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	<title>estate 2008 &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>cronache da Pechino #5 (frammenti)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2008 05:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gabriella Stanchina Il mio soggiorno in Cina sta per finire e voglio dedicare questa cronaca ad argomenti che riguardano la vita quotidiana dei cinesi. Un piccolo compendio di Pechino per frammenti. SUPERSTIZIONI: come molti sanno, i cinesi ritengono che il numero 8 sia il numero fortunato per eccellenza: le Olimpiadi cominceranno l’8/8/2008 alle 20.08. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" title="pechino5" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/pechino-5.jpg" alt="" /></p>
<p><strong>di Gabriella Stanchina</strong></p>
<p>Il mio soggiorno in Cina sta per finire e voglio dedicare questa cronaca ad argomenti che riguardano la vita quotidiana dei cinesi. Un piccolo compendio di Pechino per frammenti.</p>
<p>SUPERSTIZIONI: come molti sanno, i cinesi ritengono che il numero 8 sia il numero fortunato per eccellenza: le Olimpiadi cominceranno l’8/8/2008 alle 20.08. Il 13 e il 4 portano sfortuna (l’ideogramma del numero 4 si legge come &#8220;si&#8221; che può anche significare &#8220;morte&#8221;). Non sapevo quanto queste superstizioni impregnassero la vita dei cinesi, ma qualcosa mi tormentava sempre nell’inconscio quando la mattina prendevo l’ascensore per scendere a colazione. Un giorno ho osservato con attenzione la pulsantiera: mancavano il quarto, il tredicesimo e il quattordicesimo piano. Sono scesa e ho controllato le camere: le stanze il cui numero termina per 4 o 13 semplicemente non esistono. Lo scrittore argentino Cortazar ha scritto un bel racconto su una stanza d’albergo fantasma da cui un ospite sente provenire l’insistente pianto di un neonato. Peccato, mi ha rubato l’idea.<br />
<span id="more-7954"></span><br />
LIBRERIE: Le librerie più grandi, a 6 o 8 piani si trovano nei quartieri commerciali di Wangfujing e Xidan. Salendo con la scala mobile ho ammirato la vasta distesa dei libri di narrativa e ho pensato alla frase di Borges che in età avanzata e ormai quasi cieco fu nominato direttore della Biblioteca di Buenos Aires. Borges commentava &#8220;la stupefacente ironia degli dei, che mi hanno dato in un solo colpo tutti i libri del mondo e la cecità&#8221;. Io ho meditato sullo strano umorismo degli dei che ci hanno dato insieme uno sterminato numero di libri e una babele di lingue che ce li rende indecifrabili. Analizzando lo spazio dedicato a ogni settore della libreria, si direbbe che tre siano gli argomenti più ricercati dai lettori di Pechino: le arti visive (innumerevoli libri di pitture tradizionali, modelli per la pittura ad acquarello e per la calligrafia), il miglioramento di sé (molto tradotti i libri inglesi di self-improvement tipo &#8220;Brodo caldo per l’anima&#8221; o &#8220;Gestisci le tue sconfitte&#8221;) e lo studio della lingua inglese. Peccato che il vasto spazio dedicato ai corsi di lingua inglese non sia proporzionale alla diffusione della lingua. A Pechino pochi sono in grado di esprimersi in inglese, e si tratta generalmente degli addetti alla reception degli hotel internazionali o delle compagnie aeree. È totalmente assente quella fascia di popolazione che nei paesi occidentali sa formulare qualche semplice concetto in inglese, magari adiuvato dalla lingua dei segni, e aiutare così il turista in difficoltà. Quando migliaia di occidentali si riverseranno su Pechino per le Olimpiadi troveranno ben poche persone in grado di comprenderli, e nei ristoranti quasi nessun menù in inglese. Il governo cinese lo sa bene e con spot televisivi invita la popolazione a imparare almeno la lingua universale del sorriso.</p>
<p>TRASPORTI: la metropolitana di Pechino è stata rinnovata da poco. I lavori fervono per costruire nuove linee che entro agosto dovranno collegare la città con l’aeroporto e il Villaggio Olimpico. Il biglietto è una tessera magnetica valida solo per partire dalla stazione in cui è stato emesso. Lettori ottici all’ingresso aprono i tornelli. All’uscita la tessera va inserita in un’altra fessura, c’è quindi un duplice controllo. Durante il viaggio si può ammirare la pubblicità: sulle pareti delle gallerie sono disposti centinaia di schermi che mostrano le immagini in successione. È una sorta di meta-cinema: il filmato è scomposto in quadri fissi che il movimento del treno permette di ricomporre. Gli autobus sono affollatissimi. I cinesi in attesa alla fermata sembrano una folla pacifica e concentrata. Appena l’autobus arriva la folla si trasforma in un groviglio di mani avvinghiate, di pugni stretti, di corpi protrudenti, di visi paonazzi per la fatica della battaglia. Guardandoli con la calma dello spettatore che assiste al naufragio ricordano la statua di Laocoonte che lotta con i serpenti. E in effetti non si può fare altro che guardare, se si vuole avere salva la vita, poi salire per ultimi abbandonando ogni speranza di trovare un posto in cui sedersi. Il viaggio in autobus però riserva dei piaceri inattesi: davanti agli occhi scorre la vera Pechino, quella delle baraccopoli dei contadini appena immigrati dalle aride zone rurali in cerca di un futuro, quella dei risciò dalle forme dettate da una sfrenata fantasia (alcuni sistemano i turisti in cubicoli verde militare che ricordano le torrette dei carri armati sovietici. Dei biondi occidentali mi guardano tristemente dagli oblò), quella delle biciclette ormai quasi sulla via del tramonto come mezzo di spostamento ma ancora utilissime per trainare carretti pericolanti e stracolmi di cartoni e bottiglie di plastica da vendere alle aziende di riciclaggio. A un semaforo ci fermiamo accanto a un altro autobus. Dai finestrini vedo un’anziana donna che, in piedi (ho notato che nonostante la cultura confuciana spesso non si usa cedere il posto agli anziani. Chi ha guadagnato un posto nella perigliosa battaglia se lo tiene ben stretto) occupa il tempo leggendo avidamente un libro. Mi chino per cercare di leggerne il titolo, la donna mi vede e alza la copertina verso di me sorridendo. È un libro di poesie, con un bell’acquarello di peonie sulla copertina. Un istante, e l’autobus riparte. Ci salutiamo, assorellate nel naufragio. Quasi ogni abitante di Pechino ormai possiede l’automobile: lo smog è tanto saturo e denso che spesso è difficile scorgere un palazzo poco distante. In questi giorni ha piovuto molto e violentemente. Strano, dicono gli abitanti di Pechino, in questa stagione non accade quasi mai. È evidente, congetturano, che il governo sta sparando sulle nubi per far piovere nella speranza di abbassare la soglia di inquinamento prima delle Olimpiadi. Misura inutile: il giorno dopo volute di smog trasformano il sole in un pallido astro perlaceo. Restano gli ascensori. Che dirne? Una legge occidentale della fisica recita che dove c’è un corpo non ce ne può stare un altro. La legge cinese degli ascensori evidentemente recita che laddove ci sono cinquanta corpi, ce ne possono stare comodamente altri venti. Per fortuna, grazie alle superstizioni, dal piano 12 si sale immediatamente al piano 15 e l’anima ha un po’ di respiro.</p>
<p>TERZA ETÀ: grazie alla politica del figlio unico, sarà sempre più difficile in futuro per i pochi giovani sostenere con il proprio lavoro il sistema pensionistico. Gli anziani di Pechino non sembrano per il momento curarsene. Seduti su sgabelli, giocano a carte o a dama cinese sui marciapiedi, cantano arie dell’Opera di Pechino davanti a un pubblico improvvisato, oppure, nel grande parco di Beihai tracciano evanescenti ideogrammi sul terreno aiutandosi con un grande pennello a spugna e un secchio d’acqua. Lo fanno per esercitare la calligrafia e la memoria, una sorta di Sudoku cinese. Le donne anziane invece usano altre strategie contro la temuta demenza senile. Un giorno, uscendo dalla stazione della metropolitana sono stata attirata da un martellante fragore di tamburi. In uno spiazzo davanti alla Bank of China un folto gruppo di attempate signore, con t-shirt azzurra di ordinanza, danzava una coreografia ritmica, aiutandosi con un ventaglio e dei fazzoletti multicolori. Qui lo chiamano yangge, e per molte anziane è un irrinunciabile appuntamento serale. Più avanti un altro gruppo accompagnato da tamburi, gong e una signora con fisarmonica, danzava e marciava davanti a un Kentucky Fried Chicken. Totalmente immerse nella loro fusione ritmica, non notavano neppure i passanti costretti a spostarsi sulla strada per superarle.</p>
<p>VUOTO: Il vuoto, scrive Laozi, è il fondamento di ogni cosa. È il vuoto al centro della ruota che la fa girare, ed è il vuoto a rendere la brocca utilizzabile. Tutte le arti cinesi sembrano affascinate dal vuoto e dall’assenza. Nell’arte raffinatissima del ritaglio della carta le forbici aprono nel foglio rosso dei piccoli squarci, dei profili, delle seghettature che alludono a una figura, spesso molto complessa, come l’ombra traccia il profilo di un corpo. Nell’arte dei nodi, citata anche dal Daodejing, le corde di seta si piegano e si inanellano laboriosamente intrecciandosi attraverso tutte le cavità possibili. Nell’Opera di Pechino la cantante recita avendo alle spalle una scenografia ridottissima, spesso solo un tavolo e due poltrone. Quanto è diverso dagli allestimenti spettacolari dell’opera lirica occidentale! Eppure, attraverso gesti codificati da millenni, suggerisce degli spazi, accarezza immaginarie pareti, spalanca finestre inesistenti, genera un intero universo richiamandolo dal vuoto e dal silenzio.</p>
<p>CANI: Il distretto di Chaoyangmen in cui mi trovo è collocato nel primo anello, quello del centro storico, in cui è permesso possedere solo cani di piccola taglia. La sera le strade di Chaomen Dajie diventano il paradiso esclusivo dei volpini di Pomerania, dei pechinesi e dei bichon frisè. Amatissimi e ben curati dai loro padroni, ricalcano il modello dei cani-leone dei palazzi imperiali: per esaltare la vaporosità del pelo sembra vengano sottoposti a numerosi lavaggi quotidiani. La sera, come piumini di cipria elettrici e irrequieti, annusano in ogni angolo il tripudio di spezie e odori che è Pechino, e si abbandonano con gioia alle coccole, in mandarino e anche in italiano. Questo mi fa ricordare ciò che amo dei cani: la loro essenzialità. Nessun luogo è straniero dove c’è una carezza. Un cinese che trovi un cane sulla soglia della propria casa, lo adotterà immediatamente, in quanto foriero di ricchezza. Un gatto porta miseria, dice il proverbio, un cane porta prosperità e fortuna. Sul China Daily appaiono fotografie di superstiti dello spaventoso terremoto che ha devastato il Sichuan. Camminano tra le rovine, tenendo in braccio i cani che, fuggiti dalla distruzione, si sono rifugiati davanti alle loro tende.</p>
<p>Sullo stesso numero del giornale un cane di Xi’an di nome DouDou è esaltato come esempio per tutti i cinesi. Grazie alla sua abitudine di perlustrare la città e riportare a casa tutte le bottiglie di plastica vuote, il suo padrone ha deciso di avviare una piccola attività di riciclaggio dei rifiuti che gli ha permesso di acquistare cibo più costoso per il suo cane. E così,<br />
declama propagandisticamente il China Daily, con quello sprezzo del ridicolo che solo i governi autoritari sanno avere, il cane DouDou &#8220;con il suo forte spirito imprenditoriale, ha migliorato le proprie condizioni di vita&#8221;. Un eroe del nuovo capitalismo, in forma aneddotica e oleografica.</p>
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		<title>cronache da Pechino #3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Oct 2008 07:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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<p><strong>di Gabriella Stanchina</strong></p>
<p>Domenica ho visitato il Palazzo d’Estate, la residenza estiva dell’Imperatore. È un luogo di stupefacente bellezza, simile alle antiche miniature indiane e persiane che raffigurano il paradiso. Da una collina verde di pini e cipressi punteggiata di padiglioni e templi si scende verso l’armonioso e vasto abbraccio di un immenso lago, che da solo occupa i tre quarti della superficie del parco. Lungo il lago, attraversato da traghetti a forma di dragone, isole e pagode sono collegate da candidi ponti dalle ardite curvature. Sul lungolago un corridoio a colonnato unisce palazzi e giardini nascosti, rocce dalle forme suggestive e una gigantesca nave di marmo screziato fatta scolpire e adagiare sull’acqua dall’avida imperatrice Cixi. Ho sostato a lungo in cima alla collina contemplando il Padiglione della Fragranza del Buddha. Edificato per ospitare una statua di tre metri in bronzo dorato della dea della compassione Kuanyin, il padiglione sorge su tre piani coperti dalle caratteristiche tegole cilindriche giallo oro e sostenuti da un gioco di colonne e architravi in legno. Ogni più piccolo elemento architettonico è dipinto a colori vivaci, blu cobalto, rosso, verde, intarsiati in un’infinita fioritura di forme geometriche, cornici, fiori e draghi.<br />
<span id="more-7949"></span></p>
<p>Ammirando questo arazzo sviluppato in tre dimensioni, non ho potuto fare a meno di pensare che avevo visto in Iran, nella Moschea blu di Isfahan la stessa esuberanza decorativa. Si percepisce tuttavia una differenza profonda, che non può risiedere solo nel fatto che la decorazione persiana è essenzialmente calligrafica, perchè l’Islam generalmente proibisce la rappresentazione figurativa. C’era qualcosa che mi suggeriva un sentimento incomparabile, un diverso modo di dimorare l’universo, di stare in agio nella vita. In Iran ho avuto l’impressione che l’ornamento, quelle volute curvilinee, morbide o taglienti di segni, quegli incastri geometrici di stelle volessero produrre una sorta di vertigine da saturazione dello sguardo. Come non pensare alla Moschea di Cordova, con la sua foresta di colonne, labirinto di linee concave e convesse che si perde nel buio? Lì la finalità è quella di produrre una sensazione di disorientamento, smarrimento, dismisura di fronte all’indicibilità e immensità sovrumana di Allah. Le decorazioni smaterializzano lo spazio, come le muqarnas, le volte ad alveare inscrivono il vuoto nella pietra porosa. Tutto indica, fa segno, verso un’altra dimensione che si afferma sfumando, cancellando per condensazione e ripetizione ipnotica quella terrena. Qui, nel Padiglione della Fragranza, il decorativismo estremo appaga e dà gioia allo sguardo, lo trattiene nell’immanenza del mondo. Le architravi dai vivacissimi colori sono la materia coltivata, fatta giardino. Lo spazio germina, fiorisce per intima forza, persino le nuvole con il loro dinamismo spiraliforme, sono energia palpabile, le loro creste hanno la curva delicata del seno di una dea. Tutto ispira a restare, a dimorare in questa terra, a prolungare la vita per godere della radiosità multiforme che traluce da ogni cosa e benedice ogni forma, anche la più umile e feriale.</p>
<p>La più bella costruzione del Palazzo d’Estate è certamente il Chang Lang, il Lungo Corridoio. Si tratta di un corridoio coperto, aperto sui due lati e intervallato da colonne rosse. per tutta la lunghezza dei suoi 720 metri si possono ammirare le cornici e architravi dipinte con paesaggi lacustri e montani, vedute del Palazzo d’Estate che replica se stesso a ogni passaggio di dimensione, frutta, fiori, animali, insetti, fiabe tradizionali cinesi, passatempi di cortigiane. Gli ignoti artisti hanno riprodotto con stupefacente precisione ogni minuscolo essere, senza trascurare né disprezzare nulla: gli scarabei stercorari e il mazzo di rape non sono tracciati con minore attenzione e amore del pettirosso sul ramo di pesco fiorito o della longilinea concubina nelle sue ricche vesti ricamate. Si intuisce un’educazione lunga e meticolosa dello sguardo: si vuole cogliere l’istante della massima espressività del reale. Il gatto acquattato nell’erba, la pupilla affilata e le vibrisse tese, sembra sul punto di scattare agilmente verso la preda, lo sguardo del cardellino che scruta il cielo invisibile dal ramo nodoso, una contorta linea di nero inchiostro, ci fa sentire il profumo della neve imminente.</p>
<p>Nella pittura classica occidentale le raffigurazioni della natura erano considerate esercizi di raffinato stile, come le nature morte, o disprezzate come oggetti non degni di considerazione. La pittura è un processo materiale; i colori che dall’Oriente arrivavano ai mercati di Venezia erano estremamente cari e un pittore non poteva sprecare le tinte preziose se non per soggetti che gli fossero stati commissionati da ricchi e influenti mecenati, e il soggetto era quasi sempre religioso. Ma negli sfondi paesaggistici, oppure in basso, vicino al terreno, dove lo sguardo non era attratto, era tutto un pullulare di piante dalle foglie finemente cesellate, di fiori, di cagnolini intenti a divorare le briciole dei banchetti, di frutti meravigliosi e di uccelli. Anche gli artisti occidentali cercavano la rappresentazione dell’immanenza, ma la rivelavano solo a uno sguardo periferico, o la trasmutavano in forme sfocate o fantastiche. Qui il fragile arricciarsi del petalo di una peonia, le chele di due granchi sfuggiti a una rete a canestro, lo scoiattolo che si protende verso una bacca purpurea sono più reali del reale. Quando ci voltiamo a guardare distratti un passero che si posa fremente sul tetto giallo di un padiglione, non ricordiamo più se stiamo ammirando la realtà o un dipinto.</p>
<p>Nel Palazzo d’Estate c’è un itinerario fra grotte, rocce, minuscole pagode e scalinate scavate nella pietra chiamato &#8220;Passeggiata dentro un dipinto&#8221;. In effetti ho visto questo paesaggio, con la montagna rocciosa, i cipressi scabri e ritorti, i padiglioni e il viandante che si inerpica sulle ripide e ricurve gradinate, rappresentati molte volte in pitture, ma soprattutto intagliati in blocchi di giada o riprodotti assecondando le venature ruvide di una pietra. È tipico delle civiltà più raffinate giocare a confondere la realtà e la sua rappresentazione pittorica o scritturale. Qui non è il dipinto a riprodurre un paesaggio, ma il paesaggio ad essere conformato in forma di dipinto. Chi cammina tra le rocce si immagina osservato, fatto figura. È come un origami: la realtà si ripiega nella sua immagine, dentro cui si annida per segrete pieghe una realtà più piccola che custodisce ancora una minuscola immagine, all’infinito. Così i tanti giardini del Palazzo d’Estate che con i loro corridoi dipinti, i padiglioni in miniatura, gli stagni coperti di loti riproducono il Palazzo intero ci ricordano perchè sia stata coniata l’espressione &#8220;scatole cinesi&#8221;. Ricordo una storia tradizionale cinese: un pittore dipinse per la camera da letto dell’Imperatore una cascata della sua terra natia. Il giorno dopo l’Imperatore lo fece chiamare per chiedergli di cancellare la cascata. Per quale motivo? chiese il pittore. Il suo fragore non mi ha fatto dormire per tutta la notte, rispose il sovrano.</p>
<p>Un’ultima cosa: ho notato che nei palazzi e giardini cinesi è impossibile perdersi. Ovunque si arrivi, nella teoria infinita dei cortili e dei colonnati, ci sono strade, passaggi, curve che ti riconducono in ogni altro luogo. Qui non ci sono gli Holzwege di heideggeriana memoria, i sentieri che si perdono nel bosco. Negli itinerari dei palazzi e giardini occidentali prevale il paradigma temporale: ci si muove in una direzione, dall’origine allo scopo. Tornare sui propri passi è perdita e frustrazione e avviene solo negli spazi ben delimitati di un labirinto. La freccia del tempo segna la concezione drammatica, agonistica della vita. Qui prevale il modello spaziale: tutto conduce a tutto, ogni cosa contiene tutte le altre, da una prospettiva diversa è aperta sull’intero, come la rete di Indra fatta di infinite perle che si rispecchiano vicendevolmente.</p>
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		<title>cronache da Pechino #2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2008 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[città proibita]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[estate 2008]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-7857" title="pechino21" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/pechino21-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></p>
<p><strong>di Gabriella Stanchina</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Oggi, sotto una pioggia battente, ho visitato la Città Proibita. Ho camminato ininterrottamente per sette ore per coprire i suoi 720.000 metri quadrati e scrutare dalle grate di legno nell’interno di alcuni dei suoi 890 palazzi. È un’esperienza difficile da descrivere e del resto credo che l’intenzione di coloro che nel  tempo costruirono e ampliarono questa città fosse proprio quello di sottrarla al dominio della parola. Indicibile per vastità o per complessità?<br />
Nei primi due giorni che ho trascorso a Pechino ho sperimentato un disagio che non avevo mai conosciuto durante i miei viaggi precedenti. Io amo soggiornare nelle metropoli: mi sono sentita abbracciata da Parigi, nelle strade di Toronto ho trovato familiarità e calore, come se le città fossero diapason che risuonano appena<br />
sfiorate, consonanti al mio più intimo sentire. Ritenevo perciò che anche Pechino, nel rispetto delle proporzioni, e con un più lento ritmo di adattamento, avrebbe risposto al mio sguardo con un volto riconoscibile. Invece, Pechino mi ha sopraffatta.</p>
<p><span id="more-7856"></span></p>
<p>I primi due giorni, terminate le cinque ore quotidiane di lezione, finivo sempre per ritrovarmi chiusa nella mia stanza d’albergo, assediata da un’ostilità ignota e silenziosa. Pechino mi rifiutava, con le pareti levigate e refrattarie dei suoi grattacieli, con il freddo lucore delle sue insegne, con la sua ostentata dismisura. Mi sono sempre sentita una cartografa di città, versatile nel mappare interiormente le strade che percorrevo, costruendo una mia personale geografia di suoni, odori, emozioni, soliloqui. Non era una questione di dimensioni: di Pechino mi sfuggiva la forma, la figura, la legge interiore che fa di ogni città un organismo vivente e dinamico. Guardando dalla finestra della mia stanza vedevo, incorniciato e minacciato dagli angoli taglienti e nitidi di tre grattacieli, un tiglio sopravvissuto in un’aiuola periferica. Lo guardavo verdeggiare inconsapevolmente, con la sua statura resa minuscola e risibile dall’ingegno dell’uomo e mi sentivo sorella in ogni intima fibra di quell’albero solitario, trapiantato in uno spazio e in un tempo ostili all’umile ciclicità delle stagioni, tra volumi impenetrabili e distanti, un Edipo smarrito lungo una via fiancheggiata da Sfingi bronzee e colossali.</p>
<p>Poi ho finalmente deciso di iniziare la mia opera di esplorazione e mi sono avventurata oltre le rumorose quattro corsie della Chaoyangmen Dajie, lasciandomi guidare dall’istinto, non esitando a deviare verso vie più raccolte, quartieri non segnati nella mappa. E sono entrata in un mondo dentro il mondo, fatto di case di cemento con le finestre chiuse da inferriate sporgenti simili a gabbiette per grilli, di vicoli contorti, di ristoranti improvvisati con i tavolini che dilagano disordinatamente oltre il marciapiede, di fili di lanterne e risate che sfidano il buio di vie senza lampioni, di baracche di lamiera coperte di vecchie ramazze di saggina dove uomini riparano i telai di scalcinate biciclette, di assorti filosofi viandanti che seduti a terra, con una scacchiera precariamente disegnata su un foglio di cartone da imballaggio, riflettono, la mano sotto il mento, osservando le pedine, meditando e scartando strategie per loro certo non più futili di quelle dell’Arte della guerra di Sun Tzu.</p>
<p>Mi sono avvicinata a quello che credevo essere un piccolo parco giochi per bambini. Si trattava in realtà di un assemblaggio di veri e propri strumenti da palestra: un cartello raccomandava a malati di cuore e ipertesi di non cimentarsi nella ginnastica senza il permesso del medico e agli osservatori di stare a giusta distanza dai ginnasti. In realtà nel parco c’erano solo tre donne sulla sessantina con quegli abiti a fiori che Anna Magnani indossava nei film del dopoguerra. Una di loro si è messa a provare dei passi di una danza folkloristica, canticchiando a bassa voce, poi mi ha visto, mi ha indicato alle amiche e il saggio di danza è finito in una risata collettiva. Io ho applaudito loro. Loro hanno applaudito me. Mi sono allontanata tra le piccole rivendite di bibite e sigarette con le porte a perline e i negozi di parrucchiera con gli asciugamani messi ad asciugare fuori su stenditoi ripiegabili e arrugginiti. È stato allora che credo di avere cominciato a capire.</p>
<p>Una megalopoli asiatica in espansione non è semplicemente una riproduzione smisuratamente dilatata delle metropoli occidentali. Toronto è uno spazio quadrettato, organizzato dentro stabili confini. Nulla in esso è nascosto, se non il privato delle vite individuali. Pechino si incava, si ramifica dentro se stessa, riproducendosi in misure sempre più piccole e più intricate. Non è uno spazio: è un unico bordo, una linea che continua a gemmare nicchie interiori. Pechino è un frattale, come l’insieme di Mandelbrot, come i fiocchi di neve e i profili delle coste sabbiose, come la forma delle nubi. Non ti ci devi collocare con un adeguato contratto d’affitto tracciando intorno a te i confini invalicabili di ciò che ti è proprio: ci nasci dentro, ci accadi dentro e la città continua a germogliartisi intorno, a crescere, a incurvarsi.</p>
<p>Anche la Città Proibita è così, con la sua struttura è quasi l’Idea di ciò che Pechino è stata ed è destinata ad essere.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-7858" title="pechino2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/pechino2-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></p>
<p>Da una parte la Città maschile, i padiglioni rossi dai tetti scanalati d’oro, i troni inaccessibili, le scalinate di marmo da cui i messaggeri, portando dispacci dai confini dell’Impero, dovevano tenersi lontani dieci passi, gli sterminati cortili che sembrano allargare lo spazio per far obliare l’orizzonte e arrestare il tempo. Incutere timore e stupefazione, portare sulla terra il vasto silenzio sovrumano della volta del cielo. Lo spazio del potere, dei palazzi dai nomi altisonanti, purezza celeste e perfetta armonia, dove l’imperatore officiava l’unione e il muto rispecchiamento della terra e del cielo, luogo trasmutato in simbolo. Il suo emblema? La lastra di pietra scolpita con figure di draghi e onde posta obliquamente al centro della scalinata del padiglione principale: lunga 17 metri, larga tre e spessa un metro e mezzo, è stata ricavata da un unico blocco di pietra estratto da una cava nel nord della Cina. Non vi erano i mezzi all’epoca per trasportare le sue 200 tonnellate. Così sono stati scavati e riempiti pozzi ogni 800 metri lungo tutto il percorso. D’inverno ne sono stati estratti i cilindri di ghiaccio ed è stata creata una pista di ghiaccio su cui far scivolare la lastra fino al Palazzo dell’Imperatore. O la montagna di giada conservata nel Museo dei Palazzi Orientali: un cristallo di giada screziata alto due metri e mezzo per cinque tonnellate. Partendo da una provincia lontana, fu trasportato a Pechino su un carro trainato da cento cavalli e spinto da un migliaio di uomini. Lungo il percorso si dovettero affrontare passi montani, e furono costruite strade, e attraversare fiumi, e furono gettati ponti. La Montagna di giada impiegò tre anni ad arrivare nella Città Proibita e da lì fu spedita a sud per ordine dell’Imperatore, affinché esperti intagliatori la scolpissero riproducendo un dipinto caro al sovrano che raffigurava la leggenda di Dao Yu che addomestica le acque. Servirono sei anni perchè il capolavoro smisurato potesse varcare le porte della Città Proibita.</p>
<p>Poi c’è la Città delle donne:  il quartiere occidentale dell’imperatrice e delle concubine. Qui lo spazio si ripiega come i petali di un crisantemo: stradine, muri rossi con draghi e fiori in maiolica verde, paraventi e finestre di carta di riso, piccoli cortili con sofore dai tronchi contorti come artigli. Ogni cosa qui era segno distintivo: ogni concubina aveva un posto preciso nella gerarchia e le spettavano mobili, oggetti e monili che fossero indizio del suo rango: le corone potevano portare da tre a nove fenici di lapislazzuli, i bassi tavolini su cui scrivere poesie o giocare a dama essere orlati di oro, argento o semplice ferro, gli scettri gemmati sostituirsi alle borsette di seta ricamata, i piatti essere di porcellana gialla con draghi verdi, o bianchi con draghi rossi e infinite altre variazioni di colore scendendo nelle diramazioni senza chiaro confine della gerarchia. Su un libro di pannelli di bronzo era riportata la storia della dama, le sue gestazioni, la sua ascesa o caduta in disgrazia, le mille minute variazioni di stato, i gradienti sottili per cui si poteva dare o togliere con tattica e sotterfugi la vita.</p>
<p>Il simbolo di questa città che voleva farsi sempre più minuscola e di complessità infinita sono forse le pietre lacustri accumulate nel Giardino Imperiale a formare vere e proprie montagne artificiali con belvederi. Di consistenza simile al tufo, perforate ed erose, permettevano all’immaginazione di ravvisare nelle sue incavature e protrusioni le figure dei dodici animali zodiacali o di mille altri impredicibili volti. O forse anche i cipressi profumatissimi, con i loro tronchi attorti a spirale, spesso intrecciati tra loro a simulare accoppiamenti nuziali, o gli alvei tortuosi scavati nei pavimenti dei padiglioni perché l’acqua, scendendo, dalle rocce vi scorresse portando con sé per gioco le coppe di vino mentre concubine e funzionari ascoltavano musica di cetre o componevano poesie. Uno spazio claustrale, un dentro senza nessun fuori, un labirinto di gloria o perdizione che non promette vie di fuga, che fa lentamente dimenticare, per ipnosi sottile, l’esistenza di un mondo fuori. Vi ho restituito piccoli frammenti di questa esperienza per me indicibile da una Pechino liquefatta, con i suoi grattacieli avveniristici avvolti nella nebbia che divora margini e parole.</p>
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		<title>cronache da Pechino #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Sep 2008 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Dongyuemiao]]></category>
		<category><![CDATA[estate 2008]]></category>
		<category><![CDATA[gabriella stanchina]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gabriella Stanchina Oggi ho visitato il Dongyuemiao, uno dei più grandi templi taoisti della Cina. Il tempio è costituito da una vasta successione di padiglioni e cortili, circondati da bassi edifici rossi a due piani, una sorta di chiostri. Salendo al secondo piano, tra grate di legno laccato e lanterne la vista spazia su [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/127437548_vqvwy-m-300x200.jpg" alt="" title="Dongyuemiao" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-7965" /></p>
<p><strong>di Gabriella Stanchina</strong></p>
<p>Oggi ho visitato il Dongyuemiao, uno dei più grandi templi taoisti della Cina.</p>
<p>Il tempio è costituito da una vasta successione di padiglioni e cortili, circondati da bassi edifici rossi a due piani, una sorta di chiostri. Salendo al secondo piano, tra grate di legno laccato e lanterne la vista spazia su un oceano pietrificato di tetti a pagoda, onde schiumanti dell’alterno corso del destino. Ai quattro lati dei cortili coperti di finissima ghiaia crescono alberi antichissimi. Alcuni di questi sono oggetto di culto, come anziani sapienti: centinaia di tavolette di preghiera esondano intorno a loro, dei pali verdi e azzurri verticali e orizzontali, si incrociano per sostenerne il tronco obliquo e innervato di rughe, si incurvano dolcemente sotto il legno che lentamente li divora, inglobandoli come radici aeree: splendida immagine dell’armonia compassionevole tra l’uomo e l’ambiente naturale.</p>
<p>I cortili sono ricolmi di tavole taoiste: enormi steli di pietra su cui famosi calligrafi e imperatori dell’antichità hanno inciso le loro preghiere. Dietro le steli la roccia mi sembrava stranamente scabra, mi sono avvicinata e ho visto che era cesellata da un arazzo fittissimo di migliaia di ideogrammi. Tartarughe dal volto di leone le sostengono, sopra di esse si attorcigliano draghi dai barbigli fiammeggianti e volute di nubi: tutto qui è in perenne mutamento, fluente e vaporoso, anche la pietra perde la sua rigidità e si fa aereo gioco di superficie. Le bandiere colorate con il simbolo dello yin-yang ricordano che la trasformazione e l’alternarsi degli opposti è la legge della vita e dell’universo. Un ponticello conduce al tempio del dio della montagna a cui il tempio è dedicato. Ai due lati una stratificazione di migliaia di tavolette di preghiera copre le balaustre come un’edera esuberante. Si tratta di piccoli rettangoli di legno laccato di rosso, con inciso in oro il disegno di una fenice e una breve preghiera: uno spazio è lasciato libero per scrivere il nome del fedele che chiede aiuto. Dalle tavolette pendono frange di fili scarlatti annodate secondo l’antica arte cinese: sfiorando le tavolette si leva un delicato tintinnio di xilofono e fili oro e scarlatti fluttuano nella brezza leggera.<br />
<span id="more-7938"></span><br />
A custodire il tempio ci sono due statue dipinte di circa due metri e mezzo di altezza: i volti contratti in una smorfia furente, coperti di un’armatura, sono il generale Drago e il generale Tigre, i custodi delle dimore celesti, pronti a uccidere il nemico con un raggio di luce bianchissima o un soffio dorato. Nel tempio la gigantesca statua dorata del dio è parzialmente visibile nell’ombra: una rete d’oro ne copre il volto, aumentando la severità altera dello sguardo che vi traluce. Davanti c’è un altare con delle offerte di frutta e ciotole di the e un cuscino di seta gialla dove due ragazze cinesi appena arrivate con la loro guida si inginocchiano. Un monaco taoista sottolinea con il suono grave di un piccolo gong le tre prosternazioni rituali. All’esterno, in un braciere pieno di sabbia, bastoncini di incenso viola fumigano con una fragranza amara.</p>
<p>Avvicinandomi alle nicchie dei chiostri non posso reprimere il mio stupore: ognuna di esse è concepita come una stanza in fondo alla quale troneggia uno degli sterminati dei del pantheon taoista, ai lati delle statue a grandezza umana, di una verosimiglianza inquietante, danno corpo ai valori che il dio esprime. La religione taoista è puro pragmatismo: qui non vi è spazio per estasi e misticismo. Non vi è separazione tra mondo e idea, tra carne e forma, tra terra e cielo. Il cielo è solo organizzazione e figura del mondo terreno: insieme trionfano, insieme si perdono. La rappresentazione che i cinesi del 1300 si fanno del soprannaturale è mutuata dal sistema feudale (matrice dell’attuale burocrazia). Ogni dio presiede a un dipartimento, e la stanza raffigura il dipartimento celeste. Sono deliziata nel leggere i nomi dei dipartimenti, che mostrano come il fine del desiderio del credente non sia il ritorno a una patria celeste, ma longevità, ricchezza e fortuna in questa vita. Poi vi saranno migliaia di altre vite, determinate dai meriti e dalle retribuzioni. È un sistema non metafisico, ma etico ed ecologico insieme: una stessa legge prescrive le azioni corrette agli uomini e fa germogliare la vita senziente.</p>
<p>C’è il dipartimento preposto alla giusta retribuzione dei meriti, quello della scelta del destino, quello del riscatto dei condannati ingiustamente (le statue mostrano cadaveri pallidi e straziati con il cappio al collo, decapitati, uomini coperti di piaghe, demoni con mazze ferrate li accompagnano), quello del mantenimento della pietà filiale (statua di una figlia che sorregge l’anziana madre), quello della repressione dei comportamenti osceni (statue di prostitute che mostrano il seno e anziani uomini con ghigni lascivi), quello della liberazione degli animali in cattività (una giovane donna si piega a liberare il cerbiatto che tiene in grembo), quello dell’amministrazione delle città, quello della salvezza degli esseri senzienti (uomini trattengono conigli per le orecchie o maiali e si arrestano intimoriti prima di affondare il coltello alzato nelle loro gole), quello della ratificazione e firma dei documenti (i meriti e le colpe vanno attestati, siamo nella civiltà della scrittura! E i defunti devono destreggiarsi fra tribunali, corti, uffici kafkiani), quello dei demoni (contemplo affascinata le figure mostruose di ogni colore, le bocche rigonfie di zanne piegate in un sardonico sorriso), quello dei morti vaganti (suicidi, morti in battaglia senza vendetta, morti bruciati, avvelenati o affogati, tutte morti dovute a cattive azioni precedenti che condannano i defunti a vagare tra i regni.</p>
<p>I morti sono bluastri, stravolti, laceri, con le braccia protese in avanti e lo sguardo spento, non sfigurerebbero come figuranti nel video di Thriller o in qualsiasi horror occidentale), quello della ricchezza ottenuta lecitamente stabilendo equi rapporti commerciali con la concorrenza (il dipartimento celeste si chiama proprio così e dimostra che il capitalismo in Cina è arrivato, nelle menti, da almeno settecento anni!). C’è il dipartimento dei volatili (la loro morte prematura è segno infausto di un cattivo rapporto tra l’uomo e l’ambiente. le statue raffigurano uomini con gabbie di canarini o falchi sulle spalle, altri porgono cibo a pettirossi e rondini), quello della scoperta della reale intenzione dietro le buone azioni (ricchi mandarini depongono ipocritamente piccoli oboli nelle mani di mendicanti), quello dei mammiferi (uomini con grotteschi volti di tigri, gatti, ruminanti, cervi con alti palchi di corna), quello degli animali acquatici (figure con volti di pesci e rane, una donna con una conchiglia per capelli e corna di lumaca), quello del ritorno all’uovo (il dio regge in mano un uovo del volatile in cui si reincarnerà chi si è reso responsabile di azioni indegne dell’uomo), quello della felice discendenza (dalle ricche vesti dorate della dea e del dio escono bambini ridenti), quello dei ricorsi contro condanne a vite inferiori, quello della fortuna e longevità, il più ambito, a cui non si può accedere senza aver prima lasciato una banconota presso il dipartimento del mantenimento dei monaci, quello delle epidemie, della pioggia e siccità, della vecchiaia serena, della custodia delle porte da ladri e maldicenze, e quello infine che presiede all’amministrazione di tutta la burocrazia celeste!</p>
<p>In un altro lato del padiglione è ospitata un’esposizione di antichi gioielli. Alcuni sono aeree e fragilissime architetture di fili di ferro e fiori e farfalle fatte di scaglie di giada e turchese, li immagino vibrare e tintinnare per il rossore improvviso di una cortigiana. Fibbie e bastoncini per capelli riproducono con attenzione minuziosa e rispettosa figure per noi anomale ma propiziatrici di buona fortuna: grilli, pipistrelli, mantidi religiose, topi, scimmiette. Prima di uscire mi fermo davanti alla statua a grandezza naturale di un cavallo in porcellana bianchissima: detto &#8220;il cavallo di giada&#8221;, è ritenuto la cavalcatura degli dei. Chi lo tocca avrà viaggi sicuri: lo accarezzo sulle froge immacolate. Un sipario di seta dorata incornicia la nicchia d’ombra del dio della montagna. Preziosamente ricamati vi scorgo i simboli taoisti: fenici, faretre, nodi sacri, una coppia di anatre mandarine e gli onnipresenti draghi spiraliformi. Tutto ha vividi, accesi colori: architetture di legno laccato, statue e stoffe cerimoniali sono un tripudio di blu oltremare, porpora, oro.</p>
<p>Una fila di monaci taoisti cammina in fila nei chiostri portando gong e campanelle: a ogni dipartimento si inchinano e portano il loro dono devoto di musica e incenso. Li guardo allontanarsi, lentissimi, con i manti rossi e neri, nella fuga prospettica delle colonne scarlatte. Fuori, è di nuovo il caos della Changyaomen Daje: grattacieli avveniristici, una strada a sei corsie dove corrono automobili, taxi e i sopravvissuti risciò. Nessuno sembra essersi preoccupato del contrasto con l’antica oasi di pace. Forse anche questo è frutto del Dao: la quiete dello spirito e il fragore della storia coabitano in un’alternanza di spazio e tempo in cui, misteriosamente, dimora l’armonia. </p>
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