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	<title>elezioni presidenziali francesi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Macron: il grande management a capo dello Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 May 2017 05:00:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Julien Lumière traduzione di Davide Gallo Lassere Solo le circostanze eccezionali della campagna presidenziale paiono poter spiegare l’ascensione di Emmanuel Macron. Quando fondò il movimento politico “En Marche !” poco prima di abbandonare il governo, le attenzioni erano infatti rivolte a destra, verso Alain Juppé, la cui esperienza, calma e spirito conciliante diffusi dai media [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68440" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/mao-tsé-cron.png" alt="mao-tsé-cron" width="368" height="184" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/mao-tsé-cron.png 368w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/mao-tsé-cron-300x150.png 300w" sizes="(max-width: 368px) 100vw, 368px" /></p>
<p>di <strong>Julien Lumière</strong></p>
<p>traduzione di Davide Gallo Lassere</p>
<p>Solo le circostanze eccezionali della campagna presidenziale paiono poter spiegare l’ascensione di Emmanuel Macron. Quando fondò il movimento politico “En Marche !” poco prima di abbandonare il governo, le attenzioni erano infatti rivolte a destra, verso Alain Juppé, la cui esperienza, calma e spirito conciliante diffusi dai media promettevano il successo alle primarie e in seguito alle presidenziali. A sinistra, invece, ci si preparava alla sconfitta, dal momento che non era immaginabile che François Hollande rinunciasse alla sua rielezione né che Manuel Valls si presentasse alle primarie come candidato del rinnovamento. Ora, entrambe le cose sono avvenute, a beneficio del candidato di “En Marche !”. <span id="more-68033"></span>Quanto a Marine Le Pen, la certezza che sarebbe passata al secondo turno fu la sola a non venire mai smentita. Ma la situazione divenne ancora più disperante per il candidato Macron quando Fillon vinse a sorpresa le primarie della destra e del centro: delle riforme economiche brutali accompagnate da un conservatorismo morale e culturale che raccoglievano di fatto l’adesione non soltanto una larga maggioranza degli elettori della destra gollista e liberale, ma anche di una parte dell’elettorato del Front National scettico riguardo all’ispirazione keynesiana del programma di Marine Le Pen.</p>
<p>Che ciò sia stato frutto di calcolo o meno, è stato François Hollande a mettere in cammino Macron verso la sua successione. In primo luogo, a causa della sua rinuncia a ripresentarsi &#8211; fattore che ha meccanicamente attirato una parte dell’ala destra del PS nel campo dell’ex ministro dell’economia. E poi attraverso la candidatura di Vincent Peillon alle primarie, riesumato direttamente dall’Eliseo dalla sua pensione svizzera con lo scopo malcelato di privare Manuel Valls &#8211; un mediocre Bruto della V° Repubblica &#8211; di una parte di voti cui avrebbe potuto ambire.</p>
<p>E tuttavia, esattamente come Fillon con le primarie della destra e del centro, Benoît Hamon non si aspettava di vincere le primarie della sinistra. Queste due vittorie decretano spettacolarmente il fossato abissale che separa sempre più le logiche d’apparato dalle attese della base. Se negli Usa, le primarie sono una macchina per sgretolare i candidati dei piccoli partiti, in Francia sono servite a sgretolare i grandi partiti eleggendo i loro piccoli candidati. Il paradosso delle primarie è che hanno promosso dei candidati che i loro partiti non avrebbero mai scelto, ma che, agli occhi degli elettori, li rappresentavano meglio: François Fillon in primo luogo, il cui programma economico di choc e la cui difesa della famiglia e dei valori cristiani rispondono alle aspirazioni dell’elettorato di destra deluso dal quinquennio di Sarkozy. E Benoît Hamon, il cui progetto propone degli effettivi avanzamenti sociali (come il reddito universale) integrandoli a delle riforme realmente applicabili all’interno del quadro dei Trattati europei e della situazioni economica della Francia (come la riforma fiscale). Entrambi, però, furono abbandonati dai loro partiti: Hamon apertamente, in favore di vergognosi tradimenti che si sono ammantati del dovere repubblicano di contenere Marine Le Pen; Fillon più perfidamente, in occasione della rivelazione degli impieghi fittizi da parte del giornale satirico “Le Canard enchainé” che i partigiani di Nicolas Sarkozy e Alain Juppé hanno strumentalizzato per tentare invano di marginalizzarlo. Senza questa fughe di notizie &#8211; di cui pare essere artefice l’area di Macron &#8211; la vittoria del candidato alle primarie della destra e del centro non sarebbe mai stata indubbia. Ma questi affari hanno rivelato che se François Fillon era il candidato degli elettori delle primarie, non era di certo il candidato del partito “Les Républicains”. Inoltre, l’importanza attribuita a queste scappatelle di poco conto, perlomeno se comparate all’enormità dei fondi privati raccolti in favore di “En Marche !”, è sintomatica della crisi politica e del discredito gettato sul personale politico tradizionale, sui suoi piccoli privilegi, le sue prebende e i suoi intrallazzi tra amichetti. Si potrebbe quasi dire che nei paesi anglosassoni, ci si spaventa per la mancanza di onestà e probità; in Francia, invece, le si tollera finché non rivelano dei privilegi conquistati sulle spalle del popolo oppresso. Gli anglosassoni sembrano infatti propensi ad accettare di essere sfruttati e asserviti purché ciò sia fatto con onestà; i francesi, al contrario, accettano di essere imbrogliati purché non si sentano sfruttati né asserviti.</p>
<p>Di fronte a un Benoît Hamon abbandonato da Hollande, tradito da Valls e il cui programma ambizioso, solido e innovatore è stato rivisto malamente in corsa e reso irricevibile dai media, Mélenchon è apparso come l’ultima boa di salvataggio. Rifiutando di allearsi con Hamon e con i Verdi in vista di una candidatura unica a sinistra, per riuscire nella sua campagna Mélenchon ha dimostrato di attribuire maggiore importanza al successo dei suoi meeting che al passaggio della sinistra al secondo turno. È persino riuscito a farsi proiettare in ologramma per circondare il successo del movimento “La Francia ribelle” di un’atmosfera irreale imbevuta di nostalgia: un programma economico costruito sulla base di una Francia e di un mondo precedenti agli anni 2000, un discorso la cui desuetudine di stile e di toni confina con il grottesco e &#8211; ciliegina sulla torta &#8211; delle evocazioni della patria che persino De Gaulle non aveva osato, memore di Vichy. Tutto ciò è avvenuto come se di fronte al disastro annunciato, gli elettori di sinistra abbiano cercato di inebriarsi per un’ultima volta al suono di appelli vuoti alla ribellione, scanditi in una lingua ormai dimenticata. Dal punto di vista della sinistra, le campagne presidenziali di Mélenchon stanno infatti alla socialdemocrazia come gli ultimi rantoli stanno a un corpo agonizzante. Dal suo punto di vista, invece, si tratte di altrettante occasioni per recuperare il tempo perso sulla sua poltrona di senatore al <em>Palais du Luxembourg</em>. Nel mezzo delle due ultime campagne, Mélenchon non si è minimamente preoccupato di elaborare un serio programma di governo, né di ricostituire un partito di sinistra alternativo al PS in liquidazione. Quanto al Partito Comunista Francese che si è alleato al “Parti de Gauche” nel 2009 è entrato da allora in una fase di declino costante.</p>
<p>I timori di un secondo turno con Marine Le Pen alimentati da una raffica di sondaggi in stile borsistico hanno trasformato l’elezione in un concorso di bellezza, dove, come diceva Keynes, non si sceglie il proprio candidato favorito, ma colui che si presume possa risultare il più appropriato a ottenere il suffragio degli altri concorrenti per affrontare al meglio il candidato frontista al secondo turno. Così, di fronte alla minaccia di un secondo turno Le Pen-Fillon, gli elettori di sinistra si sono comportati come degli speculatori alla vigilia di un crac: non potendo più sperare in grossi profitti, ci si è limitati a evitare il peggio. L’attivo “Francia ribelle” (<em>France insoumise</em>) ha così attratto gli investitori, e sebbene la speculazione sia durata a lungo, come con il “Front de gauche” nel 2012, è finita per scoppiare in una bolla. Tra tutti i titoli in circolazione, l’attivo Macron, ancorato al Tesoro, si è rivelato il più sicuro agli occhi di una parte della borghesia, delle classi medie cosmopolite, ma anche di certe frange delle classi popolari stordite da un modello sociale che glorifica la competenza aldilà del genere, della classe e della razza. Ed è così che, dopo otto anni di marasma economico provocato da una crisi finanziaria di cui il settore bancario francese è un elemento cruciale, dopo cinque anni di presidenza Hollande detestata da tutti, un giovane banchiere, consigliere di Hollande all’Eliseo, ministro dell’economia del governo Valls, ispiratore di leggi che non solo sono passate in forza contro il parere del Parlamento, ma che hanno provocato delle contestazioni, degli scioperi e delle manifestazioni inedite nella storia sociale recente, accede alla presidenza della Repubblica.</p>
<p>Se l’americanizzazione della vita politica ha pietosamente fallito con le primarie, essa ha avuto ben altro esito grazie al ruolo determinante giocato dal finanziamento privato nell’ascensione del “Mozart della finanza”. La solo differenza con gli Stati-Uniti è che qui la grande borghesia non si è imbarazzata né con le pesantezza della logica dei partiti né con le incertezze dello scrutinio delle primarie. Si è incaricata direttamente di lanciare il proprio candidato creando la struttura e il personale politico conforme al perseguimento dei suoi interessi. Il rinnovo della vita politica francese passa così per il finanziamento non più mediato dell’amministrazione degli affari generali della borghesia grazie alla borghesia stessa. In questo rinnovo, Hollande funge da punto di transizione. Grazie al suo portamento bonario, al suo debole profilo, al suo stato d’animo indifferente agli attacchi permanenti e alla sua sempreverde impopolarità, ha installato ai vertici dello Stato un modo di governo che riconduce Sarkozy stesso a un’altra epoca. Se Hollande, prima ancora di Macron, ha fatto saltare la separazione destra-sinistra, è perché con lui e in lui, tutto il personale politico marcia al passo degli azionisti dello Stato francese e delle istituzioni tutelari dell’Unione europea: ex segretario generale del PS, non ha mai esitato, per approvare delle riforme dell’agenda neoliberale europea, non solamente a negare apertamente il programma con il quale è stato eletto, ma a ridurre al silenzio a colpi di 49.3 [decreto legge, che permette di legiferare evitando il voto parlamentare] la sua propria maggioranza e infine a compromettere il futuro stesso del suo partito. Hollande ha segnato la storia della V° Repubblica, inaugurando l’era dei manager al vertice dello Stato. È in questo senso che Macron è veramente l’erede di Hollande. O meglio, costituisce il sogno di Hollande: senza partito, senza esperienza politica, senza visione, passato dal settore privato e pronto ritornarvici in caso di insuccesso, come un alto dirigente passa da un’impresa all’altra, il cui unico progetto consiste nel far saltare gli ultimi paletti che ancora limitano il libero sfruttamento del lavoro e la libertà di movimento del capitale globalizzato.</p>
<p>Che più della metà dei candidati investiti per le legislative da parte de “La République En Marche !” (questo il nuovo nome del movimento) non abbiano alcuna esperienza politica dimostra che non si tenta nemmeno più di concedere un minimo di potere agli eletti dal popolo. Votate per chi vi pare! &#8211; gli si dice &#8211; posto che riceva l’investitura di un partito che non è guidato da nessun eletto e che non sia l’espressione politica di nessun altra volontà politica a parte quella dei suoi mecenati. Macron lo dice dal 2015, dal momento in cui cominciò ad alzarsi il vento della protesta contro le leggi sul lavoro: “Il mio auspicio, è che ci si possa spingere più in là”. Con il 43% soltanto degli elettori iscritti che hanno votato per lui, però, deve sperare che anche una più grande maggioranza di francesi sia disposta a seguirlo.</p>
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		<title>Gli Apocalittici e Integrati di Umberto Eco nell’epoca della democrazia rappresentata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2017 20:19:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Anatole Pierre Fuksas La concatenazione di accadimenti, per molti versi intricati e casuali, che ha condotto alla vittoria di Macron su Le Pen alle Presidenziali francesi, determina nei fatti la transizione ad una nuova dimensione della politica. Parrebbe infatti compiuto il processo, suggerito da molta elaborazione post-moderna, che conduce alla fine del quadro politico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400">di <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></span></p>
<p>La concatenazione di accadimenti, per molti versi intricati e casuali, che ha condotto alla vittoria di Macron su Le Pen alle Presidenziali francesi, determina nei fatti la transizione ad una nuova dimensione della politica. Parrebbe infatti compiuto il processo, suggerito da molta elaborazione post-moderna, che conduce alla fine del quadro politico marcato dalla distinzione tra una destra di matrice borghese e una sinistra di matrice proletaria, variamente evolute in termini sociali, economici e culturali attraverso i grandi sconvolgimenti prodottisi dalla caduta del Muro di Berlino fino ad oggi. Al suo posto sembrerebbe emergere una nuova tendenza di conflitto, ormai strutturata al punto da divenire visibile, al centro della quale si situa la contrapposizione tra il fronte degli Integrati e quello degli Apocalittici, secondo la felice formulazione di Umberto Eco, che dà il titolo ad una sua raccolta di articoli brevi e al volume del 1964 che essa conclude.</p>
<p><span style="font-weight: 400">Questa coppia di concetti contrapposti ripensa nei termini di un cambiamento sostanziale di prospettiva il modo in cui la politica riscrive la realtà che si dispiega attorno a noi, ormai irriducibile alle formule di rito sulla sinistra che avrebbe perso la sua funzione originaria, sulla destra cedevole rispetto alle tentazioni populiste, sui movimenti dell’antipolitica contrapposti alla politica tradizionale e via dicendo. Vari elementi emersi dalla stratificazione del voto presidenziale francese consentono di sostanziare questa chiave di lettura in termini socio-economici piuttosto stringenti. Alcuni dei grafici proposti dall’imprescindibile </span><a href="https://www.ft.com/content/62d782d6-31a7-11e7-9555-23ef563ecf9a"><span style="font-weight: 400">articolo del Financial Times del 9 di maggio</span></a><span style="font-weight: 400"> delineano la componente sostanziale del quadro, che certamente consiste nella divisione per educazione, censo e distribuzione geografica.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Come era prevedibile, l’apocalittico è più facilmente identificabile tra gli ignoranti a basso reddito, o comunque tra quelle figure impoverite dalla crisi, mentre l’integrato è con maggiore facilità il borghese più colto con qualcosina da proteggere, che sia la casa di proprietà o un lavoro di soddisfazione. L’apocalittico è concentrato nelle aree più in difficoltà, non trova cittadinanza nella dimensione metropolitana cosmopolita e quasi sparisce nel 10% delle comunità che denotano il maggior livello di educazione. L’integrato rappresenta solo la metà della popolazione nelle aree a minor tasso di educazione, come anche di quelle abitate dalla classe operaia, mentre è assolutamente egemonico nella grande capitale mondiale e in tutte le zone dove i livelli culturali sono più alti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Come suggerisce Alessandro Lanni, «da una parte c’è un blocco sociale perdente e chiuso e una politica che non piace altrove, mentre dall&#8217;altra c’è un voto diffuso che attraversa varie fasce della società senza conquistarne nessuna, ma posizionandosi bene in tutte». È anche probabile che da questo punto di vista il quadro possa rimanere piuttosto mobile nel senso di una acuita tendenza alla polarizzazione, qualora la politica cavalchi questa contrapposizione fin dalle prossime legislative francesi, invece di lavorare per smussarla. Molto conterà in questo senso quanto forte sarà la reazione al “Modello Macron”, che appare estremamente popolare ad esempio in Italia, anche a seguito della grande affermazione di Renzi alle Primarie del PD.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">La netta sconfitta di Andrea Orlando in Italia, combinata col fatto che ad oggi il socialismo europeo in senso tecnico vale in Francia l’8%, sembrerebbe dar ragione ad Emmanuel Valls (al quale rivolgiamo, per inciso, un sentito #adieuone, a mai più rivederci), quando dichiara apertamente che questa reazione non ci sarà, poiché secondo lui quella cosa che ancora proviamo a chiamare socialismo europeo non esiste più nei fatti. Si potrebbe a questo riguardo osservare che mentre un ex premier, cioè una roba tipo Prodi, Amato, Renzi, viene espulso dal Partito fratello Socialista Francese per aver sostenuto Macron contro il naturale candidato uscito dalle primarie, in Italia si totemizza l’operazione di </span><i><span style="font-weight: 400">En Marche</span></i><span style="font-weight: 400">, celebrandola come il modello politico da perseguire. Si potrebbe anche aggiungere che il PD è nel PSE da poco e certo si potrebbe quasi parlare di bacio della morte, che ovunque arrivi tu una cosa muore, anche perché, operando nel senso di cui sopra, contribuisci ad ucciderla. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">È certo che nessuna di queste argomentazioni avrà la minima capacità di incidere su un processo in corso, quello di ristrutturazione delle categorie dalla politica, che potrebbe forse trovare ancora un argine in Germania, qualora Schulze riuscisse a spuntarla sulla Merkel, ma sarà da vedere. La contrapposizione tra “forze sane” della società, cioè gli integrati a maggior livello di istruzione e censo, e i più poveri e ignoranti sedotti dalle lusinghe del populismo, dalle fake news, dalle medicine alternative e dalle altre leggende metropolitane, in una parola gli apocalittici, è appunto l’effetto di questa transizione dalla dimensione della democrazia rappresentativa a quella della democrazia rappresentata. L’elemento sostanziale e costitutivo di questa seconda dimensione è quello che potremmo chiamare “Effetto Dumbledore”, prendendo come definizione quella che il mentore offre ad Harry Potter nella scena che lancia il finale dell’ultimo episodio della saga: «Of course it is happening inside your head, Harry, but why on earth should that mean that it is not real?»</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Cosa sia questo “Effetto Dumbledore” lo ha spiegato con grande onestà Renzi nel suo discorso di incoronazione, dicendo apertamente che certi problemi sono reali anche se soltanto percepiti come tali e quindi in una qualche maniera vanno affrontati. Per parte nostra si è molto argomentato insieme a Lorenzo Declich a proposito delle tante storie uscite attorno al complottismo negli ultimi anni (ad esempio in conclusione di </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/23/la-postverita-e-il-pallone-sbagliato/"><span style="font-weight: 400">uno degli interventi su Nazione Indiana</span></a><span style="font-weight: 400">). Abbiamo provato a far presente che la realtà nella quale abitiamo non è soltanto il prodotto di dati fattuali e trascende la cronaca, dialoga con la verità assoluta, ma anche con un sacco di altre cose, che sono vere solo in senso molto relativo (perché ad esempio qualcuno le pensa) o non lo sono proprio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">A nostro modo di vedere era ed è altamente improbabile che il populismo possa essere sconfitto senza bonificare le fonti dell&#8217;angoscia, magari immaginando di riassorbirlo con operazioni demagogiche, ad esempio armando il cittadino angosciato o abolendo i gradi di giudizio per i migranti. In sostanza, non è inseguendo </span><i><span style="font-weight: 400">Chi l&#8217;ha visto?</span></i><span style="font-weight: 400"> o direttamente le fiction di Raiuno che si farà meglio di quando invece si costruiva un’agenda sulla base del pastone del Tg1, per citare di nuovo il Renzi del discorso da ari-neo-segretario. Anzi, in questo modo si favorirà lo spostamento definitivo della conflittualità politica nel campo della realtà percepita, secondo modalità che con tutta evidenza Umberto Eco spiegava già nel remoto 1964 meglio di come mai potranno farlo Baricco o Recalcati.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Riletto oggi, </span><i><span style="font-weight: 400">Apocalittici e integrati</span></i><span style="font-weight: 400"> sconcerta per la straordinaria attualità dell’impianto e delle singole argomentazioni che lo sostanziano. Eco tematizza nei vari capitoli del saggio sull’affermazione della cultura di massa i salti di livello comunicativo, la predominanza del cattivo gusto, la mescolanza di cultura mischiata al gossip, l’incoscienza di classe, il pensiero per slogan, l’omologazione e la ricerca del gusto medio, lo schiacciamento sul presente e l’impoverimento delle conoscenze storiche, una conseguente visione passiva e acritica del mondo, l’emergere di un marketing politico e culturale centrati su una </span><span style="font-weight: 400">ἔνδοξα</span><span style="font-weight: 400"> caratterizzata da paternalismo e conformismo, il divismo delle élites senza potere, arrivando quasi a prefigurare l’automarketing “qualcunista”, come l’abbiamo definito insieme a Lorenzo Declich in varie circostanze (ad esempio in </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/21/qualcunismo-omicida-dei-lupi-solitari-la-sindrome-lee-oswald-pistolero-del-comet-fantasma-del-camion-berlino-la-performance-del-poliziotto-turco/"><span style="font-weight: 400">quest’altro articolo su Nazione Indiana</span></a><span style="font-weight: 400">). Se in questo libro di Eco ci sono moltissimi degli aspetti che caratterizzano il mondo odierno, è forse perché il mondo di oggi è stato effettivamente costruito a partire da quel libro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Non sorprende che una così densa descrizione del mondo che ci circonda, formulata con più di cinquant’anni di anticipo, offra nel titolo una efficacissima articolazione categoriale, che delinea il conflitto tra diversi posizionamenti rispetto ad una medesima rappresentazione di realtà percepita, invece che su quello della rappresentanza di istanze collegate alla vita vissuta. Una tradizionale interpretazione nella chiave “destra contro sinistra” porta infatti a pensare agli attori di questo scontro come tutti simili tra loro, se non proprio uguali. Per dire, cosa differenzia la propaganda xenofoba di Salvini sugli immigrati che vengono a stuprare le nostre donne dalle argomentazioni di Serracchiani sulla maggiore gravità dello stupro perpetrato da un profogo iracheno ai danni di una giovane italiana rispetto a quello di un italianissimo marito sulla moglie di origine nigeriana?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Se ci limitiamo ad una lettura “destra contro sinistra” si tratta di due posizioni ugualmente di destra. Ma Serracchiani e Salvini non sono la stessa cosa anche se dicono le stesse cose. Parlano nella stessa maniera della stessa realtà percepita sulla base di paure ancestrali, collegando quella dello stupro e a quella dell’immigrazione, ma si situano, in realtà, ai due poli opposti dello scontro per l&#8217;appropriazione di quella realtà, data per intesa indipendentemente dalla verità dei fatti. Da una parte, Serracchiani, chiede che ci sia una normativa che regoli questi casi in maniera diversa da quella che regolamenta la vita dei cittadini italiani, e la legge Minniti in parte già lo fa, dall’altra Salvini chiede di chiudere le frontiere indiscriminatamente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">È ben evidente che a chi scrive, come a tutti coloro che ancora ragionano nella dimensione di conflitto tra destra e sinistra, questa sottile differenza appaia irrilevante. Siamo abituati a vedere il mondo nei termini di uno scontro tra chi è a favore della società cosmopolita e chi è contro, tra chi è a favore dei diritti delle donne e chi è per il ripristino dei tradizionali ruoli di genere. Per questa ragione non ce la possiamo fare a capire come sia possibile che la dichiarazione di una dirigente nazionale del Partito Democratico si trovi sulla stessa linea di Casa Pound, al punto che </span><a href="https://twitter.com/distefanoTW/status/863082545101066241"><span style="font-weight: 400">Di Stefano le dia pubblicamente ragione</span></a><span style="font-weight: 400">, stigmatizzando l’ipocrisia dei grillini che la ingiuriano, quando fino a dieci minuti prima avevano incitato al segregazionismo su altri canali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ma questa è la realtà e, per capire la politica che da adesso in poi sempre più ci circonderà, si tratta di indossare nuovi occhiali, quelli della paura in base alla quale il marketing politico confeziona oggi la realtà percepita. Appare forse più limpido il caso delle grandi pulizie che Renzi ha ordinato al PD romano, parlando non già in senso figurato di epurazioni tra i capibastone, quanto piuttosto proprio di andare a combattere il populismo in strada con la ramazza. Questa opzione politica, perché come tale ci si richiede di intenderla, se non altro perché è un ordine che il Segretario di un Partito dà ai suoi militanti, è un’offensiva contro il complottismo di Raggi, secondo la quale il PD dissemina Roma di frigoriferi (come si raccontava </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/10/29/la-filologia-del-grande-complottone-raqqua-sic-ar-torrino-ritorno/"><span style="font-weight: 400">in quest’altro articolo di Nazione Indiana</span></a><span style="font-weight: 400">). </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Apocalittici contro integrati, pulito pulito, </span><i><span style="font-weight: 400">no pun intended</span></i><span style="font-weight: 400">! Ma certo il terreno di conflitto è tale che ad un occhio non addestrato le posizioni che si contrappongono non saranno riconoscibili come davvero antagoniste l’una all’altra nella più parte dei casi. Fortunatamente il terreno di scontro sul quale questo conflitto tra Apocalittici e Integrati si svolge è esplorabile comodamente da casa, rileggendo i cinque articoli che compongono la sezione conclusiva così intitolata dell’omonimo volume di Eco, ognuno dei quali pone questioni nodali, che aiutano ad orientarsi in questa nuova dimensione del politico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Il primo, dedicato a </span><i><span style="font-weight: 400">I Nichilisti Fiammeggianti</span></i><span style="font-weight: 400">, elabora uno scenario operativo per l’intellettuale nell’epoca delle comunicazioni di massa sostanzialmente modellato su suggestioni nietzschiane. Di particolare rilievo è la sottolineatura ancora attualissima del fatto che «lo sviluppo tecnologico ha fatto sì che se dialogo e cultura potranno ancora sopravvivere (e c’è chi ne dubita) tutto questo non avverrà che sullo sfondo di una comunicazione intensiva di dati, di notizie, di aggiornamenti circa ciò che sta accadendo». L’elemento della sovrabbondanza di informazione determina un effetto che non faticheremo a riconoscere come attualissimo anch’esso, considerato che «messo in rapporto con una infinità di situazioni delle quali è costretto a prendere atto, se vuole muoversi e progettare, e delle quali nessuna gli appartiene, nessuna gli si presenta in prospettiva privilegiata, l’uomo contemporaneo vive in una permanente insicurezza».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">La distanza dal contenuto dell’informazione, della quale bisogna appunto prendere atto, ingenera una insicurezza, a seguito della quale, potremo aggiungere col senno di poi, si pone il problema di posizionarsi pro o contro, in maniera entusiastica o deprecatoria, a fronte di una cosa di cui in realtà non frega niente. Nell’articolo successivo, intitolato </span><i><span style="font-weight: 400">Da Pathmos a Salamanca</span></i><span style="font-weight: 400">, Eco elabora un nuovo capitolo della bibliografia fittizia di Milo Temesvar ( a proposito del quale si veda ad esempio </span><a href="http://www.insulaeuropea.eu/letture/ecophilia_diliberto.html"><i><span style="font-weight: 400">Ecophilia</span></i><span style="font-weight: 400"> di Oliverio Diliberto</span></a><span style="font-weight: 400"> su </span><i><span style="font-weight: 400">Insula Europea</span></i><span style="font-weight: 400">), autore albanese mai nato del mai scritto saggio «originale, irritante e provocatorio, dal titolo </span><i><span style="font-weight: 400">The Pathmos Sellers</span></i><span style="font-weight: 400">», mai uscito a Washington (DC) per i tipi della mai esistita SevenTypes Press nel 1964. Il volume concepito dall’immaginazione febbrile di Umberto Eco sarebbe un’inchiesta sociologica che «propone delle succulente ipotesi interpretative, senza offrire alcun elemento di verifica sul campo, ma in tale senso Temesvar si dimostra coerente con le idee che a suo tempo aveva esposte in una memoria all’Accademia Sovietica delle Scienze, dal titolo </span><i><span style="font-weight: 400">La verifica come falsificazione dell’ipotesi</span></i><span style="font-weight: 400">».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Il riferimento a posteriori, con cinquant’anni di ritardo diciamo, al tema attualissimo delle fake news, implicato fin dalle premesse, cioè dall’invenzione dello studio che falsifica  l’ipotesi grazie alla sua verifica, configura un altro nodale terreno di conflitto tra Apocalittici e Integrati. Il riferimento a Borges che apre l’articolo incornicia senza meno le premesse letterarie del tema in maniera ancora più che valida e l’intero ragionamento sul riciclo della forza lavoro, degli esuberi, degli esodati, che rappresenta l’argomento principale del ragionamento, denota anch’esso una stringente pertinenza rispetto alle attuali dinamiche del conflitto. La conclusione relativa al riciclo dell’intellettuale, che diventato obsoleto trova una nuova missione, ritrae mirabilmente aspetti salienti della propagandistica corrente, quando Eco nota che «si hanno allora i tecnici dell’Apocalisse, specializzati nel dimostrare che il nuovo orizzonte di problemi è radicalmente equivoco, antiumano, e che occorre rifarsi al culto dei valori di un tempo per garantire all’umanità la sopravvivenza».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">L’articolo </span><i><span style="font-weight: 400">Sulla Fantascienza</span></i><span style="font-weight: 400">, il terzo, parla appunto del racconto o romanzo di fantascienza come di «letteratura allegorica a sfondo educativo», dunque dei suoi prodotti come degli «unici manuali di devozione» che la civiltà industriale concede all’occhio distratto di chi si addormenta sul treno o sul bus tornando dal lavoro. L’enfasi sul futuro, nel quale la propagandistica corrente proietta scenari apocalittici o edificanti a seconda del caso, prende certamente la forma di un discorso ideologico, capace in un modo o nell’altro di tamponare l’ansia prodotta dalla sovrabbondanza di informazione. L’argomento proietta direttamente al quarto degli articoli in questione, dedicato alla </span><i><span style="font-weight: 400">Strategia del Desiderio</span></i><span style="font-weight: 400">, ovvero al volume omonimo di Ernest Dichter, fondatore dell’</span><i><span style="font-weight: 400">Institute for Motivational Research</span></i><span style="font-weight: 400">, dunque alle tecniche di persuasione già enucleate all’epoca da Vance Packard nel celebre libro sui </span><i><span style="font-weight: 400">Persuasori occulti</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">L’argomento forse più stringente rispetto alla riconfigurazione del conflitto destra vs sinistra in quello che vede contrapposto un fronte di Apocalittici ad uno degli Integrati è quello che in questo caso prova a sganciare il rapporto tra individuo e autorità, dunque il concetto di ordine e quello di sicurezza, da una dimensione psicologica, proiettandolo in una di carattere storico. Eco osserva che «un atteggiamento verso le autorità può avere radici storiche profonde (instabilità del potere, dittature, malgoverno, eccetera) e che quindi non può essere mutato con una tecnica psicologica, ma solo da una evoluzione delle strutture politiche e sociali». È ben evidente che un approccio alla questione incentrato sull’emergenza percepita tende invece ad enfatizzare il piano della minaccia secondo quello che abbiamo chiamato «Effetto Dumbledore», abolendo ogni dimensione storica, dunque ogni piano conoscitivo utile a bonificare le ragioni dell’ansia che favorisce la polarizzazione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Eco osserva che la strategia del desiderio non può essere una tecnica neutrale usata per la felicità di tutti, poiché «nella misura in cui i mezzi di produzione non mi appartengono, ed io ne sono o l’oggetto o lo strumento di persuasione – e nella misura in cui non sottopongo questo rapporto a una critica costante – sarà sempre il potere a persuadere me, non io a persuadere il potere». Quindi, «poiché le pagine di Dichter non sono state sfiorate da questo sospetto, il suo libro diventa una sorta di utopia negativa, la descrizione di un agghiacciante paesaggio industriale abitato da automi felici e irresponsabili». Col senno di poi potremmo sopraggiungere che la demagogia corrente ha determinato un paesaggio post-industriale abitato da  automi ugualmente irresponsabili, ma rabbiosi invece che felici, parlando, ad esempio dei social network, popolati da troll agiti da una medesima strategia del desiderio, apocalittici o integrati che siano.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Potremmo spingerci oltre col parallelo introducendo l’ultimo degli articoli della sezione specificamente intitolata </span><i><span style="font-weight: 400">Apocalittici e integrati</span></i><span style="font-weight: 400"> del libro omonimo, quello dedicato a </span><i><span style="font-weight: 400">Il nostro mostro quotidiano</span></i><span style="font-weight: 400">. Disaminando il ruolo e il significato profondo della letteratura e del cinema horror nella società delle comunicazioni di massa, Eco fa riferimento allo studio di Siegfrid Krakauer del corpo sociale tedesco prima dell’arrivo di Hitler «e come questo stato d’animo trovi la sua espressione più chiara e inquietante nel film espressionista [&#8230;] dal Dottor Caligari di Wiene, al Golem di Wegener, Dottor Mabuse di Lang, Nosferatu, il vampiro di Murnau». Si tratta di un racconto della crisi, che sviluppa «un tema ossessivo nel quale si riflette tutta la sindrome nevrotica della società germanica che vede il crollo dell’Impero, la sconfitta bellica, il fallimento dei moti proletari, la crisi di una società borghese che troverà poi in Grosz il suo accusatore spietato, in Brecht il suo anti-vate».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">La reazione «all’insorgere di queste inquietudini, di queste angosce, di questi fantasmi» produce da un lato «un conato di distruzione», che potremo senza meno situare nel campo degli Apocalittici, dall’altro ingenera «una sorta di autoritratto a sfondo sadomasochistico», che rappresenta il suo perfetto controcanto sul versante degli Integrati. Istinto di distruzione e rabbia furiosa da una parte, sadomasochismo e atteggiamenti passivo-aggressivi dall’altra: l’unica sintesi possibile, stando alla conclusione di Eco, è tanto sinistra, quanto stringente, di attualità, viene da dire, spaventosa, tecnicamente mostruosa. Anticiparla sarebbe irriverente e banalizzante nei confronti di una descrizione così lucidamente anticipatoria di quello che viviamo, della nostra società e del modo in cui la politica la sta interpretando e per questa ragione la lasciamo all’apologo col quale Eco conclude il suo libro (per i più pigri comincia con D, finisce per A e ha denti molto aguzzi):</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">in un numero di “Mad” (una rivista goliardica, dell’anticonformismo di maniera, ma che talvolta coglie nel segno) appare una storiella in otto vignette, senza parole: un tipo di uomo medio legge allarmato il giornale che parla di guerra atomica e vede scene inquietanti alla televisione. Corre in giardino e si mette a scavare, raduna mattoni, lavora di calce e cazzuola; costruisce un rifugio, lo copre di terra (ne fuoriesce solo il filtro antiradiazioni per l’aria), lo chiude, lo blinda, gli attacca un cartello “proibito entrare” (ricordate le polemiche sul diritto morale di sparare al vicino di casa se tenta di occupare il vostro shelter?) ansimando dà gli ultimi tocchi mentre cala la notte. Passa di lì un reporter con la macchina fotografica, vede la scena, scatta una foto col flash. L’uomo si volta di colpo, viene investito da un bagliore accecante (i manuali antiatomici danno istruzioni sul come comportarsi se si scorge una luce abbagliante seguita da uno scoppio): tenta di urlare e stramazza. La storia termina mentre un medico ne copre il corpo con un telone e il reporter guarda perplesso chiedendosi come mai. Finisce così l’apologo di una sicurezza inutile. Ma è curioso il volto del cadavere, coi tratti esasperati dal disegno umoristico: pare succhiato da dentro. Dracula quando vede la luce del sole.</span></p></blockquote>
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		<title>Oui, nous, nuje, nosotros sommes (un petit poch&#8217;) la France!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 12:45:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Com’è il bicchiere della riscossa a sinistra dopo il primo turno delle presidenziali in Francia? Mezzo pieno o mezzo vuoto? Il 1,5% di vantaggio di Hollande, insieme alle nette indicazioni di Mélenchon, giustificano festeggiamenti e speranze? E cosa rappresenta il “solo” 17,9% di Marine Le Pen, composto al 30% del voto operaio? [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/04/27/oui-nous-nuje-nosotros-sommes-un-petit-poch-la-france/catherine-deneuve89370/" rel="attachment wp-att-42344"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/catherine-deneuve89370-300x245.jpg" alt="" title="catherine-deneuve89370" width="300" height="245" class="alignnone size-medium wp-image-42344" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/catherine-deneuve89370-300x245.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/catherine-deneuve89370.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Com’è il bicchiere della riscossa a sinistra dopo il primo turno delle presidenziali in Francia? Mezzo pieno o mezzo vuoto? Il 1,5% di vantaggio di Hollande, insieme alle nette indicazioni di Mélenchon, giustificano festeggiamenti e speranze?<span id="more-42343"></span><br />
E cosa rappresenta il “solo” 17,9% di Marine Le Pen, composto al 30% del voto operaio? Si tratta di qualcosa che già si conosceva e che si appaia, grosso modo, al nostro bacino leghista, prima che vicende di lingotti e diamanti bombardassero, come sa fare solo la-realtà-che-supera-la-fantasia, il mito della pura e dura identità padana?<br />
La figlia di Le Pen purtroppo è meglio del figlio di Bossi come erede dinastica &#8211; ci vuole poco. Ma è difficile non pensare che quando la globalizzazione si fa sentire come fonte di conflitto e prospettiva sempre più vasta d’immiserimento, quando l’Europa da tutto questo non protegge, ma anzi accresce l’acuirsi dei problemi, una risposta nazionalista e reazionaria sia la prima capace di fare breccia.<br />
E come porsi dinnanzi ai mercati che registrano subito ciò che da tempo sanno bene, ossia che per la via pianificata a Bruxelles non c’è nessuna uscita dalla crisi dell’Eurozona? Hanno paura di Hollande, quel spendaccione incorreggibile, o di chiunque, a destra o a sinistra, faccia saltare la pia menzogna del fiscal-compact, promessa data e non mantenibile? Il bicchiere è parecchio avvelenato, comunque vada.<br />
Eppure c’è qualcosa di buono in questo eccesso di proiezioni, quasi che François Hollande, come Obi Wan Kenobi in <em>Star Wars</em>, fosse “la nostra ultima speranza”. Non era mai capitato che si manifestasse tanta partecipazione appassionata a un appuntamento elettorale fuori dalla stessa nazione coinvolta. Non è a Bruxelles, ma grazie al voto sovrano nel paese della Bastiglia, che ci scopriamo cittadini dell’Europa.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>24 aprile 2012.</em> </p>
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		<title>Intervista a Vladimiro Giacché</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 06:32:33 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/04/23/intervista-a-vladimiro-giacche/titanic-europa-2/" rel="attachment wp-att-42297"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/titanic-europa1-189x300.jpg" alt="" title="titanic-europa" width="189" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-42297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/titanic-europa1-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/titanic-europa1.jpg 334w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" /></a>Si chiama <em>Titanic Europa</em> (Aliberti, 14,00€), ma in circa 170 pagine contiene una nave e un iceberg ben più grandi: la crisi economica presa da molto prima del crack di Lehman Brothers, fino alla Grecia e l’Italia, perno del possibile naufragio, <em>too big to fail</em> ma troppo grande per essere salvata. L’ha scritto Vladimiro Giacché, dirigente della finanziaria Sator e, al contempo, marxista dichiarato. Nel saggio prevale lo sguardo dell’insider o la voce del militante? <span id="more-42295"></span> Entrambe, si direbbe, ma forse soprattutto qualcos’altro. Grande capacità di sintesi, chiarezza espositiva, scrittura agile. Si tratta per due terzi di un breviario utile a chiunque voglia integrare il costume di esprimersi come un allenatore con la più recente urgenza di dire qualcosa di sensato su spread e pareggi di bilancio.<br />
Riconoscere le ragioni di una crisi di sistema e discernere le risposte affatto obbligatorie con cui si è reagito a essa, riduce il senso di impotenza di chi ne è investito quasi fosse un evento naturale. La grande bolla esplosa nel 2008 si stava preparando da decenni. Con la fine del boom industriale, la macchina del consumo e del profitto occidentale è stata alimentata togliendo ogni vincolo all’economia del credito e della finanza. Il suo rovescio è l’indebitamento, ma il conto della deflazione viene fatto pagare ai più deboli: negli Usa alle famiglie povere che avevano acceso un mutuo sulla casa, in Europa ai lavoratori costretti a rinunciare alle conquiste sociali. Il salvataggio delle banche, secondo un rapporto della Bank of England del 2009, è invece costato 14.000 miliardi di dollari, debito spaventoso assorbito a gratis dagli Stati che ora arrancano o si trovano nel occhio del ciclone. La cura non solo iniqua ma per giunta sbagliata – vedi i risultati in Grecia &#8211;  dimostra, secondo Giacché, quanto un’ideologia possa resistere persino alla lezione della realtà.  </p>
<p><em>Lei mostra di trovarsi in buona compagnia. Sempre più economisti  riconsiderano Marx e ripetono, con Keynes, che imporre l’austerity in tempi di recessione è un’idiozia suicida. Ormai lo dicono non solo i più liberal, ma un numero crescente di colleghi mainstream. Perché la politica UE è diventata più realista del re nel farsi volonterosa esecutrice di una supposta volontà dei mercati?</em></p>
<p>Per due ordini di motivi. Il primo ha a che fare con l&#8217;ideologia. E più precisamente con l&#8217;idea che il &#8220;dimagrimento&#8221; dello Stato, la riduzione del suo ruolo nell&#8217;economia, sia sempre e comunque una cosa positiva. La ricetta giusta per la crescita economica sarebbe questa: politiche monetarie anti-inflazione da un lato, dall&#8217;altro massima libertà dei mercati e minimo ruolo dello Stato. Peccato che proprio la crisi iniziata nel 2007 dimostri che la massima libertà dei mercati comporta massima instabilità economica e finanziaria, e che soltanto un vigoroso intervento pubblico può in certi casi evitare l&#8217;avvitamento in una spirale depressiva e deflativa, che oggi rappresenta certamente un rischio ben maggiore di dosi moderate di inflazione. Non meno importante è però un secondo motivo, molto più concreto. Oggi una politica di austerity significa essenzialmente riduzione delle prestazioni sociali e pensionistiche. E quindi significa scaricare i costi della crisi sui cittadini, e in particolare sui lavoratori. Perché se il biglietto dell&#8217;autobus raddoppia o se per avere una pensione decente bisogna versare contributi anche a un&#8217;assicurazione privata, questo vuol dire che tutta una serie di spese che per alcuni decenni sono state a carico dello Stato torneranno a scaricarsi sugli individui. D&#8217;altra parte, per le società private a cui sarà attribuita la gestione di servizi ora pubblici, o che compreranno (magari a prezzi di saldo) questa o quella municipalizzata, tutto ciò rappresenterà invece una formidabile opportunità. Così come lo sono state le privatizzazioni degli anni Novanta. A cui sono seguiti però gli anni di crescita più bassa dell&#8217;economia italiana di tutto il dopoguerra: cosa che i pasdaran del mercato spesso dimenticano.</p>
<p><em>Monti è il primo della classe nel “fare i compiti” imposti. All’estero si sperava che in cambio riuscisse a incidere un po’ sulla rotta del Titanic. Purtroppo sembra più vero quel che ha scritto Krugman, con occhio particolare alla Grecia. Facile dire alla Bce e alla Germania quel che dovrebbero fare, dare consigli ai governi dei paesi periferici – tecnici o no, “bravi” o meno &#8211;  è difficilissimo. Sono in trappola: possono solo implorare sconti di pena sull’austerità e aspettare che le cose vadano meglio o decisamente peggio. Da dove può saltar fuori un nuovo timoniere?  Dalle elezioni francesi?</em></p>
<p>Una cosa è certa: un nuovo timoniere non può provenire né dai tecnocrati europei, cresciuti a pane e liberismo, né dai politici che ne condividono l&#8217;ideologia, apparentemente neutra, in realtà con forte connotato di classe. La sconfitta abbastanza prevedibile di Sarkozy alle prossime elezioni francesi sarà una buona notizia per l&#8217;Europa, soprattutto se Hollande terrà fede alle sue promesse elettorali di sconfessare il peggioramento del trattato di Maastricht che passa sotto il nome di fiscal compact. Ma a ben vedere non ci serve un nuovo timoniere con nome e cognome: molto più importante è che ai popoli europei sia finalmente concesso di dire la loro sulla rotta da seguire. Sono anni, ormai, che questo viene sistematicamente impedito.</p>
<p><em>Nell’acquisizione generalizzata che Berlusconi era ”ormai impresentabile”, sfugge un passaggio che inchioda il suo governo a una colpa precisa circa l’estendersi della crisi all’Italia. Ce lo riassume?</em></p>
<p>Questo passaggio riguarda precisamente il peggioramento del patto di stabilità di cui parlavo prima. Il Consiglio Europeo che lo ha deciso si è svolto nel marzo 2011, dopo mesi di discussioni, e il governo Berlusconi-Tremonti lo ha avallato senza fiatare, mentre avrebbe potuto e dovuto mettere il veto. Il problema è che il fiscal compact non soltanto generalizza l&#8217;obbligo di politiche di austerity, ma contiene anche norme che colpiscono in primo luogo l&#8217;Italia: a cominciare dall&#8217;obbligo di ridurre del 5 per cento annuo lo stock di debito eccedente il 60% del prodotto interno lordo. Siccome l&#8217;Italia ha un debito pubblico che si aggira sul 120% del pil, l&#8217;entità della correzione nel nostro caso è abnorme (circa 45 miliardi annui), e oltretutto va sommata agli oneri per interessi che comunque dobbiamo pagare (72 miliardi nel 2012). Se quel vincolo non sarà abolito, le correzioni di bilancio necessarie distruggeranno il welfare e impediranno per molti anni di effettuare gli investimenti indispensabili in formazione e infrastrutture. Tutto questo deprimerà la crescita e farà peggiorare il rapporto debito-pil. E&#8217; un nonsenso economico. Di cui dobbiamo ringraziare il governo Berlusconi. Oltretutto proprio l&#8217;introduzione di quel vincolo ha attirato l&#8217;attenzione dei mercati sul caso italiano, sino ad allora rimasto ai margini della crisi (e giustamente, visto che in termini di deficit la nostra situazione era migliore di gran parte degli altri Paesi europei). Non a caso, da aprile 2011 comincia il peggioramento dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, che dai 120 punti base di allora è giunto a toccare i 530 a inizio 2012.</p>
<p><em>Lei invoca “più Stato” per uscire dalla crisi e pensa che ci sarebbe da imparare addirittura dalla Cina. Parte della sinistra le obietterebbe con i diritti &#8211;  non solo umani, ma anche dei lavoratori cinesi. E con la questione ambientale che non può essere disgiunta da quella sociale.</em>         </p>
<p>Mi sembra evidente che solo una forte ripresa dell&#8217;intervento pubblico nell&#8217;economia possa dare risposta ai problemi che il mercato si è dimostrato incapace di risolvere: come garantire uno sviluppo economico equilibrato, porre un argine alla distruzione dell&#8217;ambiente (ormai prossima a un punto di ritorno) e invertire il trend per cui della ricchezza prodotta socialmente si appropria una classe numericamente sempre più esigua (nei nostri Paesi l&#8217;impoverimento relativo e assoluto della classe lavoratrice previsto da Marx, di cui molti sociologi si erano presi gioco nei decenni scorsi, è una realtà sempre più evidente). Rispetto a tutto questo, bisogna prendere atto del fatto che se a Berlino nel 1989 ha fatto fallimento il modello dello &#8220;Stato senza mercato&#8221;, a New York nel 2008 è toccata la stessa sorte al &#8220;mercato senza Stato&#8221;.<br />
Oggi bisogna sperimentare nuove forme di organizzazione economica della società, che sappiano trovare un giusto mix tra Stato e mercato. Mi sembra evidente che non è il giusto mix la soluzione &#8220;occidentale&#8221; di questi anni, in cui allo Stato si è affidato prima il compito di donatore di sangue per imprese private in difficoltà, per poi imporgli &#8211; passata la paura &#8211; un drastico ridimensionamento del proprio ruolo. Bisognerebbe invece tornare a riflettere su temi quali la pianificazione economica, il ruolo di indirizzo da attribuire al settore pubblico dell&#8217;economia da un lato, e quello dei produttori privati indipendenti. L&#8217;esperimento cinese non è un modello, ma è interessante proprio perché rappresenta un tentativo di combinare Stato e mercato in una sintesi nuova: una crescita economica del 9-10% annuo da trent&#8217;anni in qua, che ha strappato alla povertà 200 milioni di persone, non credo possa essere liquidata con poche battute. Di certo non lo ha fatto l&#8217;<em>Economist</em>, che ha dedicato uno dei suoi ultimi numeri all&#8217; &#8220;ascesa del capitalismo di Stato&#8221; in Cina e in altri Paesi emergenti con elevati tassi di sviluppo. </p>
<p><em>Da dove bisognerebbe cominciare, per opporsi alle regole che oggi dominano l’economia e la politica? Quali potrebbero essere gli obiettivi di un’opposizione democratica? Quale il disegno più ampio verso cui tendere? Cosa pensa, per esempio, del “diritto all’insolvenza”? O della “decrescita felice” che rappresenta forse la formula più nota per un cambiamento a lungo termine? </em></p>
<p>Bisogna per prima cosa opporsi all&#8217;idea, che purtroppo ha fatto breccia in vasti strati della popolazione, che quanto accade sia fatale e necessario. Non è così: non è fatale la crisi, e non sono obbligate le misure intraprese per contrastarla, e che invece la peggiorano. Non esiste una sola misura che sia necessitata dai mercati e che non sia frutto di precise scelte politiche. In particolare: la politica di austerity intrapresa da questo governo, e coronata dall&#8217;introduzione della regola del pareggio di bilancio in Costituzione,  è una politica di destra. Oggi una politica di sinistra significa invertire di segno quella politica. E quindi: denunciare il fiscal compact europeo, farla finita con una politica decisa dai movimenti giornalieri dello spread e più in generale restituire alla democrazia &#8211; e quindi ai poteri pubblici &#8211; i suoi diritti. A cominciare da quello di regolamentare i mercati e i movimenti di merci e di capitali, dove necessario. Oggi il nostro Paese ha tre grandi emergenze: la riduzione della disuguaglianza, una politica di investimenti pubblici per migliorare la competitività di sistema e tornare a crescere, una fiscalità efficiente (che recuperi i 120 miliardi  sottratti ogni anno all&#8217;erario e attui finalmente una progressività fiscale che in questo paese non si è mai vista). Per risolverle, bisogna tornare a praticare una politica industriale e una politica dei redditi: entrambe cose ben lontane dall&#8217;orizzonte dei tecnocrati che ci stanno (pessimamente) governando. Nel più lungo periodo, è evidente che il modello di sviluppo attuale non tiene. Ma l&#8217;unico modo per sostituirlo con qualcosa di progressivo è attuare forme di controllo sociale della produzione. Lo vediamo anche a proposito della &#8220;decrescita felice&#8221;. Sotto questa etichetta si celano cose piuttosto diverse tra loro. Ma comunque si declini questo tema, il controllo dei tassi di crescita presuppone forme di governo dell&#8217;economia non identificabili con l'&#8221;anarchia della produzione&#8221; capitalistica: e quindi anche per questa via torniamo al tema delle forme di controllo sociale della produzione oggi praticabili.<br />
Per finire, quanto al &#8220;diritto all&#8217;insolvenza&#8221;, non mi sembra un diritto che la sinistra debba rivendicare. Continuo a pensare che sia meglio far pagare il debito a chi in questi decenni non ha mai pagato: la prima regola del gioco che dobbiamo cambiare è questa.<br />
<em><br />
Una versione più breve è uscita su</em> L&#8217;Unità, <em>19 aprile 2012.</em></p>
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