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	<title>domenico pinto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Franco Cordelli, il critico militante come recensore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 06:00:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Pubblico in una versione più estesa, un articolo apparso su &#8220;Alias&#8221; del 3/11/2019, con il titolo &#8220;Atletica della lettura, cioè ripensamento&#8221;] di Andrea Inglese &#160; Quando nel 1997 esce La democrazia magica. Il narratore, il romanziere, lo scrittore, Franco Cordelli ha già alle spalle Partenze eroiche del 1980, altro libro di genere saggistico, che avrebbe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-81418" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/cordelli-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" />[Pubblico in una versione più estesa, un articolo apparso su &#8220;Alias&#8221; del 3/11/2019, con il titolo &#8220;Atletica della lettura, cioè ripensamento&#8221;]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando nel 1997 esce <em>La democrazia magica. Il narratore, il romanziere, lo scrittore</em>, Franco Cordelli ha già alle spalle <em>Partenze eroiche</em> del 1980, altro libro di genere saggistico, che avrebbe però, a detta del suo stesso autore, il limite di essere una mera <em>collezione </em>di interventi critici, ognuno concluso in sé e autosufficiente. <span id="more-81184"></span><em>La democrazia magica</em>, invece, pur raccogliendo di nuovo articoli e saggi scritti durante gli anni, è animato dall’ambizione di organizzare il molteplice secondo una prospettiva unitaria. Cordelli sostiene ora di tenere assieme il suo materiale con maggiore maturità e compattezza strategica. A ciò si aggiunga la convinzione, ben sottolineata nella prefazione, secondo cui egli si sarebbe liberato “dall’ossessione del romanzo”. In lui, d’altra parte, il critico non può mai essere del tutto disgiunto dal romanziere. Il tormentato rapporto con il genere romanzesco, infatti, è qualcosa che attraversa la sua duplice attività, di critico militante, e di autore di libri editorialmente assimilati al genere “romanzo”, ma che romanzi non sono del tutto o non vogliono essere. Insomma, Cordelli si dirige verso il nuovo millennio, consapevole di aver limitato il rischio di dissipazione e erraticità della sua prosa saggistica, e di essersi lasciato alle spalle l’ingiunzione superegoica, propria del modernismo letterario, di praticare il romanzo come forma privilegiata di conoscenza. Dopo cinque anni appena, però, per Le Lettere escono simultaneamente due corpose raccolte d’interventi, <em>La religione del romanzo</em>, a cura di Enzo Di Mauro, e <em>Lontano dal romanzo</em>, a cura di Massimo Raffaeli. Stando alla forma e ai titoli di questi libri del 2002, le buone intenzioni del Cordelli di <em>La democrazia magica</em> sembrano essere già abbandonate.</p>
<p>Oggi Theoria pubblica la sua quinta e sesta raccolta di “scritti letterari”, <em>Un mondo antico</em>, con postfazione e cura di Domenico Pinto, e <em>Il mondo scintillante</em>, curato da Enzo Sallustro e chiuso da uno scritto dello stesso autore. Ebbene? Lo scrittore che adesso è Cordelli ha sconfitto alla fine i suoi demoni, ridimensionando il suo interesse per il romanzo, dato per morto negli anni Settanta e risorto come nuovo circa un decennio dopo? Ha eluso i rischi di dissipazione, che la sua vocazione di critico militante assoldato dal giornalismo culturale paventava? Dei 113 interventi di <em>Un mondo antico </em>e dei 124 del <em>Mondo scintillante</em>, la maggior parte sono articoli usciti per “Il Corriere della Sera” e per il suo supplemento culturale “La Lettura”. E quasi tutti sono stati dedicati alla recensione di romanzi, che fossero prime edizioni o nuove edizioni di opere già apparse. D’altra parte, se il romanzo come genere campeggia ancora al centro del suo lavoro critico, Cordelli non l’ha mai neppure ripudiato seriamente come autore. È solo del 2016 <em>Una sostanza sottile</em>, romanzo stregante per intelligenza, ritmo compositivo, e rovello saggistico, dentro una lingua cristallina e impeccabile.</p>
<p>In realtà, negli attuali volumi sono proprio sia la quantità sia la brevità dei pezzi a fare la differenza. Sono questi aspetti che definiscono il profilo di “militanza critica” che più si addice a Cordelli. Dobbiamo, però, sancire il pieno fallimento del suo programma di fine secolo: nessuna democrazia dei generi e nessuna architettura saggistica ad ampie campate. <em>Un mondo antico </em>e <em>Il mondo scintillante</em> non sono altro, per lo più, che raccolte di <em>recensioni</em> dell’unico genere letterario, il <em>romanzo</em>, che l’editoria, il pubblico, la cultura dominante reputano universale. In questa apparente fragilità di risultati, o addirittura rinuncia, bisogna cogliere il punto di forza, e il carattere eccezionale, dell’opera critica di Cordelli.</p>
<p>Innanzitutto, abbiamo il caso di uno scrittore dalla duplice vocazione, romanzesca e critico-saggistica, alle prese con tutte le <em>contraintes</em>, i vincoli, del giornalismo culturale, e sappiamo quanto un tale rapporto sia difficile: l’arte del saggio o del romanzo e il mestiere giornalistico viaggiano non solo su binari diversi, ma spesso anche in direzione opposta. Nel Novecento, tra letteratura e giornalismo, non si dà solo una relazione più o meno intensa e opportunistica, ma anche l’occasione di manifestare aperta inimicizia. La parola sull’attualità che il giornalista tesse di giorno, il romanziere disfa di notte nelle sue esplorazioni intorno al reale. Ma vi sono stati casi esemplari, in cui la potenza dello scrittore ha stabilito, a differenza di quanto generalmente accade, un compromesso al rialzo nei confronti dei limiti imposti dalla comunicazione giornalistica. Penso, ad esempio, alla collaborazione settimanale di George Orwell per <em>Tribune</em> con la rubrica <em>Come mi pare</em> (<em>As I please</em>) durante gli anni cruciali che vanno dal 1943 al 1947. In piena guerra mondiale, con la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica che sostengono ancora da sole, e in un’alleanza forzata, l’impegno bellico maggiore contro il nemico nazista, Orwell prende di striscio l’attualità, commenta piccoli episodi quotidiani, si occupa dell’uso della lingua, ecc. L’esercizio giornalistico in Orwell era motivato da una finalità politica, quello di Cordelli, in tutt’altro contesto storico, lo è da una finalità letteraria, ma con ricadute inevitabili anche sul piano etico e politico. Quello che rende a miei occhi pertinente il paragone, pur nei contesti storici così diversi, è lo scontro tra intelligenza e caso, tra la monotonia di certe ossessioni e la varietà dei materiali e dei fatti su cui esse si esercitano, tra l’antidogmatismo dell’autore e le certezze del lettore, e tutto questo scandito dalla routine professionale (una certa quantità di battute in cambio di una certa somma di denaro). Cordelli, insomma, ha realizzato in questi anni una delle più efficaci e lucide forme di critica militante <em>in quanto recensore</em>, e lo ha fatto strappando il genere della recensione non solo al destino di genere minore, ma anche di genere irrilevante, in quanto forma di giudizio sempre più parassitata da esigenze di marketing editoriale.</p>
<p>Per che cosa, allora, milita il critico Franco Cordelli? Sul fronte del giornalismo culturale, egli combatte contro la pigrizia dell’intelletto e le letture distratte. Lo scriveva già in un pezzo di <em>Lontano dal romanzo </em>dedicato a Flaiano, “il male del giornalismo” è quello “di pensare per eredità ricevute, per frasi fatte, per convenzioni”. Il critico militante, quindi, in veste di giornalista, nuota costantemente controcorrente, intralcia la pacifica circolazione degli stereotipi culturali. Ma non è questo l’unico fronte lungo cui si definisce e distingue la sua pratica. Sul fronte del saggismo accademico, egli combatte gli eccessi dell’intelletto, la sua <em>h</em><em>ỳ</em><em>bris</em>, che per amore di sistema, di pulizia, di completezza, o di solidità dottrinaria, tende a canonizzare, da un lato, a dovuta distanza dalle opere, o a prodursi in cartografie ortogonali del contemporaneo. Come ha sottolineato Domenico Pinto, nella sua postfazione a <em>Un mondo antico</em>, Cordelli “sfugge alla dittatura della formula, per non dire della dimostrazione, sviluppando invece una misura di non finito e ripensamento che sono lo stigma, il ritmo della sua prosa, fatta di continui rovesciamenti di idea, fino all’abbandono e alla smentita.” Di questo, l’autore stesso è ben cosciente, perché già nelle pagine di <em>Democrazia magica</em> considera la propria scrittura saggistica priva “di qualsivoglia linearità. Procede a strappi, in modo sussultorio, in una parola: in modo emotivo. Pure, si tratta di discorso.”</p>
<p>Vi è qui qualcosa di unico nel panorama italiano, uno stile critico che coniuga, da un lato, uno sguardo panoramico su di un paesaggio intimamente conosciuto e definito da una quantità di punti di riferimento indiscutibili, e, dall’altro, un sentimento che è attraversato da continui trasalimenti e inquietudini, poiché il moto storico, aperto e caotico, e l’incompiutezza della vita del critico, costantemente minano ogni immagine fissa che ci siamo fatti dell’opera, o dei valori che essa dovrebbe incarnare. Questa oscillazione tra prontezza del giudizio, e sua repentina fragilità, tra impressionante ampiezza di letture, e rinnovata ignoranza, non solo rende il gesto critico di Cordelli quasi abnorme rispetto a quello giornalistico, inteso soprattutto a motivare i lettori – non a destabilizzarli con dubbi e ripensamenti –, ma anche rispetto a quello accademico, che deve esibire un sapere più platonico che socratico, ossia definitivo e ben strutturato. Ciò costituisce il suo punto di forza che è innanzitutto anti-ideologico, nel significato marxiano di contrasto e critica nei confronti del discorso dominante, e nel significato che poeti come Williams Carlos Williams o Francis Ponge potrebbero dare a un tale termine, di priorità nei confronti delle cose e della loro diretta esperienza rispetto allo scintillio disincarnato dell’idea. Questo secondo aspetto è particolarmente importante in sede di critica, in quanto rende immune la scrittura di Cordelli non solo da mode e gerghi intellettuali di matrice universitaria, ma più in generale da ogni catechismo, fosse pure quello dello studioso variamente progressista, che finisce per affrontare la complessità dell’opera letteraria con il goniometro etico-politico.</p>
<p>L’universo del romanzo, che sia quello dell’epoca eroica (il mondo <em>già</em> “antico” del Novecento), o quello attuale (“scintillante” e novissimo nelle pretese), non appare mai in Cordelli nella bidimensionalità della mappa urbanistica o catastale, ma come <em>una selva </em>a molteplici dimensioni, dove ogni opera emerge nell’intreccio di influenze con altre opere e stratificata da letture precedenti, in modo tale che non si legge mai un libro se non attraverso altri libri, e non lo si critica se non rispondendo ad altre critiche. Recensire <em>Bussola</em> del francese Mathias Enard comporta, allora, rettificare, smontandola come “risentita”, la stroncatura di Nicola Gardini al medesimo romanzo, trovare adeguate parentele (Lawrence Durrell), contrappore due estetiche del romanzo (Beckett contro Lukács), rileggere opere precedenti dell’autore francese (<em>Zona</em>) alla luce di apprezzamenti formulati da un altro autore italiano (Giuseppe Genna). A volte, però, è il Cordelli attuale che se la prende con il se stesso passato, criticando freddezze e diffidenze, grazie al mutato contesto di lettura.</p>
<p>A chi, a questo punto, chiedesse delle istruzioni per l’uso allo scopo di affrontare “serenamente” tale profusione di titoli, nomi, percorsi, rimbalzi, risponderei con le parole che Giuseppe Montesano ha premesso alle milleottocento pagine del suo volume <em>Lettori selvaggi</em>, uscito per Giunti nel 2016: “È un libro che si usa come si vuole, e come si può. Si comincia dal primo rigo o dal decimo, a metà di una pagina o a partire da un nome, per curiosità o a caso, si legge una pagina o cinque, si apre, si chiude, si riapre: secondo l’umore, secondo il piacere.” (A quest’opera di Montesano, ne assocerei un’altra che, per voracità conoscitiva, mi ha fatto pensare a <em>Un mondo antico</em> e <em>Il mondo scintillante</em> di Cordelli. Mi riferisco a <em>Un dialogo infinito </em>di Massimo Rizzante, uscito nel 2015 per Effigie.) In conclusione, questi due volumi vanno considerati come una magnifica palestra in cui ogni scrittore, romanziere o saggista, possa confrontarsi con l’atletica della lettura e del giudizio di Cordelli, imparando ad eseguire con lui (o magari contro di lui) i più spregiudicati esercizi. Ciò vale ancora di più per il semplice lettore, che sarà invitato a un andirivieni costante tra l’intrico dei testi e lo spessore dell’esistenza senza che mai gli sia concesso l’alibi della medietà o, all’opposto, quello dell’erudizione sazia di sé.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Franco Cordelli &#8211; Una sostanza sottile</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2016 12:08:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Domenico Pinto &#160; Dopo La marea umana (2010), Franco Cordelli torna a pubblicare un&#8217;opera narrativa, e lo fa con quel che appare il suo romanzo più assorto, vertiginoso, consuntivo: Una sostanza sottile (Einaudi). Un padre e una figlia si incontrano, compiono un viaggio senza meta in Provenza, l&#8217;uno per parlare, l&#8217;altra per ascoltare e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignright wp-image-64806" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/full-energy-field.jpg" alt="full-energy-field" width="439" height="191" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/full-energy-field.jpg 850w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/full-energy-field-300x131.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/full-energy-field-768x334.jpg 768w" sizes="(max-width: 439px) 100vw, 439px" /></p>
<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo La marea umana (2010), Franco Cordelli torna a pubblicare un&#8217;opera narrativa, e lo fa con quel che appare il suo romanzo più assorto, vertiginoso, consuntivo: <em>Una sostanza sottile</em> (Einaudi).</p>
<p>Un padre e una figlia si incontrano, compiono un viaggio senza meta in Provenza, l&#8217;uno per parlare, l&#8217;altra per ascoltare e scrivere. Scrivere o trascrivere cosa? Dell&#8217;ospedale, dell&#8217;attraversamento d&#8217;una malattia, di una ipotesi di felicità scaturita nel &#8217;64 per l&#8217;assenza di mali, del ritorno della malattia nel 2009, del sentimento del tempo, inafferrabile e perturbato, insediato nel solo oggetto pensato per racchiuderlo, il romanzo.</p>
<p>Al suo fondo la vita, costituita da frantumi, torsi di ricordo, come non vi fosse il bisogno di terminarli, quasi non fosse possibile, come se ciascun ricordo fosse in certo senso illimitato. Come senza limite sono le voci del libro, del padre François e della figlia Irène, le quali stabiliscono una forma di identità, di scivolamento perpetuo dell&#8217;uno nell&#8217;altra, da chi racconta in chi scrive, da chi pensa in chi scrive, in un movimento che attrae le voci dentro l&#8217;occhio della narrazione, limatura di ferro verso una calamita. L&#8217;«io scrivo» appare così lungamente più problematico e indecidibile che l&#8217;«io mento» del paradosso cretese, garantendo un mistero non mai sciolto nel corso del romanzo, perché la parola dei due non viaggia nell&#8217;aria, ma solo nel pensiero, ci ricorda che il dialogo è il fantasma della persona, e che ha come argomento ogni cosa, la perdita definitiva di tutto.</p>
<p>Eppure, dice Irène, «non c&#8217;è nulla che non abbia possibilità di resurrezione, quale che sia la forma in cui si manifesta. Se ne deve dare l&#8217;opportunità, in specie il desiderio»; tanto che il romanzo, richiamando gli eventi, certamente creandoli, si dimostra il campo di una speciale metafisica, in cui il passato torna compresente, benché questo sia appunto lo spazio del fantasma, una diapositiva che ribolle, bruciando agli angoli prima di cancellarsi.<br />
Nel dialogo a due vengono rischiarati, con andamento interrogativo, concessivo, dubitativo fin dentro la costruzione della frase, e contrappuntato invece da una spaventosa simmetria architettonica – recedendo dal ritmo ternario del libro rare volte: capitoli di tre pagine, con tre oggetti nel titolo, 81 capitoli complessivi come il Tao –, dicevamo vengono rischiarati nel dialogo le donne amate o non amate, le cliniche, i medici, i genitori, la molteplicità del desiderio, gli autori letti (ammirati come il Durrell del Quartetto di Alessandria, e quelli con cui si attua un confronto de lonh, come Petrarca), ogni cosa insomma che può essere trasfigurata da quella superstizione che è la letteratura e che compone la rete incostante, la «sostanza sottile» della vita. È senza che il racconto abbia le ambizioni della memoria, pure senza nostalgia, piuttosto come il pretesto per un&#8217;ispezione, una messa in rapporto, che si svolge il vagabondaggio in Provenza: entro le mura bianche di Avignone, dilatandosi poi a Saint-Remy – dov&#8217;è l&#8217;ospedale in cui un grande pittore trascorse cinquantatré settimane prima di uccidersi –, nei caffè di Sommiers, Aigues-Mortes, Les Baux. È forse il pensiero che la coscienza, l&#8217;acuirsi di essa, possa salvarci, che produce suo mal grado episodi luminosi e struggenti come quelli della morte del padre Piero, l&#8217;abbraccio dato alla traduttrice Manon, l&#8217;apparizione della scarna stanza di Van Gogh, la presenza solitaria e laterale di Adele (giovane donna amata da François, ferma al suo capezzale quando egli si trova per tre mesi fra la vita e la morte), o ancora gli inservienti che portano via i cadaveri dalla sala rianimazione, uscieri dell&#8217;oltremondo.<br />
Una sostanza sottile, una materia di sogno, collega di lontano le precedenti stagioni della nostra esistenza, o ci avvicina, andando avanti e indietro lungo la linea del tempo, rafforzandosi per una corrente sotterranea, invariabile, informata dal desiderio, da tutti i desideri rimasti inespressi – la «jouissance è quello che non esiste», ancora una volta è Irène a parlare. Sarà senza dubbio un caso, allora, nel tavolo da baccarat che sono i romanzi di Cordelli, se l&#8217;espressione che presta il nome al romanzo appare in un unico punto, dove padre e figlia discutono del desiderio, e che il luogo rammenti fatalmente il Romeo e Giulietta: «È vero, io parlo di sogni,/ che sono i figli di un cervello ozioso,/ generati da nient&#8217;altro che una vana fantasia/ la quale è di una sostanza sottile come l&#8217;aria/ e più incostante del vento». È il momento in cui Mercutio, mentre declama le gesta della Regina Mab – divinità delle turbolenze erotiche, dei desideri negati e rimossi – viene bruscamente posto a tacere da un Romeo inorridito.</p>
<p>Ma in questa che potrebbe essere una biografia, un memoir, un «tristo documento», un diario, in qualunque modo si voglia chiamarlo, in questo romanzo si pone o non si pone il vecchio problema della verità? Oppure occorrerebbe dirsi, svolgendo una riflessione sulla scrittura e la vita che è sempre di Irène «Come non fossero precisamente la medesima forza: che poi vinca l&#8217;una o l&#8217;altra, che differenza fa?» Detto in altre parole è un quaderno di interrogazioni e traduzioni, al cui interno è scritta, nella forma mutata del romanzo, quel che si può trattenere, o immaginare, di una vita («per il poco che raccoglieva di un passato che si può giudicare noioso, non interessante, comune, ma esso erano le briciole che gliene rimanevano.») Ed è commovente come nelle incomprensibili distanze del tempo si precisi un continuo dialogo a due, che a questa voce eternamente domandante, dubitante, al nulla del pensiero risponda un contralto femminile, una voce umana.</p>
<p>Sappiamo da Seneca che il passato è quella parte del tempo, sottratta alla fortuna, che non può più cadere sotto il dominio di nulla, un libro aperto e comprensibile, tanto da poter essere richiamato in qualunque momento. L&#8217;altro grande polo, La Recherche, dice invece che il tempo distrugge, nulla viene a salvarsi, che nel romanzo – la dimostrazione, come Proust la chiama – non si può richiamare la vita, essendo per l&#8217;appunto un romanzo, la più clamorosa delle finzioni, in questo caso immaginaria quanto il Chisciotte, un prova dell&#8217;oblio, non un saggio della memoria e delle cause. Qui una sostanza sottile organizza il tempo di una malattia, quella che conduce François alla quasi morte nel 2009. Il racconto esplora il nembo di cause che porta alla distruzione della persona, come fosse infine necessario tenere insieme il filo degli eventi. Ma sono poi veramente cause? Oppure queste cause non sono che il contrario della causa, la mancanza di causa, cioè il Caso? Il romanzo (seppure non certamente il romanzo ottocentesco, quello ha fiducia nell&#8217;origine, che confida in un reale tangibile) potrebbe allora essere lo strumento che esplora il Caso. Cordelli – il narratore, è uguale – sembra non fare alcun assegnamento sia sul reale sia sul romanzo, al pari di quei linguisti che creano una lingua artificiale, perfettamente funzionante, non parlata da nessuno. Un prodigio di ingegneria senza mondo. E allora perché si affaccia in molte pagine il sospetto che l&#8217;anamnesi possa offrire una sia pur recondita forma di salvezza? Forse Una sostanza sottile si colloca in una fessura tra impossibilità del racconto e metafisica della salvezza o della guarigione. Un frammento di Walter Benjamin osservava: «Ci chiediamo, a questo punto, se il racconto non possa costituire il giusto clima, la condizione piu favorevole per una guarigione. Ovvero ci chiediamo se ogni malattia non possa guarire, purché essa venga portata via, lontano abbastanza, sino alla foce, dal corso del racconto».</p>
<p>A noi, a loro stessi, François e Irène non danno responsi, al più offrono delle confutazioni, l&#8217;accorta perplessità del possibile, un ragionativo musicale che è il timbro più intimo della prosa di Cordelli: «Sempre si dice che ciò che conta è la domanda, le risposte sono occasionali, transitive; permanenti, intransitive sarebbero solo le domande».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Pubblicato su <em>La gazzetta del Mezzogiorno</em> il 30 settembre 2016)</p>
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		<title>Il coltello di Lichtenberg</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 12:00:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Domenico Pinto «Volevano i fatti. I fatti! Esigevano fatti da lui, come se i fatti potessero spiegare alcunché», osserva il narratore nel capolavoro di Conrad, quando Jim sta alla sbarra per aver abbandonato il piroscafo dov’era primo ufficiale. Il più ancipite eroe della modernità soggiace al giudizio della Storia, lui che ha lasciato una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Lord_Jim_03.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-45147" alt="Lord_Jim_03" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Lord_Jim_03-300x219.jpg" width="300" height="219" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Lord_Jim_03-300x219.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Lord_Jim_03.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>«Volevano i fatti. I fatti! Esigevano fatti da lui, come se i fatti potessero spiegare alcunché», osserva il narratore nel capolavoro di Conrad, quando Jim sta alla sbarra per aver abbandonato il piroscafo dov’era primo ufficiale. Il più ancipite eroe della modernità soggiace al giudizio della Storia, lui che ha lasciato una nave che in verità <i>non</i> affonda<span id="more-45146"></span>, immaginando, al momento del salto nella scialuppa, di aver condannato a morte i pellegrini addormentati sul ponte. Jim sa di non essere più un eroe, così che esperisce – sia pure inconsapevolmente – quasi un sabotaggio nel cuore della sua natura, che è fatta della materia dell’eroe classico, e cerca implacabilmente una possibilità futura per diventarlo. In fuga dalla colpa e da un fallimento di natura, va così incontro al suo destino con una radiosità che lo muta in corsa in ‘lord’ Jim. Fato o necessità che sia, è il modo con cui la forza che volge le cose, e c’è una parola per essa nel mondo germanico, l’antica parola «wurd», annunzia la morte già inscritta nella propria storia. Il destino si compie e si richiude sopra di lui, la «lancetta cade giù», Jim scivola nell’enigma e nell’emblema, così come in fondo si muove verso la morte ’Ndrja Cambrìa, il marinaio che, in <i>Horcynus Orca</i>, trova la propria fine ai remi di una lancia.</p>
<p>Questa dissoluzione della causalità nel fato, ma un fato minore, irresoluto, eternamente pensieroso, non l’imperativo <i>stirb und werde</i>, quanto piuttosto la messa in parentesi di ogni imperativo, si avrà in Franco Cordelli con le <i>Forze in campo</i> (il romanzo del 1979), dove un altro narratore osserva: «Una serie di fatti altro non è se non una catena; e una catena altro non è che un’astrazione, cioè una forma di perplessità». Anche qui, in definitiva, i fatti non spiegano alcunché, se anche si può notare come <b><i>Partenze eroiche</i> (postfaz. di Andrea Caterini, Gaffi 2013, pp. 416)</b>,<b> </b>volume saggistico di Cordelli che viene ripubblicato, adesso, dopo più di trent’anni, si chiude sulla figura di Lawrence d’Arabia. In quest’ultimo saggio si precisa la forma dell’eroe cordelliano, il senso forse del suo <i>antieroismo</i>, quando si dice che «l’unico eroe possibile è dunque colui che sa la propria impossibilità a divenire». – Che destino, viene fatto di pensare, anche quello di Peter O’Toole, che è a capo di due rivolte, nella liberazione degli Arabi dal dominio turco, nel film del 1962 di Lean, e, appunto, in <i>Lord Jim</i> (1965), pellicola di Richard Brooks, dove aiuta la popolazione di Patusan a ribellarsi al giogo dell’occidentale.</p>
<p>Pubblicato nel 1980 da Lerici, <i>Partenze eroiche</i> raduna saggi scritti fra il 1968 e l’anno che precede la sua uscita. Essi testimoniano la straordinaria, fattasi ormai clamante, originalità di pensiero,  quanto profonda è invece l’intransitività del suo vero oggetto (il romanzo). Come limatura di ferro si dispongono intorno a esso i cerchi della Realtà – o del suo feticcio, il realismo –, del significato, l’erosione del linguaggio come portatore dell’esperienza e della capacità di rappresentazione, i tic e gli atti mancati della società letteraria, il va-banque delle seconde avanguardie e della critica («la critica largamente esportata nel cuore delle istituzioni, la critica per il mercato, l’unico luogo in cui si misuri, assai più che quella degli anni Sessanta […] la mia generazione»).</p>
<p>Il centro di questo grande specchio oscuro, increspato da ossimori, rinnegamenti, ritorni, cambi di direzione e lampi solforosi (come quando afferma che <i>Ulysses</i> è il Partenone dell’avanguardia, o di <i>Sylvie e Bruno</i> – da lui tradotto – il mar dei Sargassi del romanzo contemporaneo), è probabilmente il saggio su Henry James, «La scrittura bianca». In questo saggio, decisivo per la comprensione, comunque parzialissima e diresti sempre sperimentale, di Cordelli, si leggono pagine che rasentano l’autobiografia: «È stato possibile conoscere soltanto un vuoto, il vuoto; ovvero, in altri termini, non c’è nulla da conoscere, non si conosce nulla. Il romanzo non è un metodo di conoscenza, ma un metodo per rimuovere la conoscenza,un metodo di offuscamento». Salvo poi che si parla e si dice, naturalmente, anche cancellando. A questo punto l’esperienza del nulla e dei suoi segni sono già una conoscenza; è il criterio con cui senza fine parla l’inconscio, per <i>biffures</i>, ed entro cui parla quella voce di nulla che va compiendosi in noi. Per questo motivo forse sono così difficili da definire <i>Procida</i> (1973), <i>I puri spiriti</i> (1982), <i>Pinkerton</i> (1986) sino all’ultimo, <i>La marea umana</i> (2010), che non sono tentativi di conoscenza, bensì, tolti i due corni del realismo e delle sperimentazione, ovvero della politica e della gnoseologia, appaiono come allegorie di una negazione (di una «sparizione», è stato anche scritto). I romanzi di Cordelli sono come il coltello di Lichtenberg, un coltello senza lama e senza più manico, immaginarî, congetturali (soggiungerebbe Uwe Johnson), fantasmi di romanzo. E come gli spettri ci commuovono, pur non toccandoci, irrevocabilmene finiti in un altro tempo. Attraverso la separatezza del foglio di carta, si disegna quel «promontorio del mondo inaccessibile» che è il destino del linguaggio e del romanzo, la propria <i>wurd</i>, la partenza eroica e il proprio termine.</p>
<p>Malgrado il brusio che si alza dalle sue opere, come portato dal vento, è qui, in queste armoniche dubitative – che risuonano nella forma del diario, della nota stilcritica, del soliloquio o, più raramente, dell’invettiva –  che molte voci udite, o che abbiamo creduto d’intendere, prendono finalmente un volto. Li troviamo, puri spiriti, sulle soglie dei testi, nelle epigrafi che li aprono, incisi nella pietra; sono l’oggetto di un’eterna ossessione o consolazione: Gombrowicz, Landolfi, Lowry, Nabokov, Savinio, quel Pizzuto – con Schmidt e Butor – collocato fra i vertici impervi del Novecento (non è certo un caso se ai romanzi di Gadda e Soldati venga preferita<i> </i>l’esile, botticelliana <i>Signorina Rosina</i>, campo dove impera il nudo significante, un suono, un nulla, in ultima ragione un evento sentimentale, come «Rosebud» per Orson Welles). E ancora Nietzsche, Adorno, Lacan, Sade, Sciascia: sembra quasi di penetrare, nel cerchio della loro presenza, l’universo straziante e spettrale, passeggero, di Gianikian e Ricci Lucchi, i bagliori metafisici di <i>Dal Polo all’equatore</i>. Eppure, «l’universo della letteratura», scrive Cordelli, «si giustifica per niente altro che per l’arricchimento incessante di queste nascite, di queste persone irriducibili, inconfrontabili», formando, tutti costoro, le loro opere, quella democrazia magica – com’era già nel titolo di un altro suo libro (1986), con il giovane fantasma di Johnson in copertina – che è lo spazio in cui si pronuncia, se ciò è ancora possibile, una <i>promesse de bonheur.</i></p>
<p>L’autore delle <i>Partenze eroiche</i>, infine – di nuovo nello splendido «Le petit dormeur» – si ridice, e lo ripetiamo anche noi: «che senso avrebbe la vita se non quello che decidiamo che abbia, e quale possiamo decidere che abbia che non sia eroico, e quale eroismo maggiore di quello che non si manifesta, nella voce di chi seppe guardare più a lungo, e più a lungo resistere alla morte e alla mortificazione?».</p>
<p>Franco Cordelli ha compiuto da poco settant’anni:  la più irreale, e dunque anche la più indistruttibile, presenzaletteraria del nostro tempo.</p>
<p><em><strong>Articolo apparso sul «Alias» del 3.03.2013.</strong></em></p>
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		<title>Il Peso del Ciao a Mesagne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Aug 2012 10:06:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Calamita]]></category>
		<category><![CDATA[canio loguercio]]></category>
		<category><![CDATA[domenico pinto]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Il peso del ciao]]></category>
		<category><![CDATA[lettera 22]]></category>
		<category><![CDATA[Poesie d'amore]]></category>
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					<description><![CDATA[Stasera alle ore 21 alla libreria di Domenico Pinto e Andrea Calavita, Lettera 22 Piazza 4 Novembre, Mesagne, ci sarà un reading di Poesie d&#8217;amore tratte da &#8220;Il peso del Ciao&#8221;. Chi verrà potrà farsi fotografare su un Ciao Rosso messo a disposizione dai librai. effeffe Poâme du Sarrà chi sa (ispirata a mio Zio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/cover-300x225.jpg" alt="" title="cover" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-43003" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/cover-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/cover.jpg 560w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
Stasera alle ore 21 alla libreria di Domenico Pinto e Andrea Calavita,<a href="http://www.iltaccodibacco.it/puglia/eventi/49197.html"> Lettera 22</a> Piazza 4 Novembre, Mesagne, ci sarà un reading di Poesie d&#8217;amore tratte da <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/15/il-peso-del-ciao/">&#8220;Il peso del Ciao&#8221;</a>. Chi verrà potrà farsi fotografare su un Ciao Rosso messo a disposizione dai librai. effeffe</p>
<p><strong>Poâme du Sarrà chi sa</strong><br />
(ispirata a mio Zio Renato autore con Roberto Murolo di questa <a href="http://www.youtube.com/watch?v=W19pHO8NQic">fantastica canzone</a> )<br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Sitte sitte facimme, sitte sitte<br />
Que personne ne puisse entendre nos lèvres<br />
A lingua emmocca e&#8217; vase a&#8217; schiocche a&#8217; schiocche<br />
On dirait une fièvre une maladie, un attrape-bouches</p>
<p>Facimme allore sitte sitte allore faie<br />
Ton corps vêtu se déshabille d&#8217;une lumière rose<br />
Sta luna chiena chiena, sta curona e spine<br />
Tu me chouchoute: meurs ! tu me murmure: vis ! </p>
<p>Sitte te staie e chiù sitte ie nun me saccie<br />
La profondeur des yeux dépend de la posture des jambes<br />
Tu me fai suspirà ie te voje bbene<br />
Ton vague à l&#8217;âme enjambe, mon respire claque</p>
<p>Cu sti vase facimme sitte sitte, mo mo mo<br />
Je suis Tristan, mais tu t&#8217;appelles Juliette<br />
Tu m&#8217;adduvine a vocca ie m&#8217;annammore<br />
Tu me caresse, je brûle, je deviens chandelle</p>
<p>Sti vase sitte sitte , sàrra sàrra<br />
Ta peau s&#8217;enflamme à l&#8217;eau de ma salive<br />
St&#8217;addore è rose e ciure &#8216;mbuttunate<br />
Une fière créature, une musique lointaine </p>
<p>Sitte facite sitte, vuie facite sitte?<br />
Tu étais mon songe, mon demain, mon hier<br />
Che all&#8217;intrasatte mo cull&#8217;ate staie<br />
Tu te souviens de moi ? Dis- moi, j&#8217;existe ?</p>
<p>Sitte facite sitte mo chiù sitte maie<br />
Là j&#8217;aimerais siffler- divine- ta bouteille<br />
à faccia toie m&#8217;embriaca, e sò curtielle e mmane<br />
Je dégueulerais ton âme, comme une chose vive </p>
<p>Sitte sitte facite, facite sitte sitte<br />
Aux larmes citoyens jettate &#8216;e mmane<br />
Il n&#8217;y aura plus personne et chiù nisciune sape,<br />
Saura celui qui sait, sarrà sta luna chiena</p>
<p><iframe loading="lazy" width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/MXYLts8TgIk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Cronache di Mesagne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jul 2012 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[domenico pinto]]></category>
		<category><![CDATA[Festa Indiana]]></category>
		<category><![CDATA[iliade]]></category>
		<category><![CDATA[mesagne]]></category>
		<category><![CDATA[Terza festa indiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Ulivi e ulivi e ulivi senza fine corrono sul finestrino del treno che mi porta via da Mesagne e da Brindisi. Sole e ancora sole, benefico e implacabile, che ci schiaccia un po’ tutti verso il basso. Finita è la terza festa indiana, tenuta all’ISBEM di Mesagne e ricca, se non di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_42846" aria-describedby="caption-attachment-42846" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-42846" title="convento cappuccini di Mesagne" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/convento-cappuccini-di-Mesagne-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/convento-cappuccini-di-Mesagne-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/convento-cappuccini-di-Mesagne.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-42846" class="wp-caption-text">Il convento dei Cappuccini a Mesagne, sede del&#39;ISBEM</figcaption></figure>
<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>Ulivi e ulivi e ulivi senza fine corrono sul finestrino del treno che mi porta via da Mesagne e da Brindisi. Sole e ancora sole, benefico e implacabile, che ci schiaccia un po’ tutti verso il basso. Finita è la terza festa indiana, tenuta all’<a href="http://www.isbem.it/">ISBEM</a> di Mesagne e ricca, se non di sterminate masse partecipanti, di contributi di grande livello,<span id="more-42845"></span> di relatrici e relatori, indiani e non. Occasioni preziose, sguardi imprevisti su nuovi orizzonti, sorprese gradite e inaspettate.<br />
Ma la prima sorpresa gradita è la cittadina di Mesagne, terra di Messapi, come discretamente ma con fermezza ci informa Nuccio, uno studioso del luogo, ex dirigente della locale USL, ora in pensione, ma attento conoscitore e accurato raccontatore delle tradizioni e dei monumenti locali: chiese, capitelli con leggende celtiche di improbabili sirene che si sforzano di affogare degli spaventati Adamo ed Eva, piazze, minuscole vie del centro storico, che sembrano salotti, dove le persone che si azzardano a uscire dal fresco delle proprie case, si difendono dal caldo, sedute all’ombra con grandi bevande ghiacciate, cercando soprattutto di non agitarsi.<br />
Salotti sì, perché la pavimentazione di queste vie e di questi slarghi del centro storico, molto lontana dalle brutture dell’asfalto, è fatta di belle pietre squadrate chiare che trasmettono un’idea da palazzotto signorile, di una pacata agiatezza. Ed è su una di queste piazze che si affaccia la libreria <em>Lettera 22</em>, coraggiosamente gestita da <strong>Domenico Pinto</strong>, germanista e indiano doc, raffinato traduttore di Robert Walser e di Arno Schmidt.<br />
A Mesagne ci sono tutti gli ingredienti di una cittadina del sud, e forse ormai anche del nord, gli studiosi di storia locale che potrebbero intrattenerti per ore con storie inverosimili, i piccoli potentati che stanno nell’ombra ma che quando serve fanno sentire il loro piccolo, e spesso miserevole, potere, e naturalmente l’innominata, la mafia, alla cui ragnatela si strappa ogni tanto qualche filo, ma che ancora conserva quella pervasività che nessuno ormai riesce a negare.<br />
Anche la nostra festa ha probabilmente mosso qualche minimo fremito nell’ordito delle relazioni locali. Ma questo va da sé, nel bene e nel male, e non ci preoccupa più che tanto.<br />
Meglio in verità lasciarsi emozionare dall’intensa voce di <strong>Daniele Ventre</strong> che legge la <em>morte di Ettore</em> nella sua straordinaria traduzione in esametri ritmici dell’Iliade (Mesogea 2010). Tutti noi che a scuola tenevamo per Ettore, ascoltiamo con il fiato sospeso, nella speranza impossibile e insensata che all’ennesima rilettura l’iroso Achille soccomba finalmente. Come quando io da ragazzetto, all’ennesima rilettura dei <em>Ragazzi della via Pal</em> continuavo a sperare contro ogni buon senso che Nemecsek non morisse ma venisse alla fine provvidenzialmente guarito.<br />
Alla conclusione della lettura di Daniele, che in verità ha avuto l&#8217;accortezza di fermarsi prima dell&#8217;attimo estremo, ci consolavamo forse ricordando gli ultimi versi dei foscoliani <em>Sepolcri</em>. L’immortalità di Ettore è stata ancora una volta assicurata.<br />
*************************************************<br />
Nei prossimi giorni cercheremo di pubblicare, un po’ più seriamente di queste poche righe a caldo, qui sul nostro sito tutti gli interventi della festa di cui avremo un testo scritto.</p>
<p>Aggiornamento: qualche foto dalla festa:</p>

<a href='https://staging.nazioneindiana.com/2012/07/03/cronache-di-mesangeles/convento-cappuccini-di-mesagne/'><img loading="lazy" decoding="async" width="100" height="100" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/convento-cappuccini-di-Mesagne-100x100.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/convento-cappuccini-di-Mesagne-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/convento-cappuccini-di-Mesagne-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a>
<a href='https://staging.nazioneindiana.com/2012/07/03/cronache-di-mesangeles/img_4014/'><img loading="lazy" decoding="async" width="100" height="100" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/IMG_4014-100x100.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/IMG_4014-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/IMG_4014-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a>
<a href='https://staging.nazioneindiana.com/2012/07/03/cronache-di-mesangeles/img_4017/'><img loading="lazy" decoding="async" width="100" height="100" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/IMG_4017-100x100.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/IMG_4017-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/IMG_4017-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a>
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		<title>La terza festa di Nazione Indiana è a Mesagne (Brindisi): 30 giugno &#8211; 1 luglio 2012</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jun 2012 07:00:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[sabato 30 giugno &#8211; domenica 1 luglio all&#8216;ISBEM c/o Ex Convento dei Cappuccini &#8211; Via Reali di Bulgaria &#8211; 72023 Mesagne (BR) (come arrivare) Programma della festa SABATO 30 GIUGNO ore 16:30 L&#8217;ordine nella scienza Interviene Antonio Sparzani La scienza, come ha mostrato Paul Feyerabend, procede malgrado se stessa, contro il proprio &#8220;metodo&#8221; e il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/06/26/la-terza-festa-di-nazione-indiana-e-a-mesagne-brindisi-30-giugno-1-luglio-2012/"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-42809 aligncenter" title="luca-dalisi-01-500" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/luca-dalisi-01-500.jpg" alt="" width="500" height="369" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/luca-dalisi-01-500.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/luca-dalisi-01-500-300x221.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">sabato 30 giugno &#8211; domenica 1 luglio</p>
<p style="text-align: center;">all<a href="http://www.isbem.it/chi_siamo.htm" target="_blank">&#8216;ISBEM</a></p>
<p style="text-align: center;">c/o <a href="https://maps.google.com/maps?q=Ex+Convento+dei+Cappuccini+-+Via+Reali+di+Bulgaria+-+72023+Mesagne+(BR)&amp;hl=it&amp;sll=37.0625,-95.677068&amp;sspn=40.052282,80.859375&amp;hq=Ex+Convento+dei+Cappuccini+-&amp;hnear=Via+Reali+di+Bulgaria,+72023+Mesagne+Brindisi,+Puglia,+Italia&amp;t=m&amp;z=16" target="_blank">Ex Convento dei Cappuccini </a>&#8211; Via Reali di Bulgaria &#8211; 72023 <strong>Mesagne</strong> (BR)</p>
<p style="text-align: center;">(<a href="https://maps.google.com/maps?q=Ex+Convento+dei+Cappuccini+-+Via+Reali+di+Bulgaria+-+72023+Mesagne+(BR)&amp;hl=it&amp;sll=37.0625,-95.677068&amp;sspn=40.052282,80.859375&amp;hq=Ex+Convento+dei+Cappuccini+-&amp;hnear=Via+Reali+di+Bulgaria,+72023+Mesagne+Brindisi,+Puglia,+Italia&amp;t=m&amp;z=16" target="_blank">come arrivare</a>)</p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Programma della festa<span id="more-42801"></span></span></p>
<p style="text-align: left;">SABATO 30 GIUGNO</p>
<p>ore 16:30</p>
<p><em>L&#8217;ordine nella scienza</em></p>
<p>Interviene <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>La scienza, come ha mostrato Paul Feyerabend, procede malgrado se stessa, contro il proprio &#8220;metodo&#8221; e il proprio ordine interno. Quest’ordine, mantenuto per periodi più o meno lunghi da quei vincoli che Thomas Kuhn chiamava paradigmi, è in realtà una grossolana approssimazione di una dinamica più complessa e sfaccettata: dinamica caratterizzata, in alcuni periodi, da una tale viscosità da non riuscire a modificare sensibilmente il proprio assetto; tale però che gli spostamenti insensibili, le piccole incrinature, il pur esiguo peso di quella che Foucault chiama “la parola del folle” al suo interno, si accumulano progressivamente fino ad apparire improvvisamente con sorprendenti metamorfosi.</p>
<p>*</p>
<p>ore 18:00</p>
<p><em>Il futuro del libro: dalle librerie indipendenti all&#8217;editoria digitale</em></p>
<p>Intervengono <strong>Andrea Cortellessa</strong> e <strong>Fabrizio Venerandi</strong></p>
<p>Letture di <strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Coordina<strong> Domenico Pinto</strong></p>
<p>Si tratta di mettere a confronto due visuali, interessate a riflettere sul destino del libro nella società contemporanea. Membro di TQ e tra i curatori dell&#8217;inserto &#8220;alfalibro&#8221; del mensile &#8220;alfabeta2&#8221;, Cortellessa, in qualità di critico militante e di studioso universitario, propone un bilancio critico dell&#8217;editoria tradizionale e delle realtà che sono ad essa connesse (librerie, distribuzione, pagine culturali, ecc.). Venerandi, editore digitale, parlerà delle pratiche editoriali dei primi due anni di ebook in Italia (dalla narrativa interattiva agli abbonamenti agli scrittori), ma anche di social reading e funzione critica, di nuove piattaforme di distribuzione, di nuove censure.</p>
<p>*</p>
<p>ore 19:30</p>
<p><em>Movimenti, composizione di classe e pratiche politiche</em></p>
<p>Intervengono <strong>Nicola Montagna </strong>e<strong> Carlo Formenti </strong></p>
<p>Coordina <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Qual è il nesso che lega i diversi movimenti di protesta che sono emersi in questi anni, dal mondo arabo a quello europeo e americano, rivendicando nuove forme di democrazia partecipativa e contestando le istituzioni politiche esistenti? E quali sono le differenze specifiche che si possono riscontrare in essi, considerando i contesti culturali e geografici, e le composizioni sociali che li caratterizzano? È possibile, inoltre, avviare una riflessione che riguardi le forme di organizzazione politica che questi movimenti stanno cercando di darsi? Questo dialogo vuole essere l’occasione di mettere a confronto due riflessioni attente e critiche sui movimenti sociali, la loro realtà di classe e le loro concrete pratiche politiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>ore 21:00</p>
<p><em>5 poeti della contemporaneità<br />
</em></p>
<p>Leggono <strong>Alfonso Guida</strong>, <strong> Florinda Fusco</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Renata Morresi</strong>, <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Introduce <strong>Fabio Moliterni, </strong>impromptu di<strong> Davide Petiti</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>____________________<br />
</strong></p>
<p>DOMENICA 1 LUGLIO</p>
<p>ore 16:00</p>
<p><em>Ferry Boats</em></p>
<p>Cosa vuol dire traduzione come esperienza collettiva e condivisa, esperienza politica e comunitaria della traduzione nella trasmissione di opere ‘difficili’, eccentriche rispetto agli sbocchi e alle pratiche editoriali più battute. Inoltre traduzione della letteratura elettronica, ambito che tende a sovrapporsi con molte altre aree (videogiochi, programmazione, ecc.), ma che dialoga poco con i letterati tradizionali. Le trasformazioni in atto nel compito del traduttore.</p>
<p>Ne discuteranno <strong>Helena Janeczek</strong>, <strong>Camilla Miglio</strong>, <strong>Renata Morresi</strong>, <strong>Domenico Pinto</strong> e <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>*</p>
<p>ore 17:00</p>
<p><em>Narratori degli Anni Zero</em></p>
<p>Che c&#8217;è di nuovo nella narrativa italiana a partire dall&#8217;ultimo decennio?<br />
Ne parlano con <strong>Andrea Cortellessa</strong>, curatore dell&#8217;antologia Narratori degli anni zero, <strong>Helena Janeczek</strong> e <strong>Alessandro Leogrande</strong>.</p>
<p>*</p>
<p>ore 18:30</p>
<p><em>Le reti organizzate tra giochi, Facebook e Wikipedia</em></p>
<p>Ogni applicazione in rete ha la sua storia e impone il suo tono oltre alle regole d&#8217;uso. Ci troveremo perciò spesso ad usare tecniche di marketing e di comunicazione anche con gli amici, tenteremo di far marketing su Wikipedia, ci stupiremo dell&#8217;autoreferenzialità di Facebook con i nostri &#8220;amici&#8221; su FB. Con una panoramica su alcuni ambienti di comunicazione verranno messi in luce aspetti critici della nostra esperienza in rete.</p>
<p>A cura di <strong>Jan Reister</strong></p>
<p>*</p>
<p>ore 19:30</p>
<p><em>Anamnesi di come è stata raccontata una strage</em></p>
<p>La narrazione dell&#8217;attentato del 19 maggio attraverso i luoghi comuni dell&#8217;informazione giornalistica, i fantasmi evocati e ed il suo impatto nel vissuto collettivo.<br />
Ne discutono <strong>Alessandro Leogrande</strong> e <strong>Helena Janeczek</strong>.</p>
<p>Coordina <strong>Alessandro Distante</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>ore 21:00</p>
<p><em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=suS6tje-4mY">Cave canem</a></em></p>
<p><em>Ultimo</em>, da poco separato dalla moglie si ritrova solo con il suo cane che di nome fa <em>Infame,</em> un cane speciale, geneticamente modificato, che mangia e non defeca. Il monologo-dialogo attraversa tutti gli immaginari possibili legati al mondo canino,  dalla morte di Argo raccontata da Omero ai cani di Lorenzo il Magnifico, da Jacques le Fataliste al cane stupido di John Fante fino a scivolare  in una sovrapposizione dei due mondi, quello umano e quello animale, due mondi accomunati dalla difficoltà di restituire quanto è stato preso.</p>
<p>Pièce teatrale di <strong>Francesco Forlani</strong>.</p>
<p>Con partecipazione vocale di <strong>Alessandra Terni</strong> e <strong>Gigi Spina</strong></p>
<p>Il disegno è di Luca Dalisi, che ringraziamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il saluto di Mesagne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 May 2012 13:17:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>Un desiderio di chiarezza, come dire di pace, imperturbabile e dirimente, sarebbe il sogno di qualunque osservatore. Non si hanno invece che frammenti, una sequenza di fotogrammi, nulla che ancora custodisca un senso fuorché la corrente di emozioni che continua a attraversare la città di Mesagne. Ora che una larga folla si va adunando in piazza IV Novembre, dopo due giorni dall’attentato alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi, tutti i piani interpretativi di questa realtà, infinitamente mediata e congetturale, irrisolta, contraddittoria, si aprono per far posto al più duro degli oggetti di realtà: il corpo di Melissa Bassi entra  per l’arco della Porta Grande, viene seguito da un applauso; dalle finestre della biblioteca comunale si vede la folla dei vivi richiudersi su di esso.<span id="more-42531"></span><br />
Nel dominio della funzione religiosa ricade adesso ogni sentimento, è lo spazio in cui si trasmette, per contatto, il dolore, è l’involucro della rabbia. Tuttavia nei giorni che sono preceduti, l’urto della bomba aveva già mosso, in un istante, qualcosa: dalla massa schiacciante delle nostre paure – la Sacra Corona Unita, l’eversione anarchica e anche, più oscuramente, statale, oppure il terrorismo internazionale –, da questa nebbia di ipotesi, che in forza della sua aleatorietà si rivela persino più paralizzante, è sorta una reazione limpida e generosa. Nel punto in cui si aspetta l’arretramento della società civile – la SCU, benché in disarmo, è un antagonista concreto e spaventa -, è accaduto che i cittadini, di fronte a una minaccia gravissima, abbiano replicato con una condivisione profonda, attiva, commovente, rompendo l’incanto della paura. Sabato la città si è svuotata per riversarsi nelle piazze di Brindisi; le ragazze e i ragazzi di Mesagne e dei paesi limitrofi, gli studenti e i lavoratori, hanno non solo simbolicamente, bensì materialmente avocato a sé il terreno della vita comune, opponendosi ai nemici quali che fossero, il terreno dello stato di diritto come un possesso definitivo. La carovana antimafia, che è poi passata, la sera, per le strade, raccogliendo sul percorso numerosi partecipanti, ha ‘cucito’ i cammini cittadini, ridisegnando una nuova geografia umana dei luoghi. Sul sagrato della Chiesa Matrice, infine, più forte dei duemila anni di retorica che rotolano sulle nostre teste, si sono formati gruppi di preghiera spontanei che hanno intonato canti. Tutto questo ci ha abbagliato, così come la chiusura totale dei negozi, i lumini a ogni angolo di strada, il furore che ha segnato i social-network, la coesione improvvisa e senza ripensamenti, la messa a nudo del dolore, la riappropriazione immediata dei luoghi e del paesaggio cittadino dopo l’esplosione di una bomba.<br />
Una giovane ragazza non è più qui con noi. Era bella, mostrava una grande dolcezza. Scrive Fortini, in un appunto su Robert Walser, che tutto quel che aveva potuto fare è stato osservare, giorno dopo giorno, come si confondesse, sovrapponendosi alle voci dell’Io, «l’urlio detto mondo e storia». Per poco, in questi giorni, l’urlio si è placato, sostituito da un gesto collettivo di pietà e di forza. </p>
<p><strong><em>Articolo pubblicato sul «manifesto», oggi 22.05.2012.</em></strong> </p>
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		<title>Koufax lancia!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 07:01:27 +0000</pubDate>
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		<title>Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 13:41:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[domenico pinto]]></category>
		<category><![CDATA[poesia tedesca contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[steffen popp]]></category>
		<category><![CDATA[Theresia Prammer]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Pinto «Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare.» Cominciava così il quadernino di tableaux che Benjamin mise insieme nell’Infanzia berlinese, il cuore segreto e favoloso della propria immagine da fanciullo. Il Tiergarten, la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p style="text-align: center;"><iframe loading="lazy" src="http://www.youtube.com/embed/bvgJKoAWJ2c" frameborder="0" width="150" height="120"></iframe></p>
<p>«Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare.»<span id="more-41774"></span> Cominciava così il quadernino di <em>tableaux</em> che Benjamin mise insieme nell’<em>Infanzia berlinese</em>, il cuore segreto e favoloso della propria immagine da fanciullo. Il Tiergarten, la Colonna della Vittoria, il mercato di Piazza Magdeburgo, per un uomo cui le strade di questa città erano «familiari come i nomi della Genesi», appaiono ancora oggi nell’indistruttibile luce del sogno, irradiano fino a noi gli inizi del Novecento.</p>
<p>Com’è mutata Berlino, ora che da quei ricordi ci separa la distanza di un secolo, le guerre mondiali, i totalitarismi di carica contraria, adesso che la sua mente ha ripreso a comunicare fra i due emisferi? È noto che la città vive da tempo una stagione d’euforia, con una capillare circolazione di idee in ogni àmbito; si fondano teatri, animano riviste, e non è per avventura che Suhrkamp – l’editore di maggior tradizione – l’abbia scelta per trasferirvi la storica sede di Francoforte. Conosciamo le sue cupole strallate, la Museumsinsel, le sue università, gli artisti, le sue mostre. Ma come ci si smarrisce, veramente, in questa foresta? L’occasione è prestata dall’antologia a cura di Theresia Prammer (<strong><em>Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino</em>, Scheiwiller 2011, p. 656, € 29,00)</strong>, che per i tramiti della poesia disegna una minutissima mappa del pensiero e del <em>milieu</em> berlinese.</p>
<p>Nella metropoli del dopomuro affluisce una copiosa generazione di poeti nati negli anni ’60 e ’70: iperdotti, intransigenti, pronti a riattivare criticamente il passato letterario quanto a farsene beffe, soggiogati da una musa filosofica e melanconica, questi stilisti iracondi e loici scavano camminamenti in tutte le direzioni. Sovente sono anche critici, editori o traduttori, si servono del proscenio cittadino per mettere in forma le proprie letture nei Café e nelle officine, conquistano i fogli letterari e i punti nodali della Rete (occorre qui ricordare almeno lyrikline.org, progetto imponente della Literaturwerkstatt, il forum-der-13.de e il sito lyrikkritik.de, tenuto da uno dei poeti presenti nel volume, Hendrik Jackson). La terza via aperta dalla «prima generazione senza parole d’ordine» – secondo un giudizio di Falkner – compie una parabola che scavalca le impietrite contrapposizioni tra la sperimentazione linguistica (si legga avanguardia) e il <em>rappel à l’ordre</em> – verso il quale corre a perdifiato, con effetti latamente museali, anche un poeta come Grünbein, sebbene sia il medesimo autore di una splendida, e rinnegata, opera prima come <em>Grauzone morgens</em> (1988).</p>
<p>Questa antologia militante conta i ritratti di dodici poeti, legati a Berlino per una sorta di forza magnetica o, direbbe Robert Walser, «attratt<em>i</em> in quella città da una forma di nostalgia», i cui estremi sono rappresentati da Ulrike Draesner (1962) – unica ad aver già una traduzione italiana per i suoi versi, con il volume <em>viaggio obliquo</em>, a cura di C. Miglio e T. Prammer – e Ann Cotten, nata nel 1982. Gli altri, dopo il già ricordato Jackson, sono Ulf Stolterfoht, Lutz Seiler, Johannes Jansen, Marion Poschmann, Monika Rinck, Sabine Scho, Jan Wagner, Daniel Falb e Steffen Popp.</p>
<p>Si tolga per un momento dal novero Draesner, che per una certa assolutezza tragica raggiunge, forse, gli esiti fra tutti più maturi, dove l’<em>âventiure </em>della forma comincia nella frattura tra carne e parola, nel corpo – e chiedersi se le sue siano ‘belle’ poesie sarebbe «voler valutare la purezza della voce, la nitidezza della nota emessa da un uomo sotto tortura», stando a un pensiero di Cusatelli su Fritz Zorn. Paiono dunque disponibili due opzioni: quella gnoseologica e quella memoriale e lirica. Va da sé che si tratta di sacche amplissime, e che i transiti dall’uno all’altro polo, le fluttuazioni, le particolari declinazioni, turbano l’immagine di questi poeti come un effetto moiré.</p>
<p>Da un lato l’esempio più vistoso e radicale è quello di Stolterfoht, che nel saggio <em>Ancora una volta</em> ritorna sulla poesia «sperimentante», termine da lui preferito a ‘sperimentale’. Ancor prima dell’ascolto, tenace e problematizzato, verso le promesse di libertà immanenti nell’avanguardia – che si lasciano riassumere con un famoso verso di Heiner Müller: «il Bello è la possibile fine degli orrori» –, preme sottolineare che per Stolterfoht la poesia è un dispositivo che serve a comprendere, se non la realtà, allora gli atti della conoscenza: «Le poesie non si leggono per capirle, ma per capire un po&#8217; meglio il capire. Questo […] farebbe sì che tutte le poesie, sperimentali e non, avrebbero lo stesso senso, cioè quello di farci vedere chiaramente le possibilità e impossibilità della nostra conoscenza». Pertanto questi poeti somiglieranno molto da presso a una schiera di critici del linguaggio, a una scuola filosofica in giro per il peripato dell&#8217;avanguardia, ora sotto ora fuori dalle sue colonne. È un ampliamento della parola poetica vòlto a catturare la complessità del mondo contemporaneo, in un campo perennemente solcato da allegorie saggistiche, pittoriche ed epistemologiche, il cui programma è attuato senza celare nessuna delle stigmate formali del Novecento: sovversione dei codici e dei registri, inserti espressivisti, citazionismo, travestimenti, arte combinatoria, reviviscenza dialettica della tradizione – da Benn a Huchel – culminante per alcuni nella rilettura di un grande scomparso, Thomas Kling (1957-2005); e ancora antisoggettivismo, <em>pastiche</em> e concettismo ironico («”io sono una poesia” – sicuramente una / delle frasi più intricate della poesia tedesca», sempre Stolterfoht). È su tale la linea che da lontano gli tende il braccio la più giovane nella foto di gruppo, Ann Cotten, con le corone di sonetti anagrammatici, o attraverso la sua “socio-zoologia” un autore come Falb («questi disegni infantili sono così / sinceri. il sole in alto a destra, esatto, / un radiatore nero. / ci amiamo. abbiamo opinioni liberali»).</p>
<p>All’altro capo della corda si situano, invece, poeti d’intonazione più lirica e meditativa – pur nelle invarianti stilistiche che si sono dette – quali Seiler, dove la «trama interna» della poesia è «il sistema nervoso del ricordo» («[…] a pian / terreno si offrono / betulle, faggi. saluto / qualcosa che manca. tutto il tempo / di dio, questo voleva seneca. io volevo / una fisarmonica e un cane, vedevo / cose, che precipitavano / dal tavolo, nelle quali / ero contenuto io.»); anche se il timbro che risuona più a lungo, dopo tanto vertiginosa riflessione sul pensiero e la poesia, agendo da viatico all’antologia, è quello del «classicista clandestino» Steffen Popp: «Il mio cuore è pieno di sangue. / E tutti i luoghi mai raggiunti / sono in me, uno spiraglio / di finestre aperte.»</p>
<p>Una nota cursoria, da ultimo, sulle difficoltà della ‘trascrizione’ in italiano di questa stagione poetica. Il lavoro si è avvalso di un pool di traduttori sensibili, fra cui Miglio e Baldacci – mi perdoni chi non viene nominato –; ma la curatrice dell’antologia, che firma molte delle versioni confluite nel libro, offre un misterioso e inquietante caso di traduzione verso una lingua che non sia quella materna (con punte di virtuosismo, come negli esemplari dalle <em>Radikalübersetzungen</em>: Prammer che vince la scommessa formale di tradurre Draesner, che a sua volta opera un rifacimento da Shakespeare). Si ricorda, fra le pochissime “chiavi a stella” nel campo italo-tedesco, Helena Janeczek e la sua interpretazione del <em>Tubutsch</em>, capolavoro espressionista di Ehrenstein. Esempi rarissimi, per i quali il sospiro di Arno Schmidt non apparirà mai abbastanza struggente: «Ah! Potessi avere mille lingue!»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Il presente articolo è nel «Manifesto» </strong><strong>del</strong><strong> 26.02.2012</strong></em></p>
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		<title>C&#8217;è la crisi, ma abbonatevi a &#8220;Murene&#8221;!!!!!!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 05:28:50 +0000</pubDate>
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<p>PER <strong>2</strong> ABBONAMENTI SOLO <strong>30</strong> EURO. <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/products-page/">ABBONATI</a> E REGALA UN ABBONAMENTO!</strong></p>
<p>Cari abbonati e abbonate di Murene, e cari lettori e lettrici indiani,</p>
<p>Vorremmo raccontarvi che cosa ha significato, sino a oggi, per noi di Nazione Indiana una scommessa che si chiama “Murene”. Noi siamo soprattutto una realtà elettronica, informatica, virtuale, ma abbiamo voluto vagabondare anche nei luoghi fisici, nei locali e nelle librerie, nei castelli e nei circoli ARCI, abbiamo voluto incontrare altri autori, altri lettori, degli amici, dei curiosi, altri appassionati. La letteratura non è stata mai per noi un porto franco, al riparo dal caos epocale che stiamo attraversando, con le sue miserie in grande stile, le sue ottusità di gran formato. Per cui andiamo e veniamo da e verso la letteratura, che vuol poi dire da e verso la realtà.<span id="more-40989"></span></p>
<p>E mentre stiamo preparando progetti di e-book, abbiamo voluto lanciare una collana di libri, in carta e colla. Lo abbiamo fatto perché amiamo il libro, amiamo questo incastro tra la realtà della letteratura e la realtà del libro, come oggetto d’uso quotidiano, ma anche feticcio ipnotico, piattaforma di lancio onirico, di tuffo esploratore.</p>
<p>Ma per noi i libri di “Murene” sono stati e saranno un po’ come gli “oggetti transazionali”, un modo concreto di passare dalla grandi (onnipotenti) aspettative al reale rapporto di fiducia con dei lettori-abbonati. Non perché noi si creda di poter inventarci una qualche “comunità” privilegiata, ma perché “Murene” è la prova di una passione condivisa e di una fiducia nata dal dialogo intorno a questa passione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo quasi raggiunto la quota di 200 abbonamenti, grazie ai quali dovremmo rientrare nelle spese vive di stampa e spedizione. Il lavoro redazionale, grosso e serio che c’è stato, è parte di quel lavoro quotidiano che facciamo attraverso NI. Ed è questo sì un lavoro militante, pensato come nostro contributo a un mondo meno gretto e carogna, meno autodistruttivo e più cooperativo.</p>
<p>Questi 200 abbonati hanno davvero avuto fiducia in una sorta di intimo scambio: hanno, in qualche modo a scatola chiusa, accettato un prodotto librario semiartigianale, pensato e curato in tutti i suoi dettagli. (E abbiamo la fortuna di avere traduttori-viaggiatori-scrittori, come Andrea Raos, Stefano Zangrando, Massimo Rizzante, e grafici-artisti come Mattia Paganelli, e supervisori rigorosissimi come Domenico Pinto, ecc.).</p>
<p>Per noi si è trattato e si tratta di vincere questa scommessa: la letteratura esiste, quale che sia la condizione della grande, media o piccola editoria. Sappiamo che esiste perché le dedichiamo tempo, vita. Esiste come tutte le cose umane più importanti, senza confini netti e fondamenta certe. Noi sappiamo anche che la letteratura esiste, perché siamo sempre alla ricerca di scrittori che siano in grado di decifrare la realtà o di sfidarla, di irriderla. E questi scrittori, spesso, li incontriamo nei nostri vagabondaggi, direttamente o indirettamente, su uno scaffale di libreria o via mail, in un bar o ad una lettura. Noi sappiamo che la letteratura esiste, perché con voi e grazie a voi, riusciamo a farla apparire concretamente, nella forma-libro, e a farla circolare, nuovamente viva e contagiante.</p>
<p>Questa è quindi l’intimità propria di una collana come “Murene”. Essa ha bisogno di fiducia, della vostra fiducia di abbonati, ma anche e soprattutto vuole dare fiducia, sul fatto che si possa segnalare la potenza della letteratura anche dai luoghi più impervi e imprevisti. “Murene” è uno di questi luoghi, è una di queste azioni di guerriglia editoriale.</p>
<p>Per questo motivo vi invitiamo a farla esistere ancora, ad abbonarvi, a regalare l’abbonamento a qualche amico o amica, parente o serpente, vicino di casa rassicurante o psichedelico. Mostrateci che la scommessa era giusta, e che ha senso rilanciare.</p>
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