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	<title>didascalie &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Didascalie: la Biennale di Venezia</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/05/29/didascalie-la-biennale-di-venezia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2015 12:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Chemollo]]></category>
		<category><![CDATA[didascalie]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Mauri.]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Ciavoliello]]></category>
		<category><![CDATA[La Biennale di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Okwui Enwezor]]></category>
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					<description><![CDATA[Con Esplicitazione del rimosso Das Kapital alla Biennale di Venezia di Giulio Ciavoliello La Biennale d&#8217;arte Venezia è incredibile. Tutta la città è un pullulare di mostre e iniziative legate alle arti visive, ben al di là dell&#8217;ente Biennale che già di per sé propone moltissimo, ai Giardini, all&#8217;Arsenale, con i padiglioni nazionali interni ed [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_54264" aria-describedby="caption-attachment-54264" style="width: 200px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8376_mauri.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-54264" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8376_mauri-200x300.jpg" alt="Fabio Mauri Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993.  Valigie, borse, bauli, materiale da imballaggio, tessuto e legno. 400 × 400 × 60 cm. " width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8376_mauri-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8376_mauri-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8376_mauri-900x1350.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8376_mauri.jpg 945w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a><figcaption id="caption-attachment-54264" class="wp-caption-text">Fabio Mauri<br />Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993.<br />Valigie, borse, bauli, materiale da imballaggio, tessuto e legno. 400 × 400 × 60 cm.</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Con <strong>Esplicitazione del rimosso</strong><br />
<em>Das Kapital alla Biennale di Venezia</em></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giulio Ciavoliello</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La Biennale d&#8217;arte Venezia è incredibile. Tutta la città è un pullulare di mostre e iniziative legate alle arti visive, ben al di là dell&#8217;ente Biennale che già di per sé propone moltissimo, ai Giardini, all&#8217;Arsenale, con i padiglioni nazionali interni ed esterni. E il fenomeno nel corso degli anni aumenta sempre di più. Nei giorni della vernice ogni due passi si scopre un luogo dove inizia una mostra, spesso con un cocktail, occasione di incontro per addetti ai lavori e curiosi. Si ha la sensazione di beneficiare di tante proposte mentre permane un dubbio come sottofondo. Ci si sta perdendo qualcosa di meglio da un&#8217;altra parte? Non mi trovo nel posto giusto al momento giusto? Certo per il visitatore professionale esistono delle linee guida, riguardo a dentro e fuori Biennale. Ma limiti di tempo, l&#8217;ubiquità impossibile, fanno vivere l&#8217;angoscia della perdita, nello stesso momento in cui nel muoversi per mostre si decide di arrendersi, quando bisogna fermarsi. Non si può più immagazzinare informazioni. La mente non ce la fa più a comprendere. E’ necessario rimandare all&#8217;indomani.</p>
<p style="text-align: justify;">Il senso di incompletezza aumenta fino all’esasperazione se si pensa alla continuazione di attività dal vivo e temporanee che si tengono all’interno della Biennale, per i quasi sette mesi della durata complessiva. Qui, giorno dopo giorno, soprattutto nella cosiddetta Arena, una struttura d’impianto teatrale appositamente costruita nell’edificio principale ai Giardini, si tengono letture, conferenze, dibattiti, spettacoli. In effetti l’incompletezza rientra nelle intenzioni del curatore, Okwui Enwezor, perché è prevista, dichiarata, con una esplicita contraddizione fra staticità di ciò che viene proposto in modo fisso e vitalità di ciò che accade in svariati momenti, con risvolti prefigurabili solo in parte.<br />
Si tratta di un modello espositivo non nuovo, ma che a Venezia trova la sua originale articolazione in un fondamento: la lettura e rilettura quotidiana da parte di attori de Il Capitale di Carlo Marx. La pervasività del capitale, intesa come economia e profitto, costantemente rimossa dai riti del mondo dell’arte, diventa centrale nella Biennale di Enwezor. Tutta la mostra, in alcuni casi con il concorso di padiglioni nazionali che rinunciano all’autonomia prevista dallo statuto, si declina tenendo conto di conflitti, sperequazioni, migrazioni, emergenze ambientali, implicazioni della globalizzazione, legati ai rinnovamenti del capitale, alle sue capacità di adeguamento a nuove prospettive di profitto.</p>
<figure id="attachment_54266" aria-describedby="caption-attachment-54266" style="width: 222px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8119_adkins.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-54266" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8119_adkins-222x300.jpg" alt="Terry Adkins" width="222" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8119_adkins-222x300.jpg 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8119_adkins-756x1024.jpg 756w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8119_adkins-900x1218.jpg 900w" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" /></a><figcaption id="caption-attachment-54266" class="wp-caption-text">Terry Adkins</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Ha una posizione primaria ai Giardini l’opera di Fabio Mauri. Il suo muro di valigie quasi sbarra la strada ai visitatori per ricordarci le diaspore dell’umanità, che nel caso di Mauri rimandano in primis a l’Olocausto.<br />
Allo stesso modo, alle Corderie il cannone di Pino Pascali può essere assimilato  alla volontà di un fuoco di sbarramento nei confronti del pubblico.<br />
In questa zona si trovano ben collocate le sculture di Terry Adkins, realizzate con l’assemblaggio di strumentazioni musicali, in base a suggestioni provenienti soprattutto dalla cultura afro-americana.<br />
Im Hueng-Soon ha ottenuto il Leone d’Argento per il suo documentario sul lavoro precario femminile in aziende asiatiche.<br />
<em>From the Horde to the Bee</em> è un libro di Marco Fusinato che accoglie una selezione di copertine di pubblicazioni di controcultura e underground italiani custodite nell’Archivio Primo Moroni, attualmente ospitato al Cox 18 di Milano.<br />
Fusinato in proposito ha rilasciato la seguente considerazione (Simone Mosca, Laguna rossa, in “La Repubblica”, 12 maggio 2015, pagina della cronaca milanese): <em>«Per me è un’operazione da Robin Hood, direi anzi proprio di riciclaggio di denaro sporco. Ho stampato 10mila copie, se le venderemo tutte verranno raccolti 100mila euro che usciranno dalle tasche gonfie degli inutili fan dell’arte e riempiranno quelle vuote ma pure dell’archivio»</em>.</p>
<figure id="attachment_54267" aria-describedby="caption-attachment-54267" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8622_fusinato.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-54267" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8622_fusinato-300x200.jpg" alt="Marco Fusinato From the Horde to the Bee (2015) 10496 pagine di documenti stampati, tavoli, banconote, telecamera in time-lapse. Dimensioni variabili " width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8622_fusinato-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8622_fusinato-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8622_fusinato-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_8622_fusinato-900x600.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-54267" class="wp-caption-text">Marco Fusinato<br />From the Horde to the Bee (2015)<br />10496 pagine di documenti stampati, tavoli, banconote, telecamera in time-lapse. Dimensioni variabili</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">È noto il Padiglione dell’Islanda, perché ne è arrivata notizia sulle prime pagine dei giornali: Christoph Büchel ha trasformato in moschea la chiesa di Santa Maria della Misercordia, chiusa al culto da più di quarant’anni e di proprietà privata. Questo naturalmente ha suscitato proteste. Ancora una volta è una questione di memoria corta. Autorità impegnate nella manutenzione opportunista dell’esistente, oltre a cronisti che leggono come provocazione qualsiasi azione non conforme, convergono nel non ricordare che la storia dell’umanità è colma di inversioni di segno, anche religioso. In tutta l’area mediterranea sono numerosi i casi di trasformazioni di edifici da luoghi di culto di una dottrina a luoghi di culto di altre dottrine. La storia reale di luoghi e genti ha visto avvicendarsi tante volte chiese, moschee, sinagoghe.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver visto molto e aver perso sicuramente qualcosa di buono e interessante, a distanza di giorni nasce una considerazione. La proposta di Enwezor è essa stessa una manifestazione della pervasività del capitale, del suo livello più alto e sofisticato. A Venezia il capitale fa un triplo salto mortale, non neutralizza ma amplifica criticità e opposizione, facendole proprie, in una delle manifestazioni artistiche più accreditate sul piano internazionale. Questa edizione della Biennale è costituita dal riconoscimento di differenze, alterità, percorsi originali e nello stesso tempo è un’espressione della magnanimità dell’establishment artistico mondiale. Del resto la realtà economica ci sta abituando a connubi fino a qualche tempo fa inimmaginabili. Valga per tutti il capitalismo comunista cinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo al Padiglione Italia. Vincenzo Trione che se ne è occupato, appena nominato aveva tenuto a dichiarare la non appartenenza alla categoria dei curatori ma a quella dei critici. La distinzione è apparsa bizzarra e contraddittoria, dal momento che essere critici o curatori è una questione oggettiva di ruoli e non di volontà soggettiva. Non si comprende perché il critico ha proposto un progetto di mostra al ministero dei beni culturali, cui spetta la nomina, o non ha respinto l’incarico a curare il padiglione italiano. Chi se ne occupa assume almeno temporaneamente il ruolo del curatore.<br />
Trione ha scelto «artisti di varie formazioni che incarnano il “codice genetico” dello stile italiano, pensato come combinazione tra il bisogno di sperimentare e il desiderio di riabitare momenti talvolta marginali della storia dell’arte, attingendo a quell’immenso giacimento che è la memoria». Purtroppo tale prospettiva, che può essere feconda, si è tradotta in una mostra piuttosto cupa, dal sapore cimiteriale: luce fioca, per cui molto si fruisce in penombra, netta separazione degli spazi equivalenti (a ognuno la sua cappella).È come se il rapporto col passato potesse esistere solo in accezione necrofila. Alcuni artisti invitati hanno assecondato l’impostazione, altri hanno resistito. Alis Filliol e Marzia Migliora non ne sono stati soggiogati.</p>
<figure id="attachment_54268" aria-describedby="caption-attachment-54268" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_0283_ImHeungSoon.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-54268" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_0283_ImHeungSoon-300x200.jpg" alt="Im Heung-Soon Factory Complex, 2014 Installazione con video in HD, colore, suono. 81’. " width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_0283_ImHeungSoon-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_0283_ImHeungSoon-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_0283_ImHeungSoon-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/AC_0283_ImHeungSoon-900x600.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-54268" class="wp-caption-text">Im Heung-Soon<br />Factory Complex, 2014<br />Installazione con video in HD, colore, suono. 81’.</figcaption></figure>
<p><strong>Esposizione Internazionale d’Arte &#8211; la Biennale di Venezia,<em> All the World’s Futures</em></strong></p>
<p>Photo by <strong>Alessandra Chemollo</strong></p>
<p>Courtesy: la Biennale di Venezia</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>didascalie: Ma Dan</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/05/14/didascalie-ma-dan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2015 12:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[didascalie]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Ma Dan]]></category>
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					<description><![CDATA[&#38; di Francesco Forlani Onirico (onirique) anagramma di ironico (ironique). Mi sembra una matrice costante, de fille en fille, delle giovani artiste cinesi. Ma Dan, nata nel 1985 nella provincia dello Yunnan, si presenta ai visitatori con la discrezione e l&#8217;eleganza d&#8217;un personaggio ottocentesco, quasi impressionista. La sua pittura se da un lato porta al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="container footer-contents">
<div class="four columns" style="text-align: justify;">
<aside id="text-2" class="widget widget_text">
<h3 class="widget-title"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-Accompany-5-2014_Diptyque_Huile-sur-toile_cm-160-x-260.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-53730" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-Accompany-5-2014_Diptyque_Huile-sur-toile_cm-160-x-260-1024x646.jpg" alt="Copia di Accompany 5, 2014_Diptyque_Huile sur toile_cm 160 x 260" width="700" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-Accompany-5-2014_Diptyque_Huile-sur-toile_cm-160-x-260-1024x646.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-Accompany-5-2014_Diptyque_Huile-sur-toile_cm-160-x-260-300x189.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-Accompany-5-2014_Diptyque_Huile-sur-toile_cm-160-x-260-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-Accompany-5-2014_Diptyque_Huile-sur-toile_cm-160-x-260-163x103.jpg 163w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-Accompany-5-2014_Diptyque_Huile-sur-toile_cm-160-x-260-900x567.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></h3>
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<aside class="widget widget_text"><strong>&amp;</strong></aside>
<aside class="widget widget_text">di</aside>
<aside class="widget widget_text"><strong>Francesco Forlani</strong></aside>
<aside class="widget widget_text"></aside>
<aside class="widget widget_text"></aside>
<aside class="widget widget_text">Onirico (onirique) anagramma di ironico (ironique). Mi sembra una matrice costante, <em>de fille en fille</em>, delle giovani artiste cinesi. Ma Dan, nata nel 1985 nella provincia dello Yunnan, si presenta ai visitatori con la discrezione e l&#8217;eleganza d&#8217;un personaggio ottocentesco, quasi impressionista. La sua pittura se da un lato porta al parossismo proprio le lezioni dei grandi maestri del diciannovesimo secolo, primo su tutti Rousseau il Doganiere, dall&#8217;altra  certe sue composizioni riecheggiano della visionarietà dei surrealisti. La figura della <em>jeune fille </em> che ritroviamo come leitmotiv in tutte le opere partecipa della visione. Uno stato di grazia che dà le spalle allo spettatore come per lasciare libero il paesaggio di catturare lo sguardo. Io che guardo lui\lei che guarda te. Un florilegio di colori tesse ognuna di quelle esperienze così semplicemente umane, tanto profondamente quotidiane, sia che si svolgano in interni domestici, abitudinari, che in attraversamenti di parchi o di paesaggi naturali. Una bella citazione di Magritte su uno dei quadri, <em>la porte</em>, pare suggerire proprio l&#8217;inseparatezza tra i due mondi ma è soprattutto un&#8217;immagine che mi ha completamente affascinato e insieme turbato, com&#8217;è giusto che faccia l&#8217;arte, in definitiva. Si tratta del quadro esposto nella pièce unique e che si intitola <em>Accompany</em>. Ritroviamo ancora una volta il personaggio della ragazza, di spalle che dialoga con uno spaventapasseri a bordo di un canotto. E ho pensato a cosa deve essere stato per tante generazioni di cinesi il peso dell&#8217;assenza del secondo fratello, per lo più della seconda sorella, che Deng Xiao Ping nel 1979 aveva imposto con la legge del figlio unico. Così, lo spaventapasseri, asessuato, neutro, seppure pervaso da una elegante femminilità, sembra &#8220;accompagnare&#8221; la giovane ragazza, salvarla dalle acque del tempo. Mi ha turbato perché tra mia sorella, numero cinque della mia famiglia, e me numero sette, c&#8217;era stato un episodio di aborto naturale. E a questo fratello/sorella possibile ho sempre pensato come un sopravvissuto pensa a qualcuno che avrebbe dovuto esserci e non c&#8217;è. Qualcuno a cui raccontare poi com&#8217;è andata.</aside>
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<aside class="widget widget_text"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/10982248_1035140369846637_6846998621544771903_o.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-53732" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/10982248_1035140369846637_6846998621544771903_o-300x169.jpg" alt="10982248_1035140369846637_6846998621544771903_o" width="547" height="308" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/10982248_1035140369846637_6846998621544771903_o-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/10982248_1035140369846637_6846998621544771903_o-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/10982248_1035140369846637_6846998621544771903_o-900x506.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/10982248_1035140369846637_6846998621544771903_o.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 547px) 100vw, 547px" /></a></p>
<h4 style="text-align: right;">5 MARCH &#8211; 24 MAY 2015</h4>
<p class="Garamond12senzarientro" style="text-align: right;">Galerie Pièce Unique</p>
<p class="Garamond12senzarientro" style="text-align: right;">4, rue Jacques Callot 75006 PARIS</p>
<p style="text-align: right;">Tél.: 01.43.26.54.58<br />
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</aside>
</div>
</div>
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		<title>didascalie: Renata Prunas</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/05/09/didascalie-renata-prunas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2015 12:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Caffè Letterario della Casa Internazionale delle Donne]]></category>
		<category><![CDATA[didascalie]]></category>
		<category><![CDATA[Renata Prunas]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziana Gazzini]]></category>
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					<description><![CDATA[La seconda pelle di Tiziana Gazzini Smagliate, sbagliate, color carne, colorate, a pois, intere, tagliate, cucite, rovesciate, sovrapposte, strappate, slabbrate, sformate dall’uso e scombinate le calze sono la seconda pelle delle donne. Resistenti, trasparenti, seducenti, ma anche assassine, preferibilmente nella loro versione collant, sono la materia di lavoro e d’arte di Renata Prunas che dal [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MA-DONNA.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-53924" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MA-DONNA-180x300.jpg" alt="MA-DONNA" width="292" height="487" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MA-DONNA-180x300.jpg 180w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MA-DONNA-614x1024.jpg 614w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MA-DONNA-900x1500.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MA-DONNA.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 292px) 100vw, 292px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La seconda pelle<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tiziana Gazzini</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Smagliate, sbagliate, color carne, colorate, a pois, intere, tagliate, cucite, rovesciate, sovrapposte, strappate, slabbrate, sformate dall’uso e scombinate</p>
<p style="text-align: justify;">le calze sono la seconda pelle delle donne. Resistenti, trasparenti, seducenti, ma anche assassine, preferibilmente nella loro versione collant, sono la materia di lavoro e d’arte di Renata Prunas che <strong>dal 9 al 12 maggio</strong> presenta a Roma, al <strong>Caffè Letterario della Casa Internazionale delle Donne</strong> in via della Lungara 19, la mostra <em>La seconda pelle</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sardo-napoletana &#8211; Renata Prunas ama definirsi così &#8211; esordisce nei primi anni ‘70 con lavori vicini all’arte povera e all’arte concettuale. La leggerezza e la porosità del sughero delle sue prime opere vengono presto abbandonate per l’irruzione di un altro materiale, più leggero, più povero e duttile: il collant.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni ‘80 espone anche in una piccola galleria al numero 15 di via della Lungara. Si chiamava <em>il luogo</em> e proponeva una generazione di donne che si esprimevano artisticamente con l’antica arte del filo e del cucito. Nella mostra <em>filo-logia </em>(1981), a cura di Mirella Bentivoglio (15 artiste, tra cui Maria Lai), Renata Prunas era presente con un’opera intitolata <em>Pagine</em>: un libro fatto di collant. <em>Il filo e il logos.</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’ attrazione per la consistenza (e l’in-consistenza) del suo materiale di lavoro preferito è per Renata Prunas ancora irresistibile. Insieme al <em>Grande Collant</em> immagine-manifesto de <em>La seconda pelle</em>, in mostra a Roma, una bicicletta per pedalare tra le nuvole e una sedia a sdraio, dalla seduta che può sostenere solo il peso immateriale della nostalgia: è l’installazione poetica <em>ALTROVE</em>, dedicata al ricordo di Piero Berengo Gardin, il compagno della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Trecce che sembrano appena strappate a giovani ragazze biondo/castane, Prunas le appunta a cascata su una sorta di espositore, come macabri trofei da memoria concentrazionaria. L’eleganza sofisticata dell’oggetto d’arte si scontra con il sentimento di repulsione per l’esperienza – anche solo accennata – del momento più buio dell’umano/non-umano. <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/seconda_pelle.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-53926" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/seconda_pelle-300x239.jpg" alt="seconda_pelle" width="300" height="239" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/seconda_pelle-300x239.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/seconda_pelle.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Lontane dall’agiografia vetero-femminista, le opere di Renata Prunas parlano delle donne con una salutare distanza critica. Più rabbia che lacrime. La seconda pelle non ha paura di farsi parola, di farsi logos, e di sfondare un diaframma oltre il quale può corteggiare forme di design criminale (il bellissimo e inquietante <em>Separé</em>). Prunas dissacra anche il dolore e la violenza col sapore dell’ <em>humour noir</em> e dell’ironia, nella logica del rovesciamento dei fini ispirata al luogo che ospita le sue opere, il Palazzo del Buon Pastore, un tempo luogo di contenzione per laiche, poi trasformato in monastero e ora Casa al servizio del mondo femminile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’acquasantiera d’epoca, incastonata nella parete del Caffè Letterario, diventa lo spunto per un angolo da devozione mariana. Un grande olio ottocentesco che rappresenta una MA-DONNA dal cuore trafitto, è velato da calze dai colori quaresimali, intessute nel nobile e sensuale filo della seta. Inutile cercare irriverenze o consolazioni negli interventi di Renata Prunas. E nemmeno tranquillità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per nulla tranquillizzanti anche le opere più recenti, che raccontano gli annessi della riproduzione, il trauma della nascita con grucce di ferro, veli di collant, e un trovarobato dadaista che imita potenti cordoni ombelicali per creature che non starebbero a loro agio nemmeno nella culla di <em>Rosmary’s Baby</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Piccole invettive velenose e trasparenti che mentre strappano un sorriso procurano un brivido. Un modo per rammendare le inevitabili smagliature del logos.<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-separe.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="  wp-image-53925 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-separe-192x300.jpg" alt="Copia di separe" width="302" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-separe-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-separe-656x1024.jpg 656w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Copia-di-separe-900x1405.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 302px) 100vw, 302px" /></a></p>
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		<title>Didascalie: Salvador Dalì</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/05/06/didascalie-salvador-dali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2015 12:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Agnese Azzarelli]]></category>
		<category><![CDATA[didascalie]]></category>
		<category><![CDATA[Salvador Dalì]]></category>
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					<description><![CDATA[Reminiscenza archeologica dell&#8217;Angelus di Millet (1936), S. Dalì di Agnese Azzarelli     Maybe there&#8217;s a God above And all I ever learned from love Was how to shoot at someone who outdrew you It&#8217;s not a cry you can hear at night It&#8217;s not somebody who&#8217;s seen the light it&#8217;s a cold and it&#8217;s [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Reminiscenza-archeologica-dellAngelus-di-Millet-1936-S.-Dalì.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-53719" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Reminiscenza-archeologica-dellAngelus-di-Millet-1936-S.-Dalì.jpg" alt="Reminiscenza archeologica dell'Angelus di Millet (1936) S. Dalì" width="450" height="342" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Reminiscenza-archeologica-dellAngelus-di-Millet-1936-S.-Dalì.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Reminiscenza-archeologica-dellAngelus-di-Millet-1936-S.-Dalì-300x228.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p><strong>Reminiscenza archeologica dell&#8217;Angelus di Millet (1936), S. Dalì</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Agnese Azzarelli</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Maybe there&#8217;s a God above<strong><br />
</strong>And all I ever learned from love<strong><br />
</strong>Was how to shoot at someone who outdrew you<strong><br />
</strong>It&#8217;s not a cry you can hear at night<strong><br />
</strong>It&#8217;s not somebody who&#8217;s seen the light<strong><br />
</strong>it&#8217;s a cold and it&#8217;s a broken Hallelujah.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong> </strong>Leonard Cohen</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Una gelida sera ad attendere che lui arrivasse sul sagrato del duomo. “<em>Fiat mihi secundum Verbum tuum</em>”, parole pronunciate volgendo lo sguardo alle ardite guglie che si stagliavano su quel grigio cielo. Gelso e garofano, ardore e cimento, il tutto accompagnato da uno strenuo <em>Hallelujah</em> di Leonard Cohen. Era arrivato.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci occorsero preamboli.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora ignoro a quale assurda legge ci si debba appellare per mutare verso e direzione del percorso. A che pro adombrare il cielo di cuspidi, archi e pilastri, quando la verticalità non ci appartiene?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma allora, fervore e immaginazione, non mi impedirono di inoltrarmi in coda alla sequela delle possibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Tu fosti sempre più accorto, salvo in principio, ancor prima che avesse inizio la nostra lunga corsa. Ma non ebbi molto tempo per assaporare i momenti in cui, impavido, lasciavi che le emozioni facessero il suo corso. Pensa: sarebbe scoppiato non so quale finimondo!</p>
<p style="text-align: justify;">Offrimmo la nostra tenera scoperta in pasto alle teorie e alle loro confutazioni, lasciammo il nostro amore alla mercé dei fraintendimenti e di un errore di valutazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Che ogni linea retta sia delimitata da due punti è cosa nota, si sa, e questo vale sia che la retta sia tracciata sulla sabbia, sia che questa altro non sia se non il tracciato percorso da un uomo e da una donna. Ebbe inizio il nostro viaggio, al riparo dagli “scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede”, per citare un poeta a noi caro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciasti che fossi io a precederti. Fu a quel punto che intorno a noi presero a discettare sul chi sarebbe arrivato per primo e noi prendemmo presto ad interpretare il nostro viaggio come una competizione. Sarebbe bastato uno sguardo, ma da allora io presi a correre e la distanza tra me e te divenne incolmabile&#8230; O meglio, divenne incolmabile allorché qualcuno ti convinse che obiettivo sarebbe stato raggiungere l&#8217;altro capo della retta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che una retta sia un insieme infinito di punti è cosa altrettanto nota. Per quanto io mi attardassi, prendendo tempo, l&#8217;intervallo tra me e te sembrava farsi sempre più ampio e questo a dispetto di ogni previsione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordi? Esordisti una sera dichiarando che la distruzione sarebbe stata lecita a condizione di non confonderla con l&#8217;opposto dell&#8217;azione. Capivo poco, ma mi pareva che tra le parole che eri uso pronunciare, l&#8217;una di seguito all&#8217;altra &#8211; abolire, eliminare, salvare &#8211; intercorresse un <em>fil rouge</em> di cui eri estremamente competente, mi pareva facessero un tutt&#8217;uno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora vorrei distruggere ciò che mi lega al percorso intrapreso e ripeto, tra me e me, queste tre parole – abolire, eliminare, salvare. Ne ho scoperto il segreto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho dimenticato la ragione per la quale abbiamo intrapreso questo nostro viaggio, ma abolire il mio movimento decreterebbe l&#8217;impossibilità di giungere a destinazione. Eliminare ciò che a te mi lega sarebbe impossibile. Non mi resta che salvare questa nostra traccia, abolendo ed eliminando la destinazione a cui gli altri pensano sia consacrata, farne tesoro e sperare – forse questa era la quarta parola che allora ti rifiutavi di pronunciare – di incontrarti al capo opposto del mondo, quando la distanza incolmabile tra me e te sarà arrivata ad abbracciare, nello spazio di una circonferenza, l&#8217;intero globo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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