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	<title>disagio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>ma è un ragazzo in gamba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 08:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alunni stranieri]]></category>
		<category><![CDATA[articolo 45 del Decreto della Presidenza della Repubblica n. 394 del 1999]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paola Lodola Stando a recenti analisi, gli studenti stranieri che cominciano a studiare in Italia da preadolescenti sono quelli che devono affrontare le difficoltà più grandi, più di quelli che arrivano da bambini, ma anche più di quelli che si inseriscono nel sistema scolastico italiano da adolescenti. Perché? Come ha descritto Graziella Favaro in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cbce3783f42030f163403f0851481ec6.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cbce3783f42030f163403f0851481ec6-300x203.jpg" alt="" title="cbce3783f42030f163403f0851481ec6" width="300" height="203" class="aligncenter size-medium wp-image-33443" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cbce3783f42030f163403f0851481ec6-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cbce3783f42030f163403f0851481ec6.jpg 460w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Paola Lodola</strong></p>
<p>Stando a recenti analisi, gli studenti stranieri che cominciano a studiare in Italia da preadolescenti sono quelli che devono affrontare le difficoltà più grandi, più di quelli che arrivano da bambini, ma anche più di quelli che si inseriscono nel sistema scolastico italiano da adolescenti. Perché? Come ha descritto Graziella Favaro in un recente incontro sugli stranieri e la scuola organizzato a Milano dal Centro Come, un ragazzino di undici o dodici anni non ha più l’apertura, che hanno i bambini più piccoli, per imparare una lingua come un gioco e, d’altro canto, non sente ancora la responsabilità di dover affrontare la faccenda per senso del dovere verso la propria famiglia, come accade ai più grandi. Inoltre se per un bambino la gratificazione che deriva dal rapporto con un’insegnante attenta è sufficiente e incoraggiante in sé, e se per i ragazzi più grandi torna possibile stabilire un’alleanza forte con un adulto di riferimento, nella preadolescenza gli interlocutori privilegiato sono i coetanei.<br />
<span id="more-33442"></span><br />
A dodici anni ci si sente giudicati, criticati o accettati dai coetanei, più che in altre età. Degli adulti importa meno. È con i coetanei che si perde la faccia, o la si conquista. E senza una lingua per relazionarsi, un giovane sente di vivere una regressione fortissima. Non è un caso che i neoarrivati siano sempre descritti come timidi, insicuri, chiusi. Le scuole più attrezzate, gli insegnanti più attenti, queste cose le sanno, e provvedono. Anzitutto badano a che l’inserimento avvenga nella classe dei coetanei. Sanno che incastrare un dodicenne in quinta elementare è un errore di strategia, oltre che, nella maggior parte dei casi, un’illegalità. Coinvolgono la classe intera da subito, lavorano tranquille perché sanno che non stanno facendo perdere tempo agli italofoni, anzi. Hanno le idee ben chiare su quante cose i loro studenti potranno apprendere se tutti si impegneranno a sostenere i nuovi compagni. Per esempio in fatto di life skills, le cosiddette competenze per la vita, di cui si parla all’Organizzazione mondiale per la Sanità e nei workshop internazionali dell’Unicef, abilità fondamentali che non a caso il nuovo curriculum europeo costringe a mettere in evidenza: possedere capacità empatiche e idee creative, gestire le emozioni, possedere un pensiero critico, saper verbalizzare le proprie idee, e si potrebbe continuare. Se ben orchestrati, sono i ragazzi a garantire la migliore riuscita scolastica degli alunni stranieri, facendoli sentire bene. </p>
<p>L’articolo 45 del Decreto della Presidenza della Repubblica n. 394 del 1999, quello che regolamenta l’inserimento degli alunni stranieri nella scuola italiana, è spesso disatteso, sebbene sia tuttora in vigore. È una legge bellissima che comincia così:</p>
<p>“1. I minori stranieri presenti sul territorio nazionale hanno diritto all’istruzione indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani. Essi sono soggetti all’obbligo scolastico secondo le disposizioni vigenti in materia. L’iscrizione dei minori stranieri nelle scuole italiane di ogni ordine e grado avviene nei modi e alle condizioni previsti per i minori italiani. Essa può essere richiesta in qualunque periodo dell’anno scolastico. I minori stranieri privi di documentazione anagrafica ovvero in possesso di documentazione irregolare o incompleta sono iscritti con riserva.</p>
<p>2. L’iscrizione con riserva non pregiudica il conseguimento dei titoli conclusivi dei corsi di studio delle scuole di ogni ordine e grado. In mancanza di accertamenti negativi sull’identità dichiarata dall’alunno, il titolo viene rilasciato all’interessato con i dati identificativi acquisiti al momento dell’iscrizione”. </p>
<p>Quanto ai criteri che gli insegnanti devono seguire per individuare la classe a cui destinare i neoarrivati, la legge è chiarissima, accorta, e lungimirante. “I minori stranieri soggetti all’obbligo scolastico vengono iscritti alla classe corrispondente all’età anagrafica, salvo che il collegio dei docenti deliberi l’iscrizione ad una classe diversa, tenendo conto:</p>
<p>a) dell’ordinamento degli studi del Paese di provenienza dell’alunno, che può determinare l’iscrizione ad una classe immediatamente inferiore o superiore rispetto a quella corrispondente all’età anagrafica;<br />
b) dell’accertamento di competenze, abilità e livelli di preparazione dell’alunno;<br />
c) del corso di studi eventualmente seguito dall’alunno nel Paese di provenienza;<br />
d) del titolo di studio eventualmente posseduto dall’alunno.</p>
<p>Nella classe corrispondente all’età anagrafica dunque o in quella immediatamente inferiore o superiore. Gli arretramenti devono essere deliberati dal collegio docenti e sono possibili solo dopo aver riscontrato abilità e livelli di preparazione inadeguati. Non certo nell’uso dell’italiano, bensì nelle competenze e nelle capacità trasversali. Quanti sono i collegi docenti che prendono sul serio questo decreto della Presidenza della Repubblica? che sono capaci di valutare per davvero uno studente moldavo o cinese o bengalese prima di decidere in quale classe inserirlo? Quanti sono i collegi docenti che hanno motivato un ritardo maggiore di un anno solo dopo averlo misurato realmente?</p>
<p>Spesso sono gli insegnanti più materni a prendere le decisioni peggiori. Convinti di essere più importanti loro, e quello che sapranno insegnare, dei compagni di banco e di intervallo, se devono inserire un dodicenne o un tredicenne, tre volte su quattro lo mettono in prima media: “così fa tutto il ciclo da noi”. Per il loro bene si dimenticano di fare i conti, e di capire se al malcapitato avanzerà il tempo per fare una scuola superiore e magari prendersi un diploma. </p>
<p>Un inserimento fatto male provoca danni che possono diventare indelebili, umiliazioni a cui non sarà facile rimediare. </p>
<p>Alcuni ragazzi, venuta meno la possibilità di relazionarsi con i coetanei a scuola, poco a poco abbandonano, se ne stanno per strada a fare skateboard o basket o niente, e della scuola smettono di avere l’abitudine. Perduto il linguaggio delle parole, adottano quello del corpo. Alcuni si rintanano in un ruolo da primo attore, sempre in mostra e sopra le righe. Altri, i più deboli, si rintanano in casa. Per loro accettare la doppia involuzione a cui sono stati sottoposti, la mancanza delle parole e la retrocessione scolastica, è una prova difficilissima da sostenere. </p>
<p>Chi non smette di frequentare la scuola spesso si isola o è isolato da compagni troppo più giovani di lui per non vederlo come un marziano. </p>
<p>Un inserimento fatto senza mettere al primo posto il parametro dell’età, presto o tardi, comporterà di dover convincere qualche scolaro che il loro nuovo compagno, alto due spanne più di lui, è stato retrocesso e quindi studierà lì, ma è un ragazzo in gamba. Presto o tardi capiterà che una tredicenne non vorrà più cambiarsi per fare ginnastica se deve condividere lo spogliatoio con delle bambine di undici anni. Per discutere di costei, e delle sue inspiegabili, improvvise chiusure verso l’attività fisica, le insegnanti di cui sopra si dichiareranno disponibili a convocare consigli di classe straordinari. Il giorno stabilito le si potrà vedere nei corridoi con il volto delle martiri perché ancora una volta staranno a scuola due ore in più dell’orario. Ma neppure per un secondo si fermeranno a pensare che il disagio che si accingono a risolvere, con zelo e professionalità, l’hanno creato loro.</p>
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		<title>Passi spiegati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Oct 2007 10:35:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Ho contato i minuti senza tener conto del tempo, quando mi sono accasciata alla decima delle sedie chiamate sedute. Aveva gli occhi stupidi, i tacchi alti, una vetrina di manuali, sulla testa e mi sorrideva elencando le solite domande di dettaglio – ché la circostanza, in quelle stanze, non concede alcun dubbio. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p align="justify"><img decoding="async" border="0" width="1" src="http://www.sbrana.org/gallery/viewphoto.asp?i=2006 100X150 CASA SULLA FOCE.jpg&amp;f=1-Pitture&amp;sh=800&amp;sw=1280" height="1" /><img decoding="async" border="0" width="1" src="http://www.sbrana.org/gallery/viewphoto.asp?i=2006 100X150 CASA SULLA FOCE.jpg&amp;f=1-Pitture&amp;sh=800&amp;sw=1280" alt="Gianluca Sbrana" height="1" /><img loading="lazy" decoding="async" border="0" width="550" src="http://alderano.altervista.org/casasullafoce.jpg" height="380" style="width: 233px; height: 143px" /></p>
<p align="justify">Ho contato i minuti senza tener conto del tempo, quando mi sono accasciata alla decima delle sedie chiamate sedute.</p>
<p align="justify">Aveva gli occhi stupidi, i tacchi alti, una vetrina di manuali, sulla testa e mi sorrideva elencando le solite domande di dettaglio – ché la circostanza, in quelle stanze, non concede alcun dubbio. Poi mi ha stretto la mano, debole, e mi ha detto<em>: </em>«Vede, ogni sua parola, i suoi gesti, la frenesia del suo cervello e la sua sete sono null’altro che sintomi. E come tali vanno trattati. Questo è bene lo capisca – e se non la capisce, tanto meglio: si affidi a noi. Non posso prometterle di ricominciare a vivere, ma se prende questo almeno non avrà più voglia di morire. E poi, guardi che io mica ho deciso la mia professione per fare del male alla gente, sa? Lo giuro. » Cento grammi al giorno. Quando il corpo avrà la corazza più dura, potremo aumentare fino a cinquecento.<span id="more-4573"></span></p>
<p align="justify">Neurolettico. Da neuro-leptikos, &#8220;disposto a prendere&#8221;: essere disposti a prendere e a lasciarsi prendere, all’indisposizione che non s’accorge e non si vede, disposti alla fermata come alla resa di un’equazione a tavolino: <em>la sua testa è come una macchina</em>.<em> Rotta è rotta, ma possiamo parcheggiarla in un luogo sicuro e riparato, dove non ingombri il passaggio di chi sa guidare e di chi abbia gli interni puliti. Si chiama Seroquel.</em></p>
<p align="justify">Coincidenza. Lo stesso nome inciso sulla penna della ricetta. Stesso nome ripetuto a stampa sul mouse-pad, identico al post-it della segreteria. Ma ci sono abituata: per conoscere il gioco non occorrono le carte, se del gioco si fa da pedina. «A quanto pare con Basaglia avete cambiato solo i vestiti.»</p>
<p align="justify">«Basaglia?»<em><br />
</em>Si è avvicinata all’orecchio dell’infermiera più grossa, la posso sentire<em>: falla tornare qui domani, o al più presto, trovi un buco. Ché questa ha testa dura, crede di saperla lunga.</em></p>
<p align="justify">Fuori, appoggiata alla macchinetta del caffè, ho rivisto Claire: «Sono tornata in comunità, Marimar. Sei stata dalla dottoressa Sala? Oh, ne ho sentito parlare bene, non aver paura piccina, non temere, vedrai: loro t’aiuteranno. Il Seroquel? Lo prendo anch’io. È buono. Vedrai.»<br />
L’infermiera mi tira un braccio, con un marcato accento pugliese mi confessa la confessione di Chiara che io ormai conosco e rigiro tra le dita da più di quatto anni: <em>stacci attenta a quella, m’ha detto ch’è lesbica</em>.</p>
<p align="justify">Ridacchia.<br />
Ho preso la busta, incosciente, ingoiato il veleno – uno soltanto, per sentirne gli effetti, e non ho sentito più nulla per sette giorni. Perché sentivo troppo, un troppo che restava in fondo alla gola incastonato poco prima dello sterno, coi movimenti lenti fino a notte – ma non c’era alcuna notte, nessun sonno decente, nessuna frase comunicabile, sensi e sogni senza grana: non avevo perso le parole, avevo perso <em>la Parola</em>, la possibilità.</p>
<p><dir>Il viale che porta verso il reparto proibito di Vicenza non è un viale. All’ospedale nuovo ci s’arriva attraverso un parco verde, all’ospedale vecchio si giunge passando per un chiostro color ocra con l’acciottolato e il perimetro ornato disegnato dalle panchine di chi aspetta. Alla psichiatria, invece, si arriva seguendo le tracce lasciate dai camion dei farmaci e dal silenzio irreale. Chiedere l’indicazione non è abbastanza: chiunque si perderebbe, chiunque, giunto al posto stabilito si guarderebbe attorno e girando a vuoto penserebbe: &#8220;Non può essere qui. Questo dev’essere il deposito.&#8221;Un deposito dove si ripongono corpo e anima come merce e si attende con la speranza che qualcuno arrivi col muletto a riprendersela. Se non arriva nessuno, la si accantona dove l’odore dell’abbandono non possa essere distinto da quello di marcio del pattume, del piscio, dalla morte</dir>
</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Chiara, al suo rientro in comunità, da questa specie di deposito c’era già passata.</p>
<p align="justify">Qualche mese prima, a marzo, verso le sei il telefono aveva squillato tre volte senza che io riuscissi a rispondere. Il prefisso della mia città. Richiamo: «Salve, poco fa non ho fatto in tempo a rispondere alla chiamata.»</p>
<p align="justify">È una donna, biascica: «Chi parla?»</p>
<p align="justify">«Io sono Mariasole. Lei chi è? Forse poco fa ha sbagliato numero.»</p>
<p align="justify">«No. Potrebbe essere stata Chiara.»</p>
<p align="justify">«Chiara chi?»</p>
<p align="justify">«Non lo so.»</p>
<p align="justify">«Come non lo sa? Chiara chi? Chi è lei? Da dove chiama?»</p>
<p align="justify">«Credo, dalla psichiatria.»</p>
<p align="justify">Credo-Dalla-Psichiatria.</p>
<p align="justify">Ricompongo i pezzi e capisco che sta parlando di Claire.</p>
<p align="justify">«Può passarmela?»</p>
<p align="justify">«Non lo so, ora la cerco.»</p>
<p align="justify">Passa forse un minuto e poi, dentro il rumore di latta della commutazione telefonica, riconosco la voce che si affaccia all’altro capo del filo.</p>
<p align="justify">«Marisol, vieni a prendermi, ti prego.»</p>
<p align="justify">«Che succede, Claire?»</p>
<p align="justify">«Mi hanno riportata qui, ma non c’è tempo. Vieni, ti prego, anche solo per un istante. Ho bisogno di vederti.»</p>
<p align="justify">Quando arrivo e busso, una voce gonfia incalza la sua prigione: è una donna dalla O grande a cui la grata aperta è stata concessa solo per un bacio, una lettera sporca di fondi di caffè arrotolata tra il ventre e le mani costrette.</p>
<p align="justify">«L’orario delle visite è già passato. Faremo un’eccezione solo per calmarla: so che voleva vederla, parlava di soli e di mari. È confusa. L’ha pregata di qualcosa? Richieste invadenti? Lei è una parente? Sa che non può accettare richieste da Lei, vero? E siate veloci. Può mostrarmi cosa stringe nella mano? Soldi? L’apra, per cortesia.»</p>
<p align="justify">Nel mio pugno chiuso non c’era nulla che potessero vedere. Avrei detto: <em>No, solo una voce. Mi apra pure le tasche, mi spogli presto, comandante: è tutto quel che ho. Una voce, il vuoto e un’immagine liscia</em>. Ma non dico niente e rispondo con la mano aperta.</p>
<p align="justify">«Aspetti qui, allora. Ricordi bene però: l’ora è scaduta, saranno quindi solo cinque minuti senza se e senza ma.»</p>
<p align="justify">Cinque minuti sono una mano, Claire. E la mia mano sarà la tua spalla.</p>
<p align="justify">L’uomo entra nella prima stanza, aggiusta gli occhiali sugli occhi che non ha. Spolvera la sua divisa come se quella divisa fosse un addobbo sacro, la mitica incarnazione di un dispositivo destinato a tracciare le differenze tra il condannato e la Norma. Abbassa lo sguardo ai piedi come per indicare un confine, la segnalazione ossessiva della linea di distinzione fra Loro e Lei. Esce dalla prima stanza, s’incammina verso la fine del corridoio alla seconda sezione.</p>
<p><dir>Mentre lo seguo, il viaggio in treno appena compiuto scorre ancora nell’orbita dei ricordi – il tragitto fermo delle gallerie che nel buio riflettono gli interni e i vetri sporchi di Firenze, la linea lenta presa e persa solo per un movimento istantaneo e contrario: ho scattato la foto col pensiero, facendone immagine muta, e come i volti bianchi che si fermano in piazza per una moneta e un sorriso, ne ricreo forma e gravità per lei che non può viaggiare altrimenti, e la rigiro tra le dita: <em>ma chère, quando uscirai dalla stanza ti darò anche questo, l’appiglio di un racconto senza parole. Tu raccoglimi come hai fatto al colle, al bancone della prima conoscenza che portava il nome di una Villa e di un Fiore, quando mi hai raggiunto alle spalle con un succo d’arancia, un caffè e un’atopia:</em> <em>&#8220;Posso?&#8221; hai detto, &#8220;Non prendermi per pazza. Anzi, prendimi pure per pazza, ma dimmi il tuo nome e poi me ne vado</em>.&#8221; <em>Io sorrido, cerco una sigaretta e cadono tutte.</em> &#8220;<em>Lo sapevo, io ti conosco.&#8221;</em> <em>&#8220;Lo sapevo anch’io.&#8221;</em></dir></p>
<p align="justify">Due anni fermati nella distanza si contano come i secondi: si cancella la vista negata, e il trascorrere ch’è stato solo scritto, consegnato alle buche delle lettere, alla presenza-in-assenza della scrittura, dilata la distanza ma custodisce il restare: e la donna dalla O grande avanza il passo piano, si apre una porta grigia con una finestra ad altezza di gigante – per evitare di vedere la clausura, di annusare l’orrore, il tanfo dei panni sporchi. Poi il passo accelera per un battito amplificato, resta però la lievità sovversiva di un’acqua che cammina ai piedi, Chiara cammina coll’acqua alla gola come un cristo al rovescio.</p>
<p align="justify">Ecco dunque, nella naturalezza dell’apparizione che esula dall’apparire, la brevità della follia: «Marisol, sei qui!»</p>
<p align="justify">«Come potevo non esserci, piccola dOnna?»</p>
<p align="justify">«Sai, se vedi le cose girare non aver timore: è la mia testa.»</p>
<p align="justify">«No. Se senti o sentirò il vortice al capo, credimi Claire, quello sarà il circo delle cose. Credimi, ti ripeto, rovescia la testa: questo posto ha il peso di un codice già decifrato.»</p>
<p align="justify">«Sei bella, petite. Eran due anni ormai. E dio? Io sono bella, oggi?» (se stesse parlando di sé stessa o di dio quel giorno non riuscii a capirlo. Forse mi chiedeva di entrambi, del suo dio insufficiente, della sua pelle).</p>
<p align="justify">«Bellissima. I tuoi occhi bucano.»</p>
<p align="justify">«Tu, Marisol Marimar, hai fessure come occhi. Ho scritto una lettera per te, per la tua voce di poco fa, nell’attesa. Per te e per il Signor G. Aspettami qui, promettimi di restare.»<br />
Si volta, fugge al corridoio che è già crepuscolo e corre verso la cella. Il vincolo della prigione odora di merda e di clausura che invoca un perché, ma non c’è alcuna risposta che abbia senso: solo melma e contraddizioni.
</p>
<p align="justify">«Ehi, un secondo solo, donna dalla O grande!»</p>
<p align="justify">«Dimmi, Sole.»</p>
<p align="justify">«Torna qui, ho una cosa per te.»</p>
<p align="justify">Lei apre la mano, tendo la mia per il dono smisurato dell’invisibile, estraggo l’immagine senza corpo dalla tasca, e sul palmo nudo il mio pensiero senza filtro. Erano i nostri giochi un po’ magici e un po’ stupidi di quando cercavano di portarci alla via retta e cinica della loro verità – e non volevamo.</p>
<p align="justify">«Questa è magia bianca, Marimar! È meglio della prima sigaretta dopo l’ultima. Un istante e torno: contaMi.»</p>
<p align="justify">«Ti conterò. Anzi, già ti conto.»</p>
<p align="justify">Dopo la corsa a ritroso, d’improvviso noto le sue vesti gialle e la sciarpa porpora, un corpo pieno che contagia il linguaggio e che tra qualche rintocco chiuderanno di nuovo alla torre.<br />
«Eccomi, ci sono parole anche per D. Abbraccialo, digli che mia madre ha un collo di bottiglia ormai, che m’ha rubato ogni cosa, la lingua, il ventre, la strada. Diglielo, che v’amo tutti e due, prendilo per mano, bacialo nella luce.»
</p>
<p align="justify">«Una madre forse può rubare lingua e gola, Claire, ma non può rubare né il Verbo né il Vero. Né una Madre né questi imbecilli.»</p>
<p align="justify">Lei porta il pugno serrato al petto e dice piano: «Già, il vero ancora è qui. Forse la denuncerò, sai, ché i fratelli veri hanno la consistenza della polvere e lei ormai è affogata nel bicchiere. Ma non ho un soldo, né facoltà, né tetto. Io comunque da qui me ne vado» – lo ripete da sei anni.</p>
<p align="justify">Poi la paralisi obbligata: arrivano in due, abiti bianchi, com’è solito a quei luoghi, e disinfettante sulle dita: «Scaduto il tempo, signorine. Salutatevi.»</p>
<p align="justify">Salvatevi, avrei preferito sentire.</p>
<p align="justify">Ma non serve più alcuna voce, ora: porto l’indice e il medio dal ventre al labbro per un bacio che fingo e poi invero: <em>Ti accanto, sorella</em> – dico senza suono.</p>
<p align="justify">Ti accanto, Marisol, Marimar.</p>
<p align="justify">Poi la prendono per un braccio, spingono me verso l’ascensore, mi premo evitando la domanda e ogni risposta di categoria, e buco forte il bottone a cancellarmi sino al piano terra – una terra che non è più terra, il grado zero della volontà che rischia e non può rischiarare.<br />
&#8220;Oscurare questa oscurità, ecco la porta di tutte le meraviglie&#8221;<strong>,</strong> diceva un testo zen.
</p>
<p align="justify">All’uscita, la cenere della parola che ancora stringo in tasca si spegne in un grido: ti porteremo via di qui, Claire. Poi, con in bocca la prima sigaretta dopo l’ultima, leggo in cammino:</p>
<p align="justify">&#8220;Well my dear, i’m writing. Marisol, amore mio, amore nel profondo, nell’Edema della Gioia e in quello del Dolore, nel Midollo Spinale, nell’Essenza, nel cruccio dell’alimento, nella tormenta, nell’Incanto e nella lacrima che non scende. All’improvviso non sono più sole. Non m’interessa quel che i medici di questo stramaledetto posto pensano di me. Al momento, non ho affatto bisogno del loro sozzo aiuto. Un giorno porterò io i megafoni qui dentro e urlerò quieta il loro squallore, le loro stramaledette etichette, scriverò una canzone ironica sugli psicofarmaci somministrati a casaccio. Un giorno lontano – credimi – forse mi faranno un T.S.O. Be’, che facciano pure: a questo punto sono loro a toccare il fondo e a subirne le conseguenze. Saranno vie legali. E la verità è sempre la stessa, Marisol: spero che stasera mia madre si anneghi in 2500 spritz. Mi spiace d’aver vesti logore e disordinate. Mi spiace d’essere triste, ma so che ti sorriderò ampia e ti abbraccerò, timida. E so anche che mi porgerai benessere, lirismo, ironia, tenerezza, con un solo rintocco d’occhi, Marimar. Sai, non vomito più gli affetti: le persone veramente care mi entrano nel DNA, mi scorrono nel sangue, mi palpitano nel ventre e si incastonano nel Plesso Solare. Amo molto le libertà altrui. Epperò amo molto anche le mie. Sono serena, in fin dei conti. Triste, ma serena. Sarà forte e Fonte vederti. Ma – te ne prego &#8211; cerca di renderlo lieve. Perché da tempo privilegio le emozioni soffici, detesto le relazioni che bruciano e amo tutto ciò che invece accoglie e dona calore. Mi manca molto la mia chitarra, sai? Sono diventata davvero brava e scrivo testi molto diversi dai deliri controllati villamargheritensi. Ricerco la semplicità in tutto – e la trovo molto spesso. Tra poco mi laureo, sai? Sono preoccupata per D. Ora è solo. E ho paura dei suoi Demoni: proteggilo. Digli che lo amo, che vi amo, che lo sento, che lo cullo, che gli bacio la fronte che non sono più mantide e che me la cavo piuttosto bene, nonostante tutti i nonostante, Digli che talvolta dio è davvero insufficiente. Digli che ho smesso di pregare. Digli che mi son stufata persino del panteismo. E che sono agnostica. Ho sete dei tuoi occhi.</p>
<p>P.s. Comunque sia, adesso sono proprio serena: l’unica cosa che mi manca è la musica. La mia e quella altrui. In realtà mi manca anche un buon libro, la letteratura che rischiava di sparire dalla mia vita e che però è tornata. <em>C’è il Sole. Così, te lo volevo solo dire: c’è il Sole. Mari-Sol, sai una cosa? Io sono diventata Discepolo dell’Attesa. E del respiro. E della Solitudine. E del Silenzio. E dell’Ironia.</em> <em>Ora vado. Un caffè.</em></p>
<p align="right">C.</p>
<p align="justify">Neuroleptikos. Disposto a prendere. Disposto a perdere. Nell’epoca in cui gli elettrodi sono ormai sorpassati, la misura subdola dell’apparente famigliarità con cui ci nominate spacciandoci per senza-gambe è una forma di sottomissione ancor più terribile. Quando con una legge centottanta si crede d’aver aperto le porte, tolto le sbarre alle finestre e la corrente elettrica ai nervi, l’istituzione gioca nel silenzio. Non prendono più a calci, è vero, i pasti sono caldi, la tv è in ogni stanza, ti legano solo se &#8220;strettamente necessario&#8221;, minacciano solo se la tua miccia di resistenza rischia d’accendersi, divampare oltrepassando i cancelli delle cure, le tombe della case. E il più delle volte ti accarezzano la fronte come i padri che speravi o i compagni di vita: sei psichiatri su cento dichiarano di scoparsi i pazienti – ma i baci tra i morti, là dentro, vanno ancora puniti severamente.<br />
Hanno chiuso i manicomi, gli hanno cambiato nome come agli spazzini han dato quello di operatori d’igiene urbana, come agli handicappati hanno concesso la possibilità d’essere abili come tutti ma <em>diversamente</em>. Hanno chiuso le bocche ai manicomi, aperto al Ritalin quelle dei bambini. Con una legge che urla la liberazione si può chiudere un atto, ma dietro le tende del palcoscenico, nella solitudine non ci sono vie di fuga, né uscite di sicurezza: lo spettacolo continua, il pedale della sordina abbassato, perché non s’avvertano le stonature né gli allarmi, perché si smetta di parlarne, perché come diceva Shatzman: <em>&#8220;Forse, chiunque si comporti in modo da far sentire malato uno psichiatra, è malato.&#8221; </em>
</p>
<p align="justify">Per quel che mi riguarda io ho cambiato idea: se ho troppe mani, forse posso suonare più veloce. Scrivere, con quelle rimaste libere e nascoste ai fianchi – le due visibili strette sempre alle sbarre. E qui, raccontare le Loro.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="center"> ************************</p>
<p align="justify"><em>(Il quadro raffigurato è di <a href="http://www.sbrana.org">Gianluca Sbrana</a>)</em></p>
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