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	<title>enza silvestrini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Enza Silvestrini &#8211; Controtempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jul 2018 05:24:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[enza silvestrini]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paola Nasti In esergo alla nuova raccolta poetica di Enza Silvestrini (Controtempo, Oèdipus, 2018) un verso dal secondo libro dell’Eneide, tratto dall’incipit in cui l’eroe racconta alla regina del suo viaggio e della distruzione di Troia: sed si tantus amor casus cognoscere nostros/ et breviter Troiae supremum audire laborem/ quamquam animus meminisse horret luctuque [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paola Nasti</strong></p>
<p>In esergo alla nuova raccolta poetica di Enza Silvestrini (<em>Controtempo</em>, Oèdipus, 2018) un verso dal secondo libro dell’Eneide, tratto dall’incipit in cui l’eroe racconta alla regina del suo viaggio e della distruzione di Troia: <em>sed si tantus amor casus cognoscere nostros/ et breviter Troiae supremum audire laborem/ quamquam animus meminisse horret luctuque refugit/ incipiam</em> (….). A chi chiede il racconto doloroso, sebbene con un brivido di orrore si rifugga <em>necessariamente</em> dal lutto, Enea risponde risolutamente, virilmente: <em>Incipiam</em> – comincerò; nonostante tutta la pena del rievocare. Enea è l’eroe del nuovo inizio dopo la devastazione della patria. Il maschile che fonda le città, lasciandosi alle spalle affetti, luoghi cari, nostalgia. Anzi. Il dolore del viaggio e del ritorno – nostos/algia – è la sua cifra più significativa. Impossibile restare; impossibile partire; eppure: è <em>necessità</em> andare, fondare nuove città, lasciarsi alle spalle le rovine della città devastata. Allontanarsi dal luogo della devastazione. Se è la memoria questo luogo di macerie; se è il ricordo, l’identità a sbriciolarsi giorno dopo giorno; è possibile allontanarsi? è possibile restare? come può un figlio allontanarsi dalla rovina della patria – in questo caso: “matria – motherland” &#8211;  senza avvertire l’angoscia insopportabile della colpa? senza essere investito dal dolore per l’abbandono? Eppure si <em>deve</em>. Si deve lasciare la regina innamorata ai suoi strazi; le care strade dell’infanzia occupate dal nemico. Tradire la parte più profonda di se stessi. Questo richiede la vita. Tradire. Che è poi anche un “tradere”, tramandare memoria, raccontare di questa dolorosa necessità – <em>incipiam. </em>Il libro della Silvestrini affronta con energia maschile, col dinamismo dell’eroe che va, di Ermes più che di Estia, la malattia e la fine della madre. Estia ed Ermes. La conservazione, la permanenza, il focolare domestico; e l’andare, il veicolare messaggi e retaggi; Didone ed Enea; il femminile e il maschile. Entrambi sempre e necessariamente connessi, in ogni uomo, in ogni donna. A chi si ostina nelle rigide scansioni di genere, estendendole come criteri di valutazione alla produzione artistica e letteraria, questa raccolta poetica risponde con energia che in ciascuno coabitano entrambi gli dei – quella/o che resta vicino alla cenere; e quella/o che procede allontanandosi dal mondo in rovina.   Che è poi la fine del mondo dell’infanzia. Di quella patria che è la prima fase della vita. O della memoria invasa dal morbo.</p>
<p>La poesia di Enza Silvestrini ripercorre con ostinazione e tenacia a volte impietose lo svanimento dell’identità. La <em>pietas</em>, la devozione filiale, non possono medicare la violenza del distacco, la ferita che lacera il tessuto della memoria e dell’affetto. E allora non resta che raccontarne. Resistere raccontando, soprattutto poiché “…. il presente è /questo rogo ardente che dilania la città/ le urla così flebili/ appena un sussurro/ le foto o le statue degli antenati/ il peso accatastato sulle spalle/ delle quattro ossa di mio padre/ che gli anni e la miseria hanno reso svagato/ pallido come un’ombra/ e noi tutti lo siamo/ solo alcuni più di altri //  mi porto qualcosa che non sia perfettamente franato / c’è bisogno di una radice da piantare in esilio (…)”. La responsabilità di sopravvivere ai morti e di portare a compimento l’opera. Mestiere impossibile e <em>necessario. </em>Lo sradicamento è così il tema portante di Controtempo. La lacerazione della memoria, dell’identità e degli affetti sono cifra di un altro sradicamento – quello del linguaggio. E la poesia, come sempre, ancora una volta, per fortuna, risponde a questa necessità – di restituire, reinventare il linguaggio quando esso è misconosciuto dalla neolingua dell’informazione. Nell’assedio del nuovo esperanto in cui siamo quotidianamente immersi la lingua poetica cerca di rifondare il linguaggio nella comunicazione, restituendogli la sua funzione di medium, di relazione: com-unicare, ri-cor-dare. Forse ogni poesia, ogni tentativo poetico, va in questa direzione, forse anche a prescindere dalla sua efficacia artistica. Rifondare la casa invasa dagli stranieri, da presenze estranee che la spossessano, le tolgono l’anima: “verrà un giorno/ dove la storia tra noi/ sarà azzerata/ non ci saranno stanze sconosciute/ o alberi amici/ non varranno testimonianze/ foto o scritti/ mi darai nome ancora una volta/ ma sarà di qualcuno marginale / e allora così slegati estranei/ ci ameremo di più/ tutti lo dicono/ verrà questo giorno”. La poesia comincia sempre nel luogo dell’azzeramento, nella minaccia della sparizione. E, significativamente, altro polo di questa raccolta è il tema della rovina, del resto, del reperto archeologico e il suo intreccio con la natura che l’avviluppa, lo abbraccia, lo conserva e lo nasconde e gli ricorda il suo futuro di dissoluzione e scomparsa: “tra queste rovine/ da diversi secoli sono tutti morti/ spetta a noi riportare qualche segno di vita/ così ci muoviamo lenti per toccare qualcosa/ che sappia di erba/ l’odore selvaggio della rucola/ abita qui da tempo/ penetra le narici… si incrociano reperti e mosaici/sbiaditi dalle intemperie/ non facciamo che ricostruire/ accavalliamo ipotesi felici”. L’opera diuturna del discorso che stabilisce trame e tessiture, come le erbacce tra i reperti archeologici, ostinatamente. E la resistenza consiste in questo parlare alle macerie, a quello che resta del passato: “parlo con le pietre/ in questo grande campo/ sostengono di essere state vive/…saremo anche noi rocce disfatte/ pulviscolo piuttosto/ aperture di pensiero improvvise/ e mi addolora la mia sorte/ quella che sopporto/da migliaia di anni/come tutti in fondo (…)” . La vicenda accomuna pietre e carne, fiori coltivati in vaso ed erbe spontanee:  “portami via al riparo dal vento/ dove il bosco è sontuoso di alberi fitti della/ statua acefala è rimasto un bel corpo di / muscoli e vene levigati dal marmo (…)”.  E alla fine la dissoluzione può persino risultare un’evaporazione lenta e degna di uno sguardo emozionato e curioso. Nell’ultima sezione della raccolta la dimensione del lutto e del tragico sembrano allargarsi in una meditazione quasi pacificata sulla soglia che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. Resta alla poesia rendere con la parola non solo la <em>virtus</em> che nasce dalla dura necessità; ma anche questo svaporare, questo dissolversi come atomi che lasciano il legame e questa ebbrezza di una nuova libertà: “ti immagino così svaporato,/ a resistere tenacemente nell’aria/ ancorato a qualcosa di solido/ per sottrarti a questa incontenibile flessibilità/ che ti sospinge da tutte le parti// chissà cosa si prova/ in questo fermento di libertà/ se c’è un principio/ di bellezza o di gioia/ in questo non essere (…)”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>quamquam animus meminisse horret (Eneide,</em> libro II)</p>
<p>poco a poco<br />
il mondo scompare<br />
inghiottito dal buio nulla</p>
<p>prima vengono i ricordi<br />
soffocati da fumo acre<br />
stordimento delle voci e degli ultimi respiri</p>
<p>la memoria si rifugia<br />
in luoghi sempre più antichi<br />
ritorno bambino tra le braccia<br />
della madre assente<br />
giovinetto nei lunghi allenamenti<br />
o custode del telaio bianco<br />
torno liquido<br />
ancora disperso<br />
esitante sulla strada da fare</p>
<p>anche i nomi<br />
tutti i nomi<br />
quelli delle cose<br />
dell’amore dell’ira o di ciò che ne resta<br />
vanno via in qualche botola lontana<br />
che non riapro mai<br />
ogni gesto è nuovo<br />
smottamento veloce di residui vaganti<br />
i movimenti dimenticati<br />
nel loro stesso compiersi</p>
<p>e quando per tre volte<br />
il vuoto impetuoso mi respinge<br />
uccidendo anche l’illusione di te<br />
la salvezza sarebbe non avere alcuna salvezza</p>
<p>non voglio più vedere il presente<br />
e il presente è<br />
questo rogo ardente che dilania la città<br />
le urla così flebili<br />
appena un sussurro<br />
le foto o le statue degli antenati<br />
il peso accatastato sulle spalle<br />
delle quattro ossa di mio padre<br />
che gli anni e la miseria hanno reso svagato<br />
pallido come un’ombra<br />
e noi tutti lo siamo<br />
solo alcuni più di altri</p>
<p>mi porto qualcosa che non sia perfettamente franato<br />
c’è bisogno di una radice da piantare in esilio</p>
<p>la pretesa di esser vivi in questo universo di morti<br />
incalza lentamente<br />
imbarcarsi di nuovo e partire<br />
trovare terre da coltivare<br />
altri uomini da uccidere<br />
e lasciare traccia di sé</p>
<p>poi il mare vibra incolto</p>
<p>****</p>
<p>l’anima se ne va confusa<br />
in questo limbo di sopravvissuti<br />
echi di questo o quell’altro mondo<br />
tuonano all’orecchio sbigottito<br />
emergono frammenti di facce<br />
storie mobili e scomposte<br />
assapori la libertà insensata e divina<br />
di posizionarli a modo tuo<br />
le vie si fanno irregolari<br />
nessuno può raggiungerti</p>
<p>mi batto in difesa dell’esattezza<br />
provo a condurti sulla verità dei fatti<br />
adduco prove minuziosi dettagli<br />
riposiziono date e connessioni logiche</p>
<p>tu sembri convinta<br />
tra le distrazioni del bucato e della pioggia<br />
e per qualche istante<br />
il mondo ridiventa uno<br />
ma poi crudelmente ricominci la storia<br />
di questo o quello<br />
incurante di tempi e luoghi<br />
fatti e circostanze<br />
non c’è più modo di ritrovarsi di nuovo</p>
<p>****</p>
<p>la gloria delle ossa<br />
si alza e si inabissa<br />
intorno al soffio<br />
segno che sei viva<br />
nell’immensa immobilità<br />
del corpo bianco<br />
ritrovi improvvisi vuoti<br />
sotto gli zigomi<br />
nello splendore del pomeriggio</p>
<p>avanziamo verso la sera<br />
in questa calma imperfetta<br />
di sonno e veglia<br />
la scatola del caffè è sempre la stessa<br />
da almeno dieci anni</p>
<p>****</p>
<p>dalla cucina alla stanza contiamo venti passi<br />
riducibili a quindici con un po’ di sforzo<br />
le finestre qui<br />
sono tutte sullo stesso lato<br />
da est a mezzogiorno<br />
per filtrare sole e pioggia<br />
ti mostro gli spifferi nel cuore della notte<br />
che confonde le pareti e i mobili di legno<br />
pieni di cassetti e lenzuola bianche<br />
tu conservi anche quelle strappate?<br />
dobbiamo attrezzarci per l’insistenza invernale<br />
che in questa casa<br />
cresciuta senza ragione in diagonale<br />
ammala di più le ossa</p>
<p>di qui non s’esce<br />
che per qualche visita medica o di rara cortesia<br />
facciamo una mappa dei percorsi possibili<br />
procedendo dalle necessità quotidiane<br />
il cane ha deciso di occupare il cortile<br />
senza pensare alle conseguenze della sua assenza<br />
mi presto a fare tua sorella Lola<br />
vecchia o a vent’anni<br />
è indifferente</p>
<p>***<br />
le migrazioni convergono<br />
nel centro del mondo<br />
portando le spoglie di ogni passato<br />
di geografie lontane e diverse<br />
accese d’ira e inutili amori</p>
<p>l’esile potenza di ciò che è stato<br />
reclama i suoi diritti di eternità<br />
ma al presente<br />
non c’è niente di preciso<br />
che possa sostenerlo<br />
impatta in un terreno molle<br />
che può inghiottirlo ad ogni istante<br />
e certamente lo farà<br />
appena si chiuderanno gli occhi</p>
<p>****</p>
<p>portami via al riparo dal vento<br />
dove il bosco è sontuoso di alberi fitti<br />
della statua acefala è rimasto un bel corpo<br />
di muscoli e vene levigati dal marmo</p>
<p>una torma di ombre<br />
va spargendo i suoi lai<br />
e in questo punto del prato<br />
dove l’erba è più rada<br />
si ammassano formiche speranzose<br />
a caccia di briciole o cadaveri ambigui</p>
<p>mi accorgo d’improvviso<br />
che qui troverei milioni di tane<br />
ma di questo pensiero la libertà mi spaventa<br />
come i sentieri troppo isolati</p>
<p>quando mi stendo<br />
il prato diventa una tomba<br />
di fili d’erba rissosi e piccole vite</p>
<p>****</p>
<p>il fatto che sia già primavera<br />
è una deduzione di piume<br />
tentativi di teneri voli<br />
cadono in tanti<br />
dalla sommità dei nidi<br />
e forse la specie<br />
non conosce il dolore</p>
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