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	<title>Eloisa Morra &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title> Il doppio sguardo. Su Parlarne tra amici e Lealtà  </title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Eloisa Morra                                                      Ci sono tanti tipi di lettori quanti tipi di romanzi; tra questi ultimi preferisco quelli che chiamo tra me e me “romanzi-gazzella”: testi brevi il cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Eloisa Morra</b><b>                                                     </b></p>
<p>Ci sono tanti tipi di lettori quanti tipi di romanzi; tra questi ultimi preferisco quelli che chiamo tra me e me “romanzi-gazzella”: testi brevi il cui fascino è racchiuso nella brillantezza dei dialoghi e in una voce narrante capace di rendere interessante il paesaggio o il tipo umano più noto. Certi romanzi di Maugham, tutto Lernet-Holenia, il primo Roth<i>… </i>Leggo questi libri con lentezza esasperante, maledicendo gli autori per non aver scritto un tomo. Poi però mi dico che se li venero è proprio per la <i>brevitas</i>, e che i romanzi “obesi” non sono davvero nelle mie corde: di David Foster Wallace mi divertono i saggi, ma ho ripreso tre volte in mano <i>Infinite Jest </i>senza mai riuscire a finirlo (per Zadie Smith il discorso è diverso, ma forse lei è l’eccezione che conferma la regola). Come mai mi trovo più a mio agio nella Firenze volutamente <i>cliché </i>di Maugham<i> </i>o nella felix Austria di Lernet-Holenia che in quelle pagine ribollenti di attualità?<span id="more-72805"></span></p>
<p>Mi sa che la lunghezza e il passatismo non c’entrano. Forse sono solo allergica agli autori troppo presi dal loro virtuosismo per abbandonarsi al puro piacere di raccontare: «L’intelligenza analitica è la morte del narratore», sussurravo tra me l’altro giorno addentando un mango mentre fuori nevicava. «Vagolare tra accadimenti improbabili, velleità, momenti di noia per tradurli in parole richiede tutto tranne l’intelligenza», concludevo così la mia geremiade mentale, mentre la neve fregandosene di me picchiettava imperterrita. Per fortuna la realtà è sempre più lungimirante di noi, e in meno di due mesi mi ha messo sotto gli occhi due romanzi che mandano ogni teoria a gambe all’aria; vi si respirano brillantezza e attualità, ma funzionali a intrecci e voci narrative avvincenti. Ho iniziato <i>Lealtà </i>di Letizia Pezzali (Einaudi, 2018) e <i>Parlarne tra amici</i> di Sally Rooney (Einaudi, 2018) in due notti similmente fredde e insonni; li ho letti con voracità, senza centellinare. Ad essere sincera non me ne sono ancora fatta un’idea precisa. Come tutti i libri importanti, mi hanno colpito per ragioni di cui non mi sono ancora fatta una ragione.</p>
<p>L’architettura e lo stile dei due romanzi non potrebbero essere più diversi. Letizia Pezzali dà vita a una struttura centripeta, scabra, a tagliola. A guidarci è la voce houellebechiana di Giulia, trentaduenne analista finanziaria che descrive con vibrante precisione l’ambiente della City per poi proiettarci nella Milano che dieci anni prima ha segnato il suo incontro con Michele, l’economista quarantenne divenuto la sua ossessione — e il modo migliore per mettere a tacere i demoni, si sa, è farci i conti. Rooney invece costruisce un romanzo centrifugo, che sdipana le diverse alchimie di rapporti derivanti dall’incontro di Frances e Bobbi, due studentesse impegnate in spettacoli di <i>spoken word</i>, con Melissa e Nick, coppia di trentenni benestanti e affermati. Melissa, anche lei scrittrice, propone di scrivere un profilo sulle due ragazze per un blog; da qui nascerà una frequentazione da cui si susseguiranno tradimenti, rivalità e inaspettate alleanze. La voce di Frances ingloba in sé gli scambi di battute del gruppo di amici per riversarli in un monologo interiore attento all’inarcatura di una frase come all’ombra del bombo sulla carta da parati della villa francese che segna quella che è stata definita la sua “seconda formazione”. A queste scelte in termini di architettura romanzesca corrispondono due modelli agli antipodi, che fanno capolino tra le pagine: Pezzali si ispira al Fenoglio concentrato della <i>Paga del sabato</i>,<i> </i>regalato da Giulia a Michele durante il loro primo appuntamento; la narrazione polifonica di <i>Middlemarch </i>è invece il punto di riferimento di Rooney, che ironicamente lo mette in mano alla mamma della protagonista («Non sono riuscita a oltrepassare pagina dieci»).</p>
<p>Eppure i due libri sono abitati da nuclei comuni. L’età di Giulia e Frances scivola tra i venti e i trent’anni; entrambe hanno un rapporto irrisolto con la figura paterna, il che le porta a sviluppare una resistenza alle emozioni declinata nella riluttanza ad esprimere richieste (Frances) e nell’«ossessione comunicativa» (Giulia e i suoi infiniti messaggi); si avvicinano con ansia di riscatto ad un ambiente borghese che non conoscono e finiscono per restare invischiate in rapporti di potere e ossessioni amorose, calate rispettivamente nella Londra finanziaria e in una Dublino allo stesso tempo studentesca e luccicante. Lontane anni luce dalle opere-mondo alla Foster Wallace o De Lillo, Pezzali e Rooney raccontano sentimenti primari apparentemente <i>old-fashioned</i>: il rapporto tra amore, ossessione e potere; le rivalità tra colleghi; quel delicato momento di passaggio, cruciale nella vita di ogni ragazza, dalla prevedibilità dell’analisi alla verità dell’esperienza. L’attualità non scompare, ma acquisisce significato solo perché ci dice qualcosa dei personaggi a loro insaputa. Le discussioni su femminismo e migrazione di Francis, Bobbi, Melissa e Nick in <i>Parlarne tra amici</i> risultano posticce,<i> </i>mettendo in luce il velleitarismo di chi vorrebbe identificarsi in quello che fatalmente non è; la Brexit aleggia nelle chiacchierate tra colleghi a Canary Wharf, ma sembra essere nient’altro che uno sfondo per Giulia, assorbita da una vita che lascia spazio solo al lavoro e all’ossessione amorosa.</p>
<p>Più che nel dipingere spazi o ambienti le due autrici brillano nel descrivere la fisiologia dell’innamoramento. Le loro protagoniste si abbandonano senza volerlo ad amori sbagliati eppure irrecusabili: «Era una persona inconfondibile: vidi la sua sensualità attraversare tutta la sua esistenza», dice Giulia di Michele poco dopo averlo conosciuto per caso a una presentazione all’università. Frances, l’intelligentissima, non può invece fare a meno di innamorarsi di Nick, l’affascinante e fragile attore marito di Melissa: «Provai un improvviso e irresistibile bisogno di dire: ti amo, Nick. Non era una brutta sensazione, nello specifico; aveva un che di divertente e folle, come quando ti alzi dalla sedia e a un tratto ti rendi conto di essere ubriachissima. Ma era vero. Ero innamorata di lui».<i> </i>Chi sono questi due uomini in realtà? Difficile rispondere. Come Robert in <i>Cat Person, </i>anche Nick e Michele ci vengono descritti in modo mobile e complesso, attraverso le progressive idee che di loro si fanno Frances e Giulia. In questa descrizione però resta sempre un vuoto, il che costituisce allo stesso tempo il fascino e il limite di due romanzi centrati sul monologo interiore. Questi uomini carismatici, dolci e fragili danno narrativamente il meglio di sé durante le conversazioni tra le lenzuola. Nei <i>pillow talks </i>— brillanti e senza senso, proprio come nella vita vera— <i>Lealtà</i> e <i>Parlarne tra amici </i>toccano i momenti più incisivi del racconto, sgranando la materia volatile di rapporti che mischiano amore e devozione, gratificazione e dipendenza.</p>
<p>La tenuta del racconto ha qualche cedimento quando ai dialoghi o alle mail viene sostituito il flusso delle chat. Come influiranno i social sulle forme narrative? Gli scambi su Facebook danno senz’altro la misura del divario generazional-comunicativo tra le due coppie e nel caso di Pezzali rappresentano un originale motivo di riflessione sulla natura dei mercati, sulla scia del legame tra economia e passione che è tra i motivi più affascinanti di<i> Lealtà</i>. La sfida però non sembra essere raccolta del tutto: il senso di svuotamento e claustrofobia che ci deriva dalla lettura delle pagine effetto-social è reale o voluto? Queste smagliature forse si spiegano pensando che <i>Lealtà</i> e <i>Parlarne tra amici </i>sono due romanzi sulla fine della giovinezza, e di quest’ultima racchiudono in sé il portato assolutizzante, cerebrale, claustrofobico. Scrivere mail chilometriche, discettare su tutto, amare in modo devoto e senza traccia di umorismo, essere molto<i> self-absorbed</i>; chi non ha vissuto tutto questo a vent’anni? Se arriviamo di filato alla fine però è perché i due libri hanno il pregio di fare un passo più in là, verso una ironica consapevolezza di sé e del mondo<i>. </i>C’è un doppio sguardo che silenzioso si irradia tra le pagine di questi due libri, illuminandole: «Prima di capire certe cose» conclude Frances «le devi vivere. Non puoi sempre assumere una posizione analitica».</p>
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		<title>L’altra Cambridge. Un Massachussets quotidiano tra confessioni e traslochi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jul 2017 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Cambridge]]></category>
		<category><![CDATA[Eloisa Morra]]></category>
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<p>Misi piede a Cambridge la prima volta per inseguire un amore; avevo da poco compiuto vent’anni, autunno inoltrato: foglie fradice affogavano il porch della casetta di East Cambridge condivisa con il figlio d’un rifugiato iraniano (con cui, ricordo, discutemmo a lungo sull’origine della pasta Alfredo) e con Brad, un ricercatore della Divinity School che passava il giorno a pensare a Adorno e Marx. L’inclinazione del pavimento della cucina rendeva affettare un avocado per l’insalata un’impresa ardita, e qua e là le pareti del soffitto rivelavano buchi: quando chiesi di cosa si trattasse mi venne risposto che in inverno i topi si infilavano nelle condotture alla ricerca di un cantuccio caldo, e chiunque fosse sano di mente teneva a portata di mano uno spray da passare nei muri per scampare all’invasione.</p>
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<p>Me ne andai due settimane più tardi convinta d’aver mancato un mistero (beata illusione, il civile New England dai mattoni rossi!); mai avrei immaginato che anni dopo sarei finita a stare per un bel pezzo in quello scrigno cremisi a prima vista molto meno accogliente del suo equivalente britannico. In quella che sarebbe a lungo rimasta per me la vera Cambridge avevo passato, complice una genitrice dalle manìe fieramente esterofile, estati di traballanti panting sul Cam e fish and chips divorati all’ombra dei castagni del Queen’s College, senza contare l’incontro con quello che nell’immaginario di me bambina fu una specie di San Pietro venuto a consegnarmi le chiavi della città, Stephen Hawking, che — accompagnato dalla moglie — per poco non scontrammo passeggiando sul Bridge of Sighs.</p>
<p>Niente di tutto questo nell’omonima del Massachussets. Bomboniera riottosa, l’altra Cambridge si nasconde alla vista del visitatore improvvido; ci sono i tour estivi con le guide in rendigote e maniche a sbuffo, certo, dove la città sembrerà offrirvisi senza troppi preamboli, come la vicina Boston: civile, ordinata, non troppo grande da non esser attraversata in pochi giorni, europea al punto giusto da non lasciar spaesati. Il sole, i cortili della “casa New England standard” e l’erba fluo dell’Esplanade faranno il resto, e il turista cuor contento se ne andrà scambiando la bigiotteria per il gioiello. «Decoration» mi ammonì durante quel primo viaggio lo Shakespeare improvvisato nel Brattle Theatre da una compagnia studentesca «is nothing but a danger, meant to trick and trap the viewer». E così è: Cambridge va vista in autunno, quando gli strati di trucco si fanno da parte per lasciar spazio al suo volto naturale — e, come per le donne davvero belle, in versione scarmigliata piace ancora di più. Ci sono giorni precisi, momenti addirittura; uno di questi è the moving day, poche ore di fuoco tra il trenta agosto e il primo settembre.</p>
<p>Ogni anno si avvera la legge della grande transumanza per cui un buon terzo della popo- lazione (giovani assistant professors, studenti d’arte, finanzieri freschi di MBA) se ne va, diretta verso New York o magari in Europa, per far posto ai loro equivalenti più giovani e indomiti. La cosa più sensata da fare, sempre che non si sia parte in causa, è lasciare la macchina a casa e uscire con qualche amico per dare inizio a un vagabondaggio all’insegna della serendipity. In ogni angolo di strada, davanti alle case, i traslocanti avranno immancabilmente lasciato ogni tipo di oggetti, più spesso senza nessuna indicazione, a volte con post-it colorati: FREE STUFF!, GIFT, PLEASE TAKE! Frugando tra le cassette della posta vi troverete davanti un campionario che spazia dal feticcio infantile (vecchie collezioni di Donald Duck, adesivi) all’innominabile (strisce depilatorie, confezioni di preservativi), se vi va bene qualche vecchia edizione Einaudi lasciata da qualche studente di italiano. «Ma chi vuoi che vada a prenderle, le cose per strada?», mi chiesi perplessa la prima volta che assistetti a questo spettacolo; invece è proprio in queste occasioni che Cambridge si rivela per quel che è, per cui a rovistare tra i divani Ikea e le carcasse di materassi rovesciate alla bella e meglio sulle staccionate delle townhouses si alternano la studentessa in shorts e il professionista in tenuta da casa, magari qualche dottorando dell’MIT in cerca di qualche reperto informatico d’antan. Raramente si torna dal giro a mani vuote e senza cogliere qualche dettaglio inusuale, come se la vita degli ignoti ex propri- etari avesse impregnato quegli oggetti, e quel dono inaspettato non voglia per caso dirci qualcosa.</p>
<p>Del resto nel paese del consumismo, dove il fatto che un qualcosa sia free la rende auto- maticamente di valore nullo, l’altra Cambridge sembra essere uno dei pochi posti rimasti a restituire all’aggettivo il suo significato originario, dotando i suoi abitanti d’una capacità d’imprimere una forma alla propria esistenza sconosciuta ai normali esseri umani. C’è il dottorando che scopre il suo vero orientamento sessuale e di botto va a vivere col nuovo amore, chi cambia il suo indirizzo di studi da legge a neuroscienze; chi, come la mia amica Heléne, decide di abbandonare un posto in università per lavorare in un centro di Yoga. «Ancora un anno e potrò avere finalmente il diploma da insegnante, poi potrò crearmi uno spazio tutto mio», mi assicura, e non stento a crederle: si fa presto l’occhio a riconoscere l’accademico in borghese nei calembours poliglotti del barista, o dal libro d’analisi che il bottegaio ripone al lato della cassa.</p>
<p>Non di rado, nei pomeriggi d’autunno, capita di sedersi al caffè per bere un sidro caldo e trovare lo sconosciuto che ti racconta la sua vita con sincerità quasi sfrontata (salvo poi sparire per sempre). Mai come in questa città sembra di salire su «a stage where every man must play a part», nel bene e nel male: ogni incontro sembra quasi una prova, il che genera in chi ci abita un misto di euforia, ansia da prestazione, e quel senso di solitudine irrimediabile che spinge a parlare senza vergogna. Agli exploits confessionali si fa poi il callo, tanto più se si frequentano l’MIT o Harvard. Apparentemente così diversi — aereo e futuribile il primo, impettita nella sua crimsoness la seconda (cremisi il foliage e gli iconici mattoncini, come pure le toghe per la graduation affittate a prezzi esorbitanti)—, questi due mondi in miniatura sono abitati da fantasmi comuni.</p>
<p>Me lo fece capire lo studente più bravo di un mio corso di italiano a Harvard, che una volta mi prese da parte per dirmi: «I don’t fit in», seguito da un monologo sconsolato; quando sento questi discorsi mi limito ad ascoltare in silenzio, e mi viene sempre in mente Eliot, che un secolo fa sedeva proprio su quei banchi: «There will be time, there will be time /To prepare a face to meet the faces that you meet; /There will be time to murder and create,/ And time for all the works and days of hands /That lift and drop a question on your plate; /And time yet for a hundred indecisions, / And for a hundred visions and revisions, /Before the taking of a toast and tea». Non lo sanno ancora, ma a differenza del senex-puer Prufrock saranno proprio i dubbi vissuti e presi di petto ogni giorno per quattro anni in questa strana città dai mattoni rossi a sbalzarli fuori dal campus, avviati a sentieri imprevedibili.</p>
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