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	<title>Ecfrasi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Prese su Rembrandt</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jul 2014 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Clotilde Bertoni]]></category>
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		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Ratto di Proserpina]]></category>
		<category><![CDATA[Rembrandt van Rijn]]></category>
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					<description><![CDATA[ [Questo testo è contenuto in Nell&#8217;occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all&#8217;immagine, a cura di Clotilde Bertoni, Massimo Fusillo, Gianluigi Simonetti e con postfazione di Stefano Chiodi. Il volume, appena uscito per Donzelli, è costituito da ventisette immagini lette da: Roberto Andò, Franco Buffoni Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Elio De Capitani, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/nellocchio.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-48381" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/nellocchio.jpg" alt="nell'occhio" width="96" height="127" /></a> [Questo testo è contenuto in </em>Nell&#8217;occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all&#8217;immagine,<em> a cura di <strong>Clotilde Bertoni</strong>, <strong>Massimo Fusillo</strong>, <strong>Gianluigi Simonetti</strong> e con postfazione di Stefano Chiodi. Il volume, appena uscito per Donzelli, è costituito da ventisette immagini lette da: Roberto Andò, Franco Buffoni Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Elio De Capitani, Giorgio Fontana, Gabriele Frasca, Nadia Fusini, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Valerio Magrelli, Guido Mazzoni, Enzo Moscato, Tommaso Pincio, Vincenzo Pirrotta, Laura Pugno, ricci/forte, Alessandra Sarchi, Walter Siti, Domenico Starnone, Federico Tiezzi, Emanuele Trevi.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>L’unica cosa certa è il color del cielo</em>. <span id="more-48380"></span><br />
La faccenda del colore del cielo andrebbe risolta subito, in modo pragmatico e sportivo, perché è evidente che il cielo sempre è colorato e che anche questo pezzo di cielo ha il suo colore, un colore ben pittorico, tutto d’artificio, ma realmente e materialmente accudito, coltivato, e spalmato su tela da Rembrandt Harmenszoon van Rijin per un certo numero di giorni alcuni secoli fa. E dirimere quel colore, nel suo pulsante aleggiare, è un grave, difficoltoso passo: è un blu, certo, semmai un azzurro, comunque un avvallamento cromatico in cui appaiono e dispaiono, sopravanzandosi per poi affondare, dei moti di blu cadetto, di blu reale, di cobalto, di blu ceruleo, d’azzurro sporco, forse dell’indaco elettrico, fremiti di celeste opaco, aspro, ma nulla è meno sicuro, unanime, archiviabile di quel colore: se ne è perso irrimediabilmente il campione.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Ratto-di-Proserpina.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-48382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Ratto-di-Proserpina.jpg" alt="Ratto di Proserpina" width="554" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Ratto-di-Proserpina.jpg 554w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Ratto-di-Proserpina-277x300.jpg 277w" sizes="(max-width: 554px) 100vw, 554px" /></a></p>
<p><em>La scappatoia celeste.</em><br />
Bisogna poggiare ogni speranza su questa zona irrorata benignamente. Questo lo si capisce subito, in mezzo a tanto spavento, al grosso disastro di sotto, è sopra, nell’area buona, che bisogna posare lo sguardo, anzi lo sguardo è riposato grazie alla zona, è lì che spontaneamente posa, si carica e rinvigorisce, come sfuggito ad una trappola, ad uno spreco energetico inaudito. Nessuno spettatore vuole impegnarsi sulla scena terrestre, con quel moto sghembo e sinuoso di salita diagonale di figure umane, e precipizio animale verso il vertice basso e destro. L’esplosione, con il suo calice nero fumo, non può colmare l’immagine: qualcosa dall’interno resiste, una zona liberata, sgombra, perfettamente pulita, riparata, intonsa. Una via di fuga: radura non per atterrare, ma per districarsi da terra, prendere slancio, sorvolare. Punto di fuga, ma anche d’ancoraggio, mozzo di ogni organo rotante: l’asse fermo intorno a cui la ruota dell’universo gira, si sfrangia, disgrega nello sfumato. (Dentro il semicerchio, azzurramente, tutto è calmo, e assodato, anche se per interna dislocazione, per circuito continuo di particelle finissime. C’è un vibrato intrinseco a quello spalancamento, un vibrato sottile, sfuggente, appena percepibile, che nell’insieme mostra una compatta trasparenza, una liquidità ariosa, e fa diversione al rovinoso svolgimento che gli è sotteso.)</p>
<p><em>Il primo punto è la dichiarazione dell’azzurro.</em> <br />
Come si debba, in quale circostanza, per quali vie retoriche, da quali gole, dentro quali aule sterilizzate, scientificamente in attrezzo, con spettroscopio fungibile, dichiarare il lembo, il manufatto, il quid dell’azzurro, nel suo intimo vibrare in fermezza e liberazione. Fin da subito, è ciò che salta negli occhi: la lucentezza torva dell’azzurro, quel cobalto-turchino, quel celeste strano, felice ma gelido, tagliente ed elastico. Questo schermo irradiante, incorniciato dal buio forestale, dalle fronde svettanti di una quercia, è sotto gli occhi di tutti: bisogna verbalizzarlo, metterlo nell’armatura logica della proposizione sensata, placando l’inquietudine cognitiva, lo scetticismo scozzese. Il vedente sia spinto senza ambagi alla dichiarazione: <em>blue now!</em> O a qualcosa di altrettanto atomico, protocollare, pianamente fenomenologico. Da qui, da questa piatta enormità, da questo elementare approdo al colore, alla sua tessitura, composizione, densità, accelerazione, da questo semplice paravento di evidenze pittoriche dovrà procedere tutto: risalendo poi, oltre lo svolgimento della pittura olandese protestante e repubblicana, fino ai grandi schemi statistici, storico-sociologici, iconografici della pittura mondiale, come grande sforzo nei secoli di stemperatura, impasto, sfregamento lento e minuto di pigmenti per il conseguimento di<em> questo</em> lembo di azzurro elementare, o di blu rasserenante, a intervallare i grandi e convulsi movimenti dell’umanità, tra le porpore guerresche e gli ori dei trionfi. L’occasionale testimone, passato per questa sala della Gemäldegalerie, non del tutto ignaro dell’opera di Rembrandt, qui verrà comunque irretito: sbattendo palpebre, strabuzzando occhi, meditando senza costrutto, lui pure, per primo, si sentirà spinto a dare dichiarazione del colore, di quel colore atonale, zona-cuscinetto, pace residua ma inestirpabile. Anche lui vorrà sciogliere lo stregamento retinico: e con formula dichiarativa, ossia adamitica e perenne, dettagliare famiglia materia e anima del colore acquamarina torbida, confinante cobalto, o fosco-azzurro, psicotico-celeste, della indistruttibile salvezza.</p>
<p><em>Ma quel lembo di cielo</em>, l’1/3 di quiete celeste in un 2/3 di cupo scatenamento terreno, non è semplicemente un disequilibrio, un’oasi che sorvoli il nerume tragico della storia, non è la pura antitesi che infilza la spada dell’eternità dentro il corpo disgregato del consesso umano, in via di spopolamento ed estinzione per la lupesca, universale, reciproca razzia; quell’azzurro è solo la parte alta, il viso, l’espressione benigna e ipocrita di quel più generale mostro, di cui la scena del rapimento, con la panoplia di donzelle al seguito e di eroina dominata dal predatore, non è che l’ala buia e fetida. Questo è il sospetto dopo una più globale raccolta d’indizi: mettendosi a distanza, cercando di trarre dal confuso insieme di masse un’articolazione interna e necessaria, una meccanica solidale che sovraintenda al tutto. Il tronco di cono dell’umana miseria, appena travestita da fantocci pagani, da mitologie ormai fumettistiche, s’innalza progressivamente, ampliando nel contempo la sua base boschiva e ferina, di querce, cocchieri e cavalli pazzi, e impilando vittime e rapitori grazie al risucchio dell’oblò-cobalto, all’occhio calmo del ciclone, al vuoto magnetico che tira dall’alto, e l’ascesa è litigiosa, con carnefici che strappano al mondo fragili corpi da violare, in un gioco di massacro costante, rotatorio e verticale  .</p>
<p><em>Siamo qui riuniti, siamo tutti, siamo quasi al completo</em>, un gran buon numero, siamo solidamente assisi, non solo intenditori, siamo nel consesso, strettamente integrati e uniti, con uno splendido sforzo intellettuale, siamo in una dimensione intelligente, ognuno elettivamente affine all’altro, siamo qui non per vederlo, o per dichiarare il lembo dell’1/3, se sia cromaticamente grigiazzurro o blu snervato, come uno spettatore fuori scena, un passante sorpreso dal temporale della pittura olandese. Noi siamo assembleari, saldi nella nostra fredda visione, ogni nostro minuto è un tempo non di vita, di passiva vita animale, ma di attiva deliberazione, noi deliberatamente ci attiviamo, siamo qui nell’intendimento del quadro, globalmente incluso nel nostro intelligere, siamo professori, non da ieri e non da oggi, siamo in tanti, ben collegati, i dipartimenti permettono la circolazione fluida, i saperi sono i nostri, integrati e duttili, affinché si possa fare il salto, lo faremo assieme, stringendoci, afferrati per le mani, le braccia sulle altrui spalle, come in preparazione di una mischia nel gioco della palla ovale, noi dallo spirito allenato, muscolare, dobbiamo non fallire, quello che si vede nel quadro è anche quello che ci blocca, che tenta di rallentarci, è l’ipnotismo di Rembrandt, tutto un cinico e suadente maneggio di figure, a partire dal movimento trainante, di estrazione e getto verso l’alto, obliquo, e dal movimento trionfale, dorato, in sfrecciamento orizzontale, tutto riflessi di cocchio, e lo smottamento dei cavalli quasi completamente intubati nella tenebra, impastati nella notte che si estende sul lato destro dalla base al vertice, e le terribili fauci vegetali, dentate, spinose, sul lato opposto, che tutto paiono reggere come un perno… Nessuno di noi è qui, pagato e formato, lungamente tratto alla più rara intelligenza, per rimettersi a questo, per chinare il capo, tutti assorbiti, invasi dal raggio pittorico. Al contrario, forti della nostra assemblea, agitando le braccia solennemente, noi aboliamo la pittura: cominciamo solennemente a dirlo: il nostro discorso intendente, intenditore, la nostra perizia, è tutto quanto resta, la quintessenza, il cristallo verbale e grafico, della pittura, è del combusto che si tratta, di quanto è stato abolito, abbruciato, negato dalla fiamma vivida della nostra professorale ostinazione: la pittura-residuo, il mucchietto fragile di cenere, e la nostra glossa che lo circonda e innalza.</p>
<p><em>Bisognerebbe verbalizzare infine l’episodio</em>, quello storico-giornalistico, l’<em>affaire</em> Proserpina: semplificando tutto, cavando fuori dalle valve umide e fuligginose del paesaggio, da questa sorta di antro-radura, il bandolo criminale: lo stupratore e la vittima, estrapolando dalla scena stregata, maledicente in sussurri boschivi, il fior-fiore dell’azione umana, isolato infine con occhio vescovile, sociologico, il parapiglia miserabile dei personaggi, desolidarizzato il mucchio, frazionata la mischia: il bruto, ammascellato e baffo-barbuto, virilmente ottuso, ostinato nella sua fissa libidica, inflessibile nella presa, vene gonfie del braccio, lo sguardo giaguarescamente vuoto, inintelligente, puntato senza scopo verso l’alto, mentre è sotto, in discendimento che dovrebbe mirare, questo dio-mascalzone digrigna persino i denti, con un sciccoso tappeto sulle spalle, e ben saldo sul suo cocchio stile hell’s angel, con cofano sapientemente lavorato ultimo grido: qui è il locomotore, la sua carrozzeria rutilante, con il muso terrifico, a disperare anche lo spettatore più intraprendente. Non sono i cavalli schizoidi, non è la bestialità del baffone a determinare la paralisi, l’assoluto abbandono di ogni residua rivolta morale, è proprio il muso leonino, azzannante, della biga a neutralizzare il possibile ricorso umanitario. Ma non per loro, non per lei, che completamente pallida, già resa morta di rabbia e paura, gli arpiona una guancia, ficcando fin dove può (all’osso) le unghie, mentre l’altra mano preme per ottenere spinta uguale e contraria, e nella sua veste infitte, come cascatrici rodate, le damigelle al traino, con un volto paffuto e serioso di bambine, <em>stuntwomen</em> determinate e implacabili, che Plutone ritroverà fracassate fin nell’ultimo cerchio dell’Ade.</p>
<p><em>Ma è sulla verticale sinistra, che tutto si gioca</em>: fuori dal melodramma e dalla cortina fumogena. Al suolo, un semicerchio vegetale, conciso, risponde all’ampio, alto, semicerchio celeste: non più sollievo, stavolta, ma enigma, di questa mezzaluna che rischiara, dal basso, dalla terra, e lo strisciare attorto dei cardi  e le anonime fogliacce carnose, come un’escrescenza anomala, prima di trapassare nel docile prato, costituito da pianticelle, steli, fiorellini minuti. Questa comparsa muta, di margine, richiederebbe tutto l’indugio, la magnanimità proustiana, affinché sia innalzata alla più nitida, scintillante, figurazione: tale da gettare ombra sull’intero resto, oblio sugli affari umani, squallidi e roboanti, sugli dei e i loro templi, sugli archi traiani e i droni della General Atomics.<br />
*</p>
<p>Rembrandt, <em>Ratto di Proserpina</em>, 1631</p>
<p>*</p>
<p>NOTE</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>EDOARDO SANGUINETI Mauritshuis [agosto 1986]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Mar 2012 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Detto del gatto lupesco]]></category>
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					<description><![CDATA["<em>C’è un gusto di non finito. Continua… Come non cominciano: cominciano tutte con la minuscola. I due punti, le parentesi e le virgole sono i tre strumenti più semplici con cui si può organizzare un testo.</em>"<br /><br />1.<br />
<em>Jan Sanders van Hemessen</em><br /><br />
 quella ragazza, tenera ma atletica, che mi schizza e mi spruzza, sputandomi gli<br />
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>C&#8217;è un gusto di non finito. Continua&#8230; Come non cominciano: cominciano tutte con la minuscola. I due punti, le parentesi e le virgole sono i tre strumenti più semplici con cui si può organizzare un testo. All&#8217;inizio, con <strong>Laborintus</strong>, non avevo usato affatto punteggiatura: avevo lasciato il lettore completamente libero. Anche questo mi sembra appartenere fortemente alla modernità. La parentesi, anche, ha qualcosa di vicino a questo: il discorso è carico di innesti, cresce attraverso delle sorte di microtumori, che si innestano su un discorso ancora elementare, semplice. E&#8217; un controcanto.</em></p></blockquote>
<p align="right"><small><strong>Edoardo Sanguineti</strong><br />
Intervista di <em>Maria Serena Palieri</em><br />
⇨ <a href="http://82.85.28.102/cgi-bin/showfile.pl?file=golpdf/uni_2002_11.pdf/22CUL27A.PDF" target="_blank">L&#8217;UNITA&#8217; – 22/11/2002</a></small></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/ECFRASI2.png" alt="" title="ECFRASI2" width="355" height="142" class="alignright size-full wp-image-41963" style="float:right; margin:5px 0px 0px 20px;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/ECFRASI2.png 355w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/ECFRASI2-300x120.png 300w" sizes="(max-width: 355px) 100vw, 355px" /><strong>Mauritshuis</strong>, <em>settetto</em>, o <em>settimino</em> di brevi <em>ecfrasi</em> di alcuni capolavori fiamminghi ospitati dall’omonimo museo, che si trova al’Aja in Olanda, visitato da Sanguineti nell’86, è un ironico viaggio pellegrinaggio lirico. Possiamo immaginare l&#8217;ilare viso del poeta, l’occhio ampio, il sorriso <em>gattolupesco</em>  vagare per le sale spigolando dai quadri particolari curiosi, imbastendo gustose fantasticherie e illazioni sui loro protagonisti, sugli oggetti e sui paesaggi, dipinti nei minimi particolari, in punta di sottilissimi pennelli di martore e tassi, nella luce dei loro cieli nordici e cristallini. Ed eccolo allora immaginare storie, dialoghi. E quasi sempre in Sanguineti, in fondo, assistiamo al miracolo di una poesia di piccole occasioni,  di concretezza quotidiana, di nomi e cose consuete, di minimi <em>diari di viaggio</em> dal linguaggio parodistico e sottile. L’io narrante, qui, entra ed esce dai quadri come fossero <em>tableaux vivants</em> che improvvisamente tornano ad animarsi, si immedesima nei loro antichi abitatori colti nell’<em>attimo fuggente</em> di 500 anni addietro. Rende intellegibile e vivo il loro linguaggio silenzioso e remoto.<br />
Come il materializzarsi spirituale delle <em>melodie silenziose</em> nella famosa <em>ecfrasi</em> di John Keats  ”<em>Ode su un’urna greca</em>”:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>
<em>Le melodie ascoltate sono dolci, ma quelle inascoltate<br />
Sono più dolci; su, flauti lievi, continuate;<br />
Non per l&#8217;orecchio sensibile, ma, più accattivanti,<br />
Suonate per lo spirito melodie silenziose</em> [..]<br />
Vv 11.14</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
La parola, la scrittura resuscita con la particolare lietezza arguta di Sanguineti l’immagine.<br />
E se fosse  la scrittura stessa sempre inconsapevole <em>ecfrasi</em>?<br />
Come nella descrizione omerica dello scudo di Achille forgiato da Vulcano, da cui, attraverso e con il verso, sbalzano dal metallo cerchi di immagini su immagini. Figure e figurine animate. E anche, in un punto, una simile quotidianità campestre che in quadro fiammigo starebbe a pennello:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>In mezzo a tutti colla verga in pugno<br />
Sovra un solco sedea del campo il sire,<br />
Tacito e lieto della molta messe.<br />
Sotto una quercia i suoi sergenti intanto<br />
Imbandiscon la mensa, e i lombi curano<br />
D’un immolato bue, mentre le donne<br />
Intente a mescolar bianche farine,<br />
Van preparando ai mietitor la cena.</em></p>
<p>ILIADE<br />
LIBRO DECIMOTTAVO<br />
vv 774-781<br />
[ Trad. Vincenzo Monti ]</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"> ⇨ <a href="http://www.mauritshuis.nl/" target="_blank"><big><strong>Mauritshuis</strong></big></a></p>
<p align="center">da <strong>Il gatto lupesco</strong>: <strong>poesie 1982-2001</strong><br />
ed. Feltrinelli</p>
<p>&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Hemessen-Jan-van.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Hemessen-Jan-van-1024x854.jpg" alt="" title="Hemessen Jan van" width="700" height="583" class="aligncenter size-large wp-image-41940" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Hemessen-Jan-van-1024x854.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Hemessen-Jan-van-300x250.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Hemessen-Jan-van.jpg 1150w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p align="center"><small><strong>Jan Sanders van Hemessen ⇨ <a href="http://www.mauritshuis.nl/index.aspx?chapterid=2347&#038;contentID=18297&#038;CollectieZoekKunstenaarSsOtName=Achternaam&#038;CollectieZoekKunstenaarSsOv=Hemessen%&#038;KunstenaarSsOtName=Achternaam&#038;KunstenaarSsOv=Hemessen%&#038;kunstenaar=Jan%20Sanders%20van%20Hemessen&#038;naamKunstenaar=Jan%20SandersHemessen" target="_blank"><em>Allegoria: Il Musicista e la sua Musa</em></a>  [ 1550 ca. ]</strong><br />
[ <em>sotto idealizzate spoglie di sua figlia ⇨ <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Caterina_van_Hemessen" target="_blank"><strong>Catharina van Hemessen</strong></a>, pittrice, e del marito musicista <strong>Chrétien de Morien</strong></em> ]<br />
<strong>159 x 189 cm</strong></small></p>
<p><center></p>
<div style="width:300px;">
    <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-41927-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/sangui.mp3?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/sangui.mp3">http://www.suave-est-nus.org/sangui.mp3</a></audio>
</div>
<p><strong>Jan Pieterszoon Sweelinck<br />
[ Deventer 1562 &#8211; Amsterdam 1621]<br />
<em>Fantasia Chromatica</em></strong><br />
<small><strong>Glenn Gould</strong> &#8211; con leggero semi impercettibile canticchiare sporadico<br />
tocco preciso e lucente &#8211; all&#8217;amato ⇨ <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=450,height=310,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/pianochair.jpg" target="_blank" rel="nofollow"><strong>Steinway CD318&#038;sedia</strong></a> &#8211; 1959 </small></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" width="75%" cellspacing="9" cellpadding="9">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<pre><span style="font-size: 13pt; font-family: 'Times New Roman';"><em>1.
Jan Sanders van Hemessen</em>
&nbsp;
quella ragazza, tenera ma atletica, che mi schizza e mi spruzza, sputandomi gli
                                                                                                                     [alquanti
grumetti del suo latte, spremendomi il suo capezzolo sinistro, sopra la mia
                                                                                                              [flebile viola
tenore (ma che nemmeno qui, però, mi guarda), sarà una vita, a me, che mi
                                                                                                                 [perseguita
con le sue tante trecce (e con tutte quelle sue foglie, diritte lì nella sua testa,
a cresta), per toccarmi, soltanto:
                                                      e adesso ce l’ha fatta: (e mi ha interrotto,
                                                                                                                      [intanto,
questo mio povero a solo campestre): poso a terra l’archetto: e adesso è tardi:
(sarà anche bene intenzionata, quella): (ma c’è il pastore orrendo, che si agita
                                                                                                                   [nel vento,
laggiù in fondo, e mi fa, forse, una specie di segno, che
                                                                                 [mi chiama):
                                                                                                        sento il ciakciàk
delle timide gocce di quella viva cagliatina ardente: (poi, più niente di niente):
</span></pre>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/pieter-de-hooch-courtyard.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/pieter-de-hooch-courtyard.jpg" alt="" title="pieter-de-hooch-courtyard" width="658" height="750" class="aligncenter size-full wp-image-41929" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/pieter-de-hooch-courtyard.jpg 658w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/pieter-de-hooch-courtyard-263x300.jpg 263w" sizes="auto, (max-width: 658px) 100vw, 658px" /></a></p>
<p align="center"><small><strong>Pieter de Hooch ⇨ <a href="http://www.mauritshuis.nl/index.aspx?chapterid=2347&#038;contentID=18297&#038;CollectieZoekKunstenaarSsOtName=Achternaam&#038;CollectieZoekKunstenaarSsOv=Hooch%&#038;KunstenaarSsOtName=Achternaam&#038;KunstenaarSsOv=Hooch%&#038;kunstenaar=Pieter%20de%20Hooch&#038;naamKunstenaar=PieterHooch" target="_blank"><em>Uomo che fuma e donna che beve in un cortile</em></a> [ 1658-60 ]<br />
78 x 65 cm</strong></small></p>
<p><center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" width="75%" cellspacing="9" cellpadding="9">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<pre><span style="font-size: 13pt; font-family: 'Times New Roman';">
<em>2.
Pieter de Hooch</em>
&nbsp;
hai ragione, va bene, sono buffo: (le lasciamo da parte, le mie calze): e poi,
                                                                                                                    [nemmeno
so se te ne accorgi, tu, ma è da mancino che io mi reggo la pipa: (l’altra è sul
                                                                                                                      [tavolino:
e se tu insisti, e se, come si dice, è per farti contenta, io me la prendo giusta,
                                                                                                                          [quella,
con la mia destra, dopo): (per me, però, tu bevi troppo, sempre): (e me, non c’è
                                                                                                                      [nessuno,
guarda, che mi guarda): (e te, te invece, te ti guardano tutti, con quella porta
                                                                                                                         [aperta
sulla strada): (e me, seduto, me non mi vede neanche il campanile): (e adesso
                                                                                                                             [poi,
come si dice, io tolgo tutto il mio disturbo, e chiuso): (ma qui in cortile, a due
                                                                                                                            [passi
da noi, sta nostra figlia, rigida, la frigida: non capisco che cosa tiene in mano: 
è chiaro, ma però, che ci sta triste da morirci,
                                                                           [quella):
                                                                                         perché, comunque, come
si dice, dunque, io così mi consumo: ho giocato e ho perduto: (e adesso, io
                                                                                                                        [fumo):
</span></pre>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Frans_van_Mieris.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Frans_van_Mieris.jpg" alt="" title="Frans_van_Mieris" width="688" height="881" class="aligncenter size-full wp-image-41959" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Frans_van_Mieris.jpg 688w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Frans_van_Mieris-234x300.jpg 234w" sizes="auto, (max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a></p>
<p align="center"><small><strong>Frans van Mieris ⇨ <a href="http://www.mauritshuis.nl/index.aspx?FilterId=988&#038;ChapterId=2346&#038;ContentId=17493" target="_blank"><em>Scena in un bordello</em></a> [ 1658 ]<br />
42.8 x 33.3 cm</strong></small></p>
<p><center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" width="75%" cellspacing="9" cellpadding="9">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<pre><span style="font-size: 13pt; font-family: 'Times New Roman';">
<em>3.
Frans van Mieris</em>
&nbsp;
è già un invito, con pudore, all’amore, un goffo fagotto di materassi,
                                                                                                        [mollettoni, ecc.,
che pendono, a prenderci, su, l’aria, dall’alto bordo del soppalco:
                                                                                                             è un altro
invito lì all’amore, ma più giù, un appartarsi di figure (che non ci presto
                                                                                                            [l’attenzione,
proprio) eterne: (ma, in ogni caso, esterne a questo luminoso casotto): (sotto
                                                                                                                         [sotto,
mi significheranno, credo bene, accordo sordo, patetico complotto,
                                                                                                       [dolci pene):
                                                                                                                       ancora,
terzo invito all’amore, è qui una coppia canina che si accoppia (caninamente,
                                                                                                              [veramente):
(e che fu infatti censurata, e velata violata, anzi castrata):
                                                                                                 ma tu, mia grassetta
furbetta, che ti trascuri il bell’addormentato (che io ti tiro il tuo grembiule,
                                                                                                                   [apposta),
e che ti scopri, slacciandoti il corpetto, alcunché del tuo corpo (che io ti porgo,
con due mie dita fragili, alla tua brocca la mia vuota flûte, e la mia bocca
alla tua vuota bocca), lentamente curvandoti, prudente: uh, non mi sei niente, tu,
bella mia, gioia mia, un invito all’amore: sei l’amore sans phrase: (due punti, e
                                                                                                                             [via):
</span></pre>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/799px-The_Anatomy_Lesson.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/799px-The_Anatomy_Lesson.jpg" alt="" title="The_Anatomy_Lesson" width="695" height="522" class="aligncenter" /></a></p>
<p align="center"><strong><small>Rembrandt Harmenszoon van Rijn ⇨ <a href="http://www.mauritshuis.nl/index.aspx?FilterId=988&#038;ChapterId=2346&#038;ContentId=17481" target="_blank"><em>Lezione di anatomia del dottor Tulp</em></a> [ 1632 ]<br />
169.5 x 216.5 cm</small></strong></p>
<p><center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" width="75%" cellspacing="9" cellpadding="9">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<pre><span style="font-size: 13pt; font-family: 'Times New Roman';">
<em>4.
Rembrandt van Rijn</em>
&nbsp; 
il mio nome è Aris Kindt: fui un notorio criminale: (e fui molto autorevolmente
giustiziato, a suo tempo): (e, alla fine, non male riciclato): al connaisseur turista,
che si degusta, oggi, con gli occhi spalancati, il mio arto guasto (che però pare,
ahimè, un’inguantata protesi, un posticcio pasticcio plasticato), io non richiedo,
per il sapiente e calcolato scempio del mio quieto cadavere, compianto
                                                                                                             [né pietà:
                                                                                                                               a me,
può bastarmi per sempre, a mio conforto, tutto quello che è iscritto negli sguardi
di tutti quei signori bene in posa: (il perplesso e lo stolido, l’imbarazzato e il
                                                                                                                          [curioso,
l’inorridito e il distratto e l’ansioso): (ringrazio il dottor Tulp, naturalmente,
per la sua memorabile lezione, e l’avveduta gesticolazione cordiale):
                                                                                                                     vive et vale:
</span></pre>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/719px-Vermeer-view-of-delft.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/719px-Vermeer-view-of-delft.jpg" alt="" title="719px-Vermeer-view-of-delft" width="719" height="600" class="aligncenter size-full wp-image-41936" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/719px-Vermeer-view-of-delft.jpg 719w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/719px-Vermeer-view-of-delft-300x250.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p>
<p align="center"><small><strong>Johannes Vermeer ⇨ <a href="http://www.mauritshuis.nl/index.aspx?FilterId=988&#038;ChapterId=2346&#038;ContentId=17488" target="_blank"><em>Veduta di Delft</em></a> [ 1660-1661 ]<br />
96.5 x 115.7 cm</strong></small></p>
<p><center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" width="75%" cellspacing="9" cellpadding="9">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<pre><span style="font-size: 13pt; font-family: 'Times New Roman';">
<em>5.
Johannes Vermeer</em>
&nbsp;
sono le 7 e 10, all’orologio: (riconosco la porta di Schiedam e la porta di
                                                                                                                  [Rotterdam):
(sarà scesa la pioggia, questa notte): e sto cercando, adesso, certi piccoli
                                                                                                                    [personaggi
in blu, e la sabbia in rosa: (e ho mangiato patate poco cotte): e adesso sto
                                                                                                                        [cercando
un frammentino di muro in giallo, con una tettoia: non riconosco il cielo, è
                                                                                                                            [troppo
largo: (riconosco che sto morendo, adesso):
                                                                    et c’est ainsi que j’aurais dû t’écrire:
</span></pre>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Mars_and_Venus_Discovered_by_the_Gods-Joachim_Wtewael.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Mars_and_Venus_Discovered_by_the_Gods-Joachim_Wtewael.jpg" alt="" title="Mars_and_Venus_Discovered_by_the_Gods-Joachim_Wtewael" width="826" height="1100" class="aligncenter size-full wp-image-41937" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Mars_and_Venus_Discovered_by_the_Gods-Joachim_Wtewael.jpg 826w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Mars_and_Venus_Discovered_by_the_Gods-Joachim_Wtewael-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Mars_and_Venus_Discovered_by_the_Gods-Joachim_Wtewael-768x1024.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 826px) 100vw, 826px" /></a></p>
<p align="center"><small><strong>Joachim Wtewael ⇨ <a href="http://www.mauritshuis.nl/index.aspx?FilterId=988&#038;ChapterId=2346&#038;ContentId=17518" target="_blank"><em>Marte e Venere scoperti da Vulcano</em></a> [ 1603-1604 ]<br />
20.8 x 15.7 cm</strong></small></p>
<p><center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" width="75%" cellspacing="9" cellpadding="9">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<pre><span style="font-size: 13pt; font-family: 'Times New Roman';">
<em>6.
Joachim Wtewael</em>
&nbsp;
quanta gente interviene, mentre chiavo una signora che è tanto per bene (e che
me la sconvolgono, così): capisco ancora il marito, che mi arriva lì storto, a
                                                                                                                        [culo nudo,
per la flagranza, per pescarmi, lui:
                                                          ma quel tipo che salta sopra il letto, appeso
                                                                                                                               [sopra,
obliquo, al baldacchino, con un cappello rosso e un bastoncino (e quel ragazzo
                                                                                                                            [osceno,
alle mie spalle), e il tuffatore che mi sorvola, schiacciato lì al soffitto,
                                                                                                                    [spalancando
le braccia (e il vecchio bieco e cieco, accosciato in un angolo, con l’amichetta
                                                                                                                         [appresso,
che mi spia), e l’altro (e l’altra), e l’altro ancora:
                                                                                  [è troppo:
                                                                                                     alzo appena una mano, 
per bloccarmi, con un gesto da vero disperato, gli atleti volteggianti, che mi
                                                                                                                         [insidiano
molto immediatamente: e mi aspetto il mio peggio, da bravo malinconico
                                                                                                                          [balordo:
</span></pre>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Claesz_Vanitas.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Claesz_Vanitas-1024x743.jpg" alt="" title="Claesz_Vanitas" width="700" height="507" class="aligncenter size-large wp-image-41942" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Claesz_Vanitas-1024x743.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Claesz_Vanitas-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Claesz_Vanitas-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Claesz_Vanitas.jpg 1102w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p align="center"><small><strong>Pieter Claesz ⇨ <a href="http://www.mauritshuis.nl/index.aspx?FilterId=988&#038;ChapterId=2346&#038;ContentId=17509" target="_blank"><em>Vanitas</em></a> [ 1630 ]<br />
39.5 x 56 cm</strong></small></p>
<p><center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" width="75%" cellspacing="9" cellpadding="9">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<pre><span style="font-size: 13pt; font-family: 'Times New Roman';">
<em>7.
Pieter Claesz</em>
&nbsp;
contempla intentamente, figlia mia, questo morto cronometro (con il nastro
                                                                                                                        [cilestro
e con la chiave), questo bicchiere capovolto, questo vedovo
                                                                                            [portacandela:
                                                                                                                  ho deposto,
sopra i miei scartafacci, già polverosi e corrosi, con tutto quell’ossame molto
                                                                                                                         [umano,
questa mia penna semiesausta, muta: (è un repertorio trito e obbligatorio: ma il
                                                                                                                   [suo vivace
effetto lo fa sempre): e poi è vero, certo: qui tutto
                                                                       [è niente:
                                                                                       (e questo niente è tutto):
</span></pre>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center></p>
]]></content:encoded>
					
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