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	<title>:duepunti edizioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Miti Moderni/12: c&#8217;è tempo&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2015 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[:duepunti edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[il tempo]]></category>
		<category><![CDATA[Il verbale]]></category>
		<category><![CDATA[J.M.G. Clézio]]></category>
		<category><![CDATA[Miti Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta «Che ore sono?» disse Michèle sbadigliando. «Insisti, dopo tutto quello che ti ho detto?» rispose Adam. «Sì, che ore sono?». «È l’ora in cui, chiara nella notte, vaga intorno alla terra errante con la sua luce altèra…» [Il verbale,  J.M.G. Clézio, :duepunti edizioni] Il tempo non c’è, non avanza mai, s’è perduto, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_52427" aria-describedby="caption-attachment-52427" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-52427" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/04-300x234.jpg" alt="Luigi Ghirri " width="300" height="234" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/04-300x234.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/04-1024x799.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/04-900x702.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/04.jpg 1198w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-52427" class="wp-caption-text">Luigi Ghirri</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>«Che ore sono?» disse Michèle sbadigliando.</em><br />
<em>«Insisti, dopo tutto quello che ti ho detto?» rispose Adam.</em><br />
<em>«Sì, che ore sono?».</em><br />
<em>«È l’ora in cui, chiara nella notte, vaga intorno alla terra errante con la sua luce altèra…»</em></p>
<p style="text-align: right;">[<em>Il verbale</em>,  J.M.G. Clézio, :duepunti edizioni]</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo non c’è, non avanza mai, s’è perduto, piano piano, il tempo. <span id="more-52422"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo non insiste, per fare tutte le cose che vuoi fare, e nemmeno una piccola parte, la zona minima, che resta nell’ombra, l’aspettativa; ti mangia dentro, invece, e non aumenta, non diminuisce l’attesa, riempi di favole l’assenza, l’hai imparato, metabolizza i palliativi, lo sai fare, ma il tempo resta sempre lì, a guardarti muto, senza senno, di spalle, non si muove di un passo, non è blasfemo, non cammina, poi semplicemente muore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo giusto per un viaggio caldo, la passeggiata e il belvedere, un bagno al largo, tra i gabbiani, sogni di continuo l’automobile, lo sbandamento, le montagne russe, non ti bastano gli incidenti della mattina, quando la colla fredda si mischia ancora alle pozzanghere, prendi in fretta le prime scarpe colorate di stagione, c’indossi sopra la giacca di lino, troppo leggera, il tempo non lo puoi condizionare, non lo sai valutare davvero, mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritmo forte della prima batteria, del cantante americano che sembra un fungo acido nel bosco, gli occhi di sale e la saliva spalmata sul bavero, continua a rincorrere una scala, una croma, la tromba mistica con gli orecchini ricamati di ottone, se lo bagni insieme all’oro viene via anche tutto il rame, te lo spiegano sui banchetti delle fiere cittadine, alla domenica, quando non circolano gli autobus, il trasporto è interrotto, e perdi tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è tempo per incontrarsi, i convenevoli degli amici impertinenti, la barba che si allunga nel disgelo, le unghie arcuate che ancora indugiano sui colori pastello; era finita male, prolunghi tutti i giorni l’insano gesto, scegli uno sformato di vitamine, una caraffa di vin santo senza il bollitore, lo dimentichi acceso, la fiamma divampa, cadiamo tutti già per terra, nell’albergo suonano gli allarmi, la vecchina del secondo piano non si accorge di niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo è sempre quello che scegli di non avere, ti senti perseguitata, le ossessioni della nonna, le rivendichi con astuzia, cerchi dopo i pasti la blanda compagnia di un animale domestico; al centro storico c’è una donna che strilla, seduta per terra, sui gradini, ha il rossetto calcato sotto il naso, il mento all’insù, indica di getto i passati, si gratta le gambe e ripete: “ormai è tardi, ormai è troppo tardi”.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Studenti, avanti!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jun 2012 14:52:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[:duepunti edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[Future umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici]]></category>
		<category><![CDATA[isabella mattazzi]]></category>
		<category><![CDATA[L'internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Università europea]]></category>
		<category><![CDATA[Yves Citton]]></category>
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					<description><![CDATA[Un avvenire per le umanità Intervista a Yves Citton di Isabella Mattazzi pubblicata sul n°20-Giugno- Alfabeta2 Figura di spicco nel panorama culturale europeo, Yves Citton è il teorico della letteratura che più oggi in Francia si è interessato a una radicale revisione del concetto di “sapere” e delle sue diverse articolazioni. Filosofo politico oltre che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/don-quixote-comunista-300x289.jpg" alt="" width="300" height="289" class="alignleft size-medium wp-image-42738" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/don-quixote-comunista-300x289.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/don-quixote-comunista.jpg 329w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong>Un avvenire per le umanità<br />
Intervista a Yves Citton</strong><br />
di<br />
Isabella Mattazzi<br />
pubblicata sul n°20-Giugno- <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/06/05/sommario-del-n-20-giugno-2012/">Alfabeta2 </a></p>
<p>Figura di spicco nel panorama culturale europeo, Yves Citton è il teorico della letteratura che più oggi in Francia si è interessato a una radicale revisione del concetto di “sapere” e delle sue diverse articolazioni. Filosofo politico oltre che Professore di Letteratura francese del XVIII secolo e ricercatore del CNRS, Citton sembra porsi nei suoi ultimi libri il problema di un sistema di studi letterari che possa in qualche modo fare da modello a una “società ermeneutica” in cui autonomia critica del soggetto e necessità di un tessuto relazionale, dialogico possano trovare nuovi spazi di mediazione. In occasione dell’uscita del suo <a href="http://www.duepuntiedizioni.it/libri_press/citton-future-umanita/">Future umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici</a>?  (:duepunti, pp.220, 20 euro), ho chiesto a Yves Citton di parlarci di alcuni tra gli snodi più significativi del suo discorso.</p>
<p>I.<em>M. Vorrei iniziare sottolineando come il titolo originale del tuo libro sia L’Avenir des Humanités. Nella traduzione italiana, purtroppo, non è stato possibile mantenere il valore polisemico della parola “Humanités” &#8211; che in francese può riferirsi tanto alle “Discipline umanistiche” quanto a un’ipotetica declinazione plurale del termine “Umanità” &#8211; su cui mi sembra ruotare, di fatto, la costruzione di tutto il testo.<br />
</em><br />
Y.C. In effetti la tesi principale del mio libro non consiste altro che nella coniugazione di due realtà estremamente lontane tra loro, rappresentate linguisticamente da un unico termine. Da una parte l’Umanità, ovvero l’insieme degli individui che si riconoscono come appartenenti alla specie umana. Dall’altra un campo di discipline &#8211; gli Studi umanistici &#8211; dall’estensione e dalla definizione abbastanza problematica. Ovviamente in francese, come in italiano credo, l’umanità si declina sempre al singolare. Per la vulgata comune l’umanità è una, è sempre stata una, e in futuro non ce ne sarà che una e una sola. Utilizzare il termine Umanità (Humanités) al plurale ha quindi per me un preciso valore programmatico.<br />
Nei suoi scritti Édouard Glissant parla di due grandi direttrici che coesistono e si oppongono all’interno della nostra società contemporanea: la tendenza alla standardizzazione (usiamo tutti lo stesso tipo di telefono, lo stesso tipo di macchina in tutto il mondo) e la sua spinta contraria, ovvero quella che lui chiama la “creolizzazione”, quel contatto tra le culture che si nutre delle loro differenze, preservandole, esacerbandole addirittura per far sì che nasca, da questo scontro, l’imprevedibile. Ogni dinamica di creolizzazione, secondo Glissant, riposa sul concetto di una necessaria pluralità delle culture umane, sul fatto che l’umanità appunto non sia una, ma che si presenti come un’umanità complessa, “molteplice”. Interrogarsi sull’avvenire delle Humanités, significa quindi istituire un elemento di comunanza tra un insieme di “umanità” articolate nella pluralità composita dei loro mondi e un insieme di discipline caratterizzate da una particolare attività intellettiva che potremmo definire interpretazione. Ogni uomo, a ben guardare, è un interprete. Tutti gli esseri umani “interpretano” nel momento in cui cercano di dare un senso agli avvenimenti che accadono intorno a loro. Chi si dedica agli studi umanistici non fa altro quindi che riflettere su un’attività comune all’intera specie umana. Attraverso l’interpretazione di un testo letterario o di una serie di dati storici, le discipline umanistiche ripetono e affinano gesti fondativi e caratteristici di quella che risulta come la componente più radicale della nostra identità.</p>
<p><em>Tu ti occupi nei tuoi studi di teoria della letteratura e in Università insegni Letteratura francese del XVIII secolo; il tuo modello di discorso, all’interno della costellazione denominata “Studi umanistici”, sembrerebbe quindi essere orientato verso l’esperienza letteraria come mezzo privilegiato di approccio critico. Nel tuo libro, però, più che di letteratura in quanto tale, tu parli di pratiche discorsive “indisciplinari”, che a tuo avviso sarebbero da porre alla base del lavoro interpretativo.</em></p>
<p>La teorizzazione del concetto di “indisciplina” deriva da una mia forte insoddisfazione verso la rigida suddivisione settoriale delle pratiche di insegnamento, e nello stesso tempo da un’insoddisfazione altrettanto forte verso il tentativo di superare questa suddivisione attraverso l’interdisciplinarietà, pratica tanto amata dalle nostre istituzioni accademiche. Da una parte, io non credo affatto alla necessità di barriere rigide tra le discipline; i cineasti che amo di più in assoluto sono tutti imbevuti, intrisi di cultura letteraria. Personalmente, ho scoperto Pavese attraverso i film di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet. Dall’altra, però, trovo che l’interdisciplinarità da sola sia del tutto insufficiente per superare il pericolo di una incomunicabilità istituzionale tra i diversi ambiti del sapere. L’interdisciplinarità funziona in modo del tutto orizzontale: un esperto di cinema, un esperto di letteratura guardano un oggetto comune e la cosa finisce lì. Il concetto di indisciplina richiede invece un’interazione essenzialmente verticale. Mi spiego meglio. Nel mio approccio a un testo, io non parlo solo in quanto “esperto di materie letterarie”, ma in quanto “essere umano” che cerca di far valere la propria conoscenza tecnica della teoria letteraria nella sua articolazione con tutte le altre dimensioni della vita sociale. Naturalmente io sono un professore di letteratura, ma nello stesso tempo sono anche un elettore, un contribuente, un vicino di casa, un padre, un figlio… La caratteristica principale degli Studi umanistici è la loro strutturale spinta a far interagire i nostri saperi specialistici con la complessità della vita. Un romanzo non ci chiede solo di interrogarci su come è organizzata la sua forma o su che cosa fa o non fa il suo valore letterario, ma anche e soprattutto su che cosa significa vivere una vita “propriamente umana”, su che cosa è l’amore, su che cosa sono la colpa, la Storia&#8230; L’indisciplina consiste appunto nell’essere coscienti di tutto questo, nel far sì che non ci si accontenti di proporre ai nostri studenti un metodo di studio o di ricerca, ma che si cerchi di porre loro domande sull’utilizzo di questo stesso metodo nell’integrazione dei differenti aspetti della nostra vita.  </p>
<p><em>Ma è possibile inquadrare l’indisciplina di cui tu parli in un modello istituzionale che sia capace di rendere pienamente l’articolazione complessa di questi scambi?</em></p>
<p>A livello di insegnamento universitario, direi che la sfida, oggi come oggi, è quella di riuscire a dare agli studenti un “gusto” per le discipline. Ogni disciplina, ogni ambito del sapere utilizza diverse “cassette per gli attrezzi”, metodi che sono stati formalizzati al suo esterno; questi metodi devono venire acquisiti dagli studenti semplicemente attraverso la pratica, nello stesso modo in cui possiamo comprare una cassetta per gli attrezzi, ma questa diventa davvero “nostra” soltanto quando iniziamo a utilizzarla. Nell’Università contemporanea perdiamo una grande quantità di tempo a fornire conoscenze piuttosto che a praticare o esercitare competenze. Oggi l’accesso alle informazioni è molto più libero rispetto a venti o a trent’anni fa. Il ruolo di un professore universitario non è più quello di fornire conoscenze (per questo bastano i libri o Internet), quanto piuttosto quello di mostrare agli studenti la propria ricerca nell’atto del suo stesso farsi. Guardare un ricercatore al lavoro, ci fa arrivare direttamente al cuore della sua disciplina. Nella mia Università ideale tutti gli allievi dovrebbero stare a stretto contatto con chi fa ricerca e discutere con i ricercatori dei problemi molto specifici, molto concreti della loro attività. Gli studenti, più che imparare qualcosa di “già dato”, dovrebbero guardare, appropriarsi dei gesti, delle posture di chi pratica il sapere, dovrebbero frugare nella sua cassetta per gli attrezzi per poi a loro volta iniziare a lavorare con la propria.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/PO3_cop_citton_bis-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-42739" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/PO3_cop_citton_bis-205x300.jpg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/PO3_cop_citton_bis.jpg 547w" sizes="(max-width: 205px) 100vw, 205px" /><br />
<em>A quanto mi sembra di capire, l’interpretazione è una pratica che di fatto pone tutti gli interpreti su uno stesso piano &#8211; presupponendo quindi una certa forma di “uguaglianza” &#8211; ma nello stesso tempo è una pratica che deve essere insegnata e che ha quindi bisogno di un certo “disequilibrio” all’interno della coppia pedagogica professore-studente.  </em></p>
<p>Sulla questione dell’uguaglianza la prima cosa da dire è che un’interpretazione è interessante nella misura in cui ci permette di sviluppare intuizioni riguardo a un testo, un film, ma soprattutto riguardo alla vita stessa. A priori, le intuizioni di uno studente di sedici anni valgono tanto quanto le mie; anzi, le sue valgono forse anche di più perché la dinamica del presente in cui è immerso risulta con ogni evidenza più “viva” della mia (i suoi neuroni vanno più velocemente dei miei, si confronta con argomenti e problematiche distanti almeno trent’anni dalle mie…). Il futuro sta chiaramente dalla sua parte, in lui il testo è più “vivo”, ovvero ha più possibilità di vivere, letteralmente, perché l’aspettativa di vita di uno studente di sedici anni è circa di sessant’anni, mentre la mia di trenta. Detto questo, perché allora sento il dovere di tenere dei corsi? Perché insegno in università? Perché io posso aiutare questo studente a raffinare, a esprimere, ad approfondire le sue intuizioni (forse più ricche delle mie), mostrandogli come funziona la mia personale cassetta per gli attrezzi. Ed è qui allora che sta la diseguaglianza tra noi, nel disavanzo di abilità tecnica che intercorre tra me e un qualsiasi studente di sedici anni. Esattamente come un artigiano che ha passato quarant’anni anni della sua vita a fare cappelli, io nel tempo ho sviluppato delle competenze che mi permettono di fare del mio cappello, del mio testo, una cosa interessante. Il “sapere artigiano”, la gestualità che io ho imparato tanti anni fa, per imitazione, da Michel Butor e da Michel Jeanneret a Ginevra, è la stessa gestualità che io adesso metto in atto di fronte ai miei studenti, affinché loro domani siano in grado realizzare da soli i propri cappelli.</p>
<p><em>L’interpretazione, però, da quanto tu scrivi, non è affatto una pratica da chiudere all’interno di un’aula o di una biblioteca, ma è una pratica sociale e civile, in una parola “politica”. </em></p>
<p>Certamente, la cultura dell’interpretazione di fatto porta con sé un modello alternativo di organizzazione economica. Prendiamo ad esempio il concetto di “sfruttamento”. Per il marxismo classico il termine “sfruttamento” è sempre rivolto al lavoro produttivo. Oggi come oggi lo sfruttamento invece sembra vivere sulla circolazione degli “affetti sociali” almeno quanto sull’estorsione del plusvalore imposta ai produttori: i commercianti di macchine, di film, di cioccolato, di viaggi organizzati, sfruttano la mia capacità di desiderare per ricavare profitto dai miei comportamenti di consumatore, almeno tanto quanto ricavano profitto dal mio lavoro di produttore.<br />
Questa nuova forma di sfruttamento non poggia direttamente sul lavoro produttivo, ma in senso più largo sulla nostra capacità di attenzione. L’esempio emblematico della nostra società non è più l’operaio, ma il telespettatore; la cosa che viene sfruttata oggi non è la mia forza lavoro, ma la mia attenzione, che a sua volta va a orientare la mia capacità di desiderare.<br />
Nei casi più frequenti, il nostro sfruttamento in quanto telespettatori avviene sempre con il nostro consenso; io sono quasi sempre complice del mio sfruttamento culturale. Ed è proprio su questo punto, allora, che la riflessione sulle culture dell’interpretazione può rivelarsi preziosa. Ciò che sperimentiamo e affiniamo quando interpretiamo un testo o un film, è l’“autonomia” della nostra capacità di attenzione (ognuno di noi è sensibile a elementi differenti di un testo) e nello stesso tempo la necessità di un’appropriazione di questa stessa capacità da parte dei diversi dispositivi di captazione che ci circondano (la forza di un testo si definisce dall’ascendente che questo esercita su chi lo legge).<br />
Il principale merito delle culture dell’interpretazione è allora quello di “rendere autonoma” l’attenzione di coloro che vi prendono parte, e questa credo sia una delle risorse più importanti, forse l’unica veramente valida, che abbiamo oggi per lottare contro qualsiasi forma di sfruttamento.</p>
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		<title>Gli alluvionali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jun 2012 06:37:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[:duepunti edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[ragni]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vanni Santoni Viene poi l’alluvione. Al mio paese i fenomeni atmosferici fuori norma sono rari e vengono sempre ricordati. Qualcuno dice che così come si ricorda il gelo dell’85, così verrà ricordata questa alluvione. Qualcun altro si chiede, con una nota quasi di disappunto, come mai non sia stata sommersa anche Firenze. Piove così [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889987790/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889987790&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-42521" title="Tutti i ragni / Vanni Santoni" alt="Tutti i ragni / Vanni Santoni" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/tutti-i-ragni-vanni-santoni-192x300.jpg" width="192" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/tutti-i-ragni-vanni-santoni-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/tutti-i-ragni-vanni-santoni.jpg 514w" sizes="auto, (max-width: 192px) 100vw, 192px" /></a>di Vanni Santoni</strong></p>
<p>Viene poi l’alluvione. Al mio paese i fenomeni atmosferici fuori norma sono rari e vengono sempre ricordati. Qualcuno dice che così come si ricorda il gelo dell’85, così verrà ricordata questa alluvione. Qualcun altro si chiede, con una nota quasi di disappunto, come mai non sia stata sommersa anche Firenze.</p>
<p>Piove così tanto che non solo l’Arno, ma anche i borri, come quello che passa poco sotto casa mia, straboccano e la loro acqua gialla si porta via pezzi di steccato, alberi, cassonetti, le Ape Piaggio dei vecchini e pure qualche utilitaria. Casa mia è stata collocata dal buon senso di mio nonno su un’altura e quindi possiamo permetterci di stare lì in fondo, dove la nostra strada si unisce con via Po e guardare gli averi altrui passare per la via come se fosse effettivamente il Po. L’acqua tuttavia non smette di scendere e anche casa nostra si trova col giardino allagato. Da lì poi penetra nei fondi. Sento mia madre che mi chiama perché dia una mano con i secchi. Allora, dopo essermi goduto il passaggio di una 500 che oltre a procedere su quel fiume di limaccia verso il centro di Montevarchi effettua anche rotazioni sul proprio asse, mi smuovo e raggiungo il giardino.<span id="more-42520"></span></p>
<p>C’è sempre un mistero più profondo, una verità che solo la natura può decidere di svelare. Nell’angolo tra il secondo e il terzo scalino del mio pianerottolo, al riparo dall’acqua e a poca distanza da un finestrino basso che dà sui fondi, un ragno formidabile. Ne ho visti di più formidabili, certo, ma in foto. L’anno prima mi è stato infatti regalato un libro che documenta ragni di ogni genere, con un occhio di riguardo per quelli velenosi come la placida e mortale vedova nera o il ragno eremita, scattante flagello texano in grado di necrotizzare i tessuti umani, oppure giganti come la tarantola e la migale. Lo sfoglio ogni volta con un brivido, guardando e non guardando quelle foto terribili; lo centellino, lo succhiello, immagino come possa essere venire morsi dal ragno eremita oppure scoprire sul muro di casa una migale. La risposta è davanti a me, poiché questo ragno, che è qui e adesso, ha in comune con le migali del libro le dimensioni. Ma è un ragno di qui: è marrone, ha le zampe affusolate. Non ha screziature, o le forme bombate, muscolose quasi, delle tarantole. È una tegenaria, un ragno di Montevarchi, ed è grosso come la mia mano. È qui e si protegge dall’acqua, questo sovrano dei fondi sfuggito facilmente alle trappole di mio padre e agli avvistamenti degli avventurieri della domenica sera, e non gli piace essere qui, quasi mostra una sua saggezza, una consapevolezza della possibilità di essere schiacciato dagli uomini – di essere schiacciato da me – e si difende con quello che ha: con l’orrore. In realtà sta lì ad asciugarsi, valuto: aspetta una botta di sole o almeno di caldo che lo rimetta in sesto, ma il pensiero non attecchisce. Colto da brividi, non oso superarlo; entro dal portone di mia nonna e raggiungo mia madre da sotto, attraverso il dungeon.</p>
<p style="text-align: right;">[<em><span style="color: #999999;">da <a title="tutti i ragni / vanni santoni" href="http://www.duepuntiedizioni.it/catalogo/zoo-scritture-animali/tutti-i-ragni/" target="_blank">Tutti i ragni / Vanni Santoni. &#8211; :duepunti edizioni, 2012</a></span></em>]</p>
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		<title>TQ, Zoo, uomini e animali: un’intervista a Giorgio Vasta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 06:32:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Krizia Murrone* * (L’intervista è nata come esercitazione all’interno del corso di Letteratura italiana contemporanea dell’Università di Lecce – Scienze della comunicazione. Si ringraziano Fabio Moliterni, gli editori di :duepunti e naturalmente Giorgio Vasta per le risposte). A cosa fanno pensare gli animali parlanti che fabbricano insegnamenti morali? Alle favole, diranno i più. Ebbene [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Krizia Murrone</strong>*</p>
<p><em>* (L’intervista è nata come esercitazione all’interno del corso di Letteratura italiana contemporanea dell’Università di Lecce – Scienze della comunicazione. Si ringraziano Fabio Moliterni, gli editori di :duepunti e naturalmente Giorgio Vasta per le risposte).</em></p>
<p><a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f1/Brehms-tierleben-frontispiece.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" title="brehm" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f1/Brehms-tierleben-frontispiece.jpg" alt="" width="206" height="316" /></a>A cosa fanno pensare gli animali parlanti che fabbricano insegnamenti morali? Alle favole, diranno i più. Ebbene non è così scontato, sono infiniti i generi letterari che oggi vedono protagonisti animali d&#8217;ogni tipo, dotati di intelletto e magari anche mutaformi. Se n&#8217;è accorta una casa editrice palermitana, la <em>:duepunti</em> edizioni. Una realtà vitale che fa leva sulla sperimentazione di voci e proposte mirate e può contare sul contributo dei lavoratori della conoscenza delle ultime generazioni, come Giorgio Vasta, direttore della collana <em>ZOO Scritture animali </em>insieme a Dario Voltolini. Parlare di animali vuol dire parlare di identità, e parlare di identità rimanda, prima che agli animali, al destino di una generazione.</p>
<p><strong>La questione dell’identità (delle generazioni) è al centro della recente proposta dei TQ, gli scrittori o gli operatori culturali tra i trenta e i quarant’anni che si interrogano sulla possibile funzione politica della cultura nell’Italia contemporanea. Avete lanciato il guanto della sfida alla società (post)berlusconiana, interrogandovi sul ruolo e le contraddizioni dell’intellettuale o del lavoratore della conoscenza, sperimentando, per ora, metodi alternativi di aggregazione e incontro (penso all’esperienza ancora in corso al Teatro Valle di Roma).  In cosa consiste effettivamente questa proposta, e quali sono davvero, secondo te, lo stato di salute e le prospettive della vita letteraria del paese?<span id="more-39491"></span><br />
</strong></p>
<p>Si tratta di due questioni distinte.</p>
<p>Una, lo stato di salute della narrativa italiana contemporanea, è di ordine estetico-letterario, e su questo versante la mia è una percezione molto positiva, nel senso che sento l’esistenza di una lingua e di un immaginario narrativo con le sue specificità, ricco diversificato e conflittuale. A latitare, in un modo quasi programmatico, è l’ascolto di quella parte di narrativa italiana che non si manifesta in forma di boato bensì di infrasuono, ma ho ugualmente fiducia nel fatto che un dialogo – anche impervio – possa costruirsi e permanere.</p>
<p>L’altra questione, quella che riguarda più strettamente tq, ha a che fare con un’esperienza di cittadinanza. A partire dall’incontro romano dello scorso 29 aprile è nata una discussione che ha per oggetto, in sintesi estrema (e dunque lasciando fuori un bel po’ di elementi), il bisogno di un gruppo di persone di dare una propria interpretazione a un diritto che sembrerebbe al tramonto, vale a dire quello a una soggettività storica. Quanto che ci si è domandati è <em>se</em> ed eventualmente <em>come</em> persone che per passione e lavoro si confrontano quotidianamente col linguaggio (con la sua complessità e con la tentazione continua di ridurlo, di imporgli la sordina) possono dare forma a una serie di pratiche civili: attraverso l’analisi delle retoriche, soprattutto di quelle avvertite come strutturali e insuperabili e dunque pienamente introiettate, e attraverso iniziative il più possibile mirate ed efficaci. Al momento, com’è naturale, si ragiona, e tra qualche mese si proverà a capire che cosa si è stati in grado di elaborare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Torniamo all’esperienza di :Duepunti e della collana Zoo. Già dalla presentazione si vuole attirare l&#8217;attenzione del lettore, con dei libricini che  appaiono più che tascabili, con una linea “ecologica-mente” accattivante (ma era proprio necessaria la copertina in “cacca” di elefante?). Cosa vi ha spinti a porre l&#8217;attenzione su questa tematica dissonante e fuori dal coro? É soltanto un gioco, oppure l’idea che sostiene la collana è che l&#8217;identità umana può essere più facilmente compresa passando dagli occhi degli animali?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>La copertina ottenuta raffinando gli escrementi di elefante non vuole essere una “trovata”, un espediente per attrarre l’attenzione, ma è parte integrante di un progetto che pensa all’animalità, con tutte le sue risorse e le sue contraddizioni, come prospettiva utile a ragionare sull’umano. Quando si è generato il primissimo spunto dal quale è poi venuto fuori Zoo, abbiamo riflettuto a lungo sulla funzione svolta nel tempo dai bestiari, da quelli reali a quelli fantastici (fino a quelli d’amore), sul bisogno umano di incarnare negli animali sentimenti passioni e discorsi morali (Esopo, La Fontaine), nonché sull’impulso di dare forma ad animali immaginari (Kafka, Hašek).</p>
<p>La mia personalissima impressione è che, come in un Arcimboldo bestiale, l’umano possa essere pensato come un rimescolamento di frammenti animali, una specie di Frankenstein destinato e permanere indiscernibile, nel senso che le diverse parti animali sono così profondamente connesse da non poter essere più separate in modo inequivocabile. Ci sono narratori che riconoscendo in filigrana la quota animale che sta fisiologicamente nell’umano provano a raccontarla. La collana Zoo vuole servire da “luogo” – da arca – in cui contenere (e tramite cui liberare) tutto questo umano animale. Che questo processo cominci dalla materia della copertina è dunque, credo, pienamente logico.</p>
<p><strong>Avete dato il senso dell&#8217;innovazione già nel packaging dei libri, ed ecco che in copertina le rappresentazioni grafiche degli animali (protagonisti dei racconti insieme ai loro padroni) sembrano ingabbiati in un simpatico codice a barre “stirato”. Nella realtà un osservatore arguto potrebbe dire che loro scansano questa prigionia, essendo per due terzi fuori dalle sbarre: allora chi è l&#8217;ingabbiato e il prigioniero, l’animale o l’uomo che li guarda?</strong></p>
<p>L’idea di fare del codice a barre un elemento grafico della copertina è prima di tutto della casa editrice Isbn. Lo sviluppo ulteriore immaginato dai ragazzi di :duepunti edizioni consiste nel far percepire il codice a barre come un frammento di gabbia che in effetti non si sa se ingabbia gli animali che sono di volta in volta il soggetto del libro o se li “sgabbia”. A giudicare dall’espressione sistematicamente serena delle bestie – non tanto l’espressione di chi è evaso ma di chi non ha mai neppure immaginato l’esistenza di un imprigionamento – tenderei a immaginare che forse a rischiare un eventuale ingabbiamento sia non l’animale ma “l’umano” che osserva la copertina.</p>
<p><strong>Ci puoi parlare in generale della collana, del catalogo  e della sua organizzazione? Siete stati tu e Voltolini, come direttori della collana, a coinvolgere gli autori invitandoli a scrivere racconti ‘zoomorfi’ o viceversa? E con quali criteri avete operato la selezione? Puoi passare in rassegna i libri usciti finora indicandone le diverse soluzioni espressive, le scelte stilistiche di ciascuno?</strong></p>
<p>Dario e io contattiamo gli scrittori dei quali ci piacerebbe leggere un racconto animale, che poi sono gli scrittori che in generale ci piace leggere tout court, quelli che ci sembrano essere gli interpreti più intensi della narrativa italiana contemporanea. Da quando la collana esiste accade anche che ci siano autori che ci contattano proponendoci un testo. In quel caso, secondo normalissima prassi editoriale, leggiamo, ragioniamo e rispondiamo, a volte anche chiarendo che Zoo non è una collana di esordi; semmai è il luogo verso il quale scrittori che stanno già seguendo un loro percorso compiono un movimento laterale, una specie di vacanza ferina.</p>
<p>Per quanto riguarda i titoli fin qui pubblicati, e segnalando di volta in volta il carattere che ci ha impressionato nei vari racconti, si parte dal senso di struggimento irreparabile suscitato dal <em>Discorso fatto agli uomini della specie impermanente dei cammelli polari</em> di Giuseppe Genna, si prosegue con la narrazione stilisticamente aerea e lucidissima di Davide Enia in <em>Mio padre non ha mai avuto un cane</em>, si passa per l’ossessività percussiva di Mario Giorgi in <em>Alter E (Un fagiano)</em>, per la claustrofilia straniante di <em>La stanza degli animali</em> di Giulio Mozzi e per il disincanto metropolitano che connota <em>Fine della violenza</em> di Nicola Lagioia; da qui arriviamo alle ultime due uscite: <em>Il grande cacciatore</em> di Carlo D’Amicis, ovvero le vicende di un cane saggio immerso in un mondo di umani dissennati, e <em>Gatta Gatta</em> di Matteo B. Bianchi, il racconto lievissimo di una donna, del suo disorientamento e di una leonessa che apparendo risolve.</p>
<p><strong>Perché le donne non compaiono in questo tipo di racconti (né come scrittrici e nemmeno tra i personaggi, tranne qualche eccezione?). Non sono forse colpite dai conflittuali rapporti padre-figlio, dagli interrogativi sull’identità e sul rapporto con l’‘altro’?</strong></p>
<p>La questione relativa all’assenza delle donne tra gli autori dei primi titoli è del tutto accidentale, determinata dai tempi di lavorazione e consegna dei testi, ed enfatizzarla significa presumere una specie di misoginia costitutiva intrinseca al progetto, cosa che non avrebbe nessun senso. Sono in arrivo i testi di Michela Murgia, di Evelina Santangelo e di Chiara Valerio, così come, più in là, di Laura Pariani ed Emma Dante. Se poi la questione si sposta sul narrativo, sulla materia dei racconti, non mi pare che il femminile sia assente (compare in forma esplicite, come la Rosa di <em>Gatta Gatta</em>, e in altre più defilate), ma soprattutto non penso sia utile in sé osservare la letteratura in una prospettiva di genere, cercando di individuare le occorrenze di tutto ciò che con Carlo Dossi potremmo chiamare “la desinenza in A”; l’immaginazione letteraria è uno spazio al contempo transgender ed extragender, l’occasione per riconfigurare le percezioni di genere, per sabotarle e reinventarle. Costringere il proprio sguardo a logiche da partita doppia in cui al posto delle entrate e delle uscite si rubrica la frequenza del maschile e del femminile credo conduca a comprimere l’esperienza letteraria.</p>
<p><strong>La domanda è d&#8217;obbligo: come ha reagito il mercato al lancio di questi particolari prodotti editoriali? E infine, che rapporto hai, come scrittore, con l’universo della natura e degli animali? Pensando alle prime pagine del tuo <em>Tempo materiale</em> si potrebbe pensare a un Tozzi del nuovo millennio.</strong></p>
<p>Ha reagito con attenzione, nel senso che abbiamo ricevuto un buon riscontro d’interesse e di critica e la sensazione generale è che ci sia aspettativa e disponibilità nei confronti delle proposte che arrivano dalla collana.</p>
<p>Nei confronti degli animali ho una curiosità infantile che cerco di travestire, anche attraverso la scrittura, con abiti adulti, senza però mai riuscire a nasconderne del tutto la radice originaria, che è appunto infantile e nervosa, un senso di attrazione nei confronti della loro esistenza corporea, della loro oscillazione tra mondi diversi (nel senso che nella mia percezione ci sono animali, per esempio alcuni rettili, che sono sia animali sia piante, così come non riesco a guardare un bue senza pensare di stare osservando una fabbrica neurovegetativa fatta di muscoli organi e tessuti).</p>
<p>Vorrei chiarire che non si tratta di un generico incanto nei confronti del cosiddetto regno animale, tanto meno di un’ammirazione commossa da National Geographic: quello di cui mi sono reso conto nel corso del tempo – e in questo senso la scrittura è stato un utilissimo agente di consapevolezza – è che gli animali sono, dentro la mia testa, formazioni intrapsichiche arcaiche, cose, zone, frammenti fossili e discorsi futuri ma più probabilmente sedimenti extratemporali. Gli animali sono dove la vulnerabilità appare invulnerabile e, viceversa, l’invulnerabilità, l’impossibilità della morte (l’animale, anche nelle condizioni di pericolo più estremo, non pensa la morte), si rivela in tutta la sua traumatica fragilità. Dunque sono nuclei irrisolvibili e l’immaginazione letteraria ha fame di questo nutrimento.</p>
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		<title>Un punto di domanda sullo stato delle cose in Italia inaugura la nuova collana di critica letteraria edita da :duepunti edizioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 14:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[GIANCARLO ALFANO • ANDREA CORTELLESSA • DAVIDE DALMAS MATTEO DI GESÙ • STEFANO JOSSA • DOMENICO SCARPA DOVE SIAMO? NUOVE POSIZIONI DELLA CRITICA Dove siamo?, un punto di domanda inaugura Posizioni, la nuova collana di critica letteraria di :duepunti edizioni. Non un nuovo intervento pubblico sul «senso della critica» o sulla sua «attualità», ma un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/dove-siamo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-38250" title="dove siamo?" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/dove-siamo-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/dove-siamo-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/dove-siamo.jpg 379w" sizes="auto, (max-width: 203px) 100vw, 203px" /></a>GIANCARLO ALFANO • ANDREA CORTELLESSA • DAVIDE DALMAS<br />
MATTEO DI GESÙ • STEFANO JOSSA • DOMENICO SCARPA<br />
<em>DOVE SIAMO? </em><br />
NUOVE POSIZIONI DELLA CRITICA</p>
<p style="text-align: justify;">Dove siamo?, un punto di domanda inaugura <em>Posizioni</em>, la nuova collana di critica letteraria di :duepunti edizioni. Non un nuovo intervento pubblico sul «senso della critica» o sulla sua «attualità», ma un ragionamento plurale e – al tempo stesso – primo esito, programmatico e dichiarativo, di un progetto culturale, che vorrebbe essere, nel suo farsi, anche una presa di posizione rispetto allo stato delle cose in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’Unità d’Italia, nel consolidamento della lingua nazionale e nella formazione dei cittadini italiani, gli intellettuali hanno avuto a vario titolo un grande peso, che a distanza di centocinquanta anni ci appare più che evidente.<br />
L’importanza del ruolo della classe intellettuale è una questione che di continuo fa i conti con i mutamenti sociali in atto, si mette in crisi per riformularsi: per guardare soltanto all’ultimo dopoguerra, si pensi alla determinante rappresentanza intellettuale nella Costituente, al Gruppo ’63 e al ’68, alla querelle su “coraggio e viltà” divampata sui giornali nel ’77.</p>
<p><span id="more-38248"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni zero del 2000, appena trascorsi, hanno fatto i conti con delle trasformazioni sociali il cui portato non è ancora chiaro. Di certo il precariato intellettuale e le difficoltà di un lento ricambio generazionale pesano sul nostro futuro prossimo. Dove siamo?, come l’intera collana che ne svilupperà gli intenti, vuole identificare le coordinate del problema – in chiave storica, sociale e metodologica – e riaffermare la funzione della critica, immaginarne gli orizzonti e metterne a punto gli strumenti.</p>
<p style="text-align: justify;">GLI AUTORI<br />
Gli autori di questo libro sono la nuova generazione della critica in Italia: studiosi, critici letterari, traduttori e insegnanti, dalle pagine dei loro libri, attraverso le collaborazioni con giornali e riviste, dalla rete agli incontri pubblici, contribuiscono attivamente a tenere alta l’attenzione sulle vecchie e nuove implicazioni culturali e civili del ruolo e del lavoro dell’intellettuale. Con questo volume mettono a confronto le loro diverse ‘posizioni’ e inaugurano un nuovo modo di ripensare il lavoro critico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://http://www.duepuntiedizioni.it/anticipazioni/">www.duepuntiedizioni.it </a></p>
<p style="text-align: justify;">info@duepuntiedizioni.it</p>
<p><!--more--></p>
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		<title>Scrittori alfabeti mappe e storie avventurose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Sep 2010 14:35:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Palermo, 28  29 30 settembre 2010 Scrittori alfabeti mappe e storie avventurose a proposito di editoria critica e precariato intellettuale Navigando a vista, tra polemiche, appiattimento e proposte, cerchiamo di tracciare un modello nuovo per l’editoria italiana, che sappia riconoscere il valore della bibliodiversità, del consumo critico (e intransigente) delle lettere, del lavoro degli indipendenti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/2010_Scrittorialfabeti_film-web2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-36764" title="2010_Scrittorialfabeti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/2010_Scrittorialfabeti_film-web2-150x300.jpg" alt="" width="150" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/2010_Scrittorialfabeti_film-web2-150x300.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/2010_Scrittorialfabeti_film-web2.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>Palermo, 28  29 30 settembre 2010</p>
<p><strong>Scrittori alfabeti mappe e storie avventurose</strong></p>
<p>a proposito di editoria critica e precariato intellettuale</p>
<p><em>Navigando a vista, tra polemiche, appiattimento e proposte, cerchiamo di tracciare un modello nuovo per l’editoria italiana, che sappia riconoscere il valore della bibliodiversità, del consumo critico (e intransigente) delle lettere, del lavoro degli indipendenti (editori e librai).</em></p>
<p>Incontri Proiezioni Discussioni</p>
<p><strong>*martedì</strong> | 28/09/2010 | h. 20,30</p>
<p><span style="color: #800000;"><em>Italia al bivio</em> |Presentazione della rivista «Alfabeta2»</span></p>
<p>discussione tra Andrea Cortellessa, Gianfranco Marrone e Matteo Di Gesù &#8211; modera Titti De Simone</p>
<p>N’Zocché, associazione culturale (via Ettore Ximenes, 95, Palermo)</p>
<p><strong>*mercoledì</strong> 29/09/2010 | h 20,00 (contributo 3 € a persona)</p>
<p><span style="color: #800000;"><em>Senza scrittori</em> | proiezione del film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi </span>(Rai Cinema, 2010)</p>
<p>Andrea Cortellessa discute con Beatrice Agnello, Giancarlo Alfano, Davide Dalmas, Domenico Scarpa e Matteo Di Gesù</p>
<p>Cinema Rouge et Noir (piazza Verdi, 82, Palermo | tel. 091 324651)</p>
<p><strong>*giovedì</strong> 30/09/2010 | h 18,30</p>
<p><em>Scritture e luoghi della critica letteraria</em> |due presentazioni incrociate: <span style="color: #800000;">Giancarlo Alfano, <em>Paesaggi, mappe, tracciati</em>, Liguori</span> e Domenico Scarpa, <span style="color: #800000;"><em>Storie avventurose di libri necessari</em>, Gaffi Ed.</span></p>
<p>Giancarlo Alfano, Domenico Scarpa &#8211; modera Salvo Spiteri con Fabrizio Piazza</p>
<p>Libreria Modusvivendi (via Quintino Sella, 79, Palermo | tel. 091 323493)</p>
<p>Organizzazione: <em>N’Zocché, associazione culturale</em> via Ettore Ximenes 95 &#8211; nzocchee@gmail.com | <em>Gli Amici di Oblomov</em>, <em>associazione culturale</em>, blogomov.blogspot.com | <em>Libreria Modusvivendi</em>, via Quintino Sella 79 &#8211; tel. 091323493, info@modusvivendi.pa.it e <em>:duepunti edizioni</em> via Siracusa 35 &#8211;  tel. 091 73 00553, info@duepuntiedizioni.it.it</p>
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		<title>Dove Siamo? Le istituzioni della Letteratura in Italia, oggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 17:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[:duepunti edizioni promuove il convegno «Dove siamo? Le istituzioni della Letteratura in Italia, oggi» organizzato dall’Università degli Studi di Palermo, il Dottorato di ricerca in Italianistica e il Dipartimento di Scienze filologiche e linguistiche, che si terrà lunedì 19 aprile (h. 15.00) presso la Sala Magna del Palazzo Steri a Palermo. Al convegno, curato da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/locandina_dove_siamo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-32924" title="locandina_dove_siamo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/locandina_dove_siamo-150x300.jpg" alt="" width="150" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/locandina_dove_siamo-150x300.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/locandina_dove_siamo-512x1024.jpg 512w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/locandina_dove_siamo.jpg 842w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></strong></p>
<p><strong>:duepunti edizioni</strong> promuove il convegno «Dove siamo? Le istituzioni della Letteratura in Italia, oggi» organizzato dall’Università degli Studi di Palermo, il Dottorato di ricerca in Italianistica e il Dipartimento di Scienze filologiche e linguistiche, che si terrà <strong>lunedì 19 aprile</strong> (h. <strong>15.00</strong>) presso la Sala Magna del <strong>Palazzo Steri</strong> a <strong>Palermo</strong>.</p>
<p>Al convegno, curato da Matteo Di Gesù, prenderanno parte critici e docenti di italianistica, la maggior parte dei quali – e non è un caso – nata dopo il 1968: <strong>Giancarlo Alfano</strong>, <strong>Andrea Cortellessa</strong>, <strong>Davide Dalmas</strong>, <strong>Stefano Jossa</strong> e <strong>Domenico Scarpa</strong>, coordinati da <strong>Michela Sacco Messineo</strong>. Una nuova generazione di studiosi si confronta in vista di un necessario riesame dello statuto epistemologico della materia tra critica, insegnamento e società.</p>
<p>A margine del convegno il gruppo di studio si riunirà presso la sede di :duepunti edizioni per costituirsi come comitato scientifico di una nuova collana che, prendendo le mosse dai temi stessi del convegno, si propone di definire un approccio innovativo allo studio della letteratura italiana e alla critica letteraria.</p>
<p>gli interventi:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giancarlo Alfano</strong> (Seconda Università di Napoli) &#8211; <em>Come si trasmette un’invenzione</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Andrea Cortellessa</strong> (Università Roma Tre) &#8211; <em>Intellettuali, Anni zero</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Davide Dalmas</strong> (Università di Torino) &#8211; <em>La letteratura colpisce ancora? Tra storia culturale e scienza delle opere</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Matteo Di Gesù</strong> (Università degli Studi di Palermo) &#8211; <em>L’affidabilità di un marchio garantito: «Letteratura italiana». </em>Since<em> 1870 </em>(<em>se non prima</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Stefano Jossa (Royal Halloway University of London) &#8211; <em>Ritorno all’ozio? La comunità letteraria tra retorica e prass</em>.<em>i</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Domenico Scarpa</strong> (Pisa) &#8211; <em>Il plusvalore di un libro ben fatto</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Coordina <strong>Michela Sacco Messineo</strong> (Università degli Studi di Palermo).</p>
<p style="text-align: right;">press@duepuntiedizioni.it</p>
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		<title>ALFRED JARRY, I PEDONI INVESTITORI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 08:59:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[:duepunti edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[alfred jarry]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Paul]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alfred Jarry I PEDONI INVESTITORI (pp. 37-38) L&#8217;opinione pubblica si è commossa in occasione della corsa automobilistica Parigi-Berlino39, per l&#8217;incidente che segue: in una delle città neutralizzate, un bambino di dieci anni ha inteso attraversare la strada al sopraggiungere di un veicolo che procedeva alla velocità piuttosto moderata di dodici chilometri all&#8217;ora, rimanendo ucciso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alfred Jarry</strong></p>
<p>I PEDONI INVESTITORI (pp. 37-38)</p>
<p>L&#8217;opinione pubblica si è commossa in occasione della corsa automobilistica Parigi-Berlino39, per l&#8217;incidente che segue: in una delle città neutralizzate, un bambino di dieci anni ha inteso attraversare la strada al sopraggiungere di un veicolo che procedeva alla velocità piuttosto moderata di dodici chilometri all&#8217;ora, rimanendo ucciso sul colpo.<br />
Si tratta, a nostro avviso, di una cosa eccellente, per le ragioni che ora esporremo. I turisti in bicicletta o in biciclo, nell&#8217;anno 1888 o 1889, erano insultati in lingua abbaiata, morsi e incitati alla caduta, finché i cani, come oggi possiamo constatare, non presero l&#8217;abitudine di scansarsi, come al passaggio di una vettura, così anche di fronte al nuovo apparecchio locomotore. Completata l&#8217;educazione canina, i frustini e gli altri strumenti destinati in quei tempi remoti alla difesa del ciclista hanno potuto aggiungersi agli smonta-pneumatici dell&#8217;età della pietra.<span id="more-18608"></span><br />
L&#8217;essere umano adulto ha poi imparato, benché con maggiore lentezza rispetto al suo compagno quadrupede, a lasciar passare il rapido veicolo. L&#8217;uomo a piedi non si ammassa più sulle piste ciclabili, mentre vi si riscontra ancora piuttosto comunemente la presenza dell&#8217;orso, nei pressi delle roulotte dei nomadi, e una volta vi incontrammo perfino, a dispetto dei regolamenti, un cavallo sormontato da un ufficiale francese.<br />
L&#8217;essere umano in giovane età, il bambino, poiché bisogna chiamare le cose con il loro nome, si esercita al coraggio delle guerre future attraversando la strada, per bravata, davanti a cicli e automobili. Osserviamo che, seguendo l&#8217;esempio di certe popolazioni selvagge, che manifestano il loro valore mostrando il didietro al nemico, benché abitualmente non sia esercitata troppo vicino al nemico, il bambino si diverte a correre questo rischio soltanto quando il pericolo è ancora distante, cioè quando il veicolo non sopraggiunge troppo rapidamente.<br />
L&#8217;incidente della Parigi-Berlino è accaduto logicamente, a causa dell&#8217;assurda idea di &#8220;neutralizzare&#8221; le città. È anzi un fatto straordinario che un solo bambino, e non diecimila persone che hanno raggiunto da tempo quella che si conviene di chiamare età della ragione, non abbiano sgambettato davanti ai corridori che avessero dato loro il tempo di farlo. Per altri versi, si osserverà che nessuna collisione si è prodotta sulla strada, percorsa alla velocità di circa cento chilometri all&#8217;ora.<br />
Aggiungiamo, per giustificare il nostro titolo, che il pedone corre un rischio minore rispetto al ciclista o al guidatore: si espone a una semplice caduta dalla sua propria altezza e non alla proiezione da un veloce apparecchio, né alla rottura di questo stesso prezioso apparecchio.<br />
Quindi, fino al giorno in cui la follia che consiste nel lasciar circolare la gente a piedi senza autorizzazione, targa, freno, campanello, tromba e fanale non sarà finita, dovremo sconfiggere questo pericolo pubblico: il pedone investitore.</p>
<p>CONCLUSIONE DEL «PEDONE INVESTITORE» (pp. 39-40)</p>
<p>Un regolamento è in corso di elaborazione al fine di dare un freno al pedone investitore. Nell&#8217;intento di documentarci più ampiamente sull&#8217;argomento, ci siamo esposti alla sua ferocia, montando un eteromobile.<br />
Il pedone, osservato in tenera età, si è conformato da ogni punto di vista, quanto al suo modo di procedere, alla descrizione che ne abbiamo dato.<br />
Concluso l&#8217;esperimento, poiché non avevamo più bisogno di lui, l&#8217;umanità ci ha investito del dovere di metterlo fuori uso.<br />
Ecco, crediamo, qualche prescrizione del futuro regolamento già in vigore in diversi comuni (l&#8217;articolo quarto è applicato universalmente):</p>
<p><em>Articolo primo</em></p>
<p>Il permesso di circolazione del pedone potrà essere richiesto esclusivamente dai minori: bambini, donne e uomini che non abbiano ancora svolto il servizio militare.<br />
È noto che quest&#8217;ultimo sia stato istituito principalmente per inculcare nell&#8217;uomo i primi rudimenti dell&#8217;andare a piedi.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Articolo secondo</em></p>
<p>Il pedone che abbia l&#8217;età richiesta o sia munito di regolare autorizzazione, provvisto dei regolamentari apparecchi di segnalazione sarà (ispirandosi alla legge che in Inghilterra regola la circolazione delle vetture prive di cavalli) preceduto, alla distanza di cinquanta passi, da un agente del Genio Civile, giurato, che agiterà una bandiera o un fanale rosso, e seguito, alla stessa distanza, da un agente di ronda che agiterà a sua volta freneticamente una bandiera o un fanale verde.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Articolo terzo</em></p>
<p>Il pedone in tenera età, per via del legittimo sospetto che sia propenso a velocità esagerate, sarà ammesso sulle strade, stanti le condizioni suddette, soltanto se tenuto al guinzaglio.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Articolo quarto</em></p>
<p>Una sola bandiera collettiva sarà sufficiente per i pedoni intruppati; tuttavia, poiché è necessario che la pubblica sicurezza non sia compromessa da una tolleranza tanto ampia, la truppa in questione dovrà essere preceduta da una musica rumorosa a sufficienza da essere udibile alla distanza di cinquecento metri: ciascun individuo, inoltre, dovrà essere munito di un segnalatore a detonazione.</p>
<p><strong>nota editoriale:</strong></p>
<p>I PEDONI INVESTITORI</p>
<p><em>Les Piétons écraseurs</em>, «La Revue blanche», 195, 15 luglio 1901, p. 467.</p>
<p>39. La corsa automobilistica Parigi-Berlino (27 giugno 1901) ebbe un ruolo importante nella politica di distensione tra Francia e Germania: per questo motivo Jarry allude alla &#8220;neutralizzazione&#8221; delle città. Le polemiche provocate dall&#8217;incidente evocato da Jarry, fatale per un bambino che assisteva alla competizione, e dai numerosi altri che funestarono la Parigi-Madrid del 1903, condurranno alla radicale revisione dei regolamenti delle corse automobilistiche.</p>
<p>CONCLUSIONE DEL «PEDONE INVESTITORE»</p>
<p><em>Conclusion du «Piéton écraseur»</em>, «La Revue blanche», 202, 1° novembre 1901, p. 384.</p>
<p><strong>Estratti da:</strong></p>
<p>ALFRED JARRY, <a href="http://www.ibs.it/code/9788889987094/jarry-alfred/scritti-patafisici-macchina.html"><em>Scritti </em>&#8216;<em>patafisici. La macchina, il tempo e altri epifenomeni</em></a></p>
<p>a cura di :duepunti<br />
trad. it. di Elena Paul</p>
<p>© 2009 :duepunti edizioni &#8211; Palermo<br />
Tutti i diritti riservati</p>
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