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	<title>estetica della resistenza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Urla lanterna magica!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 07:16:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/81208.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-18746" title="81208" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/81208.jpg" alt="81208" width="595" height="333" /></a></p>
<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>«Passano donne meravigliose. Io cammino su questa zattera oblunga, dentro una rete di manifesti, di affissi, di visi, di luci; mi addentro nei labirinti di ànditi, androni, passaggi, gallerie, scorciatoie, che la contornano. Dappertutto un inconfondibile aroma di cultura centroeuropea. Io conosco le angustie economiche, gli scompensi che affliggono questo paese, risalito a stento dalla morta palude dello stalinismo. Ma mi consolo, pensando che, se non domeranno il suo ardire con striduli giri di vite, esso tornerà a reggere insieme, come uno spillone da balia, i lembi stracciati dell&#8217;Oriente e dell&#8217;Occidente. È un còmpito sovrumano, insidioso, ma forse il più lusinghiero che possa oggi offrirsi ad un popolo».<span id="more-18733"></span></p>
<p>È &#8216;Praga-presente&#8217; del 1963, come affiora nel primo tableau che Angelo Maria Ripellino esegue per «L&#8217;Europa letteraria», e adesso confluito nel volume che aduna gli articoli scritti per l&#8217;«Espresso» sui fatti della Cecoslovacchia:<em> </em><strong>L&#8217;ora di Praga</strong>, <em>Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell&#8217;Europa dell&#8217;Est (1963-1973</em>), a cura di Antonio Pane, Le Lettere, «fuoriformato», pp. 326, € 22 ,00.</p>
<p>Quei saggi d&#8221;antepace&#8217; sono i portolani delle grandi avventure formali nel fulcro del Mitteleuropa. Composti prima che i cingoli dei &#8216;fratelli soccorritori&#8217; neutralizzassero la stagione di riforme avviata da Dubček &#8211; così fasciando la provincia boema nella <em>pax sovietica</em> &#8211; essi documentano i teatrini e i cabaret d&#8217;avanguardia, le pantomime di Fialka, Holan quale «rêveur de lampe» e i rapsodi popolari, la &#8216;fattografia&#8217; di<strong> </strong>Mňačko, la satira che ride di «tutte le storture dell&#8217;età del Culto», il pubblico che si diverte «a riudire la piattezza presuntuosa delle elucubrazioni fiorite dei tirannelli di cellula, sempre in dissidio con la grammatica»; vi sono testimoniate la pittura e la scultura slovacche (in perfetta sincronia con quanto andava maturando in occidente), la Lanterna Magica, il teatro nero, in cui attori vestiti di nero muovono forme luminose su un fondo di velluto scuro; si registrano le concomitanze di multirealismo, di poesia evidenziale, di jazz: qui viene approntata una piccola enciclopedia tascabile che faceva di Praga un&#8217;avanguardia dei modelli sperimentali, dove la simbiosi di ricerca politica e artistica era alla base &#8211; con prestito dall&#8217;<em>opus magnum</em> di Peter Weiss &#8211; di un&#8217;autentica <em>Estetica della resistenza.</em> Nulla di più normale che i russi vi mandassero i carri armati.</p>
<p>Nella notte fra il 20 e il 21 agosto il mosaico va in frantumi. Ripellino, che aveva trascorso i precedenti due mesi nel Castello degli Scrittori, dove poté seguire la rinascita della democrazia (con l&#8217;abolizione della censura, il risveglio degli operai, le critiche al Patto di Varsavia), assiste all&#8217;entrata delle truppe sovietiche in città, e sarà amaramente costretto a riconoscere che «questo miscuglio asiatico di truculenze e di falsi e di minacce e di beffe e di abbracci e di parolone, si inquadra logicamente nella cornice secolare della storia russa, come se nulla fosse cambiato dalla sanguinaria e crudele epoca di Ivan il Terribile». <em>Trasformatosi in corrispondente di guerra viene chiamato a </em>leggere a vista gli eventi, a sciogliere le circonlocuzioni, poi la prassi del potere. Praga è sempre più lo scenario di un processo in cui balena l&#8217;«avvocatura trascendentale» di Kafka: è la fine del Nuovo Corso, il &#8216;socialismo dal volto umano&#8217; alla cui realizzazione egli aveva pur creduto. La parabola di questa storia, in un suo momento già non più apicale, è tutta racchiusa nella fotografia che ferma il tuffo dal trampolino di Dubček, durante l&#8217;estate del 1968 a Santovka. Rimane commovente il modo con cui Ripellino, a più riprese, sembra invitare alla resistenza, quasi voglia suggerire alla gioventù praghese d&#8217;essere «sabbia negli ingranaggi del mondo», secondo la variante tolta da un radiodramma di G. Eich, imperativo categorico e grido di battaglia del &#8217;68 tedesco. Il &#8216;semiboemo&#8217;, come amava definirsi, perde così la possibilità di ritornare nella città che fonda lo spazio poetico del suo libro più famoso. Gli amici lo consigliano di fuggire per il valico di Rozvadov, mettendosi sulla strada che porta a Norimberga. Dal &#8216;cuore della controversia&#8217;, in questi articoli per il settimanale romano, il <em>ductus </em>di Ripellino si fa più pianeggiante, il superconduttore della sua prosa, che abitualmente presenta scavallamenti nella poesia, ed è aspro e scheggiato, traboccante di fonemi animati, si raffredda per condividere una ferita aperta: il regime della scrittura attenua il sincopato jazzistico, la dizione atonale, rallenta il forsennato cabotaggio di prelievi, il sistema di dissonanze è meno discorde, l&#8217;uso pittorico degli accenti tonici verrà normalizzato. Assai diverso in ciò dal conterraneo Pizzuto, che di sé avrebbe potuto ben dire «mi spezzo ma non mi spiego», Ripellino sull&#8217;«Espresso» si spiega invece perfettamente, è di chiarezza lenticolare.</p>
<p>Sul versante creativo, nel breve spazio di due anni, è tornato nuovamente disponibile l&#8217;intero corpus poetico del &#8216;mugiko siciliano&#8217;, grazie alle reimpressioni di Einaudi e Aragno, a cui ora si aggiungono altri due volumi di cose ripelliniane, entrambi a cura di Antonio Pane: vengono dati alle stampe<strong> Solo per farsi sentire</strong>, (Mesogea, 2008, pp. 200, € 16,00) e <strong>Oltreslavia</strong><em>, scritti italiani e ispanici (1941-1976),</em> Istituto Euro Arabo di studi superiori, 2007, pp. 136.</p>
<p>Il primo riunisce le interviste e le conversazioni di Ripellino &#8211; fra cui «Sul trapezio del linguaggio», «L&#8217;arte può salvarci con ferite di gioia» e «La magia della scrittura», cruciali per comprendere questo universo retorico &#8211; e le trascrizioni della sua &#8216;viva voce&#8217;, i materiali radiofonici e televisivi ricuperati nelle Teche RAI. Alberto Arbasino scriverà di «una personalità incantatoria e assorta, abitante nel Meraviglioso e abitata dal Fantastico [&#8230;] trasognato, ispirato, esorbitante e lampeggiante, misteriale e cinetico». Dall&#8217;utensileria dei documenti messi a disposizione esce una facies modellata sugli amati Holan, Gogol&#8217;, Schwitters, Majakovskij, una costellazione di autori che spesso fu lui a presentare, nel proprio adattamento, al lettore italiano, operando una formidabile polisintesi tra le punte più avanzate delle estetiche occidentali.</p>
<p>Il secondo volume (fuori commercio, ma pronto a essere donato dall&#8217;Istituto Euro Arabo a chiunque ne faccia richiesta: <a href="iea@istitutoeuroarabo.it)" target="_blank">iea@istitutoeuroarabo.it</a>) comprende gli scritti estravaganti di italianistica e ispanistica: vi sono consegnati recensioni, ritratti, medaglioni che provano una curiosità prensile e senza limiti profonda, su Arturo Capdevila, Bécquer, Anceschi, sul petrarchismo spagnolo; è presente una «Lettera sulla cultura fonica»,  vengono consigliati libri da mettere in valigia (<em>Lontano da dove</em> di Claudio Magris, il sodale mitteleuropeo), fulminando escursioni oltre la slavistica, quel magistero a cui, suo malgrado, resterà legato per sempre: «Slavista! mi frusciano i fiumi di Piazza Navona. / Slavista! mi zufola un gazzelloni sul flauto. / Slavista! mi dice un tacchino di plastica, un gozzo di / polistirolo. / Slavista! mi beffano da un carro funebre, /gonfio come una torta con cióndoli d&#8217;oro. / Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta / farò un altro mestiere».<br />
In ultimo, sono trent&#8217;anni dalla morte di Ripellino. Anche a chi non l&#8217;ha mai sentita, quella voce manca, manca moltissimo.</p>
<p><strong>[Questo articolo è apparso su «Alias», Anno 9 &#8211; N. 47, il 29. 11. 2008.]</strong></p>
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