<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Elio Paoloni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/elio-paoloni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 17 Dec 2009 16:32:49 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Il Tempo annullato &#8211; Prove tecniche di eternità</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/10/il-tempo-annullato-prove-tecniche-di-eternita/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/10/il-tempo-annullato-prove-tecniche-di-eternita/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2007 05:32:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<category><![CDATA[eternità]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[marcel proust]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2007/10/10/il-tempo-annullato-prove-tecniche-di-eternita/</guid>

					<description><![CDATA[di Elio Paoloni Rispondere immediatamente, senza formulazioni lambiccate. Cos’è l’eternità? Un susseguirsi infinito di tempo, giusto? Un’infilata di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni, secoli, ere. Una coordinata orizzontale, una fascia millimetrata inteminabile. Un incubo. Al catechismo nessuno di noi aspirava al Paradiso: quella cosa che comincia dopo la morte, da un’altra parte, e va [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/proust.jpg" title="proust.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/proust.jpg" alt="proust.jpg" /></a></p>
<p>di <strong>Elio Paoloni</strong></p>
<p>Rispondere immediatamente, senza formulazioni lambiccate. Cos’è l’eternità? Un susseguirsi infinito di tempo, giusto? Un’infilata di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni, secoli, ere. Una coordinata orizzontale, una fascia millimetrata inteminabile. Un incubo. Al catechismo nessuno di noi aspirava al Paradiso: quella cosa che comincia dopo la morte, <em>da un’altra parte</em>, e va avanti senza interruzione, senza fine. Giorno dopo giorno a contemplare la luce, senza neppure i comfort sensuali dei maomettani. Che palle. <span id="more-4552"></span><br />
Ma l’eternità è un’altra cosa: è verticale, anzi puntiforme. Non si snoda, è compressa. L’eternità, per dirla alla Paolo Nori, non riesci proprio a pensare che ci sia il tempo. E’, sì, tutti gli infiniti istanti, ma in un istante solo. E’ la dilatazione infinita ma inavvertibile dell’Istante.<br />
L’eternità non consiste in una vagonata di tempo ma nella sua assenza. Assenza. Potete immaginare qualsiasi cosa ma non l’annullarsi del tempo, vero? Il tempo è la forma stessa del nostro pensiero, la nostra condanna. Ecco perché la Salvezza non sta nella sua reiterazione ma nella sua scomparsa. “Perchè &#8211; si chiede Emile Cioran &#8211; l’uomo non ha mai fatto uno sforzo opposto a quello che esige l’adesione al tempo? Finché egli rimane <em>complice</em> del tempo essa [l’illusione] è indistruttibile”. State pensando che io mi rifaccia a concezioni avanzate della fisica? Boh, forse, non me ne intendo. Ma prima delle formule viene la percezione, e c’è chi l’eternità l’ha percepita. Sono tanti, ma non voglio parlare dei mistici, che pure sarebbero i più indicati. Occupiamoci di uno scrittore. Di quell’ <em>er più </em>degli scrittori che è Marcel Proust. Mi inoltrerò impavidamente nel territorio dei francesisti, i quali non hanno insistito abbastanza, mi sembra, su certi aspetti del suo pensiero. Più d’uno li ha colti, certo, ma un po’ distrattamente forse, senza neanche rendersi bene conto di cosa avesse intravisto, di quali termini stesse adoperando.<br />
Il senso della Ricerca è spirituale. L’approdo finale di quel percorso sensuale, prosaico e pragmatico nel suo catalogare e procedere per opposizioni e dualismi, è la spiritualità. Troppo si è insistito sugli influssi scientifici e psicologici. Mai che si citi, che so, Rudolf Steiner, che all’epoca diffondeva le sue concezioni teosofiche &#8211; poi antroposofiche &#8211; con frasi come questa: “L’anima&#8230; <em>media </em>tra presente ed eterno. Conserva il presente per il ricordo. Lo strappa così alla transitorietà e lo accoglie nell’eterno del proprio essere spirituale. Imprime durata anche a quel che è transitorio”.<br />
Troppa fisiologia, invece: Giovanni Macchia incastona lo scrittore nella malattia, imbastisce un’istruttoria sulle teorie e le pratiche dei tanti medici e fisiologi a cui Proust aveva fatto ricorso o dei quali aveva avuto notizia. Una anamnesi alla Saint-Beuve, proprio quello contro cui il gigante si batteva. Avvicinandosi alla questione fondamentale Macchia si chiede se il ritorno di ricordi perduti, <em>l’image affective </em>dei maestri della psicologia sperimentale sia davvero “un état nouveau”. No, rispondevano i neurologi, non poteva essere considerata un’ <em>image vierge</em>. Proust, sostiene Macchia, la pensava diversamente, perchè dichiarava che la distanza temporale rende imparagonabile le due emozioni. Eppure, dopo quella premessa, Proust era molto deciso nel dichiarare che quell’aria nuovissima che invano i poeti hanno tentato di far regnare in paradiso è ‘nuova’ solo perchè gia respirata, ovvero antica. Nuova, quindi, per dei sensi ottusi, per un apparato respiratorio incatenato dal tempo, nuova per chi non ha mai avuto accesso all’eternità.</p>
<p>Troppo Tempo, negli scritti su Proust. Naturale, direte, non è solo il tema fondamentale, è nel titolo (nei titoli, anzi). Il tempo, alla lunga, è ritrovato. Riscattato è il termine più ricorrente. Finalmente recuperato, questo tempo perduto, perso e disperso, anzi dissipato, viene liofilizzato e inscatolato. Così abbiamo una storia, le faccende acquistano un senso e tutto va a posto. Ma tempo è sinonimo di sfacelo, soprattutto nella <em>Recherche</em>. Dunque?<br />
A leggere certi saggi, quello di Jean-François Revel specialmente (che per 150 pagine, trascurando il coinvolgimento dell’autore, la sua empatia profonda, la sua Compassione, poiché Proust sa che ogni creatura condivide il destino di qualsiasi altra &#8211; come… come&#8230; come.., è il ritornello &#8211; riesce a trattare Proust come un verista in vena di sarcasmi, un ‘grande comico’ che mette alla berlina, da inviato speciale camuffato, i tic di un’epoca o di una classe) sembra che le madeleine fungano da bloc-notes sinestetico. Ci si imbatte in una annotazione e via, finalmente recuperiamo tutti i dati associati. E con ciò? Chi se ne frega della zia Léonie? Perché quei ricordi dovrebbero riempirci di gioia? Non sono i ricordi, che contano, ma la loro qualità. E in che consiste questa qualità eccelsa? Di sicuro, anche se non tutte le <em>madeleine</em> risalgono all’infanzia, <em>nel piacere che ci dà la rimembranza confusa della nostra fanciullezza&#8230; la più gradita e la più poetica,</em> come annotava Leopardi nello <em>Zibaldone</em> (1829), dopo aver descritto a modo suo le intermittenze (1821): <em>la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un&#8217;immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione </em>(quanto più turgido, questo &#8216;ripercussioni&#8217;, di intermittenze, vocabolo da elettricista buono a evocare fievoli, petulanti ammiccamenti da decorazioni natalizie) <em>o riflesso della immagine antica</em>. Però attribuiva la gioia di quella circostanza mnemonica al fatto che “essa è più rimembranza che le altre, cioè a dire perché è la più lontana e la più vaga” e qui siamo all&#8217;opposto della <em>madeleine</em>, che è vivida, acutissima, schiacciante. Leopardi amava galleggiare nell&#8217;indistinto, bearsi della foschia, Proust non poteva accettare nulla di meno dell&#8217;irruzione della vivida, travolgente, acutissima verità dell&#8217;Esperienza.</p>
<p>Ma il carattere miracoloso di quelle intermittenze non sta tanto nel ritrovare la compenetrazione tra sé stessi e l’oggetto che nell’infanzia non necessita di faticose concentrazioni come quelle davanti al roseto ricordate da Reynaldo Hahn (Ernst Robert Curtius rammenta che Proust amava pensare che l’anima ci abbandonasse per trasmigrare negli alberi, negli oggetti, finché non avessimo ritrovato quegli oggetti, e forse immaginava addirittura, come nelle credenze celtiche, che da quelle piante potessero liberarsi le anime dei morti) quanto nel fatto che in quello stato che segue la concentrazione e che potremmo definire meditazione (anticamera del Nirvana) il tempo non viene semplicemente ritrovato, rivisitato, rivalutato bensì annullato. Tenterò di essere più preciso: la <em>madeleine</em> non è semplicemente memoria del passato e neppure irruzione del passato nel presente: non ci sono più un passato e un presente, si vive contemporaneamente nel passato e nel presente. E’ una prova tecnica di eternità. Non si tratta semplicemente dell’accesso a uno stato di percezione più vivida, a una sensazione intensissima &#8211; come vorrebbe chi relega Proust al rango di esteta, di collezionista di sensazioni (perfino Curtius lo definisce ‘sensualista”) ma di un occhiata sull’Aldilà, che non è dopo, ma sempre, cioè adesso: “una simile contemplazione, sebbene <em>partecipe dell’eternità</em>, restava fuggitiva”.<br />
Il vecchio inossidabile Curtius, aveva colto nel segno: “Siamo sfuggiti al corso unisenso del tempo matematico. Il tempo non è unidimensionale e irreversibile”. Ma non giunge alla conclusione estrema, limitandosi a ritrovare in Proust, una “correzione psicologica” del rigido concetto di tempo. Un’aberrazione, in un certo senso, un aggiustamento narrativo. Tutt’al più ipotizza un Proust parascientifico che giunge per suo conto alla teoria di un continuum spazio-temporale.<br />
Citando lo scrittore,“La materia è reale perchè è un’espressione dello spirito”, commenta: “ogni sensazione diventa un movimento <em>dell’anima</em>”. Ma nel prosieguo spirito e anima si confondono con l’intelletto e divengono sinonimo di coscienza o esperienza. In effetti all’epoca con la parola spirito si intendeva di solito la vita del pensiero, qualità della mente, non lo Spirito. Più avanti però il critico tedesco mette in relazione le contemplazioni proustiane con quelle della mistica del Trecento Giuliana di Norwich: quella di Proust “non è altro che la contemplazione alle soglie del misticismo come ogni altra forma di più alta spiritualità”. Osserva inoltre che un motivo fondamentale del pensiero di Proust è quello di “salvare l’esistenza dalle scienze naturali”. Ma non sembra rendersi conto di cosa stia dicendo quando nota che “Alberi e fiori sono per lui elemento<em> divino</em>” o che i libri di Proust sono un divenire che “continua in noi come un movimento che viene dallo spirito stesso e non da una determinata persona”: finisce per riportare il tutto a una abilità letteraria.<br />
Eppure, descrivendo il Proust della scena del thé, che si conclude con la domanda “Donde m’era potuta venire quella gioia violenta?”, Curtius lo descrive come un essere “inondato di gioia e di forza in contatto con una realtà superiore”. Poco prima aveva citato Logan Pearsall Smith che riconosceva già nel primo libro di Proust le “tracce di un platonismo che aspira a ritrovare l’essenza eterna delle cose”. E questi momenti appaiono all’inizio isolati per poi farsi “sempre più fitti, tessuti nel mondo intellettuale di Proust. Si fondono con l’ultimo interrogativo sull’immortalità”. Bergotte, dopotutto non era <em>morto per sempre</em>, ipotizza Proust: “nella nostra vita tutto si svolge come se vi entrassimo con un carico di obblighi contratti in un’esistenza anteriore.. sembra appartengano a un altro mondo&#8230; interamente diverso dal nostro e di dove usciamo per nascere a questo e nel quale ritorneremo forse a vivere, sotto l’imperio di quelle leggi ignote&#8230; che rimangono invisibili soltanto agli sciocchi”. Certo, ammette Curtius, spesso questo platonismo (che non è quello superficiale della nostalgia romantica né quello umanistico di Emerson ed è paragonabile solo a quello di Baudelaire) non è riconoscibile ed è per lunghi tratti sotterraneo tuttavia la sua importanza non va misurata dal posto che occupa ma dalla profondità a cui giunge (e dal momento che rappresenta nell’opera).<br />
Giacomo Debenedetti, non dubitando che gli oggetti delle intermittenze contassero unicamente come “apparizioni rivelatrici di quel secondo mondo, di quella seconda vita che sta dentro o dietro di loro”, ribadisce che il tempo ritrovato è tempo ‘guarito’ dalla condanna al flusso lineare, “disocculta l’anima”, e che l’intermittenza finale arriva “quasi come un appello, un rintocco miracoloso della <em>Grazia</em>” .</p>
<p>Tutte queste citazioni sembrano contraddire il mio assunto iniziale. Lo confermano, invece, perchè sono state dissepolte da centinaia di pagine e vengono regolarmente ignorate dalle interpretazioni correnti su Proust.<br />
Ma ascoltiamo Lui, cominciando dall’ultima frase, nella quale delinea il suo Compito: rappresentare l’uomo come un gigante che occupa nel Tempo un “posto prolungato a dismisura”. Potete intenderla come un’esaltazione dell’età anagrafica, giustificati dall’inciso: “poiché essi toccano simultaneamente, giganti immersi negli anni, età così lontane l’una dall’altra, tra le quali tanti giorni sono venuti a interporsi”. Ma quel ‘simultaneamente’ non ammette equivoci. Simultaneamente significa che quella distanza è fittizia, che la vita consiste di un solo istante. Non perchè, come intendono tanti poeti, sia brevissima, insoddisfacente, ma perchè, percorsa dallo spirito, partecipa dell’eternità. E’ questa la dismisura. “Un attimo affrancato dall’ordine temporale ha ricreato in noi, per percepirlo, l’uomo affrancato dall’ordine temporale”.<br />
Un’opera così vasta rende forzata ogni lettura univoca e di questa in particolare occorrerebbe diffidare: come ricorda Curtius, Proust si avvicinava al problema dell’immortalità “con timida riserva, con la prudenza scettica della fine dell’Ottocento”. Avanzava e si ritraeva, anche a causa del suo modo di procedere, quasi una gabbia nevrotica, che lo costringeva a contemplare ogni lato dei fenomeni senza scartare alcuna ipotesi. D’altro canto, proprio le centinaia di pagine in cui Proust si affanna, da bravo figlio del suo tempo, ad affastellare motivi occasionali, sensoriali, psicologici, per spiegare la qualità inspiegabile delle intermittenze, proprio questo tentativo colossale, esaustivo, quasi efficace ma alla fine insoddisfacente per lo stesso autore, ci indica la risposta più plausibile: noi siamo giganteschi perchè partecipi di un’entità onnicomprensiva ed eterna. E l’intermittenza è “un’impressione capace di resuscitare in me l’uomo eterno”.</p>
<p><em>(Pubblicato su Il Domenicale)</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/10/il-tempo-annullato-prove-tecniche-di-eternita/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>19</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">4552</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Al castello</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/12/06/al-castello/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2005/12/06/al-castello/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2005 02:04:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<category><![CDATA[microracconto]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=1548</guid>

					<description><![CDATA[un microracconto di Elio Paoloni Il bisnonno, amministratore dei Marchesi, prima dell&#8217;Unità. I nonni, fino alla vendita al Comune (1909). Lo zio (1946) ma per servizio: Ragioneria. E in Ragioneria è approdata lei, insegnante riciclata per chiusura dell&#8217;asilo (1994). Aveva già abitato quei corridoi (1963: prima media).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/_Castello.jpg" width="150" height="120" alt="" title="" /></p>
<p>un microracconto di <a href="http://www.eliopaoloni.it">Elio Paoloni </a></p>
<p>Il bisnonno, amministratore dei Marchesi, prima dell&#8217;Unità. I nonni, fino alla vendita al Comune (1909). Lo zio (1946) ma per servizio: Ragioneria. E in Ragioneria è approdata lei, insegnante riciclata per chiusura dell&#8217;asilo (1994). Aveva già abitato quei corridoi (1963: prima media). </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2005/12/06/al-castello/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>13</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">1548</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il sabato del villaggio (globale)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/27/il-sabato-del-villaggio-globale/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/27/il-sabato-del-villaggio-globale/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Oct 2005 07:38:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<category><![CDATA[ian mc ewan]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=1432</guid>

					<description><![CDATA[di Elio Paoloni All’uscita del penultimo libro, il cupo, inquietante, morboso Ian Macabre – così McEwan era stato soprannominato – dichiarò di essersi voluto allontanare dai romanzi basati sulle idee: Espiazione nasceva dalla necessità di riportare l’amore al centro di un intreccio. E a proposito del recente Sabato (Einaudi, come l’altra dozzina di romanzi) che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.eliopaoloni.it">Elio Paoloni</a></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/_ianmcewan2005.jpg" width="250" height="98" hspace="5" vspace="5" align="left"  alt="" title="" /> All’uscita del penultimo libro, il cupo, inquietante, morboso Ian Macabre – così <tag>McEwan</tag> era stato soprannominato – dichiarò di essersi voluto allontanare dai romanzi basati sulle idee: <em>Espiazione </em>nasceva dalla necessità di riportare l’amore al centro di un intreccio. E a proposito del recente <em>Sabato </em>(Einaudi, come l’altra dozzina di romanzi) che gli è costato due anni di sala operatoria per documentarsi sul lavoro dei neurochirurghi e lo ha portato in conflitto con i suoi amici dell&#8217;intellighenzia liberale a proposito dell&#8217;intervento in Iraq, ha detto: “Mi è sembrata interessante l&#8217;idea d&#8217;un uomo che si ritiene davvero fortunato perché la donna che ama è, curiosamente, la moglie (cosa molto rara) e arriva a preoccuparsi di essere una bestia strana”. <span id="more-1432"></span><br />
Ma questo libro, a parte qualche eccesso di pignoleria nelle parti scientifiche (tollerabile per i vaccinati Houellebecq), appare come una sintesi mirabile dei due atteggiamenti: il pensiero, il mondo, la scienza, la politica, sono ancora pervasivi ma il perno del romanzo è costituito dagli affetti familiari, soprattutto dall’amore coniugale. Benché sintesi non sia forse il termine giusto per la fluida mescolanza di queste pagine: “Come ha fatto in fretta a passare dall’erotismo a Saddam – dice McEwan del suo protagonista – lui appartiene al caos, a una zuppa mista di cattivi presagi e angosce”. </p>
<p>   Ventiquattro ore abbondanti vissute a perdifiato, come nell’omonima serie tv. Questo lunghissimo sabato viene proposto da McEwan come un sabato del villaggio (“nessuna domenica contiene la stessa promessa né l’energia del giorno che la precede”) ma Henry Perowne, neurochirurgo londinese, si sentirà presto escluso dalla serenità che gli è dovuta, a partire da una funesta cometa tecnologica che attraversa il cielo prima dell’alba. E quando si troverà bloccato da un incidente automobilistico inizialmente percepito come banale, visualizza una scena: “immemore lungo una traversa ecco filare l’altra più ragionevole versione di sé, come un immateriale partente ricco che, serio e soddisfatto, si muova libero nel proprio sabato”.</p>
<p>   Forse l’empasse percepita deriva anche da un’altra circostanza. E’ sabato anche per l’arco vitale di Perowne: dopo gli ormai prossimi cinquanta anni arriverà la sua domenica. Sarà comoda e festosa, potrà seguire  le carriere dei figli, avrà intorno dei nipotini, ma senza quelle promesse e quella energia: la prima “versione di sé” si allontanerà ancora di più.</p>
<p>   Nel villaggio ormai globale non è solo il sabato a perdere le caratteristiche d’obbligo: se in tempi remoti una forma di anosognosia consentiva agli europei di illudersi su un ordine assegnato e immutabile, ora ci si interroga su un mondo che i giovani intellettuali amano presentare come un susseguirsi di calamità: “E’ la cifra del loro stile, il loro modo di mostrarsi intelligenti. Non sarebbe chic né serio annoverare la vittoria sulla varicella come un parte  della condizione moderna”. Eppure, si dice il protagonista, quando l’attuale ordine delle cose sarà spazzato via “il futuro tornerà a guardare a noi come a esseri divini”. </p>
<p>   Non sono solo i prodigi più sofisticati della tecnica a far sentire Perowne soddisfatto della civiltà in cui si muove. Sa che anche la doccia calda è un lusso per nulla scontato: quando avranno inizio i nuovi secoli bui “i vecchi accovacciati vicino a un fuoco di torba racconteranno a nipoti increduli di un tempo in cui si stava nudi in pieno inverno, sotto getti di acqua calda e pulita, con in mano pezzi di sapone profumato e densi liquidi ambrati e vermigli da strofinarsi fra i capelli”.<br />
   E l’immagine che McEwan sceglie per simboleggiare la “moderata soddisfazione” della nostra società è una carrozzina, un passeggino a tre ruote, “pieghevole, adatto a tutti i tipi di fondo stradale” spinto da una giovane donna affilata nella sua tuta traslucida che “quasi saltella”. Un’immagine comune che non verrà di certo considerata: “per i professori universitari, per gli umanisti in genere, la disperazione si presta meglio allo studio analitico: la contentezza è un osso più duro, invece”.</p>
<p>   Il sabato privato della visita alla madre e della cena amorosamente preparata per la famiglia riunita non riesce a smarcarsi dal sabato pubblico, quello del corteo pacifista contro la guerra che Blair sta per lanciare contro Saddam. L’affermato professionista è infastidito dalla manifestazione e non solo perché gli procura ritardi nel tragitto verso il campo della sua sacrosanta partita di squash: irritato dall’esibito buonumore di molti contestatori, “schizzinosi consumatori di shampoo e bibite gassate che pretendono di sentirsi buoni”, Perowne si rifiuta di condannare una spedizione contro uno spaventoso tiranno. Questo non lo pone certo al riparo dai dubbi: anche le ragioni degli altri trovano spazio nel campo da gioco che è diventata la sua mente, lucida e visionaria al tempo stesso a causa dell’affaticamento e della sensazione di aver ricevuto, prima dell’alba, un segno del destino, idea che il pratico neurochirurgo respinge solo a livello conscio. Teme anche lui che l’invasione possa risolversi nel caos, “in fondo le opinioni sono un lancio di dadi”. Blair potrebbe avere torto: Perowne non può dimenticare il lampo del dubbio che ha attraversato per un attimo gli occhi del Primo Ministro quando, incontrandolo in un occasione pubblica, aveva commesso un errore di persona. Blair aveva volutamente perseverato nell’errore per non ammettere la gaffe (l’episodio riporta quasi fedelmente un incontro avuto da McEwan così come è realmente avvenuto l’incontro con Walter Veltroni descritto altrove). </p>
<p>   A Perowne, le cui idee possono in buona parte essere – a giudicare dalle interviste &#8211; attribuite all’autore, succede così di ritrovarsi a recitare il ruolo di colomba di fronte al collega – e rivale di squash. Perché all’ansia non si sfugge, per quanto positivi – e positivisti – si possa essere: “ineluttabile come la legge di gravità Perowne sente il richiamo del notiziario imminente. Fa parte dei tempi questo imperativo a sentire come vanno le cose del mondo, a unirsi alla totalità del pubblico, a una comunità fondata sull’ansia”. Tutti temono il grande evento catastrofico, terroristico o naturale ma a livello di inconscio collettivo esistono anche “un anelito oscuro, un perverso desiderio di castigo e una curiosità blasfema”. Il medico ha un moto di ribellione quando i notiziari lo inseguono da un televisore nello spogliatoio: “di quando in quando avrà pure il diritto di non essere disturbato dagli eventi mondiali e perfino da quelli stradali”. Occorre convincersi che “dimenticare, cancellare un intero universo di fenomeni pubblici per concentrarsi rappresenta una libertà fondamentale. Libertà di pensiero”.</p>
<p>   McEwan è caustico sull’illusione di diventare soggetti attivi della storia seguendo i telegiornali o scorrendo l’ennesimo lungo editoriale. A favore o contro, tutti vengono ricondotti a una forma di consenso, a un’ortodossia dell’attenzione, a “una moderata forma di soggiogamento”. Ma non è tenero neanche con la propria ambivalenza: il protagonista dovrà presto interrogarsi sulle sue responsabilità, “spaventato dal modo in cui le conseguenze di un atto possano sfuggire al nostro controllo e generare altri eventi, ulteriori conseguenze fino a trascinarci in situazioni che mai ci saremmo sognati di scegliere: un coltello puntato alla gola”. Che si tratti del coltellaccio di un credente o del vecchio Opinel dal manico arancione di un demente. Perché oltre alla violenza delle nazioni esiste la violenza del teatro urbano, alla quale l’agiato professionista cerca inutilmente di sfuggire rintanandosi nei suoi rifugi, il lussuoso appartamento o l’ovattata intimità della Mercedes 500S argento con interni color panna: “un antico dilemma evoluzionistico: da una parte il bisogno di sonno, dall’altra il terrore di essere divorati. Alla fine risolto, grazie alla chiusura centralizzata”. </p>
<p>   Non sarà un congegno meccanico però a sventare la minaccia più grave ma qualcosa di immateriale: Perowne, refrattario alla poesia – a suo parere una curiosa attività saltuaria, non meno di una vendemmia – rimarrà molto sorpreso quando un criminale verrà disarmato dalla lettura di alcuni versi. </p>
<p>   La frase finale del protagonista, “questo giorno è passato”, è spostata temporalmente in avanti rispetto all’eduardiano “ha da passà ‘a nuttata” ma il senso è lo stesso: il futuro è più incerto che mai tuttavia occorre andare avanti senza lasciarsi sommergere dal terrorismo endogeno, quello dei profeti di sventura. Quale potrà essere il motivo di speranza? Il lavoro, sembra indicarci Perowne a un certo punto, “la sensazione di luminoso svuotamento, la gioia muta e immensa di un prolungato dispendio di concentrazione e talento, urgenza, problemi da risolvere”. Il benessere commerciale, ha anche sostenuto in un momento ancor più cinico e materialista: “non sarà il razionalismo a sconfiggere i fanatici religiosi, bensì l’abitudine allo shopping con tutti i suoi annessi, un certo impegno verso i piaceri possibili, la promessa di appetiti saziati in questo mondo. Consumare, non pregare”. La musica, viene suggerito altrove: solo quella e solo in rare occasioni “ci regala un assaggio di quello che potremmo essere, della parte migliore di noi stessi, e di un mondo impossibile”. Ma alla fine la vera salvezza sembra risiedere proprio nella poesia: è alla magia di un certo poeta del diciannovesimo secolo che l’uomo armato di coltello ha ceduto. “Ne è stato trafitto e si è ricordato di quanto desideri vivere”. </p>
<p>    Una conclusione del genere sarebbe troppo illusoria, insopportabilmente retorica, buonista e consolatoria, perciò, rispettando l’oscillazione continua che è la cifra del romanzo, quel batti e ribatti ben simboleggiato dallo squash, la sconfitta finale dell’aggressore sarà pur sempre appannaggio dell’astuzia e della forza. Resta significativo tuttavia che un balordo abbia colto quello che il civilissimo mago del bisturi “non è ancora riuscito a sentire e non sentirà mai”.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/27/il-sabato-del-villaggio-globale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">1432</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Vertigine, n°6</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/19/vertigine-n%c2%b06/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2005 17:41:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiano De Majo]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Bregola]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<category><![CDATA[Elisabetta Liguori]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Morozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Meacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Pugno]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Pagano]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Rotino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2005/10/19/vertigine-n%c2%b06/</guid>

					<description><![CDATA[È uscito “Politicamente Scorretto”, il sesto numero di Vertigine, il periodico di scrittura e critica letteraria curato da Rossano Astremo. “Politicamente Scorretto” offre il suo punto di vista sull’Italia d’oggi e non solo, e lo fa raccogliendo l’intervento di dodici autori, Giordano Meacci, Luciano Pagano, Flavio Santi, Gianluca Morozzi, Laura Pugno, Cristiano de Majo, Elisabetta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/chapman.JPG"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/_chapman.JPG" align="left" height="150" hspace="5" vspace="5" width="115" /></a><br />
È uscito “Politicamente Scorretto”, il sesto numero di <strong><em>Vertigine</em></strong>, il periodico di scrittura e critica letteraria curato da <strong>Rossano Astremo</strong>. “Politicamente Scorretto” offre il suo punto di vista sull’Italia d’oggi e non solo, e lo fa raccogliendo l’intervento di dodici autori, <strong>Giordano Meacci</strong>, <strong>Luciano Pagano</strong>, <strong>Flavio Santi</strong>, <strong>Gianluca Morozzi</strong>, <strong>Laura Pugno</strong>, <strong>Cristiano de Majo</strong>, <strong>Elisabetta Liguori</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Sergio Rotino</strong>, <strong>Davide Bregola</strong>, <strong>Elio Paoloni</strong>, <strong>Gianluca Gigliozzi</strong>. <span id="more-1399"></span></p>
<p>Ad esclusione delle schegge in versi di Laura Pugno e Sergio Rotino, gli altri scrittori raccontano in prosa il nostro tempo alternando storie grottesche, feroci, disilluse e ciniche, offrendo un veritiero spaccato del nostro tempo. Testi in grado di proiettare il naso al di fuori del proprio condominio di riferimento, testi in grado di “aggredire” il reale, di smascherarlo attraverso procedure formali differenti. Personaggi reali che dominano il nostro immaginario collettivo, come il Presidente del Consiglio, Benedetto XVI, Bob Dylan, Saddam Hussein, si mescolano a trame fittizie dando vita a reality show impensabili, omicidi utopistici, crisi familiari irreversibili. Si consente la riproduzione parziale o totale dei testi presenti nella rivista e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta. Le illustrazioni, come ogni numero, sono della pittrice salentina Annalisa Macagnino. Per tutte le informazioni visitare il blog http://<a href="http://vertigine.clarence.com">vertigine.clarence.com</a> o scrivere a rossanoastremo@libero.it.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">1399</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Postblobbismo</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/10/30/postblobbismo/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2004/10/30/postblobbismo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Oct 2004 10:42:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=653</guid>

					<description><![CDATA[di Elio Paoloni Cinema. Televisione. Pubblicità (timidamente). Tutto rigorosamente separato, come se il cinema non si consumasse ormai quasi esclusivamente via cinescopio. Come se gli Autori non tornassero sempre più assiduamente in palestra, a confezionare short. Come se novelas, soap, telefilm, tv movie, videoclip e quarkate non avessero attinenza con l’Arte del secolo (scorso). Come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elio Paoloni</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/blob.jpg" alt="blob.jpg" align="left" border="0" height="174" hspace="4" vspace="2" width="135" />Cinema. Televisione. Pubblicità (timidamente). Tutto rigorosamente separato, come se il cinema non si consumasse ormai quasi esclusivamente via cinescopio. Come se gli Autori non tornassero sempre più assiduamente in palestra, a confezionare short. Come se novelas, soap, telefilm, tv movie, videoclip e quarkate non avessero attinenza con l’<strong>Arte del secolo</strong> (scorso). Come se tutta la tivù, politica e comici compresi, non fosse affare di sceneggiatura, scenografia e regia.<br />
<span id="more-653"></span><br />
Burocraticamente, il Critico si occupa di Cinema, disdegnando il <strong>commercial</strong>, cioè buona parte del vero grande cinema, e lasciando la cronaca televisiva a straniti nientologi perennemente in bilico tra il rimpianto del <strong>bel Varietà d&#8217;una volta</strong>, variante post bellica dell&#8217;avanspettacolo, e la caccia affannosa allo <strong>specifico televisivo</strong>. Che schifo questa tivù, che suborna le masse e rende schiavi i nostri figli. Il Cinema, ah, quello sì che è educativo.</p>
<p>Parliamone, come nei talk show di buone intenzioni.</p>
<p><strong> Producer</strong> quiz: chi ha costruito <strong>Cinecittà</strong>?, chi si è avvalso del genio di <strong>Leni Riefensthal</strong>?, in quale capitale dell&#8217;immaginario ha imperversato la caccia alle streghe maccartista?</p>
<p>Noi, al cinema, eravamo schiacciati dalla monumentalità dei personaggi. <strong>Tutto</strong> ciò che veniva rappresentato era importante, <strong>vero</strong>. Perché, altrimenti, tutta quella gente se ne sarebbe stata lì, al buio, in religioso silenzio (chi tace&#8230;) schiacciata dal fulgore, dall&#8217;evidenza, dall&#8217;enormità del tizio sul lenzuolo?</p>
<p>Oggi, a tre anni, un bambino cambia canale, alza e abbassa il volume, spegne il televisore. Attorno persone in carne e ossa, ben visibili,  commentano sprezzanti o si impossessano del telecomando. I protagonisti televisivi sono piccoli, in ogni senso. E il bimbo impara che la telecamera può essere puntata su fatti noiosi o riprorevoli. Li scarta.</p>
<p>Viva il cinema in TV, allora? Un problema esiste, inutile nasconderlo: poiché gli italiani non hanno voluto proibire l&#8217; inserimento proditorio degli spot, nulla potrà dissuadere il programmatore dallo spiattellarli nel momento migliore (per lui che intende captare l&#8217;attenzione dello spettatore) cioè il peggiore per chi desidera restare immerso nel flusso espressivo dell&#8217;Autore. Un rimedio ci sarebbe: affidare l&#8217;inserimento a programmatori adatti. La “troupe” di <strong>Blob</strong> corre il rischio di rimanere disoccupata. Affidiamole la scelta degli spot adatti all&#8217;opera. In assonanza o in dissonanza ma pertinenti. Insomma <strong>blobbiamo i film</strong>. Gli Autori non me ne vogliano: molte opere ci guadagneranno, le altre reggeranno anche a questo. In quanto alle aziende, non rompano con le fasce orarie: le gratifichi il contributo alla creazione di una nuova forma artistica. Saranno mecenati, non semplici sponsor. E poi il sostegno alla marca durerà due ore: un intero film come <strong>commercial</strong>. Già ora, in fondo, il film in tivù non è che un megaspot, elemento di disturbo della sana programmazione televisiva. Va detto anche che alcuni esilaranti episodi di dissonanza avvengono già. Nulla di consapevole, però, di continuativo e illuminante.</p>
<p>Si deve andare in fondo, anche con la penna. Occorre esaminare i telefilm come programmi politici in ottantotto punti e raccontare le tribune politiche come trame di B movie, trastullarsi con i tiggì-carosello e trasalire agli spot come fossero tiggì.</p>
<p>_______________________________________________</p>
<p>Per <strong>inserire commenti </strong>vai a <strong>Archivi per mese &#8211; ottobre 2004</strong></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2004/10/30/postblobbismo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">653</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Siamo seri</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/06/17/siamo-seri/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2004/06/17/siamo-seri/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jun 2004 06:38:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=514</guid>

					<description><![CDATA[di Elio Paoloni Filippo La Porta denuncia sul Foglio il dispotismo dell’ironia. In un elogio di Chaim Potok, sul Domenicale, Giuseppe Sanfilippo mette subito in chiaro che lo scrittore era ebreo ma non ironico: &#8220;No, lui non conosce l&#8217;ironia, non ha tempo da perdere con il gioco di Isaac B. Singer o di Woody Allen [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elio Paoloni</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/ironie.jpg" alt="ironie.jpg" align="left" border="0" height="166" hspace="4" vspace="2" width="200" />   <strong>Filippo La Porta</strong> denuncia sul <em>Foglio</em> il dispotismo dell’ironia. In un elogio di <strong>Chaim Potok</strong>, sul <em>Domenicale</em>, <strong>Giuseppe Sanfilippo</strong> mette subito in chiaro che lo scrittore era ebreo <strong>ma</strong> non ironico: &#8220;No, lui non conosce l&#8217;ironia, non ha tempo da perdere con il gioco di <strong>Isaac B. Singer</strong> o di <strong>Woody Allen</strong> o di tutti i <strong>Roth</strong> possibili, Philip o Henry che siano&#8221;. E in una replica a <strong>Lello Voce</strong> sulla poesia di <strong>Mario Benedetti</strong>, <strong>Giuseppe Genna</strong> decide di fare i conti con questo <strong>retaggio dell&#8217;Avanguardia</strong>, mandando definitivamente a sbarcare il suo lunario nei bidoni della spazzatura questo gesto di fascismo retorico:<br />
<span id="more-514"></span><br />
&#8220;E&#8217; finta la leggenda metropolitana che l&#8217;ironico è il distaccato: l&#8217;ironico è uno che non sa cosa sia la naturalezza del distacco. C&#8217;è uno sforzo psichico nell&#8217;ironia: ti barrichi dietro i bastioni dell&#8217;ironia e al tempo stesso sei nel cuore del nemico per farlo scoppiare… L&#8217;ironia è la <strong>maschera di quella cavolata di etichetta che è il postmoderno</strong>. Il comico è altra cosa. Il comico spalanca il riso e l&#8217;abisso insieme… Il sopracciglio di <strong>Piero Angela</strong> si solleva ironicamente per negazione dei limiti della conoscenza di cui dispone. L&#8217;ignorante potrà anche non essere ironico, ma l&#8217;ignorante intelligente, molto probabilmente, sarà capace di una trascinante ironia… A me, infatti, tutta <strong>la poesia di Sanguineti fa schifo</strong>: non mi sembra nemmeno poesia&#8221;.</p>
<p>&#8220;Prendere <strong>tutto</strong> seriamente, anche a rischio di passare per noiosi, è diventata la vera necessità dei nostri tempi&#8221;: questa è l&#8217;esortazione. Il rifiuto non vale solo per la scrittura, sembra investire il quotidiano: neanche una battuta sull’Inter al Caffè, insomma. Non ho compreso però se è solo lo scrittore – o il critico – a dover conformare la vita privata a questo habitus di serietà e impegno, o se pure il comune civile deve costringersi al colletto rigido. Si tratta di un’imposizione <strong>etica</strong>, di vita, o di una scelta <strong>estetica</strong>, riservata alle opere? O per gli spregiatori dell&#8217;ironia non c&#8217;è differenza tra le due sfere?</p>
<p>Restringendo il campo alla letteratura, sorge spontanea una domanda: questa sprezzatura ha carattere <strong>contingente</strong>? Si tratta di un riflusso periodico, di una ripulsa da saturazione? Si auspica cioè una reazione, qui, oggi, nel determinato momento storico (e nel preciso frangente letterario – o editoriale) a un eccesso dell&#8217;uso? Si ritiene, in altre parole, che avendo il postmoderno esaurito la sua funzione, si imponga una &#8220;restaurazione&#8221; etico-letteraria?</p>
<p>Oppure si condanna l&#8217;ironia in sé? Ovvero, considerando il postmoderno una semplice variante del moderno (possibilmente il capitolo finale), si condanna <strong>tutto il moderno</strong> (facendolo risalire, che so, a <strong>Sterne</strong>?) vale a dire tutto ciò che abbiamo salutato come antidoto all’oscurantismo, alle Fedi, agli assolutismi? La qualità che sostanzia la nostra civiltà, il nostro laicismo? Che favorisce la comprensione, la tolleranza? Che insinua il dubbio, induce al distacco?</p>
<p><strong>Genna</strong> dice che il distacco dell&#8217;ironia è una bufala, che c&#8217;è sforzo psichico. Sarà, ma che s&#8217;intende per naturalezza? Fermarsi al primo livello di comprensione? Aderire alle proprie emozioni?</p>
<p>E se dobbiamo rifiutare l&#8217;ironia in tutte le sue manifestazioni, anche quelle già edite, ci si può fermare al moderno? <strong>Dovremmo condannare anche la classicità</strong>, perché della classicità fa parte <strong>Aristofane</strong>. E dobbiamo cassare <strong>l&#8217;Ariosto</strong>? E che dire del <strong>Don Chisciotte</strong>? E soprattutto, anche se può sembrare fuori luogo, che ne facciamo di <strong>Leopardi</strong>? <strong>Al sopracciglio dei pieroangela dell’epoca</strong> Leopardi opponeva un sopracciglio contro le magnifiche sorti. E’ ironia quella che usa. Dolente, cosmica, venata di malinconia, ma pur sempre ironia. Ironia sulla condizione umana. Sulla inevitabile “ingenuità” degli individui e delle folle. Ironia su se stesso, in primo luogo, avendo, come tutti, alimentato l’autoinganno. Autoinganno che nell’ultima fase riconosce indispensabile, decidendo che è d’uopo sospenderla, l’ironia: troppo disinganno è pernicioso. Ma non è mai riuscito veramente a disfarsene: l’ironia non è nello sguardo, è nelle cose: nella Natura che si fa beffe di noi. Essere seri vuol dire rifiutare questa verità, significa soprattutto <strong>prendersi sul serio</strong> come individui – e come umanità – essere certi di avere in mano il proprio destino, pronti a prendere in mano anche l&#8217;altrui. La <strong>Fallaci</strong> è seria (le Cassandre non possono lasciarsi andare alle battute). <strong>Bush</strong> è serio (e un contadinotto virginiano, <strong>Jedediah Purdy</strong>, ha scritto un libro di grande risonanza per spiegare che la società americana è stata rovinata da quell’atteggiamento che chiamiamo ironia). <strong>Bin Laden</strong> non scherza. E forse è giusto: a governare con le battute si prova, per ora, solo in Italia. Anche se il più bel papa ch&#8217;io ricordi, <strong>Luciani</strong>, era prodigo d&#8217;ironia (bonaria, affettuosa, ecumenica, ma pur sempre ironia). E se la persona per definizione più &#8220;sacra&#8221; e &#8220;ispirata&#8221; del mondo abbraccia l&#8217;ironia, quale scrittore può permettersi di rifiutarla in nome del sacro fuoco dell&#8217;ispirazione?</p>
<p>Qualcuno salva il comico: “il comico è un&#8217;altra cosa”. Ma altri deplorano anche quello: non si contano gli articoli contro la sciagurata scelta del <strong>Salone di Torino</strong> (c&#8217;è ben poco da ridere, si lamentava <strong>Giulio Ferroni</strong>). Alcuni fondamentalisti della serietà sembrano rifuggire non solo dall&#8217;ironia, ma anche da tutto ciò che comporta il riso e il sorriso, come il monaco rievocato nel <strong>Nome della rosa</strong>. D&#8217;altro canto le stesse persone, a volte, tengono per eroi i campioni della satira. “La satira è un&#8217;altra cosa”. Sarà, ma il meccanismo dell&#8217;abbassare, dello sbugiardare, del dissacrare, non mi sembra così diverso.</p>
<p>Va detto che <strong>Alessandro Bergonzoni</strong>, un comico (così, almeno, veniva considerato nelle sue prime apparizioni al costanzoshow) ormai votato a una sorta di teatro dell&#8217;assurdo, al delirio verbale (tra il <strong>Bartezzaghi</strong> e <strong>Palazzeschi</strong>), si è tirato fuori dal cabaret, dalla schiera di coloro che vogliono far ridere di questo o di quell&#8217;altro <em>mostro</em>: &#8220;<strong>Io non voglio (far) ridere di Borghezio</strong>&#8220;. Ma si può dire che <strong>Bergonzoni</strong> non usi l&#8217;ironia? Certo, tende prevalentemente al soprassalto dell&#8217;ascoltatore, allo squarcio del senso comune, alla moltiplicazione dei significati – o alla destituzione di senso – ma, insomma, non è ironico anche il suo procedimento? Non prende in giro i modi di dire, non deride l&#8217;inerzia dell&#8217;aggettivazione? Non sorridiamo anche, con lui?</p>
<p>Tra le cose più geniali degli ultimi anni ci sono <strong>i titoli del Manifesto</strong> (non solo i titoli, per la verità: quando c&#8217;era ancora quel bellissimo mensile che raccoglieva il meglio della stampa periodica, il Manifesto vinceva quasi ogni volta la palma della migliore Prima pagina, cioè l&#8217;insieme di immagine, titolo, catenaccio ecc.). Erano titoli permeati da un&#8217;ironia non necessariamente sottile. Io, che non condividevo quasi mai il messaggio, ne andavo pazzo, per amore della classe (nel senso di stoffa). Di recente quella testata, come pure <strong>Liberazione</strong>, ha fatto dell&#8217;ironia criminale, sanguinosa, vomitevole, sugli ostaggi italiani in Iraq (li rivogliamo davvero? hanno i deltoidi invece degli occhialini tondi, puah). Mi schifa pure definirla ironia ma pochi si sono stracciati le vesti. Se un critico però usa l&#8217;ironia (magari non sempre, magari qualche volta, magari una volta sola) apriti cielo: sensale, traditore, i libri sono una cosa seria, specialmente i miei.</p>
<p>Recentemente, in radio, <strong>Carlo Lucarelli</strong> ha espresso l&#8217;ammirazione per coloro che ha eletto suoi eroi: persone comuni che non rinunciano mai a una battuta, che per amore della battuta perdono amicizie, distruggono il matrimonio, vedono sfumare carriere. Anch&#8217;io ho sempre amato l&#8217;ironia, invidiando degli inglesi la mostruosa capacità di esercitarla senza che l&#8217;interlocutore riesca mai a decidere se si stia o no esercitandola.</p>
<p>Poi, però, ho avuto l’illuminazione <strong>Greggio</strong>: le poche volte che capitavo su <strong>Striscia</strong> cambiavo immediatamente canale. Niente di più normale: ce ne sono cento di facce che ti fanno cambiare immediatamente canale. Ma non era solo noia, disgusto, c’era qualcosa di più, qualcosa che mi irritava profondamente, che mi offendeva. E di fronte ai commenti di qualche amico che lo apprezzava ho cominciato a chiedermi cosa ci trovavo di tanto deplorevole, in <strong>Greggio</strong> da non tollerare neanche che altri lo trovassero divertente. Cosa? L’ironia, ovvio, ma questo non risolveva nulla: anche altri, nello spettacolo, fanno dell’ironia e non mi è mai dispiaciuta. Greggio, dunque, sfotteva tutti dall’alto di uno scranno, derideva i difetti fisici altrui, criticava le azioni prese di mira come se lui non potesse concepirle. Il personaggio dava questa impressione di arroganza, di superiorità indiscussa, l’aria del furbo, di quello a cui non la si fa. <strong>Greggio si chiamava fuori.</strong> Era questo il punto: Greggio faceva ironia &#8220;pura&#8221;. Era questo che non andava: <strong>l’ironia non era contaminata dall’autoironia</strong>. Non c’era traccia di quella componente che in misura maggiore o minore deve essere associata all’ironia, che rende l’ironia non solo accettabile in società ma sopraffino ingrediente narrativo. Del resto <strong>eiron</strong> starebbe a definire, così leggo: &#8220;un uomo che fa apparire <em>sé stesso</em> meno importante di quanto sia&#8221;. L&#8217;understatement, insomma.</p>
<p>Ma <strong>Tiziano Scarpa</strong> aborre anche l&#8217;autoironia: &#8220;il <strong>bon ton sociale</strong> è un agenzia ideologica oppressiva che <strong>mira ad annientare l&#8217;individuo</strong>&#8220;. Già, la modestia del classico che si rivolgeva a soli ventiquattro lettori è fuori moda. Ma ogni convenzione sociale è una diminuzione dell&#8217;individuo. Se però si continua a pretendere che l&#8217;individuo dica buongiorno in ascensore e non blocchi la tua auto parcheggiando, non vedo perché lo status di artista (certificato da chi?) debba consentire arroganza e autoreferenzialità. Io non sarei pregiudizialmente contro l&#8217;autoreferenzialità e l&#8217;assalto al critico: vi sono precedenti illustri. Tuttavia non è tra le mie registrazioni preferite quella che contempla l&#8217;immenso <strong>Bene</strong> dare del &#8220;faccia di saponetta&#8221; al critico di turno.</p>
<p><strong>Scarpa</strong>, del resto, non è immune dal virus dell&#8217;ironia. Ce n&#8217;è parecchia in <strong>Cos&#8217;è questo fracasso?</strong> Forse sbaglio, <strong>probabilmente si potrà dimostrare che non di ironia si tratta</strong> bensì di umorismo, di parodia, di sarcasmo, di comicità, di ridicolo e via sorridendo. Così come si potrebbe trovare una definizione diversa dall’ironia per <strong>La fattoria degli animali</strong>. E, plausibilmente, la vena narrativa di <strong>Scarpa</strong> è il grottesco, che in fondo è uno degli aspetti del comico e viene anche definito &#8220;deformazione ironica&#8221;. Probabilmente, però, nel suo cammino verso la purezza, <strong>Scarpa</strong> rinnega i suoi trascorsi.</p>
<p>Ma vediamo (da <strong>Postkarten</strong>) una delle poesie schifate da <strong>Genna</strong>:</p>
<p>brucia e brucia! come ha detto quel tale (è un aneddoto storicamente garantito:<br />
e, per il mio gusto, di prima scelta), quando è ritornato nella sua villa, in Serbia,<br />
nel &#8217;42 (e i partigiani, che avevano fatto la cucina, lì dentro, di fresco,<br />
gli avevano acceso il fuoco, in biblioteca, anche per scaldarsi, naturalmente,<br />
e lo avevano alimentato con i libri):<br />
brucia e brucia! come ha detto quel tale,<br />
dunque, dando un calcio a un volume superstite di una pregiata edizione delle<br />
<em>Oeuvrescomplètes</em> di Voltaire, scaraventandolo nel pieno delle fiamme:<br />
brucia e brucia!<br />
ha detto, perché tutto è incominciato con te: (e tu che leggi questi versi, adesso,<br />
vedi un po&#8217; tu, che sai, se li degni, per caso, di un fiammifero):</p>
<p>Ha ragione <strong>Genna</strong>: c’è un sacco di ironia in questi versi. Ma <strong>di chi è l’ironia</strong>, qui? E su chi o cosa viene esercitata?</p>
<p>L’ironia la propone “quel tale”. Ironizza sulla situazione, sull’eterogenesi dei fini e su Voltaire (ironizza sull’ironia di Voltaire: chi di ironia ferisce…). Ironizza anche <strong>Sanguineti</strong>, certo, come responsabile dell&#8217;impostazione dei versi, inizialmente, e in prima persona alla fine. Ma su chi? Non su quel tale (con lui simpatizza: è un intellettuale sbigottito, un compagno di pena) e neppure sull’Illuminista. Ironizza su se stesso, sui suoi stessi versi. Ma questo non significa necessariamente abbassarli: sembrerebbe anzi che si riconosca loro la pericolosità, quindi l’importanza, di una vera e propria filosofia. <strong>Sembrerebbe</strong>, appunto. Questo è il merito dell’ironia, la qualità che la rende imprescindibile nella scrittura: il modo migliore di rendere la complessità del reale. Nulla costringe a riflettere come l’ironia.</p>
<p>L’ironia non è (non solo) farsi beffe del prossimo ma privarsi, e privare, delle certezze <strong>svelando il mondo come ambiguità</strong> (<strong>Milan Kundera</strong> ha scritto che &#8220;ogni romanzo degno di questo nome, per limpido che sia, è sufficientemente difficile a causa della sua <strong>consustanziale</strong> ironia&#8221;). L’ironia non è necessariamente la vigliaccheria di chi non vuole prendere posizione: spesso è il coraggio di chi trova che sposare una versione è limitante e, in fondo, comodo. Spesso è l’onestà di chi trova osceno atteggiarsi a vate e preferisce palesare la debolezza, il dubbio e (perché no?) il sospetto. Il dubbio è la principale virtù di chi pensa. Ci sono persone che non devono dubitare: ho conosciuto chirurghi che pensavano molto (avevano più pubblicazioni di tutti gli altri) e dubitavano altrettanto: non si contano i danni, e i morti. Non ho conosciuto, per fortuna, capitani che dubitavano. Ma un imbrattacarte deve dubitare. Si può dubitare in abiti seri, ovvio, ma questa opzione non è necessariamente più valida, più illuminante, più penetrante. Non è per definizione più morale o più efficace.</p>
<p>Ci sono scrittori naturalmente portati all’ironia, alla forma scherzosa. Perché dovrebbero snaturarsi e accettare il dettato del cipiglio, come in altre occasioni ci si è dovuti adattare all&#8217;ironia a ogni costo, al realismo (magico o socialista che fosse) oppure all’abbandono del plot? Vi sono poi dei talenti che possono decidere volta per volta se per raccontare un tema sia opportuno un approccio umoristico, vuoi per aderirvi, vuoi per cercare l&#8217;effetto di contrasto.</p>
<p>E qui incrociamo la questione <strong>Mito</strong>. Se si è d’accordo con quanti lamentano che la letteratura italiana è perdente rispetto a quella straniera – in particolare americana – perché incapace di mitizzare (elevare) e buona solo ad abbassare, a distruggere, a demistificare, allora bisognerebbe accodarsi a questo ostracismo dell’ironia.</p>
<p>Ma <strong>Pian della Tortilla</strong> e <strong>Pulp Fiction</strong> non creano mito demistificando, smontando, citando, ironizzando?</p>
<p>__________________________</p>
<p><em><strong>Nota</strong>: il programma di pubblicazione di questo sito non permette di allineare a destra le frasi, né di inserire spaziature agli inizi dei paragrafi. Così alcuni versi della poesia di Sanguineti, o per meglio dire alcuni emistichi, che dovrebbero essere allineati a destra, in questa trascrizione sono stati automaticamente messi a capo dal programma, a sinistra, a inizio riga. Ci ho provato a farli stare al loro posto, ma non c&#8217;è stato nulla da fare. Me ne scuso con Sanguineti, con l&#8217;autore di questo articolo e con i lettori. T. S.</em></p>
<p>___________________________</p>
<p>Per <strong>inserire commenti</strong> vai a <strong>Archivi per mese – giugno 2004</strong></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2004/06/17/siamo-seri/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>38</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">514</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Book-safari</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/04/27/book-safari/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2004/04/27/book-safari/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Apr 2004 22:10:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=411</guid>

					<description><![CDATA[di Elio Paoloni Nelle brochure degli hotel Movenpick può mancare la foto della Jacuzzi ma non quella della biblioteca, senza la quale il benessere (Wellness è la parola che campeggia sui plessi appositi) non sarebbe realmente completo. In quella del resort di El Quseir, ex porto sulla costa egiziana del Mar Rosso, il tedesco batte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elio Paoloni</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/scaffale" alt="scaffale" align="left" border="0" height="192" hspace="4" vspace="2" width="266" /> Nelle brochure degli hotel Movenpick può mancare la foto della Jacuzzi ma non quella della biblioteca, senza la quale il benessere (<em>Wellness </em>è la parola che campeggia sui plessi appositi) non sarebbe realmente completo. In quella del resort di El Quseir, ex porto sulla costa egiziana del Mar Rosso, il tedesco batte l&#8217;inglese 7 a 2. Uno scaffale e mezzo è riservato ai libri in lingua italiana, uno agli Other Languages. Sugli scaffali tedeschi molte traduzioni dall&#8217;americano ma anche qualcuna dal francese e un Valerio Massimo Manfredi. Handke è ben rappresentato: c&#8217;è anche <em>La donna mancina</em>, in un passo del quale il marito di lei riporta da un romanzo inglese questa considerazione: &#8220;Essere l&#8217;oggetto di questo fiero e rispettoso lavoro di servo, significava per lui, sia pure per il breve spazio di un tè, non soltanto la conciliazione con se stesso bensì stranamente anche la conciliazione con tutta la razza umana&#8221;.<br />
<span id="more-411"></span><br />
Non c&#8217;è descrizione migliore degli effetti del trattamento Movenpick (catena svizzera) sugli ospiti. Con una differenza: nelle brume nordiche il lavoro sarà fiero e rispettoso, certo non rilassato e cordiale. Qui si ha la percezione che gli opposti siano conciliabili. Ci si è rassegnati all&#8217;idea che l&#8217;efficienza nordica sia la naturale compagna della freddezza e della rigidità, così come la cordialità e l&#8217;ospitalità mediterranea sembrano inscindibili dalla pigrizia e dal menefreghismo. Ma a El Quseir la solerzia si accompagna al sorriso (quello vero, non quello da hostess), alla capacità di scherzare con i colleghi e, se è il caso, garbatamente, con i clienti. Non c&#8217;è uomo, dall&#8217;inizio della giornata alla fine del turno, la cui voglia di salutare appaia appannata. Questo, s&#8217;intende, è personale accuratamente selezionato, felice dei suoi privilegi. Specie il direttore di sala. Che però, invece di sfoderare l&#8217;arroganza tutta particolare di chi nei paesi caldi è investito da un&#8217;autorità, non esita a ritirare i piatti sporchi quando necessario. Senza perdere il sorriso. E al più oscuro degli operai, che è stato addestrato solo a non comparire, chi  impone tutta quella amorevolezza per i bambini?</p>
<p>Va bene, questo villaggio è un esperimento in vitro, una riserva umida piantata nel deserto, una colonia su Marte, una &#8220;piattaforma nel centro del mondo&#8221;, ma a me basta sapere che, sia pure artificialmente, due mondi possono intrecciarsi dando il meglio di sé: è possibile essere efficienti e puntuali, puliti e precisi, e tuttavia sorridenti ed elastici, scherzosi e felici.</p>
<p>Manca di sicuro in brochure la foto della postazione di polizia addossata al muro di recinzione, defilata rispetto all&#8217;ingresso e delimitata da un semicerchio di cemento alto quasi quanto un uomo, con uno dei cinque agenti sempre in piedi al centro. Un altro agente con al braccio la fascia &#8220;<em>Tourist and Antiquities Police</em>&#8221; siede in permanenza di fianco al metal detector nell&#8217;ingresso della hall, con un monitor davanti. Tourist e antiquities, due cose distinte: non sempre i turisti sono interessati alle antichità, al passato, spesso si limitano al presente della tenda beduina e della fauna marina, l&#8217;immensa vasca dei pesci rossi (e gialli e verdi e blu e di altri 65532 colori). Ma sono contemporanei i beduini? Sono contemporanei i nubiani dei canali intorno al Nilo? No, antiquities anche loro. Pure i pesci appartengono a chissà quale passato: quei reggimenti carnevaleschi sottratti alla natura, cioè alla selezione della pesca, non riguardano il nostro tempo. E i coralli spenti delle barriere più battute sono, come quelle dei templi, rovine. Antiquities.</p>
<p>Uno si aspetta che i libri siano divisi per genere: gialli, avventure, amore, umorismo. Con quale altra bussola dovrebbe pescare un libro il turista reduce da un&#8217;escursione,  una sauna, un bagno nell&#8217;Acquario? E invece sono ordinati per editore – riportato sulla targhetta applicata a ogni mensola &#8211; col risultato che le opere della collaboratrice di <em>Cosmopolitan </em>Penny Vincenzi (almeno una decina di romanzi sulle ottocento pagine) sono dislocati su mensole diverse. Non si spiega. Va bene il rigoroso senso dell&#8217;ordine svizzero, ma qui non si entra a cercare testi per tesi di laurea, con la lista per editore, luogo e data di pubblicazione: uno spiaggiante vorrà solo sapere in quale scaffale trovare i gialli, o i romanzi d&#8217;amore, o la fantascienza. Già una disposizione in ordine alfabetico sarebbe una forzatura, figuriamoci se uno in bermuda può farsi venire in mente il marchio che detiene i diritti dell&#8217;ultimo Grisham.</p>
<p>Gli autisti delle Jeep fanno di tutto per rendere avventurosa l&#8217;escursione nel deserto, magari affrontando di brutto l&#8217;unica collinetta nel giro di qualche miglio invece di girarci intorno, ma non c&#8217;è brivido più autentico dell&#8217;attraversamento su strada asfaltata in carovana, dove carovana non è definizione pittoresca ma richiamo al motivo originario del formarsi delle carovane. Il centro di raccolta di Safaga è un caravanserraglio nel senso più proprio del termine: accoglie ogni mattina i pullman di villaggi e alberghi di tutta la fascia costiera. Alle nove si parte, tutti insieme, a ranghi serrati: cento pullman attraversano, scortati da camionette della polizia (un altro corpo: anche loro in nero ma non nel panno grezzo della polizia turistica, panno di una consistenza impossibile da trovare altrove, una sorta di <em>pile </em>al cubo senza alcuna chance di assumere una forma) il primo tratto della strada tra Safaga e Qena, decine di chilometri tra un susseguirsi di montagnole rocciose, praticamente un&#8217;unica, interminabile gola. E sei sbattuto indietro nei secoli, a quando da ogni rilievo potevano precipitarsi giù le orde urlanti del <em>rezzou</em>, il raid meharista, &#8220;il sale della vita libera&#8221;. Il brivido vero non viene decantato dalle brochure (l&#8217;ufficio marketing non ha ancora compreso che il rischio terroristico è più interessante di fasulli percorsi &#8220;survival&#8221;).</p>
<p>Tra i libri in lingua inglese, moltissimi i romanzoni da mille pagine ma c&#8217;è anche <em>The Dante Club</em>, la cui esibita erudizione dovrebbe riscattare il genere thriller. Ci sono autori comuni a più scaffali: Smith, Forsyth, King, Cussler. C&#8217;è <em>Omertà </em>di  Mario Puzo in almeno tre lingue che spicca perché il titolo non viene mai tradotto, neppure in lingua olandese, lingua alla quale, nello scaffale misto, sono dedicate due mensolette. Una mensoletta è riservata al francese, il resto a lingue diverse: due libri cechi, uno polacco, uno danese, uno svedese. E uno norvegese, con <em>La commedia umana</em> di Saroyan, un&#8217;edizione del 1946 con copertina rigida, donato nel dicembre 2003. Molti libri della Movenpick Library sono lasciati lì dagli ospiti, invogliati al book crossing da un cartoncino apposito presente nelle camere nonché dalla voglia di sganciare zavorra da un bagaglio già al limite dell&#8217;eccedenza e ora gravato dai souvenirs, ma non tutti sono firmati e datati come questa <em>Commedia umana</em>, il cui percorso non è comune: non lo si preleva dalla biblioteca di famiglia un libro del quarantasei (non per le vacanze) né lo trovi all&#8217;edicola del terminal. Chi sarà stato a passare, in maglione a disegni vivaci, davanti a una bancarella (oops, il Remainder&#8217;s avrà avuto un solido tetto coibentato) prima di partire per i dintorni del Tropico e abbandonare questo vecchissimo libro di un autore fuori moda? E l&#8217;avrà letto? Quanti, tra bagni, escursioni, saune, colazioni, pranzi, cene e sesso avranno avuto modo di leggere un intero volume, specie certi spaventosi tomi da mille pagine? Saltano fuori cinque volumi in giapponese (strano, qui giapponesi non se ne vedono, nemmeno nei luoghi deputati): uno riguarda un documentario girato tra i mongoli (si capisce dalle foto), due non danno nessuna possibilità di decifrazione e due, chissà perché, recano in copertina, oltre a foto (una grande e due piccole) di donne bionde in paesaggi tra l&#8217;iperrealistico e il surreale, una scritta (il titolo presumibilmente) in caratteri latini: <em>Casanova&#8217;s sigh </em>e <em>Cleopatra&#8217;s dream </em>(siamo in tema). In portoghese, infine, i due volumi dell&#8217;<em>Alessandro il Grande </em>di Manfredi, che per un comprensibile equivoco sono finiti nello scaffale italiano.</p>
<p>Alle postazioni sulla strada per Qena invece dei muretti c&#8217;è uno scudo metallico pesante corredato da ruote e manici, una sorta di carriola da guerra. Difficile per un europeo comprendere come sia semplice controllare una strada da queste parti. Il deserto arabico orientale, tutta la fascia che va dal Nilo al Mar Rosso, è assolutamente privo non solo di paesi ma finanche di oasi. Non c&#8217;è neanche la sabbia in quei duecentomila chilometri quadrati di pietraia, quindi ad attraversarlo ci sono solo tre strade, di cui una non ancora sistemata. E quando si dice strade si dice duecento chilometri senza un solo incrocio: niente vie secondarie, piste che partono per pozzi o oasi o vecchie roccaforti o aree archeologiche. Questo vuol dire che nove posti di blocco controllano tutto il traffico di un&#8217;area grande quanto l&#8217;Italia. Traffico normale, s&#8217;intende, che cammelli e jeep possono passare per molte piste (non moltissime: i rilievi ripidi di questo deserto roccioso non permettono attraversamenti fuori pista come in altri deserti).</p>
<p>Nello scaffale tricolore (sì, sono identificati da una bandierina, in alto) i Pocket e gli Oscar Mondadori hanno targhetta apposita, come si trattasse d&#8217;altro editore rispetto al Mondadori senza attributi di altri due scaffali. C&#8217;è poi Sperling Paperback, scelta abbastanza ovvia. Ma perché TEADUE, che non è un editore imponente? Chi avrà scelto i libri in italiano? Con quali criteri? Stranamente, questi libri non sono meno stropicciati degli altri. Spiccano albi a fumetti, da Tex a Dylan Dog, compreso un Supermito, <em>Paperincas</em>. Inevitabili i King, i Cussler, i romanzoni passionali, il comico di turno (qui Max Pisu, il meno notevole della schiera, che pure ha avuto l&#8217;onore di uscire da Rizzoli) e l&#8217;O&#8217; Brian di <em>Ai confini del mare</em> (febbraio 2003, prima dell&#8217;uscita di <em>Master and Commander</em>) con un suo pendant nobile, sempre TEA: una ristampa &#8217;98 di <em>Riti di passaggio</em>, primo volume della Grande trilogia del mare del Premio Nobel 1983 William Golding. I gialli Mondadori la fanno da padrone ma c&#8217;è un thriller più bizzarro: un <em>Delitto di mezza estate</em> in 600 pagine. La mezza estate farebbe pensare al clima di qui (a marzo) ma le vicende narrate da Henning Mankell, tradotte nelle Farfalle Marsilio col contributo dello <em>Swedish Institute </em>di Stoccolma e del programma <em>Cultura 2000</em>, si svolgono in Svezia.</p>
<p>L&#8217;approssimarsi del Fiume va definito col termine più abusato delle brochure: favoloso. Dopo tre ore di pullman in un universo a dominante unica (non monotono: il deserto è la cosa meno monotona che esista) benché la mancanza di vegetazione non sia stata assoluta (lungo l&#8217;acquedotto spuntano spesso cespugli: tamerici e acacie, mai palme, neanche una palma, in tutto il deserto orientale, che non sia stata piantata dai giardinieri dei resort o dagli abitanti dei paesi) il verde della prima coltivazione, un quadrato perfetto su una trapunta beige, appare iperrealistico e onirico allo stesso tempo. Non si capisce perché si trovi proprio lì e come mai. Dopo tre minuti ne vedi altre due, eccitato come se non avessi mai visto un campo di insalata, e dopo dieci minuti sei ritornato nel mondo: alberi, cespugli, qualche casupola, altre coltivazioni. E poi, finalmente, gli incroci. Da questi incroci spunterebbero, normalmente, asini e motocarri carichi di canna da zucchero. Ma stiamo passando noi e, come se fossimo nobili in portantina, tutto si ferma: davanti a ogni incrocio un uomo in tunica col fucile fa le veci del vigile, o della sbarra dei passaggi a livello. Il fucile in genere è decorato, sembra un&#8217;arma vecchiotta, ma il fuciliere ha un&#8217;aria carismatica. I contadini in attesa non sembrano seccati.</p>
<p>Un vecchio Theoria, <em>Emma </em>della Austen tradotto da Sandra Petrignani nel 97 (anno della strage sulla spianata del Tempio), comprato al Libraccio di Milano (Mel Bookstore) al 50%. Al Libraccio di Como, invece, era stato acquistato <em>Una ignota compagnia </em>di Giulio Angioni, un <em>Narratori </em>Feltrinelli sull&#8217;amicizia di un bianco e di un nero, dipendenti di una fabbrica di indumenti intimi, dove a essere più spaesato è il bianco. Il prezzo è cancellato col pennarello, dunque abbiamo un regalo (un regalo taccagno, se si è andati al Libraccio) che viene tranquillamente abbandonato (o il Book crossing è la destinazione più grata per un libro che si ama, anche se ricevuto in dono?). E&#8217; del marzo &#8217;92, ha fatto un lungo percorso questo libro. Angioni, del resto, è un autore che viene spesso bookcrossato se il suo <em>Il mare intorno </em>(Sellerio di Giorgianni, 2003) è stato trovato da una commentatrice (entusiasta) di Internetbookshop all&#8217;aeroporto di Ronchi.</p>
<p>Da Quena a Luxor la strada è punteggiata da grossi orologi a cucù in mattoni: c’è un pilastro e sopra un parallelepipedo con una piccola apertura. Quando ti rendi conto che sono in corrispondenza di postazioni di polizia cominci a sospettarne la funzione ma solo quando all’apertura vedi affacciarsi la testa di un poliziotto invece di quella di un uccellino ti convinci che sono gabbiotti antiterrorismo (ci sarà una scala di corda che viene ritirata). I gabbiotti sono rivestiti di piastrelle chiare, accorgimento non ovvio in un paese dove la rifinitura è un curioso optional e i neon su supporti arrugginiti dai vetri lerci che illuminano i sarcofagi nella Valle dei Re striderebbero pure nel capannone di uno sfasciacarrozze campano.</p>
<p>Il pezzo pregiato: <em>Sillabari </em>di Parise, stampato nel 1997 da Rizzoli, che a Parise ha dedicato una vera e propria collana. C&#8217;è un altro sillabario: <em>Leggere e amare</em> di Annamaria Testa contiene ventuno storie di donne che partono da una parola. Sembra messo lì apposta per far risaltare l&#8217;originale. Ci sono due romanzi Avagliano, cosa ben strana: due titoli di un piccolo editore campano quando mancano del tutto grossi editori. Tra l&#8217;altro la clientela italica sembra ripartita tra milanesi e romani, che hanno più facilmente accesso agli scali. Viene il dubbio che a lasciarli sia stata la stessa persona: si tratta infatti di storie scritte da donne e ambientate nel mondo dell&#8217;arte, pubblicate tutte due nel 2000. <em>Una rosa nel cuore </em>è di Simona Weller, pittrice, specializzata in romanzi su donne artiste. <em>Il cielo capovolto</em>, invece, è di Antonella Cilento. Ma chi ha potuto depositare l&#8217;<em>Itinerario turistico dell&#8217;uomo contemporaneo </em>di Umberto Fragola (Edizioni Scientifiche Italiane, 1989)? Chi va in un villaggio turistico sul Mar Rosso munito di siffatto saggio, scritto da un docente di Diritto Amministrativo in una forma tra il divulgativo e il serioso che fa sospettare il testo ad uso degli studenti? Sarà stato un turista &#8220;ecologico, colto, di gruppo, razzista, vagabondo, fotomane, gastronomico&#8221;? Sarà stato un lettore particolarmente ironico? Sarà stato lo stesso Fragola?</p>
<p>Se c’è una cosa che caratterizza la polizia egiziana è la discrezione nei confronti dei turisti: all’arrivo all’aeroporto di Marsa Alam un grosso poliziotto sorridente aveva inscenato un gioco &#8220;te lo do non te lo do&#8221; con i passaporti di una famiglia. D’altro canto il metal detector all’ingresso della hall del Movenpick è così chiaramente inutile (fischia sempre e nessuno fa una grinza) che c’è anche la volontà di far presente che sì, siamo qui, ci curiamo di te. In spiaggia a vegliare sulla nostra incolumità c&#8217;è solo l&#8217;assistente bagnante sul suo trespolo. Sui lettini si vedono anche libri portati da casa: ne riconosco uno già visto in aereo, un grosso tomo con una copertina bigia che fa pensare a qualcosa di cerebrale. Guardo bene: è <em>Il signore degli anelli</em>. Inutile sperare di imbattersi, qui o in biblioteca, in qualche testo di Pierre Loti. Ho ricordi vaghi del suo libro sull&#8217;Egitto, un vecchio BUR con copertina color deserto: sarebbe bello rileggerlo adesso, vedere se qualcosa ha resistito. Paragonare il suo esotismo a quello sessuale dell&#8217;altro autore mancante, Houellebecq, che in <em>Piattaforma </em>descrive la ricerca della formula perfetta per i villaggi vacanze. Ma quando si azzecca la formula, arriva anche, dal mare, l&#8217;aggressione dei fondamentalisti. Se dovessero arrivare su questa piattaforma, beh, quel quadrato di sacchetti di sabbia sistemato tra il chiosco del baretto e la capannina spogliatoio non sarebbe un gran riparo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2004/04/27/book-safari/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">411</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Coinvolgimenti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/04/17/coinvolgimenti/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2004/04/17/coinvolgimenti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Apr 2004 18:40:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=390</guid>

					<description><![CDATA[di Elio Paoloni E’ del mio paese la bambina massacrata di cui tutte le cronache parlano. Di un altro morto recente, sempre di Latiano, si parla solo sui media regionali: era un pregiudicato, aveva partecipato a sparatorie, potrebbe aver avuto addirittura morti sulla coscienza. Non sono rimasto molto colpito né dal primo né dal secondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elio Paoloni</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/guernicaparticolare.jpg" alt="guernicaparticolare.jpg" align="left" border="0" height="240" hspace="4" vspace="2" width="170" /> E’ del mio paese la bambina massacrata di cui tutte le cronache parlano. Di un altro morto recente, sempre di Latiano, si parla solo sui media regionali: era un pregiudicato, aveva partecipato a sparatorie, potrebbe aver avuto addirittura morti sulla coscienza. Non sono rimasto molto colpito né dal primo né dal secondo delitto. E neppure la concomitanza ha avuto particolari ripercussioni. Non so quanto di caratteriale, vuoi genetico vuoi indotto (influenza ambientale del fatalismo meridiano) e quanto di minuziosamente costruito vi sia in questa indifferenza.<br />
<span id="more-390"></span><br />
Da un lato, la decisione difensiva di evitare accuratamente non solo gli approfondimenti ma anche i titoli di cronaca nera, anzi le zone cartacee ed elettroniche dove i titoli potrebbero annidarsi, è deliberata, ferrea e di vecchia data. Nessuna possibilità, per me, di arricchimento ulteriore in questo campo: ho smesso di trarre diletto, insegnamento e catarsi dal particolare morboso. E la singolarità e la vastità delle vicende umane non saranno certo approfondite dai particolari giornalistici e dalle troupe sguinzagliate dai tiggì.</p>
<p>Vi sono eccezioni, chiaro. La vicenda del delitto della Sapienza, ad esempio, è talmente singolare, e così esemplare la scorrettezza con cui sono state condotte le indagini e costruiti gli interrogatori, così schizofrenico il succedersi delle sentenze, che pochi &#8211; colpevolisti, innocentisti o neutrali che siano &#8211; possono sfuggire al desiderio di approfondire la vicenda. Ma il coinvolgimento, in questo caso, non nasce dalla “prossimità” del delitto.</p>
<p>Cos&#8217;è ormai, del resto, la &#8220;prossimità&#8221;? Per chi non fa vita di piazza (cioè per la maggior parte delle persone sotto i quarant&#8217;anni, che hanno assunto tutti i ritmi e i vizi e le virtù dei cittadini del Nord, compresi gli impegni scolastici ed extrascolastici dei bambini, che una volta, qui, andavano a scuola &#8211; e financo all&#8217;asilo &#8211; per conto loro e giocavano liberamente per strada ma che ora, come si vede, non possono andar soli neanche dagli amici di famiglia) è più naturale pensare ai casi propri, o a quelli dei ragazzi nella casa del Grande Fratello, che a quelli della comare del vicolo. Sempre meno persone, in paese, conoscono &#8220;tutti&#8221;. E in ogni caso sentiamo più &#8220;prossime&#8221; persone all&#8217;altro capo del mondo che hanno i nostri interessi e con cui condividiamo gusti, viaggi, letture, che i nostri &#8220;vicini&#8221; (lontani ormai come vivessimo nei condomini di enormi quartieri metropolitani). Io non so neanche se la conoscevo la mamma della povera bimba. E scoprire sul giornale che è del mio paese non me la rende più vicina. Né sento &#8220;prossima&#8221; la vittima del regolamento di conti.</p>
<p>D&#8217;altro canto, ho una nipote che ha la stessa età di Maria Geusa. D’altro canto, sebbene qui, nel territorio della Corona Unita (Sacra, Nuova o Nuovissima che sia), le battaglie tra bande non siano una novità, dovrebbe pur contare il fatto che io conoscessi i genitori della vittima, che l’esecuzione sia avvenuta a cento metri da casa mia in mezzo alla folla che si muoveva &#8220;per Sepolcri&#8221;, che io stesso avrei potuto essere tra quelli che hanno dovuto abbassare la testa e scappare, terrorizzati. Dovrei almeno preoccuparmi della mia stessa pelle, no? E l’incolumità della mia adorata nipotina non mi sta a cuore? Se non ho indignazione sufficiente per i fatti in sé, dovrei cominciare a reclamare più sicurezza per i cittadini e più cacce al pedofilo! Unirmi al coro di scriventi che da tempo, a ogni rinnovarsi di episodi del genere, esprimono amare considerazioni su questa società. La cosa recherebbe giovamento a qualcuno? Forse sì: i giornalisti hanno assunto il ruolo delle lamentatrici prezzolate, le prefiche, nell&#8217;elaborazione collettiva del lutto. E questo è un servizio utile. Solo che alle lamentazioni si appaia la ricerca di senso, operazione utile anche questa ma estremamente rischiosa, dato che si finisce per additare tre o quattro sintomi come causa del male, scivolando spesso nel rituale rimpianto dei bei tempi andati.</p>
<p>Ma, ammesso che la società , grazie a non so bene quali misure culturali, sociali e soprattutto televisive (benché anche i cellulari abbiano pesanti responsabilità) possa cambiare nel corso del tempo, nulla potrà esimerci, per decenni, dal considerare ordinari il regolamento di conti tra la folla e la violenza pedofila. Qualcosa con cui convivere, come si convive con la possibilità di un disastro aereo, di una collisione tra traghetti, di un incidente automobilistico (che resta la più comune &#8211; nel senso di banale, diffusa &#8211; tra le cause di morte) per non parlare degli incidenti casalinghi e della possibilità di morire colpiti dal fulmine Perché, del resto, dovremmo essere più spensierati dei cittadini di San Francisco che attendono istante dopo istante, da decenni, il terremoto annunciato? La popolazione del globo, dopotutto, è ormai destinata all&#8217;israelizzazione: tutti dovranno contemplare per lungo tempo l&#8217;eventualità di perire per esplosivo. E&#8217; già un miracolo che si sia sfuggiti alla spada di Damocle che per mezzo secolo ha condizionato il mondo intero e ossessionato generazioni di scrittori, da Moravia ai poeti beat: la catastrofe planetaria nucleare, ormai ridotta alla eventualità di una bomba sporca da qualche centinaio di migliaia di vittime.</p>
<p>La violenza, checché se ne dica, è naturale, endemica, ineliminabile. Se fosse colorata, da un satellite si potrebbe osservare che, incomprimibile come un liquido, una volta scacciata da un enclave, da un paese, da un continente, subito, per chissà quali vie, si riversa altrove, pronta a successivi riflussi e ulteriori travasi. Quando latita la Natura matrigna, suppliscono le sue estrinsecazioni umane.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2004/04/17/coinvolgimenti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">390</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il nuovo diarismo</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/03/23/il-nuovo-diarismo/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2004/03/23/il-nuovo-diarismo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Mar 2004 21:32:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=340</guid>

					<description><![CDATA[di Elio Paoloni Gli scrittori smettono di scrivere. Sul forum di Maltesenarrazioni.it i fan implorano Matteo Galiazzo: torna a scrivere per noi. Ma lui ha altri interessi. Sullo stesso forum Marco Drago, spazientito, sbuffa: ma perché un autore deve per forza scrivere libri? ci sono tante cose più interessanti: la radio, il cinema, il multimediale. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elio Paoloni</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/mac.jpg" alt="mac.jpg" align="left" border="0" height="255" hspace="4" vspace="2" width="180" />Gli scrittori smettono di scrivere. Sul forum di <strong>Maltesenarrazioni.it</strong> i fan implorano <strong>Matteo Galiazzo</strong>: torna a scrivere per noi. Ma lui ha altri interessi. Sullo stesso forum <strong>Marco Drago</strong>, spazientito, sbuffa: ma perché un autore deve per forza scrivere libri? ci sono tante cose più interessanti: la radio, il cinema, il multimediale. <strong>Giulio Mozzi</strong> confessa a <strong>Stilos</strong> che non riesce a pensare a storie veramente nuove e che se anche ci riuscisse la pubblicazione di libri propri non gli provocherebbe nessun brivido: si gode di più a pubblicare gli altri. <strong>Tiziano Scarpa</strong> non ha intenzione di smettere ma un suo pezzo accorato sulla sorte commerciale di <strong>A perdifiato</strong> di <strong>Mauro Covacich</strong>, uno dei più bei romanzi italiani degli ultimi anni (e uno dei più favorevolmente recensiti) indurrebbe chiunque a smettere. Neanche <strong>Antonio Moresco</strong> ha intenzione di smettere, però gli succede sempre più spesso di dedicarsi al reportage occasionale, non si sa se a scapito di opere più articolate.<br />
<span id="more-340"></span><br />
A questo punto devo correggermi: ho detto smettono di scrivere. Preciso: smettono di scrivere libri veri e propri. Ma continuano, come, appunto, <strong>Moresco</strong> a produrre appunti e riflessioni. Sul suo blog <strong>Giulio Mozzi</strong> ci racconta le sue giornate (vere?), i suoi incontri (veri?) ed è riuscito a trasformare in un diario anche la rubrica tecnica <strong>Scriptorium</strong>. E tutti, ormai, hanno un blog, magari collettivo, come <strong>Nazione Indiana</strong> di <strong>Scarpa</strong>, <strong>Benedetti</strong>, <strong>Voltolini</strong> e altri.</p>
<p>Tutti, insomma, sembrano insoddisfatti della scrittura “tradizionale” quella che trovava la sua naturale foce nel libro rilegato. Ma i libri, ormai, almeno quelli “seri”, in Italia non li legge nessuno. O si insiste, dunque, nella “missione” del libro, esaltandone magari gli aspetti penitenziali fino a prefigurare eremi dove, in attesa di tempi migliori, tener viva la fiammella <strong>Gutenberg</strong>, oppure ci si immerge nel fluire della rete, ci si abbandona alla religione del link: la connessione infinita, il rilancio perpetuo, la rifrazione globale. Si porta nella rete, come nei giornali o nelle riviste, il fluire del proprio pensiero, ottenendo dal cavetto telefonico quello che i paragnosti stentano a ottenere neuronalmente dall’etere. “Passionisti della comunicativa – per dirla con <strong>Carmelo Bene</strong> – non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavarne  Dio”. Come? “In convenevoli del quotidiano fatti preghiere”.</p>
<p>La democrazia del blog non è ben vista: già le imboscate dei briganti del <strong>nickname</strong>, maschera mutuata dal gioco perverso delle chat, avevano trasformato ogni forum in una bolgia sul genere del “microfono libero” della Radio Radicale di alcuni anni fa. Ora centomila diaristi sono un incubo. <strong>Scarpa</strong> ironizza: “A tu per tu con Dio, col Papa, con Bush”. Senza capiredattori, senza editori, senza freni. <strong>Giuseppe Caliceti</strong>, antesignano del blog con il suo Diario in pubblico, sbotta che “non se ne può più di ’ste comari dei blog! Tutta ’sta barba che si allunga di post in post! Tutto ’sto mappello di cervelli all’ammasso è uno strazio! Io, pionierino del blog con ’sto diario on line, mi spiace! Minima mormoraglia, ammettiamolo! Un argine! Basta con ‘’sti rumors! Se sapevo così non iniziavo neppure!&#8221;</p>
<p>Ma il fenomeno arriva in libreria. E non solo perché sui blogger nascono libri di narrativa. Il punto è che anche i “normali” scrittori scrivono ormai solo diari. Lo stile più adottato è il non stile del diario, dell’appunto immediato, del non limato. E’ fresco, piacevole, coinvolgente. E tutti coloro, compreso il sottoscritto, che non ne potevano più del romanzo costruito con tutti i profilati giusti, montati con innesto a baionetta nel rispetto di tutti gli “accorgimenti di sceneggiatura”, non possono che gioire.</p>
<p>Però questa scrittura immediata non ha i fondamenti teorici e tecnici della scrittura automatica, non ha altri presupposti che non siano quelli del riportare quello che si vede. Non è neanche <strong>l’école du regard</strong>, sia chiaro: non c&#8217;è intento ideologico, non c&#8217;è straniamento, l’imperativo del distacco. Si abdica per stanchezza, per sfiducia (anche nei propri mezzi?). A volte si registra anche con simpatia, con partecipazione, ma si evita il più possibile l’intervento dell&#8217;autore, di quel che di arbitrario, di gerarchico, di antidemocratico – e di faticoso – l’autore metteva in campo. Non conta più la voce dello scrittore (che nei casi migliori, ovviamente, resta), conta la sua assenza. Si testimonia, si fa da trasduttori: sarà il lettore a decidere dell’importanza di un particolare, del senso di un incontro, delle conclusioni da trarre. Si vuol destare il lettore dalla sua pigrizia, oppure compiacerlo rendendosi trasparenti? Forse si vuol solo trarsi d’impaccio: non avendo più bussole (esasperazione del postmoderno, o del mai superato moderno – come vogliono alcuni pensatori) si dice al lettore: fai da te, vedi se ne cavi qualcosa.</p>
<p>Anni fa <strong>Baricco</strong> in un pezzo su Natural born killers paragonava lo scrittore a un tipo in bicicletta che insegue un treno, il treno del cinema. Concludeva: “Ci sarà pur un modo di pedalargli davanti”. Ma il rammarico era per la mancanza di mezzi, di effetti, di sonorità, di tecniche di montaggio e possibilità plastiche. Di sintesi.</p>
<p>Il fenomeno odierno richiama un cinema di tutt’altro genere: alcuni cineasti ritengono che la lentezza corrisponda alla profondità, che la non esclusione significhi realismo.</p>
<p><strong>Cinema naturale</strong> era il titolo di un opera di <strong>Gianni Celati</strong>. E Celati sembra in effetti il precursore e l’ideologo di questa scrittura: registrare come viene. Accendere la videocamera, appendersela al polso e andare (alle riprese, del resto, Celati è approdato davvero: firmando documentari e, di recente, progettando un lungometraggio). Più televisione che cinema, per la verità. Non costruire, cioè non mentire. La realtà così com&#8217;è, qualsiasi cosa voglia dire una frase del genere. Il tabù della costruzione, come nel cinema del <strong>Dogma</strong>. Ma perfino <strong>Von Trier</strong> ha rinnegato gli eccessi di puritanesimo, si rifugia nel brechtiano. Perché è impossibile non selezionare, la selezione avviene comunque e il far mostra di non selezionare, di non manipolare, di presentarsi così come si è, con i nostri pensieri nel loro farsi, con le impressioni non filtrate, non è che il più grande degli inganni. La più compiaciuta delle messe in posa.</p>
<p><em>Pubblicato su “Stilos” (in forma ridotta), marzo 2004.</em></p>
<p>___________________________________</p>
<p><em>Per inserire commenti vai a “Archivi per mese – marzo 2004”</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2004/03/23/il-nuovo-diarismo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>20</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">340</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il ricettario del Signor G.</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/02/16/il-ricettario-del-signor-g/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2004/02/16/il-ricettario-del-signor-g/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Feb 2004 20:34:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=302</guid>

					<description><![CDATA[di Elio Paoloni Ma cos’è la destra? Cos’è la sinistra? Contrapposti menu, separate vacanze, inconciliabili guardaroba, insinuava Gaber. Di sicuro le differenze più appariscenti sono queste (erano, anzi, perché recenti look dalemiani hanno rimescolato le carte). Dovrebbero essercene di più sostanziali: la sinistra difenderebbe gli interessi dei ceti più deboli (con riforme e innovazioni), la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elio Paoloni</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/gestalt.jpg" alt="gestalt.jpg" align="left" border="0" height="305" hspace="0" vspace="0" width="238" />Ma cos’è la destra? Cos’è la sinistra? Contrapposti menu, separate vacanze, inconciliabili guardaroba, insinuava Gaber. Di sicuro le differenze più appariscenti sono queste (erano, anzi, perché recenti look dalemiani hanno rimescolato le carte). Dovrebbero essercene di più sostanziali: la sinistra difenderebbe gli interessi dei ceti più deboli (con riforme e innovazioni), la destra gli interessi delle classi alte e insieme i valori tradizionali. Pare che non sia esattamente così, ormai: le spinte progressiste nel costume sono ampiamente trasversali, e succede addirittura che la destra proponga innovazioni e la sinistra si arrocchi sull’esistente. Il progresso non si capisce bene chi lo avversi di più: i rivoluzionari guardano indietro con occhi pieni di nostalgia, un “<em>governatore</em>” di destra sponsorizza il Gay Pride.<br />
<span id="more-302"></span><br />
Guardiamo più da vicino, dunque: folklore nazionale a parte, cosa distingue i comportamenti fondamentali &#8211; quelli economici, che incidono fortemente sui destini di un paese &#8211; dei contrapposti governi? Praticamente nulla: a un D’Alema che per varare le riforme si rivolge a Massimo D’Antona, succede un Berlusconi che si avvale di Marco Biagi. Acerrimi nemici, questi due studiosi? Per niente: colleghi dalle medesime vedute. Non è tempo di grandi scontri d’idee, qualunque tecnico comprende che per il bene di un paese, Inghilterra o Spagna, Svezia o Polonia, occorre fare alcuni aggiustamenti. Tanto simili erano, D’Antona e Biagi, che hanno fatto la stessa fine (gli eroi civili sono di destra o di sinistra? Questo è un argomento poco dibattuto, forse perché di eroi civili dalle nostre parti non ne nascono molti). Le mie sono considerazioni superficiali: probabilmente Biagi e D’Antona avranno avuto opinioni non coincidenti sulle gabbie salariali, gli incentivi e le detassazioni. Sfumature importanti. Non per me che, come quasi tutti i lettori, non sono in grado di apprezzarle. Nessuno è tenuto a conoscere i misteri dell’economia, men che meno uno scrittore. Gli umanisti non sono a loro agio con le alchimie di Mammona: non ci capiscono niente <em>per vocazione</em>. Eppure ritengono molto importante schierarsi. Meno capiscono di ciò che favorisce un’economia, di cosa manda avanti un paese, più sentono il dovere di stare dalla parte giusta.</p>
<p>La parte giusta, inutile dirlo, è la sinistra. A prescindere. L’ho trovato naturale anch’io, da sempre: gli imperativi sartriani, <em>Contessa</em>, il basco ribaldo del Che, l’<em>Internazionale </em>nella cover degli Area, Lukàcs, <em>Porci con le ali</em>, l’Immaginazione al potere. Nessuno con cui avessi minimamente a che fare poteva essere (con rispetto parlando) di destra. Ma da quando le carte si sono rimescolate, ho dovuto farmi spesso domande alla <em>Signor G</em>. E mi sono risposto che, accantonato l’avvento dell’Uomo Nuovo, ariano in purezza o proletario in barrique che fosse, svaporate le contrapposte nostalgie per corporazioni e piani quinquennali, la differenza tra destra e sinistra, ammesso che esista, è appunto un ricettario. Venti fasce IRPEF? No, tre. Zerovirgolacinque in meno sulle imposte dirette? No, zerotrenta sulle indirette. C’è da restaurare un lotto di dipinti del Lotto: prendiamo i soldi dal Lotto? No, dall’Ippica.</p>
<p>E io dovrei fondare la mia esistenza su questo? Spaccare il mondo in due con l’ascia dell’<em>articolodiciotto</em>? Lasciatemi fantozziare, signori: la saga dell’articolo diciotto è una boiata pazzesca. Ti risarcisco o ti reintegro? Tutto qui. Si era pronti alla guerra civile per evitare non una delle opzioni (ti risarcisco) bensì la possibilità (sperimentale) che un giudice decidesse di volta in volta per l’una o per l’altra. Non sia mai! Vade retro. Il Piave. Poi un compagno burlone tira fuori un referendum, dato che il “diritto inalienabile” da cui discende la dignità stessa dei lavoratori non è goduto dalla maggioranza degli stessi. E qualcuno decide di andarsene al mare. Forse non era poi così importante. Forse, se qualcuno se ne fosse andato a mare nelle stagioni precedenti, conteremmo due eroi in meno, con grande gioia delle loro famiglie.</p>
<p>L’incredibile verità, la grande, perfetta, definitiva illuminazione, l’ovvietà più accuratamente taciuta, è questa: tutto ciò che riguarda l’economia è opinabile. E in democrazia la differenza tra destra e sinistra sta nel diverso dosaggio di uguali ingredienti economici (quelli imposti dalla situazione). Perché non potremmo allora, di volta in volta, nella tranquillità dell’urna (e solo allora) tirare a indovinare sul meno peggio tra i programmi? Cosa c’è da berciare al bar come milanisti di indiscutibile appartenenza, juventini di immarcescibile fedeltà? Perché ci tocca esibire ritualmente a ogni coffee break la nostra correttezza politica (che si traduce inesorabilmente in qualità morali e letterarie)?</p>
<p>In compagnia di letterati non puoi nemmeno sederti davanti a un bicchiere se prima non ti affliggi doverosamente per il degrado morale a cui ci ha condannato la destra, se non ti soffermi sui roghi che ci attendono qualora la nostra scalcagnata sinistra non rimetta i culi sulle poltrone, se non mostri almeno di accarezzare l’idea di un pensoso esilio transalpino. Non c’è bar, casa, fiera, libreria, chat o forum in cui sia opportuno obiettare. Chi obietta è, inevitabilmente, un venduto: essendo ogni uomo di cultura naturalmente di sinistra (come ogni selvaggio è rousseauianamente buono) uno scrittore che non si lamenta del regime a ogni scambio di saluti sta inevitabilmente tacitando la sua coscienza in cambio di denari. Così come, essendo ogni essere umano naturalmente meditativo, chi ama le D’Eusanio e le De Filippi è un poveraccio corrotto, deviato, plagiato (ma quello lo si compiange: il popolo bue, che volete, non sa mai cosa va bene per lui).</p>
<p>C’è qualcosa di sconvolgente negli sguardi (o nell’equivalente scritto) di chi non trova la sponda a una gomitata metaforica, non si vede restituire l’immancabile ammiccamento sul nano bugiardo e sul suo amico tonto, il ranchero. Se avessero a che fare con un industrialotto, un bocconiano, un fricchettone della new economy, beh, allora potrebbero compatire, sorridere, anche andare a farsi una pizza insieme. Ma uno che legge, uno che scrive, uno che ascolta le canzoni giuste e va pure pazzo per Moretti (nell’esercizio delle funzioni a lui proprie) uno così, se non fa i girotondi, deve avere qualcosa di marcio, e, a ripensarci, non è che scriva poi tanto bene, anzi, riflettendo meglio, ora si spiegano certi suoi toni, quelle strane opinioni: è chiaro che non vale nulla, è uno che si abbuffa di televisione, uno che cerca <em>Beautiful </em>anche a Filicudi.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2004/02/16/il-ricettario-del-signor-g/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>25</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">302</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-05-08 18:09:11 by W3 Total Cache
-->