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	<title>emozioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Calumet Voltaire della Festa Indiana: Afrodite e Immanuel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Nov 2017 06:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani come certo ricordate da quanto detto qui, Wolfgang Pauli, il luminare della fisica del secolo scorso, era in ottimi rapporti, oltre che con Carl Gustav Jung, con la sua più stretta collaboratrice, Marie-Louise von Franz. In occasione del trentasettesimo compleanno di lei, il 4 gennaio 1952, le invia, come testimonianza di affetto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/marie-louise-von-franz-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-71016" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/marie-louise-von-franz-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/marie-louise-von-franz.jpg 350w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /><br />
come certo ricordate da quanto detto <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/07/27/pauli-e-la-guerra/" rel="noopener" target="_blank">qui</a>, Wolfgang Pauli, il luminare della fisica del secolo scorso, era in ottimi rapporti, oltre che con Carl Gustav Jung, con la sua più stretta collaboratrice, Marie-Louise von Franz. In occasione del trentasettesimo compleanno di lei, il 4 gennaio 1952, le invia, come testimonianza di affetto e di vicinanza, un breve dialogo da lui scritto dieci anni prima, quando si trovava a Princeton, negli USA, per sfuggire ai molti pericoli della guerra che devastava l&#8217;Europa. Questo dialogo è stato letto, al Calumet Voltaire del 28 ottobre scorso a Fano, dal sottoscritto, nella veste di Immanuel e dall&#8217;indiana Orsola Puecher nella veste di Afrodite. Il testo è il seguente:</p>
<p><strong><em>La lotta dei generi &#8212; Una commedia filosofica</em></strong></p>
<p><em>Afrodite e Kant</em></p>
<p><em>Afrodite</em>: vorrei anzitutto scusarmi di ricorrere all’aiuto delle parole per comunicare emozioni. Sarebbe certo più gradevole se io impiegassi a tale scopo soltanto carezze; ma ciò, a parte un piccolo numero di casi, non sarebbe gradevole per me. Per questo adopero parole per rendere accessibili le mie emozioni ai pensatori, i quali hanno emozioni così indifferenziate e fanciullesche che, senza carezze e senza parole, non sono in grado di indovinare le mie. . Indubbiamente le parole non sono che razionalizzazioni delle emozioni. Ci fu pur chi, in modo infantile e incosciente, disse “in principio era il verbo” e anche “cogito ergo sum”, mentre all’inizio vi erano naturalmente le emozioni, altrimenti mai sarebbero state trovate le parole e “amo, ergo sum”, e soprattutto mai sarebbero nati i pensatori.</p>
<p><em>Immanuel</em>: ma v’è pur tuttavia l’ampio campo della scienza, con i suoi metodi classificatori, con gli esperimenti e la logica!</p>
<p><em>Afrodite</em>: questa è l’eccezione che conferma la mia regola. I metodi scientifici possono essere usati solo nel ristretto dominio in cui non esistono le emozioni umane. La logica è sempre la stessa, sia che a Lei un certo oggetto piaccia o non piaccia, sia che io parli di una piccola mosca o dell’intero cosmo. I metodi scientifici possono anche essere razionalizzazioni di immaginazioni intuitive, ma questo a me non interessa. Quel che invece mi interessa è la loro indipendenza dal valore degli oggetti. In questo piccolo dominio – che mi diletta assai come passatempo, per prendermi un po’ di ferie dalle mie emozioni, cioè dalla vita vera – ci sono espressioni così straordinarie come vero e falso. A parte questa piccola eccezione, che Lei ha appena definito come un ampio campo, non esiste alcuna verità oggettiva.</p>
<p><em>Immanuel</em>: Satana, Anticristo, non indurmi in tentazione! Non c’è dunque alcun criterio oggettivo per il bene e il male? I dieci comandamenti non sono una verità oggettiva? Non vi è alcuno scritto per il sistema della morale?</p>
<p><em>Afrodite</em>: Vi sono certo scritti di questo tipo, ma si tratta di razionalizzazioni di emozioni. Ad esempio sta scritto “tu non ucciderai”. Questa è appunto una razionalizzazione dell’esperienza emotiva elementare della “cattiva coscienza” che gli uomini si sono costruiti dopo aver ucciso altri uomini. Queste parole, così scritte, sono necessarie per pensatori baby con emozioni deboli o per uomini malati che sarebbe bene rinchiudere in ospedali piuttosto che in prigione, ma certo non per adulti con sane, chiare e profonde emozioni.</p>
<p><em>Immanuel</em>: Lei dunque mi spinge in un dominio di completo soggettivismo in materia di fede e di morale. Secondo quanto Lei afferma non avrebbe assolutamente alcun senso  la domanda “Perché il signor X non crede in un Dio personale?” oppure “perché la signorina Y è così nazionalista?” Così come nell’ambito dell’amore tra persone non ha alcun senso chiedere “perché la signorina X non ama il signor Y?”  Tutto quello che Lei ha dire su questo è che certe parole suscitano certe emozioni in alcuni uomini, mentre ne suscitano altre, o nessuna, in uomini diversi. Se le emozioni di qualcuno non sono sensibili al quinto comandamento “tu non ucciderai”, non ci si può fare proprio niente. La grande idea diventa ora “soltanto” una razionalizzazione che non raggiunge più il suo scopo di riprodurre e guidare le emozioni. “Il signor X non è più guidato dal quinto comandamento, egli ucciderà”. “Nella nazione A le canzoni nazionali richiamano, in grandi raduni di folla, emozioni tali da spingere la nazione ad intraprendere una guerra contro la nazione B.”  “Il signor X non può soffrire la comunità e si rifiuta di partecipare alla guerra”. Sono sicuramente tutte realtà emotive semplici e loro razionalizzazioni, proprio come “la signorina X si innamora del signor Y”. Soltanto i pensatori baby si chiedono perché.<br />
Comincio a disperarmi: ciò non avrebbe dunque nulla a che fare con una verità oggettiva, perché riguarda solo sentimenti; devo prendere tutte queste reazioni emotive come semplici dati di fatto. Ci sono soltanto amore, odio ed emozioni, indipendenti e libere, ci possono essere ragioni che li motivano, ma non hanno alcun interesse. Non c’è alcuna responsabilità morale, non c’è nessuno spirito santo!<br />
Tutto questo non mi soddisfa, sento proprio di dissociarmene!</p>
<p><em>Afrodite</em>: Povero pazzo, non ho mai detto che le emozioni siano libere e indipendenti, anche se nego che esse siano direttamente influenzate dalle idee. I filosofi sensisti dicevano “nihil est in intellectu, quod non antea fuerit in sensu”. Mentre io dico “nihil est in intellectu, quod non antea fuerit in corde”. Le emozioni non sono mai isolate, così come Lei le ha descritte. C’è un legame segreto tra tutte le emozioni del mondo, anche se non viene percepito. Per questo le emozioni sono influenzate da altre emozioni e hanno una vita propria. Esse sviluppano una loro tendenza interna a crescere e a propagarsi, come le piante. Perciò devo far di tutto per unificare, e rafforzare, emozioni diverse, e devo impiegare qualsiasi mezzo per raggiungere questo scopo. La musica, la poesia, lo spirito – e persino Lei. Ammetto che La sto usando, tuttavia non creda di essere altro che uno strumento per tale fine. Lo chiami pure “crescita della coscienza” se vuole, ma non si dimentichi che la coscienza non consiste soltanto di parole, idee e pensieri. Ogni emozione che sia abbastanza chiara, intensa e profonda, di per sé fa crescere la coscienza, senza parole.</p>
<p><em>Immanuel</em>: Sono ben lieto di vedere che anche una donna usa la logica, e che Lei mi usa. Ma ho ancora molte difficoltà a proposito del soggettivismo morale e le sue terribili conseguenze come la guerra, la fame e la povertà. Abbiamo bisogno di un sistema morale valido in generale, come i dieci comandamenti. </p>
<p><em>Afrodite</em>: dapprima sono stata rinchiusa nella famiglia e nelle chiese, poi nei libri di filosofia e infine si è cercato di comperarmi per la mia utilità. Ho bisogno del male, della guerra e delle catastrofi per essere liberata. Finché rimango rinchiusa tutto andrà avanti sempre così e le Sue razionalizzazioni saranno inutili.</p>
<p><em>Immanuel</em>: soltanto in assenza dello spirito Lei non sarà mai liberata ed avrà sempre bisogno di me, così come io avrò bisogno di Lei. Lei stessa è soltanto uno strumento per raggiungere scopi lontani e sconosciuti. Perciò sempre ci saranno amore, matrimoni e bambini. Questi sempre chiederanno “perché?” e “che cosa venne prima, il pensiero o l’emozione?”, il che mi ricorda l’antica scherzosa domanda “viene prima l’uovo o la gallina?”. Quello che davvero venne prima fu qualcosa che era tanto pensiero quanto emozione, e anche intuizione e sentimento, qualcosa da cui origina la radice della vita e dove nascita e morte sono un tutt’uno. Se abbiamo una sufficiente intensità e ci spingiamo a questa profondità, ciascuno a suo modo, Lei vedrà che io sono un’immagine dentro di Lei, così come io vidi che Lei è un’immagine dentro di me. È questo lo scopo del vero matrimonio e ne è anche la causa prima, perché a tale livello di profondità scopo e causa prima sono la stessa cosa. E l’intera morale è racchiusa nella coscienza che ciascuno è un’immagine all’interno di chiunque altro. È vero che questa immagine è soltanto una razionalizzazione della vita, ma è anche vero che la vita è soltanto la realizzazione di un’immagine.</p>
<p><em>Afrodite e Immanuel</em>: E così per sempre nei secoli!</p>
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		<title>Non la rivoluzione, ma forse qualcosa di rivoluzionario&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Feb 2013 06:40:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Non so se in questa campagna Bersani, Vendola o addirittura Ingroia abbiano detto qualcosa di sinistra. Mi sono reso conto, però, anche se tardi, che Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario. Ognuno ha il suo dio delle giustificazioni, in ogni caso il 2,2% di Ingroia la dice lunga sulla stagione della politica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Non so se in questa campagna Bersani, Vendola o addirittura Ingroia abbiano detto qualcosa di sinistra. Mi sono reso conto, però, anche se tardi, che Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario. Ognuno ha il suo dio delle giustificazioni, in ogni caso il 2,2% di Ingroia la dice lunga sulla stagione della politica fatta dai magistrati, e la dice lunga anche su quel che resta di Rifondazione Comunista e sulla sua attuale capacità di aggregazione dei movimenti.<span id="more-44985"></span> Con tutto il rispetto di quei magistrati che sono in perpetua lotta contro la metastasi del sistema italiano, non basterà il loro lavoro per venirne fuori. E non solo per i limiti del legalismo democratico, ma per i limiti intrinseci del metodo: una classe dirigente disastrosa non si rinnova con la moltiplicazione delle perquisizioni. Da tangentopoli si gioca a guardie e ladri senza che il tasso di corruzione e di collusione con la criminalità organizzata sia mai davvero declinato.</p>
<p>Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario. E lo ha fatto senza bisogno di spaccare le vetrine, ma facendo diventare il Movimento 5 Stelle il primo partito italiano. Vendola, d’un tratto, è sembrato ieri sera rendersene conto, che Grillo era, in fondo, dalla sua parte. È stato come rompere un tabù: lui è dei nostri, fa le battaglie che condividiamo, è di sinistra in fondo. Rottura di tabù fuori tempo massimo?</p>
<p>Ma il problema non è solo di Vendola, o dei rintronatissimi dirigenti del PD, ma è pure mio, di molti amici, di molti compagni, che hanno ritenuto Grillo un fenomeno irrilevante dal punto di vista politico, o in ogni caso un fenomeno puramente <i>sintomatico</i>. (O ancora, un esempio di controrivoluzione, come lo vedono <a href="http://www.internazionale.it/news/italia/2013/02/26/il-movimento-5-stelle-ha-difeso-il-sistema-2/">i Wu Ming. </a>Ma sul loro giudizio tornerò alla fine.) E invece Grillo, e i suoi, andavano verso il bersaglio (qualche buon bersaglio). E facevano <i>segno</i>, non solo sintomo.</p>
<p>Anch’io ho pagato il pegno alla mia pigrizia mentale, e al mio conformismo. Qualche anno fa avevo assistito alla registrazione video di uno spettacolo di Grillo. Non era ancora nato il partito. E i suoi popolatissimi show erano quelli di un comico, che fa ridere e riflettere toccando grandi questioni d’attualità. Mi aveva colpito un passaggio, in cui mostrava, supportato da statistiche, come i ceti popolari finissero sotto i ferri del chirurgo molto di più dei ceti medio-alti. “Notevole, – pensai all’epoca – di tutte le personalità di sinistra sfilate in questi anni nei talk show televisivi, mai che ne abbia sentita una sollevare un tema così sacrosanto”. Ne avevo parlato con un amico, che votava Rifondazione come me, e lui tirò fuori l’inoppugnabile argomento del populismo di Grillo, la sterilità del “Vaffa”, ecc. ecc. All’epoca era forse comprensibile limitarsi a tale analisi. Dopo la grande crisi del 2008, liquidare realtà politiche con il termine populista, è diventato però un po’ più problematico, soprattutto a fronte di terapie inesistenti nei confronti della cosiddetta “rabbia” dei ceti popolari e medi. In alcuni paesi europei, il populismo è ormai lo strato più simpatico di movimenti che hanno nuclei ideologici inequivocabilmente xenofobi e reazionari, quando non apertamente razzisti. L’unico nostro vantaggio è stato quello di aver già avuto al governo, e ben piazzata nelle istituzioni a succhiare quanto può, la Lega. E qui bisogna ringraziare Berlusconi. Oggi, poi, da noi, seppure convertiti, e doppiamente ex, i fascisti non hanno riscosso alcun successo.</p>
<p>C’è, invece, questo Grillo. E il termine ancora più spregiativo di “grillino”, che anche nella bocca di veraci compagni della sinistra radicale è sinonimo di <i>minus habens</i>. Questo Grillo, però, grazie ai suoi grillini, è divenuto il più grande partito d’Italia, lasciando al PD e al PDL i resti di un poco glorioso bipolarismo. Anche il tecnocrate, che pure piaceva parecchio al PD, è andato a fondo, ma serenamente e con intima soddisfazione – dice lui. Stranamente Bersani, e Vendola sua spalla, insieme non sono stati più convincenti dell’eterno Berlusconi: arzillo vecchietto sparapalle, che sembra ormai uscito da qualche spettacolo tipo la <i>Corrida</i> o <i>Paperissima</i>. Lui che appena sale sul palco, fa una scoreggia con l’ascella, dà un pizzicotto sul culo alla presentatrice, spiega che la mafia ha creato milioni di posti di lavoro, e si incamera un po’ di migliaia di voti, risalendo baratri di svantaggi elettorali.</p>
<p>Invece questo Grillo, di cui personalmente mi ero informato pochissimo, finendo per lasciarlo nel limbo del puro “sentito-dire” o “letto sul giornale”. (Alla mia età!) E mi è sfuggito che questo tizio sta facendo, senza bisogno di inneggiare all’insurrezione mondiale anticapitalista in passamontagna, qualche cosa di rivoluzionario. Ha messo nel suo programma i temi tabù della decrescita. E con questi temi nel programma è divenuto il primo partito italiano, per dire. Ha battuto indefesso il chiodo sulla democrazia partecipativa, e con questo tema da gruppuscolo extraparlamentare è divenuto il primo partito italiano, ad esempio. Ha impedito l’accesso sotto il palco ai giornalisti italiani, e non gli ho ancora spedito un mazzo di fiori. Ha fatto una campagna elettorale senza accasciarsi sui divanetti dei talk show televisivi, che sono più sacri delle grotte di Lourdes, dopotutto. Sembra che abbia mobilitato i giovani, quei giovani di cui si diceva, appunto, che sono rincoglioniti da Facebook, qualunquisti, apatici, fatalisti, disperati, fascistoidi. Giovani che hanno persino ottenuto seggi all’Assemblea regionale siciliana. Giovani che scorazzano d’ora in poi in mezzo ai notabili, e proprio in Sicilia, una regione che più di altre può vantarsi di annichilire sistematicamente le risorse straordinarie, in generosità e intelligenza, dei propri ventenni e trentenni.</p>
<p>Proprio in questo, magari, c’è qualcosa di rivoluzionario. Abbiamo, alla fine, quasi tentato di convincerci che chi governa non è in fondo peggio di chi è governato. Ma così <i>non è</i>. (L’esperienza quotidiana lo dimostra, e non solo in politica, ma anche nelle aziende e nelle istituzioni.) L’ingovernabilità non è frutto dei grillini, ma è la conseguenza di una classe dirigente che ha fallito l’ultimo suo obiettivo, che non è certo quello di governare per il bene comune, ma di produrre almeno <i>consenso</i> per governare. Sì, la nostra classe politica è fallimentare, ma non perché abbia sbagliato a comunicare, ma perché ormai non sa fare più neppure quello: essere una decente agenzia di comunicazione. Pur avendo tutti i soldi e i mass-media, che dovrebbero permetterglielo.</p>
<p>Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario, anche se ciò non equivale certo a fare la rivoluzione. Ma penso che la vicenda sua e del Movimento 5 Stelle abbia fatto esplodere svariate contraddizioni, che riguardano anche la sinistra radicale. Scrivevo all’inizio che si tratta di un fenomeno che non funge solo da sintomo da decifrare, ma fornisce già esso stesso qualche riposta, chiarimento, indicazione concreta. Di queste indicazioni ne voglio rilevare qualcheduna.</p>
<p>Partiamo dalla nozione di carisma. A sinistra, e per ottimi motivi storici e sociologici, il carisma in politica fa paura. Ma non possiamo sognarci di rispondere collettivamente ad una situazione di crisi estrema, facendo l’elogio della grigia responsabilità, che tanto piace ai benpensanti del PD. Grigia responsabilità, che si risolve poi in brillante sacrificio, per i ceti che se lo devono, più di altri, accollare. Il carisma è sempre pericoloso, in politica, sia che si parli di politica diretta, orizzontale, che di politica istituzionale, e rappresentativa. Ma l’assenza totale di carisma non è neppure una ricetta che si può propinare sempre e comunque, speranzosi nelle sue miracolose virtù. Discorso simile va fatto per le emozioni, o i sentimenti. Qualche indicazione il laboratorio delle destre estreme in Europa dovrebbe alla fine averlo dato. L’emozione è un materiale ineliminabile della politica: va lavorato, non semplicemente neutralizzato. Soprattutto non si può costruire qualcosa di rivoluzionario prescindendo dalla sofferenza e dalla gioia sociale. Ogni tentativo di <i>muovere</i> le persone, coinvolgerle, mobilitarle, che abbia il terrore di <i>muovere</i> anche le emozioni, è condannato a trasformarsi in elitaria, sterile, argomentazione intellettuale.</p>
<p>Lo ripeto: Grillo ha mobilitato milioni di italiani intorno ai temi tabù della decrescita. Di per sé ciò non significa ancora nulla in termini di obiettivi raggiunti. Ma mostra che esistono tematiche antisistema in grado non solo di mobilitare una maggioranza di persone, ma anche di dare loro <i>senso</i> e prospettiva etica. Fino ad ora, la litania delle sinistre istituzionali è stata: siamo timidi e remissivi, perché altrimenti nessuno ci segue, e se nessuno ci segue nulla è possibile. La litania di molta sinistra radicale è stata: siccome <i>non</i> siamo timidi e remissivi, nessuno ci segue, quindi facciamo tutto tra noi, nel nostro gergo, con i nostri segni distintivi, che ci permettono inequivocabili identificazioni. Magari, adesso, qualche dubbio è stato instillato, almeno sul piano del metodo.</p>
<p>Un’ultima osservazione sulla democrazia partecipativa. Credo che si tocchi qui uno degli ideali più alti dell’umanità. Ci vuole una grande maturità, una grande forza, una grande costanza, per partecipare attivamente e fino in fondo al gioco della democrazia. In termini di energie mentali, è mille volte più facile delegare, e accontentarsi del compromesso ormai sempre meno dignitoso della democrazia rappresentativa. Ancora meglio, è affidarsi poi a un’autorità, che sistemi una volta per tutte la nebulosa delle opinioni. Quindi è ben poco perspicace colui che ad ogni occasione celebrerà i limiti, gli errori, le fragilità della democrazia partecipativa. Nessuno può immaginarsi, lucidamente, che si tratti di una pratica facilmente generalizzabile. Ma d’altra parte oggi essa emerge quasi come un’opzione obbligata, necessaria, epocale di fronte all’inanità della classe dirigente e alle sfide del mondo presente. Non sono certo Grillo e il suo partito ad aver inventato la democrazia diretta, ma essi stanno contribuendo a diffonderne la moda. Forse, davvero, c’è qualcosa di rivoluzionario in tutto questo.</p>
<p>(Io non ho votato Grillo, né so se lo voterò mai in futuro, ma di certo gli dedicherò ora una grande attenzione. Certo, non è che non veda i tanti limiti della sua retorica, o del suo programma, e soprattutto il limite più grande: il fatto di essere un movimento che si vuole partecipativo, ma che è guidato da <i>una persona sola</i>. Questo rende fin d’ora le grandi conquiste numeriche del suo partito fragilissime, ma non vane per principio. Sarà il confronto con la realtà parlamentare a sancire quanto resterà del potenziale critico del movimento. Nell’articolo che ho citato, i Wu Ming precisano: un movimento guidato da due “ricchi sessantenni”. E aggiungono che il Movimento 5 Stelle non solo non è un movimento rivoluzionario, ma addirittura è una diversione. Sembrerebbe, insomma, una sorta di provvidenziale fatalità, che sia sbucato Grillo a imbrigliare forze che altrove stanno esprimendosi in modo autenticamente rivoluzionario (Gli <i>indignados</i>, <i>Occupy</i>,<i> </i>ecc.). Sarebbe interessante seguire nel dettaglio le argomentazioni dei Wu Ming, ma ne verrebbe fuori un’altra riflessione, quella sui professori della rivoluzione. È inevitabile che anche la rivoluzione abbia bisogno di certificatori e certificazioni, ma questo non sempre giova alla sua salute, anche se sembra giovare alla sua purezza. Certo, è davvero difficile pensare che Grillo stia facendo la rivoluzione anticapitalista, ma è abbastanza singolare non cogliere gli elementi di critica radicale, gli elementi oggettivamente progressisti in molte pratiche e parole d’ordine che ha contribuito a innescare e soprattutto a diffondere con un certo successo. Si può allora augurare ai nuovi “impegnati” – i militanti del Movimento – di emanciparsi sempre di più dal guru e di acquisire nel frattempo consapevolezza e strumenti nella battaglia politica concreta.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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