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	<title>enzo biagi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Come muore Enzo Biagi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 19:41:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra partigiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Esente da memorie e da speranze, illimitato, astratto, quasi futuro, il morto non è un morto, è la morte. Jorge Luis Borges Guardo la morte di Enzo Biagi. Lo guardo morire da domenica mattina. Muore infinite volte, il più autorevole dei giornalisti italiani, e prima di scendere sottoterra, scava dappertutto lo spazio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/biagi4-150x150.jpg" alt="Enzo Biagi" title="Enzo Biagi" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-25989" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p> Esente da memorie e da speranze, illimitato, astratto,<br />
quasi futuro, il morto non è un morto, è la morte.<br />
<em>Jorge Luis Borges</em></p>
<p>Guardo la morte di Enzo Biagi. Lo guardo morire da domenica mattina. Muore infinite volte, il più autorevole dei giornalisti italiani, e prima di scendere sottoterra, scava dappertutto lo spazio in cui verrà sepolto. Non lo accoglie solo la terra dell’ultimo giorno. Ma continua a scavare il proprio spazio nella carta dei giornali, tra i pixel del televisore, nelle onde della radio, nella diramata espansione di internet. Si muore anche così, oggi. Trovando un ultimo posto – mai definitivo &#8211; tra le parole e le immagini.<br />
Ed è un finale senza fine. La deflagrazione dell’addio. L’irradiazione del commiato. La dispersione della commozione e dell’affetto.<span id="more-25986"></span> Nell’ultimo istante, Enzo Biagi, invece di ritirarsi nel legno della bara, di rintanarsi una volta per tutte nel suo sacco malandato di pelle e ossa, si allarga a dismisura: si dispiega, si diffonde, si ingigantisce, ritrova spessore, quasi riprende vita e radici. È un enorme sasso lanciato dentro l’infinita ed estesa superficie della comunicazione di massa. Enzo Biagi muore e brulica dappertutto, contemporaneamente.<br />
Anche così si scompare, oggi. Diventando monumento piuttosto che miniatura. Esplodendo ed allargando il proprio raggio di azione e di visibilità. Saturando tutto lo spazio disponibile &#8211; il più ampio, il più comprensivo, il più infinitamente esteso.<br />
Quando buca e allaga gli schermi, straripa dai giornali, dirompe e tracima nei discorsi degli esseri viventi, la morte non è più la cosa piccola e schiva, ritagliata nella commozione e nel silenzio, che eravamo abituati a conoscere. Dentro i mezzi di comunicazione la morte ritorna piramide – si eleva nella sua altezza, distende la sua portata, scava le sue fondamenta, mentre un esercito di commentatori, un masso dopo l’altro, una parola dopo l’altra, finiscono per costruirla, e spingerla in altezza, e vederla stagliarsi davanti.<br />
Anche così si sparisce, oggi. Poco per volta, fin quando non hanno usato tutto di te, fin quando non ti hanno tritato per bene, sminuzzato ogni parte di te, impastato ogni parte di te con lacrime e parole e immagini, facendo di te tanti piccoli mattoncini da allineare, incastrare, accatastare nella grande piramide del ricordo.<br />
Si muore in mezzo ad una gran folla di persone che fanno della morte la loro occupazione: svanisci, e pochi secondi dopo esali il tuo ultimo respiro tra i palinsesti della televisione e le scalette delle notizie quotidiane. Riscrivono la tua storia, mettono ordine alla tua esistenza, danno senso alle tue azioni, assegnano valore ai tuoi gesti, ti impaginano tra le notizie che fluiscono senza sosta, confezionato e ricucito come un prodotto editoriale qualsiasi, che deve catturare il lettore e lo spettatore, agganciare i nostri sentimenti. Ma non c’è cattiveria, in tutto questo. Non viviamo tra gli sciacalli. È solo il modo contemporaneo di alzare queste enormi e prodigiose piramidi, che durano pochissimo, qualche ora, un giorno o due al massimo, e poi scompaiono, evanescenti, della stessa sostanza di cui sono composte le immagini e le parole.<br />
E la morte di Enzo Biagi continua a scorrere sullo schermo del mio televisore. Lo vedo infilato nella bara, pochi istanti prima di spingersi nella terra, dentro il passato, nelle profondità del tempo. Lo portano in spalla. Esce da una chiesa piccola. Fende la folla di persone che inclinano il capo nel loro ultimo omaggio. Ed improvviso, per me, parte il canto del coro di vecchi partigiani. Intonano Bella Ciao. E si sente che è stato provato un paio di volte, perché il canto è ben modulato, a più voci, ogni voce la sua particolare intonazione. E sale nitida come un pianto, quella musica, come un grazie emancipatosi dalla parola e divenuto canto.<br />
E intuisco che c’è un modo di morire che non ci riguarda più, che non tocca le ultime generazioni, ma che comunque esiste, anche se si sta estinguendo, ed è il modo in cui muore Enzo Biagi.<br />
Morire mentre intonano un canto che ricorda che sei stato giovane un tempo, e che allora, nel pieno della tua forza, hai combattuto per qualcosa che non riguardava solo te, che la tua forza è stata messa al servizio di tutti quanti, che non ti sei tirato indietro quando c’era da rimettere in piedi il mondo ridotto a polvere e macerie, che ti sei rimboccato le maniche ed hai fatto della tua forza lo strumento utile per riconsegnare la libertà e la speranza ad ognuno, senza distinzioni.<br />
Morire sapendo di essere nel giusto, di aver fatto la cosa giusta, di essere stato strumento di quella giustizia, così tenera e così risoluta, che un tempo ha salvato tutti, perfino coloro che dovevano venire ancora, perfino loro, cioè noi.</p>
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		<title>Piccolo Sud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 07:02:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[andrea di consoli]]></category>
		<category><![CDATA[antonio pascale]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiano De Majo]]></category>
		<category><![CDATA[enzo biagi]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Cristiano De Majo 1 . Il sud che produce Anche i bambini lo sanno, dopo il 2006 anche il 2007 è stato l&#8217;anno di Gomorra , il libro/miracolo cominciato sulle colonne di un blog letterario e arrivato negli scaffali dei supermercati. Un «successo clamoroso» che ha portato alla ribalta fino alla scrivania del redivivo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Cristiano De Majo</strong></p>
<p><strong>1 . Il sud che produce</strong><br />
Anche i bambini lo sanno, dopo il 2006 anche il 2007 è stato l&#8217;anno di <em>Gomorra</em> , il libro/miracolo cominciato sulle colonne di un blog letterario e arrivato negli scaffali dei supermercati. Un «successo clamoroso» che ha portato alla ribalta fino alla scrivania del redivivo Enzo Biagi il suo pluri-minacciato autore Roberto Saviano scatenando asprissimi dibattiti tra scrittori meridionali e non. Dopo alcuni mesi qualcuno ha cominciato anche a parlarne male. Per esempio dalle colonne del Mattino , pur con molti distinguo, Antonio Pascale si è scagliato contro «un&#8217;epica della criminalità che finisce per essere consolante». Lo ha seguito a ruota Andrea Di Consoli che ha proposto di dimenticare Saviano zittendo così «la retorica dell&#8217;apocalisse». <span id="more-4409"></span>Il disagio del successo ha coinvolto molti. Altri, forse più inesperti, hanno preferito imboccare la strada dell&#8217;epigonismo. Rimane il fatto che Gomorra è stato un vero trionfo editoriale. E&#8217; piaciuto. Ed è un esempio di letteratura meridionale da classifica. Come Camilleri. Come Niffoi. Curiosamente autori di locale che si fa globale, di letteratura etnico/esotica di successo. Ma rispetto a questi, Gomorra ha fatto di più, è diventato un&#8217;estetica e un&#8217;ideologia, persino, secondo alcuni, un libro cambia mondo. In ogni caso un ingombrante modello da brandire o da cui cercare di liberarsi. E tra stragi di Duisburg ed estati incendiarie, tutti gli scrittori del sud sembrano obbligati &#8211; o si costringono &#8211; a considerarlo oggi un punto di riferimento.</p>
<p><strong>2. Meridionali non meridionali</strong><br />
Per chi si chiede se al sud sia possibile scrivere libri italiani oppure si è condannati a produrre libri sul sud, le risposte vengono dai pochi autori che trattano il territorio come luogo e non come argomento. Poche tracce di romanzo borghese meridionale &#8211; un <em>Ferito a morte</em> per dire &#8211; ma neanche di un narratore morale alla Sciascia, dall&#8217;«impegno implicito». Il già citato Di Consoli si chiedeva appunto parlando di <em>Gomorra</em> se la criminalità fosse l&#8217;unico possibile oggetto d&#8217;indagine per uno scrittore del sud. Una domanda sensata che però sembra non tenere conto di una preferenza critica tutta italiana, quella per intenderci sempre pronta ad attribuire medaglie al risveglio civile. Ed è emblematico che gli scrittori che riescono a perseguire una strada più letteraria e individuale (ma non meno umana) e non forzatamente sociale o di denuncia siano quelli che dal sud sono andati via. Antonio Pascale (campano) appunto e Nicola Lagioia (pugliese), per fare due nomi di scrittori «emancipati». Oltra a qualche esempio in loco. Tra gli altri i racconti di Paolo Mastroianni raccolti in Altrove e usciti per Effigie, dove la provincia di Caserta è solo una tappa della via crucis nella mappa dell&#8217;immigrazione globale che si estende a Londra, a Bucarest, alle Filippine&#8230;</p>
<p><strong>3. Chi fa i libri in Campania</strong><br />
D&#8217;altra parte la Campania, grande nutrice di scrittori di successo (De Luca, Piccolo, Parrella, De Silva), non porta altrettanto successo alle case editrici. Moltissime, ma nessuna (o quasi) realtà importante, non in termini di mercato almeno. Quasi tutte hanno scelto il mercato del folklore. Libri su Pulcinella e sulla tombola, guide ai misteri di Napoli che riempiono le vetrine delle librerie del centro. Persino il vecchio Pironti, scopritore innovativo tra la fine degli Ottanta e l&#8217;inizio dei Novanta, geniale compratore dei diritti di Bret Easton Ellis, di Don DeLillo, di Naghib Mahfuz, in mancanza di altre belle idee (e forse di soldi) si è rivolto alla napoletanità tradizionale e contemporanea, anche quella più becera, perché no. Ed ecco il diario di Annalisa Durante, la ragazza uccisa da una pallottola vagante mentre chiacchierava col figlio del camorrista ed ecco il Diario di una coscienza di Nunzio Giuliano, zio del ragazzo di cui sopra. La conferma di una situazione almeno poco rosea è il collasso di Galassia Gutenberg, una fiera del libro nata nel 1989 come idea importante e rigeneratrice e che in pochi anni in termini di presenze e qualità degli incontri si è vista surclassare dalla più giovane fiera della piccola e media editoria romana.<br />
Nel panorama semi-desertico resistono alcune realtà non da poco e che tentano con difficoltà di farsi fulcro della cultura cittadina. Due su tutte, l&#8217;Ancora del Mediterraneo e la pigra e piccola ma raffinatissima Cronopio. Tutte e due possiedono un bel patrimonio in termini di catalogo e una visibilità che è paradossalmente più nazionale che locale. L&#8217;Ancora ha fatto esordire alcuni nomi importanti della narrativa (Pascale, Di Consoli, Zaccuri) e ha pubblicato una meritoria selezione di saggistica anti-provinciale con Fofi, Niola, Cavaglion, Berardinelli. Cronopio, invece, persegue la strada tutta in salita della sperimentazione e della ricerca pubblicando Nancy, Deleuze o raccolte di scritti su autori irregolari come Pynchon e Dick. Più periferica, ma molto combattiva Spartaco con alcune buone scoperte di narrativa straniera e un catalogo di saggistica «libertaria».</p>
<p><strong>4. Lupara Europa</strong><br />
Nella regione dei Riina e dei Provenzano, del pizzo e dei pizzini, :duepunti edizioni sembra un acquario elegante e translucido impiantato in terre aride e polverose. Con qualche rischio di auto-isolamento. «Non possiamo continuare a guardarci allo specchio senza avere un orizzonte più ampio di noi stessi come termine di paragone» dice Giuseppe Schifani che insieme ad Andrea Carbone e a Roberto Speziale ha fondato la casa editrice palermitana, mettendo in piedi un catalogo anti-localistico con uno sguardo che riesce a essere centrale anche dalla periferia dell&#8217;Occidente. Loro sono gli scopritori italiani dello scrittore ceco Patrick Ourednik e del suo geniale Europeana . Quando gli chiedo se si sente imbarazzato a essere un editore siciliano che non parla di mafia, Schifani mi dice di essere convinto che «fare un certo tipo di cultura sia già una battaglia anti-mafiosa e che sin dall&#8217;inizio hanno cercato in tutti modi di evitare di cavalcare il filone della mafia». «Succederà solo quando avremo le spalle abbastanza forti per farlo, parlare di mafia con una voce significativa è tutta un&#8217;altra cosa», ribadisce. In Sicilia non esistono altri editori così fortemente ancorati al progetto. In Sicilia, certo esiste Sellerio, ma poco altro.</p>
<p><strong>5. Grandi numeri</strong><br />
Sellerio e Laterza sono proprio i prototipi dell&#8217;editore meridionale di larga scala potenzialmente capaci di insidiare almeno qualche primato alla grande editoria del nord. I libricini con la copertina blu hanno fatto epoca ed estetica anche prima di Camilleri, quando per esempio negli Ottanta il <em>Notturno Indiano</em> di Tabucchi veniva indossato alla stregua di un Siddharta adelphiano. Nell&#8217;era post-montalbano Sellerio è comunque riuscita a non sperperare il patrimonio guadagnato in termini di aura (il giallo da gozzo &amp; Donna Fugata, colori pastello) e ha scoperto Gianrico Carofiglio il magistrato-pugile-scrittore pugliese altro fulgido esempio di glocal letterario. La Puglia è anche la base di partenza dei fratelli Laterza, l&#8217;unico vero grande editore meridionale &#8211; seppure ormai mezzo romano &#8211; con un vasto e storico catalogo che spazia dalla saggistica alla scolastica, alle più recenti narrazioni ibride raccolte nella collana Contromano e con idee che sfiorano l&#8217;utopia come quella dei Presidi del Libro. Sono esempi corroboranti se si pensa all&#8217;assenza di una solida imprenditoria culturale in regioni come la Campania (per non parlare della Calabria), laddove a parte le succitate eccezioni, l&#8217;approssimazione, i sostegni statali, la politica sono ancora i punti cardinali nella produzione libraria.</p>
<p><strong>6. Un&#8217;estate lucana</strong><br />
E&#8217; curioso che provengano entrambe dalla piccola Basilicata i due trionfatori dell&#8217;estate letteraria e cioè il potentino Gaetano Cappelli e la materana Mariolina Venezia neo-vincitrice del Campiello con la saga marquezian-rupestre Mille anni che sto qui . Eppure non potrebbero essere libri più diversi. Uno (Venezia) con tocchi esotico-arcaici, l&#8217;altro (Cappelli) in stile contadino-newyorkese. Ma si può essere internazionali e vivere a Potenza? Cappelli potrebbe rispondere agitando la copertina del Corriere sulla quale il vate D&#8217;Orrico lo ha incoronato come il Roth italiano (ma non era Piperno il Roth italiano?). <em>Storia controversa dell&#8217;inarrestabile fortuna del vino Aglianico</em> nel mondo è il simbolico titolo di un romanzo nel quale si ironizza proprio sul rapporto tra centralità e perifericità, con un distacco che tradisce un certo coinvolgimento.</p>
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