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	<title>epica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Educazione sentimentale 2: Lo hobbit</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Mar 2016 06:00:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Ho letto Lo Hobbit quando andavo per i dodici anni. Probabilmente, in senso letterale, non era il primo libro che leggevo, ma è stato il primo che ho voluto leggere grazie  ai racconti entusiastici del mio amico Raffaele: fino ad allora ero un lettore accanito di fumetti ( produzioni bonelliane e supereroi). [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Ho letto <em>Lo Hobbit</em> quando andavo per i dodici anni. Probabilmente, in senso letterale, non era il primo libro che leggevo, ma è stato il primo che ho voluto leggere grazie  ai racconti entusiastici del mio amico Raffaele: fino ad allora ero un lettore accanito di fumetti ( produzioni bonelliane e supereroi). Ragazzino impacciato nelle attività sportive e ginniche, troppo alto e scoordinato, imbranato ma non asociale nella vita in comune con i pari età, arruffato, timido e disordinato, a mio attivo potevo solo vantare un certo numero di conoscenze superflue in campi poco spendibili a scuola, dove del resto ero uno studente mediocre. Non mi ricordo poi tanto bene della scuola media, ma gli aggettivi ‘discontinuo’ e ‘disordinato’ sono nel mio lessico interiore  strettamente collegati a questo periodo della mia vita scolastica.</p>
<p>Visto che talvolta mia madre arrivava a essere preoccupata per la mia pericolosa tendenza a fantasticare e a essere inconcludente deprecando il mio contegno distratto e abborracciato ( in definitiva a ragione), <em>Lo Hobbit </em>faceva proprio al caso mio perché incanalava questa mia deprecata inclinazione in una pratica, la lettura, che al contrario godeva di uno statuto di prestigio nella mia famiglia.</p>
<p>In realtà all’inizio ero molto scettico su <em>Lo Hobbit </em>la cui lettura cominciai soltanto come attestazione di amicizia nei confronti di Raffaele. Mi si deve capire: la storia di una spedizione per recuperare un tesoro sequestrato da un drago sembrava assai poca cosa, quasi il minimo sindacale, a chi, come me, era abituato ai complicati plot di <em>Thor e i Vendicatori</em>.  In un certo senso la lettura confermò i miei pregiudizi  perché a un figlio seppure inconsapevole della fantascienza anni settanta una banda di nani, un lungo viaggio, lupi malvagi, un personaggio che si trasforma di notte  in  orso, fuochi fatui  e addirittura il ritrovamento di un anello che rende invisibili facevano lo stesso effetto che faranno i miei soldatini di plastica a gente abituata a giocare con la playstation, come usano dire  quelli che hanno capito che il futuro è già qui. Erano insomma la misura classica di questo racconto, nel senso  di un limite di sobrietà alla proliferazione  dell’eccesso fantastico, e il suo appartenere naturalmente al terreno dell’epica che mi infastidivano.</p>
<p>Ciò che invece mi piacque fin da subito furono gli anelli di fumo delle pipe, sebbene non fumassi, e i nomi e le genealogie dei nani.  I nani e Gandalf facevano lunghe gare a fare anelli di fumo dalle forme affascinanti che erano nel romanzo uno spettacolo in sé, anche perché prima di allora non mi ero mai posto il problema se un  eroe di un&#8217;avventura fumasse o meno; ora che ci penso, anche la descrizione delle prelibatezze alimentari e dei banchetti imbanditi dallo hobbit e da altri personaggi mi colpì; scoprii che esisteva una bevanda che si chiamava idromele e rischiai perfino di cambiare opinione sul miele, che non mi era mai piaciuto, a causa dell’evidente godimento con cui Tolkien descriveva tutti questi cibi. Scoprii che il consumo del cibo rimandava a una cosa che in seguito avrei saputo essere chiamata convivialità, ma la cui importanza per il buon vivere avevo già compreso. Il fatto curioso è che tutti questi dettagli, pur non cambiando la storia, che restava morfologicamente povera ai miei occhi, allo stesso tempo la rendevano inconfondibile e diversa. Ne avrei avuto la controprova negli anni successivi quando, affrontando altre opere fantasy, me ne sarei ritratto con l’impressione che erano noiose perché mancava qualcosa e  ciò che mancava non era certo una trama complessa e avvincente.</p>
<p>Anche i personaggi erano caratterizzati da strane sfumature  che contribuivano a rendere la storia dello <em>Hobbit</em> più imprevedibile di quelle ricche di colpi di scena. Prendiamo per esempio Bilbo Baggins, che, presentato chiaramente all’inizio come un pantofolaio poco propenso all’avventura, si dimostra improvvisamente e involontariamente coraggioso e nel contempo rimane fedele alle sue singolari manie, che spesso si manifestano nei momenti topici dell’azione;  un altro esempio può essere  Thorin Scudodiquercia, il capo della spedizione che svela progressivamente la sua titanica avidità per la quale è disposto a scatenare una guerra contro gli altri popoli buoni nella totale costernazione dei suoi compagni e nell’ira crescente degli altri sovrani, che in fondo non sono migliori di lui ( specie il re degli Elfi). Con il senno di poi, posso affermare che a dimensioni infinitesimali, e perciò comprensibili per me dodicenne, avevo colto ciò che a dimensioni macroscopiche si può cogliere nell’<em>Eneide. </em>Il grande poema di Roma, così dipendente nella materia dal ciclo omerico e dai risvolti ideologici tanto ambigui, raggiunge la sua verità nel dettaglio poetico, narratologico o psicologico della rappresentazione dei temi e degli episodi ereditati dalla tradizione. Anche se non lo sapevo, avevo imparato che non è la storia a contare, ma il modo di raccontarla. Allora, naturalmente, non sarei stato in grado di formulare questo principio, ma ciò non impedì che smettessi  con i supereroi, che avevano perso ogni sapore per me,  e andassi avanti con <em>Il signore degli anelli </em>e con il <em>Silmarillion. </em></p>
<p>Dopo due o tre anni mi trovai a leggere <em>La vita agra</em>, che, si converrà, è quanto di più lontano ci sia da <em>Lo Hobbit</em>. Del resto le motivazioni che mi avevano spinto a leggere il romanzo di Bianciardi non erano particolarmente illuminate: avevo visto in televisione un frammento del film che mi aveva colpito perché si svolgeva vicino al grattacielo Pirelli nella vicinanza del quale abitavo anch’io, dunque curioso di conoscere una storia che si svolgeva dalle mie parti,  quando trovai per caso il libro nella biblioteca dei miei, me lo presi. Fu una lettura proficua per me, ma senza <em>Lo hobbit</em> non avrei mai potuto capire perché valesse la pena di scrivere e di leggere la storia di un uomo che voleva far saltare in aria una torre e poi non era capace neanche di provarci.</p>
<p>Così  <em>Lo hobbit</em> mi ha insegnato a leggere altri libri, anche se immagino che un scrittore conservatore come Tolkien avrebbe più di una perplessità nell’apprendere a quali letture mi sono dedicato sotto la spinta propulsiva della sua fiaba, ma, essendo anche dotato di senso dell’umorismo, magari mi avrebbe perdonato. Forse come educazione sentimentale non fu un granché, forse fu piuttosto un’educazione al gusto, ma di fronte alle catastrofi quasi sempre inopinate che la realtà ci fa piombare sulla testa, l’unica utilità della letteratura è  a posteriori il saperne dire o il saperne riderne o il saperne piangere: è insomma un gusto per le cose, che talvolta ci rende più sereni e talvolta più disperati ma mai indifferenti, e del gusto è vero quello che si dice nelle réclame a proposito delle carte di credito, che non ti abbandona mai in ogni frangente della vita.</p>
<p>A dispetto del fatto che queste righe possano essere scambiate per un piacevole amarcord  non ho nessuna nostalgia degli anni in cui lessi <em>Lo hobbit</em> : furono anni orrendi, anche se probabilmente solo a causa di cose che accadevano nella mia testa e nel resto del mio corpo. Eppure nonostante Tolkien sia per me indissolubilmente legato a quegli anni, una qualsiasi citazione de <em>Lo hobbit </em>o de <em>Il signore degli anelli</em> mi mette automaticamente di buon umore. Non credo che ci possa essere manifestazione più spontanea di gratitudine da parte di un lettore per uno scrittore</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Farsa comica e farsa tragica. Una meditazione berlinese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Nov 2015 06:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Viscardi Prime coordinate Berlino, Repubblica Federale di Germania, Mitte: il primo distretto della città che, come suggerisce il nome, ne è anche il centro. Angolo fra la Zimmerstraße e la Friedrichstraße, Checkpoint Charlie: un cubicolo bianco che oggi è insignificante ma un tempo è stato uno dei pochi varchi consentiti fra mondi chiusi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Viscardi</strong></p>
<p><em>Prime coordinate</em></p>
<p>Berlino, Repubblica Federale di Germania, Mitte: il primo distretto della città che, come suggerisce il nome, ne è anche il centro. Angolo fra la Zimmerstraße e la Friedrichstraße, Checkpoint Charlie: un cubicolo bianco che oggi è insignificante ma un tempo è stato uno dei pochi varchi consentiti fra mondi chiusi e incomunicabili. Mondi – l’Occidente e l’Oriente, la democrazia e il socialismo, la complicata geopolitica delle due Germanie – che ventisei anni dopo la caduta del muro ci paiono lontanissimi dalle nostre esperienze quotidiane, sbiaditi nella memoria.<br />
Oggi il Checkpoint Charlie somiglia a un ultimo baraccone dimenticato, al residuo di un circo smembrato e dismesso. C’è il viavai dei turisti che hanno da poco visto la Porta di Brandeburgo (una delle più commoventi e astratte incarnazioni dell’idea prussiana di eleganza), ci sono manifesti cui è demandato il compito di spiegare e tramandare quanto è avvenuto, un museo del muro in cui comprare anche qualche pezzetto degli anni ’80. E l’immancabile McDonald che fa da sfondo al tutto. Ci sono poi due falsi comprimari, quasi due gladiatori della guerra fredda. Comparse vestite da soldati americani che si fanno fotografare accanto al turista cui impongono un copricapo nostalgico: e si può scegliere fra l’America reaganiana e l’USSR della Perestrojka, o magari la piccola DDR, la migliore DDR del mondo, come la definivano ironicamente i suoi grigissimi abitatori.<br />
Il passante di buone letture che vede la scena pensa al vecchio Marx che commentava, scuotendo la testa, il colpo di stato liberticida di Napoleone II; ritorna, questo passante, all’incipit di quel micro-capolavoro che è <em>Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte</em>: «Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi avvenimenti e i grandi personaggi della storia si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima come tragedia, le seconda volta come farsa» (così nella traduzione – nientemeno – di Palmiro Togliatti). Guardando la casupola bianca del Checkpoint Charlie, sembra di leggere queste parole per la prima volta. Viviamo in tempi di farsa. Una farsa sempre in procinto di capovolgersi in tragedia.</p>
<p>Berlino, Museumsinsel, centro della città che non ha centro. Oltre il fiume c’è una cupola aperta, di cemento armato, su un edificio lungo ma tozzo, sempre di cemento armato. Struttura nuda e geometrica; cartesianamente bianca e vuota di contenuto, scostante rispetto alla dolcezza dei bei musei del lungo secolo prussiano. Su quell’isola-parco, gli Hohenzollern vollero dotare gli amati sudditi di un pratico <em>abrégé</em> di storia dell’architettura occidentale, raggruppando in pochi metri quadrati il classicismo inquieto e la solennità barocca, filtrati sempre da visioni romantiche e aspirazioni neomedievali. Di fronte alla solennità onirica dell’Altes Museum di Schinkel, questo ipertrofico rettangolo è uno degli edifici che meglio ci raccontano gli anni che stiamo vivendo.<br />
Stiamo guardando l’antico Stadtschloss, il castello dei re di Prussia e degli Imperatori tedeschi, mentre rinasce dalle ceneri; il visitatore ne ha davanti lo scheletro, poi verranno le carni e la meraviglia delle finestre, delle dorature, dei risvolti, dei rilievi: tutte le decorazioni e la pomposità di una dinastia che ha gestito male la sua fortuna ma che non ha mai disdegnato <em>grandeur</em> e perentorietà delle forme: la verticalità categorica dei concetti e la maestosità delle facciate, canoni ossessivi di una estetica che ha ispirato tanto gli architetti della cattedrale di Colonia quanto i parrucchieri dell’ultimo Kaiser che sovraintesero alla cura dei suoi mitologici, mitopoietici, baffi a punta.<br />
Il fantasma dello Stadtschloss prende di nuovo corpo e non lo fa in territorio neutro, cresce di giorno in giorno nel vuoto di una precedente grandezza, definitivamente sconfitta. È una storia appassionante: negli anni cinquanta, in una Berlino ancora ossessionata dalle proprie macerie, la residenza dei sovrani, semidistrutta, viene buttata a terra per fare spazio al trionfante sogno comunista, al Palast der Republik, finito nel 1976. Il cuore della neonata DDR, la sede del governo, del parlamento, del Partito, delle attività culturali di quel mondo irrimediabilmente scomparso. Solo un pezzo dell’antico Stadtschloss venne salvato: il bellissimo balcone da cui, nel 1918, Karl Liebknecht proclamò la repubblica e che oggi si può vedere incastonato in quello che fu lo Staatsratsgebäude, il consiglio di stato della DDR. Il Palast der Republik, dinosauro dell’architettura di regime, ha resistito per qualche anno al crollo del muro, ma poi è stato sommerso e distrutto – i lavori sono finiti nel 2006 – dalla normalizzazione che ne è seguita. La pacificazione dell’Europa post-sovietica ha portato alla decisione di abbattere il vero per riedificare il finto.<br />
In quel vuoto ora si edifica un nuovo Stadtschloss dall’anima di cemento armato. La prima volta come tragedia e la seconda come farsa. Ci aveva preso il vecchio Marx, che era pure allievo di Hegel e sapeva che la prosa del mondo ha bisogno di coprirsi di nuove e fascinose mitologie, che il grigiore ha bisogno del fuoco di qualche utile retorica per persistere indisturbato e rassicurante; che le rivoluzioni borghesi – si perdoni l’anacronismo –, di fronte alla loro inadeguatezza, necessitano di “reminescenze storiche per farsi delle illusioni sul proprio contenuto” . Illusioni, grandi illusioni collettive, sui cui da poco è intervenuto, in pagine tanto ostinatamente lucide, Guido Mazzoni, con una riflessione sui nostri <em>Destini generali</em> che proprio da un viaggio berlinese ha preso l’avvio.<br />
La nuova edificazione dell’antica residenza reale non ha molto da spartire con la rinascita dei monumenti a Dresda. Lì era stata la Storia a distruggere tutto, a polverizzare quella città dall’aspetto fiabesco e irreale. Dresda era un sogno tracciato sul cristallo, non poteva resistere. Ora è rinata esattamente come una Firenze del nord: una macchina fagocita-turisti, ma questa è un’altra storia. Berlino, per sua e nostra fortuna, non ha subito bombardamenti in questi miracolosi decenni di pace europea. Su Berlino, come su tutto il resto, si è solo alzata la nebbia. La mistificazione ideologica travestita da crollo delle ideologie è la dèa che presiede alla costruzione di questo nuovo, anacronistico castello.<br />
Le prime pagine del <em>18 Brumaio di Luigi Bonaparte</em> ci parlano dell’inadeguatezza dei regimi democratico-capitalisti di fronte alle grandezze passate, del loro bisogno di impossessarsi delle mitologie di tempi eroici per nascondere la mediocrazia dei tempi di privazioni. Lo spettrale palazzo dello Stadtschloss non è, o almeno non è solo, la celebrazione delle ambizioni imperiali della Germania – che in questi ultimi anni paiono pienamente realizzate – quanto una desolante pietra tombale sul diverso da noi. La materializzazione del silenzio che grava sulla storia dei vinti, la cancellazione dell’altro, dello straniero, di colui che ha una voce differente dalla nostra e per questo incresciosa, invisa, se si potesse usare questo aggettivo per una voce. La presenza dell’altro in questo caso prende l’aspetto della vecchia Germania socialista e della sua in gran parte deprecabile storia. Quella DDR che oggi sopravvive nella magia capitalistica del feticcio e che nell’arco dei decenni si è evoluta dalla vendita di reliquie e frammenti del passato alla più complessa strategia di marketing della Ostalgie; la ricerca di un clima, di una atmosfera in cui noi uomini della sonnacchiosa Europa post-ideologica possiamo per qualche ora vivere immersi in una stereotipata DDR risorta dalle rovine.<br />
Se pure la contrapposizione fra capitalismo trionfante e comunismo sconfitto ci pare paradigmatica in questi anni del post-89, la storia dello Stadtschloss non è solo la storia della sconfitta del socialismo reale, è il monumento dell’annientamento del diverso, di quanto non si incasella nelle nostre categorie; dell’altro che non si lascia arrotondare dal nostro metro e dai nostri valori.</p>
<p><em>Intermezzo: suggerire la profondità</em></p>
<p>In una celebre poesia, Jacques Prévert ha raccontato la libertà della Senna, felice nel suo scorrere, accanto alle guglie accigliate e solenni di Notre-Dame; attorno a questo spettro di cemento armato scorre invece la Sprea, e lì si concede uno dei momenti più dolci del suo sinuoso percorso berlinese. Stefania Migliorati, giovane artista italiana che – come si dice – vive e opera a Berlino, trasforma il fiume in «strumento critico di investigazione urbana» come si legge nella presentazione del suo progetto <em>Die undichte Stadt</em>, la città permeabile, che è possibile vedere <a href="http://www.stefaniamigliorati.com/works/permeable-city/città-permeabile-1.html">qui</a>. Le cinque fotografie che fissano altrettanti punti differenti del lungofiume non si accontentano della bidimensionalità delle forme presentate ma si aprono ad inaspettate profondità. Sono paesaggi cittadini consueti, noti a chiunque abiti in quella città bella e povera, e tuttavia le didascalie che l’artista aggiunge – esiste un eroismo della didascalia – elencano i luoghi dove si prendono decisioni di tipo economico, politico e culturale, destinate a influenzare le vite di molti, in Germania e in Europa. Scoperchiare le case per guardarci dentro è uno dei gesti romanzeschi per antonomasia. Il Diavolo zoppo, protagonista dell’omonimo romanzo seicentesco (<em>El diablo cojuelo</em> [1641]) di Luis Vélez de Guevara – che tradotto in francese da Lesage nel 1707 invase le biblioteche di mezza Europa – l’aveva già fatto con le case di Madrid per mostrare alla vittima delle sue tentazioni quanto nascondono le finestre e le porte delle case rispettabili: la miserevole condizione della natura umana e la sua incostanza. Ma qui i tetti restano saldamente attaccati alle strutture, si tratta di intuire quanto avviene dentro, negli spazi segreti e a pochi accessibili. Le foto che ritraggono con raffinatezza e razionalità i profili della <em>Undichte Stadt</em> danno luogo a una piccola topografia del potere. La didascalia è un timido gesto che, come avveniva nelle antiche carte, avverte l’osservatore: «<em>hic sunt leones</em>».<br />
Siamo passati insomma dalla cancellazione di un passato ingombrante (la farsa grottesca del Checkpoint Charlie e quella tragica dello Stadtschloss) a una giovane artista italiana che con le sue opere ci lascia intuire la presenza di una profondità dietro l’apparente uniformità del <em>landscape</em> urbano. Profondità è la parola chiave di questo ragionamento: è il contrario di superficiale ma è anche lo spazio delle voci dimenticate. La profondità delle differenti stratificazioni storiche viene negata, nel cuore d’Europa, dall’orizzonte piallato dell’ideologia dominante che, in quanto dominante, è sempre ideologia suadente e dissimulata, tanto trasparente da confondersi con le linee stesse del paesaggio: tanto trasparente da volerci convincere che è essa stessa natura e non scelta, opzione razionale, costrizione semi-obbligatoria.</p>
<p><em>Lo sguardo del Duca</em></p>
<p>«Il venticinque settembre milleduecentosessantacinque, sul far del giorno, il Duca d’Aube salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvadòs». <em>Les fleurs bleues</em> di Raymond Queneau, messe in italiano da Italo Calvino, iniziano con questo straordinario ammasso di illustri detriti che si accumulano nei feudi sterminati del signor Duca. Confusione cacofonica delle età dell’uomo in cui sembra culminare la grande tradizione del romanzo storico. Nel Novecento, la narrazione ottocentesca del romanzo storico si è suddivisa in molteplici rivi e rigagnoli. Nella linea che conta (Tomasi di Lampedusa, Yourcenar, Garcia Márquez) l’occhio attento del romanziere è sempre capace di uno sguardo verticale. A questa tradizione appartiene Wilfred G. Sebald: lo scrittore nomade e metafisico degli <em>Anelli di Saturno</em>, della <em>Storia naturale della distruzione</em>. Fra i suoi ultimi scritti, quello pubblicato in Italia come <em>Le Alpi nel mare</em> è un meraviglioso esempio di una scrittura che procede per estensioni, raccontando la Corsica in tre capitoli rispettivamente dedicati alle memorie napoleoniche di Ajaccio, a quelli che un tempo si sarebbero chiamati gli usi e i costumi e – infine – alla conformazione del territorio. Più che un filosofo della storia, Sebald sembrerebbe, come a suo tempo furono Manzoni e Walter Scott, un geologo della storia.<br />
Mi è capitato di recente di partecipare a un convegno sull’epica nella modernità e lì ho avuto modo di fare qualche riflessione su Sebald che qui sintetizzo per chiudere il mio ragionamento. <em>Austerlitz</em>, il capolavoro postumo dello scrittore, è il punto di arrivo di questo saggio su un possibile uso virtuoso della storia. <em>Austerlitz</em> è un ipnotico viaggio nella memoria, dove la voce dell’individuo che cerca di ricostruire il mosaico di un passato sfuggente si allarga fino a coincidere con una dimensione epica. Un canto in prosa che assorbe e conserva le vicende degli altri in un racconto capace di narrare l’esistenza nel suo procedere instabile e serpentino (quanto conta ancora la tua lezione, reverendo Sterne!), nel suo continuo interrogarsi sulle proprie fondamenta. Austerlitz è il nome di una battaglia, ma le battaglie sono confuse e – dice Carlo Ginzburg – persino invisibili; è il nome di una stazione parigina, ma le stazioni sono luoghi di passo, dove domina il vuoto, il transitorio (nel romanzo però sono anche luoghi di spaesanti epifanie, come succede nell’archetipica stazione di Dublino, all’inizio di tutta la nostra vicenda romanzesca); Austerlitz, infine, è il nome di un uomo che ricostruisce la sua vicenda. Nella sua voce si sedimenta un secolo di storia europea, la sua identità è un viaggio a ritroso nei decenni sanguinosi di un’età di guerre e pacificazioni.<br />
La voce isolata amplifica la propria inquietudine fino a raggiungere il destino di una collettività sterminata, più grande di una singola nazione. Il canto epico si distende, abbandona la verticalità numinosa del poema e accetta le strettoie della prosa, scava fra le collisioni dell’anima, indaga nelle molteplici sfumature del trauma.<br />
In <em>Austerlitz</em> questa consapevolezza delle stratificazioni del passato che lascia tracce è un’immersione nei territori, sempre più profondi e opachi, della coscienza. La struttura monolitica del passato si sfalda nel procedere del racconto del protagonista, emergono crepe e incertezze. Il tempo non somiglia alle rocche studiate dal protagonista del libro: fortini a stella, sempre più complicati, cui gli ingegneri militari aggiungono in modo paranoide spuntoni su spuntoni, ma è una realtà viva e imprendibile, aperta al movimento e alla permeabilità.<br />
Pochi anni prima di <em>Austerlitz</em>, nel suo romanzo cartografico, <em>Mason &amp; Dixon</em>, Thomas Pynchon aveva scritto che la Storia non è semplice Cronologia (History is not Chronology): non una catena composta da singoli anelli (single Links) ma un «assai disordinato Garbuglio di linee, lunghe e brevi, deboli e salde, che vaniscono nella Profondità Mnemonica, avendo in comune solo la Destinazione». Sebald, a sua volta, rovescia la struttura del tempo europeo, passando dalla precisione mercantile degli orologi alla permeabilità quasi magica della temporalità interiore. Per Jacques Austerlitz, che non ha mai posseduto un orologio, la rivelazione finale è proprio la permeabilità del tempo: «A mio giudizio, disse Austerlitz, noi non comprendiamo le leggi che regolano il ritorno del passato, e tuttavia ho sempre più l’impressione che il tempo non esista affatto, ma esistano soltanto spazi differenti, incastrati gli uni negli altri, in base a una superiore stereometria, fra i quali i vivi e i morti possono entrare e uscire a seconda delle loro disposizioni d’animo e quanto più ci penso, tanto più mi sembra che noi, noi che siamo ancora in vita, assumiamo agli occhi dei morti l’aspetto di esseri irreali e visibili solo in particolari condizioni atmosferiche e di luce».<br />
Il Novecento si è aperto con un racconto che aveva mostrato la presenza dei morti nella vita dei viventi, il Secolo breve si chiude ad anello con pagine che sembrano tornare all’originale dei <em>Morti</em> di Joyce, ma – si ricordi che epica crea con etica una perturbante coppia minima – stavolta la presenza delle ombre ci riporta a vicende più ampie, che hanno toccato moltitudini di uomini e donne. E non è un caso che questo libro sia stato scritto dopo il ritorno della guerra in Europa, mentre la parte orientale del continente tentava – e ancora tenta – di trovare e di inventare, fra le molteplici possibilità, un’identità a lei confacente. La memoria riallaccia la storia di Jacques Austerlitz alla storia del suo, e del nostro tempo; è il rivo, la particola minima, della dolorosa totalità di quanto è universalmente umano. Ha scritto Hans Magnus Enzensberger che il mondo è tenuto insieme solo da quanto non lo abita più, e che «senza gli assenti, nulla ci sarebbe / senza gli esiliati, nulla sarebbe saldo, / senza gli incommensurabili, nulla di commensurabile / gli scomparsi sono giusti / così anche noi, in un’eco»<br />
Al cemento armato dello Stadtschloss si contrappongono gli ectoplasmi del passato: stratificazione è consapevolezza dei fantasmi. Disposizione a riconoscere e accogliere nel nostro campo visivo le tracce di storie invisibili e pure persistenti e in qualche modo vive attorno a noi. Non l’intellettualistica epifania del romanzo sperimentale, ma la dolorosa presenza degli scomparsi, la loro voce ostile ancora presente. Voci di vittime e di carnefici che si confondono nei paesaggi consueti, ma che sono ancora perfettamente distinguibili per l’uomo che volesse coglierli e in qualche modo conservarli. E non sono uguali, non hanno la stessa dignità, didascalicamente ripeto che non sono uguali, non si possono assommare i carnefici e le vittime ma, allo stesso tempo, non si possono eliminare i carnefici, perché le vittime perderebbero parte della loro verità storica per incarnare una dolenza dolce e morbosa, senza scandalo, senza contatto con la nostra realtà. Presenze e screziature che l’occhio preferisce non vedere, disarmonie per l’orecchio. Voci che si vorrebbero ridurre ai cerimoniali dei giorni della memoria che consentono poi trecento e sessantaquattro (o cinque se bisesto) giorni di dimenticanza. Disse Goethe da qualche parte che chi non vuole vivere alla giornata deve darsi conto di migliaia di anni di storia; ed è una dannazione perché vivere alla giornata è bellissimo e non possiamo concedercelo. Non possiamo se non vogliamo restare schiacciati dal cemento armato dell’anima di questo inutile castello che mentre scrivo e mentre voi leggete si costruisce a Berlino, capitale d’Europa.</p>
<p><em>Controfinale</em></p>
<p>Berlino, non lontanto dalla Ostbahnhof, il più grande club d’Europa, dove club non sta per elitario ritrovo per uomini silenziosi foderato di poltrone di pelle, ma per trionfo della musica elettronica. Berghain. Il nome fonde i due quartieri di Kreuzberg e di Friedrichshain, al cui confine sorge. Un tempo anche lì ci passava il muro, anche lì si opponevano i due mondi. Oggi moltitudini in fila, dal venerdì alla domenica. Nella città in cui per decenni la felicità è stata sperata oltre un muro, a Charlottenburg e non a Prenzlauer Berg, e la speranza prendeva la forma di una via d’accesso, di un varco, oggi la coda davanti al Berghain è l’ambizione di entrare fra gli eletti, passare il portone oltre il quale non si fanno fotografie. E naturalmente non ci sono criteri, decidono gli impiegati del club, decide Sven il capo dei selezionatori. Uomo che incarna lo spirito del nostro tempo come Napoleone a cavallo lo incarnò per Hegel, quando vide l’imperatore per le strade di Jena. Sven: uomo dell’ibridazione e della mescolanza delle razze e dei destini. Artista, fotografo, omosessuale, nato a Berlino est, Sven è oggi il padrone dei due mondi, l’uomo sul confine del desiderio e dell’appagamento, è il Minosse che giudica una folla venuta apposta fin lì per farsi giudicare, una folla disposta a disumanarsi, a diventare merce e profitto, pubblicità vivente per l’oscuro regno dei balocchi. Disumanarsi in merce per entrare, per superare il muro. Gente che fa guadagnare il Berghain molto di più stando in attesa sotto il gelo dell’inverno berlinese che pagando il biglietto e consumando il lecito e l’illecito al suo interno. Sven è l’estremo alunno di Lutero che certifica la nostra propensione al servo arbitrio, alla servitù volontaria. E forse fra qualche anno il Berghain andrà a Varsavia, e forse il prossimo decennio tutti conosceremo qualcuno che abita a Varsavia come abbiamo conosciuto qualcuno che era a Barcellona, qualcuno che ora è a Berlino. E ancora lì, fra le memorie del ghetto e di <em>Solidarność</em>, le file per entrare, e ancora le misteriose decisioni di Sven che determinano chi può e chi, davanti alla legge, è escluso.<br />
La prima volta come tragedia, <em>le altre</em> come farsa.</p>
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		<title>Odissea X 28-79</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Feb 2013 18:02:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[epica]]></category>
		<category><![CDATA[Omero]]></category>
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					<description><![CDATA[trad. in esametri di Daniele Ventre Per nove giorni continui viaggiammo, di notte e di giorno,e finalmente nel decimo apparvero l’aie paterne,giunti ormai presso, vedemmo degli uomini accendere fuochi.Sonno soave su me sopraggiunse, tanto ero stanco;sempre un timone di nave reggevo, né ad altri compagnimai lo lasciai, perché presto toccassimo terra di padri;gli uni con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. in esametri di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Per nove giorni continui viaggiammo, di notte e di giorno,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[4]" />e finalmente nel decimo apparvero l’aie paterne,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[6]" />giunti ormai presso, vedemmo degli uomini accendere fuochi.<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[8]" />Sonno soave su me sopraggiunse, tanto ero stanco;<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[10]" />sempre un timone di nave reggevo, né ad altri compagni<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[12]" />mai lo lasciai, perché presto toccassimo terra di padri;<span id="more-44997"></span><br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[14]" />gli uni con gli altri i compagni scambiavano intanto parole,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[16]" />e immaginavano che mi portassi a casa oro, argento,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[18]" />da parte d’Eolo cuore magnanimo, Ippotade, doni;<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[20]" />E così disse qualcuno, volgendosi a un altro vicino:<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[22]" />“Ah, che amicizie e che onori costui si procura fra tutti<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[24]" />gli uomini, quelli di cui la città, la terra raggiunga!<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[26]" />Molti tesori si porta con sé, sin da Troia, stupendi,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[28]" />della sua preda; noi invece, compiuta la stessa sua via,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[30]" />ce ne torniamo qui in patria ed a mani vuote restiamo.<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[32]" />E gliene ha dato ora un altro, compiace così l’amicizia,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[34]" />Eolo. Ma in fretta, suvvia, vediamo che dono è mai questo,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[36]" />la quantità d’oro e argento che chiusa nell’otre si cela”.<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[38]" />Dissero, e vinse così fra i compagni malo consiglio;<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[40]" />sciolsero l’otre, ma tutti i vènti balzarono fuori,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[42]" />presto con rapido moto ben via dalla terra dei padri<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[44]" />ci trascinò la procella; piangevano; ed ecco che io<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[46]" />mi ridestai, ed allora nel nobile cuore fui in dubbio<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[48]" />se dalla nave dovessi gettarmi e morire nel mare,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[50]" />o sopportare in silenzio e restare ancora tra i vivi.<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[52]" />E sopportai e rimasi, velatomi, dentro la nave<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[54]" />giacqui; nell’isola Eolia l’avversa tempesta di vento<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[56]" />trasse di nuovo le navi; gemevano intanto i compagni.<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[58]" />Là in terraferma scendemmo, ed attingevamo dell’acqua,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[60]" />svelti prendevano il pasto fra le agili navi i compagni.<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[62]" />Ma non appena ci fummo saziati di cibo e bevanda,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[64]" />ecco che allora al mio fianco avendo un araldo e un compagno,<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[66]" />d’Eolo le case gloriose raggiunsi; e così lo trovai<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[68]" />che banchettava seduto accanto a sua moglie, ai suoi figli.<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[70]" />Giunti che fummo alla casa, vicino ai pilastri alla soglia<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[72]" />noi ci sedemmo; essi in cuore stupirono e chiesero, infine:<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[74]" />“Come tornasti qui, Odìsseo? Che demone avverso ti incalza?<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[76]" />Ti rimandammo con tutta amicizia, sì che giungessi<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[78]" />alla tua patria, alla casa, dovunque a te fosse gradito”.<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[80]" />Dissero, ed io fra di loro parlai con in cuore l’angoscia:<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[82]" />“Fu per follia dei malvagi compagni e con loro fu il sonno<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[84]" />perfido. Voi rimediate, amici: oh, ne avete il potere!”<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[86]" />Sì, così dissi, volgendomi a loro con blanda parola:<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[88]" />essi rimasero muti; ma il padre rispose parola:<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[90]" />“Vattene via da quest’isola, in fretta, tu, vile fra i vivi;<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[92]" />no, non è giusto che io dia soccorso e in patria rimandi<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[94]" />uomo che sia fatto segno dell’odio di numi beati;<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[96]" />vattene via, ché per l’odio di numi immortali qui giungi!”<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[98]" />Disse così e mi scacciò di casa, che grave gemevo.<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[100]" />Via navigammo di là, più oltre, angosciati nel cuore.<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[102]" />E per la nostra follia e per il dolente remeggio<br id=".reactRoot[199].[1][2][1]{comment10200240634771022_5125940}.0.[1].0.[1].0.[0].[0][2].0.[104]" />stretto era agli uomini il cuore, ché a noi non si offriva più guida.</p>
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		<title>Schema per un&#8217;Odissea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Feb 2009 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[argo]]></category>
		<category><![CDATA[condizionatore d'aria]]></category>
		<category><![CDATA[decreto del D. G. n. 4445 del 6/7/2006]]></category>
		<category><![CDATA[decreto legislativo n. 242 del 19 marzo 1996]]></category>
		<category><![CDATA[decreto legislativo n. 626 del 19 settembre 1994]]></category>
		<category><![CDATA[epica]]></category>
		<category><![CDATA[funzionario]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[odissea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Un funzionario Oggetto: CONDIZIONATORE BRUCIATO (decreto del D. G. n. 4445 del 6/7/2006: esigenze degli Uffici della *****) Gentili Funzionari, Come certamente ricorderete nell’afosa estate scorsa, il condizionatore dell’aria fredda (climatizzazione) in questa stanza 47** fu del tutto inutilizzabile, essendosi stato fuso il compressore già da parecchi mesi (inizio giugno) senza ripararlo né sostituirlo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-14632" title="argo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/argo-150x150.jpg" alt="argo" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/argo-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/argo-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/argo.jpg 500w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />di <strong>Un funzionario</strong></p>
<p><strong>Oggetto</strong>: CONDIZIONATORE BRUCIATO (decreto del D. G. n. 4445 del 6/7/2006: esigenze degli Uffici della *****)</p>
<p>Gentili Funzionari,</p>
<p>Come certamente ricorderete nell’afosa estate scorsa, il <strong>condizionatore dell’aria fredda</strong> (climatizzazione) in questa stanza 47** fu del tutto inutilizzabile, essendosi stato fuso il compressore già da parecchi mesi (inizio giugno) senza ripararlo né sostituirlo. A causa della torrida calura e dell’umidità soffocante che ostacolò non poco l’ordinaria respirazione e traspirazione dei corpi, sopraggiunse subito un rischio e un pericolo &#8211; e una grande sofferenza &#8211; per la salute personale di chi scrive nonché dei due funzionari allora presenti (X*** e Y***) nella stessa stanza.</p>
<p>Non sono state applicate, altresì, le disposizioni normative relative al decreto legislativo n. 626 del 19 settembre 1994, integrato col decreto legislativo n. 242 del 19 marzo 1996 per la sicurezza e la salute dei lavoratori sul luogo del lavoro, e fu miseramente accantonata una ricca corrispondenza, due messaggi inviati al **** dal sottoscritto e una lettera ufficiale a firma del capoufficio con protocollo n. ***** del 25 giugno 2008.</p>
<p>Per non ripetere il medesimo dramma, vi chiedo cortesemente di voler dare corso a una sollecita sostituzione del condizionatore modello “Argo” (marchio AWA) nella viva speranza di non incontrare altri inquietanti ostacoli o impedimenti nella prossima estate 2009.</p>
<p>Con osservanza,</p>
<p>A*** B***</p>
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