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	<title>Esiodo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vista dalla luna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Apr 2019 05:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Chandra Livia Candiani]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Campo]]></category>
		<category><![CDATA[Esiodo]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Leopardi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Morale Un canto all’infanzia sterminata. Vista dalla luna di Chandra Livia Candiani Con una copertina rosso fiammante Vista dalla luna di Chandra Livia Candiani (Salani, marzo 2019) è un libro terribile: comprende due raccolte, “Vista dalla luna”, composta tra il gennaio 1999 e l&#8217;aprile 2000, e “La porta”, composta tra il dicembre 2005 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Morale</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-78535" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/VISTA_DALLA_LUNA-cop.-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/VISTA_DALLA_LUNA-cop.-184x300.jpg 184w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/VISTA_DALLA_LUNA-cop.-768x1249.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/VISTA_DALLA_LUNA-cop.-630x1024.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/VISTA_DALLA_LUNA-cop.-250x407.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/VISTA_DALLA_LUNA-cop.-200x325.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/VISTA_DALLA_LUNA-cop.-160x260.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/VISTA_DALLA_LUNA-cop..jpg 1650w" sizes="(max-width: 184px) 100vw, 184px" /></p>
<p>Un canto all’infanzia sterminata. <em>Vista dalla luna</em> di <strong>Chandra Livia Candiani</strong></p>
<p>Con una copertina rosso fiammante <em>Vista dalla luna</em> di Chandra Livia Candiani (Salani, marzo 2019) è un libro terribile: comprende due raccolte, “Vista dalla luna”, composta tra il gennaio 1999 e l&#8217;aprile 2000, e “La porta”, composta tra il dicembre 2005 e il gennaio 2006, accomunate dal tema dell&#8217;infanzia . “Puttana vestita di nero”, “Ti ammazzo di botte”, “Ti spezzo in due / te ne dò tante da levarti il fiato” sono alcune delle imprecazioni che ci colpiscono nelle prime pagine. Ciò è inusuale in un libro di poesia, e in particolare in un libro di poesia in cui si parla di infanzia, e per questo determina quella “esplosione di senso” tipica della scrittura poetica.</p>
<p>Non è la prima volta che la poesia dà voce ai dolori dell’infanzia, che convivono con la sua<br />
mitizzazione. Sin dalle origini della concezione moderna di infanzia, nella temperie romantica, Novalis dice nei “Frammenti”, che “Dove ci sono bambini c’è un’età dell’oro” ma pressappoco negli stessi anni Hölderlin scrive: “Quando un pargolo io era, sovente dal frastuono / dalla sferza<br />
degli uomini / in salvo un dio mi trasse”, facendoci intendere molto con quella reticenza: “sferza<br />
degli uomini”. Ma non ricordo un componimento poetico in cui la sofferenza dell’infanzia sia<br />
espressa così nudamente, con una chiarezza disarmante, senza nulla di semplice e fanciullesco,<br />
nulla di grazioso, senza mediazioni culturali, senza teorizzazioni o artifici; ma esaltata dalle<br />
caratteristiche del dettato di Chandra Livia Candiani: necessità del dire, espressa dal presente<br />
atemporale in cui si colloca la voce poetica; concretezza delle situazioni, delle <em>dramatis personae</em>,<br />
delle voci; attenzione al dettaglio e vocazione alla “precisione” che infondono energia alle parole e<br />
fanno sentire la palpabile violenza che può crescere nell’ambiente familiare; estrema naturalezza<br />
che va alle cose stesse liberandosi di scorie ideologiche e di poetiche sovrapposte al vissuto, che<br />
dopo aver dominato il Novecento ancora oggi da molti vengono anteposte ai testi; il nitore del<br />
verso, non edulcorato, non allusivo, non estetizzante, sostenuto dal coraggio di chi nella poesia<br />
scommette la propria vita, “arrischiante”, come dice Heidegger dei poeti, i quali “osano spingere<br />
l’esperienza umana fino al suo limite”. E anche in questo come negli altri libri di Chandra Livia<br />
Candiani c’è un “io leggero” ottenuto tramite una forma di distanziamento e di alleggerimento della<br />
soggettività: in questo caso protagonista delle due sezioni del libro, “Vista dalla luna” e “La<br />
porta”, sono prima un “Io” di cui si parla in terza persona e poi “la bambina”.</p>
<p>“<em>Le parole di Io dentro il petto” sono “un fuoco d’alfabeto</em>”.<br />
Leopardi scrive che, poiché “la vita è sventura”, una volta nato il bambino, “La madre e il genitore /<br />
il prende a consolar dell’esser nato”. In “Vista dalla luna” le violenze e le angosce terribili sofferte<br />
dalla bambina che si chiama “Io” sono provocate da una “normale” situazione familiare tra le mura<br />
di una “normale” casa borghese, l’inferno che la psicanalisi dice da un secolo. L’immobilità di<br />
tempo e spazio in una situazione coercitiva e compressa diventano nella poesia concentrazione della<br />
parola: “Forchetta sedia tavolo / sedia tavolo forchetta”. Intanto “i grandi si sbranano”. Il padre “è<br />
l’orco”. La madre non è “angelo della casa” e della casa non è “se non l’uragano”, semmai degli<br />
angeli ha “l’indifferenza”. Essa “ha un cancello / nero e acuminato ferisce / le dita dei bambini<br />
imprevisti”, essa non vede nemmeno la bambina mentre l’accompagna a scuola, la esclude dalla<br />
“reggia / della sua visuale”, la bambina per la madre è “il numero sfuggito all’ultima / delle sue<br />
somme, la cifra / che non torna”. La bambina è “quel buco bianco” che “fa sbattere il quaderno contro il muro / e urlare”. Ha solo “le carezze di farina della luna / madre imprestata”: la luna – la natura – come l’equivalente del dio che trasse in salvo Hölderlin pargolo.</p>
<p>È terribile la preghiera della bambina all’“uomo della polverina del sonno” perché l’aiuti a superare<br />
la paura della notte: “non mandarmi prego la mamma / non mandarmi ti imploro il papà”. Invoca<br />
invece: “mandami il lupo / che mi insegni ad attraversare / il corridoio di casa / che mi trasporti / in<br />
cima al mattino / senza la vertigine delle ore, / mandami prego / l’orco che mi inghiotta / in un<br />
boccone e non mi imbocchi / ferendo la forchetta di rossa / rugiada”. Invoca “un ripostiglio di sogni<br />
caldi”. Questa infanzia è “una lunga ripetuta / ferita”, sottolineata dal commento dei familiari:<br />
questa bambina “Non vuole essere capita”. D’altra parte “da sole non si tossisce / e non si piange,<br />
ma si ricama / con le mani nell’aria / lievi trine / di paesi sognati, / laghi di ghiaccio e cioccolato, /<br />
pareti innamorate, / silenziose sciocchezze”. A completare il quadro di questa infanzia viene ciò che<br />
è fuori dalla casa e che ha la stessa indifferenza e la stessa insignificanza: c’è il “niente è accaduto /<br />
dell’asfalto”, “la Messa in cui sgozzano i cerbiatti”, la scuola in cui “si imparano / le case dove non<br />
abita nessuno / gli alberi in fila come soldati”. Dappertutto “nessuno arde, mentre “le parole di Io<br />
dentro il petto” sono “un fuoco d’alfabeto / senza lingua senza / senso”.</p>
<p><em>“Un minuscolo poema lungo una notte”</em><br />
Allo stesso modo ne “La porta” incombe nella vita domestica “l’assassino, / Senza nome. / Dal<br />
nome troppo conosciuto”, che sta dietro la porta. “Ogni anno una nuova cicatrice”. Ma anche qui “il<br />
buio / … diventa un nido”. E come dice Rilke nella quarta Elegia, nell’infanzia si vive “cosí,<br />
nell’intervallo ch’è tra il balocco e il mondo”. Per sopravvivere la bambina “mette in fila sul banco /<br />
giovani / animali di zucchero”, “disegna un puma” e “attraverso il puma / la bambina / consente al<br />
cuore. / La velocità”. Finché</p>
<blockquote><p>Dorme.<br />
La parola.<br />
La bambina<br />
la prende.<br />
Sulla lingua.<br />
Come un fiocco<br />
di neve.<br />
Un alfabeto.<br />
Gelido.<br />
Si scioglie.</p></blockquote>
<p>E la bambina “Conserva le parole in un sacco / buio / apre le parole al vento. /…/ parla con l’aria”,<br />
scrive “un minuscolo poema / lungo una notte”. Un vascello leggero che arriva fino a noi.</p>
<p>Ha ragione una scrittrice colta e raffinata come Cristina Campo quando ne “Gli imperdonabili” dice<br />
che l’infanzia è l’età a cui si torna sempre, e lo conferma Chandra Livia Candiani nella introduzione<br />
a <em>Vista dalla luna</em>: “L’infanzia è un luogo assoluto, senza tempo, luogo di transito, in cui non si può<br />
sostare, ma tornare sempre”. Ha ragione Cristina Campo quando dice che “la vecchiezza, spesso<br />
dimentica di tanta parte della vita trascorsa, ricorda con limpidità sempre maggiore l’infanzia”, che<br />
l’infanzia è “non già il proprio passato, ma… il futuro”. Il futuro di “Io” è “un fuoco d’alfabeto”,<br />
“le parole… dentro il petto”, le “silenziose sciocchezze”. Così si invera anche che l’infanzia è “la<br />
storia delle proprie verità” come dice Marina Cvetaeva, ed è l’età delle vocazioni: da Esiodo che<br />
racconta che da fanciullo si vide affidare l’investitura poetica dalle Muse, a Leopardi che scrive:<br />
“fanciullo io venni / A pormi con le Muse in disciplina”. Non sempre è vero però ciò che scrive<br />
Cristina Campo, che l’infanzia è una condizione estatica, e non sempre chi racconta la propria<br />
infanzia “sembra dotato… di potere augurale” e provoca un rapimento che sospende “il moto delle<br />
sfere”, da cui ci si ridesta “con una desolazione più feroce del rapimento”, al punto che la<br />
vecchiezza “può chiamarsi anche esilio”. All’infanzia si ritorna sempre, ma non sempre essa è “uno<br />
stato di felice natura” come la definisce Garcia Lorca.<br />
<em><br />
“Sterminata… significa sia smisurata che annientata”</em><br />
Va nominata infatti, per completare il quadro del libro e dell’infanzia che è in esso contemplata,<br />
l’introduzione della stessa Chandra Livia Candiani che ricorda “l’infanzia sterminata” di oggi.<br />
“Sterminata è un aggettivo a doppio taglio” leggiamo nell’introduzione. “Significa sia smisurata che<br />
annientata”: annientata dalle guerre, dalle migrazioni, dagli abusi, dai crimini familiari. In un tempo<br />
in cui “nelle scuole si insegna… a non sentire” e in cui “le bambine e i bambini guardano nel vuoto<br />
mentre i grandi affondano nel cellulare”. Anche con questo Chandra Livia Candiani ci dona un libro<br />
necessario, che tocca un elemento decisivo della nostra umanità.</p>
<p>“Vista dalla luna” è la genealogia de “La bambina pugile” (Einaudi 2014) e di “Fatti vivo”<br />
(Einaudi 2017) e rappresenta una parte di quegli inediti che nel 2005 Vivian Lamarque lamentava<br />
non vedessero la luce. Il lettore di Chandra Livia Candiani può capire da “Vista dalla luna” perché<br />
la bambina pugile “Ha lottato tutta la notte / contro la notte” e trovare la ragione del “sonno della casa” di<br />
“Fatti vivo”. Può comprendere da quale ferita viene quella apertura al mondo che ha ispirato la<br />
dedica de “La bambina pugile”: “… ai vivi, ai morti, e ai mai nati, ai sopravvissuti, a tutti gli<br />
oggetti del lavoro umano, tavoli, sedie e letti, e pane e vino, e orti, e a tutti i cari, furiosi o delicati,<br />
animali,… agli alberi vecchi e giovani, solitari e socievoli, al fondo del mare, alle onde una a una, ai<br />
granelli di sabbia, alle nuvole, alle montagne, ai sassi, alle conchiglie, ai fiumi, alla terra terra,…<br />
alla notte, alla luce, all’universo che non finisce…”.</p>
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		<title>Teotanasia (satura)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Oct 2014 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Esiodo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Incominciamo a cantare le esternalizzate -le Muse che si sfrattarono già da Elicona chiaro di dèi- gli hanno anche chiusa la fonte violacea -coreografie non se ne tessono più -anche Zeus ha chiuso bottega: fanno tuttora la doccia in stabilimenti al Permesso (senza permesso al soggiorno) e all&#8217;Olmeio e al Rio del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Incominciamo a cantare le esternalizzate -le Muse<br />
che si sfrattarono già da Elicona chiaro di dèi-<br />
gli hanno anche chiusa la fonte violacea -coreografie<br />
non se ne tessono più -anche Zeus ha chiuso bottega:<br />
fanno tuttora la doccia in stabilimenti al Permesso<br />
(senza permesso al soggiorno) e all&#8217;Olmeio e al Rio del Cavallo<br />
quindi da lì vanno via -da nessuna veste coperte<br />
tutta la notte si vendono -o almeno in vetrina ci stanno-<br />
e non inneggiano mica a Zeus -che dell&#8217;egida è nudo-<br />
non ad Atena -il pensiero è debole -no, non ad Hera<br />
-vende i suoi sandali d&#8217;oro ma il debito d&#8217;Argo è infinito-<br />
né a Poseidone -e però qualche volta c&#8217;è lo tsunami-<br />
non ad Apollo -si è spento e Artemide l&#8217;arco l&#8217;ha perso-<br />
a Giovinezza e Afrodite un po&#8217; -vende sempre la topa-<br />
ma non a Leto né a Giàpeto -e Crono è da sempre in cantina-<br />
e non a Temi poiché la legge è inuguale per tutti-<br />
restano l&#8217;Alba e la Notte bordello e la Luna lucente<br />
restano poi le Maldive e l&#8217;Oceano e il Sole cocente<br />
-gli altri immortali però sono tutti andati in vacanza<br />
Mica me l&#8217;hanno insegnato -li tagliano poi gli insegnanti-<br />
io le ho incontrate per caso durante una fila alla posta<br />
di malavoglia hanno detto così -la gest-line le sfrattava<br />
loro -le Muse -le figlie di Zeus che ha dismesso anche il lampo:<br />
-Forse sarebbe opportuno efficientizzare il sistema<br />
monitorare il progetto e aggiornarsi e pianificare<br />
la qualità -stabilire il merito -certificare-<br />
Dissero questo le figlie di Zeus -lo sportello era chiuso<br />
e se ne andarono via -così mi piantarono in asso<br />
-io comparavo gli eventi che furono quelli che sono<br />
e lo sentivo che ormai non avevo nulla da dire<br />
e comprendevo che qui non c&#8217;è già più nulla da dire<br />
Ora che è a terra la quercia -il diboscamento è una piaga-<br />
anche la roccia è cemento -e ne fa buon uso la mafia<br />
la finiremo oramai con le muse -loro che al padre<br />
Zeus non allietano mica la mente in quel buco d&#8217;Olimpo<br />
efficientizzano -loro- registrano certificando<br />
monitoreggiano pure e spiano telefonate<br />
quelle di Zeus quando chiama una sua ninfetta di turno-<br />
il tabulato carpito però lo rivendono a Hera<br />
-lui che si vanta di come ha sconfitto tutti i Giganti<br />
-come ha mandato all&#8217;inferno la cosca avversaria i Titani<br />
-poi le avventure passate le ninfe e le donne sedotte<br />
e abbandonate con quei bambinetti da sistemare<br />
-raccomandati al rettore o al re -che peraltro è lo stesso<br />
-cantano sempre le muse -le assoldano da informatrici<br />
-Zeus ha chiamato il suo killer -ma l&#8217;hanno assoldato le Muse<br />
-Certo la colpa è anche sua se quelle hanno buona Memoria<br />
Zeus se l&#8217;è fatta anche lei -la Memoria -allora le Muse<br />
non esistevano -a Hera però le arrivò il tabulato-<br />
erano figlie di quella Memoria -una buona Memoria-<br />
un memoriale infinito di scandali sotto la terra<br />
sotto le onde del mare nonché fra le nuvole in cielo-<br />
E ne facevano feste con il Desiderio e la Grazia<br />
-certo la topa tirava anche allora -andarono un giorno<br />
anche dal padre -da Zeus -gli mostrarono il tabulato<br />
-fece lo gnorri papà -perciò lo vendettero a Hera<br />
-poi è venuta la crisi e te le hanno esternalizzate<br />
-ora non rappano più come Zeus ha steso la cosca<br />
del mandamento di Crono il Cannibale coi Titani<br />
poi le tangenti le ha tutte divise e le ha date ai picciotti<br />
nati da Crono e da Rea -gli dèi da sfilate di moda<br />
quelli che sono fuggiti off-shore -sono andati in vacanza<br />
con le tangenti divise e con le prebende e gli onori<br />
Loro -le figlie del boss neomelodiche tutte spurie<br />
Acleo e Anodinia e Penia e Monotonia<br />
Drimicorea e Amegarte e Ametriche e Ipocoria<br />
e Afonia -la più dark e la più underground che si trovi<br />
quella che chiamano anche Scazusa ed è piena di scazzi<br />
quella che poi non si ascolta che non se ne frega nessuno<br />
-certo con tutti i proventi potevano darci qualcosa<br />
la sinecura del posto per un dirigente di Stato<br />
un contrattino a modino con un editore decente<br />
-solo che adesso c&#8217;è crisi e non hai che piangere lutti<br />
E se magari qualcuno ha l&#8217;esaurimento nervoso<br />
imprenditore tassato o scafista pressurizzato<br />
politicante colluso o sindaco già condannato<br />
o paparazzo arrestato o navigatore spiaggiato<br />
o commediante fallito o pianista esternalizzato<br />
e se il pappone di turno gli vende una musa a modino<br />
ecco che tutto ti passa e tu te ne vai più felice<br />
mentre qualcuno ti spia -si rivendono il tabulato<br />
Solo una cosa però non ce la cantate mai Muse<br />
come finirla una volta con questa infinita commedia<br />
questa tregenda di farse che mischiano dèi con la terra<br />
come riuscire alle stelle a vedere il cielo spazioso<br />
solo una cosa però non ce la cantate mai Muse<br />
come ci siamo venuti a chiudere nella topaia<br />
della sragione di Stato e di Banca -un buco d&#8217;Olimpo<br />
dove non puoi far capire nemmeno al potere imbecille<br />
quanto potrebbe mangiare di più -fosse meno indecente</p>
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		<title>Esiodo &#8211; Teogonia 1-115</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/08/29/esiodo-teogonia-1-115/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2013 21:02:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[Esiodo]]></category>
		<category><![CDATA[Inni omerici]]></category>
		<category><![CDATA[mitologia]]></category>
		<category><![CDATA[Omero]]></category>
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					<description><![CDATA[trad. isometra di Daniele Ventre Noi dalle Muse Eliconie incominceremo a cantare, che l&#8217;Elicona, il gran monte posseggono, chiaro di dèi, e con i morbidi piedi intorno a una cupa sorgente danzano e intorno all’altare del figlio possente di Crono; e non appena lavate le tenere membra al Permesso, o presso il Rio del Cavallo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. isometra di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Noi dalle Muse Eliconie incominceremo a cantare,<br />
che l&#8217;Elicona, il gran monte posseggono, chiaro di dèi,<br />
e con i morbidi piedi intorno a una cupa sorgente<br />
danzano e intorno all’altare del figlio possente di Crono;<br />
e non appena lavate le tenere membra al Permesso,<br />
o presso il Rio del Cavallo o all’Olmeio chiaro di dèi,<br />
sull’Elicona, sul picco più alto, disegnano cori<br />
desiderabili, belli, si muovono svelte coi piedi.<span id="more-46303"></span><br />
Quindi sorgendo di là, da una densa nebbia celate,<br />
corrono lungo la notte, spandendo bellissima voce,<br />
d’inni coronano Zeus cinto d’egida, Hera sovrana,<br />
dea degli Argivi, che incede eretta sugli aurei calzari,<br />
e nata a Zeus cinto d’egida, Atena dagli occhi di strige,<br />
e così Apollo, il Radioso, e Artemide saettatrice,<br />
e Poseidone, che cinge la terra e percuote la terra,<br />
e anche Temi onorata e Afrodite d’occhi vivaci,<br />
e Giovinezza dorata di serti e Dione la bella,<br />
e con lei Leto e poi Giàpeto e Crono che ha obliqua saggezza,<br />
e con Aurora anche Sole il grande e lucente la Luna,<br />
e con la Terra anche Oceano il grande e poi nera la Notte<br />
e il sacro seme degli altri immortali vivi per sempre.<br />
Esse insegnarono un giorno a Esiodo il canto gentile<br />
(sotto Elicona animato di dèi pascolava gli agnelli).<br />
Questa parola in principio mi dissero allora le dee<br />
figlie di Zeus che dell’egida è cinto, le Muse d’Olimpo:<br />
“Gente dei campi, pastori, ignava genia, solo ventri,<br />
molte menzogne sappiamo noi fingere simili al vero,<br />
anche del vero sappiamo però, se vogliamo, narrare!”<br />
Dissero questo le figlie di Zeus, di quel grande, eloquenti,<br />
quindi strapparono un ramo stupendo d’alloro fiorito,<br />
dandomelo come scettro, e poi mi ispirarono voce<br />
eco di dèi, che svelassi gli eventi futuri e passati,<br />
spinsero me ad inneggiare al seme dei vivi per sempre<br />
numi beati, e a cantarle per prime e per ultime, sempre.<br />
Ora perché dilungarmi così sulla quercia e la roccia?<br />
Incominciamo oramai dalle Muse, dee che Zeus padre<br />
d’inni coronano e allietano il suo grande cuore in Olimpo,<br />
nel raccontare vicende presenti, future e passate,<br />
con l’armonia delle voci, e scorre mai stanca la voce<br />
dal loro labbro, e soave, e ride la casa del padre<br />
Zeus che dall’alto risuona, alla voce lieve di dee<br />
che si diffonde; riecheggiano i picchi d’Olimpo nevoso,<br />
case di numi immortali; spandendo incorrotta la voce,<br />
prima a una stirpe onorata di dèi dànno lustro nel canto<br />
sin dall’origine, ai nati da Terra e da Cielo spazioso,<br />
e a quanti vennero poi, gli dèi donatori di grazie;<br />
quindi, secondo, anche Zeus, il padre di uomini e numi<br />
d’inni coronano al primo inizio e al finire del canto,<br />
per come egli è il più glorioso dei numi e supremo in potenza.<br />
Poi la semenza degli uomini e quella dei fieri Giganti<br />
d’inni coronano e allietano il cuore di Zeus in Olimpo,<br />
figlie di Zeus che dell’egida è cinto, le Muse d’Olimpo.<br />
Le partorì nella Pieria, unendosi al Crònide padre,<br />
quella che domina i colli vicino Eleutere, Memoria,<br />
fossero oblio di sciagure, offrissero tregua alle cure.<br />
Per nove notti con lei s’era unito, Zeus il sapiente,<br />
nel sacro letto ascendendo in disparte dagli immortali;<br />
e come l’anno trascorse, si volsero indietro stagioni,<br />
al declinare dei mesi, e lunghi passarono i giorni,<br />
nove fanciulle la dea partorì, concordi, cui il canto<br />
è sola cura nel petto, e che han cuore immune da angosce,<br />
poco lontano dal picco più alto d’Olimpo nevoso:<br />
esse hanno là i loro cori stupendi e le belle dimore,<br />
presso di loro hanno sedi le Grazie, nonché il Desiderio,<br />
nell’allegria; dalle labbra spandendo l’amabile voce,<br />
cantano, recano lustro alle leggi, ai probi costumi<br />
degli immortali, di tutti, spandendo adorabile voce.<br />
Vennero allora in Olimpo, superbe di voce gentile,<br />
fra il loro canto incorrotto; e la nera terra echeggiava<br />
degli inni loro, dai passi sorgeva un amabile suono,<br />
mentre venivano al padre: in cielo egli regna sovrano,<br />
è possessore del tuono, nonché della folgore ardente,<br />
Crono suo padre egli vinse e ha potere; e bene per tutto<br />
fra gli immortali equamente assegnò e divise gli onori.<br />
Questo cantavan le Muse, che hanno dimore in Olimpo,<br />
sì, tutt’e nove le figlie che nacquero a Zeus, a quel grande,<br />
Cleio, ed Euterpe con lei, Talía e Melpòmene insieme,<br />
quindi Terpsícore ed Èrato e ancora Polimnia ed Urania,<br />
e poi Callíope: questa è la più gloriosa fra tutte.<br />
Già, poiché insieme ai sovrani onorati muove, compagna.<br />
L’uomo a cui rendano onore le figlie di Zeus, di quel grande,<br />
uno che scorgano nato da principi alunni di Zeus,<br />
sempre per loro ha la lingua coperta di dolce rugiada,<br />
voci di miele dal labbro gli scorrono; dunque le genti<br />
tutte riguardano a lui, allorché amministra giustizia<br />
con le sue rette sentenze; ed egli, parlando sicuro,<br />
subito appiana una grande contesa, in virtù di saggezza;<br />
e per non altro è sapienza nei principi, ché per le genti<br />
preda di torti indennizzo ottengono nell’adunanza<br />
ben facilmente, tentando placarle con blande parole.<br />
Mentre va il re per l’accolta, gli porgono onori d’un dio,<br />
con reverenza di miele, fra genti adunate egli spicca.<br />
Sì, tale dono divino hanno gli uomini, dalle Muse!<br />
E dalle Muse, nonché da Apollo infallibile arciere,<br />
nascono al mondo i cantori nonché i suonatori di cetra,<br />
mentre i sovrani da Zeus; felice è colui che le Muse<br />
han prediletto: soave gli scorre dal labbro la voce.<br />
E se qualcuno –abbia un lutto nell’animo fresco d’angosce–<br />
sia contristato e nel cuore si strugga, se allora un cantore,<br />
uno che serva le Muse, alle glorie d’uomini antichi<br />
inneggerà, e ai beati, agli dèi che sono in Olimpo,<br />
subito oblierà i mali, l’afflitto, e non più le sue angosce<br />
ricorderà, no, l’avranno distolto quei doni di dee.<br />
Salve, creature di Zeus, voi datemi amabile canto;<br />
il sacro seme illustrate dei vivi per sempre, immortali,<br />
che sono nati da Terra e Cielo trapunto di stelle<br />
e dalla Notte nerigna, e quanti nutrì salso Mare.<br />
Ditemi come in principio gli dèi siano nati la terra,<br />
e così i fiumi e poi il mare infinito, gonfio di flutti,<br />
e sfavillanti le stelle e nell’alto il Cielo spazioso;<br />
[e quanti vennero poi, gli dèi donatori di grazie;]<br />
come divisero i beni e come spartirono onori,<br />
come da prima occuparono Olimpo scosceso di balze.<br />
Questo narratemi, Muse che avete dimore in Olimpo,<br />
sin dall’origine, e dite chi nacque per primo fra loro. </p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Titanomachia (Esiodo &#8211; Teogonia vv. 617-721)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jul 2012 21:44:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[Esiodo]]></category>
		<category><![CDATA[Inni omerici]]></category>
		<category><![CDATA[Omero]]></category>
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					<description><![CDATA[Trad. in esametri di Daniele Ventre (1) &#160; Βριάρεῳ δ᾽ ὡς πρῶτα πατὴρ ὠδύσσατο θυμῷ Κόττῳ τ᾽ ἠδὲ Γύῃ, δῆσεν κρατερῷ ἐνὶ δεσμῷ ἠνορέην ὑπέροπλον ἀγώμενος ἠδὲ καὶ εἶδος καὶ μέγεθος∙ κατένασσε δ᾽ ὑπὸ χθονὸς εὐρυοδείης. ἔνθ᾽ οἵ γ᾽ ἄλγε᾽ ἔχοντες ὑπὸ χθονὶ ναιετάοντες εἵατ᾽ ἐπ᾽ ἐσχατιῇ, μεγάλης ἐν πείρασι γαίης, δηθὰ μάλ᾽ ἀχνύμενοι, κραδίῃ [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Trad. in esametri di <strong>Daniele Ventre (1)<br />
</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Βριάρεῳ δ᾽ ὡς πρῶτα πατὴρ ὠδύσσατο θυμῷ<br />
Κόττῳ τ᾽ ἠδὲ Γύῃ, δῆσεν κρατερῷ ἐνὶ δεσμῷ<br />
ἠνορέην ὑπέροπλον ἀγώμενος ἠδὲ καὶ εἶδος<br />
καὶ μέγεθος∙ κατένασσε δ᾽ ὑπὸ χθονὸς εὐρυοδείης.<br />
ἔνθ᾽ οἵ γ᾽ ἄλγε᾽ ἔχοντες ὑπὸ χθονὶ ναιετάοντες<br />
εἵατ᾽ ἐπ᾽ ἐσχατιῇ, μεγάλης ἐν πείρασι γαίης,<span id="more-43089"></span><br />
δηθὰ μάλ᾽ ἀχνύμενοι, κραδίῃ μέγα πένθος ἔχοντες.<br />
ἀλλά σφεας Κρονίδης τε καὶ ἀθάνατοι θεοὶ ἄλλοι,<br />
οὓς τέκεν ἠύκομος Ῥείη Κρόνου ἐν φιλότητι,<br />
Γαίης φραδμοσύνῃσιν ἀνήγαγον ἐς φάος αὖτις∙<br />
αὐτὴ γάρ σφιν ἅπαντα διηνεκέως κατέλεξε<br />
σὺν κείνοις νίκην τε καὶ ἀγλαὸν εὖχος ἀρέσθαι.<br />
δηρὸν γὰρ μάρναντο πόνον θυμαλγέ᾽ ἔχοντες<br />
Τιτῆνές τε θεοὶ καὶ ὅσοι Κρόνου ἐξεγένοντο,<br />
ἀντίον ἀλλήλοισι διὰ κρατερὰς ὑσμίνας,<br />
οἳ μὲν ἀφ᾽ ὑψηλῆς Ὄθρυος Τιτῆνες ἀγαυοί,<br />
οἳ δ᾽ ἄρ᾽ ἀπ᾽ Οὐλύμποιο θεοί, δωτῆρες ἐάων,<br />
οὓς τέκεν ἠύκομος Ῥείη Κρόνῳ εὐνηθεῖσα.<br />
οἵ ῥα τότ᾽ ἀλλήλοισι χόλον θυμαλγέ᾽ ἔχοντες<br />
συνεχέως ἐμάχοντο δέκα πλείους ἐνιαυτούς∙<br />
οὐδέ τις ἦν ἔριδος χαλεπῆς λύσις οὐδὲ τελευτὴ<br />
οὐδετέροις, ἶσον δὲ τέλος τέτατο πτολέμοιο.<br />
ἀλλ᾽ ὅτε δὴ κείνοισι παρέσχεθεν ἄρμενα πάντα,<br />
νέκταρ τ᾽ ἀμβροσίην τε, τά περ θεοὶ αὐτοὶ ἔδουσι,<br />
πάντων ἐν στήθεσσιν ἀέξετο θυμὸς ἀγήνωρ.<br />
ὡς νέκταρ τ᾽ ἐπάσαντο καὶ ἀμβροσίην ἐρατεινήν,<br />
δὴ τότε τοῖς μετέειπε πατὴρ ἀνδρῶν τε θεῶν τε∙</strong></p>
<p><strong>κέκλυτε μευ, Γαίης τε καὶ Οὐρανοῦ ἀγλαὰ τέκνα,<br />
ὄφρ᾽ εἴπω, τά με θυμὸς ἐνὶ στήθεσσι κελεύει.<br />
ἤδη γὰρ μάλα δηρὸν ἐναντίοι ἀλλήλοισι<br />
νίκης καὶ κράτεος πέρι μαρνάμεθ᾽ ἤματα πάντα<br />
Τιτῆνές τε θεοὶ καὶ ὅσοι Κρόνου ἐκγενόμεσθα.<br />
ὑμεῖς δὲ μεγάλην τε βίην καὶ χεῖρας ἀάπτους<br />
φαίνετε Τιτήνεσσιν ἐναντίοι ἐν δαῒ λυγρῇ<br />
μνησάμενοι φιλότητος ἐνηέος, ὅσσα παθόντες<br />
ἐς φάος ἂψ ἀφίκεσθε δυσηλεγέος ὑπὸ δεσμοῦ<br />
ἡμετέρας διὰ βουλὰς ὑπὸ ζόφου ἠερόεντος.</strong></p>
<p><strong>ὣς φάτο∙ τὸν δ᾽ ἐξαῦτις ἀμείβετο Κόττος ἀμύμων∙<br />
Δαιμόνι᾽, οὐκ ἀδάητα πιφαύσκεαι∙ ἀλλὰ καὶ αὐτοὶ<br />
ἴδμεν, ὅ τοι περὶ μὲν πραπίδες, περὶ δ᾽ ἐστὶ νόημα,<br />
ἀλκτὴρ δ᾽ ἀθανάτοισιν ἀρῆς γένεο κρυεροῖο.<br />
σῇσι δ᾽ ἐπιφροσύνῃσιν ὑπὸ ζόφου ἠερόεντος<br />
ἄψορρον δ᾽† ἐξαῦτις ἀμειλίκτων ὑπὸ δεσμῶν<br />
ἠλύθομεν, Κρόνου υἱὲ ἄναξ, ἀνάελπτα παθόντες.<br />
τῷ καὶ νῦν ἀτενεῖ τε νόῳ καὶ ἐπίφρονι βουλῇ<br />
ῥυσόμεθα κράτος ὑμὸν ἐν αἰνῇ δηϊοτῆτι<br />
μαρνάμενοι Τιτῆσιν ἀνὰ κρατερὰς ὑσμίνας. </strong></p>
<p><strong>ὣς φάτ᾽∙ ἐπῄνεσσαν δὲ θεοί, δωτῆρες ἐάων,<br />
μῦθον ἀκούσαντες∙ πολέμου δ᾽ ἐλιλαίετο θυμὸς<br />
μᾶλλον ἔτ᾽ ἢ τὸ πάροιθε∙ μάχην δ᾽ ἀμέγαρτον ἔγειραν<br />
πάντες, θήλειαι τε καὶ ἄρσενες, ἤματι κείνῳ,<br />
Τιτῆνές τε θεοὶ καὶ ὅσοι Κρόνου ἐξεγένοντο,<br />
οὕς τε Ζεὺς Ἐρέβευσφιν ὑπὸ χθονὸς ἧκε φόωσδε<br />
δεινοί τε κρατεροί τε, βίην ὑπέροπλον ἔχοντες.<br />
τῶν ἑκατὸν μὲν χεῖρες ἀπ᾽ ὤμων ἀίσσοντο<br />
πᾶσιν ὁμῶς, κεφαλαὶ δὲ ἑκάστῳ πεντήκοντα<br />
ἐξ ὤμων ἐπέφυκον ἐπὶ στιβαροῖσι μέλεσσιν.<br />
οἳ τότε Τιτήνεσσι κατέσταθεν ἐν δαῒ λυγρῇ<br />
πέτρας ἠλιβάτους στιβαρῇς ἐν χερσὶν ἔχοντες.<br />
Τιτῆνες δ᾽ ἑτέρωθεν ἐκαρτύναντο φάλαγγας<br />
προφρονέως, χειρῶν τε βίης θ᾽ ἅμα ἔργον ἔφαινον<br />
ἀμφότεροι∙ δεινὸν δὲ περίαχε πόντος ἀπείρων,<br />
γῆ δὲ μέγ᾽ ἐσμαράγησεν, ἐπέστενε δ᾽ οὐρανὸς εὐρὺς<br />
σειόμενος, πεδόθεν δὲ τινάσσετο μακρὸς Ὄλυμπος<br />
ῥιπῇ ὕπ᾽ ἀθανάτων, ἔνοσις δ᾽ ἵκανε βαρεῖα<br />
Τάρταρον ἠερόεντα, ποδῶν τ᾽ αἰπεῖα ἰωὴ<br />
ἀσπέτου ἰωχμοῖο βολάων τε κρατεράων∙<br />
ὣς ἄρ᾽ ἐπ᾽ ἀλλήλοις ἵεσαν βέλεα στονόεντα.<br />
φωνὴ δ᾽ ἀμφοτέρων ἵκετ᾽ οὐρανὸν ἀστερόεντα<br />
κεκλομένων∙ οἳ δὲ ξύνισαν μεγάλῳ ἀλαλητῷ. </strong></p>
<p><strong>οὐδ᾽ ἄρ᾽ ἔτι Ζεὺς ἴσχεν ἑὸν μένος, ἀλλά νυ τοῦ γε<br />
εἶθαρ μὲν μένεος πλῆντο φρένες, ἐκ δέ τε πᾶσαν<br />
φαῖνε βίην∙ ἄμυδις δ᾽ ἄρ᾽ ἀπ᾽ οὐρανοῦ ἠδ᾽ ἀπ᾽ Ὀλύμπου<br />
ἀστράπτων ἔστειχε συνωχαδόν∙ οἱ δὲ κεραυνοὶ<br />
ἴκταρ ἅμα βροντῇ τε καὶ ἀστεροπῇ ποτέοντο<br />
χειρὸς ἄπο στιβαρῆς, ἱερὴν φλόγα εἰλυφόωντες<br />
ταρφέες∙ ἀμφὶ δὲ γαῖα φερέσβιος ἐσμαράγιζε<br />
καιομένη, λάκε δ᾽ ἀμφὶ πυρὶ μεγάλ᾽ ἄσπετος ὕλη.<br />
ἔζεε δὲ χθὼν πᾶσα καὶ Ὠκεανοῖο ῥέεθρα<br />
πόντος τ᾽ ἀτρύγετος∙ τοὺς δ᾽ ἄμφεπε θερμὸς ἀυτμὴ<br />
Τιτῆνας χθονίους, φλὸξ δ᾽ αἰθέρα δῖαν ἵκανεν<br />
ἄσπετος, ὄσσε δ᾽ ἄμερδε καὶ ἰφθίμων περ ἐόντων<br />
αὐγὴ μαρμαίρουσα κεραυνοῦ τε στεροπῆς τε.<br />
καῦμα δὲ θεσπέσιον κάτεχεν Χάος∙ εἴσατο δ᾽ ἄντα<br />
ὀφθαλμοῖσιν ἰδεῖν ἠδ᾽ οὔασι ὄσσαν ἀκοῦσαι<br />
αὔτως, ὡς εἰ Γαῖα καὶ Οὐρανὸς εὐρὺς ὕπερθε<br />
πίλνατο∙ τοῖος γάρ κε μέγας ὑπὸ δοῦπος ὀρώρει<br />
τῆς μὲν ἐρειπομένης, τοῦ δ᾽ ὑψόθεν ἐξεριπόντος∙<br />
τόσσος δοῦπος ἔγεντο θεῶν ἔριδι ξυνιόντων.<br />
σὺν δ᾽ ἄνεμοι ἔνοσίν τε κονίην τ᾽ ἐσφαράγιζον<br />
βροντήν τε στεροπήν τε καὶ αἰθαλόεντα κεραυνόν,<br />
κῆλα Διὸς μεγάλοιο, φέρον δ᾽ ἰαχήν τ᾽ ἐνοπήν τε<br />
ἐς μέσον ἀμφοτέρων∙ ὄτοβος δ᾽ ἄπλητος ὀρώρει<br />
σμερδαλέης ἔριδος, κάρτος δ᾽ ἀνεφαίνετο ἔργων.<br />
ἐκλίνθη δὲ μάχη∙ πρὶν δ᾽ ἀλλήλοις ἐπέχοντες<br />
ἐμμενέως ἐμάχοντο διὰ κρατερὰς ὑσμίνας. </strong></p>
<p><strong>οἳ δ᾽ ἄρ᾽ ἐνὶ πρώτοισι μάχην δριμεῖαν ἔγειραν<br />
Κόττος τε Βριάρεώς τε Γύης τ᾽ ἄατος πολέμοιο,<br />
οἵ ῥα τριηκοσίας πέτρας στιβαρῶν ἀπὸ χειρῶν<br />
πέμπον ἐπασσυτέρας, κατὰ δ᾽ ἐσκίασαν βελέεσσι<br />
Τιτῆνας, καὶ τοὺς μὲν ὑπὸ χθονὸς εὐρυοδείης<br />
πέμψαν καὶ δεσμοῖσιν ἐν ἀργαλέοισιν ἔδησαν<br />
χερσὶν νικήσαντες ὑπερθύμους περ ἐόντας,<br />
τόσσον ἔνερθ᾽ ὑπὸ γῆς, ὅσον οὐρανός ἐστ᾽ ἀπὸ γαίης∙<br />
τόσσον γάρ τ᾽ ἀπὸ γῆς ἐς Τάρταρον ἠερόεντα. </strong></p>
<p>* * *</p>
<p>Come in principio mostrò ad Obriàreo il padre odio in cuore,<br />
e così a Cotto ed a Gige, li avvinse in crudele catena,<br />
ché ne temeva il vigore possente e non meno l’aspetto<br />
e la grandezza; e giù, sotto la terra, ampia via, li rinchiuse.<br />
Essi, soffrendo dolori laggiù, sotto terra abitando,<br />
stavano all’estremità della vasta terra, ai confini,<br />
in forte angoscia gran tempo, pativano in cuore aspra pena.<br />
Ecco che il Crònide, e insieme a lui gli altri numi immortali,<br />
che partorì dall’amplesso con Crono Rea bella di chiome,<br />
per i consigli di Terra, li trassero ancora alla luce;<br />
Terra per loro ogni cosa svelò con esatta chiarezza,<br />
che con quei tre s’otterrebbe il trionfo e splendido vanto.<br />
Già, da gran tempo lottavano, avevano amara fatica,<br />
gli dèi Titani e coloro che erano nati da Crono,<br />
gli uni opponendosi agli altri in mezzo alle mischie crudeli,<br />
quelli partendo dal sommo dell’Otri, gli alteri Titani,<br />
questi movendo d’Olimpo, gli dèi donatori di grazie,<br />
che partorì congiungendosi a Crono, Rea bella di chiome.<br />
Gli uni con gli altri, in quel tempo, patendo un’amara fatica,<br />
si combatterono dieci anni interi, senza mai tregua.<br />
D’aspra discordia non c’era né liberazione, né fine,<br />
per le due schiere, ma d’esito incerto restava la guerra.<br />
Quando però ai tre centímani offrirono tutti i conforti,<br />
nettare e insieme anche ambrosia, di cui s’alimentano i numi,<br />
ecco, nel petto dei tre si riebbe l’animo altero.<br />
Come si furon cibati di nettare e amabile ambrosia,<br />
dunque fra loro parlò, il padre di uomini e dèi:<br />
“Datemi ascolto, voi, figli stupendi di Terra e di Cielo,<br />
sì ch’io vi parli nel modo che il cuore nel petto m’impone.<br />
Già da gran tempo, oramai, affrontandoci gli uni gli altri,<br />
per la vittoria lottiamo e per il potere ogni giorno,<br />
numi Titani e noi, quanti origine abbiamo da Crono.<br />
Ma dell’immenso vigore e delle invincibili mani<br />
voi fate prova, affrontando i Titani in lugubre strage,<br />
e ricordate la dolce amicizia e quanto otteneste<br />
nel ritornare alla luce da quella feroce catena,<br />
solo per nostro volere, da tenebra cupa di nebbie”.<br />
Sì, così disse; e rispose a sua volta il nobile Cotto:<br />
“Ottimo dio, quel che dici è a noi noto, ed anzi noi stessi<br />
ben lo sappiamo che eccelli in ingegno, eccelli in consiglio,<br />
e agli immortali da pena orribile offristi difesa,<br />
e che per tua decisione da tenebra cupa di nebbie<br />
ecco, di nuovo quassù, dopo quella amara catena,<br />
figlio di Crono, o re, uscimmo, e un bene insperato ottenemmo.<br />
Con incrollabile cuore, perciò, con benevolo intento,<br />
difenderemo la vostra potenza nell’orrido scontro,<br />
affronteremo i Titani in mezzo alle mischie crudeli”.<br />
Disse e plaudirono allora gli dèi donatori di grazie,<br />
tali parole ascoltando; e il cuore ebbe brama di guerra<br />
molto di più che in passato; destarono amara battaglia<br />
tutti ad un tempo, sia maschi sia femmine, proprio in quel giorno,<br />
gli dèi Titani e coloro che erano nati da Crono,<br />
e così i tre che da terra Zeus, d’erebo, trasse alla luce,<br />
esseri fieri e tremendi, dotati d’immenso vigore.<br />
E dalle spalle dei tre guizzavano a cento le braccia,<br />
infaticabili, a ognuno di loro in cinquanta le teste<br />
di sulle membra possenti crescevano, sopra le spalle.<br />
Ecco che dunque ai Titani s’opposero in lugubre strage,<br />
e con le valide mani brandirono enormi macigni;<br />
dall’altra parte i Titani serrarono allora le schiere<br />
con ardimento; ed a prova mostrarono forza di braccia<br />
ambe le schiere, echeggiò fieramente il mare infinito,<br />
forte la terra tuonò, ne gemeva il cielo spazioso,<br />
tanto era scosso, alle basi tremava l’Olimpo elevato,<br />
sotto quell’urto d’eterni, il boato greve raggiunse<br />
Tartaro cupo di nebbie, col rombo profondo dei passi<br />
dell’infinito clamore e insieme dei colpi crudeli.<br />
Gli uni sugli altri così lanciavano colpi dogliosi;<br />
d’ambe le schiere andò l’urlo al cielo trapunto di stelle,<br />
ché s’incitavano; vennero all’urto fra grida possenti.<br />
Zeus non contenne già più la sua furia, ed ecco che al dio<br />
subito d’ira i precordi s’empirono, il proprio vigore<br />
tutto mostrò; senza tregua dal cielo e così dall’Olimpo<br />
mosse fra scoppi continui di folgori, ed ecco che i lampi,<br />
dalla sua valida mano volarono, insieme coi tuoni<br />
e con i fulmini, in un mulinio di fiamma divina,<br />
fitti; tuonava d’intorno la terra nutrice di vita,<br />
arsa com’era; strepiva, al gran fuoco selva infinita.<br />
Tutta la terra bolliva e il corso d’Oceano con essa,<br />
e il mare limpido; infine un ardente soffio racchiuse<br />
i sotterranei Titani, all’etere splendido giunse<br />
fuoco divino, ed a quei valorosi gli occhi accecava<br />
la sfavillante radianza del fulmine e insieme del lampo.<br />
Fiamma celeste pervase il caos; e sembrava, in aspetto,<br />
a rimirarsi con gli occhi, a udirne all’orecchio la voce,<br />
quasi che insieme la terra e dall’alto il cielo spazioso<br />
l’una con l’altro s’urtassero: un tale tumulto s’udrebbe,<br />
l’uno crollasse dai vertici e l’altra subisse il suo crollo:<br />
tale tumulto s’udì, dagli dèi venuti a contesa.<br />
E sollevarono i vènti la polvere con il boato,<br />
e con il tuono, nonché col lampo e la folgore ardente,<br />
dardi di Zeus, di quel grande, diffusero grida e clamore<br />
fra le due schiere, nel mezzo; e sorse infinito frastuono<br />
dalla tremenda contesa, appariva prova di forza.<br />
E la battaglia inclinò; già gli uni reggevano agli altri,<br />
nel battagliare incessante, in mezzo alle mischie crudeli.<br />
Ecco che a un tratto fra i primi destarono un’aspra battaglia<br />
Cotto ed Obriàreo, insieme con Gige mai sazio di guerra;<br />
e dalle valide mani, allora, trecento macigni<br />
gli uni sugli altri gettarono, e oppressero d’ombra i Titani,<br />
coi loro dardi, e così fin sotto la terra, ampia via,<br />
giù, li respinsero e poi li strinsero in ceppi dolenti,<br />
dopo che li ebbero vinti col braccio, per quanto animosi,<br />
tanto sotterra quant’è dal cielo distante la terra:<br />
tanto v’è, sì, fra la terra e il Tartaro cupo di nebbie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(1) <em>Specimen</em> della traduzione completa di Esiodo, tuttora inedita.</p>
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		<title>La società incivile e il diritto come campo di neutralizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 11:17:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Antoine Garapon]]></category>
		<category><![CDATA[autorità e autoritarismo]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconismo]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Schmitt]]></category>
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		<category><![CDATA[Erodoto]]></category>
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		<category><![CDATA[Roberto Esposito]]></category>
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		<category><![CDATA[stato d'eccezione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Racconta Erodoto (Storie, I, 96-98) che i Medi, da poco liberatisi dagli Assiri, erano devastati dalla più totale anomia. Fra di essi si sarebbe distinto però un certo Deioce (il futuro fondatore mitico di Ecbatana, Hangmatana, il &#8220;Punto di incontro&#8221;), il quale, a differenza degli altri notabili e capitribù vicini, spiccava per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Racconta Erodoto (Storie, I, 96-98) che i Medi, da poco liberatisi dagli Assiri, erano devastati dalla più totale anomia. Fra di essi si sarebbe distinto però un certo Deioce (il futuro fondatore mitico di Ecbatana, Hangmatana, il &#8220;Punto di incontro&#8221;), il quale, a differenza degli altri notabili e capitribù vicini, spiccava per equanimità e giustizia, virtù che indussero i Medi a eleggerlo re, così da non essere più soggetti all&#8217;aleatorietà destabilizzante di un mondo senza leggi.</p>
<p>Come tutti i miti, la leggenda di Deioce (nessun dato induce a identificarlo con il Daiukku che certe iscrizioni di VIII sec. a.C. dichiarano essere stato vassallo degli Assiri e amministratore della Media per loro conto) contiene in sé una verità metastorica che trascende l&#8217;aspetto evenemenziale del racconto preso di per sé stesso: in una situazione di anomia che mette in pericolo la comunità, l&#8217;argine che immediatamente la comunità stessa trova è il riconoscimento di un&#8217;autorità giudiziaria.</p>
<p><span id="more-39955"></span>In questa situazione qualcuno riconoscerà a tutta prima la condizione di eccezionalità (<em>Ausnahmezustand</em>) teorizzata nel controverso pensiero di Carl Schmitt: in uno stato d&#8217;eccezione, diviene organo sovrano quell&#8217;entità politica (che possa o meno identificarsi con una persona fisica) in grado di farsi garante della legalità -e talora accade che le condizioni di uno stato di eccezione siano precostituite ad arte. Da questo punto di vista, l&#8217;intero, precario equilibrio sociopolitico ed economico sembra destinato a reggersi unicamente sul controbilanciarsi reciproco di minacce di ritorsione, o di coazioni ricattatorie più o meno velate, in un rapporto distorcente, e intercambiabile nei ruoli, fra persecutore-salvatore e ribelle-iperadattato.</p>
<p>In realtà nel mito di Deioce, narrato da Erodoto, lo stato di eccezione, per quanto embrionalmente concettualizzato, ha un ruolo marginale. Il racconto erodoteo parte da una situazione di effettiva, endemica instabilità socioeconomica iniziale, legata a una situazione di anomia (fra i Medi, ribadisce sempre Erodoto, sarebbero stati fenomeni comuni le malversazioni, le razzie, le iniquità). In un simile contesto, Deioce diviene garante di legalità per la sua naturale autorevolezza di giudice equanime. La comunità dei Medi decide allora di tutelarne gli interessi per offrirgli la necessaria serenità e autonomia di garante al di sopra delle parti. Mancano, nel racconto Erodoteo, due connotati della tipica situazione d&#8217;eccezione schmittiana: l&#8217;anomia, o la disnomia, è una condizione originaria, endemica, non viene messa in evidenza nei suoi connotati di immediato, eccezionale, pericolo emergente; soprattutto, l&#8217;organo che infine diventa sovrano non appare delineato sin da subito come autorità che per sé stessa, pur emergendo dalla storia, si pone quasi come estranea e superiore al corpo sociale: Deioce, di quel corpo sociale, è piuttosto parte, e il suo riconoscimento come referente giudiziale primario è espressione della comunità stessa. Per altri versi estraneo al racconto erodoteo è anche l&#8217;insieme di connotati che nella dottrina politica moderna definiscono, per un certo aspetto, la figura del Leviatano di Hobbes, per un altro l&#8217;idea spinoziana dell&#8217;equilibrio politico basato su una sorta di diritto di guerra: non vi si può rinvenire al principio il quadro di un astratto <em>bellum omnium erga omnes</em>, ma quello di una concreta instabilità sociale, e non c&#8217;è nessun processo logico-additivo delle particole di potere sottratte ai singoli perché confluiscano nello Stato; non si assiste infine all&#8217;emersione di un mero equilibrio paritario di forze, ma alla mera convergenza, per convenienza operativa, attorno a una persona fisica che svolge la funzione di fonte animata del diritto  (<em>nomos émpsykhos</em>). Soprattutto, lo scenario di partenza del mito può essere definito, da diversi punti di vista, apolitico: sia nel senso schmittiano (manca l&#8217;opposizione di fondo fra amici e nemici e i Medi puntano piuttosto, scegliendo Deioce, alla neutralizzazione); sia nel senso hobbesiano e spinoziano, per i motivi che si sono detti; sia, soprattutto, nel senso greco, visto che non c&#8217;è fra i Medi un<em> nomos</em>, cioè un modello condiviso di relazione sociale, rappresentanza, comportamento affermatosi come legge in quanto consuetudine distintiva dell&#8217;identità di un corpo sociale, un ordine socioculturale identificato e identificante il cui rispetto è la condizione essenziale per attuare la propria<em> eleutheria</em>, libertà responsabile nella comunità, all&#8217;interno dello spazio pubblico. Quella che Erodoto delinea col mito storico di Deioce è l&#8217;evoluzione di una società apolitica i cui membri, per sfuggire agli inconvenienti dell&#8217;anomia, o meglio, di una disnormatività fonte di squilibrio, si mettono nelle mani di un organo magistratuale che neutralizzi i conflitti. La dimensione primordiale della leggenda storica narrata da Erodoto trova perfetto rispecchiamento nella dimensione della regalità originaria per come viene delineata da uno dei testi giuridico-politici più antichi della storia, il Codice di Hammurabi, iscrizione regale (insieme propagandistica e promulgatoria) in cui la sovranità si identifica per la capacità do &#8220;dare giustizia&#8221; al popolo, o meglio di &#8220;reggerlo, indirizzarlo, farlo procedere diritto, raddrizzarlo, definirne la direzione, stabilirne i diritti&#8221;, secondo le molteplici connotazioni della voce accadica <em>esheru</em> che contraddistingue tale funzione come propria e specifica del sovrano*. Allo stesso modo, nella Grecia pre-politica o proto-politica della tarda età geometrica (fra Omero ed Esiodo), il ruolo dei <em>basileis</em>, residuo di autorità venuto fuori dal naufragio delle monarchie micenee piombate nell&#8217;età buia, è quello di stabilire una<em> itheia dike</em>, una &#8220;giustizia diritta&#8221;, o meglio, andando all&#8217;etimologia dei termini, una &#8220;in<em>dic</em>azione retta&#8221; sul piano della norma. La stessa radice di termini italici e celtici come <em>rex</em> e <em>rix</em> (dalla radice i. e. *Hreg-, &#8220;reggere&#8221;, &#8220;dirigere&#8221;), mostra come, per convergenza evolutiva, nella politicità ancora in fieri o di là da venire delle società tribali arcaiche fra Europa e Medio Oriente, la sovranità intesa come punto di riferimento primario rivestisse questo ruolo di indicatrice della norma, in un sistema sociale dominato dalla sopraffazione, dalla a-norm-alità, dall&#8217;imporsi del più forte.</p>
<p>La situazione della Media di Deioce, il contesto per cui membri di un gruppo sociale impolitico e anomico rinvengono nella figura ipostatizzata del giudice l&#8217;unica ancora di salvezza, fornisce uno schema interpretativo abbastanza calzante circa la situazione dell&#8217;Italia del berlusconismo -intendendo il berlusconismo non tanto nella sua accezione ristretta, come pensiero della maggioranza di centrodestra, ma piuttosto nella sua accezione ampia, e più vera, di orientamento comune, per vari tratti, alla classe dirigente del periodo 1994-2011, al di là dello schieramento partitico. Un connotato essenziale dell&#8217;Italia berlusconiana, un fattore distintivo i cui sviluppi hanno radici lontane, è essenzialmente l&#8217;impoliticità. Non è nemmeno un caso che i due eventi scatenanti dell&#8217;<em>entpolitisierung</em> italica possano in larga parte individuarsi in due momenti tesissimi della nostra storia giudiziaria, il detonare del caso P2, al principio degli anni &#8217;80 del secolo scorso, e ovviamente l&#8217;esplosione di &#8220;mani pulite&#8221; -l&#8217;ora in cui parve, per riecheggiare alla lontana un noto articolo di Cesare Garboli, che l&#8217;ufficiale di Sua Maestà potesse davvero arrestare il nostro canceroso Tartufo. E ancor più banalmente, non è un caso che la risposta della classe dirigente (che continuo a non chiamare classe politica per evidenti ragioni), sia stata, di fatto, l&#8217;attuazione, sia pur in forma parzialmente attenuata, di quell&#8217;autoritarismo che serpeggiava nei progetti di sovversione più oscuri (piano di rinascita in testa), più o meno eterodiretti, della storia d&#8217;Italia fra la fine della seconda guerra mondiale e la fine della guerra fredda. Al configurarsi della svolta autoritaria morbida che il berlusconismo rappresenta, e che introduce una cifra comportamentale (prevaricatoria e prevaricatrice) riconoscibilissima, e deteriore, della socialità italica, hanno contribuito in egual misura quasi tutti gli schieramenti in cui la classe dirigente si divide: ovviamente la &#8220;destra&#8221;, come esplicito propulsore diretto del momentaneo riassestamento egemonico (che impropriamente alcuni chiamano cambiamento politico), ma anche la &#8220;sinistra&#8221;, che ha barattato la vecchia teologia negativa del potere, che le era propria nel contesto dell&#8217;antica dialettica DC-PCI, con l&#8217;acquiescenza (-complicità) fattuale ammantata di critica arguta (d&#8217;ora in poi gli orientamenti partitici italiani apparranno qui adorni, per evidenti motivi, di attenuative virgolette). In un simile contesto, l&#8217;emissione di norme e la loro attuazione non ha connotati di attività politica legislativo-esecutiva, ma si pone semplicemente come intermediazione economica di secondo livello: è un&#8217;attività dirigente di carattere meramente gestionale, che agisce sulle strutture economiche e culturali della società civile ammantandosi di una presunta infallibilità conferitale <em>in rebus</em>  dalla congiuntura e dalla sua interpretazione unidirezionale secondo la forma della ragion tecnica.  In questo senso la gestione delle forze socioeconomiche sul territorio (perifrasi che d&#8217;ora in poi sostituirà il termine &#8220;politica&#8221;, che non vi si identifica) produce una peculiare neolingua, centro e cardine della quale è l&#8217;espressione &#8220;azienda Italia&#8221;, che deve essere rimessa in pari o dismessa o smembrata, o anche abbandonata per le Bahamas con sbottamenti di turpiloquio, ove si ostini, misteriosamente, a non seguire muta e ossequiosa le indicazioni imposte dal direttore generale. Corollario: noteremo anche, incidentalmente, che come accesso all&#8217;attività-funzione di intermediazione economica di secondo livello, o di supergestione interaziendale sul territorio, o di regolamentazione economica di secondo ordine, la collocazione nella classe dirigente è stata in gran parte la via italiana al terziario avanzato. Altrove, per esempio negli USA, in bene come in male, certe attività di carattere gestionale di secondo livello, pur fortemente interfacciate con la politica, non vi si identificano. Non è un caso -e spero di sbagliarmi- che su larga scala il post-industriale italiano, se si esclude forse solo la telefonia cellulare, sia sostanzialmente abortivo: in realtà il nostro (feudal-)capitalismo postindustriale siede in parlamento, o nei consigli regionali, provinciali, comunali (se si esclude qualche eroica eccezione), e ai fini del benessere dell&#8217;intera società civile è un (feudal-)capitalismo postindustriale pletorico, e nella sostanza improduttivo. Quale sia poi, sul piano decisionale, l&#8217;efficacia dell&#8217;azione di un simile comitato di pietra (scheggiata), è evidente dal contraddittorio sull&#8217;ultima finanziaria, che certo non pareggerà il bilancio, ma sicuramente si mangerà un altro pezzo più o meno sostanzioso dei nostri &#8220;diritti&#8221; di &#8220;cittadini&#8221; (ancora una volta, in un tripudio obbligato di virgolette).</p>
<p>La gestione-regolamentazione delle forze socioeconomiche del territorio non conosce reali divisioni fra schieramenti, ma solo tensioni fra gruppi di interessi in perpetua cerca di riassestamento egemonico. L&#8217;<em>input</em> politico delle elezioni, dominate da una superficiale propaganda di colori, viene mediaticamente indirizzato (per dirla con Dahrendorf e con Chomsky) e viene poi ridotto e normalizzato da un <em>output</em> non lineare -così che l&#8217;elettore &#8220;conservatore&#8221;, votando a &#8220;destra&#8221;, potrebbe vedere non attuata la sospirata secessione dal sud degenere o potrebbe assistere al governo di un lenone vagamente pedofilo, mentre l&#8217;elettore &#8220;progressista&#8221;, votando a &#8220;sinistra&#8221;, potrebbe veder sancito il precariato e la depauperazione della scuola pubblica -ma c&#8217;è da ricordare che il più delle volte l&#8217;<em>output</em> per l&#8217;elettore è indifferente. La gestione-regolamentazione non concepisce nemmeno la divisione montesquieuiana dei poteri. Il supremo gestore mediatico, chiunque egli sia, crea il suo partito-azienda, o meglio, il suo <em>staff</em> di pubbliche relazioni, detenendo l&#8217;esecutivo e neutralizzando il parlamento. Al di là della gridata gogna, le dinamiche di congiuntura e riassestamento lo hanno di fatto, per lungo tempo, posto al riparo della pur blanda confutazione elettorale. L&#8217;unico fattore residuale, non ridotto, della vecchia tripartizione dei poteri, è la magistratura, in particolare la magistratura penale, che il<em> cast</em> gestionale non è finora del tutto riuscito a rendere &#8220;innocua&#8221;. Accade così che nella società impolitica, e sostanzialmente in-civile, dell&#8217;Italia contemporanea, la &#8220;riforma della giustizia&#8221; sia il salto dell&#8217;asino di ogni riassestamento egemonico incompiuto, e nello stesso tempo sia, in determinati periodi, ipostatizzata, quasi mitizzata, una sorta di redivivo Deioce per tribù iraniche in coma disnomico. Ed è perciò che l&#8217;ultimo fronte violento di lotta interna, l&#8217;ultimo vero e proprio<em> bellum civile</em>, sull&#8217;alto piano istituzionale, con morti e feriti, è sorto intorno alla magistratura, con i suoi eroici nomi (da Livatino, a Falcone, a Borsellino), insteriliti e sviliti nella stanca ripetizione delle pubbliche commemorazioni, che consegnando l&#8217;eroe al passato, lo riuccidono nei fatti celebrandone nel nome l&#8217;apoteosi -considerando per di più che nel nostro tempo la memoria o è un <em>optional</em> o è, nella migliore delle ipotesi, un&#8217;interpretazione funzionale all&#8217;oggi. Questa ipostatizzazione nasce da un dato di fatto: dei vecchi poteri, quello giudiziario-magistratuale è l&#8217;unico a non essere stato (in senso filosofico) ridotto, è l&#8217;unico rimasto nella sostanza autonomo, per quanto corruttibile esso sia. In pratica, è l&#8217;ultimo organo istituzionale che, per quanto sia spesso degenere e inefficiente  e brontosaurico e corruttibile nella prassi, si oppone ancora di principio al<em> cast</em> gestionale con l&#8217;inquietante imprevedibilità di un interlocutore ontologicamente autonomo, che per sua natura non può essere totalmente ridotto, né <em>de iure</em>, né <em>de facto</em>, né<em> in re</em>, né <em>in dicto</em>, ad alcuna componente economica sul territorio, sia essa industria o banca o mafia o religione.</p>
<p>L&#8217;ipostatizzazione della legge, e del magistrato in specie, non è ovviamente un rimedio. Prima di tutto, corruttibilità, inefficienze, arbitrii, rimangono a ferire il cittadino comune, che non può scatenare il potere dei <em>media</em> -che anzi, in presenza di un processo penale diventato spettacolo, lo travolgono, disinterpretando ogni dettaglio privato e reinserendolo nell&#8217;ottica del crimine a cui l&#8217;ipotetico colpevole è ormai associato, morta la presunzione d&#8217;innocenza del diritto penale moderno. Soprattutto, la magistratura, nella sua residuale autonomia, è sì irriducibile, il che è irrinunciabilmente un bene, ma è anche potenzialmente fuori controllo. Appare evidente a chiunque il degrado giuridico di una società in cui una pletora di dispositivi normativi (chiamarli &#8220;leggi&#8221; è improprio) spesso in potenziale contrasto fra loro,  apre sovente la via, nella contingenza del dibattimento civile o penale, all&#8217;interpretazione della norma e della procedura (uso i termini con voluta, parziale, improprietà, in senso metaforico) -e  la proliferazione di leggi e la pericolosità dell&#8217;esercizio del diritto penale <em>sibi permissus</em> emergeva per esempio, sotto altri cieli, per altri problemi, in tempi e luoghi non sospetti, o meno sospetti dei nostri, almeno per certe questioni, (Francia, 1966), in un aureo libretto di denuncia dei magistrati Denis Salas e Antoine Garapon, <em>La république penalisée</em>, nel quale si stigmatizzavano le potenziali storture di cui è capace una legislazione minuta che abbia l&#8217;occhio alla discrezionalità, sia pur socioeconomicamente non &#8220;ridotta&#8221;, del magistrato, e che trasforma il cittadino nell&#8217;ospite mal sopportato di una casa di correzione.  Tornando a noi, e ai nostri sospettissimi tempi, nella sostanza dei fatti, se la società italiana degli anni &#8217;10 del XXI secolo è regredita, fra governo e parlamento, &#8220;federalismo&#8221; ed &#8220;autonomie&#8221; locali, alla dimensione prepolitica che vigeva agli albori della protostoria, prima del codice di Hammurapi e della civiltà che lo ha prodotto, il massimo che questa società in-civile è riuscita a darsi, come orizzonte ideale, è l&#8217;ipostatizzazione discontinua di una figura di magistrato-giustiziere che soggettivamente decide nella contingenza del giudizio. Un giudizialismo improprio che invoca l&#8217;intervento<em> ex machina</em> (<em>iuridica</em>) di una divinità bifronte, i cui poteri, di fatto fuori controllo, si sperano astrattamente limitati a un certo ambito -e non possiamo nemmeno parlare di deriva giustizialista, che è un fenomeno diverso, meno ibrido, più netto, tipico di civiltà giuridiche di prassi e credibilità sociale più mature. Così, nello spazio pubblico lacerato da mille singolarità, il cittadino abdica alla sua responsabilità politica, mentre il magistrato diventa, per altri aspetti, l&#8217;auspicato censore cosmico di quelle singolarità, il tecnico del sociale sforacchiato, la figura a cui si richiede, su varia scala, il riparo del pubblico guasto.</p>
<p>I paradossi dell&#8217;assenza del politico, che nascono da questa situazione, sono molteplici e tutti suscettibili di pericolosi sviluppi. Al fondo, rimane il paradosso dell&#8217;autorità, additato già nel 1921, alla vigilia dell&#8217;avvento fascismo, da un maestro defilato del diritto italiano, Giuseppe Capograssi, che in un&#8217;opera a suo tempo misconosciuta (<em>Riflessioni sull&#8217;autorità e la sua crisi</em>), identificava la matrice della politica nell&#8217;autorità come espressione positiva della partecipazione responsabile dell&#8217;individuo al costituirsi della comunità. Sia il <em>cast</em> gestionale sia la massa degli uomini comuni, intimamente impolitici, incivili, alieni anche solo all&#8217;idea di assunzione autorizzante di responsabilità, cercano piuttosto autoritarismi deresponsabilizzanti -di qui la dialettica impropria fra il presidente criminale e la magistratura senza qualità. E da questa dis-assunzione di responsabilità, la dimensione umana ne esce es-autor-ata, sul piano cognitivo (avere autorità significa poter dire <em>auctor sum</em>, sostengo in buona fede e in buona fede lotto per ciò che sostengo, pronto ad accettare la smentita) e sul piano etico-politico -al punto che è possibile il rovesciamento di ogni coordinata assiologica, così che il precario che lotta per il suo diritto al lavoro diviene, nelle parole di Brunetta, &#8220;la parte peggiore d&#8217;Italia&#8221;, la cultura diventa, nelle parole di Tremonti, un&#8217;attivitià voluttuaria con cui &#8220;non si incartano panini&#8221; (non sarà mai stato nei ristoranti danteschi del centro di Firenze), un mafioso pluriomicida diventa, nelle parole di un Dell&#8217;Utri, addirittura &#8220;un eroe&#8221;, il pluralismo e il pensiero laico diventano, nelle parole di Woitila e Ratzinger, &#8220;pericoloso relativismo&#8221; e &#8220;false luci del mondo&#8221;. Espressione pubblica del paradosso dell&#8217;autorità è il paradosso della comunità. Vi sono certo uomini e le donne che, magari a partire dai cosiddetti movimenti &#8220;antipolitici&#8221; (che a questo punto sono in realtà genuinamente<em> politici</em>,  la vera antipolitica essendo truffaldinamente e saldamente attestata nel palazzo, a &#8220;destra&#8221; come a &#8220;sinistra&#8221;, dall&#8217;impero mediatico alla tecnostruttura bancario-burocratica, passando per la dirigenza FIAT), sostengono con più sincerità e coscienza, fra gli altri temi di punta, l&#8217;azione della magistratura contro il <em>premier</em> criminale: ma anche così, non bisogna mai dimenticare un dato. C&#8217;è il serio rischio che il punto di riferimento per la ricostituzione di una <em>com-munitas</em>, cioè di una società in cui ognuno è titolare di un <em>munus</em>, contributo-remunerazione sociale (per seguire alla lontana Roberto Esposito), sia una delle tante cerchie di <em>im-munes</em>, di membri di un ordine professionale riverito e forte che ha, ben ritagliato nello spazio pubblico, il suo <em>témenos</em> di prerogative di casta. A un livello più ampio, mentre i più diversi centri di potere (grande capitale, classe dirigente, chiesa cattolica, mafie) si ritagliano a vario titolo e in vari contesti spazi sempre più larghi di immunità, e lo spazio vitale dell&#8217;<em>homo com-munis</em> viene così svilito, sminuito e diminuito sempre di più, insieme alla sovranità e all&#8217;autorità pubblica, si cerca diffusamente nell&#8217;ambito del diritto (inteso in senso ampio di funzione giuridica e godimento di diritti irrinunciabili) quello che con Schmitt possiamo chiamare un campo di neutralizzazione dei conflitti storico-sociali, un ambiente socioculturale dove riparare, a cui ricondurre ultimativamente i conflitti, perché siano risolti e neutralizzati -Schmitt vedeva nella tecnica come dominio sulla natura il campo di neutralizzazione dominante nell&#8217;età contemporanea. Fatto sta che mentre la tecnica è di per sé un campo di neutralizzazione cieco (come Schmitt stesso  nota), in pratica non è un vero campo di neutralizzazione, ma solo un insieme di apparecchiature prostetiche, nel frattempo ognuno dei sullodati centri di potere ha la forza di tutelare i suoi privilegi a danno di tutti, almeno fin dove cominciano i privilegi di un altro centro di potere; ogni centro di potere cerca di legittimarsi a partire dal suo pacchetto di non negoziabili diritti; ogni centro di potere definisce il suo specifico campo di neutralizzazione, avendo la forza di piegare almeno in parte a proprio vantaggio il diritto in senso giuridico; ogni centro di potere, nella crassa materialità della sua deriva storica e della sua riduzione economica, ha abdicato alla sua autorità (significherebbe altrimenti riconoscere l&#8217;autorità altrui in un clima di valorizzazione dell&#8217;altro), in nome di un autoritarismo particolare; ogni centro di potere (partito chiesa impresa cosca) non concepisce l&#8217;altro nella problematica dialettica di interlocutore-avversario (<em>iustus hostis</em>), ma cerca di ridurlo a termini nulli, fagocitandolo, o di annientarlo (mediaticamente economicamente fisicamente), se si dimostra irriducibile, consumandosi in una guerra di dissipazione sociale senza uscita qualora l&#8217;avversario non sia eliminabile.</p>
<p>In questo contesto, il diritto è un concetto vuoto, senza autorità, la moltiplicazione dei diritti si traduce solo in moltiplicazione delle tutele, e dunque dei controlli, la società incivile oscilla fra la situazione somala della disintegrazione tribale, la situazione algerina dello stato d&#8217;eccezione permanente e un totalitarismo strisciante perché, ancora una volta, <em>in rebus</em>, la libertà diviene semplicemente una <em>libertas</em> senatoria, tutela dell&#8217;<em>immunitas</em> di alcuni a danno della <em>communitas</em> svilita di tutti gli altri (&#8220;libertà della chiesa&#8221;, &#8220;popolo delle libertà&#8221; etc.), il ricorso all&#8217;ipostasi decentrata del magistrato essendo ormai solo più l&#8217;invocazione incerta e asfittica di un Cesare ancora di là da venire, o di un altro Deioce, fondatore di una nuova Hangmatana, di un nuovo Punto di Incontro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>*Rimando a tal proposito all&#8217;articolo  <a title="Il codice di Hammurabi: promulgazione di norme o celebrazione del buon regno?" href="http://www.jus.unitn.it/cardozo/Review/2005/Lanfranchi.pdf">Il &#8220;codice&#8221; di Hammurabi: promulgazione di norme o celebrazione del buon regno?</a> di Giovanni B. Lanfranchi</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>la Fenice: 1. il bennu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alan B. Lloyd]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani &#8220;Come l&#8217;araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa&#8221; C’è un libro che riguarda miti e che è ormai diventato mitico per me, ed è Il mulino di Amleto ‒ Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, scritto negli anni sessanta dello scorso secolo da Giorgio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" title="la Fenice" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f7/Fenix_bennu.jpg" alt="" width="389" height="282" /></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">&#8220;Come l&#8217;araba Fenice,<br />
che vi sia ciascun lo dice,<br />
dove sia nessun lo sa&#8221;</p>
<p style="text-align: left;">C’è un libro che riguarda miti e che è ormai diventato mitico per me, ed è <em>Il mulino di Amleto ‒ Saggio sul mito e sulla struttura del tempo</em>, scritto negli anni sessanta dello scorso secolo da <strong>Giorgio De Santillana</strong> (1902 ‒ 1974) e da <strong>Hertha von Dechend </strong>(1915 ‒ 2001). <br />
Credo sia un grande libro, ma non riesco a parlarne qui con sufficiente competenza e con la dovuta ampiezza. Lo cito perché affronta un tema che trovo da sempre affascinante, quello dei miti che hanno accomunato e ancora accomunano tante civiltà tra loro diverse e lontane. E lo trovo un tema affascinante perché è di quelli che, molto profondamente, fanno sentire tutti noi donne e uomini di questo pianeta, un po’ concretamente fratelli e sorelle, discendenti da un qualche unico ceppo; popoli che affondano le proprie radici giù nello stesso humus. Una sensazione identitaria che a me provoca una certa gioia. Quando ne sarò capace parlerò di questa straordinaria ricerca che ha portato i due studiosi a individuare nella precessione degli equinozi la radice profonda di tanti miti.<br />
Qui invece mi accontento di un tema molto più limitato, e leggero, quello del mito della Fenice, che tuttavia, di mano in mano che ci si avventura alla cerca delle sue origini, spunta inaspettatamente in diverse forme in luoghi della terra molto diversi e distanti tra loro.<span id="more-36913"></span></p>
<p style="text-align: left;">Quei versi leggeri citati in esergo provengono dal poco noto dramma <em>Demetrio</em>, di Pietro Metastasio (atto II, scena III), e contengono quell’aggettivo <em>araba</em> che sposta subito il centro dell’attenzione in territori non europei. Nel bacino del Mediterraneo il mito della Fenice arriva dall’Egitto dei Faraoni, dove questa straordinaria creatura veniva chiamata <strong>bennu</strong> (più correttamente: <em>bnw</em>, la “e” viene inserita talvolta nelle trascrizioni per indicare una approssimata pronuncia, ma non esisteva nell’alfabeto egizio), dal verbo <em>benu</em>, splendere.</p>
<p style="text-align: right;">“Io sono il Bennu, l’anima di Ra, la guida degli Dei del Duat.<br />
Che mi sia concesso entrare come un falco,<br />
ch’io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino”.</p>
<p style="text-align: left;">Di esso abbiamo notizia fin da <strong>Esiodo</strong> ‒ siamo intorno al 700 a. C. ‒ che la menziona come uccello straordinariamente longevo, con questa peculiare scala, pronunciata da una ninfa dei fiumi, una Naiade, che asserisce che la cornacchia gracchiante vive nove volte la vita di un mortale splendente di giovinezza (mettiamo 30 anni, a quei tempi), il cervo vive quattro volte la cornacchia e il corvo tre volte il cervo; e infine la fenice (<em>phoinix</em>) nove volte il corvo; a furia di moltiplicare, 30 x 9 x 3 x 4 x 9 salta fuori 29160, che certo è un ragguardevole numero di anni per questo benefico uccello, ; la ninfa aggiunge peraltro che «noi ninfe dalle belle trecce, figlie di Zeus egìoco, viviamo dieci volte tanto» (Hes. fr. L, citato da Plutarco, <a href="http://books.google.it/books?id=EYITAAAAQAAJ&amp;pg=PA190&amp;img=1&amp;zoom=3&amp;hl=it&amp;sig=ACfU3U0RScAdRYMN2RDco00zkmoYBPhG3g&amp;ci=110%2C869%2C847%2C606&amp;edge=0">qui</a>, per chi voglia toccare con mano), comunque meno di trecentomila anni, uno scherzo per i tempi geologici, le Naiadi di oggi videro i Neanderthal e poco più.</p>
<p>Io mi limiterò a citarvi le testimonianze antiche sulla Fenice, che non sono poche, questa creatura affascinava poeti, storici e scienziati, e ne sceglierò un paio: anzitutto <strong>Erodoto</strong>, che nel secondo libro delle <em>Storie</em>, quello dedicato all’Egitto, così si esprime:</p>
<blockquote><p>«1. C’è anche un altro uccello sacro: si chiama Fenice. Io, però, l’ho visto solo in pittura. Di rado infatti compare tra di loro: come dicono gli abitanti di Eliopoli, ogni cinquecento anni. 2. Dicono che venga quando gli muore il padre. Se è come lo si dipinge, ha queste dimensioni e questo aspetto: alcune delle sue piume sono dorate, altre rosse; nella sagoma e per la grandezza somiglia moltissimo a un’aquila. 3. Dicendo cose per me incredibili, raccontano che la fenice compia questa impresa: muovendo dall’Arabia, porta il padre tutto avvolto in mirra nel santuario di Helios, e lo seppellisce in quello stesso santuario. Lo porta così. 4. In primo luogo modella un uovo di mirra tanto grande quanto gli è possibile portarlo; quindi prova a portarlo; dopo che ci è riuscito, svuota l’uovo e ci mette dentro il padre; con altra mirra ricopre la parte dell’uovo da cui ha praticato la cavità per introdurvi il padre; quando il padre è nell’uovo, si riproduce il peso di prima. Dopo aver avvolto il padre così, lo porta in Egitto nel santuario di Helios. Ecco l’impresa che questo uccello, a loro dire, compie.» Erodoto, <em>Le Storie</em>, II, 73. 1 ‒ 4, ed. Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori 1989).</p></blockquote>
<p>E questo è il commento assai ricco e accurato di <strong>Alan B. Lloyd</strong> (che cura, introduce e annota il volume) </p>
<blockquote><p>«nonostante il comportamento straordinario, dell’uccello, è chiaro dal testo di Erodoto che egli lo considerava un essere che esisteva come la <em>Chenalopex</em> del capitolo precedente. Il termine φοῖνιξ deriva dall’egiziano «<em>uccello bnw</em>» con assimilazione al nome Φοῖνιξ [che è già presente in Omero (<em>Odissea</em>, XIV) a indicare un fenicio, abitante della Fenicia, <em>a.s.</em>]. In contesti egiziani era originariamente un piccolo uccello simile alla cutrettola d’acqua, ma le sue rappresentazioni a partire dal Medio Regno lo mostrano come un airone purpureo o come un airone grigio.[ &#8230; ] la classica leggenda della fenice, che si è arricchita nell’antichità di elementi sempre più fantastici, va considerata come la rielaborazione greca di un mito egiziano. Nella mitologia egiziana, il <em>bnw</em> era associato alla collina primordiale, la fonte di tutte le cose create, e come tale era spesso considerato la manifestazione di <em>Ra‒Atum</em>, il grande dio creatore di Eliopoli. A Eliopoli era anche associato all’albero <em>̓išd</em> sulle cui foglie secondo la leggenda erano incisi grandi eventi, come le successioni regali: un rapporto che portò alla sua connessione con il trascorrere del tempo [ &#8230;]  In Grecia la prima menzione della fenice risale al corpus esiodeo [ &#8230; ] a partire dal quinto secolo furono introdotti nella leggenda il ritorno ciclico, il colore vivace dell’uccello, la connessione con l’Arabia, la palla di mirra e il rapporto con il padre. E possibile che molto di tutto questo avesse radici in fonti egiziane, benché in esse non appaia esplicitamente. Le aggiunte successive includono in particolare l’idea che la fenice periodicamente fosse consumata nel fuoco e da esso rinascesse, e che fosse eterna, nozione accolta con entusiasmo dalla chiesa cristiana [ &#8230; ] il ciclo classico della fenice è calcolato normalmente in 500 anni»</p></blockquote>
<p> e, per quel che riguarda la presenza dell&#8217;uovo, Lloyd nota inoltre che </p>
<blockquote><p>«nella mitologia egiziana l’uovo ricorre spesso come simbolo di nascita e di rinascita. Esiste perfino una rappresentazione di un <em>bnw</em> che emerge da un uovo.»</p></blockquote>
<p>Nella lingua egiziana antica ci sono almeno una novantina di geroglifici che rappresentano uccelli diversi e un’altra ventina per le loro parti del corpo. La caratteristica dell’immagine della Fenice è che da dietro la testa dell’uccello rappresentato partono due nastri orizzontali diritti, così: <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/fenice1.gif"><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-36914" title="fenice" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/fenice1.gif" alt="" width="60" height="50" /></a></p>
<p>Ne parla, in ambiente latino, <strong>Plinio il Vecchio</strong> (Gaio Plinio Secondo, I° secolo d. C.) nella sua monumentale <em>Naturalis Historia</em>, (10.2.2, 3), ripetendo e adornando con ulteriori particolari colorati le versioni a lui pervenute (chi vuol vedere l’originale latino vada <a href="http://la.wikisource.org/wiki/Naturalis_Historia/Liber_X#2">qui</a>, al numero 2), ma io trascriverò qui soltanto la versione di <strong>Ovidio</strong> (Publio Ovidio Nasone, I° sec. a. C.) che non poteva certo trascurare l’argomento, assai interessante per le  sue <em>Metamorfosi</em>, per quella capacità unica della Fenice di autoriprodursi, oltre che per il fascino orientale delle molteplici spezie che curano il suo nido:</p>
<blockquote><p>«Tutti gli esseri viventi, comunque, traggono origine da altri;<br />
l&#8217;unico a nascere riproducendosi da sé è un uccello<br />
che gli Assiri chiamano fenice. Non di erbe o di frumento vive,<br />
ma di lacrime d&#8217;incenso e stille d&#8217;amomo,<br />
e quando giunge a cinque secoli di vita,<br />
se ne va in cima a una tremula palma e con gli artigli,<br />
col suo becco immacolato si costruisce un nido tra il fogliame.<br />
E non appena sul fondo ha steso foglie di cassia, spighe<br />
di <a href="http://www.gardencenterejea.com/fotos/productos/detalle/3330-1.jpg">nardo</a> fragrante, cannella sminuzzata e bionda mirra,<br />
vi si adagia e conclude la sua vita fra gli aromi.<br />
Allora, si dice, dal corpo paterno rinasce un piccolo<br />
di fenice, che è destinato a vivere altrettanti anni.<br />
E quando l&#8217;età gli ha dato le forze per reggere alla fatica,<br />
libera i rami sulla cima della pianta dal peso del nido,<br />
religiosamente prende con sé la culla, sepolcro del padre,<br />
e, giunto sull&#8217;alito dell&#8217;aria alla città di Iperione,<br />
davanti alle porte sacre del suo tempio la posa.»<br />
[Ovidio, <em>Metamorfosi</em>, 15, 391 ‒ 407, testo originale <a href="http://www.hs-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lsante01/Ovidius/ovi_me15.html#02">qui</a>]</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">
<p>Lo stesso mito torna, come dicevo, in ambienti diversi, come quello cinese, di cui dirò nella prossima puntata. </p>
<p>La fama della Fenice “<em>non istinge negli evi</em>”, direbbe Gadda: la capsula benedetta nella quale 33 minatori cileni sono stati da pochi giorni riportati alla vita si chiamava <strong>Fenix</strong>!</p>
<p>[l&#8217;immagine del nardo è stata presa dal sito: <a href="http://www.gardencenterejea.com/">http://www.gardencenterejea.com/</a>]</p>
]]></content:encoded>
					
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