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	<title>disinformazione &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Aldo Grasso e l&#8217;insostenibile innocenza dei media</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Feb 2018 13:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Aldo Grasso</b> sul <b>Corriere della Sera</b> si è scomodato a criticare il nostro appello <b>Ai direttori e alle direttrici delle reti televisive e delle testate giornalistiche</b> nell’articolo <b>Appello per una tv migliore Gramsci citato a sproposito</b>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_72614" aria-describedby="caption-attachment-72614" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/cinematografia.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/cinematografia.jpg" alt="" width="720" height="359" class="size-full wp-image-72614" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/cinematografia.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/cinematografia-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-72614" class="wp-caption-text">&#8220;<i>negli anni Venti del secolo scorso</i>&#8220;</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong>Aldo Grasso</strong> sul <strong>Corriere della Sera</strong> si è scomodato a criticare il nostro appello  ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/02/05/ai-direttori-delle-reti-televisive-delle-testate-giornalistiche/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Ai direttori e alle direttrici delle reti televisive e delle testate giornalistiche</strong></a> nell&#8217;articolo  ⇨ <a href="http://www.corriere.it/cultura/18_febbraio_07/appello-una-tv-migliore-gramsci-citato-sproposito-7e15fbe8-0c41-11e8-ac00-e73bcae47d08.shtml" rel="noopener" target="_blank"><strong>Appello per una tv migliore Gramsci citato a sproposito</strong> <strong><em>Un gruppo di intellettuali del blog «Nazione Indiana» ha scritto una lettera aperta «ai direttori e direttrici delle reti tv e delle testate» per lamentarsi dell’odio nei talk show</em></strong></a> </p>
<p>I titoli, si sa, sono generici, e spesso di un articolo distillano impressionisticamente l&#8217;inconciliabile, così la positività di &#8220;<strong>Appello per una tv migliore</strong>&#8221; viene subito vanificata da quel &#8220;<strong>Gramsci citato a sproposito</strong>&#8220;. Anche gli occhielli ai titoli devono sintetizzare, ma ridurre a un mero <em>“lamentarsi dell&#8217;odio nei talk show</em>” l’appello del “<em>gruppo di intellettuali del blog «Nazione Indiana»</em>” è pura malafede, dal momento che in esso ci si rivolge all’attenzione delle “<em>reti televisive e delle testate giornalistiche</em>” e quindi in senso più ampio a tutta l’informazione.</p>
<p>Che gli intellettuali non guardino la tv perché “<em>volgare</em>” è una banale supposizione di <strong>Grasso</strong> e forse ciò che infastidisce di più è che la guardino in modo critico, proprio per denunciare quella volgarità, solo con laica legittima critica però, nessun “<em>rosario dell’indignazione</em>”, e neppure, come malignamente si suppone nell&#8217;articolo, intenti opportunistici &#8220;<em>nella speranza che si </em><em>presenti un loro libro</em>&#8220;, pratica cortigiana che è del tutto ignota dalle nostre parti, dove, come principio etico fondante, non pubblichiamo nemmeno le recensioni dei libri dei componenti della redazione.</p>
<p>L’odiosa parola “<em>sodali</em>”, poi, riferita ai firmatari dell’appello, con tutto il suo contorno di presunte conventicole, logge di favori, corporazioni di categoria e oscure manovre, è davvero inopportuna e offensiva: ci sono personalità intellettuali diversissime fra le firme e soprattutto ci sono quelle dei comuni lettori del blog che passano e aderiscono.</p>
<p>A un certo punto <strong>Grasso</strong> si chiede “<em>Chi è così insensibile, apatico e cieco da non firmare un simile appello al buon senso, alla convivenza, all’uso democratico dei mezzi di comunicazione?</em>”, ma è solo una domanda retorica, posta ironicamente per banalizzarlo e svilirne l’efficacia, e atteggiandosi “<em>a sproposito</em>” a un Franti deamicisiano si risponde molto opportunamente “<em></em><em>E l’infame sorrise</em>.”. </p>
<p>E forse non accadrà sempre direttamente che &#8220;<em>le parole dei talk possano tradursi in atti di violenza omicida</em>&#8220;, certo, ma è innegabile che esse contribuiscano a creare un ambiente sociale confuso e razzista, che è il terreno fertile per la nascita e la giustificazione di quella violenza, che non si estrinseca solo nel gesto estremo e nello slatentizzarsi degli istinti peggiori, ma nel formarsi di una capillare mentalità discriminatoria che permea ogni angolo del paese, che, disinformato sulle cifre concrete del fenomeno, sia portato a vedere invasioni di migranti dove non ci sono. Che per il terribile omicidio di una ragazza possa credere all&#8217;invenzione mediatica di riti tribali vodoo, con una totale mancanza di rispetto in primo luogo nei suoi confronti, attraverso la diffusione morbosa e insistita di falsi particolari macabri, solo per scatenare maggiormente odio e legittimazione della vendetta, non solo verso gli accusati, ma soprattutto verso chi quei fatti non li ha commessi, ma ha la sfortuna di appartenere alla loro stessa &#8220;tribù&#8221;, alla loro stessa “razza”, parola odiosa ma purtroppo sempre in auge.</p>
<p>La propaganda era l&#8217;anima dei regimi totalitari e quello che dice <strong>Grasso</strong> non era vero nemmeno “<em>negli anni Venti del secolo scorso”</em>: </p>
<blockquote><p>“<em>Sostenere l’esistenza di una connessione diretta tra l’esposizione ai messaggi dei media e il comportamento dell’individuo è teoricamente ingenuo (una teoria in voga negli anni Venti del secolo scorso, smentita poi da tutti gli studi sugli effetti dei media).</em>”</p></blockquote>
<p>Non era vero nemmeno quando c’erano solo la radio EIAR che trasmetteva “Giovinezza”, i filmati Luce, i pochi censurati giornali di regime e molto analfabetismo che non poteva nemmeno leggerli, e non c’erano le televisioni, e men che meno il web, i social, l’eccesso di comunicazione attuale, ma esisteva solo una “sana” propaganda fascista che si faceva largo a colpi di manganello e aggressioni di parlamentari e operai in sciopero, e il peso della stampa era di certo minore dei discorsi dal balcone del Duce e dell&#8217;indottrinamento fin dall&#8217;età scolare.</p>
<p>Anche se, paradossalmente, secondo <strong>Grasso</strong> un’informazione manipolata e infedele alla verità non ha nessuna influenza sulle opinioni e sui comportamenti individuali, e pensare il contrario sarebbe da parte nostra &#8220;<em>teoricamente ingenuo</em>&#8221; e “<em>superficiale</em>”, noi, tacciati di moralismo, come sempre accade quando si critica la mancanza di etica e di deontologia, crediamo fermamente che impegnarsi in prima persona e invitare i media a un giornalismo più trasparente, più documentato, più fedele alle fonti, meno violento nelle parole e nella strumentalizzazione delle notizie, non possa che far del bene all’opinione pubblica.</p>
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		<title>La Siria nel mare magnum della disinformazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2015 12:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Declich]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[Lorenzo Galbiati, Fouad Roueiha, Alberto Savioli Della guerra civile in Siria i media si occupano sempre meno, le notizie ora escono solo se l’ISIS compie qualche azione particolarmente grave. Anche i programmi di approfondimento, come lo speciale di Piazza Pulita di Formigli dell’8 giugno 2015, si occupano essenzialmente di narrare la nascita del gruppo  Stato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lorenzo Galbiati, Fouad Roueiha, Alberto Savioli</strong></p>
<p>Della guerra civile in Siria i media si occupano sempre meno, le notizie ora escono solo se l’ISIS compie qualche azione particolarmente grave. Anche i programmi di approfondimento, come lo speciale di Piazza Pulita di Formigli dell’8 giugno 2015, si occupano essenzialmente di narrare la nascita del gruppo  Stato Islamico, e l’attenzione si concentra su dove e come vengono reclutati i suoi militanti. Che in Siria vi sia ancora una opposizione politica e armata al regime, costituita in parte da siriani che possiamo considerare partigiani, è un dato oscurato dall’informazione.</p>
<p>E proprio per questo, forse, crescono le illazioni e le bufale, sempre più gigantesche, sull’operato dei siriani dell’Esercito Libero Siriano (Els). In Medio Oriente la più infamante delle accuse che si possa rivolgere ad un movimento è la connivenza con lo stato d&#8217;Israele, tanto che le leggi più liberticide varate dai regimi arabi si giustificano con l&#8217;esigenza di prevenire infiltrazioni israeliane e ogni male accada a Est del Giordano viene attribuito a non meglio identificati “complotti sionisti” con una frequenza tale da aver alimentato una ricca varietà di barzellette sul tema. Questa stessa retorica sembra attraversare il Mediterraneo, dove Israele (affiancato dagli USA) viene spesso citato dai siti antimperialisti come eminenza grigia di tutto quel che succede nel mondo. I siriani si ribellano ad Asad? C’è lo zampino di Israele. C’è un attentato non rivendicato? Forse è stato Israele. C’è un attentato rivendicato da una formazione islamista? E’ finanziata da Israele. Vittorio Arrigoni viene rapito e ucciso da un gruppo di salafiti? Li ha assoldati Israele. E così via.</p>
<p>Ultimamente a rilanciare queste ipotesi prive di fondamento non sono solo militanti antimperialisti a senso unico o antisionisti di maniera. Talvolta, anche agenzie stampa che fanno una meritevole opera di informazione sulle gigantesche violazioni dei diritti umani che compie ogni giorno Israele nel silenzio dei media mondiali cascano nella tentazione di vedere Israele coinvolto in ogni sorta di alleanza sotterranea con i più disparati gruppi armati arabi.</p>
<p>Stiamo parlando di Nena News (NENA), Agenzia Stampa Vicino Oriente, il cui direttore è Michele Giorgio.</p>
<p>Il 30 giugno apprendiamo infatti dalle pagine di Nena News (<span style="color: #0000ff">http://nena-news.it/israele-aiutiamo-i-ribelli-siriani/</span><span style="color: #141823"> ) che ormai sarebbe “ufficiale” l&#8217;aiuto fornito da Tel Aviv ai ribelli siriani. L&#8217;agenzia è giunta a tale conclusione dalle dichiarazioni del ministro della difesa israeliano Ya’alon, nelle quali si conferma quanto riferito nei quattro rapporti stilati dagli osservatori ONU in missione lungo le alture del Golan (territorio siriano occupato da Israele): è in atto un passaggio di soldati ribelli feriti dalla Siria a Israele, dove vengono curati, e di alcuni equipaggiamenti medici da Israele verso il territorio siriano controllato dalle forze ribelli. Nelle sue dichiarazioni il ministro Ya&#8217;alon conferma quanto già reso noto da mediattivisti siriani: Israele baratta la tranquillità dei suoi confini con cure ed equipaggiamenti medici; l&#8217;intento di Tel Aviv sarebbe quello di proteggere la comunità drusa (vicina ad Asad) dagli assalti di organizzazioni jihadiste. L&#8217;articolo di NENA cita anche l&#8217;assalto di drusi israeliani ad una delle ambulanze coinvolte in queste operazioni, ma trascura di dire che la tensione in seno alla comunità drusa è crescente da mesi e che quindi le dichiarazioni del ministro, che in realtà non rivelano alcun segreto, servono sopratutto a sedare gli animi. NENA ha anche ignorato di segnalare le notizie dei primi di luglio sui vari generali ed ex generali che facevano pressione sul primo ministro Netanyahu perché fornisse armi ad Asad per evitarne la caduta: in realtà illustri diplomatici e strateghi militari israeliani, dall&#8217;ambasciatore Avi Primor all&#8217;ex capo di Stato Maggiore, da quattro anni vedono nel regime di Damasco il “miglior nemico”, ossia una garanzia di stabilità per Israele. </span></p>
<p>Le dichiarazioni di Ya’alon non sono le prime che NENA ha sfruttato per dar spessore al teorema che svelerebbe una alleanza tra Israele ed i ribelli siriani.</p>
<p>Il 24 aprile 2015, Nena News ha diffuso la notizia secondo cui l&#8217;Esercito Libero Siriano avrebbe mandato una missiva all&#8217;ex assistente (Mendi Safadi) di un parlamentare israeliano druso del Likud (MK Ayoub Kara) in cui si congratulerebbe per il sessantasettesimo anniversario della fondazione dello stato ebraico, auspicando di poter celebrare il prossimo anniversario nella futura ambasciata israeliana in Siria, che si aprirebbe nel caso cadesse il regime di Asad ( <span style="color: #0000ff"><u><a href="http://nena-news.it/ribelli-moderati-siriani-auguri-israele-per-lindipendenza/">http://nena-news.it/ribelli-moderati-siriani-auguri-israele-per-lindipendenza/</a></u></span> )</p>
<p>La fonte originaria di questa notizia, come riscontrato dopo una ricerca in rete, è il Jerusalem Post del 23 aprile ( <span style="color: #0000ff"><u><a href="http://www.jpost.com/Middle-East/Syrian-group-in-greeting-to-Israel-Next-year-we-celebrate-Independence-Day-in-Damascus-399005">http://www.jpost.com/Middle-East/Syrian-group-in-greeting-to-Israel-Next-year-we-celebrate-Independence-Day-in-Damascus-399005</a></u></span> ),<span style="color: #141823"> che è stato ripreso solo da alcuni giornali della stampa israeliana di destra (Times of Israel) e da certa stampa pro-Asad. </span></p>
<p>È’ interessante notare come NENA, nel suddetto articolo firmato dalla sua redazione, attribuisca il prestigio di rappresentare l&#8217;intero Els a tal Musa Ahmad al-Nabhan, nome a tutti sconosciuto prima del 23 aprile. Dopo aver svolto un’accurata ricerca in rete del suo nome in inglese e in arabo, e aver chiesto sue notizie a vari contatti siriani che conoscono da vicino l’operato dell’Els, non abbiamo trovato nulla su Nabhan e, a distanza di due mesi, ad anniversario di Israele festeggiato (non in Siria, e non dall’Els) il nome di Nabhan non è più stato citato in alcuna notizia web o stampa.</p>
<p>Possiamo concludere che con ogni probabilità si è trattato di una bufala. Nella più remota delle ipotesi, Nabhan, ammesso che esista, potrebbe essere lontanamente legato all’Els ma senza alcun ruolo di rappresentanza.</p>
<p>I capi dell’Esercito Libero Siriano sono al momento Idriss “sul campo” e al-Bashir come comandante, ma ci sono proprio in questo periodo movimenti al vertice dell’organizzazione. Non omettiamo di dire che ci sono molti capi locali e molte fazioni di diversa natura, talvolta in opposizione tra loro, all’interno dell’Els, che contiene anche brigate che combattono insieme ai movimenti islamisti di al Nusra e Ahrar al-Sham. Ma pure in tutto questo variegato e contraddittorio universo, non ci risulta in alcun modo che questo Nabhan occupi una qualsiasi posizione di rappresentanza. Di più: non ci risulta nemmeno che l’Els abbia al suo interno un “ufficiale di politica estera”, come scrive NENA, attribuendo quell’incarico a Nabhan. Nulla di questa presunta notizia è verosimile. Del resto: è credibile che una organizzazione come l&#8217;Esercito Libero Siriano indirizzi ad un assistente parlamentare israeliano, e non un a un ambasciatore o a un esponente politico di spicco, una comunicazione del genere?</p>
<p>Torniamo a Mendi Safadi, l&#8217;attivista druso citato dal Jerusalem Post, poi ripreso da Ma&#8217;ariv, ed infine da Nena News. In un articolo di Ha’aretz datato agosto 2012 viene riconosciuto falso ciò che Safadi millantava ossia di essere delegato dalle autorità israeliane a dialogare con i ribelli siriani ( <span style="color: #0000ff">http://www.haaretz.com/blogs/diplomania/deputy-minister-s-aide-holds-talks-with-syria-opposition-presents-himself-as-official-israeli-envoy-1.458772 )</span></p>
<p>Quindi, cosa resta della &#8220;notizia&#8221; del Jerusalem Post rilanciata da NENA? Diremmo questo: “Un presunto appartenente all&#8217;Esercito Libero Siriano avrebbe scritto una lettera ad un ex assistente parlamentare, noto per millantare rapporti con l&#8217;opposizione siriana, in cui si congratulerebbe con Israele per l’avvicinarsi dell’anniversario della sua fondazione”.<br />
Ma nel titolo di NENA la notizia è diventata: “Ribelli moderati siriani: &#8220;Auguri Israele per l&#8217;indipendenza&#8221;”<br />
L&#8217;articolo di NENA, peraltro, si apre parlando di rapporti che andrebbero a gonfie vele tra le opposizioni siriane e lo stato ebraico e prosegue così: &#8220;da quando è iniziata la guerra civile siriana, l’Els ha chiesto il sostegno israeliano per la sua campagna militare contro il regime di Asad, ufficiali ribelli hanno viaggiato in Israele incontrando vertici militari dello stato ebraico e un numero imprecisato di combattenti siriani (secondo alcuni commentatori israeliani stimato in alcune centinaia) è stato curato in Israele. Alcuni membri della Coalizione nazionale siriana (braccio politico dell’Els) hanno più volte proposto la cessione della parte siriana del Golan [secondo la comunità internazionale l’altra è stata annessa illegalmente da Israele nel 1981, ndr] a Tel Aviv nel caso in cui quest’ultima aiutasse in modo consistente l’Esercito siriano libero a sconfiggere le truppe di Asad. I rapporti sempre più stretti e quotidiani tra le forze moderate siriane e gli israeliani sono stati poi rivelati a dicembre in un rapporto dell’Onu presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite&#8221;.</p>
<p>I fatti riportati da NENA sono effettivamente avvenuti ma, nel contesto di questo articolo, acquistano una interpretazione tendenziosa. Vediamo quindi di ricollocarli in un contesto più appropriato.</p>
<p>Gli ufficiali ribelli che avrebbero incontrato vertici militari israeliani sono in realtà alcuni esponenti di Jabhat Al Nusra (JAN) e alcune brigate del FSA della zona di confine di Daraa, le quali avrebbero negoziato una non ingerenza israeliana in cambio di rassicurazioni che JAN ed Els non avrebbero sconfinato. Risulta poi vero che ci siano stati combattenti siriani curati in ospedali israeliani, ma ci risulta che persino il figlio di Ismail Hanye (leader di Hamas a Gaza) sia stato curato in Israele, e come lui anche combattenti libanesi o palestinesi durante i passati conflitti.<span style="color: #141823"> </span><span style="color: #141823"><br />
Passando ai &#8220;membri della Coalizione Nazionale Siriana&#8221; che avrebbero proposto la cessione del Golan: in realtà è solo un ex membro e fondatore della Coalizione, Kamal Labwani, espulso dalla stessa da oltre 2 anni. Labwani ha effettivamente proposto un suo &#8220;piano di pace regionale&#8221; in cui proponeva la cessione di parte del Golan e la normalizzazione dei rapporti con Israele in cambio di un sostegno militare, sopratutto in termini di aviazione, da parte di Israele. Si tratta di una proposta fatta a titolo personale: Labwani non rappresenta nessuno, è stato accusato di alto tradimento ed insulti da qualunque corrente della rivoluzione siriana. Infine, riguardo al famoso rapporto ONU che rivelerebbe rapporti tra i ribelli siriani e l&#8217;esercito di occupazione israeliano, si tratta dei rapporti degli osservatori ONU sul confine con il Golan cui facevamo riferimento in merito alle recenti dichiarazioni del ministro della difesa Ya&#8217;alon, ossia qualcosa di molto differente da un alleanza o una intesa politica: è quel che avviene nelle aree di confine in ogni guerra. Il comportamento di Israele è l&#8217;ennesima testimonianza di come lo stato ebraico stia alla finestra per poi intervenire, limitatamente, quando vede l&#8217;opportunità di far prevalere i propri interessi: lo ha fatto quando ha bombardato le spedizioni di armi verso Hizbullah e suggerito il piano per la distruzione delle armi chimiche poi attuato dalla Russia di Putin ( </span><span style="color: #0000ff"><a href="http://lb.shafaqna.com/EN/LB/126868">http://lb.shafaqna.com/EN/LB/126868</a></span> <span style="color: #141823">) all&#8217;indomani dell&#8217;attacco con il gas Sarin su Damasco, evento che aveva messo Obama nell’indesiderata posizione di dover intervenire in Siria per non perdere la faccia davanti all’opinione pubblica.</span></p>
<p>In sintesi, la notizia sui ribelli moderati siriani che farebbero gli auguri ad Israele per l’anniversario della sua indipendenza (parafrasando quasi alla lettera il titolo di NENA) ha tutti i contorni della più classica bufala. Nena News, sempre attenta a svelare le mistificazioni della propaganda sionista, stavolta ci sembra essere stata vittima di quella propaganda. E, nel caso dei rapporti tra ribelli siriani e Israele, forse sarebbe il caso che NENA rivedesse il suo paradigma interpretativo. Del resto, quando c’è di mezzo la Siria, avvolta da anni nel Mare Magnum della disinformazione, è davvero difficile trovare notizie e analisi che ci permettano di comprenderne l’attuale situazione geopolitica.</p>
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		<title>Libero di scrivere balle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 11:37:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Philip Roth, in un&#8217;intervista a Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica, ha scoperto che Libero aveva pubblicato un&#8217;intervista in cui lui stesso, sì, proprio lui, criticava pesantemente Obama. Ma lui quelle cose non le aveva mai dette, né quell&#8217;intervista aveva rilasciato. Vale la pena di rileggere il brano dell&#8217;intervista in cui Roth [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>Philip Roth, in un&#8217;intervista a Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica, ha scoperto che Libero aveva pubblicato un&#8217;intervista in cui lui stesso, sì, proprio lui, criticava pesantemente Obama. Ma lui quelle cose non le aveva mai dette, né quell&#8217;intervista aveva rilasciato. Vale la pena di rileggere il brano dell&#8217;intervista in cui Roth manifesta la sua stupefazione e scopre la bufala.</em></p>
<p>&#8220;Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere.&#8221;  &#8220;Ma io non ho mai detto una cosa del genere. E’ grottesco. Scandaloso. E’ tutto il contrario di quello che penso. Considero Obama fantastico. E trovo che l’attacco che gli stanno sferrando i repubblicani è molto simile a quello subito da Roosevelt al suo primo mandato. E’ la destra più stupida mobilitata da Sarah Palin. Agitano la bufala dell’atto di nascita che dimostrerebbe che è nato in Kenya. E trovano ascolto. Sotto c’è il problema della razza, della pelle. Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.&#8221; Chiama il suo agente, che gli filtra tutti i contatti: nell’agenda delle interviste passate e future non risulta nè Libero nè il nome dell’intervistatore. Roth attacca e poi chiede cosa vuol dire Libero in inglese. Traduco. &#8220;Vuol dire che questi sono liberi di fare tutto quelli che gli pare?&#8221;</p>
<p><em>Vale la pena di notare anche che Pierluigi Battista si era come suo solito accodato scondinzolante, esattamente come avrebbe fatto poi accettando supinamente l&#8217;impostazione balenga che Libero stesso aveva dato della querelle nata qui su nazione Indiana. Anche lui, evidentemente, nella sua tenace battaglia per rivendicare il non conformismo degli intellettuali, rivendica la libertà di dire balle. (Il suo pezzetto, per chi volesse sfiancarsi, si trova <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/novembre/23/Philip_Roth_diventa_disertore_co_9_091123021.shtml">qui</a>) </em></p>
<p><em>Le balle ormai fanno scuola, segnano una stagione del giornalismo italiano. E&#8217; di ieri la mega-balla del Tg1, che vende la prescrizione del reato di Mills come assoluzione. E prima la reprimenda a Maria Luisa Busi, la conduttrice del Tg1 rea di aver ammesso, in mezzo alle macerie aquilane, che sì, la verità non era stata raccontata. Non siamo più in presenza solo di una manipolazione, fatta di mezze verità, a costruire falsità. Qui la falsità diventa elemento atomico con cui lavorare ai fianchi un</em> esprit public<em> sempre più immemore e immerso nelle tenebre.</em></p>
<p><em>Di seguito, l&#8217;intervista originale di Tommaso Debenedetti, che Libero ha fatto scomparire dalla rete ma che esiste ancora, grazie al dio-cache (e grazie a Alberto Cane che ha scovato la cache, <a href="http://albertocane.blogspot.com/2010/02/philip-roth-sconfessa-libero.html">qui</a>). A futura memoria, a imperitura testimonianza della creatività della menzogna.</em> <em>Del resto, lo si è detto allo sfinimento, da queste parti: è tutta una questione di stile. <span id="more-30984"></span></em></p>
<p>«Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico». Philip Roth, forse il più illustre dei narratori americani d’oggi, autore di capolavori quali Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Zuckerman scatenato e, da poco uscito in Italia, Indignazione, esprime con forza, per la prima volta, il suo giudizio fortemente negativo sull’attuale Presidente Usa. Ci tiene a farlo subito, nella nostra conversazione telefonica. Quando lo si ascolta parlare, con quella sua voce bassa e appena rauca, in cui le parole escono a ritmo ora velocissimo ora esitante, con quel tono malinconico, inquieto, ma capace d’improvvise, fulminanti, accensioni d’ironia, sembra davvero di essere dentro una delle pagine dei suoi romanzi. È come se quella, proprio quella fosse la voce di tanti personaggi di Philip Roth. «Arrivato a settantasette anni &#8211; spiega &#8211; mi piace parlare della realtà che ho attorno, una realtà che mi fa arrabbiare ma che mi interessa ogni giorno di più». E premette che non dirà molto sulla letteratura: «La letteratura mi è indispensabile, è la mia vita, ma non so cosa dirne, ogni discorso sui libri mi sembra superficiale, stupido, e molto noioso». Parliamo subito di Obama, allora. Perché tanta delusione? «Perché non ha fatto nulla, in questo primo anno, nulla di rilevante, nulla di diverso da quello che la banale quotidianità del potere lo portava a fare. Si dirà: la riforma sanitaria. Ebbene, quella è un’ottima novità per l’America, ma non basta. Sembra una bandiera sventolata per mascherare il nulla, perché i risultati di questa presidenza per ora sono il nulla». Lei è stato un acceso sostenitore dell’elezione di questo Presidente… «Sì, perché nella sua campagna elettorale c’era davvero qualcosa di nuovo, di straordinario. Con quelle sue espressioni “hope” e “change”, ripetute con un’efficacia mai vista, a metà fra il moderno slogan pubblicitario e la cantilena d’uno sciamano, Obama era riuscito a svegliare l’America dal torpore della sua frustrazione, da quel grande senso di impotenza, di ansia, di sfiducia che nell’ultimo decennio ha dominato il Paese. Era stato capace di dare vitalità e slancio a chi lo ascoltava. Non nascondo di essere rimasto quasi incantato a seguire i suoi discorsi, io che non sono certo facile ad entusiasmarmi per le parole… Allora ho creduto, e con me tantissimi americani, che fosse arrivato davvero un tempo nuovo per la politica, un tempo dove creatività e intelligenza si unissero alla capacità di ascoltare la voce di un Paese e di sapervi rispondere». E invece? «Invece, niente. Appena eletto, fin dai primi giorni del suo lavoro alla Casa Bianca, Obama si è come fermato, addormentato. Lui, che aveva scosso l’America, si è assopito nei meccanismi del potere. Ha continuato a ripetere le sue frasi più belle della campagna elettorale, ma non ha aggiunto nulla di nuovo, e soprattutto, non ha fatto seguire le azioni. Forse ha cominciato a pesare la sua inesperienza, forse è restato prigioniero di una eccessiva valutazione che la gente aveva di lui. Di fatto, i suoi discorsi hanno preso a girare a vuoto, sempre uguali, accompagnati da gesti, sguardi e sorrisi ormai ripetuti ossessivamente, che prima lo hanno reso simpatico e ora lo rendono fastidioso, quasi antipatico. E i risultati si vedono». Quali risultati? «L’America è confusa, frustrata. Quel diffuso senso di paura dell’ignoto, di ansia, di impotenza che l’11 settembre ha contribuito in modo decisivo a scatenare, lacerando le certezze, devastando insieme alle torri di New York anche la percezione che il Paese aveva di sé e della propria forza, è rimasto. Anzi, la crisi economica, figlia in qualche modo di quell’insicurezza, di quella sfiducia che regnano nelle persone, ha addirittura peggiorato le cose». Obama ha deluso anche in politica estera? «Sì. Con Bush vigeva la logica dell’intervento militare, della lotta contro il terrorismo fatta con le invasioni militari. Una logica a mio avviso sbagliata, e che si è dimostrata perdente. Ma almeno, chiara. Quale è la strategia di Obama? Nessuno ancora lo sa. Parla di dialogo, e va benissimo. Ma di fatto Al Qaeda è sempre più forte e organizzata, un regime pericoloso e delirante come quello iraniano sta attrezzandosi con l’arma nucleare e si attrezza per colpire Israele, e lui, il presidente, sembra eludere il problema. Con l’Iran un giorno sembra voler aprire una trattativa (ma non si può aprire una trattativa con chi è, in tante cose, l’erede dei nazisti!), e il giorno dopo riafferma la necessità della fermezza. Cosa vuole fare in Afghanistan? Nuove truppe o disimpegno? Approva e sostiene il governo israeliano o sta dando ragione ai palestinesi? Impossibile rispondere. Ma un dato di fatto è certo, e Obama mostra di non tenerne conto». Cioè? «Cioè che, come l’11 settembre ha dimostrato, oggi il nemico vero, paragonabile al nazismo degli anni Trenta, è l’estremismo religioso e sanguinario, il terrorismo soprattutto di matrice islamica. A mio avviso, il dialogo non serve. E con chi si dialogherebbe, del resto? Ma nemmeno serve, come faceva l’amministrazione Bush, invadere Stati, intervenire militarmente. Serve, piuttosto, un sostegno effettivo a quelle forze che, all’interno dei Paesi dove il fondamentalismo è più forte o dove è addirittura regime al potere, si battono per contrastarlo. E, insieme, dare più forza, poteri e credibilità all’Onu, riformandolo completamente. Quello che è meno utile, è questa confusione, questa assenza di una linea chiara nella politica estera americana: questo fa contenti gli oltranzisti e i terroristi, indebolisce chi vi si oppone, e, a livello interno, fa sentire l’America sempre più sbandata, sempre più cupa». Come vede l’Europa? «Politicamente, mi sembra che l’Europa non ci sia, non decida nulla, non conti nulla. L’Europa è la sua cultura, la sua storia. E di questa cultura, di questa storia, dovrebbe essere più fiera, mantenendo una sua peculiarità, una sua autenticità, senza diventare, chissà poi perché, seguace di mode e modelli che vengono da fuori. A me, come americano, l’Europa piace e incanta se è sé stessa, non una mal riuscita imitazione dell’America». Capisco la sua volontà di non parlare di letteratura. Ma non resisto. Posso chiederle chi sono, oggi, i suoi autori preferiti? «Sto rileggendo Singer, e lo trovo sempre più grande. Splendido e tristissimo. Ma non mi chieda di più». Chi riconosce come suo maestro? «Ecco, mi aspettavo la domanda. Il problema è che, quando scrivo, la scrittura nasce da un’esigenza di raccontare, troppo forte per essere frenata anche se a volte mi capita di fermarmi, di non riuscire ad andare avanti, di sentire che tutto è finito, che l’angoscia che ho dentro non lascia più posto alle storie, che le storie possibili sono state tutte uccise, costrette a non esistere, a non nascere. Quando attraverso quei momenti, e negli anni sono diventati più frequenti, a volte basta la frase di un romanzo che mi torna alla mente, la battuta di un personaggio in un libro, per tirarmi fuori dal buio, per ridarmi la possibilità e la capacità di scrivere. Ecco: l’autore di quella frase, di quella battuta, è in quel momento il mio indispensabile maestro. Un momento può essere Cechov, un altro Saul Bellow, un altro ancora, appunto, Singer. Posso risponderle solo così». E Bernard Malamud? «Riconosco di dovergli molto. È un autore che talvolta, a leggerlo, lascia senza fiato. Cosa gli devo e perché, lo lascio dire ai critici. Loro scoprono cose straordinarie, di cui noi autori neppure ci accorgiamo…». Lei è da anni candidato al Nobel. Ma il premio non è mai arrivato. Come giudica questa ripetuta esclusione? «Non ritengo che il mio pessimismo, la mia indignazione, la mia rabbia siano da Nobel, gli accademici svedesi hanno altri gusti, altri parametri… Ognuno fa le scelte che vuole, e non sono certo io a giudicarle giuste o sbagliate. Se cambieranno idea, andrò a Stoccolma e sarò contento di ricevere il premio. Però mi creda: non ci penso mai, anzi, questo diluvio di ipotesi che ogni anno mi arriva addosso con i primi freddi dell’autunno mi disturba non poco, non sopporto questo gioco delle candidature. Diano il Nobel a chi vogliono e basta così».</p>
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		<title>Tutele a metà. L&#8217;infanzia tra abuso e mercato.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jun 2007 04:05:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[corporate paedophilia]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Savella Che i pedofili siano mostri (meglio: “orchi”), che si appostino fuori dalle scuole, che vadano in giro in impermeabile a caccia delle loro prede, come in M il mostro di Dusseldorf, sono le rappresentazioni più immediate dell’immaginario collettivo dinanzi alla parola “pedofilo”. I fatti di cronaca (denunce, arresti, atti inequivocabilmente compiuti) che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG" title="450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG" alt="450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG" /></a><br />
di <strong>Stefano Savella</strong><br />
Che i pedofili siano mostri (meglio: “orchi”), che si appostino fuori dalle scuole, che vadano in giro in impermeabile a caccia delle loro prede, come in M il mostro di Dusseldorf, sono le rappresentazioni più immediate dell’immaginario collettivo dinanzi alla parola “pedofilo”. I fatti di cronaca (denunce, arresti, atti inequivocabilmente compiuti) che acquistano maggiore valore, cioè che vengono riportati da tutti i telegiornali nazionali nei titoli di apertura, riguardanti la pedofilia, sono però essenzialmente di due tipi: una “retata” su commercio e scambio di materiale pedopornografico su internet che vede coinvolti spesso centinaia di persone di varie regioni italiane; una serie di arresti, spesso circoscritta a poche persone, di particolare rilevanza, come nel caso di insegnanti e personale scolastico o sacerdoti (con tre casi eclatanti negli ultimi anni, a Torre Annunziata, Brescia e, recentemente, Rignano Flaminio), a prescindere dalle successive sentenze di innocenza o colpevolezza emesse dalla magistratura.<br />
<span id="more-3987"></span><br />
<a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG" title="450px-kick_scooter_ii.JPG"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/450px-kick_scooter_ii.JPG" alt="450px-kick_scooter_ii.JPG" /></a><br />
Va detto però che quando il caso di pedofilia avviene all’interno di una famiglia, i termini “pedofilia” e ”pedofilo” tendono molto facilmente a scomparire, per essere sostituiti con altri come “abusi”, “violenza”, “l’arrestato”, “il cliente”, (nel caso di una minorenne costretta dalla madre a prostituirsi). Si vedano due casi molto recenti avvenuti tra Palermo e provincia: in nessuno dei due casi (<a href="http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/abusi-sulla-figlia/abusi-sulla-figlia/abusi-sulla-figlia.html">1</a> e <a href="http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/prostituisce-figlia/prostituisce-figlia/prostituisce-figlia.html">2</a>) Repubblica.it parla esplicitamente di “pedofilia”. La vicenda criminale, è chiaro, non cambia, ma cambia certamente la percezione per così dire istintiva che ne ha il lettore, se è vero, come è vero, che la parola “pedofilo” esercita una presa diversa, un’indubbia maggiore sensazione di avversione e sconcerto rispetto a tutte le altre possibili in questo contesto.</p>
<p>Eppure si ha la percezione che dietro la faccia più evidente del crimine della pedofilia quale è veicolata da giornali e tv, dunque quella dei casi mediaticamente più rilevanti e, meno esplicitamente, quella delle violenze contro i bambini avvenute in famiglia, si nasconda un ambiguo comportamento da parte chi dovrebbe poi tutelare incondizionatamente i minori; e dunque difendere la loro immagine dalla strumentalizzazione per fini di lucro, o addirittura dalla deformazione che la loro immagine subisce per strizzare l’occhio a un certo target di adulti e finanche da persone potenzialmente o già attivamente vicine alla pedofilia.</p>
<p><a href="http://www.tai.org.au">Corporate paedophilia</a>, o ‘pedofilia aziendale’, è il titolo di uno studio australiano dell’ottobre scorso che rileva l’impennata di immagini pubblicitarie con protagonisti bambini e pre-adolescenti ritratti in pose fortemente sessualizzate, pose – sottolineano le curatrici – modellate su quelle degli adulti. La ricerca fa l’esempio soprattutto di riviste australiane con un target dai 5 ai 13 anni, dove la visione di queste immagini da parte di coetanei dei bambini e ragazzini ritratti, di ambo i sessi, ma prevalentemente femminile, causa scompensi e problemi comportamentali negli stessi minori, e avverte anche che «the sexualisation of children could play a role in ‘grooming’ children for paedophiles – preparing children for sexual interaction with<br />
older teenagers or adults» (p. 5).</p>
<p>Il legame tra utilizzo di immagini sessualizzate di minori e la loro presenza all’interno di messaggi pubblicitari in generale è in realtà molto sottile: se è vero che vi sono certamente spot televisivi e non che accentuano esplicitamente le caratteristiche ‘adulte’ di persone ancora bambine, grazie a pose particolari o al trucco, è anche vero che ve ne sono altri in cui non si interviene direttamente sul bambino, ma sulla percezione che ne ha lo spettatore adulto, facendo indossare ai minori un abbigliamento leggero o, nel caso soprattutto dei neonati, mostrando l’intero corpo nudo.<br />
Eppure il Parlamento italiano, nel 2003, aveva un po’ a sorpresa, e forse senza una reale volontà, approvato una norma che impediva l’utilizzo di minori di 14 anni negli spot televisivi (ma non nelle televendite), sulla scorta anche dell’allora recente studio dell’Osservatorio sul lavoro minorile, a cura della psicologa Anna Oliviero Ferraris, che indicava come in un giorno qualsiasi di programmazione televisiva su una rete pubblica e una privata, in uno spot su tre il protagonista fosse un minore, e nella fascia di prima serata quasi in uno su due (<a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGOO">1</a> e <a href="http://www.osservatoriolavorominorile.it/documenta/spot_pubblicitari.ppt">2</a> ). Si trattava dell’emendamento dell’on. De Simone, di Rifondazione Comunista, che ostacolò il cammino della Legge Gasparri alla Camera, causandole un rinvio dell’approvazione finale con un nuovo passaggio al Senato, dove l’allora maggioranza di centro-destra decise di non eliminare l’emendamento per non creare ulteriori ritardi all’iter parlamentare della legge. Come molti ricorderanno, si trattò di una delle poche rilevanti sconfitte subite in aula dal centro-destra, e fu dunque soprattutto per questo motivo che i quotidiani di allora diedero ampio spazio alla notizia. «Il corriere della sera» dedicava titolo in prima pagina («I franchi tiratori rallentano la legge tv») e tutta la pagina 3 alla cronaca politica (nel lungo <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGPY">articolo</a> di Roberto Zuccolini l’unico riferimento al contenuto dell’emendamento oggetto della polemica è «Fino all’“incidente” ribattezzato dei “pannoloni” [sic] per il divieto di esibire bambini negli spot», due righe su ottanta), e recuperava in un box a parte a pagina 2 le conclusioni dello studio dell’Osservatorio sul lavoro minorile (ridotto peraltro a una sequenza di numeri). «la Repubblica», pur riportando un resoconto più esauriente del dibattito in aula sull’emendamento De Simone, bolla tutta la questione col titolo di pagina 3, <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGQY">«E lo spot sui pannolini travolge le file della destra»</a>.</p>
<p>«la Repubblica» riporta anche una breve intervista al pubblicitario Marco Testa, che parla di censura e del danno economico creato dall’emendamento, perché <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGPL">«i bambini, lo sappiamo, inteneriscono»</a>. Sempre Marco Testa interviene sul «Financial Times» del 19 luglio 2004, affermando che «In Italia, sicuramente, tendiamo a usare i bambini negli spot per andare dritti ai genitori. Fa parte del nostro spirito latino», mentre per Pier Silvio Berlusconi «la pubblicità che vede protagonisti bambini secondo me non fa male a questi ultimi e danneggia solo il mondo pubblicitario» (<a href="http://www.supercom.it/web/001453/00145322.html">fonte</a>). L’emendamento approvato veniva invece definito «il più stupido della serie» dall’on. Rotondi (Dc), mentre il ministro Gasparri lo etichettava come «insignificante, un dettaglio» (<a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGRNp1">link</a>). Invece si trattava di un provvedimento, comunque lo si voglia intendere, che interveniva in un campo lasciato esclusivamente in mano ai pubblicitari, molto più che un emendamento «salva-pannolini», come i maggiori quotidiani in quei giorni lo etichettavano, ben sapendo che i bambini erano (e sono) utilizzati negli spot di qualunque prodotto, dai telefonini ai prodotti alimentari all’abbigliamento. Gli stessi quotidiani del 2 ottobre 2003 davano spazio pressoché esclusivo alla cronaca politica, ai ‘dietro le quinte’, alle voci del Transatlantico, alle sotterranee manovre della corrente di An che aveva contribuito ad approvare l’emendamento per motivi di visibilità all’interno dell’esecutivo, dedicando invece pochissime righe di approfondimento su ciò che era stato realmente approvato, sul punto che riguardava direttamente il lettore e il cittadino, ovvero la tutela del minore.</p>
<p>Ad ogni modo, sotto la pressione delle organizzazioni dei pubblicitari, veniva approvata due anni dopo, in prima lettura alla Camera e in seconda, il 25 gennaio 2006, al Senato, la ‘leggina’ che modificava l’art.10 della Gasparri, sopprimendo le parole che vietavano l’utilizzo dei minori negli spot televisivi (<a href="http://www.senato.it/loc/link.asp?tipodoc=leggigu&amp;doclocatorserver=doclocator&amp;id=37&amp;anno=06">Legge n. 37/2006</a>, a firma degli on. Santanché, Romani, Bianchi Clerici, Caparini e altri), ovviamente dalla maggioranza di centro-destra (inclusi coloro che avevano votato due anni prima l’emendamento che ora veniva modificato). Una legge, questa, che viene per ironia della sorte (o forse no) promulgata appena prima della Legge 38/06 (Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet) che oscura del tutto sui quotidiani la notizia della modifica della legge Gasparri. Il giorno dopo l’approvazione del provvedimento alla Camera gli unici quotidiani a parlarne sono «Liberazione», con un ampio articolo, e «Il Giornale» con un box di poche righe. All’approvazione definitiva in Senato la notizia è ripresa solo dal «Giornale» (<a href="http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/060126/9qrom.tif">link</a>), dove si legge che la norma cancellata «avrebbe fatto registrare effetti distorsivi per il comparto pubblicitario senza assicurare comunque un’effettiva tutela dei minori». In realtà, ci avevano già pensato gli stessi pubblicitari ad aggirare la legge, in quei mesi, girando i loro spot televisivi nei teatri di posa e con bambini di San Marino, arrivando a selezionare il 10% della popolazione infantile della piccola repubblica (<a href="http://www.terre.it/giornale/articoli/288.html">link</a>).</p>
<p>Non esiste dunque oggi una normativa che regoli se e in che modo è possibile utilizzare immagini di minori nelle pubblicità. E così, in un mini-catalogo di abbigliamento estivo per bambine dai 3 agli 8 anni di un’azienda che, a guardare il suo sito web, parrebbe produrre esclusivamente bambole, compaiono bambine con le pose più innaturali e sguardi ammiccanti che è difficile non definire erotizzati. Immagini che rendono quanto mai evidente di quanto sia sottile il confine tra la caccia al pedofilo e la lecita mercificazione dei corpi dei bambini.</p>
<p>Succede anche a Gaia e Luna, due sorelle di nove e sei anni, il cui videoclip è tra i più visti su YouTube, dove si trova anche una loro “intervista doppia”. Di loro, e del loro primo singolo “Come Vasco Rossi” (“Vasco lo sai, per me sei un dio / spero che un giorno lo sia anch’io”, cantano nel ritornello), ha parlato Silvia Santalmassi (proveniente dalla redazione di Verissimo) sul tg5 delle 20 del 15 maggio scorso (<a href="http://www.video.mediaset.it/video.html?sito=tg5&amp;data=2007/05/15&amp;id=16219&amp;categoria=servizio&amp;from=tg5">link</a>). Il padre, Agostino Carollo, musicista e discografico, ha messo in vendita su I-Tunes a 99 centesimi il brano, che ha raggiunto il primo posto tra i download. Ma la giornalista sottolinea come abbia anche lui tutelato i minori: in una delle citazioni dei brani di Vasco Rossi, infatti, «cazzi suoi» viene sostituito con «cavoli suoi».</p>
<p>&#8212;<br />
<em>Foto di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/User:KF/Details">KF</a>, <a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG">rilasciata nel pubblico dominio</a> su Wikimedia Commons.</em></p>
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