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	<title>dipendenza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La violenza fantasma &#8211; o della violenza psicologica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Mar 2017 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l&#8217;incendio. Eraclito &#160; Esiste un forellino collocato nella zona occipitale : da lì qualcuno entra, s&#8217;incista come una larva, emette uova, prolifera. Questo forellino, nella lingua della psichiatria odierna, è chiamato &#8220;ferita narcisistica&#8221;. Là, il narcisista patologico, il manipolatore perverso, trova la forma adatta per inserire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l&#8217;incendio. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Eraclito</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-67453" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/gaslight-gif-2-300x240.gif" alt="gaslight gif 2" width="300" height="240" /></p>
<p>Esiste un forellino collocato nella zona occipitale : da lì qualcuno entra, s&#8217;incista come una larva, emette uova, prolifera. Questo forellino, nella lingua della psichiatria odierna, è chiamato &#8220;ferita narcisistica&#8221;. Là, il narcisista patologico, il manipolatore perverso, trova la forma adatta per inserire il piccolo marchingegno che ha fabbricato negli anni, come nel gioco dei bambini, il cubo forato &#8211; e ad ogni foro corrisponde un oggetto. L&#8217;oggetto del manipolatore è un oggetto preciso, ha bisogno del foro corrispondente per poter inserirsi con precisione.</p>
<p>Un breve <a href="http://sociale.corriere.it/anche-la-violenza-psicologica-uccide-fermiamola-ora/?cmpid=SF020103COR">articolo</a> del Corriere della Sera del 2 febbraio s&#8217;intitola(va) &#8220;Anche la violenza psicologica uccide. Fermiamola ora!&#8221;. L&#8217;articolo, seppur breve, un trafiletto, illustra rapidamente i danni che la vittima di violenza psicologica può subire e invita alla luce, a far luce, alla parola, alla denuncia. Di per sé è cosa buona : non esiste, infatti, solo violenza fisica : la violenza esiste anche in altra forma, in altre forme &#8211; e le ferite invisibili all&#8217;occhio (ma rilevabili ad uno sguardo attento, che indaga oltre la superficie del visibile) possono essere talvolta anche peggiori : possono anche, in ultima istanza, condurre alla morte del soggetto che la subisce &#8211; sia essa una morte reale (spingere l&#8217;altro verso il passaggio all&#8217;atto, fino anche al suicidio), sia essa una morte di spirito, una morte psichica, una morte-in-vita.</p>
<p>Una morte in vita che può virare nella completa distruzione dell&#8217;autostima, nella vergogna dell&#8217;esistere, nel vissuto di indegnità, nella auto-nullificazione. L&#8217;articolo, in cui viene fornito anche un numero verde apposito, invita alla denuncia, ma non prende in considerazione un presupposto necessario da cui partire e per cui ogni possibile messa in luce o in parola delle condizioni del soggetto vittima di violenza psichica viene a cadere : perché quel soggetto , nella maggioranza dei casi, porta già le tracce, nella sua personale biografia, di altre violenze, di altri abusi (forse preistorici), o anche di vere e proprie patologie per cui è già in cura o che non ha ancora affrontato e con cui prima o poi dovrà fare i conti. La vittima non è una &#8220;vittima a caso&#8221; : è scelta accuratamente : deve avere, appunto, quel forellino in cui ci si possa introdurre.<br />
Non è un caso che la maggior parte delle donne e degli uomini vittime di narcisisti patologici (che operano attraverso la produzione dell&#8217;angoscia nell&#8217;altro), soffrano già (o siano predisposte a) depressione, anoressia, bulimia, tossicomania, disturbi d&#8217;ansia generalizzata, autolesionismo &#8211; e la lista potrebbe continuare a lungo.</p>
<p>Questo particolare, che può sembrare in prima istanza trascurabile, è in realtà radicalmente influente : al cospetto di un terzo che possa ascoltare o che possa accogliere la sofferenza della vittima e &#8211; chiaramente &#8211; di fronte all&#8217;altro che la violenza l&#8217;agisce, la persona diventa &#8220;incredibile&#8221;, &#8220;increduta&#8221; : <em>sei tu la/il malata/o!</em> &#8211; come accade nel film<i> Gaslight </i>del 1944 diretto da George Cukor, in cui la luce delle lampade a gas si affievolisce, i quadri e altri oggetti spariscono per mano di Gregory, il marito di Paula, che fa credere a Paula di essere l&#8217;arteficie degli accadimenti, portandola a credersi folle, conducendola a un lento isolamento da luoghi e relazioni, e dalla relazione con i luoghi. Il titolo <i>Gaslight</i> è infatti tradotto in italiano con : <i>Angoscia</i>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>La perversione rappresenta un mettere con le spalle al muro, un prendere alla lettera la funzione del Padre, dell&#8217;Essere supremo. Il Dio eterno preso alla lettera, non già nel suo godimento, sempre velato e insondabile, ma nel suo desiderio in quanto interessato all&#8217;ordine del mondo &#8211; sta qui il principio in cui, pietrificando la propria angoscia, il perverso si installa in quanto tale.<br />
Lacan</em></p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-67454" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/gaslight-gif-3.gif" alt="gaslight gif 3" width="245" height="150" />Questo meccanismo perverso (che di perververtimento si tratta) non solo produce doppiamente senso ed esperienze di colpevolezza e vergogna nella vittima, ma preclude ogni possibilità di essere davvero creduta, di essere presa in considerazione nel suo dire, nel suo appello &#8211; là dove ci sia ancora la forza di pronunciarlo.<br />
Se i segni della violenza fisica (per quanto anch&#8217;essa produca nel soggetto che la subisce &#8211; specialmente se agita all&#8217;interno delle mura domestiche, non estemporanea ma perpetrata nel tempo, quotidiana &#8211; vissuti di vergogna, di automortificazione, di perdizione, di umiliazione) sono verificabili e di-mostrabili all&#8217;altro, quelli della violenza psicologica non lo sono affatto. Non c&#8217;è sangue versato, tutt&#8217;al più il sangue è coagulato in una zona scura all&#8217;interno del corpo, si annida nella testa, crea ematomi interni, sacche di dolore ammuffite nel costato. E&#8217; allora davvero possibile che la vittima sia in grado e nelle condizioni di poter denunciare, se la vittima stessa (già &#8220;vittima&#8221; prima ancora di diventarlo), è stata prescelta proprio perché non munita degli strumenti che permetterebbero di non cadere nella trama dell&#8217;altro, nella ragnatela tessuta dal narcisista manipolatore?</p>
<p>La risposta vorrebbe essere: sì, è possibile. La realtà sfortunatamente dimostra il contrario. L&#8217;isolamento in cui cade (è una vera e propria caduta) il soggetto che fa esperienza di manipolazione e violenza psicologica, è un ulteriore elemento che va considerato : l&#8217;altro che agisce tende infatti ad escludere la propria vittima dalle relazioni che questa intratteneva prima di incontrarlo, cerca di sottrarla <em>al</em> e <em>dal</em> mondo &#8211; e questo per due principali motivi : da un lato, per la tendenza propria del manipolatore ad agire sull&#8217;altro attraverso istanze di potere, decidendo per lei/lui ciò che deve vivere e con chi deve vivere, dall&#8217;altro lato perché così facendo aumenta il grado di dipendenza della vittima nei suoi confronti. Il soggetto che subisce si ritrova così, paradossalmente, all&#8217;interno di un mondo in miniatura in cui il contatto avviene quasi esclusivamente con la persona che lo sta lentamente distruggendo, a credere (o illudersi) di poter vivere solo con il proprio carnefice, solo se supportato dal carneficie, al punto limite in cui l&#8217;unica persona a cui potrebbe realmente chiedere aiuto è proprio la persona da cui dovrebbe fuggire.</p>
<p>Tutto ciò non ha minimamente a che vedere con la formula sadismo-masochismo : la coppia narcisista manipolatore (o, per usare un termine più affine alla psicoanalisi : perverso)/ vittima non vive di quello che talvolta, con un ghigno e molta superficialità si cerca di dimostrare, e cioè che la vittima resta lì, resta nella posizione frustrante e dolorosa perché gode nel lasciarsi fare del male : la vittima di violenza psicologica non è (questo è bene ricordarlo) un masochista che ama farsi sottomettere e che ha bisogno di un sadico che compia il suo dovere. E&#8217; portatrice &#8211; lo ripeto &#8211; di una ferita che attira, attrae e su cui il perverso può cominciare a lavorare. E&#8217; infatti di un lavoro che si tratta, un lavoro meticoloso, talvolta urlato, talvolta messo in atto attraverso il &#8220;gioco del silenzio&#8221;, in cui tutto deve restare immobile e immutato, nulla deve scomporsi, pena la morte. Ciò che chiamo gioco del silenzio è una delle posizioni preferite assunta dal soggetto perverso : fabbricare l&#8217;angoscia nell&#8217;altro, lavorare affinché si produca angoscia nell&#8217;altro, fino al punto limite in cui &#8211; com&#8217;è noto nel mito di Narciso &#8211; l&#8217;altro si dà alla morte : anche Eco muore.</p>
<p><em>E&#8217; una terra sconosciuta, impopolata, fatta di crani abbassati, di piegamenti sulle ginocchia, di bocche cucite, di fili sottili, di tremori notturni, di impossibilità, di nebbia, è la terra dei senza gambe, di ciglia strappate, dei portatori di vischio nelle pupille</em>.</p>
<p>Partendo quindi dal presupposto che il soggetto oggetto di violenza psicologica non sia una vittima casuale ma una donna (o un uomo) con determinate e precise caratteristiche, partendo dalla constatazione che quel soggetto venga scelto non con una partita a dadi ma con una profonda (conscia o inconscia poco conta) consapevolezza, la questione del come agire, cosa fare, dev&#8217;essere rivista e rivalutata.</p>
<p>Si tratterebbe allora non tanto (non solo) di educare la persona che sta già subendo violenza a denunciarla, quanto piuttosto educare preventivamente a riconoscere le mosse compiute dal potenziale manipolatore prima che queste riescano &#8211; come farebbe un ragno &#8211; a tessere la ragnatela attorno alla vittima prescelta da cui questa non può o non vorrà più uscire per il timore della caduta nel vuoto e in ultimo della morte. Morte del Sé, morte della vita, caduta fuori dalla scena del mondo.</p>
<p>Prevenire il &#8220;cattivo incontro&#8221;, spalancare l&#8217;occhio al possibile, là dove quell&#8217;occhio è già stato ferito. Riaprire quindi la ferita non con il bisturi di chi la violenza l&#8217;agisce, ma con la cura e la grazia di chi ha gli strumenti per farlo, per poter ripulire i detriti e gli elementi putrefatti che offuscano la vista : pulviscolo biografico, strutturale.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;idea di funzione #2</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/12/10/lidea-di-funzione-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 13:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[Eulero]]></category>
		<category><![CDATA[funzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Ed eccoci – dopo quanto visto qui  – all’ultimo passo del cammino che porta a una definizione di funzione che finalmente ci soddisferà. D. Quarto passo. Già nel XVIII, e poi più decisamente nel XIX secolo comincia ad affermarsi la tendenza a generalizzare la definizione di funzione, svincolandola dall’esigenza di una sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/funzioni2.gif"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-50131" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/funzioni2.gif" alt="funzioni2" width="311" height="186" /></a></p>
<p>Ed eccoci – dopo quanto visto <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/21/lidea-di-funzione/">qui </a> – all’ultimo passo del cammino che porta a una definizione di funzione che finalmente ci soddisferà.</p>
<p>D. Quarto passo. Già nel XVIII, e poi più decisamente nel XIX secolo comincia ad affermarsi la tendenza a generalizzare la definizione di funzione, svincolandola dall’esigenza di una sua rappresentazione analitica, cioè dalla necessità – formale – di rappresentarla con una formula; la prima vera formulazione di questo tipo è dovuta a Eulero  e suona così:</p>
<p>«Se alcune quantità dipendono da altre quantità in modo tale che se queste ultime vengono cambiate allora le prime anche cambiano, allora queste sono dette funzioni delle seconde. Questa denominazione è della più ampia natura e comprende ogni metodo per mezzo del quale una quantità può esser determinata da altre. Se perciò <em>x</em> denota una quantità variabile allora tutte le quantità che dipendono dalla <em>x</em> in un qualsiasi modo, o sono da questa determinate, sono dette funzioni di <em>x</em>.</p>
<p>Quest’idea non fu immediatamente condivisa dai matematici europei, ma dopo qualche decennio cominciò ad affermarsi definitivamente, nelle opere di Lagrange, Lacroix, Fourier e – infine – di Lobačevskij e Dirichlet.</p>
<p>Questi schematici accenni dovrebbero suggerire che l’idea che sta alla base del concetto di funzione è quella di dipendenza di una grandezza da un’altra, o da varie altre. Notate però che la parola ‘dipendenza’ può alludere a due situazioni differenti: la prima – connotativa – ad un modo causale formalmente esprimibile nel quale una grandezza <em>y</em> è determinata da un’altra grandezza <em>x</em> , esempio: la direzione di marcia di un’auto dipende strettamente dai movimenti dello sterzo; la seconda – denotativa – e dunque più astratta e casuale – esempio: se associate ad ogni intervallo di un minuto della notte dal 10 all’11 agosto 2014 il numero di stelle cadenti visibile a occhio nudo in un fissato quadrante del cielo boreale, è chiaro che ottenete una funzione perfettamente definita e determinata, ma è molto meno chiaro come si possa in qualche modo risalire dal valore della variabile indipendente (il generico intervallo di un minuto) a quello della funzione (il numero di stelle cadenti apparse in quel minuto), l’unico modo è quello di una accurata osservazione. È chiaro che in questo caso la funzione è data in modo squisitamente estensivo: si osserva – e si trascrive poi eventualmente in un grafico – il valore corrispondente ad ogni minuto; mentre nell’esempio dello sterzo c’è sicuramente modo di calcolare – e quindi anticipare – la direzione di marcia in termini dell’angolo di rotazione dello sterzo.</p>
<p>Allora la funzione c’è quando una cosa dipende da un’altra: al variare di questa varia quella, in un qualche modo che può essere il più vario possibile. Si tratta di metter tutto questo in una forma razionalmente corretta e comprensibile. Per farlo occorre che nella definizione sia contenuta da un lato la presenza di una quantità che può variare (e che sarà detta <em>variabile indipendente</em>) all’interno di un certo ben precisato ambito di possibilità – e che è detto <em>dominio</em> della funzione – e dall’altro la descrizione di un ambito, in generale diverso dal primo – detto <em>codominio</em>, o anche <em>range</em>, della funzione – in cui può variare la quantità (detta <em>variabile dipendente</em>) che dipende dalla prima; oltre a ciò occorre che sia esattamente precisata questa dipendenza. Come s’è detto questa “precisazione” può essere formale – analitica, cioè esprimibile con formule – o invece fornita dall’osservazione dei fatti. Nell’idea di funzione c’è dunque qualcosa di profondamente non simmetrico, c’è una grandezza che varia arbitrariamente all’interno di un certo ambito e ce n’è poi un’altra che varia al variare della prima. Questa non simmetria si evidenzia anche da questa caratteristica di ogni funzione, che viene detta la sua <em>univocità</em>: dato un valore della variabile indipendente, dunque appartenente al suo dominio, uno e un solo valore della variabile dipendente gli corrisponde. Per ogni valore dell’età di Alice è univocamente determinata la sua altezza: ad una determinata età Alice non può avere due altezze diverse. Ma se invece fissate un valore dell’altezza (dunque del codominio della funzione che stiamo considerando) esisteranno certamente molti valori dell’età di Alice cui quel valore corrisponde: Alice non continua a crescere per tutta la sua vita, né a decrescere.</p>
<p>Un modo standard usato dai matematici pignoli per scrivere tutto questo è questo:</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/funzione-notazione.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-50132" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/funzione-notazione.png" alt="funzione notazione" width="105" height="60" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dove <em>D</em> indica il dominio della funzione <em>f</em> , <em>W</em> indica il codominio, <em>x</em> il generico elemento di<em> D</em> e le freccette alludono in qualche modo alla asimmetria della situazione.</p>
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		<title>Una lettura di “Il mio impero è nell’aria” di Gianluigi Ricuperati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 12:35:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[denaro]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluigi Ricuperati]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio impero è nell'aria]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Valente]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo contemporaneao]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maria Valente Dovunque se ne parlasse, leggevo che in questo romanzo c’erano soldi in ballo: un vizio comune, un’attrazione irresistibile, una patologia alla moda  che sembra aver intasato le corsie degli analisti, in una sfida ad accaparrarsi l’ultimo lettino. L’argomento non lo trovavo stimolante, se non che al denaro associo istintivamente, da quando ne [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria Valente</strong></p>
<p>Dovunque se ne parlasse, leggevo che in questo romanzo c’erano soldi in ballo: un vizio comune, un’attrazione irresistibile, una patologia alla moda  che sembra aver intasato le corsie degli analisti, in una sfida ad accaparrarsi l’ultimo lettino. L’argomento non lo trovavo stimolante, se non che al denaro associo istintivamente, da quando ne ho memoria, i versi di Pagliarani e capita che mi metta a canticchiare:<em> […] io tiro i remi in barca/ tu tiri i remi in barca abbiamo dalla nostra anche l’araldica. Il denaro si sarebbe tentati di chiamarlo/ fecaloro …<span id="more-38767"></span></em></p>
<p>Soprattutto quando al denaro tengono dietro i sentimenti &#8211; accostamento brutale: tutto un fiorire di  crampi, orticarie, eczema, dopo essere stati quotidianamente invitati a gettare le maschere, a disfarci delle ipocrisie, ad ammettere, in tutta franchezza, che in epoca di precariato, il sentimento è anche, inevitabilmente, questione di moneta, l’istigazione  mi suscita  un conato: e in tempo di guerra o nel dopoguerra o tra gli indigenti o come la mettiamo col baratto? Così, senza dar retta alle chiacchiere o a quella che mi sembrava piuttosto pubblicità negativa,  il libro alla fine l’ho comprato e anche letto e tutto d’un fiato, verificando che, per me, trattava di altro, di tutt’altre faccende che pecuniarie e di che cosa esattamente?</p>
<p>Di un tipo che si è chiuso in bagno. Uno del primo piano che fissava quelli delle mansarde col naso per aria, e se li figurava <em> camminare in fila indiana o </em> <em>accendere fuochi triangolari verso il cielo</em>. Uno che ad occhi aperti sognava di salirci sopra i tetti e salirci <em>con un set di mazze da golf per lanciare palline fosforescenti nelle notti.</em> Uno che concepiva <em>il tempo come un assedio</em> e allora si era circondato di riviste e tutto quanto avesse scadenza periodica per scavarsi una <em>trincea</em>, una <em>muraglia</em> e da lì proseguire i suoi negoziati col timer, fino a che il muro non si sarebbe sbriciolato, crollando su se stesso, come una <em>catastrofe senza senso</em>. Uno che avrebbe voluto essere <em>una particella elettrica, nient’altro che una particella elettrica</em> e aveva finito per fare della sua vita <em>un tour di acquisti di oggetti deprimenti in negozi deprimenti</em> perché i soldi erano <em>un ottimo modo per ingannare il tempo</em> e dell’esperienza in generale,  ricavare solo <em>brandelli</em>: <em>brandelli che riempivano un buco momentaneo e poi spurgavano sostanze inutili e tristi finché il buco era di nuovo il buco</em> e perché,  in fondo, cos’erano tutti gli altri esseri umani se non dei  <em>buchi con un bilancio dentro</em> ?</p>
<p>E   di  una madre. Una madre che  <em>avrebbe cercato di fare di tutto per procurargli qualcosa di veramente luminoso</em> e invece, poco tempo dopo, sarebbe stata  lei a piantarlo in asso,  per cause di forza maggiore,  slabbrando quel buco a dismisura. E allora il libro parla di una madre e  suo figlio, di persone fragili e rapporti intricati. Di un legame madre-figlio. Di una madre volata via e di un figlio, che ha costruito un palloncino d’aria chiamato “impero” per raggiungerla.</p>
<p>Cifra predominante del libro mi è parso il conflitto: col carattere ossessivo di questa dipendenza, innanzitutto, cui, come per ogni altro tipo di dipendenza, trovo calzanti le riflessioni di Guattari: “…. <em>Vi sono dei fenomeni del tipo di quelli che chiamo echi di buco nero, che conducono le persone ad aggrapparsi, costi quello che costi, a certe territorialità, a certi oggetti, a certi rituali, a certi comportamenti sostitutivi, siano essi i più ridicoli o i più catastrofici </em>[…]</p>
<p><em>Di buchi neri ce ne sono dappertutto. Si tratta di sapere se la soggettività li mette in eco in modo tale che tutta la vita di un individuo, l’insieme delle sue modalità di semiotizzazione, dipendano da un buco nero centrale d’angoscia. </em>[…]</p>
<p><em>che va nel senso di una solitudine a vicolo cieco, di un accerchiamento sociale e nevrotico, ovverosia nel senso delle coordinate dominanti del sistema capitalista: ciascun drogato, isolandosi, ripiegandosi su se stesso, taglia i ponti con le realtà esteriori che potrebbero permettergli di venirne fuori. </em>[…]</p>
<p><em>La quadrettatura del territorio, il controllo sociale, implicano l’uso massiccio di due tipi fondamentali di droga, dagli effetti antagonisti, che tengono in pugno gli individui e senza di cui essi diventano folli d’angoscia:</em></p>
<p><em>-una solitudine senza rimedio</em></p>
<p><em>&#8211; una assoluta incapacità di accettare qualsiasi forma, quale che sia, di solitudine, un richiamo costante a tutte le àncore </em>[…]</p>
<p>Precisamente sento questa narrazione  riguardarmi/ci  come spettro di dipendenze  e comportamenti ossessivi e distruttivi, nella cui morsa risultano stritolate le nostre solitudini tragiche, inconsolabili, senza rimedio. Segnalare una via d’uscita, però, non sembra impossibile: l’arte, l’architettura,  certe fantasie o idee improbabili sono riuscite, nel corso della narrazione, a far dimenticare il carattere <em>devastante della dipendenza</em>, prima che tutto tornasse ancora una volta, disgraziatamente, a collassare,  in maniera funesta, sotto il travestimento esilarante di una gaffe triviale, come è tipico dell’ inciampo, dello sgambetto, il brutto tiro che giocano nuove muraglie e isolamenti e  torri eburnee. Resta il presentimento che, alla fine di tutto, esaurite anche le ultime preghiere, sia sempre l’altro, qualcun altro a salvarci, si chiami <em>In My Life, Sound &amp; Vision o Mela Mela,</em> è sempre di qualcun altro che si tratta, anche se gli è toccato solo il tempo di una canzone.</p>
<p>Dopo di che, m’è parso d’imbattermi in un secondo conflitto irrisolto, stavolta col tempo e la memoria, drammatizzato in dialogo serrato tra un’ora, scandita  dal rintocco di  <em>è un giovedì, è sabato mattina, è lunedì</em>…sorta di diaristica  particolarmente concitata verso la conclusione, e un allora, risalente a una vicenda puntualizzata undici anni prima, con cui esordisce e si congeda il personaggio in maniche di camicia, con insistito oscillare tra un tempo ancora precedente, e un tempo di mezzo diviso, tagliato a metà tra <em>il mezzogiorno delle cli</em>niche e <em>la clinica del mezzogiorno</em>; una lotta agonistica tra un passato che non smette di proliferare e il tentativo costantemente frustrato di evadere, <em>fuggire da un rito funebre che non riusciva a rimanere lì, a stare dove doveva stare. </em>Quest’ultimo enunciato, che sembrerebbe estrapolato dal medesimo contesto, in realtà si riferisce ad un’opera precedente, che mi è capitato di leggere quasi a ridosso e di considerarla fortemente implicata: <em>Viet Now- la memoria è vuota</em>, tutt’altro genere, specie di reportage mancato riguardo una guerra sulla quale  nessuno ha più voglia, ormai,  di pronunciarsi oltre alle cose, suscitando stupore, rabbia, delusione nello scrittore che si osserva all’interno di questa evidente, palese, sproporzionata contrapposizione: tra il se stesso occupato a  difendere <em>un passato francamente minuscolo </em>e l’altro che convive con uno dei passati più ingombranti che si possano immaginare, ma che si mostra come non avesse niente da ricordare, salvo poi ricordare lo stesso nel vuoto assordante delle parate, dei musei, degli allestimenti. Il <em>turista della ferita </em>sarebbe corso a<em> comprare i ricordi delle famiglie vietnamite</em> proprio mentre fuggiva da un dolore più prossimo, intollerabile in quel momento, per sentirsi, al termine del viaggio, sul finire di quell’esperienza, qualcosa di molto simile a un animale braccato, da un passato minaccioso, ostile, su cui sembra aver perso completamente il controllo, dopo l’impatto brutale con la scoperta delle guerre quali orge dell’oblio. E, allora, se <em>La fedeltà al passato non è un dato, bensì un voto</em>, come ammonisce Ricoeur, ho immaginato che questo libro  venisse scritto, in seguito, forse proprio  per ricordare, o per dimenticare, <em>se come tutti i voti può essere deluso o tradito</em>,  quanto meno scritto per tentare di ristabilire il controllo, un equilibrio,  sul nervo dello stile, indiscutibile, del suo autore.</p>
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