dei manifestanti presenti alla Diaz. Sullo parla del “movimento” come se si trattasse di un protagonista ben identificabile, con un profilo omogeneo e netto, che si potrebbe catturare con uno spostamento di telecamera e includere una buona volta nelle scene del film. Sinceramente non so immaginarmi come potrebbe essere un film che volesse raccontare la storia di quei trecentomila manifestanti, che per alcuni giorni, muovendosi da varie parti del mondo e dell’Italia, si sono trovati a Genova. A cosa pensano Sullo e Agnoletto: un film retorico-realistico in stile statunitense, con i protagonisti del film che corrispondono ai leader del movimento e parlano in una limpida oratoria anti-capitalistica? Una visione panoramica ed eroica che incarni in qualche personaggio suggestivo e carismatico le aspettative al mutamento di una popolazione estremamente eterogenea di militanti e simpatizzanti? Oppure s’immaginano una versione ironica e anti-realistica alla Godard? Od una amaro-picaresca alla Taviani in stile <em>Allónsanfan</em>? O un mosaico alla Jarmusch di tante storie anodine, come la mia, ai margini dello spargimento di sangue e fatte di piccole scoperte e fragili incontri?</p>
<p>In realtà, la lamentela di una mancanza di centralità del “movimento” – anche quando il soggetto esplicito del regista è un avvenimento che riguarda innanzitutto l’azione della polizia – fa pensare a una sorta di narcisismo, di continua necessità di rimirare se stessi, laddove la sfida vera, in una caso simile, consisterebbe nel penetrare le motivazioni dell’altro: quel poliziotto dal volto disumano, che può impassibilmente ordinare un massacro od eseguirlo. A più di dieci anni di distanza dai fatti, per me rimane questo, oggi, l’aspetto più enigmatico. Com’è possibile che dei poliziotti italiani abbiano potuto varcare una tale soglia di barbarie? Qualsiasi risposta riduttiva e univoca la sento come una falsificazione. Una volta che abbiamo appurato che dietro il massacro della Diaz c’è una responsabilità di uomini dello Stato e un tornaconto politico notevole non abbiamo fatto altro che compiere il primo passo di questa esplorazione. Io chiedo all’arte qualcosa che un’analisi politica o una sentenza giudiziaria non mi possono dare. Io chiedo di capire <em>come</em>, attraverso quali meccanismi, sottoculture istituzionali, abitudini e gerghi di clan, mitologie di corpo, competizioni interne, malintesi, cinismo politico, si pongono le condizioni per rendere banale la tortura esercitata da uomini dello Stato su persone innocenti e indifese. Mi rifiuto di pensare che la democrazia sia una fragilissima maschera atta ad adombrare una sorta di perpetua “macelleria messicana”. Proprio per questo sarebbe nostro interesse, al di là della denuncia politica e del sostegno per una verità giudiziaria, interessarci a come il potere democratico prepara le sue eccezioni. Soprattutto, per me, manifestante a Genova, simpatizzante del movimento, l’enigma da penetrare non riguarda prioritariamente quando accaduto nel mio campo, ma in quello delle forze dell’ordine. Ciò che mi continua a sfuggire è non tanto la logica politica, ma quella umana e sociale che ha guidato i comportamenti dei poliziotti massacratori. Quello per me è un territorio in gran parte sconosciuto nei suoi interni meccanismi, non semplicemente riassumibili sotto il termine “apparato repressivo”.</p>
<p>Ciò che rimane incompiuto e deludente nel film di Vicari è proprio l’esplorazione di questo versante. Vicari è rimasto troppo allusivo, ma non per ragioni di fantomatica autocensura, non perché mancassero sottotitoli a caratteri cubitali con il nome e il cognome dei vari vertici della polizia (De Gennaro, Canterini o Gratteri). Egli si è concentrato sulla restituzione della violenza poliziesca, non riuscendo che in piccola parte a scandagliarne i presupposti sia individuali che collettivi. Ma proprio su questo terreno un film di finzione avrebbe potuto rendere visibile tutto un immaginario, indagato criticamente, dei diversi corpi di polizia. Una tale visuale potrebbe aprire a sua volta un dibattito pubblico intorno alla “cultura” propria delle forze dell’ordine in Italia e alla <a href="http://eddyburg.it/index.php/article/articleview/17414/1/153">mancanza di un codice deontologico</a> che ne vincoli l’operato. La situazione oggi non è molto cambiata rispetto a quanto scriveva Salvatore Palidda nell’introduzione del suo libro del 2000 <em>Polizia postmoderna</em>: “in Italia la polizia è stata quasi sempre un oggetto quasi totalmente ignorato dalle scienze politiche e sociali”. A maggior ragione, questo particolare “mondo sociale” rimane in gran parte estraneo sia al cittadino comune che al militante.</p>
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		<title>Genova non è finita 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Oct 2007 13:20:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Blicero Sapevo che ottobre non sarebbe stato un mese entusiasmante per seguire i processi genovesi, ma saperlo non aiuta a reprimere le emozioni che ascoltare ogni martedì e ogni venerdì i pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani mi provoca. Il mese di ottobre è stato il mese che i pm si sono presi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/genova.jpg" /></p>
<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sapevo che ottobre non sarebbe stato un mese entusiasmante per seguire i processi genovesi, ma saperlo non aiuta a reprimere le emozioni che ascoltare ogni martedì e ogni venerdì i pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani mi provoca. Il mese di ottobre è stato il mese che i pm si sono presi per rileggere i fatti di Genova a modo loro, per riuscire a presentare al mondo la loro versione della storia, la loro versione della verità, dei torti e delle ragioni. Non c&#8217;è bisogno di dire che non è la stessa che ho vissuto io. O voi.<span id="more-4675"></span><br />
Le loro conclusioni sono più eloquenti di ogni altra cosa: &#8220;chiamiamo genova per quello che è stata, devastazione e saccheggio.&#8221; In termini di richiesta di condanna vuol dire pene dai 6 ai 16 anni per le 25 persone che l&#8217;accusa di Genova ha ritenuto responsabili di tutto ciò che è accaduto a Genova. Vuol dire che persone che sono ritratte in decine di foto mentre non fanno nulla o tutt&#8217;al più lanciano due sassi dovrebbero essere condannate secondo l&#8217;accusa di Genova a tanti anni quanto la Franzoni per aver ammazzato suo figlio piccolo. Il bello è che mentre parlano i pm si vede che si sentono i portatori di una nuova morale nelle lande devastate e saccheggiate della storia italiana.<br />
Una nuova interpretazione del diritto che si riassume nella frase: &#8220;la responsabilità morale in questi casi è più importante della responsabilità materiale&#8221;. Quanti di voi si sentono &#8220;moralmente&#8221; responsabili di Genova? o anche solo &#8220;politicamente responsabili&#8221;? Ecco, tutti noi, tutti, secondo questi pm dovremmo essere imputati di un reato che risale all&#8217;anteguerra e che dovrebbe portarci anni in galera. Tanti anni.<br />
Una nuova interpretazione della storia e del buon senso quando Canepa e Canciani si soffermano su quei giorni: &#8220;le persone hanno deliberatamente scelto di proseguire gli scontri. Dopo la prima carica contro le tute bianche, ad esempio, che comunque e&#8217; stata breve e non particolarmente violenta, potevano sempre tornarsene indietro e eventualmente denunciare le violenze di cui sono stati testimoni&#8221;. Oppure: &#8220;le forze dell&#8217;ordine possono aver sbagliato a decidere la carica, ma quando hanno deciso, hanno agito coerentemente e non particolarmente male&#8221;. E ancora: &#8220;alla fine dobbiamo ricordare che i cassonetti le persone li hanno messi in strada ben prima che i blindati caricassero a folle velocità, cosa che comunque è avvenuta solo due o tre volte&#8221;. I pm, gli uomini nuovi della verità e della giustizia, stanno minimizzando tutto quello che hanno combinato le forze dell&#8217;ordine in una delle loro più note e più terribili debacle.<br />
Il colmo lo raggiungono quando per lavarsi la coscienza, i pm si auspicano che &#8220;la medesima severità che stiamo chiedendo sia usata nei confronti dei massacri compiuti dalle forze dell&#8217;ordine e che vanno condannati&#8221;. Penso che il problema sia di intendersi sul termine massacro, e forse anche sul termine ordine. Perché secondo i pm quelli compiuti sotto i portici di via Gastaldi a Genova, o nel cortiletto della Metalfer, o durante la carica di via Tolemaide, o il sabato pomeriggio sul lungo mare, non sono massacri, ma legittime cariche per disperdere i facinorosi. E sempre secondo i pm &#8220;tutela dell&#8217;ordine pubblico&#8221; vuol dire anche quello che si è fatto a genova, &#8220;forse era meglio lasciare tutto in mano ai manifestanti, qualcuno ci vorrà dire!&#8221; &#8211; ha gridato Canciani. Io penso per un&#8217;istante che se fosse stato lasciato fare ai manifestanti ci si sarebbe limitati a un po&#8217; di reati contro il patrimonio. E continuo a pensare che qualche vetrina spaccata, qualche auto bruciata, non valgano la vita di una persona.<br />
Perché continuo ad arrovellarmi e non riesco a capire come si possa mettere le cose sullo stesso piano. Come sia possibile che i pm che hanno raccolto la testimonianza di Placanica, continuino a ritenere legittimo quell&#8217;atto e non la resistenza di centinaia di migliaia di persone. Come sia possibile che uno dei pm chiamati mentre si stava procedendo alla operazione alla Diaz, abbia il coraggio di chiedere giustizia per quella notte. Perché poi il vero problema è che questi pm sanno benissimo che i reati con cui si stanno imputando i poliziotti nel processo Diaz si prescriveranno nel 2009, come anche quelli del processo di Bolzaneto, mentre il reato dell&#8217;articolo 419 del codice penale, devastazione e saccheggio, si prescriverà nel 2024. E sanno anche che non esiste il reato di massacro, o anche solo la volontà di trasformare delle condanne in qualcosa di realistico e politicamente significativo.<br />
Per settimane ho passato e ripassato questi pensieri, accorgendomi che tutti intorno a me continuano a pensare che un delitto contro una cosa è peggio di un delitto contro una persona, e che per questo 25 persone, prese a caso tra 300.000 manifestanti paghino per tutti.<br />
Chiamiamo Genova per quello che è stata: una rivolta; qualcosa che ha gelato il sangue nelle vene del potere. E l&#8217;acrimonia dei pm nella loro requisitoria finale, la loro voglia di passare alla storia e di punire severamente chi sono riusciti a trovarsi per le mani, è la testimonianza più efficace della voglia di vendetta che anima chi si sente il cuore e il guardiano di un sistema che chi era a Genova voleva combattere.<br />
Non è ancora troppo tardi per far sentire la nostra voce e dimostrare che Genova non è finita.</p>
<p>[<em>un appello <a href="http://www.supportolegale.org/?q=node/1164">qui</a></em>]</p>
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		<title>Genova senza poesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jul 2007 17:23:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Nel luglio 2001 stava morendo mio nonno. Non andai a Genova. Avevo altre ragioni per andare e altre per non andare. Paura, pigrizia, obblighi civili. Un mio amico scrittore quarantenne cercava di convincermi: &#8220;Andiamo, si rimorchierà che non hai idea&#8221;. La sera della Diaz ero nel retro di una macchina, alla radio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Nel luglio 2001 stava morendo mio nonno. Non andai a Genova. Avevo altre ragioni per andare e altre per non andare. Paura, pigrizia, obblighi civili. Un mio amico scrittore quarantenne cercava di convincermi: &#8220;Andiamo, si rimorchierà che non hai idea&#8221;. La sera della Diaz ero nel retro di una macchina, alla radio parlavano confusamente di quello che succedeva. Mi venne una strana paura, e un principio di quel senso di improvvisa caduta dall&#8217;astrattezza di giorni noiosi alla preganza di un evento storico. Mi sentii, come poche altre volte, forse più di ogni altra volta, <em>italiano</em>. <span id="more-4217"></span>Non saprei dirlo meglio, mi percepii parte di una comunità ferita con violenza, e per questo compattata. Ma già la sera stessa questo senso istantaneo di appartenenza, di comunità, di fratellanza, era scemato. Molte delle cose che dicevano coloro che parlavano a nome di tutti non mi trovavano d&#8217;accordo. Da un istante d&#8217;indistinzione si riaffacciavano prosasticamente le differenze, emotive, di idee. I protagonismi, le reazioni giustamente isteriche, le bugie buttate là.<br />
Per questo i memoriali mi sembrano sempre celare una contraddizione: così quello di oggi, la solennità del giorno, dell&#8217;ora, le 17 e 27, del nome della piazza, porta come gli altri memoriali un rischio di ineffabilismo, in cui ci si pensa accomunati &#8211; senza le difficoltà della mediazione &#8211; da quello che in realtà è un inno a non dimenticare e basta: a ridurre le differenze di reazione a un dovere di omaggio. E l&#8217;unica cosa con cui ci si sente affratellati diventa un dato privo di qualsiasi connotato: un&#8217;ora, un giorno, una piazza. Descrivere il dolore vuol dire non ripeterlo nella sua forma originaria, non affidarlo a una memoria cristallizzante, ma dimenticarlo un po&#8217;. Confonderlo, spezzarlo, demistificarlo, mischiare, ripetere, inventare, modificare metaforicamente: tutto questo su Genova continua a non avvenire. I libri, i film che sono usciti dal 2001 in poi risentono di questo sovraccompito di precisione che non dice nulla di più di quello che i processi purtroppo ancora non dicono.<br />
Ma se la verità della giustizia e della politica ha dinamiche tortuose, menzognere, strumentali, quella della letteratura non deve pensare di sostituirsi con un &#8220;eccesso di memoria&#8221; al &#8220;difetto di interesse&#8221; politico per una vicenda come quella di Genova centrale non solo per la storia d&#8217;Italia recente.</p>
<p>E poi oggi, come sei anni fa, fa un caldo indicibile.</p>
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