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	<title>Elémire Zolla &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Era capace di staccare l’interlocutore dal presente . . .</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jul 2013 09:47:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Spina]]></category>
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		<category><![CDATA[Cristina Campo]]></category>
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		<category><![CDATA[Elio Vittorini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Spina (Cristina Campo moriva, non ancora cinquanta-quattrenne, a Roma l’11 gennaio 1977. Data la recente scomparsa di Alessandro Spina, qui sotto molto opportunamente ricordato da Flavio Marcolini, vorrei offrire alla lettura l’incipit dello scritto di Spina, Conversazione in Piazza Sant’Anselmo, pubblicato per la prima volta da Scheiwiller, Milano 1993, e ripubblicato poi da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Spina</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/Cristina-Campo-1923-1977.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/Cristina-Campo-1923-1977.jpg" alt="Cristina Campo (1923-1977)" width="213" height="235" class="alignleft size-full wp-image-46033" style="float:left; margin:0 15px 0 0;" /></a><br />
(Cristina Campo moriva, non ancora cinquanta-quattrenne, a Roma l’11 gennaio 1977. Data la recente scomparsa di Alessandro Spina, qui sotto molto opportunamente ricordato da Flavio Marcolini, vorrei offrire alla lettura l’<em>incipit</em> dello scritto di Spina, <em>Conversazione in Piazza Sant’Anselmo</em>, pubblicato per la prima volta da Scheiwiller, Milano 1993, e ripubblicato poi da Morcelliana, Brescia 2002, con l’aggiunta di altri scritti, sempre di Spina, su Cristina Campo. Altre notizie su Cristina Campo traduttrice avevo pubblicato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/28/cristina-campo-su-william-carlos-williams/">qui</a> e <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/12/22/cristina-campo-traduce-emily-dickinson/">qui</a>. a.s.)</p>
<p>Il lutto per Cristina Campo fu un lutto di pochi. Perché stupirsi? La società letteraria era allora (il ‘77) occupata da altri personaggi, altri interessi, da polemiche che la Campo non ricordava che per deriderle, sdegnando di schierarsi con questi o con quelli:<span id="more-46032"></span> la partita artificiosamente suscitata andava consumata dai suoi adepti.<br />
Chi saprebbe immaginare <em>un intervento</em> di Cristina nella peregrina discussione su <em>industria e letteratura</em> che travagliava allora il mondo letterario sotto la bacchetta di Vittorini? Ci guardavamo esterrefatti, lei chiusa nella sua cella e io che — il caso è spesso ironico — guidavo da tanti anni un’industria.<br />
I suoi scritti non ebbero mai per fonte il pantano dell’attualità collettiva, rivoltato ogni giorno. Questo rifiuto di fornire solo risposte a domande formulate da altri, che ha alimentato dopo la sua morte il silenzio sulla sua opera, aveva il sapore sinistro della vendetta: si può <em>amare</em> il proprio nemico, elemento fondamentale della commedia, utile alla definizione della propria identità, non chi guarda da lontano, beffardo.<br />
Basta la presenza di un estraneo a ridimensionare, o a spazzar via, persone che messe casualmente sulla scena pubblica si credono personaggi. Goethe, citato da Hofmannsthal, diceva: «<em>Così divino è l’ordine del mondo, che ciascuno al suo posto, al suo tempo, bilancia tutto il resto</em>».<br />
L’orgogliosa Cristina non ebbe mai bisogno di far parte di un movimento, di una moda letteraria (come ha ricordato Elémire Zolla, per ragioni di salute non frequentò mai scuole pubbliche — dall’infanzia portava il candido <em>vestito</em> col quale doveva traversare il mondo) e i suoi maestri non li cercava nell’ora presente. Non ascoltava neppure Vittorini o altri <em>maîtres à penser</em> di quegli anni: visse in altri luoghi, sotto altre luci. Non fece mai nulla per mettersi al passo col proprio tempo. Dopotutto, è legittimo: il più delle volte si finisce altrimenti per passare con esso. Si mettano a confronto i saggi de <em>Gli imperdonabili</em> (Adelphi, 1987) con i fascicoli su <em>industria e letteratura</em>: come accostare i ruderi della cosiddetta <em>archeologia industriale</em> a un <em>fondo d’oro</em>. </p>
<p>Scrive Hofmannsthal: «<em>La relazione fra due persone è un individuo, un demone</em>».<br />
Anche il libro è una persona, un organismo. Cristina parlava di pochi libri, gli autori che citava erano quasi sempre gli stessi: ma la presenza del demone, sorto dalla relazione con questi scrittori e questi libri, era continua e illuminante. Il cerchio quindi, nella conversazione, si allargava su piani nuovi: se si citavano pochi scrittori, c’erano anche questi <em>individui</em>, questi <em>demoni</em>, sempre attivi nell’ombra. Proprio il contrario dello spazio mentale di tante persone che hanno intere biblioteche in testa, senza che mai la relazione abbia suscitato <em>il terzo</em> fatale. Le scrissi una volta dall’Africa: «In questi giorni ho pensato a lei leggendo Saint-Simon e Proust. Spesso leggendo si è in tre anziché in due».<br />
Come una maga la Campo era capace di staccare l’interlocutore dal presente, di rapirlo <em>altrove</em>. Conversando con lei, sembrava di aprire, nella pace di una biblioteca, un libro che con l’ora collettiva non aveva nessun rapporto necessario, o di entrare nel sogno, che col presente ha notoriamente rapporti non diretti né prevedibili.<br />
Aveva il dono di restringere il campo del presente (altrui, collettivo) e di aprire finestre su paesaggi lontani. Era lo stesso meccanismo mentale che le faceva prediligere le fiabe e il loro diverso computo dei fatti e delle leggi.<br />
Del privilegio della sua conversazione, non gioirà più nessuno: né più noi che lo abbiamo conosciuto, né chi avrà, per la lettura dei suoi scritti, <em>nostalgia</em> di quella voce pura.<br />
Riceveva un tempo, vivo ancora suo padre, nelle spettrali stanze del <em>Collegio di musica</em> al Foro Italico, dove gli alti soffitti anziché dare respiro alle stanze sembravano convertirle in un mausoleo. Negli ultimi anni, abitava un segreto appartamento in piazza Sant’Anselmo, sull’Aventino — poco lontano dalla piazza celeberrima del Piranesi per i Cavalieri di Malta. Come un teatro è cornice dell’opera che si rappresenta, preziosi oggetti — due ribalte identiche del Settecento che parevano specchiarsi l’una nell’altra, quadri, di cui uno del Crespi, sculture lignee&#8230; — erano tracce luminose in quel salotto discreto di mondi invisibili custoditi nei libri. Accanto al letto aveva uno scaffale appeso al muro: vi teneva i libri a lei più cari e dei quaderni, dove, sull’esempio del <em>Libro degli amici</em>, ricopiava versi o aforismi altrui e raccoglieva i suoi appunti. </p>
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