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	<title>editoria &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nuvolo: Nuntius Celatus nel suo splendido eremo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2019 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alberto burri]]></category>
		<category><![CDATA[Bianca Battilocchi]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Villa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Sterparelli]]></category>
		<category><![CDATA[jean luc nancy]]></category>
		<category><![CDATA[Nuvolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Bianca Battilocchi &#160; È stato ed è tuttora arduo dipanare i fili intrecciati nelle opere di pittura aniconica, particolarmente in quelle realizzate da artisti lontani dai riflettori. Dopo Variazioni: a visual polyphony, film sugli esordi di Alberto Burri, Giuseppe Sterparelli si è cimentato nuovamente in nome di un altro suo conterraneo, Giorgio Ascani, più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Bianca Battilocchi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">È stato ed è tuttora arduo dipanare i fili intrecciati nelle opere di pittura aniconica, particolarmente in quelle realizzate da artisti lontani dai riflettori.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo <em>Variazioni: a visual polyphony</em>, film sugli esordi di Alberto Burri, Giuseppe Sterparelli si è cimentato nuovamente in nome di un altro suo conterraneo, Giorgio Ascani, più conosciuto come “Nuvolo” (Città di Castello 1926- Città di Castello 2008). In un agile <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Kdabsdtm9uo&amp;t=6s">documentario</a> dove si alternano immagini di opere inedite e allestimenti noti dedicati all’autore, si staglia incisiva la voce dell’amico, collaboratore e mentore, il poeta Emilio Villa (1914-2003), qui interpretata dall’attore Roberto Latini. Villa lasciò infatti vive e indelebili descrizioni del pittore umbro che dal primo venne eletto “Nuntius Celatus” –  messaggero clandestino – in quanto figura solitaria, “ospite del suo solo splendido eremo” (Villa, <em>Attributi dell’arte odierna</em>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-78904" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Screenshot-2019-04-10-at-20.38.03-1024x647.jpg" alt="" width="733" height="469" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non distante dall’approccio villiano, Nuvolo lavorava per se stesso, fidandosi del proprio istinto e isolandosi appena possibile dal mercato. Si prenda ad esempio la sua innovativa sperimentazione con la tecnica serigrafica, anni prima dell’avvento della Pop Art e di figure come Andy Warhol. Dal suo eremo in veste di laboratorio nascevano le <em>Esoedizioni </em>(1954-2005) o le <em>Serotipie</em> (1952-2008) –  altri titoli eletti da Villa –  le prime come libri d’artista in collaborazione con poeti e in militanza contro l’editoria canonica, le seconde come stampe su carta, tela, legno, cellotex e poliestere. Ognuna di queste opere sperimentali si presentava programmaticamente in copia unica, ponendosi in contrasto con la riproducibilità commerciale e quindi con la svalutazione seriale. L’unicità fungeva così da sigillo, in linea con l’imperturbabile distacco del pittore che dalle descrizioni villiane può ricordare la figura atemporale di un monaco.</p>
<p style="text-align: justify;">È peculiare in Nuvolo l’interesse tecnico-scientifico, così come la sua sapienza industriale: orizzonti non comuni, votati a inventare nuovi strumenti di indagine; talvolta il telaio serigrafico oppure una macchina da cucire <em>Vigorelli</em> in condivisione con la moglie Liana. Proprio con la Vigorelli l’artista si appropriava di un nuovo attrezzo per il disegno e per la campitura pittorica. Adoperava materiali di diversa provenienza – fustagno, camoscio, velluto, cotone, ecc. –  e spesso restituiva vita a tessuti ricavati da abiti usati attraverso <em>collages</em> di grande rigore geometrico, che furono chiamati “Cuciti a macchina” (1958-1963).<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Nuvolo mi inventava sotto gli occhi, sotto l’ipotesi d’assurdo, con strumento inedito (impiastrature sui relitti deperiti del telaio serigrafico), pareti e pareti e pareti sporgenti direttamente dalle ansie più precoci … silenziosi suburbi, popolazioni orticarie, tempeste … tentava materie non dicibili, svanite, forse tentava la dicitura stessa e l’energia delle tenebre… di torce in dissoluzione, ultimi abbagli.” </em></p>
<p style="text-align: justify;">(Villa, <em>Attributi dell’arte odierna</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">L’amico e complice Villa lo descrisse inoltre come un inventore cieco del “paese della mente”, un luogo di tenebre continuamente da indovinare e ri-creare dal nulla. E sul nulla nell’arte non figurativa, e a proposito di Nuvolo, si sofferma lo studioso Aldo Tagliaferri che ne intravede relazioni con la concezione del “reale” in Lacan (Tagliaferri, <em>Una materia controversa e cinque invenzioni di Nuvolo</em>). Se la “realtà” è descritta dal simbolico e dal linguaggio, il “reale” al contrario “coincide con il nulla e la creazione dal nulla”. Posta in questi termini, distanti dal creazionismo occidentale, l’arte di Nuvolo è “sostituzione e imitazione del nulla”, inseguimento dell’enigma, poesia della sottrazione, intesa alla maniera del filosofo francese Jean-Luc Nancy:</p>
<p style="text-align: center;"><em> “Se in quale modo abbiamo accesso a una soglia di senso, ciò avviene poeticamente”</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-78903" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Screenshot-2019-04-10-at-20.38.16-1024x662.jpg" alt="" width="730" height="478" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">A dieci anni dalla scomparsa di Nuvolo, il cortometraggio di Sterparelli, uscito lo scorso novembre per SkyArte HD (con produzione dell’<a href="https://www.archivionuvolo.it/">Archivio Nuvolo</a> e collaborazione con 3D Produzioni) riporta alla nostra attenzione la figura non minore di chi ha cercato nuovi segni visibili del nostro esserci.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“E veramente, con le diciture di Nuvolo, o anche attraverso le sue diciture, noi sappiamo quello che si sa, quel poco che possiamo conoscere, intorno alle cose che si presentano e rappresentano nel teatro della pittura: e cioè, che in ultima istanza, ogni cosa, ogni manifestazione, ogni parvenza è un segnale: e ogni segnale è un enigma; e l’oscurità dell’enigma è la sola vicinanza alla vita.” </em>(Villa, <em>Attributi dell’arte odierna</em>).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lo snobismo mi attanaglia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2016 14:32:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Fioretta]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[librerie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Lo snobismo mi attanaglia. Entro in libreria meno spesso di quanto si potrebbe pensare, sicuramente meno spesso di quanto facessi dieci o anche venti anni fa. Non entro spesso nelle librerie, nonostante io lavori tutta la settimana (anche) in una libreria. Forse è proprio per questo, mi racconto; perché quando esco a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66369" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello-300x168.jpg" alt="libri-nel-carrello" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello-768x431.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello.jpg 980w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Lo snobismo mi attanaglia.<br />
Entro in libreria meno spesso di quanto si potrebbe pensare, sicuramente meno spesso di quanto facessi dieci o anche venti anni fa.<br />
Non entro spesso nelle librerie, nonostante io lavori tutta la settimana (anche) in una libreria. Forse è proprio per questo, mi racconto; perché quando esco a fare una passeggiata, finito il mio turno doveroso, preferisco prendere un gelato all’aria aperta, anche se siamo in pieno inverno e quest’anno le temperature scendono sotto lo zero pure nella calda-per-antonomasia capitale. <span id="more-66368"></span>Preferisco perdermi nel magnetismo di vetrine altre, quando – seppure raramente – mi decido all’evento traumatico, lo shopping. Smisto maglioni di lana caprina, provo stivali di vera pelle o cuoio, compro giocattoli per i nipoti, profumi per le amiche, sono diventata persino capace di passare mezze giornate dal ferramenta, o davanti al banco della frutta biologica, ma in libreria entro sempre più di rado, e quando capita, ci resto per pochi minuti, poi esco sbuffando, gli occhi molli, il collo infagottato, le mani leste, in tasca. Quasi in fuga, sperando di non essere vista.<br />
Perché?<br />
Lo snobismo mi attanaglia, e non mi piace sentirmi una snob, per questo ciclicamente fingo di dimenticarmi di quel pungente sentimento di disagio, e finisco per varcare il confine avverso, il confine di quello che, teoricamente – ma direi anche tecnicamente – è per paradosso quello che più sento essere il mio stesso mondo, il regno meraviglioso incontaminato e incontrastato della letteratura.<br />
Quindi succede, cedo al richiamo atavico, come il figliol prodigo che torna al banchetto paterno, con lo stesso spirito di verace ottimismo entro in una delle tante librerie belle della mia città. Ce ne sono a bizzeffe, di catena o indipendenti, piccole accoglienti e confortevoli o ben disposte in arieggiati loft o dislocate su vari piani accesi di luci galattiche, con l’angolo bar, con la poltrona massaggiante, con le tende di broccato, coi gadget in bella mostra vicino la cassa, la colonnina delle ultime uscite, i best seller coronati da fascette allegre e coloratissime, il misero e ovviamente rincattucciato angoletto della poesia. Ahhh, mi dico, sono a casa. L’odore della carta, e tutto il resto appresso.<br />
Poi passano due minuti d’orologio, forse tre, e m’assale la noia. Ma proprio una noia, che non avete idea.<br />
D’accordo, è evidente, è un problema mio. Mio perché conosco di persona i tre quarti degli autori indicizzati sugli scaffali, e quei pochi che non conosco di persona ce li ho amici su Facebook, Twitter, Instagram, e posso ammirare ogni giorno le foto orribili che pubblicano, e gli status finto divertenti che condividono, e le rispostacce acidule che si scambiano, e di chi sono amici e nemici a loro volta, so che cosa prevede la loro dieta quotidiana, se hanno figli fidanzate e cani, di quanti metri quadrati è casa loro e chi l’ha arredata, cos’hanno messo in valigia e la destinazione del prossimo weekend fuori porta; pur non sapendone niente, davvero, mi sembra di conoscerli da sempre, pur non avendone mai letta nemmeno la metà, mi pare di poter recitare a memoria ogni pagina della loro opera omnia, per osmosi tratto i loro personaggi come i miei vecchi compagni delle medie. Ossia, li dimentico.<br />
È un problema mio, palesemente, se mi annoio, perché ho già controllato la rassegna stampa sei volte prima di uscire di casa, e so perfettamente quale giornalista ha recensito quale titolo, e so anche e soprattutto il perché, e quale critico ha scritto la prefazione a quale testo, e che cosa ne hanno detto durante quella trasmissione in radio, e se è stato stroncato a sufficienza in quella certa rubrica in tv. Peggio ancora, so quando nessuna attenzione è stata concessa all’autorino piccino picciò che viene dalla provincia, e lì magari una punta di interesse mi risale, trepidante e sulle spine mi accingo a sfogliare il così presto dimenticato tomo, mi bastano due righe di quarta di copertina, ho capito tutto, a posto così.<br />
È un problema mio, non c’è ombra di dubbio, se da quando lavoro nell’editoria leggo molto meno di prima, o meglio, leggo molti meno autori di prima, che stanno sul palmo di una mano, e continuo a comprare libri sempre uguali, stessi nomi e cognomi, piccole variazioni sul tema grafica e titolo, più o meno stesse trame – ma è facile, visto che prediligo le prose quasi del tutto senza trama – stesso piacere nella lettura, questa volta sì, il riconoscimento, la banalità del bene, una parafrasi ardita.<br />
Ho perso di curiosità, probabilmente. Ma, astraendo dal mero quanto ingenuo dato biografico, trovo abbastanza grave che questa perdita di curiosità colga proprio chi, coi libri, con gli autori, con i giornali le riviste le librerie e gli enti deputati alla diffusione della cultura, quotidianamente, vive si nutre e lavora. Come immaginiamo di far crescere e proliferare, col nostro seppur modestissimo contributo, la fondamentale e fondativa sfera del sapere letterario, come intendiamo proteggere il miracoloso incedere del fare letteratura?<br />
O forse che, invece, la letteratura non ha davvero proprio niente di miracoloso e di ingenuo?<br />
Trovo quasi commuoventi le dichiarazioni di certi giovani spigliati e rampanti, che con gli occhi gonfi d’ardore stanno sempre lì a decantare la bellezza dei “libri”. I libri, proprio, i parallelepipedi cartacei in generale. “Mi piace leggere”, è il nuovo status symbol della noia para-editoriale. Sì, va benissimo, ma nello specifico, che cosa? Possibile che abbiano tutti gli stessi gusti? Possibile che questo gusto dominante e ormai sviscerato in più di una salsa, incontri fondamentalmente tutto quello che sta in vetrina? (E non direi viceversa.)<br />
Mi ricordo, da bambina, quando passavo le ore, colma di meraviglia, davanti agli scaffali rossi, rosa, azzurri e gialli, su cui erano allineati tutti i volumi delle collane del Battello a Vapore. Libri d’avventura, horror, sentimentali, piccole microscopiche narrazioni ben articolate, chiare e godibilissime, non trascendentali ma stupefacenti nella loro limpida funzione: far appassionare i ragazzi alla letteratura, far leggere loro storie incredibili di mondi lontanissimi, far immaginare loro un futuro diverso, nuovo, incantato, o semplicemente possibile.<br />
Mi vergogno un po’ per quella bambina così naif, per l’adolescente che scopriva Joyce e Woolf, per l’universitaria che contestava Benjamin e Lacan, che piangeva con Baudelaire e Leopardi, e che adesso, al quarto minuto passato dentro a una libreria, non sa più nemmeno far scoppiare la rivolta.</p>
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		<title>LETTERA A UN PROFESSORE SULLO STATO DELL’EDITORIA</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/06/05/lettera-a-un-professore-sullo-stato-delleditoria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2015 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Diego Fusaro]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Alloni]]></category>
		<category><![CDATA[neocapitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[neomarxismo]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco  Alloni Caro Salvatore Ritrovato, una volta mi hai detto che la letteratura è morta e non resta che l’editoria. Il paradosso si risolve in modo elementare: la letteratura-prodotto ha soppiantato la letteratura-idea, e lo “spirito di scissione” di cui parlava Gramsci, che è la cifra stessa della letteratura come idea, ha dovuto lasciare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Marco  Alloni</strong></p>
<p>Caro Salvatore Ritrovato,</p>
<p>una volta mi hai detto che la letteratura è morta e non resta che l’editoria. Il paradosso si risolve in modo elementare: la letteratura-prodotto ha soppiantato la letteratura-idea, e lo “spirito di scissione” di cui parlava Gramsci, che è la cifra stessa della letteratura come idea, ha dovuto lasciare il passo allo “spirito di adesione”. Questo non significa che per fare letteratura bisogna oggi abdicare alle idee in quanto tali, ma la natura delle idee portatrici di un afflato scissorio, polemico in senso pieno, non adesive, tale natura è estromessa dall’orizzonte delle attenzioni editoriali. Quali tipi di idee possono allora trovare accoglienza nel circuito della letteratura-prodotto? Le idee il cui “spirito di scissione” sia solo apparente, ovvero serva non già la messa in discussione dell’esistente ma la sua conferma. Persino il marxismo riletto “polemicamente” in chiave anti-capitalistica è funzionale al sistema della letteratura-prodotto: serve infatti la causa speciosa e fasulla del capitalismo come terreno della libertà assoluta, compresa quella di critica. In verità solo laddove il discorso “critico” al capitalismo permette la sua perpetuazione – per esempio subordinando la ferocia anticapitalistica del neomarxismo di Diego Fusaro alla sua vendibilità – esso ha diritto di cittadinanza nel sistema della letteratura-prodotto. Laddove agisce alla radice per la sua dissoluzione, per la sua scissione, esso è respinto. Ovverossia: è accolto solo laddove la “critica” è integrata, neutralizzata dal sistema. La paralisi e l’ostracizzazione della letteratura-idea dovrebbe dunque, a rigore, coincidere con la sua sensatezza. Ovunque si abbia prova di una letteratura che non serve l’autoperpetuazione del sistema capitalistico occidentale, là è il nucleo, la cellula essenziale della letteratura-idea. Ovunque un testo viene respinto o ignorato, là è la conferma della sua verità. Ci si trova così nella contraddizione in termini che il senso pieno della critica abita solo laddove non è esercitabile. Come si esce da una simile impasse? Una soluzione di accomodamento sarebbe quella di accontentarsi di una visibilità gregaria, cioè di una militanza in solitudine o quasi: dentro il sistema ma nelle sue retrovie. È quello che genera, e degenera, nel pensiero radical-chic, inutile in quanto autoreferenziale. È l’opzione disperata che anima la vanità del popolo dei dissidenti insussistenti. Altra opzione più radicale è la violenza. Se l’azione culturale è preclusa dalla logica della subordinazione dell’idea al prodotto, per dirla semplicemente dalla logica del profitto e della mercificazione del pensiero, lo strumento dialettico cessa di essere nella disponibilità dell’intellettuale, e al suo posto si offre solo quello del terrorismo armato. Su scala planetaria il fenomeno è ben compreso da chi non moralizza la storia ma la osserva nella sua dinamica essenziale: contro il sistema occidentale non esiste più politica, tantomeno di sinistra, che sappia proporre alternative al capitalismo monoteistico. Il solo paradigma concesso – e non concesso – all’opposizione è la violenza islamista. Non poteva essere altrimenti e sarà così per un periodo ancora molto lungo, lungo quanto la renitenza delle sinistre storiche a ripristinare una politica di dissociazione reale e non solo cosmetica. Ma nel recinto asfittico delle nostre micro-esistenze il meccanismo è il medesimo: l’esclusivismo autogenerativo del sistema capitalistico-consumistico produce quello stesso risentimento che in scala maggiore possiamo identificare nel terrorismo. Un risentimento del quale un’editoria illuminata dovrebbe riconsocere il potenziale mercantile, di quel “mercato del futuro” che ancora non si vuole osare concepire come concretamente concorrenziale rispetto a quello attuale. È sulla base di questo malcontento strisciante, latente, potentissimo e irrefrenabile che io credo si debba quindi tentare un ragionamento eversivo costruttivo. Poiché esso, paradossalmente, potrebbe generare, oltre alla violenza di cui sarà scaturigine <em>naturaliter</em>, quella revulsione storica dell’idea di profitto che potrà, forse in tempi non brevi, rifondare il mercato democratico della letteratura-idea. Non so se mi sono spiegato, ma l’idea di fondo è: noi dobbiamo agire per costruire un’alternativa di mercato nobile a quello attuale. E il pubblico dei risentiti è molto più vasto di quello che il prudenzialismo conformista dell’attuale editoria vorrebbe riconoscere. Questa intendo io per militanza: avviare, anche da una posizione di subordine rispetto al sistema mercantile in auge, una lotta coerente per creare le basi di un mercato del risentimento.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Quanta iva dare agli ebook? E gli ebook sono davvero libri?</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/11/06/quanta-iva-dare-agli-ebook-e-gli-ebook-sono-davvero-libri/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2014 15:30:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[ebook]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Venerandi]]></category>
		<category><![CDATA[iva]]></category>
		<category><![CDATA[unlibroèunlibro]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Venerandi La campagna/hashtag dell&#8217;AIE, #unlibroèunlibro ha come fine il sensibilizzare sulla differente tassazione che vige oggi tra libro di carta e ebook. Il libro paga il 4% di IVA, mentre l&#8217;ebook paga il 22%: il primo è un libro il secondo è un servizio. Apparentemente la richiesta è pacifica: se la tassazione al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.quintadicopertina.com/fabriziovenerandi/" target="_blank"><strong>Fabrizio Venerandi</strong></a></p>
<p>La <a href="http://unlibroeunlibro.org/campagna.php" target="_blank" rel="nofollow">campagna/hashtag</a> dell&#8217;AIE, #unlibroèunlibro ha come fine il sensibilizzare sulla differente tassazione che vige oggi tra libro di carta e ebook. Il libro paga il 4% di IVA, mentre l&#8217;ebook paga il 22%: il primo è un libro il secondo è un servizio.<br />
Apparentemente la richiesta è pacifica: se la tassazione al 4% è destinata ai prodotti culturali, perché <cite>Guerra e Pace</cite> cartaceo paga il 4% di iva e lo stesso identico testo in ebook paga il 22%?</p>
<p>Ne è nato un vivace dibattito in rete di cui cerco di circoscrivere alcuni punti di discussione per Nazione Indiana.</p>
<ol>
<li>Il primo punto è <em>storico</em>: davvero l&#8217;IVA dei libri è al 4% perché sono oggetti culturali? Vale forse la pena leggere <a href="http://guaraldi.bibienne.net/2010/07/18/iva-al-4-paparazzate-da-palazzo/comment-page-1/">un post di ben quattro anni fa</a> di Mario Guaraldi dal quale si desume che l&#8217;IVA al 4% non ha a che fare con la pretesa <em>culturalità</em> dell&#8217;oggetto libro, quanto piuttosto a problemi legati al processo di vendita del <em>prodotto</em> libro. D&#8217;altronde se l&#8217;IVA fosse davvero legata alla <em>culturalità</em> del contenuto che si vuole vendere, dovrebbe variare appunto a seconda del peso specifico intellettuale del testo stesso. Come scherzava qualcuno su Facebook: compri Sanguineti? Paghi il 4% di IVA. Compri Fabio Volo? L&#8217;IVA sale al 25%. È evidente la improbabilità di un processo del genere, che &#8211; in ogni caso &#8211; rimarca che il prodotto culturale vive in numerosi media, e non è esclusiva dell&#8217;oggetto libro, anzi. Perché le barzellette di Totti stampate su carta dovrebbero beneficiare del 4% di IVA e il Don Giovanni di Mozart in CD pagare il 22%?</li>
<li>Il secondo punto lo troviamo <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2014/11/04/la-campagna-per-la-parificazione-delliva-tra-libri-di-carta-ed-ebook-e-fondata-su-affermazioni-false/" target="_blank">esposto da Giulio Mozzi</a>, quando afferma che no, l&#8217;ebook non è un libro, specie per quel che riguarda i diritti del lettore. L&#8217;idea che mi pare voglia far passare il post di Mozzi è che con l&#8217;ebook ci siano meno possibilità d&#8217;uso rispetto al libro: un ebook non puoi prestarlo, rivenderlo, fotocopiarlo. È una tesi, quella di Mozzi, che trovo poco convincente. Se è vero che un ebook non può essere prestato, è vero che un libro non può essere <em>backuppato</em>, modificato o ampliato. Si tratta solo parzialmente di diritti, quanto di caratteristiche implicite al mezzo e al suo metodo di distribuzione. E la critica di Mozzi ha altri punti che appaiono fuori fuoco: non esiste una licenza d’uso universale per gli ebook. Se gli ebook che Mozzi compra hanno scritto che può leggerli solo lui è colpa di Mozzi e degli editori da cui ha acquistato che hanno scelto quella licenza d’uso. Senza contare che <q>i libri puoi fotocopiarli</q> mentre gli ebook no è una dichiarazione ugualmente impropria: il libro puoi fotocopiarlo con le restrizioni che vigono sul copyright, così come l’ebook, a seconda della licenza d’uso. Un ebook protetto da creative commons può essere molto più manipolabile di un libro di carta.</li>
<li>Del terzo punto hanno twittato alcuni addetti ai lavori, tra cui il sottoscritto: un ebook non è un libro di carta. Tutti i formati per fare ebook sono basati su specifiche nate per fare pagine web. Anche guardando verso il futuro, gli strumenti dei possibili nuovi standard e dei nuovi strumenti di authoring per la creazione di testi digitali non provengono se non in minima parte dal libro, ma sono invece figli di internet, del web, della rete. Se oggi la stragrande maggioranza degli ebook è fatta di libri pensati per la carta e poi digitalizzati in un formato ebook, è lecito pensare che gradatamente aumenterà la percentuale di titoli in cui la fonte non sarà più il libro di carta, ma che saranno nativi digitali: ebook, siti, app, web-app. Non si tratta peraltro di un gioco al risparmio: <a href="http://sergio-donato.blogspot.it/2014/11/un-libro-e-un-libro-e-una-campagna.html?spref=tw">fare ebook costa</a>. È un fenomeno che crescerà disordinatamente, che toccherà alcuni ambiti prima di altri (scolastica, informazione, entertainment, infanzia), ma di cui già oggi si vedono alcune concreti avamposti, anche in ambiti lontani dal new-tech. A proposito, avete notato che <cite>Tirature</cite> di Spinazzola dal 2014 esiste <strong>solo</strong> in ebook?</li>
</ol>
<p>Quindi? Un libro è un libro? Oggi, in Italia, per un lettore occasionale un ebook assomiglia abbastanza ad un libro da non percepirne la specificità e aderire all&#8217;idea che un ebook possa avere la stessa IVA del <em>sancta sanctorum</em> cartaceo. A livello maggiormente pragmatico, l&#8217;IVA al 4% serve oggi principalmente a noi editori, per vari motivi, il più importante è che l&#8217;editoria tradizionale è in crisi. Nera. Stampare libri come se non ci fosse un domani non è una grande idea in questo momento. Progetti, anche storici, che rischiano di morire, potrebbero invece traghettare ad un digitale <em>culturalmente consapevole</em>. E sostenibile. La seconda, collegata strettamente alla prima, è che il mercato ebook in Italia viaggia ancora a percentuali trascurabili. Si vendono pochi ebook, e questi pochi si vendono spesso tramite soggetti transnazionali: come Amazon che l&#8217;IVA (al 3%) la paga al Lussemburgo. È un mercato che ha grosse prospettive di sviluppo e che sarebbe intelligente non soffocare con politiche fiscali vessatorie, perché il rischio è che l&#8217;arrosto rimanga crudo, nascosto in mezzo a un grande fumo nero.</p>
<p>In ultimo, la campagna dell&#8217;AIE ha il merito di sdoganare l&#8217;oggetto ebook, facendolo uscire dal ripostiglio della <em>folkloristica stranezza</em> e mostrando che dietro all&#8217;ebook e dietro al libro ci sono ugualmente storie, informazioni, emozioni, analisi. Visti gli ultimi dati sulla lettura in Italia, è passaggio di non secondaria importanza.</p>
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		<title>Assioma 7: Lettori e no</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Oct 2014 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Casadei]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[DeLillo]]></category>
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		<category><![CDATA[futurismo]]></category>
		<category><![CDATA[insegnamento della letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[[Presentiamo un primo stralcio da Letteratura e controvalori. Critica e scritture nell’era del web, Roma, Donzelli, 2014.] di Alberto Casadei 1. Nell’Italia di oggi, uno dei problemi principali per l’affermazione di opere letterarie di valore è la mancanza di un pubblico adatto a sostenerle che sia non solo preparato ma anche numericamente ampio. 2. Nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Presentiamo un primo stralcio da</em> Letteratura e controvalori. Critica e scritture nell’era del web, <em>Roma, Donzelli, 2014.</em>]</p>
<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>1. Nell’Italia di oggi, uno dei problemi principali per l’affermazione di opere letterarie di valore è la mancanza di un pubblico adatto a sostenerle che sia non solo preparato ma anche numericamente ampio.</p>
<p>2. Nel campo di forze culturali attuale, il primo modo per ridurre all’insignificanza autori e opere interessanti è quello di poterne constatare la scarsa o irrisoria diffusione: se di un buon poeta si vendono cento copie, la sua presenza nel campo di forze è ipso facto pressoché nulla. Ogni considerazione più raffinata è ritenuta inutile, o al massimo consolatoria per circoli ristretti di cultori.<span id="more-49208"></span></p>
<p>3. Il rapporto di questa situazione con le modalità di insegnamento della letteratura nelle scuole e all’università, che è la prima forma di critica con cui si confrontano i potenziali lettori, è evidente: non si può pretendere di plasmare una consapevolezza dei valori se si trattano le opere letterarie o in prospettiva asetticamente storicistica o con parametri vetero-strutturalisti.</p>
<p>4. Tuttavia, anche la critica ufficiale non fa molto per modificare questo stato di cose. Al di là delle iniziative apprezzabili, soprattutto in rete, negli ultimi decenni ci si è mossi quasi sempre nell’ottica delle consociazioni e delle poetiche ad excludendum, magari all’insegna di personalismi che, in genere, hanno avuto una parabola di poche stagioni.</p>
<p>5. Una riflessione seria sull’evoluzione della letteratura sino alla metà del secolo scorso è stata fatta, specialmente per i macrogeneri, ma manca ancora un tentativo di instaurare una connessione fra i valori individuati e il presente in tutti i suoi risvolti, comprese le forme di creatività extraletteraria e di teorizzazione su quelle forme. Quest’ultimo aspetto è fondamentale anche per riuscire a cogliere valori adeguati nella piena contemporaneità.</p>
<p>6. «Il pregiudizio più comune è questo: che la nuova letteratura debba identificarsi con una scuola artistica di origine intellettuale, come fu per il futurismo. La premessa della nuova letteratura non può non essere storica, politica, popolare: deve tendere a elaborare ciò che già esiste, polemicamente o in altro modo non importa» (Gramsci).</p>
<p>7. Ma cosa significa, esattamente, cercare di trovare valori che siano popolari per un pubblico ampio e consapevole oggi? In primo luogo, vuol dire tentare di individuare le opere che intercettino, nella loro resa stilistica, condizioni socio-antropologiche modificate per il cambiamento di alcune propensioni profonde: aspettative sulla vita e sulla morte, desideri per il sé individuale e per il sé collettivo, cognizioni dei limiti, percezioni del male.</p>
<p>8. Il fatto di affrontare temi impegnati, o magari «storie vere» (peraltro danneggiate ormai dal degenerare del modello dell’autofinzione), è solo un aspetto della possibile popolarità: ma non può essere questo il parametro di valutazione della critica e del pubblico criticamente consapevole. DeLillo non dovrà mai essere considerato meno significativo di Saviano.</p>
<p>9. Senza un sostegno adeguato per qualità ma anche per peso specifico, nessuna opera può attualmente superare la barriera della presunta insignificanza. Probabilmente, però, è sempre stato così, benché si tenda a dimenticarlo: i poemi omerici, quello di Dante, i drammi di Shakespeare, i romanzi di Tolstoj sono stati, anche, popolari.</p>
<p>10. Alla domanda: «quali sono i narratori e i poeti italiani (e non solo) attualmente più rappresentativi?» è comunque necessario rispondere, preparando insieme gli strumenti idonei a sostenere la propria risposta presso il pubblico interessato. Di qui l’ulteriore necessità di interrogarsi sulla «divulgazione onesta», ovvero sul confronto aperto ma nel riconoscimento, al critico-proponente, di una competenza che oggi invece viene spesso assegnata senza verifiche.</p>
<p>11. La dialettica di pensieri e di poetiche diverse per riuscire a cogliere i valori più forti in questo determinato momento storico è il primo passo che si può compiere per coniugare il lavoro critico e le esigenze di un pubblico criticamente consapevole. In questa prospettiva, condividere e sostenere le iniziative già esistenti, anziché crearne altre potenzialmente sempre migliori ma solo all’infinito, sarebbe un primo segno di maturità, che potrebbe trovare un riscontro nel pubblico reale, con l’obiettivo concreto di ottenere un suo allargamento nell’immediato futuro.</p>
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		<title>Alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2014 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Angeli del fango]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Expo Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[la meglio gioventù]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[voland]]></category>
		<category><![CDATA[volontari]]></category>
		<category><![CDATA[Volontariato e cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Due fotografie una immagine Nel post dedicato alla spinosa questione del rapporto tra volontariato e lavoro culturale, avevo usato la fotografia dei giovani accorsi a Firenze nel novembre del &#8217;66, dopo l&#8217;alluvione, per salvare i beni della comunità. Giorni fa, sfogliando la rete, mi sono imbattuto nel servizio dedicato da Repubblica ai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Due fotografie una immagine</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/">post</a> dedicato alla spinosa questione del rapporto tra volontariato e lavoro culturale, avevo usato la fotografia dei giovani accorsi a Firenze nel novembre del &#8217;66, dopo l&#8217;alluvione, per salvare i beni della comunità. Giorni fa, sfogliando la rete, mi sono imbattuto nel servizio dedicato da Repubblica ai <em>nuovi angeli del fango,</em> ovvero a quei ragazzi e ragazze andati a Genova per prestare il proprio aiuto. A loro deve andare tutta la nostra gratitudine.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-49226" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli.jpg" alt="angeli" width="986" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli.jpg 986w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli-300x101.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli-900x303.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 986px) 100vw, 986px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi piace l&#8217;espressione &#8220;Angeli del fango&#8221;. Dico il suono della parola. Preferisco quella inglese, <span class="st">Mud <em>Angels, </em>per i giovani venuti da tutto il mondo a mettere</span> in salvo le opere di un patrimonio culturale sentito come universale, portare a braccio  i libri dalle cantine in cui il fango rischiava di ridurre all&#8217;oblio la memoria della comunità. Credo che in molti di noi la parola si associ quasi naturalmente alla<em> sequenza della ragazza che suona il pianoforte nel film &#8220;La meglio gioventù&#8221;;</em> la sequenza suggeriva anche la tesi verosimile della prossimità di quell&#8217;aggregazione spontanea con i fatti del &#8217;68 che seguirono poco dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se volessimo trovare una risposta alla domanda sulle più remote ragioni che spingono un giovane dei nostri giorni a &#8220;partire e andare&#8221; difficilmente potremmo definirne una soltanto, valida per gli uni e per gli altri. Certamente il desiderio di condividere con altri qualcosa dove quel qualcosa è sicuramente l&#8217;esperienza e la consapevolezza di essere utile a qualcuno; l&#8217;idea di appartenere a una comunità. Qualcosa di simile all&#8217;euforia che ben conosce chi abbia partecipato a delle lotte politiche, studentesche o operaie, ai movimenti per la pace o per una qualsiasi altra causa abbastanza forte da travalicare il semplice tornaconto personale. Avviene come un distacco dalla ragione economica perfino quando il senso della mobilitazione si basa su delle istanze salariali, per esempio, o di costi del diritto allo studio. Ecco perché non vedo nessuna differenza tra un giovane d&#8217;oggi accorso a Genova per l&#8217;alluvione e il giovane che nel 2001 aveva raggiunto la città in occasione del G8. Questa gratuità che determina il lavoro di un volontario o di un militante è la stessa di cui parlo quando dico che la cultura sarà salvata dal volontariato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Volontaires et bénévoles</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Ce qui compte</em><br />
<em> ne peut pas toujours</em><br />
<em> être compté,</em><br />
<em> et ce qui peut</em><br />
<em> être compté</em><br />
<em> ne compte pas forcément.</em> »<br />
[Albert Einstein]</p>
<p style="text-align: justify;">La frase di Einstein posta ad esergo di uno studio del 2011 sul bénévolat, sostenuto dal Ministère de la ville, de la jeunesse et des sports francese, suggerisce la traccia che vorrei mantenere lungo tutte queste riflessioni. &#8220;<em>Quando ciò che conta non può essere contato, e quel che può essere contato non necessariamente conta,&#8221;</em> la prima cosa da fare è capire fino a che punto il mondo cultura vada identificato con l&#8217;industria culturale ma soprattutto in che misura è nutrito da attività non retribuite.</p>
<p style="text-align: justify;">Il grande Battiato nel 1980 cantava &#8220;mandiamoli in pensione i direttori artistici gli addetti alla cultura&#8221; proprio attaccando l&#8217;industria culturale di tutte le epoche, le spesso inutili e autarchiche frange del potere culturale messe a difesa dello status quo del paese. Ma poi siamo sicuri che cultura sia soltanto l&#8217;industria culturale? Siamo proprio così certi che letteratura sia sinonimo di editoriale? Nello scorso post dedicato a questo argomento non mi ha affatto meravigliato la levata di scudi di alcuni professionisti della cultura,  travet del mondo editoriale, in difesa della propria dignità e proprietà intellettuale da contrapporre ai &#8220;dilettanti&#8221; delle lettere. Lobbisti contro hobbysti, mi è venuto da pensare leggendoli; come se scrivere fosse un hobby per uno scrittore e un lavoro per quanti, dal direttore editoriale fino alla telefonista della casa editrice, passando per la stagista addetta alle fotocopie e lo stagista assegnato all&#8217;ufficio stampa, avrebbero trasformato quell&#8217;hobby nel proprio lavoro. E lo dico con piena cognizione della necessità e del valore di ogni singolo ruolo all&#8217;interno di un progetto editoriale avendo piena esperienza di quanto un progetto, un romanzo, un libro, guadagni in qualità grazie al concorso di ogni singola competenza e capacità. E la qualità va pagata, tutta e subito. Quando dico cultura però io parlo anche d&#8217;altro. Dico tradizione di pensiero e idee che coprono quasi l&#8217;intero arco della nostra storia culturale strappando anno dopo anno alla ferrea legge dei copyright, <em>dei settant&#8217;anni dalla morte dell&#8217;autore,</em> capolavori dimenticati o diffusi in modo insufficiente. Quando dico volontario non intendo un lavoro che doveva essere retribuito e poi non lo è, nè tantomeno l&#8217;ancora più odiosa ambiguità di certi rapporti di lavoro, contratti, che di fatto legittimano forme di schiavismo tutte moderne.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per evitare malintesi ho pensato di sostituire alla parola volontario, di per sé ambigua, quella di bénévole e di rimettermi, quanto al suo significato, a quello che, per esempio, i francesi ci dicono a tale proposito in un rapporto di tre anni fa.</p>
<p><em>Le rapport du Conseil économique et social présenté par Marie-Thérèse Cheroutre définissait en 1993 le bénévole comme celui qui s’engage librement pour mener à bien une action non salariée, non soumise à l’obligation de la loi, en dehors de son temps professionnel et familial.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>En tant que tel, le bénévolat constitue un enjeu économique évalué à environ 935 000 emplois équivalents temps plein (ETP) dans les associations, concentré dans un petit nombre de secteurs dont quatre bénéficient de l’essentiel de la ressource bénévole, un quart assumant des fonctions d’animation ou d’encadrement d’activités :</em><br />
<em> Sports 29%</em><br />
<em> Culture et loisirs 28%</em><br />
<em> Action sociale, santé, humanitaire 23%</em><br />
<em> Défense des droits 10%</em><br />
<em> Économie, développement local 4%</em><br />
<em> Éducation, formation, insertion 4%</em><br />
<em> Autres 2%</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ipotizzando che tali cifre possano funzionare anche nel caso italiano la prima cosa che colpisce è come il settore culturale sia tra quelli più toccati da questo tipo di attività. Certo vengono accorpati <em>culture et loisirs</em>. Ma cos&#8217;è un loisir?</p>
<p style="text-align: justify;">La <a title="Organisation internationale du travail" href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Organisation_internationale_du_travail">Conférence internationale du travail di</a> Ginevra, del 1924 afferma nelle sue conclusioni: « L<i>a Conférence générale ha avuto per oggetto l&#8217;assicurare ai lavoratori, oltre alle ore di sonno necessarie, un tempo sufficiente per fare quel che gli piace, così come la indica l&#8217;origine etimologica del termine loisir ( dal latino licere, permettere) </i></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-49299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg" alt="nd.11420" width="300" height="366" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420-245x300.jpg 245w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Questa apparente divagazione in realtà ci permette di identificare da subito tutto il &#8220;paradosso&#8221; del lavoro culturale che consiste nel volersi rappresentare come un lavoro vero e proprio <em>nonostante</em> il piacere che si provi nel farlo. Se nel mondo del lavoro manuale o tecnico, il piacere che si prova  nello svolgere una certa professione, la passione che si nutre dell&#8217;esercizio di un&#8217;attività sembra, e a torto, un optional, nel mondo culturale è difficile che quella voglia manchi. In altri termini ci sono in Italia migliaia di giovani e meno giovani  che giocoforza non potranno mai accedere a un lavoro, retribuito, regolare, di tipo culturale e non perché gli manchino talento, devozione, capacità, ma perché l&#8217;industria culturale non ha bisogno di tantissima gente e la poca di cui ci sarebbe bisogno, tolti i figli di, le amanti di, gli amici di, e i fortunati che erano al posto giusto nel momento giusto, non basta ad assorbire tutti. E poi, che follia pensare addirittura di fare un lavoro che piace! Così la nostra esperienza ci dice che sono tante, troppe le persone uscite da Lettere e Filosofia, Conservatorio, Accademia delle Belle Arti, Architettura, Sociologia, per non parlare della ricerca scientifica tout court, a gettare prima la spugna e poi il sangue in lavori spesso poco retribuiti, abbastanza infami ma soprattutto lontani anni luce dalle proprie aspirazioni, dalle competenze acquisite per passione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna nostra e loro queste migliaia di persone nonostante tutto questo non si sono arrese; continuano a leggere, tradurre, recensire libri, presentarli, partecipare a convegni, festival, collaborare a riviste. Qualcuno dirà che lo fanno nel loro tempo di loisir, da bénévoles, esattamente come Primo Levi, James Joyce, Franz Kafka, Roberto <span class="st">Bolaño, ecc ecc.</span></p>
<p style="text-align: justify;">E allora? Allora io vorrei che qualcuno mi dicesse a quanto tutto questo corrisponda in termini percentuali sul lavoro culturale e soprattutto in che modo incida sulla qualità della produzione il fatto di essere sostanzialmente libera dal mercato. Per il momento di questa energia ne sento soltanto il profumo.</p>
<p style="text-align: justify;">Concludo con un documento che mi sembra importante condividere per due ragioni. La prima per rimandare al mittente l&#8217;accusa di farmi promotore dello sfruttamento della forza lavoro culturale nelle imprese commerciali e dall&#8217;altra per ben marcare il passo su cosa non si deve assolutamente accettare che accada in una società civile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Volontariato e profitto: appello di Sergio Bologna ai volontari dell&#8217;Expo di Milano</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" title="Appello di Sergio Bologna: NO AL VOLONTARIATO DEI GIOVANI ALL&#039;EXPO" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/QFhDMpuTejk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>La vera lotta di classe non è quella di chi è dentro ma di chi è fuori</strong></p>
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		<title>La cultura sarà salvata dai volontari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Oct 2014 12:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Due tre riflessioni a caldo (ho la febbre) a proposito di una polemica che ha coinvolto la casa editrice Voland, ben riassunta nell&#8217;articolo pubblicato da Bibliocartina.it.: Voland, la crisi e i collaboratori non pagati. Di Sora: “La mia è una lotta per non chiudere”. Ma l’editoria è un cane che si morde [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/1966-Angeli-del-fango.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-49131" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/1966-Angeli-del-fango.jpg" alt="1966 Angeli del fango" width="427" height="329" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/1966-Angeli-del-fango.jpg 625w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/1966-Angeli-del-fango-300x231.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 427px) 100vw, 427px" /></a>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
Due tre riflessioni a caldo (ho la febbre) a proposito di una polemica che ha coinvolto la casa editrice Voland, ben riassunta nell&#8217;articolo pubblicato da <a href="http://www.bibliocartina.it/voland-e-i-collaboratori-non-pagati-di-sora-la-mia-e-una-lotta-per-non-chiudere/">Bibliocartina.it</a>.: <em>Voland, la crisi e i collaboratori non pagati. Di Sora: “La mia è una lotta per non chiudere”. Ma l’editoria è un cane che si morde la coda.</em></p>
<p>La Casa Editrice Voland, in questi anni, ha svolto un lavoro importante e di qualità. Fare un lavoro importante e di qualità significa esporsi a dei rischi considerevoli. Pubblicare un autore, a mio parere tra le penne più felici d&#8217;oltralpe, come Philippe Djian in un paese che prende come oro colato le parole di Pennac o di Ben Jelloun, per restare in Francia, significa credere nella letteratura. Ricordo di un&#8217;intervista fatta alla Nothomb e che è possibile leggere per intero proprio qui su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/11/03/paesaggi-amelie-nothomb/">Nazione Indiana</a> in cui la scrittrice belga definiva così Daniela di Sora: <em>“ Una donna erudita, appassionata, umana, in una piccola casa editrice che nonostante le richieste che mi fanno di pubblicare altrove, non cambierò mai . ”</em> Se traducessimo quel &#8220;nonostante le richieste&#8221;, in denaro contante, ci troveremmo quasi sicuramente con parecchie migliaia di euro sul tavolo delle trattative. Del resto, il rapporto tra denaro e letteratura di qualità è quanto meno complesso. Nella biografia del più illuminato editore francese del novecento, Maurice Nadeau, si racconta di quando, cacciato da un&#8217;importante casa editrice, come ex direttore editoriale informa i suoi autori della cosa spiegandogli che non li avrebbe portati con sé, nella nuova casa editrice perché nell&#8217;impossibilità di onorare le spese. Al che, uno dei suoi scrittori, tale Leonardo Sciascia aveva replicato: <em>« Bon, je reste avec vous, je vous apporterai l&#8217;argent. »</em> che andrebbe tradotto più o meno così: &#8220;<em>non sarà lei a farmi guadagnare dei soldi ma io a farli guadagnare a lei&#8221;</em>. Potrei, a tal proposito, citare il rapporto che da anni lega lo scrittore Erri de Luca alla piccola e valorosa casa editrice Dante &amp; Descartes di Napoli insieme a tanti altri casi di questo tipo e che coinvolgono altri scrittori e piccole realtà editoriali.</p>
<p>Quanto sto dicendo non mette affatto in dubbio la parola della fondatrice della Voland quando dichiara di avere sempre pagato i propri collaboratori nè tanto meno vuole disconoscere la serietà di tutte quelle case editrici che, con rigore e certosina cura, onorano i propri contratti in un panorama che non dà nulla per scontato e pochi sconti fa, quando si tratta di soldi. Chiunque lavori nel mondo editoriale, soprattutto da esterno, sa infatti che gran parte delle proprie energie sono dedicate al recupero crediti. E non sempre si recuperano i soldi promessi, mentre immancabilmente si sarà sacrificato il proprio tempo arricchito delle varie incazzature e malumori che l&#8217;accompagnano insieme alla rovina di rapporti personali oltre che professionali.<br />
La questione è allora la seguente: <em> si devono perdonare i&#8221;non paganti&#8221; in virtù del loro progetto letterario, della qualità ricercata contro ogni legge del mercato? E fino a che punto? Se il mercato editoriale ha orrore della poesia, per esempio, è per questa ragione che non dovrebbero esistere più libri di poesia? O continuare a farli senza pagare nessuno, in primis, i poeti? O senza farsi aiutare da qualcuno, che sia l&#8217;autore o lo sparuto gruppo di lettori pronti a sottoscrivere la magnifica impresa?</em></p>
<p>A volte mi chiedo come amante della letteratura e discreto traduttore dal francese, se da parte di un editore fossi messo un giorno davanti alla scelta tra pubblicare un autore, a rischio commerciale, tipo il Régis Jauffret delle <em>Microfictions,</em> a patto di tradurlo gratis o lasciar perdere tutto, quale delle due cose sceglierei di fare. Tradurre credo sia tra i mestieri dell&#8217;editoria la cosa più faticosa, direi la più fisica, e per tradurre bene ci vuole talento e tempo. Conosco un traduttore dal tedesco, considerato tra i migliori in Italia, che a un certo punto ha smesso perché al &#8220;tempo&#8221; che dedicava non corrispondeva un minimo di guadagno corrispondente per vivere. Probabilmente accetterei e questa cosa farebbe incazzare e a ragione i traduttori di professione. Però dovendo scegliere tra la buona pace di questi ultimi e la guerra letteraria in cui siamo tutti più o meno coinvolti, voterei la mia causa all&#8217;esistenza di un libro per me &#8220;necessario&#8221;.</p>
<p>Necessità e utilità non sono mai state buone compagne di viaggio, questo si sa e faccio parte di quei conservatori che ancora ritengono impossibile l&#8217;inquadramento del &#8220;fatto culturale&#8221; in una filosofia utilitarista e di mercato. Ecco perché il lavoro culturale e dunque anche editoriale, è, diciamolo pure, il più delle volte ma una volta e per tutte, <em>aggratis</em>.</p>
<p>Se ci fosse un censimento di tutte le attività, dai festival ai cicli di presentazione nelle librerie, dai reading spontanei alle attività che coinvolgono le scuole, dai programmi radiofonici allo scouting, per non parlare della rete, dei blog e delle riviste letterarie, ci accorgeremmo che almeno l&#8217;ottanta per cento del lavoro che si fa è volontario. Per restare ai blog letterari, Nazione Indiana vive di volontariato, Carmilla, Lipperatura, Alfabeta2, Georgiamada, <span class="st">La dimora del tempo sospeso</span>, Vibrisse, la Poesia e lo Spirito, solo per citarne alcuni di quelli storici, propongono da anni dibattiti, opere, creazioni grazie al lavoro costante e non remunerato dei suoi collaboratori. Certo, c&#8217;è sempre la possibilità di contare sugli effetti collaterali di quella incerta macchina dell&#8217;industria culturale e trovarsi a guadagnare di più per una conferenza o per un premio letterario assegnato a un proprio libro che non per la scrittura dello stesso, per l&#8217;attività in sé. Celebre la riflessione del grande poeta inglese Wystan Hugh Auden, a proposito:<em> It is a sad fact about our culture that a poet can earn much more money writing or talking about his art than he can by practicing it.</em></p>
<p>L&#8217;editoria al pari della cultura è guerra, e sia che ci si lavori come autori che come correttori di bozze, librai o uffici stampa, critici o giornalisti culturali, la sensazione che ho è che ci saranno sempre più volontari a recarsi al fronte; volontari altamente professionali. E i soldi? Li troveremo, come al solito, altrove.</p>
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		<title>Editori per bene, in vista &#8211; XXVII edizione del Salone del Libro di Torino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 May 2014 06:39:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Carmelo Bene]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Culicchia]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Tessitore]]></category>
		<category><![CDATA[XXVII edizione del Salone del Libro di Torino]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; Ieri si è inaugurata la ventisettesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino che si svolgerà dall&#8217;8 al 12 maggio. Per il 2014 il paese ospite candidato è la Santa Sede. Ecco perchè molte sono le iniziative dedicate ai Poeti e ai Navigatori. Che la scelta del paese ospite di quest&#8217;anno sia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_48086" aria-describedby="caption-attachment-48086" style="width: 960px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1441526_10151985733017071_1744089609_n.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-48086" alt="1441526_10151985733017071_1744089609_n" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1441526_10151985733017071_1744089609_n.jpg" width="960" height="720" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1441526_10151985733017071_1744089609_n.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1441526_10151985733017071_1744089609_n-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1441526_10151985733017071_1744089609_n-900x675.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48086" class="wp-caption-text">Installazione del gruppo Indypendentemente a The Others, 2013. Mettre en pratique la Poésie è un&#8217;opera di Gabriella Giordano.</figcaption></figure>
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<p>Ieri si è inaugurata l<span class="st">a ventisettesima edizione <em>del <a href="http://www.salonelibro.it/it/">Salone</a></em><a href="http://www.salonelibro.it/it/"> Internazionale <em>del Libro</em> </a>di Torino che si svolgerà dall&#8217;8 al 12 maggio. Per il <em>2014</em> il paese ospite candidato è la Santa Sede. Ecco perchè molte sono le iniziative dedicate ai <a href="http://www.salonelibro.it/it/programma/details/5321-Ricordo-di-Giovanni-Raboni.html">Poeti</a> e ai <a href="http://www.salonelibro.it/it/programma/details/5357-Questo-ebook-non-e-un-libro-Progetti-esperienze-e-proposte-per-leditoria-digitale.html">Navigatori</a>. Che la scelta del paese ospite di quest&#8217;anno sia per caso legata alla convinzione che ormai solo un miracolo potrà salvare l&#8217;Atlantide della letteratura, cartacea o digitale che sia, dall&#8217;inevitabile, pare, e lenta, mica tanto, immersione nell&#8217;oceano del nuovo ordine mondiale? Intanto ci piace pensare che il titolo di questa edizione, <strong>Bene in vista</strong>, sia un omaggio a Carmelo Bene, al bene in carme e ossa, ovvero voce che si possa ascoltare nonostante il chiacchiericcio, malgrado il rumore di fondo. Per questa edizione, particolarmente meritevole ci sembra l&#8217;iniziativa curata da Giuseppe Culicchia: Officina. &#8221; </span><span class="st"><em>Per <strong>Officina</strong> s&#8217;intende tutto ciò che concorre alla <strong>creazione e alla diffusione del libro in Italia</strong>: dagli autori ai lettori passando per editori, traduttori, redattori, librai, distributori. Quello dell&#8217;<strong>Officina</strong> è un programma pensato per mettere in risalto la qualità di quel <strong>segmento dell&#8217;industria editoriale</strong> che produce libri con la passione e la sapienza dell&#8217;artigiano.&#8221;</em> leggiamo nel <a href="http://www.salonelibro.it/it/news/notizie-dal-salone/12490-officina-in-viaggio-con-giuseppe-culicchia-fra-i-mestieri-del-libro.html">programma</a>. Dei diversi incontri mi piacerebbe segnalarvi <a href="http://www.salonelibro.it/it/programma/details/4701-Lo-stato-delle-cose-Presente-e-futuro-del-libro-in-Italia.html">quello che si svolgerà stasera</a> alle ore 19. </span>Federico Di Vita, Carla Pinna, Filippo Rossi e Silvia Tessitore ragioneranno sul libro, sul miracolo, aggiungo io. Silvia Tessitore presenterà un documento che da tempo circola in rete e che è possibile scaricare nella versione integrale in pdf<a href="http://www.editricezona.it/pdf%20per%20la%20rete/Quellocheailettori.pdf"> qui</a>. <em>(effeffe</em>)</p>
<p align="center">QUELLO CHE AI LETTORI NON DICONO</p>
<p align="center"><em>Come funziona (malissimo) il mondo del libro di carta in Italia</em></p>
<p align="center">Z3NA</p>
<p>di <strong>Silvia Tessitore</strong></p>
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<p><b>Una premessa </b></p>
<p>Nell’attuale momento di crisi del mercato e del Paese, lo scopo di questo documento è di offrire un quadro (non esaustivo ma chiarificatore) dello stato dell’editoria libraria in Italia, con particolare riferimento alla piccola e media editoria indipendente, nella speranza di suscitare attenzione attorno a una questione di democrazia e di libertà largamente ignorata e sottaciuta &#8211; quella dell’oligopolio italiano, con i suoi risvolti economici e politici &#8211; ma anche di risvegliare energie in grado di ipotizzare soluzioni e trasformazioni ormai improrogabili.</p>
<p>La crisi che ci riguarda come lettori, editori, librai e operatori di filiera, è una crisi strutturale, riguarda cioè la struttura stessa del mercato, del mondo stesso del libro così come è concepito in Italia: una struttura che non è stata in grado di fronteggiare la lunga e sciagurata congiuntura economica del Paese &#8211; che negli ultimi quattro o cinque anni ha piegato ed espulso decine di marchi ed esperienze, anche di lunga e provata professionalità &#8211; mettendo a rischio vita e libertà d’impresa delle piccole e medie aziende indipendenti con basse tirature e fatturati.</p>
<p>Questo documento è stato chiuso nel mese di agosto 2013, e parte dall’analisi del rapporto AIE 2012 sullo stato dell’editoria. Il successivo rapporto AIE 2013, diffuso nell’ottobre 2013 in occasione dell’ultima Fiera del Libro di Francoforte, non presenta novità sostanziali rispetto al precedente e ne conferma le tendenze. Per questo motivo non si è ritenuto di aggiornare il testo che segue. (st &#8211; aprile 2014)<a href="http://www.editricezona.it/pdf%20per%20la%20rete/Quellocheailettori.pdf"> continua qui</a></p>
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		<title>I libri faranno una brutta fine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jan 2014 08:27:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[crisi del libro]]></category>
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		<category><![CDATA[giornalismo culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo intervento è uscito oggi su AlfaDomenica, supplemento domenicale di Alfapiù, quotidiano in rete] di Andrea Inglese Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo intervento è uscito oggi su AlfaDomenica, supplemento domenicale di <a href="http://www.alfabeta2.it/">Alfapiù</a>, quotidiano in rete]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Ce lo ha ricordato, in <a href="http://www.wittgenstein.it/2014/01/08/la-fine-dei-libri/">un post dell’8 gennaio</a>, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro. Quanti lettori bisognerebbe avere, perché valga la pena di essere ascoltati? <span id="more-47334"></span>Una volta i Wu Ming ricordarono a qualche loro sprezzante commentatore che loro erano autori da cinquantamila lettori. Okkio. Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto. Torniamo però nel vivo del soggetto. Luca Sofri dice nel suo pezzo un sacco di cose importanti e pertinenti. Risulta solo un po’ strano che lo dica con una certa foga, una certa urgenza, come di scoperta recente e allarmante, dopo aver premesso che il problema è vecchio di decenni. Il punto nevralgico, che secondo lui però non è stato ancora affrontato, riguarda non il declino “commerciale”, ma quello “culturale” del libro. Per Sofri ciò significa innanzitutto due cose: “la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga” e il libro“è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/11/24/lavorare-con-lentezza-ovvero-opinioni-di-un-disadattato/">su Nazioneindiana</a>, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era interrogato sui tempi della lettura, nella società attuale, e meno panoramicamente si era interrogato sullo statuto del libro soprattutto come mezzo di costruzione e diffusione della <i>letteratura </i>contemporanea.)</p>
<p>Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, sono roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere <i>inutili</i> se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un <i>peggioramento</i> o su un <i>miglioramento</i> del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della <i>polis</i>, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete. (Chissà che ruolo residuale assegna Sofri agli studi universitari, ad esempio?) Tutto ciò che comporta ricerche e scritture meditate e approfondite, raccolta paziente e analisi di dati, ecc. pare essere una perdita, in fondo, non rilevante, come il declino di un hobby. Ed è infatti con un moto di tenerezza, che Luca Sofri conclude il suo articolo, come chi constati il declino del Tricche Tracche, divenuto ormai gioco da tavolo per rari amatori: “poi, ripeto, restano gli appassionati “romantici” dei libri: lo siamo un po’ tutti, e c’è il piacere e c’è la bellezza, eccetera (e internet offre loro nuovi spazi di sopravvivenza anche se sempre più riserve indiane)”. Riassumendo, i libri sono “il piacere, la bellezza, eccetera”. Vogliamo metterci a frignare, perché spariscono? Non abbiamo piaceri nuovi e sostitutivi in abbondanza? Questa generica “bellezza”, perché mai sarebbe indispensabile? La foto con lo smartphone di un tramonto non può ben sostituirla? Quanto all’eccetera, gli assenti hanno sempre torto. Ora io non sono né un assiduo lettore di Luca Sofri, né ho opinioni preconcette nei suoi confronti. M’interrogo però su quella cifra da lui citata – ho diecimila lettori – e sul concetto di responsabilità, che io vedo connesso con la cultura, con quanto si scrive in pubblico su canali di ampia diffusione. La montagna della questione epocale sulla scomparsa del libro, come strumento di costruzione della cultura contemporanea, ha partorito un topolino: limitiamoci ad accettare come va il mondo (i buoni consigli della nonna) e consoliamoci con il fatto che per gli amanti di Tricche Tracche, come per quelli della <i>Recherche</i> o del <i>Secolo breve</i>, c’è sempre un tavolo disponibile in qualche caffè di quartiere o una pagina web nel grande oceano del giornalismo perpetuo.</p>
<p>Della scomparsa del libro, personalmente, ne so qualcosa. Lo dichiaro infine: sono un autore di non più di mille lettori. Okkio (al tempo che avete perso). E ho l’aggravante di continuare a scrivere libri che rientrano nel genere “poesia”, ossia libri che hanno smesso di esistere già prima che si gridasse alla scomparsa del libro. Non ho strumenti né tempo salariato per svolgere ricerche approfondite su cosa comporti la sparizione del libro come vettore di cultura e delle forme di lettura “lenta”. Faccio parte, però, di coloro che non si limitano ad accettare questo stato di cose e non penso che la poesia sia un semplice <i>hobby</i>, nonostante la sua conclamata marginalità all’interno della sfera culturale. In altri termini, non credo che la poesia, così come il teatro, così come forme di letteratura di non facile lettura e consumo, siano dei meri passa-tempi. Penso che queste attività abbiano un radicamento antropologico e una funzione strategica: esse possono fungere da <i>trasformatori di tempo</i>. E difenderne l’importanza non è una questione genericamente culturale, ma politica.</p>
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		<title>Parlando di ebook a Milano martedì 17: Qui Siria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Dec 2013 16:43:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[antonella appiano]]></category>
		<category><![CDATA[ebook]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Venerandi]]></category>
		<category><![CDATA[quintadicopertina]]></category>
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					<description><![CDATA[Martedì 17 dicembre 2013 alle ore 17 a Milano a Le Biciclette presentazione dell&#8217;ebook Qui Siria – Clandestina a Damasco edito da Quintadicopertina. Con l’autrice Antonella Appiano e la moderazione di Marta Ottaviani. Qui Siria è un testo che unisce la narrazione in prima persona con la dimensione digitale e le sue possibilità di dare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Martedì 17 dicembre 2013 alle ore 17 a Milano a <a href="https://maps.google.it/maps?q=le+biciclette+milano&amp;client=safari&amp;oe=UTF-8&amp;hq=le+biciclette&amp;hnear=Milano,+Lombardia&amp;t=m&amp;z=15">Le Biciclette</a> presentazione dell&#8217;ebook <cite><a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=250:qui-siria-clandestina-ritorna-a-damasco&amp;catid=1:ultime&amp;Itemid=85" target="_blank">Qui Siria – <em>Clandestina</em> a Damasco</a> edito da Quintadicopertina.</cite></p>
<p>Con l’autrice Antonella Appiano e la moderazione di Marta Ottaviani.</p>
<p><cite>Qui Siria</cite> è un testo che unisce la narrazione in prima persona con la dimensione digitale e le sue possibilità di dare <em>profondità</em> al testo. E&#8217; nato un testo ricco di ipertestualità e immagini, con mappe <em>toccabili</em>, cronologie, schede di approfondimento, gallerie fotografiche, indici analitici, glossari, tutti connessi con la narrazione viva della rivolta siriana. Questa presentazione è un’occasione per poter parlare di entrambi gli aspetti dell’ebook.</p>
<p>Per chi vuole c’è anche un particolare aperitivo al gusto di ebook (in realtà l’aperitivo ha un gusto da aperitivo, ma assieme avrete anche l’ebook di <cite>Qui Siria</cite>).</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/layout-1.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-47168" alt="promo-quisiria-500" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/promo-quisiria-500.jpg" width="500" height="215" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/promo-quisiria-500.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/promo-quisiria-500-300x129.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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