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	<title>elogio del naufragio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Elogio del naufragio &#8211; Anna Maria Papi (video effeffe)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2009 06:10:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[anna maria papi]]></category>
		<category><![CDATA[elogio del naufragio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Anna Maria Papi Golette e velieri, Billy Budd, Benito Cereno, Lord Jim, Joseph Conrad, Herman Melville, fino alla leggenda dentro la leggenda: Sinbad il marinaio, il Flyng Dutchman, e poi la realtà contemporanea; il Titanic, Andrea Doria, il Flyng Enterprise. Le guerre non contano. Ma chi ha detto: “E naufragar m&#8217;è dolce in questo [&#8230;]]]></description>
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<p>di<br />
<strong>Anna Maria Papi</strong></p>
<p>Golette e velieri, Billy Budd, Benito Cereno, Lord Jim, Joseph Conrad, Herman Melville, fino alla leggenda dentro la leggenda: Sinbad il marinaio, il Flyng Dutchman, e poi la realtà contemporanea; il Titanic, Andrea Doria, il Flyng Enterprise. Le guerre non contano. Ma chi ha detto: <em>“E naufragar m&#8217;è dolce in questo mare&#8230;”</em> Poeti, poeti, i poeti non contano. Neanche Ulisse conta, un <em>addict</em> del naufragio (zattera), naufragi a puri scopi sessuali. Vent&#8217;anni di naufragi pur di non tornare a casa, pur di giacersi con maghe, circi, calipse, nausiche verginali , matrone, veggenti e servette , &#8211; un latin lover – che appena ha cominciato a perdere colpi, a battere in testa, ha di colpo ritrovato la strada marina per Itaca, senza spettacolo, liscio liscio, ed eroe per burletta, (ma loro lo credevano eroe) si è riaffondato nell&#8217;innaufragabile Penelope mater e magistra ( l&#8217;enciclica non c&#8217;entra) che lo ha unto e bisunto per la millesima volta e se lo è stravolto che dire allo stralunar di pizzi e ciondoli di veli, i fioretti assaettati negli arrembaggi, ed in salto mortale nella scialuppa strabordante nei flutti, la Lei di Lui, irreversibilmente figlia del suo peggior nemico e per cui lasciata al suo destino, il cuore del Corsaro spezzato, ma neanche un fremere di ciglia.</p>
<p><span id="more-17965"></span><br />
E cosa poteva fare Shelley, romantico poeta inglese, se non naufragare con un barchino a vela nelle pacifiche acque davanti a  un punto imprecisato tra Lerici e Viareggio? Povero Percy Bysshe Shelley, hai fatto persino finta di non saper nuotare, pur di essere immortale e diafano in quella sublime tragicomica performance, “affogato per naufragio barchino – categoria n 1 – con un supplemento categoria semilusso, riservata ai poeti. <em>Puah</em> “ (dal registro delle guardie di Viareggio) .<br />
Ma le stupende carene dei naufragatori solitari, reclinate su un fianco di tropicali isole sconosciute, già aride di sole e di salmastro, depredate dei loro smilzi forzieri, e con il capitano che sembra l&#8217;uomo Camel, &#8211; levigati  e sbiancati tra succo di mango, ananasso, cocco, stravaccati nelle rudimentali amache, in attesa di chissà cosa, forse di nulla: lì lo spettacolo ha del magico perché è offerto solo a loro stessi e neanche, &#8211; è un travalicare orizzonti e circostanze: forse bastava che Billy Budd ammainasse i parrocchetti, che la randa fosse sottratta al vento, ed il timone facesse un “<em>avanti tutta</em>” e perché no, un&#8217;“<em>operazione uomo a mare</em>”, e il semicerchio, puntuale, avrebbe evitato gli scogli. Ma perché poi evitarli, “in questa rotta sempre uguale, con questa noia che li uccide, da Plymouth a Laggiù?” , e allora che gli scogli siano, e vediamo che effetto che fa. Effetto speciale, senz&#8217;altro, le sartie gemono sulla chiglia incastrata, l&#8217;albero di poppa spezzato denigra frinzelli di vele, a babordo sciaguatta l&#8217;impatto con improvvisati sargassi, <em>son e lumière</em> di barbagli di sole nel mare inferocito, e per loro le amache, il cocco&#8230;</p>
<p>I Fenici naufragarono quel tanto che è bastato per ritrovare le loro navi intatte sui fondali tremila anni dopo, e ricostruire così gran parte della loro storia. Erano dei computer della marineria, tecnici insuperabili nella levigatura delle fiancate e nella calibratura del peso degli scafi: arrivavano dovunque con quel loro remare a singhiozzo scadenzato, e se proprio gli andava male si inabissavano senza strapazzi in un lento e bollicinoso gorgogliare di marosi interni trasparenti, anche se occhio umano non vide il superbo palcoscenico  che assecondava il loro calare, calare, calare, rendeva lo show un kolossal senza biglietto e senza spettatori.<br />
E i grandi naufragi nelle battaglie di mare? Spettacolari ma non spettacoli, in quanto esperienze collettive senza genialità.<br />
E la piroga che sprofonda nelle rapide senza più riaffiorare? My God, che noia questi indigeni senza storia né futuro, che si inabissano, che spariscono, con la nostra benedizione.<br />
<em>E naufragar m&#8217;è dolce in questo mare</em>. Poeti. Che non hanno mai visto l&#8217;acqua. Che sospirano alla silenziosa luna, “<em>Conobbi il tremolar della marina</em>”. Poeti. Ma questi poeti, tutti rappresentati dal bravo Percy Bysshe che naufragò davvero per salvare la faccia, che ci hanno dato ? “<em>Soltanto questo: noi possiamo dirvi ciò che non siamo ciò che non sappiamo</em>”. Gli è sfuggita ma aveva ragione. Poteva naufragare, come ha fatto, carico dei suoi inopportuni Nobel che non voleva, in tutta calma il genovese Montale, il cui padre vendeva sartie e cordami. Un Video Game antesignano del maroso che inghiotte.</p>
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