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	<title>dittatura argentina &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>«Quando la Fiat parlava argentino». Storia di operai senza eroi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Dec 2019 13:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Chiunque conosca la storia dell’Argentina sa che le categorie novecentesche di interpretazione ed esposizione “cartesiana” delle forze sociali e politiche (destra/sinistra, classi, partiti di rappresentanza) sono di difficile applicazione al Paese del Cono Sud. E chiunque nutra passione o interesse per la storia dell’Argentina farebbe bene a leggere il libro di Camillo [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-81699" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.png" alt="" width="800" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.png 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-300x197.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-768x504.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-250x164.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-200x131.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-160x105.png 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Chiunque conosca la storia dell’Argentina sa che le categorie novecentesche di interpretazione ed esposizione “cartesiana” delle forze sociali e politiche (destra/sinistra, classi, partiti di rappresentanza) sono di difficile applicazione al Paese del Cono Sud. E chiunque nutra passione o interesse per la storia dell’Argentina farebbe bene a leggere il libro di <strong>Camillo Robertini</strong>, <a href="https://www.mondadorieducation.it/catalogo/quando-la-fiat-parlava-argentino-0061116/" target="_blank" rel="noopener"><em>Quando la Fiat parlava argentino. Una fabbrica italiana e i suoi operai nella Buenos Aires dei militari (1964-1980)</em></a>, Le Monnier-Mondadori 2019.</p>
<p>È <strong>la storia di una comunità operaia nata attorno alla fabbrica che la Fiat installò a El Palomar, periferia di Buenos Aires</strong>, negli anni sessanta del secolo scorso, e che poi abbandonò all’inizio degli anni ottanta. Un ventennio scandito dal tempo politico feroce di due dittature, la seconda (1976-1983) la più cruenta di sempre, e dal tempo industriale dello stabilimento, coi suoi ritmi e mansioni alla catena di montaggio e con le <strong>regole di conformazione dell’uomo e dell’operaio Fiat</strong> emanate dalla stessa impresa. In mezzo: un gruppo ampio di lavoratori (la fabbrica arrivò a occuparne 4.000), molti di loro immigrati, e moltissimi <em>tanos</em>, ossia italiani o figli di italiani.</p>
<p><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-81700" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.jpg" alt="" width="173" height="244" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.jpg 173w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-160x226.jpg 160w" sizes="(max-width: 173px) 100vw, 173px" />Robertini è uno studioso di storia del lavoro, memoria della dittatura e storia dell’America Latina. In questo volume si muove tra <strong>fonti tradizionali</strong> e originali (archivi istituzionali, archivi Fiat argentini e italiani) e <strong>fonti orali</strong>, ossia un ampio numero di <strong>interviste a ex operai della Fiat Palomar</strong> realizzate seguendo le buone pratiche redatte dall’Associazione italiana di storia orale (Aiso).</p>
<p>Eric J. <strong>Hobsbawm</strong> scriveva che l’America Latina è “un continente fatto apposta per scardinare le verità convenzionalmente accettate”. La ricerca di Robertini sembra confermare pagina dopo pagina la massima del grande storico, che infatti è citata a mo’ di bussola a principio d’opera, già nel secondo paragrafo. La documentazione consultata è perlopiù inedita e, nello spartito dell’autore, mostra quello che potremmo definire un <strong>esperimento di costruzione del consenso</strong>. La tesi di Robertini è che l&#8217;adesione dell’operaio all’ideologia dell’impresa, alla <em>familia Fiat</em>, sedimentò nello stabilimento di El Palomar nel corso degli anni sessanta per poi condizionare la stessa grammatica del <strong>rapporto tra la comunità di lavoro e i regimi politici</strong>, all’insegna dell’accettazione pressoché passiva (salvo casi minoritari di opposizione) e persino della denegazione (Robertini parla apertamente di “assenza di critica della realtà sociale dell’epoca” da parte degli operai di Palomar). Lo stesso autore osserva come <strong>la Fiat sia “stata capace di generare un profondo spirito di comunità</strong> che oggi, a più di quarant’anni dalla fine di quella storia, continua a essere […] presente nelle memorie degli ex lavoratori”.</p>
<p>Dalla voce degli operai Fiat di Palomar risulta insomma una “dimensione consensuale, ambigua e apolitica”. Robertini è bravissimo a raccontarcene il clima, a cominciare dall’armamentario ideologico aziendale, predisposto sin dagli anni cinquanta da figure spesso compromesse col fascismo italiano: ex gerarchi e personalità legate al regime, poi espatriate in Argentina. Robertini ricostruisce ad esempio il profilo di Gino Miniati, ex direttore generale del ministero dell’Economia Corporativa, consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni e, dal 1953, integrato nella <em>Delegación Fiat para América Latina</em>. Miniati – spiega Robertini – teorizzava la “<strong>collaborazione di classe</strong> evitando che segmenti del movimento operaio mettessero in discussione i fondamenti stessi dell’economia di mercato”, e considerava lo sciopero un &#8220;delitto&#8221;. Secondo Robertini, Miniati fu uno dei teorici del modello Fiat argentino entro una continuità evidente col corporativismo. <strong>Il</strong> <strong>disinnesco della conflittualità era l&#8217;obiettivo prioritario</strong>, tanto che l’ufficio del personale di Palomar elaborò un ‘<strong>piano di persuasione</strong>’ per &#8220;familiarizzare nella maniera più docile i nuovi assunti al culto dell’impresa, alla sua disciplina e ai suoi funzionamenti”. Gli operai dovevano identificarsi “in un noi/<em>nosotros</em> collettivo, in tutto e per tutto coincidente” col nome della Fiat. Non siamo poi molto distanti dallo &#8220;spirito&#8221; Fiat e dalle pratiche antisindacali nella Mirafiori degli anni cinquanta.</p>
<p>La storia di fabbrica poi si innesta, collimando, nella <strong>più generale storia argentina</strong>: il peronismo, il sindacalismo antimarxista e “collaborativo” della Uom di Vandor, la stessa mentalità conservatrice dei <em>tanos</em>, fino alla dittatura dei militari. Fa da contraltare l’assenza di corpi intermedi capaci di costruire una cultura politica e operaia che arginasse tutto ciò. Va detto che questa foto di gruppo è la <strong>microstoria di una collettività operaia non politicizzata e del suo rapporto con l&#8217;autorità</strong>, ma non sarebbe replicabile, ad esempio, per le fabbriche Fiat di Córdoba e Santa Fe, dove la radicalizzazione e l&#8217;attrito tra operai e impresa furono ben diversi e portarono a scioperi e mobilitazioni (la più importante: il <em>Cordobazo</em> del 1969) e alla costituzione di sindacati autonomi non governativi.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<h3><em>«Ah la Fiat, mi tolgo il cappello e difendo a morte quello che rappresentava quella fabbrica, la Fiat Concord mi ha insegnato una dottrina, una essenza del lavoro che all’università non insegnano […] E fondamentalmente a rispettare i miei superiori e la direzione».</em></h3>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Dopo il golpe del 1976 <strong>la repressione dei militari colpirà gli stessi operai e sindacalisti</strong>. I <em>desaparecidos</em> alla Fiat furono 118, e 52 di loro non tornarono mai più. Le condizioni di lavoro nella fabbrica, e di vita fuori, divennero oggettivamente più dure. Eppure dalle memorie operaie raccolte nel libro emergono tuttora casi di “consenso nei confronti della dittatura”. Spiega Robertini: “L’immagine che emerge da questa ricerca è quella di un settore operaio compattamente anticomunista, lontano dalle istanze rivoluzionarie e propenso all’idea che l’intervento dei militari potesse risolvere i problemi dell’Argentina”.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<h3><em>R.: «E come potevate vivere in quel contesto militare repressivo?».<br />
E.: «Nell’epoca militare non si parlava di politica… non si poteva, non era prudente. Ma non è che stavamo male, stavamo benone. Io lavoravo otto ore e i soldi erano sufficienti, se facevi gli straordinari era per toglierti qualche gusto, per vivere meglio […] nell’epoca del 1976-1983 ho vissuto meglio che negli ultimi anni. Questo non significa che ho appoggiato, perché quelli hanno fatto cose cattive».</em></h3>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><em>Quando la Fiat parlava argentino</em> aggiunge un capitolo nuovo agli studi sul rapporto tra società e dittatura, e costringe a fare i conti con una storia non riducibile all’immaginario tradizionale che spesso coltiviamo guardando a quegli anni.</p>
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		<title>Piccoli combattenti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/07/28/piccoli-combattenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jul 2017 05:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Raquel Robles, Piccoli combattenti, Guanda, 2016, 155 pagine, traduzione di Iaia Caputo Non esistono limiti d&#8217;età per essere arruolati a combattere contro il male. Lo sa perfettamente la protagonista di Piccoli combattenti. Ha dodici anni e suo fratello minore ancora meno. I genitori sono scomparsi, una notte qualsiasi, portati via da casa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-68954" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/Raquel-Robles-em.jpg" alt="" width="413" height="295" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/Raquel-Robles-em.jpg 413w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/Raquel-Robles-em-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/Raquel-Robles-em-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/Raquel-Robles-em-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 413px) 100vw, 413px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Raquel Robles,</b><i><b> Piccoli combattenti,</b></i> Guanda, 2016, 155 pagine, traduzione di Iaia Caputo</p>
<p align="JUSTIFY">Non esistono limiti d&#8217;età per essere arruolati a combattere contro il male. Lo sa perfettamente la protagonista di <i>Piccoli combattenti</i>. Ha dodici anni e suo fratello minore ancora meno. I genitori sono scomparsi, una notte qualsiasi, portati via da casa con la forza da un gruppo di “nemici”. Tutto è accaduto senza rumore, senza esplosione di colpi. Il “Peggio” è accaduto in silenzio. Più che lo stupore della scomparsa, è la frustrazione di non aver potuto aiutare i genitori che attanaglia i due giovani combattenti. La spiegazione che hanno ricevuto dagli zii è che i genitori si sono lasciati catturare per difenderli. Così riferiscono anche le due nonne che vivono con loro. Una un po&#8217; matta, sempre con la testa nei ricordi di gioventù nel ghetto di Varsavia, l&#8217;altra ormai abbandonata al dolore, sempre con un fazzoletto zuppo di lacrime, in attesa davanti alla finestra di rivedere il ritorno della figlia portata via dalle milizie: perché è di desaparecidos, dittatura argentina e militanti montoneros stiamo parlando, in questa lucida favola di Raquel Robles.</p>
<p align="JUSTIFY">È più che evidente che la protagonista del romanzo, non avendo nome, non è nient&#8217;altro che la proiezione letteraria dell&#8217;esperienza autobiografica dell&#8217;autrice, anch&#8217;essa figlia di desaparecidos tutt&#8217;ora impegnata nella lotta contro i crimini perpetrati negli anni della dittatura.</p>
<p align="JUSTIFY">La forza di questo romanzo sta in una lingua semplice ma mai mimetica &#8211; nessun infantilismo &#8211; e nella descrizione puntuale della psicologia dei due piccoli protagonisti. Veri e propri eroi di una guerra che non si vede, difensori di una fortezza già espugnata, in attesa di un ritorno che si fa, di giorno in giorno sempre più improbabile, i due bambini crescono in un vuoto incolmabile, eppure ritti contro il male, maturi e consapevoli del loro ruolo testimoniale. Perché nulla venga dimenticato.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione<em> numero 13 del 29 marzo 2016</em>)</p>
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		<title>Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/12/19/lo-spirito-dei-miei-padri-si-innalza-nella-pioggia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2013 07:30:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Patricio Pron, Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia, Guanda, 2013, 197 pagine, traduzione di Roberta Bovaia &#160; L’io narrante è quello di un giovane scrittore argentino che è &#8211; e non è (magia del romanzesco) – Patricio Pron. Intellettuale transfuga, con alle spalle otto anni fuori dal suo paese, in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Patricio-Pron.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-47163" alt="Patricio-Pron" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Patricio-Pron.jpg" width="507" height="370" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Patricio-Pron.jpg 507w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Patricio-Pron-300x218.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 507px) 100vw, 507px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b>Patricio Pron, <i>Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia</i></b>, Guanda, 2013, 197 pagine, traduzione di Roberta Bovaia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’io narrante è quello di un giovane scrittore argentino che è &#8211; e non è (magia del romanzesco) – Patricio Pron. Intellettuale transfuga, con alle spalle otto anni fuori dal suo paese, in Europa, immerso in un quotidiano annebbiato da alcol e droghe. Un modo forse di vivere il momento, come a scrollarsi di dosso un passato, personale e storico, che non si vuole a tutti i costi ricordare. Però il passato torna, inevitabilmente. Il padre del protagonista è ricoverato in ospedale, in fin di vita. Allo scrittore tocca tornare in Argentina,  al capezzale del genitore.</p>
<p>Ottundere la memoria, sembra dirci l’autore di <i>Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia</i>, non significa davvero dimenticarla. Il rimosso, freudianamente, torna sempre a farci visita, spesso nei modi più inaspettati. Il giovane scrittore, nei suoi giorni argentini, riscopre nella biblioteca paterna, un dossier di articoli di quotidiani che raccontano una squallida storia di cronaca nera. Perché il padre giornalista era interessato a questa vicenda?</p>
<p>La scrittura del romanzo è ossessionata dalla vertigine dell’elenco. Pron elenca e descrive sogni, articoli di giornale, titoli di libri, nomi di scrittori, avvenimenti minuti, fotografie, ricordi, medicinali. A tratti questa tecnica narrativa appare fin troppo stucchevole e compiaciuta, ma è anche il modo che ha l’autore per cercare di fissare, anche solo con un accenno, la realtà alla oggettività delle cose.</p>
<p>Questo è il romanzo di un giovane uomo che cerca il padre che sta per perdere, il quale cercava, prima della malattia, di ricostruire la vita di un uomo, il quale a sua volta era fratello di una ragazza <i>desaparecida</i> negli anni del regime militare. I legami con le persona, insomma, sono così profondi che non possono spezzarsi mai per davvero e gli insegnamenti di una lotta per la democrazia non possono e non devono essere dimenticati, pena, appunto, l’ottenebramento della volontà. La droga della quotidianità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione<em>, n° 25 del 18 giugno 2013</em>)</p>
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		<title>Non avevo capito niente</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/04/21/non-avevo-capito-niente-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 11:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura argentina]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca veltri]]></category>
		<category><![CDATA[Jorge Carrascosa]]></category>
		<category><![CDATA[mondiali di calcio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Veltri “A volte ho la sensazione che tutti gli ieri palpitino sotto la terra come se si rifiutassero di scomparire del tutto, l’enorme cumulo […] di quel che è raccontato e taciuto, di quel che mai si è saputo o non ha avuto testimoni o è stato nascosto”. (Javier Marìas) Forse fu perché [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/jorge_carrascosa.jpg" alt="jorge_carrascosa" title="jorge_carrascosa" width="454" height="328" class="alignnone size-full wp-image-16944" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/jorge_carrascosa.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/jorge_carrascosa-300x216.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 454px) 100vw, 454px" /><br />
di <strong>Gianluca Veltri </strong></p>
<ol>
<em>“A volte ho la sensazione che tutti gli ieri palpitino sotto la terra come se si rifiutassero di scomparire del tutto, l’enorme cumulo […] di quel che è raccontato e taciuto, di quel che mai si è saputo o non ha avuto testimoni o è stato nascosto”. </em><br />
(Javier Marìas)</ol>
<p>Forse fu perché stavano per arrivare gli anni Ottanta, anche per me. Non per caso suonavo le serenate alla chitarra, sotto i balconi e persino al telefono. E nel nostro repertorio era entrato “Saturday Night Fever”. <span id="more-16937"></span><br />
Fatto sta che i Mondiali di Argentina, nel ’78, furono bellissimi per me. Qualche stagione prima, poco più d’un bambinetto, cantavo le canzoni sul pueblo unido e fremevo di rabbia pensando a Victor Jara e a quello che gli avevano fatto (lo avevano giustiziato mozzandogli le mani).<br />
Invece nel 1978 mi inebetii appresso a Daniel Bertoni e Resenbrink. Mi appassionai agli imbrogli del portiere peruviano Quiroga, che si vendette agli Argentini (finì 6-0 e 35.000 tonnellate di grano furono regalate dal governo argentino a quello peruviano), mi divertì fare le ore piccole per via del fuso orario.<br />
A Mexico ’70 non m’importava del calcio, ero piccolo. Ma da Monaco ’74 in poi mi si era aperto un mondo stupefacente, e Baires ’78 lo aspettavo da quattro anni. Non mi sfiorò neanche l’idea, in quei giorni dolci di giugno, della mostruosità di quell’evento. Così oggi raccolgo i frantumi d’un senso di colpa lungo decenni.<br />
Quel <em>Mundial </em>è periodicamente rievocato perché vide “la più bella Italia di tutti i tempi”, meglio anche delle due Nazionali campioni nel 1982 e nel 2006. Baires fu il teatro di una delle nostre più memorabili esibizioni: 10 giugno ’78, Estadio Monumental, 70.000 spettatori. Argentina-Italia 0-1, Bettega al 67’ su geniale imbeccata di Paolo Rossi, non ancora Pablito. Che fegato! Umiliammo la <em>Selección </em>a casa sua, in piena dittatura. Gli unici a cantargliele, alla <em>junta </em>militare, furono le mamme di Plaza de Mayo e l’Italia di Bearzot.<br />
Per me quelle settimane di partite dall’altro mondo, di coriandoli e pezzettini di carta lanciati nel cielo australe e depositatisi sul tappeto verde, sono aggrovigliate alle brezze di una gioventù senza memoria, a partite giocate nei cortili e persino sui marciapiedi fino allo sfinimento, ai pomeriggi di maggio che non torneranno più e ai palloni incastrati sotto le marmitte delle 127.<br />
Nutrivo una viscerale antipatia per l’Argentina, questo sia detto a parzialissima discolpa: una squadra tronfia, predestinata a un successo ineluttabile. Erano prepotenti. Esprimevano l’arroganza del potere ─ ma per me non era certo il potere militare della triade Videla-Massera-Agosti. Era piuttosto un fastidio generico, il mio, epidermico, antropologico. Come padroni di casa erano assai poco ospitali. Obbligati a vincere, da una necessità che andava al di là del fatto sportivo. Odiavo Ardiles, Olguin e Luque, sembravano mezzi delinquenti mandati a intimidire e spadroneggiare. Non è che le mie impressioni fossero tanto sbagliate. Anche i capelloni, come Tarantini o Kempes, a cui spontaneamente sarebbe andata la mia simpatia, erano capelloni in un modo sbagliato e sinistro, da infiltrati. Antipatia viscerale per i padroni di casa, dunque. Ancor più che verso i padroni di casa tedeschi di quattro anni prima: entrambi avrebbero comunque privato del titolo una delle squadre più meravigliose della storia, l’Olanda di Neeskens.<br />
Le informazioni nel ‘78 mi arrivavano vagamente. Quando vidi Videla festeggiare sugli spalti come un mafioso intuii che laggiù doveva esserci un governo “di quelli sudamericani”, ma niente più. Pazzo io, e pazzo il mondo. Io non notai quel losco signore accanto a Videla, ma tutto il mondo sapeva che il suo nome era Licio Gelli. Né si capiva perché lo stesso capo della <em>junta </em>si recasse negli spogliatoi prima delle partite, in compagnia del segretario di Stato americano Henry Kissinger. Non sapevo che, mentre si giocavano le partite al Monumental, a qualche isolato da lì, nel Garage Olimpo, all’ESMA, si praticavano raffinate torture su chiunque non fiancheggiasse il regime militare. Anche se per la verità, come si seppe poi, durante le partite della <em>Selección </em>gli aguzzini si regalavano due ore di vacanza. Si sospendevano la «picana» e il «sommergibile»: per il tempo della partita, niente scariche elettriche ai genitali, niente immersioni fino al soffocamento dentro secchi di acqua traboccanti di escrementi. Giovani, ragazze, studenti, mamme. Sequestrati di notte, senza che alcuno assistesse. Tenuti nascosti, seviziati, precipitati nel Rio della Plata ancora vivi. Bambini fatti nascere nelle celle clandestine e dati “in adozione” agli amici dei militari. Il catalogo delle mostruosità sarebbe orfano senza gli anni ’70 argentini. E proprio in quel tempo nero, in quel lembo al termine della terra, si svolgeva uno degli eventi della giovinezza da me vissuti con più pienezza. Un evento sportivo manipolato e sudicio, fin dalla sua genesi: si doveva anestetizzare l’opinione pubblica, ed era opportuno, dopo oltre due anni di regime e terrore, suscitare febbre nazionalista. Lo stesso obiettivo ─ con altre armi e opposti risultati ─ che si sarebbe perseguito qualche anno dopo, con la scemenza delle Malvinas/Falklands.<br />
Si iniziò a programmare il <em>Mundial </em>fin dal 24 marzo 1976,  giorno in cui il regime di Videla prese il potere. Doveva essere la vetrina dell’Argentina, contro i detrattori. Contro il tedesco Paul Breitner e l’olandese Johan Crujiff, che restarono a casa. Non furono gli unici.<br />
Non seppi nulla di Jorge Carrascosa, se non anni dopo. Non sapevo che il capitano della nazionale argentina, alla vigilia del Mundial e prima di Daniel Passarella, era lui, Carrascosa. Non era possibile opporsi al regime. Jorge fece una scelta di dignità e rifiuto. Come Bartleby, lo scrivano di Melville, disse “no”, nel modo più semplice e definitivo: ritirandosi dal calcio a neanche trent’anni, sparendo dalla circolazione. Senza spiegare nulla, mai, neanche nei decenni a venire. Si ritirò per non dare lustro a quel governo di assassini. Per non dover gioire delle stesse gioie di Massera e Gelli. E di Monsignor Pio Laghi, partner tennistico di Massera, che al dittatore battezzava i nipoti. Perché il suo nome non finisse imprigionato, nelle pagine della storia, in un abbraccio mortale con chi torturava e ammazzava in nome di Dio e patria.<br />
Ricordo la felicità di quei giorni, della sera in cui mi recai a casa di un mio compagno, per vedere la storica notturna di Italia-Argentina, quella di Bettega; di me che imbastivo telecronache facendo il verso a Nando Martellini, e giocavo invaso dalla spensieratezza ingannevole di quei pomeriggi interminabili ─ ecco Causio che passa a Tardelli, lancio in profondità verso Bettega… ─ tra una partita vista in TV e un’altra.<br />
Ho spesso pensato, da piccolo, di avere un sosia ─ non un gemello nelle fattezze somatiche, ma un «gemello di geografia» ─ in ciascun continente. Chissà cosa provava il mio alias sudamericano, in quei giorni per me di gioiosa eccitazione. Forse gli avevano rapito sotto gli occhi il padre; forse avevano torturato sua madre con la picana. Forse aveva un fratello maggiore che non avranno ritrovato mai più, <em>desaparecido</em>, scaraventato vivo nell’oceano, perché vestiva in modo stravagante o s’era fatto notare in un’assemblea all’università.<br />
Il mio sosia avrebbe vissuto tutta la vita con il senso di colpa d’essere sopravvissuto a tanta crudeltà, mentre io annegavo nella mia beata futilità.<br />
Non avevo capito niente.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Mucchio Selvaggio, <em>n. 653, dicembre 2008</em>]</p>
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