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	<title>diritti umani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>GAY RIGHTS ARE HUMAN RIGHTS</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 17:58:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il Ministro degli Esteri dell’Amministrazione Obama ha fatto un intervento di portata storica il 6 dicembre a Ginevra in occasione della giornata mondiale dei Diritti Umani: “I Diritti dei gay sono Diritti Umani”. Raiset ha censurato la notizia. di Hillary Clinton Nel 1947, i delegati di sei continenti si sono impegnati a stilare una dichiarazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il Ministro degli Esteri dell’Amministrazione Obama ha fatto un intervento di portata storica il 6 dicembre a Ginevra in occasione della giornata mondiale dei Diritti Umani: “I Diritti dei gay sono Diritti Umani”. Raiset ha censurato la notizia.</strong></p>
<p><strong></strong><br />
di Hillary Clinton<br />
Nel 1947, i delegati di sei continenti si sono impegnati a stilare una dichiarazione che affermasse le libertà e i diritti fondamentali delle persone ovunque esse vivessero. Nel secondo dopoguerra, molte nazioni sostennero una dichiarazione di questo tipo per aiutare a prevenire future atrocità e proteggere l’umanità e la dignità insita in ogni persona. E così i delegati si misero al lavoro. Discussero, scrissero, rividero, riscrissero per migliaia di ore. Incorporarono suggerimenti e revisioni proposte da governi, organizzazioni, e individui di tutto il mondo.<br />
Alle tre del mattino del 10 dicembre 1948, dopo circa due anni di lavoro e un’ultima notte di dibattito, il Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite mise in votazione il testo finale. 48 nazioni votarono a favore, 8 si astennero, nessuna votò contro: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu adottata. Essa proclamava una semplice e potente idea: tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali nella loro dignità e nei loro diritti. <span id="more-40984"></span>Con la dichiarazione si è chiarito che i diritti non sono conferiti dai governi, ma appartengono a tutte le persone dalla nascita. Non importa in che paese viviamo, chi sono i nostri leader e persino chi siamo. In quanto umani, abbiamo diritti. E poiché abbiamo diritti, i governi devono proteggerli.<br />
Nei 63 anni da quando la dichiarazione fu adottata, molte nazioni hanno fatto grandi progressi nel fare dei diritti umani una realtà. Passo dopo passo, le barriere che un tempo impedivano alle persone di godere a pieno delle loro libertà, della loro dignità e della loro umanità sono cadute. In molti luoghi, leggi razziste sono state eliminate, pratiche sociali e legali che relegavano le donne a uno status di seconda classe sono state abolite, la possibilità per le minoranze religiose di praticare la loro fede liberamente è stata garantita.   Nella maggior parte dei casi, tali progressi non furono conseguiti con facilità. Molte persone lottarono, si organizzarono e protestarono nelle pubbliche piazze e in luoghi più privati non solo per cambiare le leggi, ma anche le coscienze. E grazie al lavoro di generazioni, per milioni di individui le cui vite erano vessate dall’ingiustizia è ora possibile vivere più liberamente e partecipare pienamente alla vita politica, economica e sociale delle loro comunità.<br />
Come tutti sapete, c’è ancora molto da fare per assicurare quell’impegno, quella realtà, quel progresso per tutti. Oggi vorrei parlare del lavoro che abbiamo ancora da fare per proteggere un gruppo di persone i cui diritti umani sono ancora negati in troppe parti del mondo. Sono una minoranza invisibile. Sono arrestati, picchiati, terrorizzati e persino condannati a morte. Molti sono trattati con disprezzo e violenza dai loro concittadini mentre le autorità che dovrebbero proteggerli guardano altrove o, troppo spesso, contribuiscono ad abusarli. E’ negata loro l’opportunità di lavorare e ricevere un’adeguata istruzione, sono costretti ad abbandonare le loro case e i loro paesi o a reprimere e negare chi sono per proteggersi dal pericolo.<br />
Parlo di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, esseri umani nati liberi, eguali e con la medesima dignità degli altri, persone con il diritto di rivendicare ciò. Questa è una delle rimanenti sfide del nostro tempo per implementare i diritti umani di tutti. Parlo di questo argomento sapendo che il mio stesso paese è ben lontano dalla perfezione in tema di diritti umani per le persone LGBT. Sino al 2003 l’omosessualità era ancora un crimine in alcuni Stati. Molti americani LGBT hanno sofferto violenze e molestie nelle loro vite e per alcuni, inclusi molti giovani, il bullismo e l’esclusione sono esperienze quotidiane. Quindi noi, come tutte le nazioni, abbiamo molto lavoro da fare per proteggere i diritti umani.<br />
So bene che questa è una questione molto sensibile per molti e che gli ostacoli sulla via della protezione dei diritti umani delle persone LGBT sono radicati in profonde credenze personali, politiche, culturali e religiose. Pertanto vengo a voi con profondo rispetto, comprensione e umiltà. Anche se il progresso su questo fronte non è facile, non possiamo evitare di agire prontamente. In questo spirito voglio parlare delle questioni difficili e importanti che dobbiamo affrontare insieme per raggiungere un consenso globale attorno al riconoscimento dei diritti umani delle persone LGBT ovunque esse si trovino.<br />
La prima questione va direttamente al cuore del problema. Qualcuno ha sostenuto che i diritti gay e i diritti umani sono cose distinte, ma in verità sono la stessa medesima cosa. Certamente 60 anni fa i governi che hanno stilato e approvato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non pensarono a come essa potesse applicarsi alla comunità LGBT. Non pensavano neppure a come essa potesse applicarsi agli indigeni, ai bambini, ai disabili o altri gruppi marginalizzati. Eppure, negli scorsi 60 anni abbiamo riconosciuto che i membri di questi gruppi sono pienamente titolari di diritti e dignità poiché, come tutte le persone, essi condividono una comune umanità.<br />
Questo riconoscimento non è occorso subito. Si è sviluppato nel tempo. Nel frattempo abbiamo capito che si trattava di onorare dei diritti che le persone hanno sempre avuto, piuttosto che creare diritti nuovi o speciali per loro. Come essere una donna, un membro di una minoranza etnica, religiosa o tribale, essere LGBT non rende meno umani. Ecco perché i diritti gay sono diritti umani e i diritti umani sono diritti gay.<br />
Si violano i diritti umani quando si picchiano o uccidono persone a causa del loro orientamento sessuale o perché non si conformano alla norma culturale su come gli uomini e le donne dovrebbero apparire o comportarsi. Si violano i diritti umani quando i governi dichiarano illegale essere gay o non puniscono coloro che fanno del male alle persone gay. Si violano i diritti umani quando le donne lesbiche e transgender sono soggette ai cosiddetti stupri correttivi, o soggette a trattamenti ormonali forzati, o quando delle persone vengono uccise in seguito a incitamenti pubblici alla violenza contro i gay o quando sono costretti a scappare dai propri paesi e cercare asilo in altri Stati per salvare la propria vita. E si violano i diritti umani quando l’accesso a farmaci salva vita viene negato sulla base dell’orientamento sessuale, o un eguale accesso alla giustizia viene negato sulla base dell’orientamento sessuale, o gli spazi pubblici sono proibiti ai gay. Non importa il nostro aspetto, da dove veniamo, chi siamo, siamo tutti egualmente titolari dei nostri diritti umani e della nostra dignità.<br />
La seconda questione è se l’omosessualità è tipica di una certa parte del mondo. Alcuni sembrano credere che sia un fenomeno occidentale e che perciò fuori dall’Occidente sia possibile rigettarla. In realtà i gay nascono e appartengono ad ogni società del mondo. Sono di tutte le età, di tutte le razze e di tutte le etnie; sono dottori e insegnanti, contadini e banchieri, soldati e atleti; e a prescindere dal fatto che lo sappiamo o lo riconosciamo, sono la nostra famiglia, i nostri amici, i nostri vicini.<br />
Essere gay non è un’invenzione occidentale; è una realtà umana. E proteggere i diritti umani di tutti, etero o omosessuali, non è qualcosa che fanno solo i governi occidentali. La costituzione sudafricana, scritta dopo l’Apartheid, protegge l’uguaglianza di tutti i cittadini, inclusi quelli gay. In Colombia e Argentina, anche i diritti gay sono legalmente protetti. In Nepal, la corte costituzionale ha sentenziato che i cittadini LGBT devono avere eguali diritti. Il governo della Mongolia ha preso l’impegno di varare una nuova legislazione che affronti le discriminazioni patite dai gay.<br />
Ora, alcuni ritengono che proteggere i diritti umani della comunità LGBT sia un lusso che solo le nazioni ricche possono permettersi. Ma in effetti, in tutti i paesi, la non protezione di questi diritti ha dei costi in termini di vite etero e omosessuali perse a causa di malattie e violenze, di silenziamento di voci e visioni che avrebbero rafforzato le comunità, in termini di idee mai concretizzate da imprenditori che casualmente sono gay. Si pagano dei costi ogni volta che un gruppo è trattato peggio degli altri, siano essi donne, minoranze etniche, religiose o LGBT. L’ex presidente del Botswana, Mogae, ha recentemente sottolineato che finché le persone LGBT sono tenute nell’ombra, non potrà esserci un efficace programma di sanità pubblica contro l’AIDS. Beh, questo è vero che per altre sfide.<br />
La terza e forse più difficile questione viene sollevata quando si citano valori religiosi o culturali come ragioni per violare o non proteggere i diritti umani dei cittadini LGBT. Ciò non si differenzia molto dalle giustificazioni offerte per giustificare pratiche violente contro le donne come l’omicidio d’onore, l’arsione delle vedove e le mutilazioni genitali femminili. Alcuni continuano a difendere tali pratiche in quanto parte di una tradizione culturale. Ma la violenza contro le donne non è culturale, è criminale. Ugualmente con la schiavitù, ciò che una volta era giustificato dalla sanzione divina è oggi giustamente ritenuto un immorale violazione dei diritti umani.<br />
In ognuno di questi casi, abbiamo imparato che nessuna pratica o tradizione è superiore ai diritti umani che appartengono a tutti noi. E questo è vero anche per la violenza inflitta alle persone LGBT, la criminalizzazione del loro status o comportamento, l’espulsione dalle loro famiglie o comunità, l’accettazione tacita o esplicita delle loro uccisioni.<br />
Certamente, vale la pena notare che raramente le tradizioni e gli insegnamenti religiosi o culturali sono in conflitto con la protezione dei diritti umani. Ovviamente, la nostra religione e la nostra cultura sono fonti di compassione e ispirazione verso esseri umani come noi. Non solo coloro che giustificavano la schiavitù si appoggiavano alla religione, anche coloro che cercavano di abolirla lo facevano. Teniamo a mente che il nostro impegno a difendere la libertà di religione e la dignità delle persone LGBT hanno la medesima radice. Per molti di noi il credo e la pratica religiosa è una risorsa vitale di significato e identità fondamentale per ciò che siamo come persone. Ugualmente, per la maggior parte di noi, i legami d’amore e famigliari che abbiamo forgiato sono altrettanto vitali fonti di significato e identità. Prendersi cura degli altri è un’espressione di ciò che significa essere pienamente umani. E’ perché l’esperienza umana è universale che i diritti umani sono universali e attraversano tutte le religioni e le culture.<br />
La quarta questione è ciò che la storia ci insegna circa il modo in cui progredire verso eguali diritti per tutti. Il progresso origina da una discussione onesta. Ci sono coloro che dicono e credono che tutti i gay sono pedofili, che l’omosessualità è una malattia che può essere curata o che i gay reclutano altri per farli diventare a loro volta gay. Bene. Queste nozioni sono semplicemente non vere. E’ anche difficile che spariscano se coloro che le promuovono o accettano vengono ignorati piuttosto che invitati a condividere le loro paure. Nessuno ha mai abbandonato una convinzione perché è stato costretto a farlo.<br />
I diritti umani universali includono la libertà d’espressione e quella di pensiero, anche se le nostre parole o pensieri denigrano l’umanità degli altri. Tuttavia, mentre siamo tutti liberi di credere ciò che riteniamo, non possiamo fare tutto ciò che vogliamo, non in un mondo in cui si proteggono i diritti umani di tutti.<br />
Raggiungere una piena comprensione di queste cose richiede più di un discorso. Richiede una conversazione. Anzi, richiede una costellazione di conversazioni in luoghi piccoli e grandi. E richiede la volontà di vedere nelle più aspre differenze di visione una ragione per cominciare a conversare, non per evitare di farlo.<br />
Ma il progresso deriva dal cambiamento delle leggi. In molti posti, incluso il mio stesso paese, la protezione legale ha preceduto, non seguito, un più ampio riconoscimento dei diritti. Le leggi hanno un effetto istruttivo. Le leggi che discriminano convalidano altri tipi di discriminazione. Le leggi che richiedono eguale protezione rinforzano l’imperativo morale dell&#8217;uguaglianza. In pratica, spesso le leggi devono cambiare prima che la paura del cambiamento venga meno.<br />
Molti nel mio paese pesavano che il presidente Truman stesse facendo un grave errore quando ordinò la de-segregazione razziale delle nostre forze armate. Si affermava che ciò avrebbe minato la coesione delle unità combattenti. E fu solo dopo che la decisione venne implementata che ci accorgemmo come essa rafforzò il nostro tessuto sociale in modi che neppure i sostenitori di quella politica avevano previsto. Ugualmente, alcuni nel mio paese ritenevano che la cessazione del “Don&#8217;t Ask, Don’t Tell” avrebbe avuto un effetto negativo sulle nostre forze armate. Oggi, il comandante dei Marines, che fu una delle voci più forti contro la revisione di questa politica, dice che le sue preoccupazioni erano infondate e che i Marines hanno accolto benissimo il cambiamento.<br />
Infine, il progresso deriva dalla disponibilità di mettersi nei panni degli altri per un po’. Dobbiamo chiederci: “come mi sentirei se fosse un crimine amare la persona che amo? Come mi sentirei se fossi discriminato per una cosa di me che non posso cambiare?”. Questa sfida riguarda ciascuno di noi quando riflettiamo su convinzioni profonde, quando lavoriamo per essere tolleranti e rispettosi della dignità di tutti, e quando abbiamo umilmente a che fare con coloro i quali siamo in disaccordo nella speranza di creare una maggiore comprensione generale.<br />
La quinta e ultima questione riguarda come possiamo fare la nostra parte per portare il mondo ad accogliere i diritti umani di tutti, anche delle persone LGBT. Sì, le persone LGBT devono contribuire guidando questi sforzi, come tanti già fanno. La loro conoscenza ed esperienza è impagabile e il loro coraggio inspiratore. Conosciamo i nomi di attivisti LGBT coraggiosi che hanno letteralmente dato le loro vite per questa causa e ce ne sono molti altri il cui nome non conosceremo mai. Ma spesso coloro ai quali si negano i diritti sono quelli con meno potere di ottenere i cambiamenti che cercano. Agendo da sole, le minoranze non potranno mai raggiungere la maggioranza necessaria al cambiamento politico.<br />
Quando una parte dell’umanità viene rimossa, il resto di noi non può rimanere indifferente. Ogni volta che una barriera verso il progresso cade, ciò avviene grazie allo sforzo congiunto di coloro che stanno da entrambe le parti di essa. Nella lotta per i diritti alle donne, il sostegno degli uomini rimane cruciale. La battaglia per l’uguaglianza razziale è dipesa dal contributo di persone di tutte le etnie. Combattere l’islamofobia o l’antisemitismo è un compito per le persone di tutte le fedi. Lo stesso è vero per la lotta per l&#8217;uguaglianza.<br />
Viceversa, quando vediamo la negazione e l’abuso di diritti umani e non agiamo, mandiamo il messaggio che ciò non comporta alcuna conseguenza e incentiviamo il perpetuare di tali abusi e negazioni. Ma quando agiamo, inviamo un potente messaggio morale. Qui a Ginevra, la comunità internazionale ha agito quest’anno per rafforzare il consenso globale attorno ai diritti umani delle persone LGBT. In marzo, al Consiglio per i Diritti Umani, 85 paesi hanno sostenuto una dichiarazione contro la criminalizzazione e le violenze motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.<br />
Alla successiva sessione del Consiglio in giugno, il Sud Africa si fece promotore di una risoluzione sulla violenza contro le persone LGBT. La delegazione sudafricana parlò eloquentemente della propria esperienza e della propria lotta per l’eguaglianza di tutta l’umanità e della sua indivisibilità. Quando passò, divenne la prima risoluzione delle Nazioni Unite a riconoscere i diritti umani delle persone gay di tutto il mondo. Nell’Organizzazione degli Stati Americani quest’anno, la Commissione inter-americana sui Diritti Umani creò un’unità sui diritti delle persone LGBT, un passo verso ciò che speriamo sarà la creazione di una struttura più formale.<br />
Ora, dobbiamo andare oltre e lavorare qui e in ogni regione del mondo per galvanizzare un maggiore supporto per i diritti umani della comunità LGBT. Ai leader di quei paesi dove le persone sono imprigionate, picchiate o condannate a morte perché gay, chiedo di considerare questo: per definizione leadership significa stare alla testa del proprio popolo quando è necessario. Significa difendere la dignità di tutti i propri cittadini e convincere gli atri a fare lo stesso. Significa anche assicurare che tutti i cittadini siano trattati come eguali dalla legge del proprio Stato perché, lasciatemi essere chiara &#8211; non sto dicendo che i gay non commettono crimini. Lo fanno, proprio come gli eterosessuali. E quando lo fanno devono rispondere dei loro atti, ma non dovrebbe mai essere un crimine il semplice fatto di essere gay.<br />
Ai popoli di tutte le nazioni dico che sostenere i diritti umani è anche una vostra responsabilità. La vita dei gay è condizionata non solo dalle leggi, ma anche dal trattamento che ricevono ogni giorno dalle loro famiglie e dai loro vicini. Eleanor Roosevelt, che ha fatto così tanto per l’avanzamento dei diritti umani nel mondo, ha detto che questi diritti germogliano nei luoghi più vicini a casa &#8211; le strade dove vivono le persone, le scuole che frequentano, le industrie, fattorie e uffici dove lavorano. Questi luoghi sono il vostro campo d’azione. Le azioni che intraprendete e le idee che sostenete possono determinare se i diritti umani fioriranno dove vivete.<br />
Infine, alle persone LGBT di tutto il mondo lasciatemi dire questo: ovunque viviate e qualunque siano le circostanze della vostra vita, sia che siate connessi ad una rete di supporto, sia che vi sentiate isolati e vulnerabili, sappiate che non siete soli. Ci sono persone in tutto il mondo che stanno lavorando duramente per sostenervi e mettere fine alle ingiustizie e ai pericoli che affrontate. Questo è certamente vero per il mio paese: avete un alleato negli Stati Uniti d’America e avete milioni di amici tra gli americani.<br />
L’amministrazione Obama difende i diritti umani delle persone LGBT come parte della nostra più ampia politica sui diritti umani e come una priorità della nostra politica estera. Nelle nostre ambasciate, i nostri diplomatici stanno sollevando l’attenzione su casi e leggi specifici lavorando con vari partner per rafforzare la protezione dei diritti umani di tutti. A Washington, abbiamo creato una task force al Dipartimento di Stato per sostenere e coordinare questo lavoro. Nei prossimi mesi forniremo tutte le ambasciate di un kit di strumenti per migliorare i loro sforzi. Abbiamo anche creato un programma che offre sostegno di emergenza per i difensori dei diritti umani delle persone LGBT.<br />
Questa mattina, a Washington, il Presidente Obama ha dato vita alla prima strategia governativa dedicata a combattere le violazioni dei diritti umani contro le persone LGBT all’estero. Dando seguito a precedenti sforzi fatti all’interno del Dipartimento di Stato e di tutto il governo, il Presidente ha ordinato a tutte le agenzie governative impegnate all’estero di combattere la criminalizzaizione dello stato e della condotta LGBT, di aumentare gli sforzi per proteggere vulnerabili rifugiati LGBT, di assicurarsi che la nostra assistenza estera promuova la protezione dei diritti LGBT, di coinvolgere le organizzazioni internazionali nella lotta contro le discriminazioni e di rispondere prontamente agli abusi contro le persone LGBT.<br />
Sono anche felice di annunciare che stiamo lanciando un nuovo Fondo per l’eguaglianza globale che sosterrà il lavoro delle associazioni della società civile impegnate in tutto il mondo su queste questioni. Questo fondo le aiuterà a registrare dei fatti in modo da elaborare strategie più mirate, a imparare ad usare la legge come uno strumento a loro favore, a gestire il loro budget, a formare il loro personale, e a creare alleanze con e associazioni delle donne e altri gruppi impegnati sui diritti umani. Abbiamo stanziato più di 3 milioni di dollari per dar vita a questo fondo e speriamo che altri aggiungeranno il loro contributo.<br />
Le donne e gli uomini che lottano per i diritti umani delle persone LGBT in luoghi ostili, alcuni dei quali sono qui con noi oggi, sono coraggiosi e meritano tutto l’aiuto che possiamo dar loro. Sappiamo che il cammino non sarà facile, una grande quantità di lavoro resta ancora da fare, ma molti di noi hanno visto direttamente quanto rapidamente i cambiamenti possano avvenire. Durante le nostre vite, l’atteggiamento verso le persone gay in molti posti è stato trasformato. Molte persone, me compresa, hanno negli anni approfondito le loro convinzione sul tema man mano che gli hanno dedicato maggiore attenzione, dialogato, partecipato a dibattiti e stabilito relazioni personali e professionali con persone gay.<br />
Questa evoluzione è evidente in molti luoghi. Per sottolineare solo un esempio l’Alta Corte di Delhi ha decriminalizzato l’omosessualità in India due anni fa scrivendo, e cito: “se esiste un principio che può essere ritenuto permeante di tutta la costituzione indiana, questo è l’inclusività”. Non ho dubbi che il sostegno per i diritti umani LGBT continuerà a crescere perché per molti giovani questo è banale: tutte le persone meritano di essere trattate con dignità e vedere rispettati i propri diritti umani, a prescindere da chi sono o da chi amano.<br />
C’è una frase che negli Stati Uniti invochiamo quando vogliamo spronare gli altri a sostenere i diritti umani: “Stai dalla parte giusta della storia”. La storia degli Stati Uniti è la storia di una nazione che ha ripetutamente lottato contro l’intolleranza e l’ineguaglianza. Abbiamo combattuto una guerra civile brutale sul tema della schiavitù. In tutto il paese milioni di persone si sono unite in campagne per riconoscere i diritti delle donne, dei popoli indigeni, delle minoranze etniche, dei bambini, delle persone con disabilità, degli immigrati, dei lavoratori e così via. E la marcia verso l’uguaglianza e la giustizia continua. Coloro che combattono per espandere la cerchia dei diritti umani erano e sono dalla parte giusta della storia e la storia li onora. Coloro che tentarono di restringere i diritti umani avevano torto e la storia mostra anche questo.<br />
So che i pensieri che ho condiviso oggi coinvolgono questioni sulle quali le opinioni si stanno ancora evolvendo. Come è accaduto già molte volte, le varie opinioni convergeranno verso la verità, quella verità immutabile secondo la quale tutte le persone sono create libere e con uguali dignità e diritti. Siamo ancora una volta chiamati a rendere concrete le parole della Dichiarazione Universale. Rispondiamo a questa chiamata. Stiamo dalla parte giusta della storia, per la nostra gente, le nostre nazioni, le generazioni future, le cui vite saranno plasmate dal nostro lavoro di oggi. Mi rivolgo a voi con grande speranza e fiducia che a prescindere dalla lunghezza della strada che abbiamo davanti, la percorreremo insieme con successo. Grazie molte.&#8221;</p>
<p>Copyright per la traduzione: Associazione Certi Diritti</p>
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		<title>Perché l’Italia non si mobilita per Ai Weiwei?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 13:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[⇨ APPELLO ITALIANO PER L&#8217;ARTISTA CINESE AI WEIWEI &#160; di ⇨ Giovanna Cosenza Considerato l’artista cinese più famoso e influente al mondo, ⇨ Ai Weiwei è anche architetto, designer, scrittore, intellettuale, blogger e attivista politico. Lo scorso 3 aprile è stato fermato e sequestrato dalla polizia cinese senza alcuna spiegazione. Ai Weiwei è un cittadino [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"> ⇨ <a href="http://www.associazionepulitzer.it/" target="_blank"><u><strong>APPELLO ITALIANO PER L&#8217;ARTISTA CINESE AI WEIWEI</strong></u></a></p>
<p>&nbsp;<br />
di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giovanna-cosenza/" target="_blank"><strong>Giovanna Cosenza</strong></a></p>
<blockquote><p><strong>Considerato l’artista cinese più famoso e influente al mondo,</strong> ⇨ <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ai_Weiwei" target="_blank"><strong>Ai Weiwei</strong></a> è anche architetto, designer, scrittore, intellettuale, blogger e attivista politico. Lo scorso 3 aprile è stato fermato e sequestrato dalla polizia cinese senza alcuna spiegazione.</p>
<p align="right"><strong><span id="more-38902"></span></strong></p>
<p>Ai Weiwei è un cittadino cinese di 53 anni impastato dalla storia del suo paese e forgiato dalla storia globale più recente. Definito dai media internazionali come <strong>“l’Andy Warhol della Cina”</strong>, Ai ha iniziato a scuotere la pigra armonia dell’arte e della cultura cinesi a partire dal 1993, anno del ritorno in patria dopo un volontario esilio decennale a New York…</p></blockquote>
<p>Comincia così un bell’articolo di ⇨ <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1102352143" target="_blank"><strong>Sara Giannini</strong></a>– ex studentessa della magistrale in Semiotica – su ⇨ <a href="http://www.roarmagazine.it/" target="_blank"><strong>Roar Magazine</strong></a> (continua a leggerlo ⇨ <a href="http://www.roarmagazine.it/fenomeni-da-baraccone-20/politica/265-la-repressione-cinese-colpisce-ancora-ai-weiwei-sequestrato-il-3-aprile-a-pechino-la-stampa-italiana-tace.html#axzz1JXZQRXxt" target="_blank"><strong>QUI</strong></a>).</p>
<p><strong>Dopo di che Sara, che oggi vive in Germania, mi scrive</strong> chiedendomi di aiutarla a diffondere la notizia, a cui aggiunge il suo stupore e la sua indignazione per il fatto che in Italia, a differenza che in molti altri paesi, il caso <strong>Ai Weiwei</strong> è del tutto trascurato dai media.</p>
<p><strong>A parte infatti alcuni brevi interventi su stampa e tv </strong>(l’ultimo due sere fa su Rai News 24), la notizia circola – poco – solo su blog e testate on line: vedi per esempio questi articoli di ⇨ <a href="http://www.lettera43.it/politica/12553/ai-weiwei-sotto-inchiesta-per-crimini-economici.htm" target="_blank"><strong>Lettera 43</strong></a> e ⇨ <a href="http://daily.wired.it/blog/made_in_china/2011/04/09/ancora-su-ai-weiwei-appello-al-mondo-dell-arte-italiana.html" target="_blank"><strong>Daily Wired</strong></a>, in cui<strong> Simone Pieranni</strong> si fa una domanda analoga a quella che mi faccio io: «Perché il mondo dell’arte italiano ancora non ha partorito almeno un comunicato di solidarietà?». Ma nemmeno la rete italiana – di solito pronta a scaldarsi per un nonnulla – fa tanto clamore (l’articolo di Pieranni su <strong>Daily Wired</strong>, per esempio, non ha nessun commento).</p>
<p>Continua <strong>Sara</strong>:</p>
<blockquote><p><strong>Questi sporadici interventi sono del tutto imparagonabili alla copertura giornalistica</strong> di Germania, Francia, Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti (purtroppo non me la cavo bene con le lingue scandinave, ma mi sembra di aver capito che anche lì ci sia movimento). I giornali pubblicano quotidianamente articoli sul caso <strong>Ai Weiwei</strong> sia su carta stampata che online (basta digitare “Ai Weiwei” su Google News, può controllare lei stessa).</p>
<p><strong>Oltre all’informazione, anche i governi di questi stati si sono esposti pubblicamente</strong> e hanno richiesto il rilascio immediato. La Germania si è addirittura offerta di pagare un’eventuale cauzione.</p>
<p><strong>Riguardo alle manifestazioni di piazza, ebbene sì, sono arrivate anche quelle.</strong> Attraverso il gruppo ⇨ <a href="http://www.facebook.com/1001Chairs" target="_blank"><strong>Facebook 1001 Chairs for Ai Weiwei</strong></a> la comunità artistica internazionale ha organizzato un sit-in di fronte alle ambasciate cinesi di tutto il mondo tenutosi domenica 17 alle ore 13. Le 1001 sedie sono un riferimento all’opera “1001 Chairs and Chinese visitors” che <strong>Ai Weiwei</strong> ha realizzato per la scorsa edizione di ⇨ <a href="http://d13.documenta.de/" target="_blank"><strong>Documenta</strong></a> nel 2007.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Picchi di 200-300 partecipanti a New York, Hong Kong e Berlino</strong>. (Il mio prossimo report per ⇨ <a href="http://www.roarmagazine.it/" target="_blank"><strong>Roar Magazine</strong></a> tratta esattamente di questo.)</p>
<p><strong>Vivendo in Germania, posso soltanto dirle che qui, per una lunga serie di motivi</strong> (i tedeschi sono molto sensibili al tema della libertà di espressione e dei diritti umani) la sparizione di <strong>Ai Weiwei</strong> è molto sentita e non soltanto da chi è impegnato nel mondo dell’arte.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perciò rilancio, chiedo a chi legge di rilanciare e domando a tutti: perché i media italiani – così pronti a indignarsi per la «mancanza di libertà di espressione» se permette di parlar male di Berlusconi – trascurano <strong>Ai Weiwei</strong>?</p>
<p><strong>Troppo lontano? Poco riferito al piccolo mondo della politica nostrana?</strong></p>
<p><strong>Perché in Italia nessuno scende in piazza per Ai Weiwei</strong>? Non ce ne frega nulla dei diritti umani?</p>
<p><strong>E perché gli artisti italiani tacciono?</strong></p>
<p>da ⇨ <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/" target="_blank"><strong>DIS. AMB. IGUANDO</strong></a></p>
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		<title>La guerra agli immigrati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 10:00:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli [Questa riflessione, con cui tento di articolare un discorso complessivo sui vari sensi della servitù migrante (dal piano giuridico al piano economico, con particolare attenzione alle specificità del sistema economico italiano) compare nel numero 8 di Alfabeta2: nelle ultime settimane, abbiamo assistito a un nuovo capitolo della guerra agli immigrati, fatta della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">
<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<p>[<em>Questa riflessione, con cui tento di articolare un discorso complessivo sui vari sensi della servitù migrante (dal piano giuridico al piano economico, con particolare attenzione alle specificità del sistema economico italiano) compare nel numero 8 di </em><a href="http://www.alfabeta2.it">Alfabeta2</a><em>: nelle ultime settimane, abbiamo assistito a un nuovo capitolo della guerra agli immigrati, fatta della negazione dei diritti umani, universali solo per finzione. Ci sono persone che, molto semplicemente, non possono spostarsi liberamente su questo pianeta, anche solo per turismo, o per andare a trovare i propri parenti. Per farlo debbono varcare i confini illegalmente. Una delle accuse al realsocialismo era che teneva segregati i propri cittadini, che non gli permetteva di uscire, di viaggiare in Occidente. Poi la cortina di ferro l&#8217;abbiamo fatta noi, al contrario, per non lasciare entrare</em> gli altri. mr]</p>
<div>Che la guerra agli immigrati ci sia, è un fatto autoevidente. Si tratta di chiarirne la natura. La guerra agli immigrati non è solo un fatto italiano, né solo europeo: è un fatto globale, parte di quel complesso processo che si semplifica col termine di “globalizzazione”. In questo processo gli immigrati sono oggetto privilegiato di una guerra che però non riguarda solo loro, ma la ridefinizione dei rapporti complessivi tra capitale e lavoro &#8211; laddove però questa polarità deve definirsi mediante il ricorso ad altre coordinate:<span id="more-38647"></span> centro/periferia (le migrazioni tra campagna del “Sud” e città del “Nord” non ricalcano forse su scala globale i processi di urbanizzazione durante la rivoluzione industriale inglese?), flussi/luoghi, rendita finanziaria/profitto produttivo, eccetera. E non si può comprendere la natura delle migrazioni se non le si contestualizzano nel quadro di una ormai trentennale guerra senza quartiere contro i diritti dei lavoratori, che ha portato a una loro erosione progressiva, fino a definire l’era presente come quella del <em>precariato</em>.<!--more--></div>
<div id="_mcePaste">Gli immigrati sono individui dall’identità precaria che subiscono gli effetti di una mega-macchina da guerra, un complesso dispositivo che funziona a diversi livelli: giuridico, politico, culturale e – in <em>ultima</em> istanza, e <em>prima </em>&#8211; economico.  Essi vengono esclusi dalle società che dicono di “ospitarli”, esattamente come un aristocratico poteva dire di ospitare nelle sue ville un servo (ma l’atto finale di questa esclusione è l’espulsione, o forse, meglio: la deportazione); e, in termini più generali, vengono esclusi dal novero di coloro che possono godere dei “diritti umani”. E’ solo per l’Occidente infatti, come giustamente argomenta Žižek, che valgono i diritti umani, concepiti del resto insieme all’idea di cittadinanza, concetto che è esso stesso dirimente, esclusivo. Quella dei diritti umani è una falsa universalità, e questa finzione appare in tutta la sua evidenza quando si consideri appunto la condizione degli immigrati (non solo quelli clandestini).</div>
<div id="_mcePaste">Da questa universalità <em>gli altri</em> sono esclusi. Essa per loro non vale, e dunque smette di essere universale per trapassare in finzione. E’, con ogni evidenza, uno stato paradossale: analogamente alla paradossalità pensata con il concetto di <em>eccezione </em>da Giorgio Agamben, dove chi viene messo al bando – <em>eccepito </em>&#8211; viene incluso nel diritto mediante la sua stessa esclusione. Chi è oggetto dell’eccezione non si può dire se sia dentro o fuori dall’ordinamento giuridico, dacché il diritto si pone in relazione con lui esattamente abbandonandolo, lasciandolo a sé, alla sua <em>nuda vita</em>, privo di qualsivoglia protezione.</div>
<div id="_mcePaste">In ogni guerra uno schieramento ha i suoi avamposti, le sue torri di guardia. I Centri di detenzione per “clandestini” che costellano l’Europa sono gli avamposti della guerra agli immigrati. Terminali di una politica basata sull’esclusione.  In un libro che ho dedicato ai Centri di detenzione per immigrati li ho chiamati <em>lager</em>: ovvero <em>campi </em>dove il diritto si sospende, e dove perciò la condizione di coloro che sono esclusi dal diritto appare in tutta la sua concretezza. La condizione paradossale dell’escluso era stata del resto inconsapevolmente esibita nel nome che a questi Centri &#8211; che oggi, più brutalmente, si chiamano Centri di identificazione ed espulsione &#8211; era stato dato all’epoca della loro istituzione con la legge Turco-Napolitano: Centri di <em>Permanenza Temporanea</em>.</div>
<div id="_mcePaste">Da un’altra prospettiva quei centri appaiono come are sacrificali. Dove si compie un atto di sacrificio nei confronti di una vittima designata secondo la più classica delle logiche espiatorie. Quei centri, allora, servono a mostrare all’<em>opinione pubblica</em> – concetto quanto mai finzionale, costruito in quanto tale dal sistema dello Spettacolo – ciò che normalmente è occultato: sono i luoghi dove l’invisibilità costitutiva del clandestino si rende visibile. Ma si badi, non è il clandestino a rendersi visibile &#8211; ché i singoli uomini e donne restano occultati alla coscienza degli “spettatori”: ad essi non sono restituiti nome né volto, non diventano mai <em>persone </em>&#8211; ma è la condizione di clandestinità stessa, nella sua invisibilità, a essere mostrata. E questa esibizione accade nell’atto sacrificale dell’espulsione. Una mutilazione corporale, un taglio, la restituzione al mondo <em>altro </em>della barbarie, cacciati nell’indistinzione di un mondo ctonio. (Il tempio e il sacro, com’è noto, sono i luoghi della separazione). In questi centri si opera il discrimine radicale tra il dentro e il fuori: tra gli umani e i non-umani. Se una possibile definizione dell’essere umano potrebbe essere: “colui che gode dei diritti che pertengono all’umano”, allora in questi centri, altari sacrificali dell’epoca presente, si sancisce che alcuni esseri non godono dei diritti umani, e dunque umani non sono.</div>
<div id="_mcePaste">Non sono umani, gli uomini neri. Essi <em>servono</em>. Servono in molte guise. Servono, anzitutto, in quanto uomini neri. Che poi è il modo migliore di rendere il senso etimologico del termine “clandestino”. <em>Clam</em>&#8211;<em>des</em>&#8211;<em>tinus</em>. Ciò che sta nascosto al giorno, e odia la luce. Chi sta nell’ombra. L’uomo nero, invisibile, confuso nella notte, privo di figura, di contorni, di volto, di nome, di identità. Una grande massa oscura che viene designata nella sua paurosa alterità. L’uomo nero, eterna macchina da paura. Ed è questo il primo senso del servo: produrre paura. Di come la paura sia una formidabile risorsa politica hanno detto in tanti, e basti ricordare colui che ha pensato la sovranità politica moderna, Thomas Hobbes: l’uomo rinuncia volontariamente ai propri diritti nella misura in cui ha paura dell’<em>altro</em> uomo, fatto lupo. Più si crea l’immagine dell’altro in quanto mostro, tanto più l’individuo rinuncerà ai propri diritti – dunque a se stesso in quanto umano, propriamente – per aver salva la vita. Produrre paura è essenziale in tempi d’emergenza come questi, per il rapporto direttamente proporzionale tra paura e rinuncia ai diritti e rafforzamento del potere sovrano. Il sistema Spettacolare è lì (anche) per questo: produce fantasmi per natura, e quello dell’uomo nero è facile da produrre, è un effetto ottico di moltiplicazione. Basta parlare di immigrazione quando si parla di criminalità e il gioco è fatto, si crea un <em>frame</em> che resta inciso nelle reti neurali vita natural durante.</div>
<div id="_mcePaste">Ma quanto più gli immigrati vengono concepiti/prodotti in quanto uomini neri, tanto più vengono animalizzati e respinti ai margini dell’umano. Vengono resi, sempre di più, cose. E, in particolare, <em>macchine</em> produttive. Il tipo <em>ideale </em>del lavoratore, da sempre desiderato da un sistema fondato esclusivamente sul profitto: in quanto invisibili, essi non hanno nulla da reclamare, da rivendicare, e possono essere usati esattamente come macchine.</div>
<div id="_mcePaste">A questo punto, è necessaria una puntualizzazione: quando dico clandestino, non mi riferisco solo agli immigrati <em>irregolari</em>, senza permesso di soggiorno (“illegali”). Mi riferisco invece all’immigrato<em> tout court</em>. Sì, perché qualsiasi immigrato è un clandestino. Un immigrato regolare, essendo la sua condizione di regolarità legata al possesso di un contratto di lavoro, può in qualsiasi momento essere cacciato nella condizione di clandestinità: un immigrato regolare è sempre un clandestino potenziale. Egli è sempre soggetto a un ricatto costante: o mantiene il lavoro alle condizioni che gli sono offerte o rischia di essere nullificato in quanto persona. Escluso dal novero di coloro che possono godere dei diritti universali. Ma se i diritti universali sono intangibili, il fatto che egli possa perderli implica che nemmeno per lui vige l’universalità del diritto. L’immigrato regolare è già una persona inferiore rispetto al “cittadino”. E questa inferiorità è legata alla sfera del lavoro. E’ nel lavoro dunque che occorre andare a trovare le ragioni ultime di questa produzione di esseri esclusi dall’universalità del diritto.</div>
<div id="_mcePaste">La migliore definizione del clandestino è, da questa prospettiva, quella di “precario assoluto”. Egli è colui che subisce nella propria quotidianità gli effetti devastanti di una precarietà assoluta, in tutti i campi della propria esistenza: lavorativo, giuridico, abitativo, relazionale, affettivo… Il clandestino è allora il punto terminale di un processo – quello della precarizzazione – che riguarda tutti: cittadini e no, garantiti e no. E’ la base di una piramide sociale basata sul ricatto: sopra di lui c’è infatti l’immigrato regolare, clandestino potenziale, che a sua volta deve soggiacere al ricatto lavorativo per non perdere il permesso di soggiorno , e accetterà dunque condizioni che potrebbero essere inaccettabili per un “cittadino” che non ha lo spettro di essere cacciato nella clandestinità e deportato. L’effetto di questa piramide è l’abbassamento complessivo dei diritti di <em>tutti</em> i lavoratori.</div>
<div id="_mcePaste">Così, il lavoratore italiano che vede quello marocchino accettare un salario minore, ritmi e tempi di lavoro più intensi, si scaglia contro la presenza dei lavoratori immigrati: quando invece si tratterebbe di capire che per difendere i propri diritti l’unico modo sarebbe quello di far sì che anche il lavoratore marocchino li abbia, in modo che potrebbe rivendicarli senza essere costretto ad accettare quelle condizioni. Come sempre è stato, la divisione dei lavoratori è il primo nemico per i lavoratori stessi. Del resto, da questo punto di vista la storia italiana lo insegna: i lavoratori meridionali che emigravano al nord nel secondo dopoguerra erano considerati crumiri, all’inizio. Ma poi, nel giro di quindici anni, tra molti di loro si sviluppò un forte processo di sindacalizzazione, di <em>coscienza di classe</em> – e furono in prima fila nelle avanguardie politiche dell’autunno caldo, delle occupazioni, dei picchetti. Erano cittadini, e potevano farlo. Oggi gli immigrati, in quanto esclusi dall’universalità dei diritti, non possono.</div>
<div id="_mcePaste">La guerra agli immigrati non è solo un fatto italiano, dicevo all’inizio. Ma l’Italia, nella sua legislazione sull’immigrazione, combina gli strumenti peggiori escogitati dalla fortezza Europa: ultimo dispositivo, il pacchetto sicurezza. Credo che questo abbia a che fare con un’anomalia di fondo del sistema socioeconomico del nostro paese, che richiede lavoratori servili in misura ancora maggiore degli altri paesi. Due dati. L’Italia è il paese in Europa, che detiene il record, insieme alla Grecia, dell’incidenza dell’economia sommersa sul Pil. Ogni studio dà stime differenti, ma sono tutti concordi nel definire chi guida la classifica: secondo il più recente studio comparativo, effettuato della società di consulenza AT Kerney, il sommerso in Italia conta il 22,2% del Pil, più che in ogni altro paese dei quindici di prima adesione all’Unione Europea.</div>
<div id="_mcePaste">Inoltre, la struttura del sistema economico italiano è in maniera abnorme frammentata, polverizzata. Catene infinite di esternalizzazioni, appalti, subappalti, gare al massimo ribasso – e conseguente necessità primaria di disporre di un serbatoio di lavoratori neri e nerissimi a cui attingere. Come ho già scritto in Servi, il sistema produttivo italiano è un sistema che aumenta profitti e rendite, ma che scarica i costi sui lavoratori autonomi delle microimprese, esposti alla perdita di garanzie e di sicurezze. Le medie e grandi imprese italiane accumulano profitti (mai in misura così grande nella storia del paese come nel decennio 1996/2005, secondo un’indagine di Mediobanca del 2006), riducendo progressivamente l’occupazione. A offrire lavoro sono appunto le piccole imprese e le microimprese, sulle quali è scaricato di fatto, mediante il sistema degli appalti e delle gare al massimo ribasso, il rischio d’impresa (fatto paradossale, visto che esso sarebbe la giustificazione ideologica del profitto capitalistico…). E le microimprese in Italia hanno un peso abnorme rispetto ai paesi dell’Europa “avanzata”. Costituiscono infatti il 94% delle imprese italiane, e offrono lavoro a poco meno della metà di tutti gli occupati nel settore di mercato, per la precisione al 47,8%, una percentuale più che doppia rispetto ai dati francese e tedesco. E se i profitti restano alle parti alte della catena produttiva,  tutto va a scaricarsi su queste imprese, che – lavorando senza capitali e senza sussidi &#8211; in qualche modo devono far fronte agli utili risicati che gli restano. A sua volta questo richiede in maniera quasi necessaria l&#8217;utilizzo di lavoro nero, e nerissimo.</div>
<div id="_mcePaste">Ecco, allora, il perché della guerra. C’è da forgiare un soggetto sempre più privo di diritti da usare: da sfruttare, si dovrebbe dire, se non si avesse paura di un linguaggio troppo chiaro e distinto.</div>
</div>
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		<title>DIRITTI FONDAMENTALI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 00:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di DARIO FERRI L’ambasciatore della Santa Sede si oppone alla risoluzione Onu che mira a porre fine alle discriminazioni e alle violenze contro gli omosessuali: “Essere contro l’omosessualità è un diritto fondamentale”. Il 23 marzo a Ginevra, alla Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite, è stata depositata una proposta di risoluzione che chiede di mettere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di DARIO FERRI</p>
<p>L’ambasciatore della Santa Sede si oppone alla risoluzione Onu che mira a porre fine alle discriminazioni e alle violenze contro gli omosessuali: “Essere contro l’omosessualità è un diritto fondamentale”.<br />
Il 23 marzo a Ginevra, alla Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite, è stata depositata una proposta di risoluzione che chiede di mettere fine alle violenze e alle discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere delle persone, sostenuta da 83 Stati.<br />
Nel testo si esprime grande preoccupazione per le discriminazioni degli omosessuali in ogni regione del mondo. Le violazioni dei diritti umani nei loro confronti includono omicidi, stupri, torture e persecuzioni penali. La risoluzione riconosce come il tema dell’omosessualità sia visto con diverse sensibilità nelle varie società mondiali, ma evidenzia come la comunità mondiale si debba impegnare per porre fine alle discriminazioni di ogni minoranza. Il documento è stato appoggiato da tutti i grandi Stati europei,  Nordamericani e Sudamericani, mentre è stato snobbato da Russia e Cina. Particolarmente entusiasta la nota di Hillary Clinton, che ha fatto del riconoscimento dell’uguaglianza dei gay un obiettivo della politica estera americana: “I diritti per la comunità di LGBT sono diritti umani, e i diritti umani sono i diritti per la comunità LGBT”.<span id="more-38530"></span><br />
Durante la presentazione del documento alcuni dei paesi firmatari hanno preannunciato di voler presentare il testo di una risoluzione di condanna agli 80 paesi del mondo che perseguitano penalmente l’omosessualità. L’arcivescovo Silvano Tomasi dell’Osservatorio Permanente del Vaticano presso le Nazioni Unite, ha invece attaccato chi vuole proporre la fine della discriminazione per i gay, con queste parole: ”La gente viene attaccata perché prende posizione contro le relazioni fra persone dello stesso sesso… quando invece esprimono dei pareri del tutto normali, basati sulla natura umana, vengono stigmatizzati, e ancor peggio, perseguitati e sviliti”. “Questi attacchi” ha proseguito l’arcivescovo “sono una chiara violazione dei diritti umani fondamentali e non possono essere giustificati in nessun caso…”.<br />
Questo vittimismo furbo vorrebbe far passare per martiri i carnefici. Nessuno nega il diritto alla libera opinione, ma quando si pretende di scendere nell’agone politico, ingerendo nelle legislazioni statali e condizionando le scelte politiche degli stati, si deve essere pronti a ricevere delle legittime critiche, senza invocare una “lesa maestà” che suona grottesca.<br />
Secondo l’ambasciatore del Vaticano, gli Stati hanno il diritto di regolare certe pratiche sessuali e di vietarne alcune per legge. Una posizione che va chiaramente contro lo spirito della risoluzione della Nazioni Unite.<br />
Sappiano, gli italiani, a chi versano direttamente o surretiziamente l’8 per mille del loro reddito.</p>
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		<title>Pace a responsabilità limitata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 08:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[da «il Fatto Quotidiano» &#8211; giovedì 24 marzo 2011 Ancor più dell’intervento militare, sconcerta la noncuranza con cui siamo disposti ad affrontare una crisi che sconta l’ennesimo fallimento delle politiche nazionali di Evelina Santangelo In Sicilia, il secondo giorno dell’operazione «Odissea all’alba», una pacifica domenica semiprimaverile. Ma sarebbe bastato affacciarsi da qualche terrazza lontana dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">da «il Fatto Quotidiano» &#8211; giovedì 24 marzo 2011</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><em>Ancor più dell’intervento militare, sconcerta la noncuranza con cui siamo disposti ad affrontare una crisi che sconta l’ennesimo fallimento delle politiche nazionali</em></span></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Evelina Santangelo</strong><br />
In Sicilia, il secondo giorno dell’operazione «Odissea all’alba», una pacifica domenica semiprimaverile. Ma sarebbe bastato affacciarsi da qualche terrazza lontana dai rumori della strada per sentire il rombo ininterrotto degli aerei militari attraversare il cielo. Così, dopo aver udito per tutta la mattina quel rombo, si poteva rischiare di sentirsi come i non-rinoceronti nel Rinoceronte di Ionesco in cui non si sa più chi abbia ragione tra quanti galoppano sfrenatamente inconsapevoli (o consapevoli di un altro ordine) e chi patisce un tale senso di alterazione percettiva da sognare esso stesso di trasformarsi in rinoceronte e, per esempio, non sentirlo affatto il rombo degli aerei, con tutto quel che ne consegue.</p>
<p><span id="more-38523"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«E se fossero loro ad avere ragione»</strong>, si chiede il protagonista del Rinoceronte di Ionesco. Proprio su questo ordine di «ragioni» vorrei soffermarmi oggi che non sono più nemmeno così certi gli obiettivi umanitari giustamente evocati dal presidente Napolitano. Il punto infatti è anche come, con che animo si affronta un’operazione militare destinata ad avere costi altissimi, e come si è affrontato quel che è accaduto finora, quando le rivolte hanno reso evidente la natura di quei poteri dispotici o totalitari, mentre le ritorsioni sulla popolazione hanno chiamato in causa direttamente le nostre coscienze di cittadini i cui governi hanno firmato trattati internazionali per la salvaguardia dei diritti umani, salvo poi disattenderli all’occorrenza, e in modo plateale. Anche in questa «platealità» si annidano le nostre colpe. Le colpe di un’opinione pubblica connivente con il gretto, ottuso, rovinoso pragmatismo di governanti che si dimostrano ogni giorno più mediocri. Le colpe di un’opinione pubblica che si beve tutto, le più ridicole menzogne, le peggiori ipocrisie, in nome di mire fameliche, interessi di bottega, salvo poi gridare all&#8217;invasione dinanzi a tutta un&#8217;umanità in fuga. Per questo, credo sia arrivato davvero il momento di assumerci le nostre responsabilità proprio in quanto opinione pubblica dotata di un potere preciso, il potere di giudicare la classi politiche (degli organismi nazionali o internazionale) che, proprio in questa occasione, hanno dimostrato tutta la loro cecità. Non solo perché ci hanno convinti che il più asfittico pragmatismo ci avrebbe messo al riparo da ogni pericolo, ma anche perché dinanzi all’inatteso, o a quello che non sono state in grado nemmeno di subdorare (le rivolte nordafricane di genti esasperate), hanno continuato e continuano a scegliere quello stesso pragmatismo famelico di cui quell’umanità in fuga è solo il segno più tangibile.<br />
Siamo arrivati al punto, noi italiani, ad esempio, di trovare accettabile la bestemmia che si potesse non disturbare l’amico massacratore, in quanto amico e in quanto massacratore-garante della pulizia dei mari e delle coste contro quelle genti che sono state definite da lui stesso «ratti» (e, implicitamente, anche da noi!) E tutto questo, perché ci fanno più paura i profughi e la messa in discussione dei nostri accordi economici (il mai decaduto Trattato di Amicizia) che i bombardamenti sulla Libia compiuti da chiunque&#8230; Né l’essere contrari all’intervento armato è garanzia di una cultura diversa. La Lega docet.<br />
Per questa ragione, quello che sconcerta oggi, prima ancora che l’intervento militare, è la noncuranza o la sollecitudine tutta interessata con cui ci siamo disposti ad affrontare questa crisi in cui si paga lo scotto di un fallimento, l’ennesimo fallimento di politiche nazionali e internazionali (i profughi sono tutti lì, il caos regna sovrano).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ed è un fallimento,</strong> non in nome di un pacifismo di principio, ma in nome di quella civiltà, di quel nuovo umanesimo – fatto di un sentimento di radicale corresponsabilità rispetto ai crimini commessi contro l’umanità tutta – su cui, all’indomani degli orrori del Novecento, si è cercato di fondare il senso di appartenenza alla comunità internazionale in un mondo più sicuro. Mentre oggi sembra prevalere un generalizzato senso di irresponsabilità praticato con metodo, in ossequio a una visione della libertà e dei diritti privatistica, una visione in cui i profughi appunto fanno più paura della violazione di quel diritto delle genti che è poi il nostro-comune-diritto all’incolumità contro l’arroganza e l’abuso di qualsiasi potere.<br />
Se tutto ciò troppo spesso non accade, come mi potrebbe rispondere qualche campione della realpolitik (e oggi in giro ce ne sono di grettissimi resi forti dal consenso di cui godono), se tutto ciò ha tanto l’aria di un’aspirazione utopica (come quella che si legge nel preambolo dell’Onu: «Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra&#8230; a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell&#8217;uomo&#8230;»), non significa affatto che l’opinione pubblica non debba pretendere il rispetto di queste aspirazioni, costringendo il potere politico a scelte il più possibile conseguenti anche al di là dei più immediati interessi nazionali. È nostro dovere e nostra responsabilità farlo, ne va del nostro destino, se non vogliamo accettare di vivere in un mondo di rinoceronti privati del potere di giudizio al punto da non vedere e non sentire quel che ci accade intorno. Anche perché, i risvegli, in questi casi sono amarissimi.</p>
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		<title>In tutta evidenza. Sakineh ci &#8220;riguarda&#8221; davvero?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 10:13:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Poche cose appaiono alla nostra coscienza più ripugnanti della pratica della lapidazione, con quella brutalità che istituzionalizza e legittima la violenza di una comunità verso un capro espiatorio, eletto in quanto debole e diverso, e lo fa con modalità che ci viene spontaneo chiamare “barbare”, ovvero totalmente, radicalmente “altre”, un’irruzione  di una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Sakineh-Mohammadi-Ashtiani.jpg_415368877.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36578" title="Sakineh-Mohammadi-Ashtiani.jpg_415368877" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Sakineh-Mohammadi-Ashtiani.jpg_415368877-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Poche cose appaiono alla nostra coscienza più ripugnanti della pratica della lapidazione, con quella brutalità che istituzionalizza e legittima la violenza di una comunità verso un capro espiatorio, eletto in quanto debole e diverso, e lo fa con modalità che ci viene spontaneo chiamare “barbare”, ovvero totalmente, radicalmente “altre”, un’irruzione  di una pre-umanità che vorremmo dimenticare, e che invece si ripresenta nella sua ferocia, installata al cuore dell’umano. E’ una ripugnanza universale, e in queste settimane si moltiplicano gli appelli, di intellettuali e di persone comuni, comprese intere squadre di calcio: e in rete, che in questo è uno specchio degli umori della società, il nome di Sakineh ha riempito le pagine dei social network. <span id="more-36577"></span>L’articolo di Giuliana Sgrena sul <em>manifesto </em>è sottoscrivibile non una ma mille volte. L’orrore per una lapidazione è totale, prende alla gola (e basta andare su qualche video che gira su youtube per sentirlo fisicamente, quell’orrore).  Insomma c’è un’evidenza assoluta, in questa vicenda.  Ecco, è questa evidenza che si tratterebbe di interrogare, questa unanimità di prese di posizione. E chiedersi se sono davvero prese di posizione. Mi spiego. L’etica implica una scelta tra differenti opzioni, e scegliere, prendere posizione, significa partecipare della scelta fino in fondo, fino alle conseguenze che quella scelta ha in serbo per noi. La scelta ci deve riguardare:  deve essere a portata di sguardo, ovvero avere a che fare con noi, implicare scelte di vita “nostre”, che si attivino nella nostra quotidianità. Altrimenti non è che una paradossale espressione di indifferenza. Nell’unanime coro per Sakineh mi pare invece non ci sia scelta: la scelta, qui, è già fatta. E’ la posizione che “si” prende da sé: per chi aderisce è sufficiente una generica enunciazione contro la barbarie, e il gioco è fatto, e l’approvazione sociale ottenuta. E’ un bel gesto a buon mercato, facile facile, che non implica nulla che ci riguardi direttamente, visto che stiamo parlando di un mondo “totalmente altro”. Ci si scaglia contro una ferocia che non ci riguarda, e dunque questa scelta non ci impone di riconsiderare la “nostra” vita per scorgerne gli aspetti feroci e barbari installati in essa. In questo senso rischia di diventare una scelta consolatoria, deresponsabilizzante (attenzione, ribadisco che non sto dicendo che è una scelta sbagliata, tutt’altro, è ovviamente – evidentemente &#8211; necessaria: propongo di considerare l’ambiguità inscritta in questa necessità, in questa evidenza). Questo aspetto della questione si intreccia poi con l’altro aspetto, quello più propriamente politico: ovvero, la sovraesposizione di questo caso rispetto ad altri, la sua iper-mediatizzazione. Come sempre avviene, le ostilità contro il Nemico globale vengono aperte, nella nostra era, da questioni umanitarie. E allora, l’Iran (che con la sua odiosa casta “clericofascista” si offre certo facilmente all’avversione: ma come dicono gli intellettuali come Akbar Ganji, che scontano il dissenso sulla propria pelle, non è l’irruzione violenta dell’Occidente che può far migliorare le cose – come si è visto in Iraq). Lo stesso trattamento non viene però  riservato ad esempio nei confronti dell’Arabia Saudita, alleato da tener buono, che prevede e pratica la lapidazione come pena per le adultere. Insomma, continuare a lottare per la salvezza di Sakineh è necessario, e si tratta di farlo con tutti i mezzi, fino in fondo. Dopodiché vorrei che chi si è speso per lei, per esempio un’intera squadra di calcio, come passo successivo e consequenziale prendesse posizione anche su una serie di fatti che ci riguardano direttamente, come per esempio su tutte le Sakineh rinchiuse nei Cie in attesa di essere deportate e magari mandate a morire nel deserto, in violazione dei più elementari diritti umani.</p>
<p><em>(pubblicato sul </em>manifesto<em>, 09/09/2010)</em></p>
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		<title>Questioni di censura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 09:00:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ethan Zuckerman Il recente intervento del segretario di Stato Hillary Clinton sulla libertà di internet è un segno del forte interesse del Dipartimento di Stato Usa verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse ed autoritarie. E&#8217; naturale che il Dipartimento di Stato guardi ai progetti di sistemi per eludere la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/">Ethan Zuckerman</a></p>
<p>Il <a href="http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm">recente intervento</a> del segretario di Stato Hillary Clinton sulla libertà di internet è un segno del forte interesse del Dipartimento di Stato Usa verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse ed autoritarie. E&#8217; naturale che il Dipartimento di Stato guardi ai progetti di sistemi per eludere la censura su internet. Il New York Times segnala che un gruppo di senatori chiede al Segretario di utilizzare i fondi esistenti <a href="http://www.nytimes.com/2010/01/21/technology/21censor.html">a sostegno dello sviluppo dei programmi per aggirare la censura</a>, tra cui <a href="http://www.torproject.org/">Tor</a>, <a href="http://psiphon.ca/">Psiphon</a> e <a href="http://www.dit-inc.us/freegate">Freegate</a>.</p>
<p>Ho passato buona parte degli ultimi due anni studiando i sistemi di elusione della censura su internet. Con i colleghi <a href="http://blogs.law.harvard.edu/hroberts/">Hal Roberts</a> e <a href="http://blogs.law.harvard.edu/palfrey/">John Palfrey</a> ho eseguito <a href="http://en.scientificcommons.org/51835899">uno studio</a> che mette a confronto i punti di forza e di debolezza dei diversi strumenti. Gran parte del nostro sforzo è finalizzato al coordinamento tra gli sviluppatori di questi strumenti e chi ha bisogno di questi strumenti per pubblicare contenuti sensibili.</p>
<p>Sono del tutto convinto che abbiamo bisogno di strumenti anticensura solidi, anonimi e di facile utilizzo. Ma credo anche che abbiamo bisogno di molto di più di semplici strumenti per aggirare la censura e temo che i tecnologi e i finanziatori si concentrino solo su questo aspetto della libertà su internet a scapito degli altri. Mi chiedo se stiamo studiando abbastanza le limitazioni fondamentali dei sistemi di elusione e se stiamo ragionando anche su cosa la libertà sul web possa fare per gli utenti in società non democratiche.</p>
<p>A questo proposito lancio una provocazione: <strong>Non possiamo eludere la censura su internet</strong>.<span id="more-32698"></span></p>
<p>Non voglio dire che i sistemi di aggiramento della censura non funzionano. Abbiamo provato diversi sistemi di elusione in nazioni dove funziona la censura e abbiamo scoperto che la maggior parte di questi riesce a recuperare materiali bloccati dal firewall cinese e da sistemi simili. C’è qualche problema legato alla privacy, alla dispersione di dati, alla resa di alcuni tipi di contenuti e soprattutto l’usabilità e la performance, ma i sistemi funzionano e riescono a eludere la censura. Quello che però voglio dire è che non possiamo permetterci di utilizzare gli strumenti esistenti per “liberare” tutti gli utenti internet cinesi, anche se tutti volessero davvero essere &#8220;liberati&#8221;.</p>
<p>I sistemi anticensura hanno tutti uno stesso modello operativo: agiscono come proxy per permettere di raggiungere contenuti bloccati. Un utente viene bloccato nell’accesso a un sito dal suo Isp o dall’Isp di quell’Isp. Se vuole leggere una pagina di Human Rights Watch, non riesce a visualizzarla perché l’indirizzo Ip di quella pagine è su una “black list”. Così indirizza il suo browser verso un altro indirizzo Ip per ottenere dal server di Hrw quella pagina. Così, se quell’indirizzo non è bloccato, riesce a ricevere la pagina via proxy. Nell’operazione il proxy funziona come un service provider. La sua capacità di fornire un servizio adeguato ai suoi utenti è legato all’ampiezza di banda, sia in fase di accesso al sito che di scaricamento dei contenuti. E la banda larga costa.</p>
<p>Alcuni sistemi hanno cercato di ridurre questi costi cercando di condividerli tra alcuni volontari – Psiphon nella sua forma originaria utilizzava computer di alcuni volontari in tutto il mondo come proxy e utilizzava la loro banda per accedere a internet. In molti paesi, però, le connessioni sono asimmetriche, ottimizzate per lo scaricamento di contenuti ma molto più lente quando si tratta di inviare contenuti. Psiphon non è più basata principalmente su proxy ospitati da volontari. Tor sì, ma i nodi di Tor sono speso ospitati su server di università e società che hanno ampia disponibilità di banda. Maproprio la disponibilità di banda rimane uno dei maggiori vincoli all’uso di Tor. Gli strumenti attualmente più usati – servizi VPN come <a href="https://www.relakks.com/">Relakks</a> e <a href="http://www.witopia.net/welcome.php">Witopia</a> – chiedono in pagamento agli utenti cifre annue significative per le spese legate alla banda larga.</p>
<p>Ipotizziamo che sistemi come Tor, Psiphon e Freegate ricevano finanziamenti aggiuntivi dal Dipartimento di Stato. Quanto costerebbe fornire accesso via proxy per la Cina, per esempio? In Cina ci sono <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTOE60E06S20100115">384 milioni di utenti</a> di internet, il che significa avere un Isp in grado di gestire più di 25 volte <a href="http://www.isp-planet.com/research/rankings/usa.html">gli utenti del più grosso Isp Usa</a>. La Cina consuma 866.367 Mbps di banda larga secondo <a href="http://www.cnnic.net.cn/en/index/0O/index.htm">CNNIC</a>. Non è facile stimare quanto gli Isp paghino per la banda larga, anche se i prezzi convenzionali sono tra 0,05 e 0,10 dollari per gigabit. Sulla base di un prezzo di 5 centesimi, il costo per portare internet in Cina sarebbe di 13,6 milioni al mese, 163,3 milioni l’anno solo per la banda larga, senza contare i costi dei proxy server, dei router, degli amministratori di sistema. Rispetto a queste cifre, i 45 milioni che i senatori Usa chiedono alla Clinton sembrano una cifra irrisoria.</p>
<p>C’è un’altra complicazione: non stiamo parlando solo di gestire un Isp, ma di gestire un Isp di cui con ogni probabilità verrà fatto un cattivo uso. Gente che fa spam, truffatori e altri criminali su internet usano proxy server per condurre le loro attività in modo da proteggere la loro attività. Wikipedia<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Open_proxies"> si riserva il diritto di bloccare utenti che usino proxy</a> per editare le voci, dopo che molti utenti hanno utilizzato i proxy per aggirarne le regole. Gli operatori proxy devono quindi trovare un punto di equilibrio: affinché i proxy siano utili, le persone devono saperli usare per accedere a siti come Wikipedia o YouTube, ma se li usano per abusare dei siti visitati, i proxy vengono bloccati.</p>
<p>Sono scettico sul fato che il Dipartimento di Stato possa o voglia di finanziare o attivare un Isp che possa essere utilizzato da milioni di utenti simultaneamente, molti dei quali lo userebbero <a href="http://news.techworld.com/security/10663/researchers-eye-open-proxy-attacks/">per commettere frodi o mandare spam</a>. Le persone che finanziano proxy non sanno cosa questi possono fare in questo senso: invece pensano che i proxy siano usati solo in specifiche circostanze, per accedere a contenuti bloccati. Questo è il problema. Uno stato come la Cina blocca molti contenuti: <a href="http://english.blawgdog.com/2010/01/googles-angry-sacrifice-and-accelerated.html">secondo Donnie Dong</a> cinque dei dieci siti più popolaro nel mondo sono bloccati in Cina. Tra questi YouTube e Facebook, che occupano molta banda a livello di pesantezza dei download che di lunghezza delle sessioni. Forse potremmo fare da ISP per la Cina se fornissimo accesso solo verso <a href="http://hrw.org/">Human Rights Watch</a>, non certo se fornissimo accesso a YouTube. Gli operatori proxy hanno affrontato questo tipo di questioni quando hanno mezzo dei limiti all’utilizzo dei loro strumenti: alcuni bloccano YouTube o contenuti pornografici, altro limitano l’uso da parte di alcune persone. Nel decidere chi o che cosa bloccare gli operatori danno la loro risposta a una questione complessa: <strong>Che parti di internet vogliamo aprire alle persone che vivono in società autoritarie?</strong></p>
<p>Non è una questione semplice. Immaginiamo di riuscire a fare traffico tramite proxy verso paesi come Cina, Iran o Myanmar, e di riuscire a mantenere questi proxy accessibili e liberi (non è semplice). Abbiamo ancora dei problemi. La gran parte del traffico è domestico. In Cina stimiamo che il 95% del traffico è interno al paese. E la censura agisce soprattutto a livello domestico. Come <a href="http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/2378/2089">documentato</a> da <a href="http://rconversation.blogs.com/">Rebecca MacKinnon</a>, in Cina i contenuti user generated vengono censurati con modalità complesse e decentrate. Quindi una gran parte di materiali controversi non viene pubblicato sia perché viene bloccato, sia perché gli autori temono che venga bloccato o cancellato l’account del loro blog. Se gli autori cinesi avessero per esempio accesso a Blogger, potrebbero pubblicare lì.</p>
<p>Nel promuovere la libertà su internet dobbiamo valutare strategie per contrastare la censura nelle società chiuse. Dobbiamo quindi affrontare anche la “censura soft”, l’utilizzo degli spazi pubblici da parte dei regimi autoritari che sponsorizzano blogger filo-governativi e spargono commenti favorevoli (Evgeny Morozov ci offre una visione molto cupa sull’uso autoritario dei social media in “<a href="http://www.prospectmagazine.co.uk/2009/11/how-dictators-watch-us-on-the-web/">How dictators watch us on the web</a>”).</p>
<p>Dobbiamo anche affrontare la crescente minaccia alle conversazioni online. Quando <a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article1483840.ece">la Turchia blocca YouTube</a> per evitare che cittadini turchi vedano video che diffamano Ataturk, non fa vedere quel contenuto a 20 milioni di navigatori turchi. Quando qualcuno lancia un <a href="http://www.irrawaddy.org/opinion_story.php?art_id=14280">denial of service  distribuito (DDoS) nei confronti di Irrawaddy</a> (giornale online molto critico nei confronti del governo di Myanmar), ne inibisce  la lettura a tutti. I sistemi di elusioni possono permettere ai turchi di superare il blocco su YouTube, ma non aiutano gli americani o i birmani a vedere Irrawaddy quando è sotto un DDoS o un attacco di hacker.</p>
<p>Gli editori di contenuti controversi stanno realizzando che non devono solo affrontare censure mediante sistemi nazionali di filtraggio, ma anche mediante una serie di attacchi tecnici e legali mirati a rendere inaccessibili i loro server. Ci sono diversi metodi con cui gli editori possono aumentare la resistenza dei loro siti agli attacchi DDoS o ai filtri. Per evitare il blocco in Turchia, YouTube può aumentare il numero degli indirizzi Ip che conducono al server; può mantenere una mailing list per fornire agli utenti gli indirizzi Ip non bloccati con cui poter accedere a YouTube oppure creare un’applicazione che, una volta scaricata, fornisce indirizzi Ip non bloccati agli utenti di YouTube. Sono tutti sistemi utilizzati dai siti spesso bloccati in stati autoritari. Ma YouTube non adotta queste misure per almeno due motivi.</p>
<p>In primo luogo ha sempre cercato di trattare con le nazioni che filtrano internet  piuttosto che contrapporsi combattendo i filtri, anche se adesso la politica potrebbe cambiare dopo che Google ha annunciato la sua intenzione di non voler collaborare con la censura in Cina.</p>
<p>In secondo luogo YouTube non ha alcun incentivo economico a essere sbloccata in Turchia. Addirittura il blocco in Turchia potrebbe rappresentare un vantaggio economico. I siti fondati su contenuti user generated si reggono sulla pubblicità. E gli utenti pubblicitari sono più interessati agli utenti Usa (che hanno carte di credito, maggiore disponibilità e maggior facilità a spendere online) che non agli utenti in Cina o Turchia. Alcuni sospettano che l’<a href="http://www.nytimes.com/2009/04/27/technology/start-ups/27global.html?_r=1">introduzione di versioni leggere di servizi come Facebook</a> sia diretta agli utenti nei paesi in via di sviluppo, che difficilmente creano reddito. Sul piano economico potrebbe quindi essere difficile convincere questi servizi a continuare a essere presenti in paesi autoritari, dove già hanno difficoltà nel vendere pubblicità.</p>
<p>Sintetizzando:</p>
<ul>
<li><strong>Aggirare la censura su internet è difficile e costosa. Può facilitare l&#8217;invio di spam ed il furto di identità.</strong></li>
<li><strong>Aggirare la censura mediante proxy dà semplicemente accesso ai contenuti internazionali, non si risolve il problema della censura interna.</strong></li>
<li><strong>Aggirare la censura non offre una difesa contro attacchi  DDos o altri attacchi agli editori e pubblicatori di contenuti.</strong></li>
</ul>
<p>Per capire come promuovere la libertà su internet, dovremmo iniziare a riflettere su <a href="http://www.prospect.org/cs/articles?article=the_theory_of_change_primary">come pensiamo che internet possa cambiare le società</a> chiuse. E sul motivo per cui riteniamo che essa debba essere una priorità per gli Usa o la diplomazia mondiale. Io credo che il lavoro sulla censura sia motivata dalla convinzione che la capacità di condividere informazioni sia un diritto umano di base. L’art. 19 della <a href="http://www.un.org/en/documents/udhr/index.shtml">Dichiarazione Universale dei Diritti Umani </a>stabilisce che “tutti hanno il diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Internet è il sistema più efficace inventato finora dall’uomo per cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee, e quindi dobbiamo garantire che tutti abbiano libero accesso a internet.</p>
<p>Se crediamo che l’accesso a internet possa cambiare le società chiuse in un modo particolare, possiamo stabilire un ordine di priorità per i diversi aspetti di internet. La nostra teoria del cambiamento ci aiuta a capire a cosa dobbiamo garantire l’accesso. Le teorie elencate di seguito raramente sono dichiarate pubblicamente, ma credo che esse sottendano a molto del lavoro dietro alla lotta alla censura</p>
<p><strong>La teoria dell’informazione soppressa</strong>. Se riusciamo a fornire l’informazione negata alle persone dai regimi autoritari, queste si solleveranno e sfideranno i regimi. Potremmo chiamarla la “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hungarian_Revolution_of_1956">teoria dell&#8217;Ungheria ‘56</a>”: allora le notizie di rivolte contro i governi comunisti nel mondo, diffuse in Unghera da Radio Free Europe, hanno spinto gli ungheresi a sollevarsi contro il regime. Io di solito la definisco come “teoria della Corea del Nord” perchè credo che la Corea del Nord potrebbe essere un luogo dove l’informazione potrebbe portare alla rivoluzione (su quanto poco siano informati del mondo esterno i nordcoreani e sul mondo visto da Seul si veda l&#8217;articolo di Barbara Demick sul NYTimes &#8220;<a href="http://www.newyorker.com/reporting/2009/11/02/091102fa_fact_demick">The Good Cook</a>&#8220;). Ma la stessa Corea del Nord <a href="http://askakorean.blogspot.com/2010/01/excellent-article-on-dong-ilbo-about.html">è meno isolata dal punto di vista informativo</a> di quanto possiamo ritenere. E’ possibile quindi che l’informazione sia una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la rivoluzione politica. E’ anche possibile che noi sopravvalutiamo il potere dell’informazione negata, soprattutto perché è estremamente difficile bloccare l’informazione in un epoca di connessione.</p>
<p><strong>La teoria della rivoluzione di Twitter</strong>. Se i cittadini di paesi chiusi possono utilizzare i potenti strumenti di comunicazione resi disponibile da internet, potranno unirsi e rovesciare i loro oppressori. E’ la teoria <a href="http://www.reuters.com/article/idUSWBT01137420090616">che ha indotto il Dipartimento di Stato a chiedere a Twitter</a> di rinviare un blocco programmato durante le proteste seguite alle elezioni iraniane. Anche se <a href="http://www.foreignpolicy.com/articles/2010/02/12/irans_failed_facebook_revolution">è improbabile che le tecnologie di connessione possano portare alla caduta del regime iraniano</a>, esistono anche esempi di segno contrario, come<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Joseph_Estrada#Controversies"> il ruolo avuto dai telefonini nella rivolta contro il presidente Estrada nelle Filippine</a>. C’è molto entusiasmo attorno a questa teoria, ma le analisi più attente ne segnalano i limiti. I canali di comunicazione aperti online tendono a essere compromessi velocemente, a essere utilizzati per la disinformazione e per il controllo degli attivisti. E quando la situazione sfugge di mano, i regimi non esitano a staccare la spina dei network.</p>
<p><strong>La teoria della sfera pubblica</strong>. La comunicazione in rete potrebbe non portare immediatamente alla rivoluzione, ma fornire un nuovo spazio dove una nuova generazione di leader può pensare e parlare liberamente. Sul lungo periodo la capacità di creare una nuova sfera pubblica, parallela a quella controllata dallo stato, darà vigore a una nuova generazione di attori sociali. <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2009/04/27/marc-lynch-asks-us-to-be-realistic-about-digital-activism-in-the-middle-east/">Marc Lynch</a> ha indicato come esempio il ruolo dei samizdat, media clandestini dell’ex Unione Sovietica, che sono stati probabilmente più importanti come spazio di libera espressione che non come canali di diffusione di informazioni.</p>
<p>Dalla teoria accettata dipendono le scelte politiche. Se riteniamo che sia critica la diffusione dell’informazione – che sia all’opinione pubblica o a piccoli gruppi influenti – concentreremo i nostri sforzi su sistemi come Voice of America o Radio Free Europe. Si tratta di un approccio molto efficiente, ma sfortunatamente abbiamo un lungo track record che dimostra che questa forma di lotta alla censura non apre magicamente i regimi chiusi, suggerendo che questa strategia potrebbe rivelarsi povera.</p>
<p>Se adottiamo la teoria della rivoluzione di Twitter, dobbiamo focalizzarci sui sistemi che consentono comunicazioni rapide all’interno di network fidati. Il che significa strumenti come Twitter o Facebook, ma probabilmente anche tool come LiveJournal e Yahoo!Groups che fondano il loro servizio sull’esclusività, permettendo a piccoli gruppi di organizzarsi al di fuori del controllo delle autorità. Se invece puntiamo sull’approccio della sfera pubblica, puntiamo sulle tecnologie che permettono la comunicazione e il dibattito pubblico – blog, Twitter, YouTube e virtualmente tutto ciò che va sotto l’etichetta di Web 2.0.</p>
<p>Cosa significa tutto questo in relazione a come il Dipartimento di Stato dovrebbe allocare i propri investimenti per promuovere la libertà su internet? Ecco alcune implicazioni delle questioni coinvolte:</p>
<ul>
<li>Dobbiamo continuare a sostenere gli sforzi per superare le censure, almeno nel breve termine. Ma dobbiamo liberarci dell’idea che possiamo “risolvere” la censura con l’elusione. Dobbiamo proseguire in attesa di trovare migliori soluzioni tecniche e politiche, non perché pensiamo di abbattere il Grande Firewall spendendo di più.</li>
<li>Se vogliamo che più gente usi strumenti per aggirare la censura, dobbiamo trovare il modo per renderli sostenibili economicamente. Deve essere una parte di una strategia complessiva e dobbiamo sviluppare <a href="http://www.cnn.com/2010/TECH/02/18/internet.censorship.business/?hpt=Sbin">strategie che siano sostenibili</a> e che siano in grado di fornire accesso a costo basso o nullo agli utenti in paesi chiusi.</li>
<li>Allo stesso tempo dobbiamo sciogliere il nodo dell’uso di questi strumenti per mandare spam, organizzare truffe e rubare dati. Dobbiamo trovare una soluzione che protegga le reti contro gli abusi pur mantenendo la possibilità dell’anonimità, con un equilibrio difficile da trovare.</li>
<li>Dobbiamo spostare i nostri sforzi dal semplice permettere agli utenti sotto regimi autoritari di accedere a contenuti bloccati all’aiutare gli editori a raggiungere il pubblico. Nel fare questo possiamo guadagnare questi editori come alleati ma anche inaugurare una nuova classe di soluzioni tecniche.</li>
<li>Se il nostro obiettivo è permettere alle persone in società chiuse di accedere alla sfera pubblica online o di utilizzare strumenti online per organizzare proteste, dobbiamo coinvolgere nella conversazione anche gli amministratori di questi strumenti. Il segretario Clinton sostiene che dovremmo fare della libera conversazione una parte dell’identità americana. Dobbiamo risolvere il fatto che rendere le piattaforme internet resistenti ai blocchi ha un costo per i gestori e che attualmente questi non hanno alcun ritorno economico per fornire servizi a questi utenti.</li>
<li>Il governo Usa dovrebbe trattare i filtri internet – così come gli attacchi DDoS o di hacker aggio – alla stregua di barriere al commercio. Gli Stati Uniti dovrebbero fare forti pressioni perché paesi aperti come Francia o Australia resistano alle tentazioni di restringere l’accesso a internet, dal momento che il loro comportamento aiuta Cina e Iran a sostenere che la loro censura è in linea con le regole internazionali. E dobbiamo fissare dei vincoli rigidi del Tesoro Usa per rendere difficile che società come Microsoft o progetti come SourceForge operino in paesi chiusi. Se crediamo nella libertà di internet, un primo passo è quello di ripensare queste politiche in modo da non colpire i normali utenti di internet.</li>
</ul>
<p>Il rischio nel dare retta alle richieste del Segretario Clinton è che noi aumentiamo la nostra velocità, marciando però nella direzione contraria. Adottando l’obiettivo della libertà su internet, è giunto il momento di chiederci quali obiettivi vogliamo raggiungere e di mettere a punto di conseguenza la nostra strategia.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Articolo Originale: <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/02/22/internet-freedom-beyond-circumvention/">Beyond circumvention</a> di Ethan Zuckerman, 22/2/2010 &#8211; licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/us/">Creative Commons Attribution 3.0 United States</a><br />
Pubblicato su <a href="http://novareview.ilsole24ore.com/articoli/46981">NòVA100 Review</a> &#8211; traduttore non noto &#8211; NDR: la traduzione è stata lievemente modificata nelle parti meno scorrevoli e sono stati aggiunti i link originali</p>
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		<title>Gay è ok! Stop omofobia! Fiaccolata contro l&#8217;omofobia a Pistoia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 14:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazione]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[pistoia]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo tutti gli avvenimenti e azioni omofobe contro le persone e la comunità LGBT, un gruppo di persone e di associazioni ha deciso di organizzare in data Domenica 13 Settembre 2009 una fiaccolata a sostegno e ricordo di tutte le vittime per omofobia e per tutte quelle persone che hanno ricevuto attacchi solo perché ritenuti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo tutti gli <strong><a href="http://www.arcigay.it/report-omofobia-italia-2008-2009">avvenimenti e azioni omofobe contro le persone e la comunità LGBT</a></strong>, un gruppo di persone e di associazioni ha deciso di organizzare in data <strong>Domenica 13 Settembre 2009 </strong>una fiaccolata a sostegno e ricordo di tutte le vittime per omofobia e per tutte quelle persone che hanno ricevuto attacchi solo perché ritenuti diversi, malati o semplicemente non conformi alla società.</p>
<p><em>Percorso</em></p>
<p><strong>21.30</strong><br />
Ritrovo presso il Parterre di Piazza S.Francesco (Conosciuta come Piazza Mazzini)<br />
<span id="more-21944"></span><br />
<strong>22.00 </strong><br />
Inizio fiaccolata</p>
<p><em>Si prosegue poi per </em><br />
Via Bozzi<br />
Via Curatone e Montanara<br />
Via Buozzi<br />
Piazza Gavinana<br />
Via Cavour Piazza S.Leone<br />
Via Roma<br />
Piazza Del Comune e della Procura (fine)</p>
<p><em>La durata del percorso è di circa 30 minuti. Si chiede ai partecipanti di:</em></p>
<p>Venire vestiti con una Maglia/T shirt bianca, vi forniremo poi materiale e manifesti se vorrete.<br />
Se volete portare striscioni o cartelloni da tenere in mano o da indossare vi preghiamo di non scrivere frasi offensive o non reali verso cariche pubbliche, amministrative o religiose.</p>
<p><em>Tutti coloro che parteciperanno alla fiaccolata, singoli, associazioni o gruppi, dovranno aver presente i seguenti valori:</em><br />
Prima di ogni cosa, deve sempre venire il rispetto per la singola persona in quanto tale, nessuno è diverso, nessuno è superiore. Siamo tutti uguali.</p>
<p>Uguaglianza, rispetto e libertà.</p>
<p>L’omofobia e la transfobia sono due metastasi della nostra società da eliminare.</p>
<p><em>Le associazioni che organizzeranno e parteciperanno alla fiaccolata sono le seguenti:</em></p>
<p><a href="http://www.apois.it">Associazione Culturale Apois</a></p>
<p><a href="http://www.arcigay.it/comitato-provinciale-arcigay-giraffa-pistoia">Arcigay La Giraffa Pistoia </a></p>
<p><a href="http://www.comune.pistoia.it/cgi-bin/scheda_associazioni_2006.cgi?id=426">Coordinamento Laico Pistoia</a></p>
<p><a href="http://www.arcigayfirenze.it">Arcigay Firenze</a></p>
<p><a href="http://slebest.altervista.org/">Lo SLEBest &#8211; Spazio Liberato ExBreda Est</a> </p>
<p><a href="http://web.tiscali.it/rifondazionepistoia/">Partito Rifondazione Comunista Pistoia</a></p>
<p>Coordinamento Pistoiese della Mozione Marino</p>
<p><a href="http://www.anpi.it/home_lucca.htm">Anpi Lucca</a></p>
<p><a href="http://www.sinistra-democratica.it/associazione-la-sinistra-della-provincia-di-pistoia">Associazione per la Sinistra della provincia di Pistoia</a></p>
<p><a href="http://www.arcipistoia.it/">Arci Pistoia</a></p>
<p><em>&#8220;La lotta contro ogni sopruso ai danni delle donne, contro la xenofobia, contro l&#8217;omofobia fa tutt&#8217;uno con la causa del rifiuto dell&#8217;intolleranza e della violenza, in larga misura oggi alimentata dall&#8217;ignoranza, dalla perdita dei valori ideali e morali, da un allontanamento spesso inconsapevole dei principi su cui la nostra Costituzione ha fondato la convivenza della nazione democratica&#8221;.</em> Giorgio Napolitano</p>
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		<title>La spaventosa ipnosi in cui sembra caduto il nostro paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 03:38:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[frecce tricolori]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[respingimenti]]></category>
		<category><![CDATA[tripoli]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Evelina Santangelo Vorrei riportare alcune recenti notizie di rilievo internazionale che riguardano il nostro paese. (tralascio quelle di rilievo nazionale, il dramma dei precari della scuola o dei cassintegrati o dei disoccupati, che contraddicono le ottimistiche previsioni del nostro ministro del Tesoro, solo perché tutto ciò avrebbe bisogno di un discorso a parte e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.evelinasantangelo.it">Evelina Santangelo</a></strong></p>
<p>Vorrei riportare alcune recenti notizie di rilievo internazionale che riguardano il nostro paese.</p>
<p>(tralascio quelle di rilievo nazionale, il dramma dei precari della scuola o dei cassintegrati o dei disoccupati, che contraddicono le ottimistiche previsioni del nostro ministro del Tesoro, solo perché tutto ciò avrebbe bisogno di un discorso a parte e circostanziato circa lo stato reale dell&#8217;occupazione e dell&#8217;economia in Italia e lo stato presunto teletrasmesso)</p>
<p>Ecco dunque alcuni fatti (corroborati da dichiarazioni molto esplicite) che  se messi così, uno di seguito all’altro, mi sembra diano la misura di come l’Italia abbia abbandonato se stessa, la sua identità costituzionale, con tutto ciò che ne consegue.</p>
<p>1) <strong>Berlusconi risponde alle critiche mosse all&#8217;Italia dall&#8217;Unione Europea</strong>, riguardo alla libertà di stampa e ai respingimenti indiscriminati, con parole che pesano più di ogni possibile commento: «Non daremo più il nostro voto, bloccando di fatto il funzionamento del Consiglio, ove non si determini che nessun commissario e nessun portavoce di commissario possa intervenire più pubblicamente su alcun tema».<br />
<span id="more-21314"></span>Riguardo alla libertà d&#8217;espressione, credo sia proprio il caso di riportare  anche  le indegnità attribuite al direttore dell’«Avvenire», Dino Boffo, dalla falsa <em>nota informativa</em> pubblicata senza alcun riscontro dal «Giornale» di Vittorio Feltri (di proprietà della famiglia Berlusconi): «Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla onde lasciasse libero il marito con il quale Boffo, NOTO OMOSESSUALE GIÁ ATTENZIONATO DALLA POLIZIA DI STATO PER QUESTO GENERE DI FREQUENTAZIONI, aveva una relazione».<br />
Ora, se è vero che la stampa non può essere immune da critiche, è anche vero che ci sono modi e modi di contestarne la  legittimità o la correttezza anche deontologica, e questi di Feltri, del «Giornale» e della sua proprietà (parte in causa diretta nella questione) sono evidentemente modi, oltre che intimidatori, oltre che tali da cavalcare e istigare a una cultura omofoba (nel nostro paese ormai sempre più drammaticamente manifesta e aggressiva), del tutto contrari a quel <em>decalogo dei giornalisti</em> fissato dalla corte di Cassazione nel 1984 in base al quale si può essere chiamati a rispondere in sede civile o penale di diffamazione quando non si rispetti la verità oggettiva, l’interesse pubblico della notizia e la forma civile dell’esposizione&#8230; Violazioni che il premier  (con tutto il peso dei suoi poteri istituzionali) attribuisce a «Repubblica» ma che, a ben guardare, dovrebbero piuttosto ricadere sul «Giornale» appunto di cui la  famiglia Berlusconi (con tutto il peso del suo potere economico) vanta la proprietà.</p>
<p>2) <strong>nel canale di Sicilia un&#8217;imbarcazione con un&#8217;ottantina di extracomunitari somali ed eritrei</strong> (provenienti cioè da paesi che versano in gravissime situazioni politiche, sociali ed economiche) è alla deriva con il motore in avaria tra la Libia e Malta.</p>
<p>E si sa già che sarà destinata  a essere respinta come accade ormai di prassi, e come è accaduto anche ai 70 eritrei e somali riportati in Libia appena lunedì scorso, in totale spregio (da parte di tutti: italiani, maltesi, libici&#8230;) di quella Convenzione internazionale di Ginevra che obbliga a identificare gli extracomunitari per accertare se hanno diritto a ottenere protezione. Convenzione, che il nostro presidente del consiglio ha di fatto liquidato per l’ennesima volta proprio durante la sua ultima visita a Tripoli (nella Libia che non ha firmato la Convenzione di Ginevra né sembra preoccuparsi più di tanto dell’inviolabilità dei diritti umani e delle libertà inalienabili). «Le leggi vanno applicate tutte, – ha dichiarato in terra libica infatti il premier –, ma per una VERA POLITICA DELL’INTEGRAZIONE dobbiamo essere rigorosi, per non aprire l’Italia a chiunque», dove «chiunque» sono proprio quegli eritrei e quei somali respinti in quelle stesse ore verso le sponde libiche dove a nessuno di loro verrà riconosciuto col DOVUTO RIGORE quel diritto delle genti (diritto d’asilo, di protezione) che l’Italia ha sottoscritto secondo il dettato costituzionale.</p>
<p>3) l<strong>e Frecce volano su Tripoli striando il cielo libico</strong> con il tricolore «in segno di amicizia verso il popolo libico», non in un giorno qualsiasi, ma proprio per le celebrazioni dei quarant’anni di un regime che dal 1972 ha vietato la formazione dei partiti politici, non riconosce alcun diritto sindacale, né alcuna autonomia al potere giudiziario, non garantisce costituzionalmente quelle libertà fondamentali e quei diritti umani che dovrebbero essere riconosciuti per  principio assoluto.</p>
<p>4) <strong>Il filosofo Gianni Vattimo, spiegando le ragioni per cui intende portare l&#8217;appello dei tre giuristi italiani (Cordero, Rodotà e Zagrebelsky) al parlamento di Straburgo, dichiara al  quotidiano «La Repubblica»</strong>: «Nessuno oggi ti minaccia di arresto per le tue idee, semmai ti priva di notizie, manipola l&#8217;informazione, ti fa credere di essere libero, di pensarla come vuoi, ma decide l&#8217;ammissimibilità di cose che si possono sapere e che non si devono sapere».</p>
<p>Questo modo di concepire l’informazione ha un nome. Si chiama: <em>propaganda</em>.</p>
<p>Quella stessa propaganda, vorrei sottolineare, che sessant&#8217;anni fa portò la Germania, l&#8217;Italia (e trascinò il mondo intero) lì dove c&#8217;è solamente mostruosità e sterminio.<br />
Sterminio non solo di un numero incommensurabile di esseri umani, ma anche dell&#8217;idea stessa di umana convivenza, nel momento in cui la totale privazione dei diritti divenne prassi, anzi legge dello stato.</p>
<p>Ora quel  genocidio compiuto dalla Germania nazista di tutte le persone e le etnie ritenute «indesiderabili» (omosessuali, zingari, testimoni di geova, pentecostali, malati di mente, portatori di handicap, ebrei, milioni di ebrei) ha un nome impresso a fuoco nella memoria individuale e collettiva di tutti (a parte certi revisionisti di varia estrazione che non meritano neanche di essere citati). Si chiama: <em>shoah</em>.</p>
<p>Quella shoah cui il colonnello Gheddafi – in una imprevedibile, spregiudicata quanto interessata, acrobazia verbale di stampo umanitario – paragona i disastri del colonialismo italiano dinanzi al nostro capo del governo, Silvio Berlusconi, e al presidente della commissione esteri del senato, Lamberto Dini&#8230; come se la parola <em>shoa</em> non si portasse dietro anche la parola <em>indesiderabili</em>, tutti gli <em>indesiderabili</em> di tutti i tempi cui sono stati, e continuano a essere negati, i diritti fondamentali (come il riconoscimento dello status di rifugiato, ad esempio, quando nel proprio paese si è perseguitati).</p>
<p>Tutto questo mi porta a pensare che non si tratta più solo di prendere atto della carica eversiva di gran parte dei comportamenti e delle dichiarazioni del nostro presidente del consiglio (con la connivenza di buona parte della maggioranza di governo), ormai incurante persino dell&#8217;indipendenza e autonomia delle istituzioni europee, non si tratta solo di «sbavagliarsi» e rivendicare, anzi, riappropriarsi pienamente di quella libertà di espressione che è garanzia fondamentale di uno stato di diritto.<br />
Qui è in gioco anche tutto ciò su cui si fonda la nostra stessa identità costituzionale, il nostro stesso stato di diritto, appunto.</p>
<p>Allora, mi chiedo, ma come è possibile che questo nostro paese sia caduto in una tale ipnosi al punto da accettare come se nulla fosse di approssimarsi a strade che – disattendendo minacciando diritti e libertà inalienabili (né «trattabili» o addomesticabili in alcun modo) – non possono che condurre lì dove nessuno dovrebbe mai più solo pensare di ritrovarsi, lì dove ancora troppe genti sono costrette a vivere, e da cui molti, in massa, a costo della vita, fuggono?<br />
Ribellarsi a questo stato di cose, a questa sorta di ipnosi, è un dovere cui tutti dovremmo sentirci chiamati in un paese che dovrebbe essere fiero dell’articolo 2 della sua Costituzione (che «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo»), dell’articolo 3 (che riconosce «pari dignità sociale» a tutti i cittadini), dell’articolo 10 (che garantisce l’asilo politico allo straniero cui sia «impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche»), dell’articolo 21 (che garantisce la libertà d’espressione  «con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»), dell’articolo 54 (che richiama «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche» al «dovere di adempierle con disciplina e onore»&#8230; «disciplina e onore»&#8230;), un paese&#8230; che dovrebbe essere fiero del suo  stato di diritto garantito per dettato costituzionale e non per bizzarria di questo o quel «Superman» (come ultimamente si è autodefinito il premier in una versione pop di «Unto del Signore», espressione, a quanto pare, ormai caduta in bassa fortuna).</p>
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		<title>Giornata mondiale contro la Cybercensura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 13:59:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[anonimato]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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					<description><![CDATA[verbatim da Guido Scorza: Il rapporto di Reporters sans frontieres pubblicato oggi [12/3/2009] in occasione della giornata mondiale contro la cybercensura chiarisce una volta per tutte che il problema della libertà di informazione in Rete non può più essere considerato circoscritto ai regimi tradizionalmente qualificati “meno democratici” ma rappresenta una questione “senza frontiere” che investe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rsf.org/article.php3?id_article=30543"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-15597" title="internet enemies rsf report 2009" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/internetenemies.jpg" alt="internet enemies rsf report 2009" width="425" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/internetenemies.jpg 425w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/internetenemies-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/internetenemies-297x300.jpg 297w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /></a><br />
<span id="more-15596"></span><br />
verbatim da <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=637">Guido Scorza</a>:<br />
Il <a href="http://www.rsf.org/IMG/pdf/Internet_enemies_2009_2_.pdf">rapporto di Reporters sans frontieres</a> pubblicato oggi <em>[12/3/2009]</em> in occasione della giornata mondiale contro la cybercensura chiarisce una volta per tutte che il problema della libertà di informazione in Rete non può più essere considerato circoscritto ai regimi tradizionalmente qualificati “meno democratici” ma rappresenta una questione “senza frontiere” che investe ogni giorno di più anche i Paesi ad ordinamento c.d. democratico.</p>
<p>In italia, nelle ultime settimane, abbiamo avuto anche noi più di un assaggio di come, per legge, dalla sera alla mattina, si possa limitare o, forse, sopprimere d’un colpo la libertà di manifestazione del pensiero attraverso il primo media dalla vocazione democratica della storia della comunicazione di massa.</p>
<p>Inutile ricordare che il momento in cui difendere questa nostra libertà fondamentale è OGGI e non DOMANI quando, come già accaduto per il sistema della Stampa e della Televisione, per legge, si saranno stabilite regole tali da consegnare la Rete ai Soliti Noti.</p>
<p>Oggi avrei molte cose da scrivere ma preferisco dedicare questo post a manifestare la mia adesione alla giornata mondiale contro la Cybercensura e suggerirvi di non perdere <a href="http://dailymotion.virgilio.it/search/12+mars/video/x8mxao_12-mars-journee-mondiale-contre-la_news">questo video</a>. [&#8230;]</p>
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