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	<title>emigranti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Etiopi in transumanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 07:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[emigranti]]></category>
		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>
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		<category><![CDATA[Gibuti]]></category>
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					<description><![CDATA[foto e testo di Danilo De Marco Gibuti: quanti sanno dov’è? Talmente piccola che spunta a malapena dalla carta, nascosta dal nome. Un «confettino», dicono… di una manciata di chilometri quadrati di pace, circondato da giganti fratricidi: Etiopia, Eritrea, Somalia. Storie di guerre lunghe e sanguinose, mai risolte. Nate domabili…, diventate un groviglio di interessi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/004-Image-23-copy-1.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-39978" title="004-Image-23--copy-" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/004-Image-23-copy-1.jpg" alt="" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/004-Image-23-copy-1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/004-Image-23-copy-1-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>foto e testo di <strong>Danilo De Marco</strong></p>
<p>Gibuti: quanti sanno dov’è? Talmente piccola che spunta a malapena dalla carta, nascosta dal nome. Un «confettino», dicono… di una manciata di chilometri quadrati di <em>pace</em>, circondato da giganti fratricidi: Etiopia, Eritrea, Somalia. Storie di guerre lunghe e sanguinose, mai risolte. Nate <em>domabili</em>…, diventate un groviglio di interessi internazionali e presenze militari. E tanta fame.</p>
<p>Gibuti si toglie parzialmente dalla mischia, non per particolare merito ma per una situazione politico-economica tenuta in piedi dalla presenza straniera e dalle alleanze negoziate. Punta estrema del<span id="more-39972"></span> Corno d’Africa, all’imbocco del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, trampolino proiettato verso l’Asia, deserto geograficamente strategico per i colonizzatori della storia e per quelli moderni, gli eserciti che la abitano, che fanno funzionare politica ed economia e che la difendono dal <em>pescecane.</em></p>
<p>Siamo al centro-nord del Paese, a tre/quattro ore di auto dalla capitale: incroci si e no 4 macchine su quella strada nuova e deserta che arriva fino al Nord, dove non va nessuno,  verso la vecchia capitale Obock, un paesotto di venti case in rovina, e di capre in equilibrio sulle grosse spine delle acacie che si ingozzano di sacchetti di plastica. Sembra terremotato.  Ma la strada prosegue ancora a nord per 20 chilometri e raggiunge le sinistra prigione di Gadobe. Poi il nulla.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/003-Image-20-copy-.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-39990" title="003-Image-20--copy-" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/003-Image-20-copy-.jpg" alt="" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/003-Image-20-copy-.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/003-Image-20-copy--300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>Fuori dal centro abitato di Obock che vende la sua memoria di Rimbaud, Henry de Monfreid e Corto Maltese, il paesaggio è bellissimo. Duro e selvaggio. Quella è la meta. Ma bisogna arrivare fin là, per prendere la &#8216;zattera&#8217; che attraversa i 18 chilometri di mare fino allo Yemen.</p>
<p>Gli etiopi li incontri più a sud, dopo aver attraversato il lago Assal, il lago salato, paesaggio lunare, dove durante l&#8217;interminabile estate la temperatura può superare i 50. Qui, sotto un sole scalmanato, gli animali si nascondono in cerca di un’ombra improbabile e migrano, anche loro, per non essere cotti da quella natura affascinate e impietosa. Gli etiopi spuntano dalle rocce nere, su quella stessa strada che serpeggia, sale e scende tra la pietra lavica arroventata dal sole che rigurgita altro calore e il deserto di sabbia e sassi, dove resistono solo acacie, capre, dromedari e qualche scimmia nei mesi invernali. Anche le zanzare, in quel girone dantesco non resistono e scompaiono.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/002-Image-38-copy-41.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-39980" title="002-Image-38--copy-4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/002-Image-38-copy-41.jpg" alt="" width="450" height="302" /></a></p>
<p>Escono da uno dei tanti passaggi di confine con l&#8217;Etiopia a qualche centinaio di chilometri; si chiamano Dahiba Med, Abibaker Ahamed, Habiba Med, Ahame Idiri, Abdikader Ahamed, Johari Med&#8230; migrano a migliaia. Ma è&#8217; umanità che non esiste. Non interessano a nessuno. Non contano per il governo etiopico, che si scrolla di dosso migliaia di bocche da sfamare; troppo impegnato a far costruire dighe che provocheranno un ulteriore esodo mortale di popolazioni autoctone, assieme ad un immane disastro ecologico nella Valle dell&#8217;Omo, a sud-est, per fornire di elettricità il Kenya, con intervento italiano privato e, sembra, in parte pubblico. Pare che ditte italiane abbiano già comperato appezzamenti giganti di territorio. Tutto condito da termini come modernità, progresso&#8230; e affari, naturalmente.</p>
<p>Non disturbano il governo gibutino, che non interviene se non raramente o a scadenze interessate,  sapendo che la maggior parte di loro è solo di passaggio e, paradosso della povertà, contribuisce suo malgrado ad alimentare una catena organizzata come un viaggio <em>a</em> <em>pacchetto, tutto incluso.</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/011-Image-11-bis-copy.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-39981" title="011-Image-11-bis-copy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/011-Image-11-bis-copy.jpg" alt="" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/011-Image-11-bis-copy.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/011-Image-11-bis-copy-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>Un transumante è un episodio effimero, ma la sua presenza lascia la traccia del passaggio. Come una capra su un sentiero di montagna, la riconosci, la processione del profugo…semina odore di bisogno e di speranza e diventa al tempo stesso occasione di lucro e speculazione tra poveri.</p>
<p>Partono da ogni angolo d&#8217;Etiopia, senza nulla in tasca per evitare di essere derubati per strada. Una guerra tra poveri ha i suoi aspetti spietati. Camminano in piccoli, piccolissimi gruppi ma ripetuti e quotidiani. Un contenitore di plastica per l&#8217;acqua, uno straccio per copricapo, un paio di sandali di plastica che si rompono cammin facendo. Ombre erranti che cercano dove posarsi senza piangere e andando avanti, una pena impotente di fronte a tanta evidenza di temerarietà che non ha mezzi per ragionare o cercare alternative. A monte, la famiglia ha fatto colletta, ha venduto le capre o le mucche per investire nel giovane che <em>parte per tutti</em> e va a cercare fortuna. Quel gruzzolo servirà a pagare il passaggio, sarà portato al commerciante etiope collegato coi commercianti gibutini e yemeniti, scambiatori di carne umana durante il <em>viaggio </em>fino a destinazione. Complici non rari anche le polizie dei posti di blocco, che chiudono gli occhi e fanno finta di niente, la loro parte in tasca. Alla famiglia d’origine non resta che incoraggiare i figli ad andare perché restare vuol dire abbandono, economia di pura sussistenza, senza scampo . Vuol dire rassegnazione e fame. Le valigie di cartone legate con lo spago della nostra «meglio gioventù» che partiva in emigrazione, un lusso. Dall&#8217;altra parte nessun cugino li attende.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/007-Image-06-2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-39991" title="007-Image-06-" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/007-Image-06-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/007-Image-06-2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/007-Image-06-2.jpg 750w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Scavalcano la frontiera gibutina a Dikhil, a Galafi, a Balho. Per centinaia e centinaia di chilometri a piedi, si avviano verso Tadjura, dove troveranno la rete ben organizzata dei <em>passeurs</em> che verifica, con una telefonata ai soci etiopi, chi ha versato la somma richiesta, che dà diritto anche a cibo ed acqua… durante i giorni di attesa, per non morire di fame, prima di proseguire ancora per un centinaio di chilometri verso Obock.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/009-Image-07-copy-4.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-39992" title="009-Image-07--copy-" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/009-Image-07-copy-4-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/009-Image-07-copy-4-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/009-Image-07-copy-4.jpg 750w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>A Tadjoura gli etiopi sono intrusi riconoscibili e da sorvegliare, ma fanno comodo a tutti. Alcuni girovagano tra i vicoli come cani randagi, ondeggiando per fame ostentando magrezza. Altri si assopiscono sulla spiaggetta davanti al porto, tra qualche pesce maleodorante sfuggito alle reti, corvi, gatti, e un andirivieni di folla che compra e vende cianfrusaglie. Tutti sanno che sono clandestini, che sono un pacco da recapitare, ma nessuno interviene. E’ un modo di non interferire nell’economia locale, fortemente lucrativa. Si lavano i panni sporchi in casa, meglio non disturbare nessuno… e risolvere da soli la disoccupazione, il caro-vita, il proprio isolamento. In attesa dormono in 10 o 15 in pochi metri aspettando il momento buono per superare il posto di polizia in uscita, quando non è sovraffollato, perché troppe mani chiederebbero di pagare il silenzio del passaggio per Obock.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/010-Image-11-bis-copy1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-39993" title="010-Image-11-bis-copy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/010-Image-11-bis-copy1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/010-Image-11-bis-copy1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/010-Image-11-bis-copy1.jpg 750w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Da là si imbarcheranno di notte, accatastati in barconi/carrette intasati. La meta questa volta è lo Yemen. Se ci sono troppi controlli a riva, li mollano al largo: cento metri sono più che sufficienti per annegare&#8230; un nomade, un montanaro… che viene da un paese senza mare… Allo sbarco altri controlli di polizia e altre <em>mazzette</em>, e poi il nulla. Cercano qualche contatto, amici, vicini di casa, o soltanto altri anonimi compagni di sventura. A piedi attraversano lo Yemen verso la prima possibile meta: l&#8217;Arabia Saudita. Poi magari ancora verso Dubai e gli Emirati, dove il controllo di frontiera e in città è sempre più spietato. Poi chissà, per i più resistenti la Turchia e, forse, l&#8217;Europa.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/006-Image-18-copy.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-39985" title="006-Image-18--copy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/006-Image-18-copy.jpg" alt="" width="450" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/006-Image-18-copy.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/006-Image-18-copy-300x199.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p><em>[una versione ridotta del testo e la terza foto sono state pubblicate da &#8220;Internazionale&#8221; in giugno]</em></p>
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		<title>Walter Angelici. La pittura senza idillio</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/02/16/walter-angelici-la-pittura-senza-idillio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 09:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Babino]]></category>
		<category><![CDATA[emigranti]]></category>
		<category><![CDATA[la ferita]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
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		<category><![CDATA[walter angelici]]></category>
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					<description><![CDATA[di Cristina Babino Nello stato di natura l’idillio è mancato, fatalmente. E l’essere umano, che di tale stato è vertice e in un modo termine, non sfugge alla legge, si piega anzi, ne è piegato. L’umanità descritta da Angelici ha una mestizia infusa d’orgoglio, la dignità sopra tutto della presa di coscienza, dell’accettazione d’una condizione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ang-003.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ang-003-295x300.jpg" alt="" title="ang 003" width="295" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-38094" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ang-003-295x300.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ang-003.jpg 480w" sizes="auto, (max-width: 295px) 100vw, 295px" /></a>di <strong>Cristina Babino</strong></p>
<p>Nello stato di natura l’idillio è mancato, fatalmente. E l’essere umano, che di tale stato è vertice e in un modo termine, non sfugge alla legge, si piega anzi, ne è piegato. L’umanità descritta da Angelici ha una mestizia infusa d’orgoglio, la dignità sopra tutto della presa di coscienza, dell’accettazione d’una condizione non invertibile, non negoziabile. Un fatalismo che non è però abbandono o rassegnazione a un destino segnato, ma interrogativo inesausto e rovello, pungolo che scava così nel profondo da deformare, gentilmente a volte, a volte tanto da renderli maschere d’un mistero tutt’altro che buffo, i visi, le sembianze, dei personaggi che di questa irrequietudine assorta si fanno modelli e campioni.<span id="more-38093"></span></p>
<p> Tra tutti, gli <a href="http://www.walterangelici.com/paintings/emigrants.html"><em><strong>Emigranti</strong></em></a> (2003). Hanno una fissità che incede. Tutto è immobile eppure tutto si muove: la madre pur giovane, ma invecchiata anzitempo, dal profilo livido e appuntito, vestita d’una monumentalità scarna e disadorna, d’un abito severo come la miseria che l’affligge.  Il gallo, portato come un povero vessillo sul ramo d’un braccio secco e filiforme, che grida dalla cresta sfavillante a spezzare con un canto disperato di colore un silenzio altrimenti atterrito e prosciugato. Il figlio, incastonato al ventre della madre, appendice bluastra e compimento, negli occhi la distanza lancinante della casa lasciata, il panico del vuoto e del nuovo che ancora non s’offre come una promessa. Sullo sfondo, bassissimo, un orizzonte che mima un lacerto di quel mare su cui le due esistenze scivolano la loro fuga incontro al destino, a una fortuna che si prega buona e migliore. Tutta la composizione ha il movimento frenato dell’approdo, l’andamento lento e inesorabile della nave che questa diade materna ha matrignamente accolto, e traghettato.</p>
<p>La maternità è del resto tema che Angelici percorre di preferenza (in particolare nei dipinti, ma non solo, come avremo modo di osservare), forse anche in virtù di un dato biografico che lo vuole padre titolare di una paternità tenerissima e istintiva, e però di segno insolitamente “materno”, dolente e saturnino, correlato, senza dubbio, alla sua vocazione &#8211; e  tensione innata – alla (pro)creazione artistica.<br />
Ecco forse spiegato il ricorrere tanto insistito di scene raffiguranti madri e figli.  Abbracci, quelli offertici da Angelici, colmi di un’amorevolezza disarmante, eppure sempre drammatici, restituiti attraverso il filtro d’un espressionismo aggiornato e vibratile.<br />
Opere in cui il primato della narrazione s’impone nel racconto visivo dell’episodio minimo, annegato nel corso di una Storia che necessariamente lo trascura, e quindi disperso, ma recuperato dall’artista in virtù di una poetica per immagini che dal microevento trae non solo ispirazione, ma cifra e tematica portante. </p>
<p>Pochi i tratti con cui ogni storia viene rievocata sulla tela: una calligrafia essenziale e inquieta, colma di una <em>pietas</em> commossa, di un’adesione al “dramma” che per mano dell’artista s’invera e rappresenta.<br />
<a href="http://www.walterangelici.com/paintings/the_poor.html"><em><strong>Poveri</strong></em></a> (2004) è una delle variazioni sul tema della maternità dalla matrice più marcatamente espressionista, evidente nella pennellata franta, nei soggetti resi con una cromia quasi monotona, nello sfondo indefinito appena sporcato di bianchi e di grigi, su cui madre e figlio fluttuano in una solitudine suprema e costitutiva, raccolti in un monolite di voluta, ricercata incompiutezza, una mandorla stretta in cui la dedizione materna si fa presagio triste, amorevole e disperato ammonimento d’un dolore avvenire.<br />
Il binomio madre-figlio, classico frammento di una memoria iconografica diffusa e condivisa si fa, nell’arte di Angelici, monade quasi per statuto: così nei già citati <em>Poveri</em>, ma ancora in <a href="http://www.walterangelici.com/wp-content/uploads/2007/09/madreefiglio.jpg"><em><strong>Madre e figlio</strong></em></a> (dello stesso 2004), dove il bambino, pur nella sua individualità sgomenta e paonazza, appare all’occhio un prolungamento appena fuoriuscito del corpo della madre – i cui tratti del viso ricordano in modo irresistibile l’astrazione di certe <em>Cariatidi</em> del Modigliani – e pure in <a href="http://www.walterangelici.com/paintings/motherhood.html"><strong><em>Maternità</em> </strong></a> (2003), dove la Madre-Gorgone, più simile a certe maschere esasperate di Emil Nolde, inquadrata da un’ombra che verticale spezza e sovrasta la scena quale cupo presagio, contempla e offre il suo piccolo, ancora segnato dal rosso trauma del nascere, quasi come un sacrificio, già in una sorta di prefigurato compianto.<br />
Lamentazione declinata, più di recente, nella figurazione di un <strong><em>Vesperbild</em></strong> (2009) di riaffermato, sofferto espressionismo, in cui la coppia materna per eccellenza, composta da Vergine e Cristo, si offre nell’essenza di un messaggio universale e senza tempo. La tela è un omaggio esplicito, già nel titolo, a quelle piccole composizioni sacre in legno cromato, gesso o terracotta, tipiche del Trecento germanico (ma poi diffusesi anche in diverse regioni italiane, dal Friuli fino alle Marche e all’Umbria, per giungere quindi a Roma, dove tra Quattro e Cinquecento ispirarono il nuovo soggetto iconografico della <em>Pietà</em>), raffiguranti la Madonna seduta che in disperata ma composta solitudine sorregge sulle gambe il corpo esanime del Cristo appena deposto dalla croce. Destinate perlopiù alla devozione privata, le sculture riconducibili alla tipologia del <em>Vesperbild</em> (letteralmente «immagine del tramonto, del vespro») non si rifanno a un preciso riferimento evangelico, ma sono frutto invece di una libera interpretazione popolare di un momento del Venerdì santo.<br />
La lettura della vicenda vespertina data da Angelici, racchiusa in un formato quadrato di grandi dimensioni, esaspera misuratamente, nella mimica dei gesti, nel tratto e nel colore a olio, la tensione emotiva della scena. Su uno sfondo buio e informe s’impongono alla vista le due figure sacre: il corpo del Cristo taglia la composizione in diagonale, ne costituisce il fulcro e il baricentro, sovrapposto, quasi solo visivamente appoggiato, alla verticalità piramidale e solidissima della Madre.<br />
Sono membra ferite, umane e mortali, che non hanno pudore di mostrare i segni del martirio subito: un colore giallo le accende, trascorso a tratti di sangue vermiglio. Campiture e ritagli di tinte vivissime, che accentuano lo stridore con l’oscurità dello sfondo, e quindi il dramma, la sensazione.<br />
Una soluzione cromatica, quella del corpo in rigido abbandono nel grembo della Vergine, che lo avvicina, nella tonalità come nel tentativo di riduzione della profondità a un’approssimazione volutamente bidimensionale, al celeberrimo <em>Cristo giallo</em> di Gauguin  &#8211; pur nella divaricazione di scelte formali (l’astrattezza simbolica dell’intatta figura del Cristo nell’opera del francese, di contro alla stilizzazione drammatica inscenata da Angelici), scene rappresentate e atmosfera delle composizioni &#8211; arrivando ad estremizzarne inconsapevolmente il <em>cloisonnisme</em>: una decisa linea nera applicata ai contorni del Crocifisso da Gauguin, a guisa degli antichi smalti e delle vetrate medievali, che nell’opera di Angelici si esplicita piuttosto nella rincorsa dello sfondo corvino che lambisce la figura del Cristo quasi nella sua interezza, esaltandone il profilo e il colore.<br />
La sovrasta e la sorregge una Madonna monumentale, i lineamenti del volto deformati dalla tragedia, descritti in un pallore spezzato solo dal livido della bocca e delle orbite, il candore del manto sporcato per empatico contagio dello stesso giallo che percorre il corpo del Figlio, dello stesso rosso che lo squarcia, dello stesso nero che lo avvolge. Una <em>Mater dolorosa</em> che non tocca il Figlio, anzi ritrae la mano aperta dalle dita nervose e sottili – così simile, peraltro, alle mani esibite da certi preziosi personaggi femminili del Crivelli &#8211; quasi in segno di difesa, di  pudico distacco; e che a dispetto dell’iconografia tradizionale non rivolge gli occhi al volto del Cristo, ma guarda dritto a noi, ci trascina nella dimensione sospesa del dipinto, ci coinvolge nella terribilità dell’istante, ci fa partecipi dello stesso smarrito dolore.</p>
<p>E’ ferito il colore di Angelici, e sempre apre, non cura, una ferita.<br />
E’ un colore che strazia, e straccia – in quel lembo di carne che si stacca e orbita nello spazio circostante come un spaventoso satellite &#8211; il corpo del <em>Martire</em> (2006), slogato e arreso nel suo martirio,  d’una magrezza pallida e terribile, “sporcata” dall’attestato umanissimo della peluria, dalla tonalità bluastra e moribonda delle labbra, dall’escrescenza esibita e sfacciata del pube, dichiarazione disperata d’un tormento per nulla sacro, per nulla celeste, e invece tutto umano e terreno.<br />
Un colore che ferisce, il suo, anche in opere di piccole dimensioni, anche su supporti “poveri” come il cartone: ferisce nell’aureola solare e fulgida in cui un’effigie di un precedente e tanto differente <a href="http://files.splinder.com/2061eb4167529ae93747c28e15ba4a04.jpeg"><em><strong>Martire</strong></em> </a>(2001) dalle sembianze femminee annega e dissolve una corporeità già quasi trasfigurata &#8211; per virtù miracolosa d’un supplizio subito e accettato &#8211; nelle sfumature celesti della beatitudine. Un martirio trascorso e ora scomparso agli occhi, forse soltanto testimoniato da quel viola che unico sporca e delinea sul fondo la veste: e di nuovo, qui, nessun idillio è possibile, neanche in odor sublime di santità.<br />
Un colore che uccide poi, letteralmente, in uno squarcio fatale, nell’olio dedicato al racconto <a href="http://files.splinder.com/f8835417f53c3ac11b9196798e0869e9.jpeg"><strong><em>Il mantello</em></strong></a> (1999): un Buzzati riletto nel suo accento più cupo, di una dolenza terribile e definitiva, insinuante e satura. Un uomo che scopre all’improvviso una ferita mortale che ignorava di portare addosso. La vede esplodere sotto la coltre dello spesso mantello che lo ricopriva e lo proteggeva dalla terribile verità. Angelici ferma l’istante della scoperta, dell’assunzione tragica di consapevolezza, della resa alla morte in un unico grido liberatorio d’orrore: l’oscurità è totale, il taglio della composizione strettissimo, il sangue la apre nel mezzo come un’acuminata punta di lancia, feroce spartiacque &#8211; a un tempo &#8211; d’una scena e d’un corpo.<br />
	E proprio <em>Il mantello</em> – in cui il tema d’ispirazione letteraria viene interpretato dall’artista affrancandosi dal semplice aneddoto narrativo, aggiungendo una cifra per la prima volta davvero riconoscibile, davvero individuale, nella stesura sgranata e rappresa del colore, nell’approccio carico di un espressionismo aggiornato e dalla forte valenza lirica – è il dipinto che segna nel percorso artistico di Angelici una sorta di capitale <em>trait d’union</em>, un crocevia decisivo tra la produzione relativa al periodo 1994–1999 e le opere realizzate a partire dall’anno 2000 a oggi. Non solo il valico d’un secolo, anzi d’un millennio, ma per Angelici soprattutto la celebrazione per l’apertura di una via promessa, ancora tutta da battere ed esplorare, che lo condurrà, di lì a poco, a osare soluzioni più ardite, scelte poetiche più risolute e consapevoli (implicitamente dichiarate forse già nella scelta di supporti di maggiori dimensioni), specie in pittura, <em>techné</em> con cui darà vita a visioni di esemplare compiutezza, e al ciclo relativo all’articolato progetto espositivo <a href="http://www.walterangelici.com/exhibitions/urbino"><em><strong>Patire della Passione</strong></em></a>, realizzato entro la cornice dell’Oratorio delle Grotte di Urbino nel 2007.</p>
<p>(Estratto da <a href="http://lacuginaargia.wordpress.com/2010/05/04/la-ferita-opere-di-walter-angelici-1994-2009-2/"><strong><em>La ferita. Opere di Walter Angelici 1994 – 2009</em></strong></a>, di Cristina Babino, Ed. La Via Lattea, Ancona, 2010)</p>
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