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	<title>emergency &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un gesto per la pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2014 10:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[emergency]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Giardino tranquillo, verde, natura libera, ibischi, rose fiorite, erba tanta e spontanea che nessuno modera, lo sguardo si sperde nel golfo di Trieste e oltre, navi acquattate nella pace del pomeriggio, ma ecco che arriva la parola drammatica a svegliarmi e a strapparmi dalle allettanti persuasioni dell’indolenza, la parola pace è arrivata, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>Giardino tranquillo, verde, natura libera, ibischi, rose fiorite, erba tanta e spontanea che nessuno modera, lo sguardo si sperde nel golfo di Trieste e oltre, navi acquattate nella pace del pomeriggio, ma ecco che arriva la parola drammatica a svegliarmi e a strapparmi dalle allettanti persuasioni dell’indolenza, la parola <em>pace</em> è arrivata, come si fa a pronunciare questo bisillabo, oggi, che appena  sporgiamo lo sguardo fuori dal nostro così soddisfacente particolare, sentiamo le grida strazianti di tanti milioni di nostri simili che di questa parola hanno perso le tracce, se mai le avevano avute? La loro esperienza prevalente è il dolore, l’insicurezza, la perdita, la mancanza di ogni appiglio; uomini donne e bambini stanno male tutti, credo io, anche i più corazzati.<br />
Mi chiedo per l’ennesima volta che fare e che pensare. Mi son detto già più volte che se avessi l’età e l’energia giuste (roba di quarant’anni fa) andrei là, là dove serve, con <em>Emergency</em> o con i <em>medici senza frontiere </em>o con chi altro ritenessi meglio collaborare e condividere, almeno a curare i dolori fisici di tante e tanti che quei dolori non meritano.<br />
Ma ora, qui noi a guardare telegiornali e servizi grondanti di notizie talvolta gonfiate ad arte per colpire, tal altra invece reticenti sugli aspetti più imbarazzanti, cosa dire, pensare – è forse possibile dare con la parola un contributo, certo infinitesimo, ad un qualche miglioramento della situazione? Ovvero, al di là e oltre l’appoggio materiale che tutti possiamo dare a quelle organizzazioni, governative e non, che ci sembra operino nella direzione di un mondo migliore, noi, io, qui ed ora cosa posso dire. Io che sono una goccia in un mare, così come, non m’illudo, gocce in un mare sono Putin e Obama, Xi e Merkel e giù giù fino al nostro nazionale Matteo.</p>
<p>Gocce sì, però, gocce con movimenti diversi dalle altre.<br />
E allora fatemi fare questa fantasia: se uno di questi personaggi un bel giorno si presentasse ai confini di quegli stati, canaglia o non canaglia ma comunque pieni di gente che sta male, e chiedesse di entrare a visitare il paese, che farebbero, gli direbbero di no? Si metterebbe subito in moto una macchina complicata, appunto “diplomatica”, per trattare l’ingresso con le dovute norme. E poi? Se questo ipotetico importante personaggio insistesse per visitare tante zone del paese, i locali governanti rifiuterebbero? Non so, ma nulla darei per scontato. O il papa, per esempio, se andasse lui, Francesco, che tanti segni ha già dato almeno di diversità dai suoi predecessori, a bussare alle porte d’ingresso degli stati? Ma, lui e tutti gli altri, di persona lì davanti, con tutto il seguito, tutti con passaporto diplomatico e tutti lì ad aspettare una risposta, ci fate entrare o no? Francesco si presenta bel bello con la papamobile ai confini della Siria e chiede di scorrazzare per il paese, che succede? Mi piacerebbe molto guardare e anche fare il tifo per lui.</p>
<p>Ovvero, l’unico pensiero che riesco a formulare è quello del gesto clamoroso, apparentemente infattibile, supremamente imbarazzante: ho sempre meno fiducia nella cosiddetta diplomazia che abbiamo fin qui conosciuto.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.12</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 08:30:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[andrea morigi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fragolino_2007_DIG.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-33126" title="fragolino_2007_DIG" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fragolino_2007_DIG-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fragolino_2007_DIG-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fragolino_2007_DIG.jpg 430w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ commovente la sollecitudine mostrata dai giornali di regime nei confronti dei tre connazionali arrestati a Kabul e, fortunatamente, liberati domenica. Per esempio, Andrea Morigi scriveva su <em>Libero</em> del 15 aprile (p. 17) che “non c’è nessun altro, tranne il presidente del Consiglio, in grado di negoziare con successo la liberazione”dei tre operatori di Emergency, magari “dando garanzie che il carcere lo sconteranno in Italia, se saranno riconosciuti colpevoli di qualche reato”. Ecco, visto che il governo afgano li accusava soltanto di essere complici nell’uccisione dell’interprete del giornalista Daniele Mastrogiacomo, di appoggiare i talebani, di aver trasformato l’ospedale in una base di terroristi permettendo il deposito di armi da guerra e di complottare per assassinare il governatore della provincia Gulab Mangal, un bell’ergastolo (anzi, due o tre) non glielo avrebbe levato nessuno.<br />
<span id="more-33005"></span><br />
Lo stesso giorno, con un titolo a tutta pagina, Mario Dergani scriveva : «Mastrogiacomo venduto dal dottor Emergency», cioè il chirurgo Marco Garatti. L’autore dell’articolo riferisce che “secondo i servizi segreti afghani, infatti, il medico italiano fu anche complice nell’assassinio dell’interprete dell’inviato di <em>Repubblica</em>. A dichiararlo all’agenzia di stampa Pajhwok è «un’autorevole fonte governativa afgana», che aggiunge che il medico avrebbe anche intascato 500mila dollari, cioè la metà del riscatto pagato dal governo italiano”.</p>
<p>Notate l’aplomb anglosassone con cui il quotidiano tratta le notizie: cita la fonte, l’agenzia governativa afghana, come se si trattasse della BBC e specifica che la fonte della fonte è «un’autorevole fonte governativa afgana» che ha richiesto l’anonimato: un clone di Henry Kissinger, probabilmente. La Pajhwok, questa Reuter de noantri, continua il suo implacabile atto d’accusa affermando che i talebani uccisero l’interprete Naqshbandi “su istigazione del dottor Grappin”.</p>
<p>GRAP-PIN.</p>
<p><em>I beg your pardon, did you say</em> «Grappin» <em>like the grappin</em> sul Ponte di Bassano? Si, grappin come quello che usano a Treviso per correggere il caffè; grappin come quelli che si bevono nelle osterie di Montebelluna, grappin come quelli distillati in casa dai contadini veneti che votano Lega, altro che quegli snob di Emergency, che nei salotti milanesi bevono sambuca e rosolio.</p>
<p>Grap-pin come la grappa friulana Nonino, quella che distribuisce ogni anno vari premi: Dergani evidentemente concorreva nella categoria “giornalismo di precisione”. Preoccupato che qualche malevolo sostenitore radical-chic di Emergency nella giuria del premio potesse instillare (pardon: <em>distillare</em>) dei dubbi sulla credibilità dell’articolo, il nostro autore si affretta a precisare “cioè Garatti, come precisato più tardi”. Ah, allora. Dev’essere stata colpa delle interferenze nel satellitare: per fortuna che poi qualcuno ha telefonato a Kabul per controllare, facendo lo spelling: “No Grappin, Yes, GA-RAT-TI! G like Gasparri, A like Alfano, R like (La) Russa, A like Alfano, T like Tremonti, T like Tajani, I like Italia!”.</p>
<p>Risolta la questione del nome, resta il problemino del sequestro e dei 500.000 dollari: quale è stato il ruolo di Garatti nella faccenda? “Secondo la fonte Marco Garatti invitò il giornalista di <em>Repubblica</em> Daniele Mastrogiacomo a Lashkar-Gah, dopo essersi accordato con il suo sequestro con i talebani” scrive <em>Libero</em>, sempre citando Pajhwok, questa Associated Press di Torpignattara.</p>
<p>Il sequestro avvenne nel marzo 2007. Problema: Garatti in quel momento stava in Sierra Leone, in un altro ospedale di Emergency, come scrive lo stesso Mario Dergani citando una dichiarazione di Cecilia Strada. E allora, il titolo «Mastrogiacomo venduto dal dottor Emergency» come si giustifica? Beh, nell’epoca dei telefoni satellitari e dei GPS forse Garatti ha chiamato il mullah Omar, che stava da qualche parte in Afghanistan sulla sua motocicletta, e gli ha detto: “Yes, Mastrogiacomo, we can make a lot of money! No, Ma-stro-gia-co-mo, M like Moratti, A like Alemanno…”</p>
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