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	<title>enrico palandri &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La climatologia emozionale di Palandri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jan 2020 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[enrico palandri]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/enrico-palandri.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-82576" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/enrico-palandri-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/enrico-palandri-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/enrico-palandri-250x350.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/enrico-palandri-200x280.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/enrico-palandri-160x224.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/enrico-palandri.jpg 400w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></p>
<p>di <strong>Enrico Palandri</strong></p>
<p>Ho deciso di riprendere in mano e riscrivere questi romanzi e riproporli in un unico ciclo nel 2010. Ero tornato a vivere a Venezia da qualche anno, stavo terminando <em>I fratelli minori</em> e avevo in mente anche un altro titolo: <em>Le condizioni atmosferiche</em>. A concludersi, oltre al romanzo che stavo scrivendo, era il ciclo di quel che avevo scritto a Londra, dove avevo vissuto dal 1980 al 2003.<span id="more-82431"></span><br />
Cosa significa che qualcosa finisce? Innanzi tutto era tramontata l’attualità. Non esisteva più l’Italia di cui avevo parlato, gli anni che avevano dato grandi spinte rinnovatrici e che si erano conclusi tragicamente, tra echi della guerra partigiana e le manovre terroristiche della guerra fredda. C’era adesso l’Europa, un altro mondo di idee e sentimenti che dava spazio a un orizzonte più lungo su quello che avevamo vissuto e che invece di passarmi alle spalle persisteva in una prospettiva romanzesca.<br />
La vita a Londra, dove ero andato per fare lo scrittore, aveva trasformato il mio modo di essere al mondo: essere in un paese straniero, separare la lingua di ogni giorno da quella in cui si scrive per scremarla dagli elementi corrivi e lavorarla, accordarla come uno strumento musicale, aveva anche separato la mia vita personale dalle vicende della politica. In fondo era la ragione per cui non avevo mai pensato di poter riscrivere <em>Boccalone, </em>il mio primo libro, troppo legato ai tanti con cui avevo vissuto: era loro, con loro, per loro. A Londra ero invece andato solo, questi libri erano nati più liberi; nell’inventarli non avevo pensato agli amici ma a modelli letterari, musicali, erano dentro un ambito interamente artistico. Era quindi possibile fare su loro il lavoro che qui si conclude.<br />
In questa stesura ho sentito di non dovermi più difendere dal somigliare ai personaggi: Ivancich, Pauline, Davide, Zdena, Markus, Nina e gli altri sono oggi molto più distanti da me, e più loro stessi. Li ho ricondotti a sei destini principali e fatti crescere attraverso i temi dei diversi libri. I primi amori e il desiderio dei ragazzi di partire dalla città d’origine (<em>Le pietre e il sale</em>); lo sradicamento, la nostalgia e le scelte della vita adulta (<em>Le vie del ritorno</em>); lo scacco di fronte alla storia (<em>Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus</em>); la paternità e l’addio alla propria giovinezza (<em>Angela prende il volo</em>); il divorzio, la passione impossibile per la compagna di una vita e lo sforzo di fare esistere una famiglia al di là dei suoi disastri (<em>L’altra sera</em>). Il desiderio di riscattare uno stato di minorità che è la vita stessa (<em>I fratelli minori</em>).<br />
Sono quindi un ciclo, dove ogni volta che ricominciavo un nuovo libro sapevo di riprendere dal libro precedente, ma non sono un unico romanzo: ogni narrazione ha un suo cuore, un’architettura che tiene insieme sviluppo, climax, coda.<br />
Ho molto semplificato le scelte stilistiche che spesso dialogavano con una scena letteraria che, come quella politica, diviene semplicemente incomprensibile man mano che gli anni passano. Ho aggiunto una datazione che non è quella della pubblicazione dei libri ma quello in cui ho ambientato ogni vicenda.<br />
Ho infine tolto dediche, epigrafi e ringraziamenti, quasi i personaggi si fossero ripresi quei lembi di parole che avanzavano dal racconto.<br />
Il futuro è semplicemente il nostro destino: da giovani lo si avverte pieni di inconsapevolezza e, man mano che si realizza, siamo costretti a pensare con un nitore che è la conseguenza della vita che si è svolta. La pentola non scotta più, la si può prendere in mano. Ma qui mi taccio, l teatro è il lettore. Non voglio intromettermi nei pensieri, sentimenti e emozioni che spero si provino nell’incontrare tutto quello che qui è avvenuto, non è avvenuto o è perito: eventi, amori e soprattutto i personaggi che altro non sono che le persone che abbiamo conosciuto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>NdR: questa è la postfazione di Enrico Palandri al volume &#8220;Le condizioni atmosferiche&#8221;, edito ora da Bompiani, che riunisce sei suoi romanzi: &#8220;Le pietre e il sale&#8221;</i>, &#8220;<i>Le vie del ritorno&#8221;</i>, &#8220;<i>Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus&#8221;</i>, &#8220;<i>Angela prende il volo&#8221;</i>, &#8220;<i>L’altra sera&#8221;</i>, &#8220;<i>I fratelli minori&#8221;.</i></p>
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		<title>Inventare (e osservare) se stessi</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/01/23/inventare-se-stessi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jan 2018 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[enrico palandri]]></category>
		<category><![CDATA[L'inventore di se stesso]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Enrico Palandri Io e mia sorella Olga siamo stati bambini insieme e siamo finiti in ambienti sociali molto diversi. Quand’era piccola le facevo fare il portiere di calcio o il traditore russo di una guerra napoleonica. Ci sposavamo, morivamo eroicamente su qualche campo di battaglia, ci imbarcavamo in velieri costruiti con un pigiama e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Enrico Palandri</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/b08193-I88G4KEB.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-72294" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/b08193-I88G4KEB.jpg" alt="" width="207" height="292" /></a>Io e mia sorella Olga siamo stati bambini insieme e siamo finiti in ambienti sociali molto diversi. Quand’era piccola le facevo fare il portiere di calcio o il traditore russo di una guerra napoleonica. Ci sposavamo, morivamo eroicamente su qualche campo di battaglia, ci imbarcavamo in velieri costruiti con un pigiama e una scopa, impiantati su una piramide di cuscini, attraversando insieme oceani in tempesta per lasciarci alla fine, in lacrimosi addii, lungo le banchine di porti atlantici. Ascoltavamo insieme i toni di voce dei nostri genitori, le loro urla, le loro riappacificazioni, avvertivamo le variazioni dei loro umori uniti nello stesso sentire. Ci legavamo con nodi complicatissimi. Ci infliggevamo punizioni crudeli ma alla fine ci concedevamo il perdono, perché era così che tutti i giochi finivano, nella liberazione dai ruoli che ci eravamo attribuiti.<br />
Poi i miei amici hanno iniziato a desiderare Olga. “C’è tua sorella?” chiedevano prima di accettare un invito a casa a giocare con me, e così certe sue amiche, che passavano da lei per arrivare a me. Nuove intenzioni nella pubertà tracciavano un confine tra l’affettività giocosa dell’infanzia e le imboscate del desiderio sessuale. Abbiamo iniziato a evitarci, la parentela è diventata melensa, uno sciroppo denso di ambiguità. Dalla straordinaria intimità dell’infanzia ci siamo ritrovati quasi estranei, spesso infastiditi l’uno dall’altra.<br />
La prossimità dell’età prepuberale è restata però con noi, clandestina, un nocciolo per cui ancora oggi dire “mia sorella Olga” implica una primitiva complicità. Animale, un rumore nel bosco. Ci avvertiamo nei toni di voce e nei movimenti più che da quello che diciamo, anzi, ci sentiamo autorizzati da questa sensibilità a ignorare cosa pensa davvero l’altro, convinti di saperne di più, come quando ci affrontavamo da ragazzi e arrivavamo subito al conflitto, che era sempre emotivo.</p>
<p>. . .</p>
<p>Era in questo modo che mia sorella Olga era diventata una sensitiva di umani, capace di avvertire l’arrivo di una tempesta tra i nostri genitori come un animale che si aggira per la campagna in cerca di un tronco cavo sotto cui aspettare che passi il temporale. Dopo anni di vicinanza emotiva a loro due, si era affacciata al mondo con un’allenatissima intelligenza emotiva. Si era trasformata in una rabdomante dei sentimenti, sapeva leggere le sorgenti e i corsi d’acqua sotterranei dell’anima e dei sensi come nessun altro: “Lui è gay ma non lo sa;” oppure: “Lei deve trovare qualcuno che l’insulti, il marito invece la tratta come una crocerossina…” Le scappavano frasi così perché il mondo era per lei umanità, conosceva la natura degli individui come altri conoscono la montagna, il mare o la musica. Era questo che attraeva tanti intorno a lei. Quando l’ascoltavo mi chiedevo come facesse a conoscere così bene persone che aveva appena incontrato: a lei è sempre bastato guardare gli umani per capire sotto la superficie delle convenzioni sociali il conflitto che avevano con se stessi, le tracce della violenza psicologica, un genitore manesco, il genere sessuale, la vera età diognuno. Era stata questa la formazione della sua infanzia e ne era diventata maestra.</p>
<p>. . .</p>
<p>NdR: <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/09/03/il-passato-siamo-noi58.html"><em>qui</em></a><em> si può trovare la recensione di Marco Belpoliti su L&#8217;Espresso a &#8220;L&#8217;inventore di se stesso&#8221; di Enrico Palandri (Bompiani, 2017), dal quale sono tratti i due brevi passi</em></p>
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		<title>I pericoli del racconto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 07:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[barbera editore]]></category>
		<category><![CDATA[conformismo]]></category>
		<category><![CDATA[enrico palandri]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Enrico Palandri Chi racconta delle storie non dice la verità. Liquidare però la realtà presentata da un autore come una storia, è più complicato di quanto appare a prima vista. Don Chisciotte, Madame Bovary ci sono presentati dagli autori come personaggi per cui la lettura è stata nociva, ha fatto smarrire il loro buon [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Enrico Palandri</strong></p>
<p>Chi <em>racconta delle storie </em>non dice la verità. Liquidare però la realtà presentata da un autore come <em>una storia</em>, è più complicato di quanto appare a prima vista. Don Chisciotte, Madame Bovary ci sono presentati dagli autori come personaggi per cui la lettura è stata nociva, ha fatto smarrire il loro buon senso in un’eccitazione della fantasia. Sono però anche gli eroi dei loro autori che ci presentano dunque il loro modo di vedere il mondo attraverso un doppio specchio: chi leggendo si innamora di Emma e dell’<em>hidalgo </em>si ammala della stessa malattia e si associa alla loro condizione, ma attraverso la perdita di senso della realtà legata alla lettura ribalta con loro la situazione e mostra il mondo che li giudica quale esso è, inadeguato a comprendere e sentire, e non viceversa.</p>
<p>Ci sono dunque diversi piani in cui si percepisce il reale anche nel mondo bugiardo delle narrazioni. Chi <em>racconta delle storie </em>non dice la verità. Ma supponiamo di trovarci nella Lubjanka, o a Via Tasso, o a Guantanamo, e il poliziotto che interroga lo scrittore sospettato di tradire il comunismo o la patria, sottoponendolo a tortura, dica: <em>non mi racconti delle storie&#8230; </em>E che magari quello stesso funzionario, guardi un film al cinema, o racconti ai figli o ai nipoti qualche storia familiare come faceva mia nonna. Quanti diversi significati, e quanto contraddittori, assume l’espressione <em>raccontare delle storie </em>a questo punto?<em></em></p>
<p>Ai bambini viene raccontata una fiaba, ma gli si insegna anche che si deve imparare a rinunciare alla fiaba per crescere. Si racconta ad esempio di Babbo Natale, ma i bambini imparano presto che la frontiera segnata da quel racconto nel loro sviluppo è un rito iniziatico. Niente renne volanti, niente casa al Polo Nord, scoprono con delusione che i regali sono stati comprati dai genitori. La vera soglia sono loro, e <em>raccontano una</em> <em>storia</em>, cioè hanno mentito. E perché? Questa è la domanda dolorosa che si pone ogni bambino scoprendo che i genitori possono mentire. Impara a tollerare la paura attraverso narrazioni terribili come Hansel e Gretel, Pollicino, il figliol prodigo, ma impara anche a trattare questi racconti come <em>storie </em>appunto, che i genitori non hanno fatto altro che <em>raccontare delle storie</em>, e così la loro generazione, gli insegnanti e i politici, i preti e i poliziotti. Tutto il mondo, così come ci è stato trasmesso, appare a un certo punto come un insieme di storie, e storie false, superate. Non la descrizione di quanto è accaduto ma un uso della narrazione che consentiva ai padri di prendere una distanza dalle loro responsabilità ed elaborare ciò che raccontavano. Quelle colpe ci raggiungono intatte e il primo moto di ribellione è contro il modo inefficace con cui hanno tentato di fare i conti con il loro passato. Vittorie tradite, resistenze che non hanno resistito, gli anni di piombo. Bisogna ripensarci, riprendere in mano quel materiale e cercare questa volta di dire la verità. Uscire dalla loro narrazione e dire le cose come stanno.</p>
<p>Uscire da una narrazione dà per questo un senso di realtà: fuori dal racconto, fuori dalle storie c’è il reale. Finisce un’epoca politica, cade un regime, e tutto quel che quel regime ha detto ci appare una storia. Il più delle volte ci basta riconoscere il carattere romanzesco, la narrazione di quello che abbiamo appena lasciato. <em>Sotto il fascismo ci dicevano che… Nel ‘68 gridavamo viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tze Tung…</em></p>
<p>Si impara così a far passare per l’immaginazione una catena di eventi sapendo che sono una rappresentazione delle cose, cercando di lasciare andare quello che non è più avvincente, ha esaurito la sua funzione, è appunto diventato semplicemente una storia. E così via, per tutta la vita ci avviciniamo a narrazioni che ci attraggono, ci aiutano a crescere e presto ce le lasciamo alle spalle, portandone le tracce in un tempo parallelo al presente, sotterraneo, che costituisce il tessuto di nuove narrazioni attraverso cui interpretiamo il mondo.</p>
<p>Queste storie sono antiche come il mondo. Ripetute in mille variazioni ci permettono di tenere vivo un senso di quel che viene narrato che è più profondo degli eventi che accadono. Lo condividiamo con gli altri animali: un cane che aspetta il ritorno del padrone, scodinzola e ripete un rituale di festeggiamenti, è già una narrazione. Un racconto si rivela falso, non funziona più, lei non mi amava o la mamma è morta, il comunismo era un incubo o la beat generation un gruppo di sbandati; lo si dice, lo si ripete e la cosa perde forza, restano solo parole e al di là di questa storia spezzata, dai suoi frammenti, rinasce una nuova narrazione.</p>
<p>Siamo fuori da quella storia e siamo già in un’altra storia. La narrazione della fine di quello che era e non è più. Sappiamo che le storie passano e far passare quanto è accaduto in una storia ci è necessario per liberarcene. Narrare, fare una narrazione, non essere prigionieri di una sola rappresentazione del reale ma usare ogni storia come superficie, forma, specchio, per rimettere in movimento la nostra comprensione, per far scorrere l’acqua.</p>
<p>Presto, scoperto il meccanismo di mascheramento della realtà attraverso il racconto, iniziamo a chiedere: <em>ma</em> <em>è una storia vera? </em>Nell’adolescenza ci si può così votare, contro la poesia e i miti, alla scienza e alla verosimiglianza, opponendo all’immaginazione degli autori l’indagine documentaria, i fatti, gli esperimenti e le prove, ma alla fine anche questa strategia si rivela composta essenzialmente di un carattere induttivo e narrativo, un romanzo che ha altre regole. Persino la scienza, come scrive Galileo in <em>Contro il portar la toga</em> è parente prossima dell’Ariosto, della fantasia. Insomma, la verità, a cui l’accusa di raccontare delle storie si contrappone, è essa stessa una storia, un libro, una narrazione. Che sia la <em>Bibbia</em>, i Vangeli o il <em>Corano</em>, o ciò di cui i libri sacri parlano, ammettendo di poter distinguere la trascendenza del contenuto sacro e spirituale dai testi dalle parole di cui sono fatti, persino il dubbio nichilistico e la sfiducia in qualunque verità ha forma di narrazione. Narrata è la giustizia e gli ordinamenti giuridici dei vari paesi, narrate sono fin dall’infanzia le vicende biografiche della famiglia, del paese, della nazione, del mondo. Narrato è il passato e il futuro e in queste storie noi viviamo ora insieme, ora in gruppi più piccoli, ora soli. O così ci sembra, perché come abbiamo postulato fin dall’inizio, le storie sono prima di tutto bugiarde: condannano tutto quel che accade ad apparirci.</p>
<p>Di fronte agli eventi quotidiani i giornali, le radio e le televisioni offrono narrazioni del mondo che gruppi diversi nella società consumano e nutrono confortando i propri assunti ideologici, religiosi, sessuali, tutto ciò che in noi già attende quella narrazione e l’ha preparata nelle puntate precedenti, vedendo confermati in ogni momento i giudizi che ha già dato sul mondo. Siamo tutti come Don Ferrante nei <em>Promessi Sposi</em>, bravissimi a convincerci di quello che già pensavamo.</p>
<p>Pensare è sia un tentativo di conformismo, di adattamento all’ambiente in cui siamo, alle sue regole attraverso le sue storie, sia l’avvertire il cambiamento e dunque ribellarsi per cercare di liberare il flusso, il punto in cui il contrasto tra forme che si svuotano e altri contenuti spezza la superficie, facendo sì che alcune storie diventino false e ci costringano a criticare il mondo da cui veniamo, mentre altre sembrano poter prendere forma e le aspettiamo.</p>
<p>Il potere politico è anche lui essenzialmente narrazione, ma una narrazione che cerca di non sapere cosa è, che vuole confondersi con la Storia. Affinché le sue narrazioni abbiano peso usa eserciti e prigioni, guida oppure piega a una visione del mondo il destino dei popoli. I partiti e le riunioni politiche sono caratterizzati da un interminabile narrarsi gli uni con gli altri la propria versione delle cose, quando c’è la fortuna di avere un parlamento, o l’imposizione di un’unica narrazione nelle dittature: la storia romana e la storia fascista ben saldate, oppure l’apologia di una qualche altra visione del mondo. Questa storia va creduta e nelle dittature diventa un crimine il credere qualcosa di diverso. Avere per la città individui che dubitano, che diffondono il dubbio, non è possibile. Individui che come bambini che vogliono crescere cercano di dire agli altri: questa è una storia, cresciamo insieme. Verso dove? Verso una nuova narrazione, certo, ma che si presenta sempre come la storia di <em>Hansel e Gretel </em>la prima volta che la si ascolta, una storia spaventosa e creduta reale.</p>
<p>Del resto, purtroppo, ciclicamente affiora una certa stanchezza per il moltiplicarsi delle storie e nostalgia per una unica storia che offra identità, il senso di essere quello e non altro e di poter credere che non di una storia in quel caso si tratta, ma della verità.</p>
<p>Cosa possiamo fare allora noi che temiamo il rinserrarsi di questo conformismo fatale, il bloccarsi del flusso narrativo in forme inadeguate? Un conformismo che precipita inesorabile verso la morte e la guerra, perché su quello si fonda? Probabilmente nulla, e così confermiamo l’accusa di essere ininfluenti, inutili, marginali. Come tutti gli intellettuali, i poeti, gli scrittori, i filosofi. Rientriamo così nel disprezzo nutrito verso Don Chisciotte e Madame Bovary, il disprezzo di chi taccia altri di intellettualismo e non considera il proprio mondo come narrazione, e vede in noi solo gente che <em>racconta delle storie</em>.</p>
<p><em>(questo bellissimo testo è l&#8217;omonimo capitolo di &#8220;Flow&#8221; , Barbera Editore, 2011, del quale NI ha pubblicato in passato il capitolo precedente, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/una-nonna-narratrice/">&#8220;Una nonna narratrice&#8221;</a>)</em></p>
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		<title>una nonna narratrice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[barbera editore]]></category>
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		<category><![CDATA[critica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Enrico Palandri Cosa vuol dire raccontare delle storie? Questa espressione ha spesso un tono spregiativo: dire di qualcuno che ‘racconta delle storie’ significa denunciare scarso rispetto della realtà. Nel reale si è, dirlo è un’altra cosa. La realtà è quindi nel senso comune il contrario di una storia. Le storie, fatte di parole, sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/fairytales.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-40708" title="fairytales" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/fairytales-300x281.jpg" alt="" width="300" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/fairytales-300x281.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/fairytales.jpg 399w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Enrico Palandri</strong></p>
<p>Cosa vuol dire raccontare delle storie? Questa espressione ha spesso un tono spregiativo: dire di qualcuno che ‘racconta delle storie’ significa denunciare scarso rispetto della realtà. Nel reale si è, dirlo è un’altra cosa. La realtà è quindi nel senso comune il contrario di una storia. Le storie, fatte di parole, sono quindi semplicemente bugie: da Omero a oggi, attraverso miti e leggende, poemi e romanzi, gli autori non hanno fatto altro che raccontare delle storie. Perché dobbiamo inventare quando possiamo dire la verità? Non riusciamo neppure a vivere tutto quello che vorremmo e perdiamo tempo a scrivere e leggere romanzi! Perché aggiungere al mondo reale un mondo immaginario?<br />
<span id="more-40706"></span><br />
Nella mia infanzia una nonna raccontava a me e i miei fratelli le vicende familiari, e ne faceva dei miti. Un ante- nato, nella prima metà dell’Ottocento, aveva un’amante e le aveva comprato una casa in Barbaria de le Tole. Era così geloso che aveva comprato anche tutte le case attorno per tenerle vuote, in modo che nessuno la vedesse. Op- pure c’era la zia Alice, zia non saprei dire di chi, ma credo venisse dalla parte greco-ortodossa della mia famiglia ma- terna, che si era sposata a sedici anni e quando le aveva- no chiesto se era contenta aveva risposto: «Io faccio tutto quello che mi dicono mamma e papà». Poi nella notte era scappata in vestaglia per le strade di Venezia, era tornata dai genitori dicendo stupefatta: «Mio marito è diventato matto! Non potete immaginare cosa vuol fare&#8230;». Un altro parente, sempre nel XIX secolo, era stato spedito in India perché aveva la sifilide, non perché sperassero in un rimedio, piuttosto per toglierselo dai piedi. Poi ce n’era uno con un naso rosso ed enorme, bruttissimo, che credo fosse finito ad abitare su una panchina e così via, racconti infiniti. Storie che ci apparivano tutte meravigliose, un bel fiume vivace, abitato e fecondo. Questa nonna era del 1899 e immagino che il gusto del raccontare le fosse venuto a sua volta da qualche nonna o zio. Sia lei che mio nonno avevano origini illustri, ma le famiglie erano molto decadute nella generazione precedente alla loro e raccontavano quindi declassando tutti i parenti, per ridicolizzarli e lenire la malinconia del declino. Mia nonna si vantava, ed è importante per quello che si vuole qui sotto- lineare, del fatto che i quattro membri della sua famiglia (altri sette fratelli erano morti di varie epidemie, cosa non eccezionale in quegli anni), fossero nati in quattro nazioni diverse, pur essendo nati nel raggio di pochi chilometri. Montenegro, Italia, Austria e Croazia. Lei era di Susak e aveva sposato un greco ortodosso, mio nonno Giovanni Petrovich, che aveva una nonna Licudis, pronipote a sua volta di un istitutore di Pietro il Grande che era stato in- viato a Venezia per perorare un’alleanza della Serenissima in una guerra contro i turchi. Tra i nomi dei nostri pa- renti da parte di madre c’erano tanti slavi, austriaci e altri mitteleuropei, com’era frequentissimo a Venezia. Iechlin, Dekleva, oltre ai Licudis, che intrecciavano una rete fa- miliare che contraddiceva già nei cognomi l’irredentismo italiano. Alcuni si nascosero, diventando nazionalisti italiani, cioè fascisti, mentre altri restarono fedeli alla loro identità frammentata dagli eventi, e quindi antinazionalisti, partigiani e antifascisti. Suo padre era stato addirittura sorteggiato per l’attentato a Francesco Giuseppe, mentre erano profughi nelle Marche, ma i compagni lo avevano risparmiato perché aveva già due figli ed era quindi partito al suo posto Guglielmo Oberdan. Queste storie sono sempre restate con me. Cos’erano per lei e cosa sono per me? Erano vere? Non credo, o certamente non del tutto. Perché a mia nonna piaceva raccontare e quindi faceva qualcosa di diverso dal tentare di dire la verità. Del resto cosa significa dire la verità a bambini tra i tre e i dieci anni? C’erano senz’altro elementi pedagogici e censure sugli eventi sessuali, che mi si sono chiariti negli anni successivi, ma soprattutto c’era moltissima invenzione romanzesca. Le cose si sviluppa- vano, si rivelavano, ritornavano a personaggi minori per farli crescere in una nuovo capitolo della storia.</p>
<p>C’erano due vene nel suo narrare: una era l’amore che si porta ai discendenti, l’altra il piacere di toccare i punti sensibili della sua biografia, sia quella individuale che quella collettiva, che doveva aver contato molto per lei negli anni del fascismo, a causa delle lacerazioni cui si accennava che divideva i parenti in fascisti e partigiani, e usare l’ambito familiare o parafamiliare per mescolare un po’ le due cose e spingerle verso un orizzonte allegro e fantastico. Il conflitto tra multiculturalismo e nazionalismo è stato drammatico nell’Impero austroungarico, in cui lei era nata, fino alla fine della seconda guerra mondiale. Per questa ragione è interessante come nel racconto l’esperienza tragica di famiglie divise e contrapposte da guerre e politiche xenofobe si mescolasse al piacere del cosmopolitismo. Nella sua idea di famiglia entravano tutti i personaggi rilevanti della sua infanzia: includeva i domestici e i vicini di casa, i commercianti con cui si avevano rapporti regolari, insomma tutte le persone che umanamente partecipavano di un paesaggio vissuto personalmente, non attraverso i giornali o le istituzioni, e lei li raccontava per sentirli ancora vicini a sé. Per me che ascoltavo, queste figure arrivavano già fissate in una loro dimensione narrati- va che ovviamente mia nonna, che non faceva della storia ma raccontava delle storie, aveva modellato, ingrandito stilisticamente per catturare la nostra attenzione. Così il prozio geloso dell’amante poggiava su un tipo letterario di vecchio ricco e geloso, un Pantalone, la zia Alice sulla giovane ingenua, il sifilitico su qualcosa di vagamente comico e disgraziato, un Arlecchino. Così come nei ricordi di Tolstoj, di cui infatti era una grande lettrice, l’infanzia di Jasnaja Polyana appare un mondo completo, forgiato dalla poesia dell’immaginazione infantile.</p>
<p>Il secondo aspetto, l’amare i figli e i discendenti, era decisivo perché spingeva la creazione in una direzione evolutiva che si risolveva nel futuro. Diciamo che dava un lieto fine, e il lieto fine è la vita degli altri, in questo caso quei particolari altri che erano i suoi discendenti. Oggi mi è evidente, se considero da adulto quelle storie insieme a quello che so dell’epoca in cui lei ha vissuto, quanto lei trasformasse il materiale di cui parlava in una vita che valeva la pena aver vissuto, e che valeva la pena vivere ancora. Due guerre mondiali, la morte di sette fratelli, continue fughe da una parte all’altra di qualche confine, anni di disoccupazione, rovina economica di genitori e nonni e soprattutto gli effetti devastanti dei nazionalismi italiani, austriaci e slavi, nella zona in cui lei era cresciuta. C’era, è chiaro, tutta un’altra biografia, molto più drammatica, che io conosco non dal suo racconto ma dalla storia. Suo fratello era stato un tipico fascista di una zona di confine. Era un ufficiale dell’esercito e irredentista, ma aveva sposato una slovena il cui fratello era invece partigiano con i titini, e tra galere italiane e slave, figli da tirar su, foibe e altri ammazzamenti, la vita reale aveva continuamente contraddetto l’esperienza politica soggettiva, per loro come per tante famiglie. I cugini sloveni e italiani erano cresciuti insieme e si erano voluti bene, a volte molto bene, con amori che erano entrati a loro volta nelle leggende familiari, sebbene i padri fossero schierati su fronti opposti della guerra. I giovani erano Giuliette e Romeo che in quella zona avevano reso inaccettabile la politica.</p>
<p>Raccontare storie era per mia nonna tentare di ricucire insieme un materiale frammentario e contraddittorio attraverso un amore per i bambini che l’ascoltavano che era amore del futuro, del loro futuro.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Flow-cover.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-40707 aligncenter" title="Flow cover" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Flow-cover-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Flow-cover-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Flow-cover.jpg 410w" sizes="auto, (max-width: 202px) 100vw, 202px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Enrico Palandri, <em>Flow</em>, Barbera (2011), pp. 96, 12 eu.</strong></p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Enrico Palandri</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 06:00:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/magnetic_globe_silver.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-35481" title="magnetic_globe_silver" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/magnetic_globe_silver.jpg" alt="" width="283" height="286" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10  domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al  mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>,  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/http');" href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil%E2%80%A6arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/">Vincenzo Latronico</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/la-responsabilita-dellautore-franz-krauspenhaar/">Franz Krauspenhaar</a>, ecco le risposte di Enrico Palandri.]</p>
<p><strong><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></strong></p>
<p>No, affatto. Canetti diceva che l’idea che la letteratura sia alla fine è meschina. Anche negli anni in cui non leggiamo libri che ci paiono significativi la letteratura è viva, magari i libri vengono scritti e non pubblicati, o pubblicati da editori difficili da reperire in libreria, o magari da grandi editori ma i nostri pregiudizi ci rendono difficile la lettura. Dire che la letteratura sia morta è come dire che è finita la civiltà. Se poi parliamo del romanzo trovo sempre con sorpresa un libro in cui questo genere straordinariamente vitale si è ridefinito. La poesia mi sembra ancora più profondamente duratura. Chi è che riesce a mettersi su un podio tale da poter dire signori e signore, dopo tremila anni di letteratura occidentale è accaduto che proprio in Italia, nel 2010, il genere è morto! Francamente credo ci vorrebbe un po’ più di sobrietà quando si danno giudizi di questo genere. Del resto sono sentenze che sono sempre stati parte della scena letteraria, facendo appunto la figura descritta da Canetti.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></strong></p>
<p>No, ogni epoca ha i suoi modi. La figura dell’impresario d’opera o del produttore cinematografico non sono migliori, ma fanno i film, hanno fatto le opere, spesso segnandone alcuni limiti. <span id="more-35042"></span>Io in realtà non ho simpatia per la polemica anti industria della cultura, non so cosa gli si preferirebbe. L’associazione degli scrittori di tipo sovietico? O i circoli rinascimentali protetti dal principe? Oppure Mecenate?</p>
<p><strong><em>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></strong></p>
<p>Le leggo poco e quando le leggo è perché mi interessano.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></strong></p>
<p>Non ne ho idea. Rispetto a quando ho pubblicato Boccalone mi pare ci siano molti più giovani autori. Il lungo percorso che si deve sostenere, se si vive a lungo, tra successi e insuccessi, lusinghe del mercato e della poesia pura, è a sua volta un romanzo.</p>
<p><strong><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></strong></p>
<p>Non lo so. Io amo per leggere e scrivere la pagina e la penna, ma uso il computer. Non credo che leggerei un romanzo su kindle, ma ho spesso ritrovato una poesia che cercavo sul web.</p>
<p><strong><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </em></strong></p>
<p>Credo si potrebbe fare di più per promuovere la lettura ad alta voce, l’incontro e in qualche caso anche la scrittura. Se invece di tanti premi ci fosse un investimento organizzato, un circuito di letture da fare in giro per l’Italia, forse il mondo dei libri e delle lettere apparirebbe meno distante.</p>
<p><strong><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></strong></p>
<p>Peso no, certo, non lo hanno mai avuto. Solo le mosche cocchiere immaginano che il potere debba chiedere la loro opinione. Non mi pare ci siano però evidenti casi di censura.</p>
<p><strong><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></strong></p>
<p>Gli scrittori sono sempre esposti e se lusingano i potenti, come scrive Leopardi nello Zibaldone, non fanno che alienarsi la misericordia dei posteri. E il futuro è sempre il destino della scrittura.  Non credo però che gli scrittori abbiano un ruolo particolare. Sono cittadini e come tali devono esprimersi, ma sono molto contrario al fatto che si considerino depositari di un sapere diverso, separato, che si prendano a tal punto sul serio da immaginare che il potere li ascolti. Detto questo, se hanno qualcosa di utile e intelligente da dire inventano sempre qualche cosa che parla del potere in modo graffiante. Purtroppo credo che in Italia si sia prodotto l’effetto opposto. Ci siamo talmente abituati a satira, invettiva, denuncia e via dicendo, che gli intellettuali a volte vivono in un isolamento culturale spaventoso dal paese reale, profondo, in cui la storia si è addensata e dove si costruiscono davvero le storie, dove prendono la curvatura che gli è necessaria. Solo con buone radici si diventa alberi alti. Se invece prendono i risultati delle elezioni come il piano in cui si giocano tutte le battaglie e non sono capaci di interloquire davvero con quanto accade. Sono solo indignati. Del resto neanche io saprei come uscirne. Credo non sia utile che ripeta cosa penso di Berlusconi, l’ho già detto e scritto in tante salse, non penso nulla di diverso da quello che scrivono e pensano tanti.</p>
<p><strong><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></strong></p>
<p>Ovviamente c’è sempre stata questa separazione e dove non c’è ci si impelaga nella propaganda. L’unico tentativo di far funzionare un sistema politico affidandolo a filosofi, quello di Dione, è finito male, come racconta nella settima lettera Platone. Poi ci sono filosofi che fanno politica, come Cacciari, a volte bene.</p>
<p><strong><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></strong></p>
<p>Non credo si debba fare una regola, bisogna sapere di chi si parla e può farlo per tante ragioni. Per denaro,e chi ha conosciuto la povertà dovrebbe aver rispetto di come altri si guadagnano da vivere (meglio un figlio di papà che scrive quel che vuole lui dove gli pare o un poveretto che cerca di cavarsela in redazioni ostili?). O magari può essere convinto sia più utile non predicare ai convertiti. Io ho la fortuna di collaborare da un po’ di anni con un giornale come l’Unità che mi piace, ma ho scritto per tanti giornali diversi per tanti anni. La lettera del direttore con cui ho preso la tessera di pubblicista me l’ha scritta Feltri, lontanissimo dalle mie posizioni politiche, quando dirigeva L’indipendente. Come ho detto mi sento lontanissimo da quello che scrive, ma credo sia un giornalista molto competente, con la reputazione di resuscitare testate moribonde, e nonostante quello che tutti gli attribuiscono perché scrive sul giornale della famiglia Berlusconi, non mi sorprenderei affatto se facesse un dietro front alla Montanelli. Anche a destra ci sono e ci sono sempre state persone indipendenti. Nel giornalismo inglese, che credo sia un suo modello, ci sono importanti giornali come lo Spectator o il Times, per non andare lontano, che hanno manifestato dissenso a destra.  Il giornale lo ha fondato Montanelli sui cui negli anni ’70 si rovesciavano le invettive della sinistra rivoluzionaria in cui sono cresciuto, e almeno questo errore mi piacerebbe non ripeterlo.</p>
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