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	<title>eni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Non si disturbi il massacratore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 10:02:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[  Bacheca libica Questo è un &#8220;post-in-progress&#8221;. Siete tutti invitati a lasciare commenti, segnalare materiali d&#8217;approfondimento, riportare testimonianze, elencare dati, ricordare la storia criminale del colonialismo italiano in Libia, prima e durante il fascismo.  &#8220;Eni, Unicredit, il Gas, il Petrolio, la Juventus: metà della nostra economia è in mano a un dittatore che spara sulla folla. Menomale che l&#8217;altra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/baciamano_berlusconi11.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-38272" title="baciamano_berlusconi1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/baciamano_berlusconi11.jpg" alt="" width="435" height="355" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/baciamano_berlusconi11.jpg 435w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/baciamano_berlusconi11-300x244.jpg 300w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></a></strong></p>
<p><strong>Bacheca libica</strong></p>
<p><em>Questo è un &#8220;post-in-progress&#8221;. Siete tutti invitati a lasciare commenti, segnalare materiali d&#8217;approfondimento, riportare testimonianze, elencare dati, ricordare la storia criminale del colonialismo italiano in Libia, prima e durante il fascismo. </em></p>
<div>&#8220;Eni, Unicredit, il Gas, il Petrolio, la Juventus: metà della nostra economia è in mano a un dittatore che spara sulla folla. Menomale che l&#8217;altra metà è in mano alla mafia che almeno spara uno alla volta&#8230;&#8221; Maurizio Crozza, &#8220;Ballarò&#8221;,22.2.2011.</div>
<div>
<p>«<em>La processione degli italiani che venerano e rispettano Gheddafi, formata dagli uomini che con lui hanno lavorato al &#8220;grande accordo&#8221; che ha chiuso una lunga fase di tensioni, entra nella tenda del leader.<span id="more-38270"></span>  E&#8217; già notte nel grande spiazzo nel deserto, a pochi chilometri da Tripoli: tra i cammelli sfilano gli ex capi di governo Giulio Andreotti e Lamberto Dini, l&#8217; ex ministro dell&#8217; Interno Giuseppe Pisanu e il senatore pd Nicola Latorre (in rappresentanza di Massimo D&#8217; Alema). In diretta tv hanno appena ricevuto il premio dalla Giamahiria, una targa e una fascia verde, il colore della rivoluzione. E&#8217; il riconoscimento che Gheddafi fa consegnare agli &#8220;amici italiani&#8221; che hanno creduto in quell&#8217; accordo firmato il 30 agosto da Silvio Berlusconi. Il primo ad essere premiato è proprio lui, il Cavaliere, assente giustificato assieme all&#8217; ex premier Romano Prodi, al ministro degli Esteri Franco Frattini e tanti altri. Uno speaker riserva a tutti l&#8217; appellativo di &#8220;eccellenza&#8221;. Con un&#8217; eccezione: Gianni Letta, sottosegretario della Presidenza del Consiglio e gran tessitore per conto di Berlusconi, è onorato del termine &#8220;sua altezza&#8221;. Anche Vittorio Sgarbi ha la sua fascia verde. In aereo, dieci anni fa, volando dalla Sardegna violò l&#8217; embargo, e la Libia non dimentica quel gesto dannunziano che voleva testimoniare un&#8217; amicizia contro la realpolitik. Sgarbi, attuale sindaco della siciliana Salemi, guarda Andreotti e Gheddafi che s&#8217; incontrano per l&#8217; ennesima volta, parlano, s&#8217; intendono ancora, trent&#8217; anni dopo: «Gheddafi è l&#8217; ultimo capo arabo democristiano &#8211; osserva Sgarbi &#8211; per questo con Andreotti e Dini si capiscono ancora così bene». Il leader libico ringrazia l&#8217; Italia per l&#8217; accordo in base al quale Roma pagherà, nell&#8217; arco di vent&#8217; anni, 5 miliardi di euro a titolo di risarcimento dei danni dell&#8217; occupazione coloniale. «Dobbiamo complimentarci con noi stessi e noi libici vi ringraziamo per gli sforzi che avete compiuto per arrivare a questo accordo che onora i nostri due popoli» dice il Colonnello. Andreotti e Dini ripetono l&#8217; invito al leader libico a visitare l&#8217; Italia, Sgarbi lo vorrebbe al più presto ospite nella &#8220;sua&#8221; Sicilia, magari proprio a Salemi. «Adesso è possibile, non ci sono più ostacoli alla mia visita in Italia &#8211; dice il Colonnello &#8211; . Ripeto: dobbiamo complimentarci con noi stessi per il buon lavoro che abbiamo fatto per i nostri popoli</em>». Vincenzo Nigro, La Repubblica, 8.10.2008.</p>
<p>&#8220;Usare il mitra per fermare i profughi africani che arrivano in Italia. Lo ha detto l’assessore regionale ai flussi migratori Daniele Stival, leghista, in diretta su Rete Veneta. Una frase choc che ha fatto scalpore, sollevato dure polemiche molte delle quali erano volte a chiedere le dimissioni dello stesso assessore. La puntata di Focus, talk show dell’emittente locale, era incentrata sulla rivolta in Libia, si parlava delle migliaia di morti fra i civili, aprendo un ragionamento sulla richiesta del governatore della Sicilia al Veneto di ospitare i profughi nordafricani. Alla domanda su come limitarne l’arrivo, Stival è intervenuto usando queste parole: «Ci riescono pure in Grecia, Spagna e Croazia, dovremmo riuscire anche noi usando il mitra»&#8221;, Corriere della Sera, 23.2.2011.</p>
</div>
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		<title>Sull&#8217;omicidio di Pasolini &#8211; Replica a Marco Belpoliti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 04:00:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Carla Benedetti Cari amici di Nazione Indiana, vi scrivo dopo aver letto su questo blog l’articolo &#8220;Il corpo insepolto di Pasolini&#8220;, dove Marco Belpoliti ci invita in pratica a non parlare più del suo omicidio, su cui giá si sa l’essenziale. È uno strano invito, abbastanza inquietante. Ma come? Siamo di fronte a un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/morte-Pasolini2.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/morte-Pasolini2-300x112.jpg" alt="" title="morte-Pasolini2" width="300" height="112" class="aligncenter size-medium wp-image-32587" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/morte-Pasolini2-300x112.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/morte-Pasolini2.jpg 454w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>Cari amici di Nazione Indiana,</p>
<p>vi scrivo dopo aver letto su questo blog l’articolo &#8220;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/01/il-corpo-insepolto-di-pasolini/">Il corpo insepolto di Pasolini</a>&#8220;, dove Marco Belpoliti ci invita in pratica a non parlare più del suo omicidio, su cui giá si sa l’essenziale. È uno strano invito, abbastanza inquietante.</p>
<p>Ma come? Siamo di fronte a un delitto ancora oscuro, di cui a tanti anni di distanza non si conoscono ancora né i responsabili né i moventi, a indagini fin dall&#8217;inizio depistate, a probabili connivenze che hanno permesso per così tanto tempo di coprire i colpevoli, ancora impuniti,  e un critico letterario, a cui certo non mancano le informazioni né l’intelligenza per ragionare, ci viene a dire che è meglio dimenticare? “Forse è venuto il tempo di seppellire il corpo insepolto di Pasolini … Dimenticare Pasolini per ricordarlo davvero”. Sarebbe come se qualcuno sostenesse che è inutile farsi troppe domande sulla morte di John Kennedy, tanto si sa già quasi tutto. In America sarebbe semplicemente ridicolo. In Italia lo si fa spesso. <span id="more-32580"></span>Ogni volta che sui giornali si torna a parlare dell&#8217;omicidio di Pasolini, immancabilmente si alza una voce per dire che è inutile indagare ancora, tanto non c’è nulla da scoprire. Così fanno da anni Nico Naldini (cugino e biografo di Pasolini), Graziella Chiarcossi (erede di Pasolini e moglie di Vincenzo Cerami) e altri. E così fa ora anche Belpoliti su &#8220;Nazione indiana&#8221; e sulla &#8220;Stampa&#8221;. Dopo che un senatore imputato di concorso in associazione mafiosa ha annunciato e poi non mostrato un supposto inedito di <em>Petrolio</em>, dopo che Veltroni ha chiesto al ministro Alfano di fare indagini, dopo che un avvocato ha annunciato una nuova testimonianza sulla morte di Pasolini, dopo che la Procura di Roma ha deciso finalmente di riaprire il caso, ecco che qualcuno subito si affretta a buttare acqua sul fuoco. Perché lo fanno? Io sinceramente non lo capisco. A chi o a che cosa potrebbero nuocere ulteriori indagini? Non sta anche a loro a cuore la verità?</p>
<p>Certo, Pasolini era un “poeta” (era ovviamente anche scrittore, e cineasta, ma loro lo chiamano di solito soltanto “poeta’). E con questo? Forse che le indagini su un omicidio possono essere un po’ più approssimative quando la vittima è un “poeta”? Gli assassini non sono ugualmente assassini? E la verità sulla morte di un poeta non è altrettanto sacra della verità sulla morte di un Presidente, o di qualsiasi altro uomo o donna?</p>
<p>Io sono una delle tante persone che vorrebbero si facesse luce su quell’atroce delitto. Nel 2005 la nostra rivista &#8220;Il primo amore&#8221; lanciò un appello per la riapertura del processo Pasolini. L&#8217;appello si può leggere <a href="http://ilprimoamore.com/testo_35.html">qui</a>. Lo hanno firmato un migliaio di cittadini italiani e stranieri, tra i quali personalità note della cultura come Andrea Camilleri, Bernard Henri-Lévy, Luca Ronconi e molti altri. Tra di loro anche studiosi e biografi di Pasolini, come Enzo Siciliano, ora scomparso. Lo hanno firmato anche alcuni collaboratori di Nazione Indiana. E anche Franco Buffoni di cui ora vedo, con piacere, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/02/ppp-la-sua-inchiesta/">qui</a> ripreso un articolo di qualche anno fa su Pasolini. Il testo dell&#8217;appello non dava alcun adito alla dietrologia complottistica. Semplicemente diceva:</p>
<p>&#8220;Noi non sappiamo se a far tacere uno degli artisti più fervidi e una delle voci più scomode e tragiche di questo paese sia stata una decisione politica. Quello che però sappiamo &#8211; come lo sa chiunque abbia prestato attenzione alla vicenda &#8211; è che la versione blindata della rissa omosessuale tra due persone non sta in piedi. Sappiamo che essa è stata solo una copertura servita a sviare le indagini e a coprire un altro tipo di delitto”.</p>
<p>Chiunque sia informato sulla vicenda, oggi sa che quella versione non regge. Non solo perché lo stesso Pelosi l&#8217;ha ritrattata, dopo aver scontato la pena, dichiarando di essersi accusato dell&#8217;omicidio di Pasolini perché sotto minaccia. Ma perché già non reggeva per il Tribunale di Primo grado, che infatti condannò il Pelosi &#8220;assieme a ignoti&#8221;. Invece la storia della rissa omosessuale piace molto a Naldini, a Belpoliti e a qualche altro letterato. La trovano “poetica”. Permette loro di fare molti bei ricami sulla morte sacrificale del poeta, sullo &#8220;scandalo dell’omosessualità&#8221;. Un poeta omosessuale ucciso mentre cercava di violentare il suo oggetto di desiderio! Un poeta delle lucciole ucciso da una lucciola  mutante. E se non fosse vera? A loro non importa, quella storia è troppo bella.</p>
<p>Belpoliti scrive che la verità sulla morte di Pasolini l’ha già scritta Naldini. Egli avrebbe già “spiegato a suo modo, non troppo lontano dal vero, cosa successe quella notte a Ostia”. Come se Naldini fosse stato quella notte all&#8217;idroscalo! E che cosa mai racconta Naldini? La solita versione: rissa tra due persone, arricchita però da osservazioni sulla psicologia omosessuale e sui suoi possibili scoppi di violenza. La solita storia, quindi, quella che non convince più, che non convinse nemmeno il Tribunale di primo grado che sentenziò la responsabilità di “ignoti”. Se Naldini, Belpoliti e altri sono così certi che non c&#8217;è più nulla da scoprire, perché non ci dicono allora chi erano gli &#8220;ignoti&#8221; che presero parte all&#8217;omicidio di Pasolini? Non ce lo dicono perché ovviamente non lo sanno. Non lo sanno, però sostengono che si sa già tutto.</p>
<p>Come se temessero l’emergere di un’altra verità.</p>
<p>Nell’articolo su “Nazione Indiana”, Belpoliti fa dell&#8217;ironia su chi ha dubbi e si pone domande. C’è in effetti nei negazionisti anche la tendenza a irridere chi chiede ulteriori indagini, stravolgendo i loro argomenti in modo da farli apparire come fanatici dietrologi innamorati del complotto. Belpoliti lo fa anche nei confronti di un mio articolo uscito sull'&#8221;Espresso&#8221; del 31 marzo, che ora si legge anche su &#8220;<a href="http://ilprimoamore.com/testo_1760.html">Il primo amore</a>&#8220;. Fa persino passare per incontro “notturno&#8221; la conversazione che ebbi nel 2003 con il giudice Vincenzo Calia alla Casa delle Letterature di Roma, alla fine di un convegno su Pasolini che si protrasse fino alle dieci di sera e a cui presero parte anche Gianni D&#8217;Elia, Gianni Borgna e altri. Perché tanta fretta di mettere in ridicolo chi vorrebbe la verità? Non la vogliono forse anche loro?</p>
<p>Per dimostrare quanto sia assurdo indagare ancora su quell&#8217;omicidio, Belpoliti tenta anche di portare una “prova” filologica. Scrive che le fonti di <em>Petrolio</em> (a cui Pasolini stava lavorando al momento della morte) sono note. È vero. Pasolini riprendeva da articoli di giornale, dalle fotocopie del libro <em>Questo è Cefis</em> che gli aveva passato Elvio Fachinelli (quel libro, scritto da qualche nemico di Cefis, e poi ritirato dalla circolazione, ora si può leggere su &#8220;<a href="http://ilprimoamore.com/testo_1732.html">Il primo amore</a>&#8220;). Quindi Pasolini non sapeva niente di più di ciò che altri già sapevano. Non c&#8217;era perciò &#8211; conclude Belpoliti &#8211; nessuna ragione per ucciderlo. Però omette di dire che quelle sono le fonti del <em>Petrolio</em> edito. Ma nessuno sa cosa ci fosse in quello inedito, negli appunti mancanti del capitolo intitolato &#8220;Lampi sull&#8217;Eni&#8221; (quello annunciato da Dell&#8217;Utri), al cui posto resta ora una pagina bianca. Né quindi si può sapere quali ne fossero le &#8220;fonti&#8221;, né se si trattasse di informazioni ricevute da altri, e che potevano mettere in pericolo la vita dello scrittore. Su quelle non si può dire proprio niente, visto che non le conosciamo. Come può allora Belpoliti sostenere con tanta perentorietà che Pasolini non aveva in mano alcun materiale compromettente?</p>
<p>Vi scrivo dall&#8217;Università di Chicago dove arrivano pochissimi giornali italiani. Ho letto perciò l&#8217;articolo di Belpoliti solo su &#8220;Nazione Indiana&#8221; e non nella versione più breve uscita sulla &#8220;Stampa&#8221;. Non so se ci siano delle differenze sostanziali. Sulle vicende di queste ultime settimane relative al caso Pasolini, oltre al mio, sono usciti anche articoli di <a href="http://www.corriere.it/cultura/10_marzo_04/carte-rubate-morte-petrolio-pasolini_e3f27a20-275e-11df-badf-00144f02aabe.shtml">Paolo Di Stefano sul &#8220;Corriere della sera&#8221;</a>, di <a href="http://www.pasolini.net/vita_ppp-dellutri01.htm#delia">Gianni D’Elia su “il manifesto”</a>, di <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/03/31/cosi-si-riapre-il-caso-pasolini.html">Carlo Lucarelli su &#8220;Repubblica&#8221;</a>, che spiegano, anche con rilievi sul testo di Pasolini, da dove nascano i nuovi inquietanti interrogativi che Belpoliti ha cercato di cancellare in quell&#8217;articolo.</p>
<p>Con un cordiale saluto,</p>
<p>Carla Benedetti</p>
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		<title>PPP La sua inchiesta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 21:34:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Dopo aver ascoltato le &#8220;rivelazioni&#8221; odierne sulla morte di Pasolini, forse a qualche lettore di Nazione Indiana può interessare questo racconto, che pubblicai cinque anni fa su Nuovi Argomenti (32, ott-dic 2005). &#8220;Ma quando tutta la sabbia insieme e senza vento Prese le forme sue, si comprese Che la rimozione urgente non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Dopo aver ascoltato le &#8220;rivelazioni&#8221; odierne sulla morte di Pasolini, forse a qualche lettore di Nazione Indiana può interessare questo racconto, che pubblicai cinque anni fa su Nuovi Argomenti (32, ott-dic 2005).<br />
&#8220;Ma quando tutta la sabbia insieme e senza vento<br />
Prese le forme sue, si comprese<br />
Che la rimozione urgente non bastava&#8221;.</p>
<p>Sono i versi conclusivi di una poesia datata 5 novembre 1975, intitolata “PPP la sua inchiesta”, e rimasta inedita, come molte altre di quel periodo. Avevo ventisette anni, ero omosessuale e vivevo in Lombardia.<br />
“Ti faccio fare la fine di Pasolini”, me lo sentii dire un paio di volte negli anni successivi: era come uno slogan in certi ambienti, veniva usato come deterrente, quando non ci si comportava propriamente da “clienti”.<br />
Pasolini lo avevo incontrato in una occasione di poesia a Roma nel luglio del 1972, ma non ero riuscito a suscitare il suo interesse. In compenso sentii parlare molto di lui in quel mese di esami di maturità, come supplente neo-laureato nella commissione dell’Istituto Tecnico-Linguistico Femminile “Caterina da Siena” di via Panisperna. Non come regista o come scrittore, non ce n’era bisogno. Sentivo parlare di lui la sera dal mio aiuto-bagnino. Aveva vent’anni, lo avevo incontrato sulla spiaggia di Ostia, dove qualche volta mi recavo al pomeriggio dopo gli esami. Ero sceso a Roma con la mia 128 gialla nuova comprata a rate e targata Varese. La sera ci piaceva scorrazzare su è giù fino a Piramide e poi al centro. Tardi lo riaccompagnavo a Ostia e ci fermavamo proprio lì, nei pressi del Lido. Seppi tutto del Pasolini notturno: abitudini, contatti, preferenze, insistenze, concessioni. Era assolutamente noto presso chi non aveva letto una riga dei suoi scritti. Ma non aveva più “storie” con nessuno. Mentre per me allora non era concepibile non vivere la storia. E con l’aiuto-bagnino Riccardo, che la sera indossava camicie sgargianti e portava pantaloni lucidi a zampa di elefante, io vissi una bellissima storia.<br />
Tre anni dopo, quando accadde il disastro, Testori ricordò sul Corriere che sì, si cena con gli amici, ma più tardi – soli – si finisce col cedere e col cercare qualcuno nella notte. Mentre Arbasino, più pragmaticamente, scrisse che non era possibile che si finisse in un posto del genere senza avere ben deciso prima chi doveva fare che cosa a chi.<span id="more-32547"></span><br />
Io avevo capito. Trovavo ragionevole che per Arbasino dovesse essere così, ma sapevo da fonte certa che per Pasolini così non era. Non era più così da tempo. Con alcuni ragazzi il suo gioco era proprio quello di farli anche cedere. Un gioco più che altro cerebrale, che difficilmente concretizzava: gli bastava il gesto del cedimento. Che contestualmente significava anche avere chiuso con lui per sempre. Solo chi gli resisteva e lo “menava” aveva nuove chance di incontro.<br />
PER QUESTO MI PARVE VEROSIMILE IL PRIMO RACCONTO DI PELOSI.<br />
Per questo non mi parvero convincenti le posizioni di chi, come Enzo Siciliano, Alberto Moravia, Laura Betti – da subito e molto saggiamente, dico oggi – parlò di agguato ordito contro di lui. Erano le attribuzioni relative all’agguato che proprio non mi convincevano: neofascisti e/o il racket della prostituzione maschile (sul quale, si aggiungeva, Pasolini da tempo stava indagando). Oppure altre inchieste che forse stava conducendo. Ma a chi potevano dare fastidio le inchieste di un poeta che parlava di lucciole e di nuche di adolescenti? Pensavo: solo chi conosce il nostro mondo dall’interno può capire. Ero d’accordo con Bellezza, con Naldini.<br />
Trascorsero diciassette anni. Pelosi intanto usciva e tornava in galera per piccoli furti e spaccio. Apparve Petrolio. Non mi bastò: lo lessi a tratti, svogliatamente, infastidito. Carlo nel salotto: narcisista. Carlo si autoaccusa, tra quelli dei nemici mette anche il suo nome: masochista. Carlo si fa dieci ragazzi infoiati in fila: non giova alla causa dei nostri diritti civili. Certe parti contro l’Eni e la DC le saltai a pie’ pari, pensando che ormai era cambiato tutto: non aveva più senso pensare alla DC. Un romanzo fallito più che incompiuto, mi sembrava, già era troppo lungo così.<br />
Perché oggi sono qui ad accusarmi di miopia e a chiedere scusa alla sua memoria e a coloro che colsero subito la verità? Perché in rete ho visto finalmente le foto del suo corpo martoriato. Chiunque si rende conto che quel massacro non può essere stato compiuto da un ragazzo ritrovato con una sola macchiolina di sangue sul pantalone. Persino ammettendo che lo abbia davvero travolto fuggendo in auto. Erano in tre o quattro, avevano le catene, disse subito il testimone che abitava nella baracca lì vicino (NON PIU’ INTERROGATO): gli gridavano “arruso” e “comunista”, lui gridava “basta” e poi “mamma”, che fu la sua ultima parola. Il volto e il corpo recano i segni della lapidazione. Solo nell’estate del 2005 ho visto quelle foto. Dopo la confessione televisiva di Pelosi del 7 maggio 2005.<br />
E sono grato a Gianni D’Elia e al suo editore Giovanni Giovannetti (Effigie) che – invitandomi a presentare a Milano alla Festa dell’Unità nell’agosto 2005 L’eresia di Pasolini insieme a Barbacetto di “Diario” – mi indussero a rileggere Petrolio.<br />
Oggi mi resta solo il dubbio se Pelosi fu esca consapevole o inconsapevole. Propendo per la seconda ipotesi. Con forti minacce per farlo tacere fattegli giungere in carcere, immediatamente dopo l’arresto. Pelosi doveva scappare e basta. A piedi. Nel piano degli assassini.<br />
Ormai che la verità sia in Petrolio e soprattutto nel petrolio non lo dice un poeta o uno scrittore, ma un giudice. Come D’Elia ricorda a p. 98 del suo libro: ”Secondo il giudice Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando una sentenza di archiviazione nel 2003, le carte di Petrolio appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di stato”. E ancora: “Calia ha scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, un libro nato dai veleni interni all’ente petrolifero nazionale”. Pubblicato nel 1972 sotto pseudonimo, Questo è Cefis (L’altra faccia dell’onorato presidente) fu subito ritirato dalla circolazione e mandato al macero per ordine della magistratura. Pasolini riuscì ad averlo in fotocopia. In Petrolio l’onorato presidente si chiama Troya.<br />
PASOLINI E’ STATO UCCISO PERCHE’ STAVA PER SCRIVERE SUL CORRIERE LA VERITA’ SUL CASO MATTEI.<br />
Stava per dimostrare che le Sette sorelle non c’entravano, che la questione era interna, nostra, italiana; veniva da una saldatura tra istanze di potere politico-mafioso e certe disinvolture “resistenziali” per le soluzioni drastiche: Cefis e Mattei erano stati entrambi anche uomini della Resistenza.<br />
E oggi possiamo forse domandarci quanto di quella acutezza nella conduzione della sua indagine venne a Pasolini dalla conoscenza dei meccanismi interni alla fine drammatica del fratello maggiore Guido.<br />
Come ho potuto per tanti decenni – io intellettuale, io poeta, io omosessuale – non capire?<br />
In parte, certamente, fu per i comportamenti di Pasolini nella sua vita “privata”. Che di privato non aveva nulla. E furono proprio quei comportamenti che indussero i mandanti e gli assassini ad andare sul sicuro: stavano costruendo un delitto verosimile con tanto di movente. Ci cascarono molte persone oneste, come il pittore Gabriele Mucchi, rigorosamente marxista, che si schierò violentemente a difesa di Pelosi, considerandolo vittima dello sfruttamento sessuale di chi adescava minorenni con l’Alfa 2000.<br />
Per incidens, alla fine di maggio 2005, dopo la confessione televisiva di Pelosi, nella trasmissione di Rai 3 che si occupa di critica televisiva con i giovani analisti della Cattolica di Milano, la signora Poggialini, critico di Avvenire, definì Pasolini “pedofilo”, tout court. Un’accusa assurda alla quale nessuno dei presenti ritenne di dover obiettare.<br />
Ma la vera ragione per cui, per tanti decenni, sono rimasto al buio, l’ho capita casualmente imbattendomi in questa frase del libro di D’Elia: “L’omicidio di Pasolini è stato un atto premeditato e politico, non un delitto omosessuale”.<br />
UN DELITTO OMOSESSUALE?<br />
La questione non è solo lessicale. Diventa subito di sostanza. Nel delitto di gelosia è il geloso che uccide. Ad uccidere gli omosessuali, invece, sono sempre degli eterosessuali che ci tengono tantissimo a dichiararsi tali. (Ed è questa la ragione per cui gli omosessuali li cercano). Ricorrendo a tale definizione, se ne perpetua oggettivamente l’assassinio, inducendo quelli ottusi e miopi come me a ritenere verosimile, concepibile, spiegabile un delitto “omosessuale”. Un delitto omofobico, piuttosto, si dovrebbe dire.<br />
Quindi, non si dica che Pasolini &#8211; comunque – è stato ucciso dalla sua debolezza, che lo induceva a porsi in situazioni “a rischio” con i maschi “eterosessuali”. L’omofobia ha solo reso più cruento un delitto politico.<br />
PASOLINI SAREBBE STATO UCCISO LO STESSO. AVREBBE FATTO LA FINE DEL GIORNALISTA MAURO DE MAURO. Che fu fatto sparire proprio mentre indagava sul caso Mattei: mafia-Eni-Dc.<br />
Ma a differenza del coraggioso giornalista De Mauro, il coraggioso giornalista Pasolini fu anche un artista, un grandissimo artista, che attraverso il personaggio di Carlo &#8211; il cui corpo in Petrolio si consustanzia in merce, divenendo esso stesso petrolio &#8211; è riuscito a trasformare l’inchiesta che gli costò la vita nell’opera letteraria-summa della realtà italiana nel secondo dopoguerra.</p>
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