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	<title>ex Jugoslavia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un amaro Montenegro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Nov 2012 11:18:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[ex Jugoslavia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendić Nove vittorie su nove elezioni hanno riportato il presidente montenegrino Milo Djukanović e il suo partito democratico dei socialisti: hanno vinto tutte le elezioni politiche negli ultimi vent’anni. È un miracolo. In Europa non ci è riuscito mai nessuno. Di miracoli, il minuscolo Montenegro con appena 670.000 mila abitanti, ne ha prodotti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/14044031-carte-du-montenegro-avec-drapeau-isole-sur-blanc-300x265.jpg" alt="" title="14044031-carte-du-montenegro-avec-drapeau-isole-sur-blanc" width="300" height="265" class="alignleft size-medium wp-image-44058" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/14044031-carte-du-montenegro-avec-drapeau-isole-sur-blanc-300x265.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/14044031-carte-du-montenegro-avec-drapeau-isole-sur-blanc.jpg 401w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di<br />
<strong>Azra Nuhefendić</strong></p>
<p>Nove vittorie su nove elezioni hanno riportato il presidente montenegrino Milo Djukanović e il suo partito democratico dei socialisti: hanno vinto tutte le elezioni politiche negli ultimi vent’anni. È un miracolo. In Europa non ci è riuscito mai nessuno.<br />
Di miracoli, il minuscolo Montenegro con appena 670.000 mila abitanti, ne ha prodotti parecchi. Ad esempio, insieme alla Serbia ha partecipato a tutte le guerre balcaniche degli anni Novanta. La Serbia e i serbi si sono guadagnati l’etichetta di cattivi, mentre il Montenegro, miracolosamente, l’ha fatta franca.</p>
<p>Nel 1991 Milo Djukanović, allora primo ministro montenegrino, aveva ordinato i bombardamenti dell’antica città di Dubrovnik. Per rifarla “<em>più antica e più bella</em>”, dichiarò il capo dei serbi erzegovesi Božidar Vučurević. L’assedio e l’attacco alla città di Dubrovnik fu chiamato in Montenegro “<em>la guerra per la pace</em>”. Il quotidiano “Pobjeda” (La vittoria) di Podgorica, nell’edizione straordinaria dell’ottobre 1991, aveva scritto che il Montenegro (con la guerra) “<em>si è rilanciato nel mito e nella leggenda e ha mostrato il suo volto inconfondibile… e con orgoglio marcia di nuovo tra gli eroi, nell’eternità, nel posto che gli spetta da sempre”.</em><br />
Poi il giornale offre un ritratto dei riservisti montenegrini che, insieme alla JNA (l’Armata popolare jugoslava), bombardavano la città che fa parte del patrimonio dell’umanità: “<em>I nobili eroi dai cuori grandi, le persone care e familiari, la gente comune che nei giorni scorsi abbiamo incontrato per strada, al lavoro, all&#8217;università, ci hanno regalato esempi di dignità e di eroismo, difendendo la pace, la libertà e l&#8217;onore”.</em><br />
Vi hanno partecipato interi villaggi e famiglie al completo, informa il quotidiano.</p>
<p>Per la comunità internazionale “l’operazione Dubrovnik” fu un crimine di guerra. Infatti, l’assedio e i bombardamenti della città croata, finì con molte vittime umane ed enormi danni materiali. Una piccola parte del danno fu direttamente correlata ai combattimenti e alle operazioni militari, il resto fu il risultato dei saccheggi di massa.<br />
Una commissione internazionale ha accertato che i nobili eroi avevano rubato televisori, videoregistratori, abbigliamento, calzature, biancheria da letto, elettrodomestici, utensili, macchine agricole, automobili, diverse opere d&#8217;arte, dalle pareti delle case avevano tolto gli interruttori elettrici, strappato le piastrelle in ceramica, vasche da bagno e water. Dall’ACI Marina di Dubrovnik avevano rubato 51 yacht, e altri 171 vennero completamente distrutti. Dall&#8217;aeroporto di Cilipi hanno rubato e trasportato in Montenegro tutti i macchinari di valore, dispositivi a raggi X per il controllo del traffico, apparecchi d’illuminazione per illuminare la pista, fari, generatori, veicoli antincendio, sistemi radar, la scala mobile, ed è stato saccheggiato il duty-free. Nella valle di Konavle, nel retroterra di Dubrovnik, hanno portato via tutto il bestiame dall’allevamento di bovini, a Kupari hanno depredato tutti e sei gli hotel lasciando solo i muri nudi. Il bottino di guerra ammonta a un miliardo e mezzo di euro.</p>
<p>Era l’epoca del giornalismo patriottico. I giornalisti di tale stampo non erano meno eroici dei riservisti. Uno di questi, il montenegrino Nebojša Jevrić, si era fatto filmare nella villa, saccheggiata e distrutta, della cantante croata Tereza Kesovija, vestito con la lingerie della cantante, ed esaltando il proprio patriottismo vantandosi in vari articoli di aver defecato nella piscina della cantante. Un mio collega, che era lì con la troupe televisiva all’epoca della guerra, mi raccontava quello che aveva visto sulla strada statale che collega il Montenegro e Dubrovnik:</p>
<p><em>“Per una corsia si muovevano i veicoli militari e i camion pieni di riservisti che andavano al fronte come se stessero andando a una festa. Si sporgevano dai camion, cantavano abbracciati e ubriachi, la bottiglia con la grappa passava di mano in mano. Sicuri del loro successo, mostravano due dita in segno di vittoria. Nella seconda corsia il traffico si svolgeva in due direzioni: dalla parte del fronte tornavano i camion pieni zeppi di roba rubata, e in direzione opposta, sempre nella metà della stessa corsia, colonne di civili a piedi, con le auto o i trattori andavano verso il fronte. Il traffico si muoveva a velocità di lumaca e spesso tutto si fermava, perché in mezzo alla strada dei gruppi si mettevano a ballare il kolo “oro crnogorsko”, il ballo tradizionale dove i partecipanti si dispongono in cerchio tenendosi per le spalle mentre nel centro, a turno, ballano con una donna. Nessuno tentava di mettere un po’ di ordine; persino i veicoli con i feriti, con i lampeggianti e le sirene accese, passavano con difficoltà, e ogni tanto venivano fermati dai civili che si congratulavano con gli eroi feriti: “Sretne ti, rane junače!”</em>.</p>
<p>L’attacco a Dubrovnik fu la prova generale per quello che di lì a poco sarebbe successo in Bosnia. “I nobili eroi montenegrini”, nella guerra in BiH si sono distinti partecipando alle brigate di elettrodomestici, le cosiddette brigate del weekend, cioè quelle fatte da “uomini comuni” che andavano in guerra durante il fine settimana a fare razzie e a commettere un po’ di crimini.<br />
Il saccheggio era così diffuso e sistematico, che ispirò la barzelletta sui due proverbiali scemi bosniaci, Suljo e Mujo. Suljo chiede a Mujo, che è diventato profugo, dove vorrebbe andare a vivere, e Mujo: “Nella città di Nikšić, in Montenegro.” “Perché vuoi andare tra i nemici?” “Perché là c’è già tutto quello che possedevo”.<br />
Le notizie di quel periodo mi hanno fatto ricordare e capire un episodio capitatomi una decina di anni prima che cominciasse la guerra. Anton ed io c’eravamo persi in Montenegro e chiedemmo informazioni sulla strada da prendere a un vecchio. Questo ci guardò, fece cenno con la testa verso di me e disse: “Lei potrebbe essere nostra”, e poi, alla domanda di Anton “Come va?”, aveva risposto: “Male, siamo rimasti in braghe di tela perché da troppo tempo non c’è una guerra.”</p>
<p>“Due occhi in una testa”, così si definivano uniti la Serbia e il Montenegro, fino al 2006. Dal giugno di quell’anno il Montenegro è diventato uno Stato indipendente. “Siamo manipolati e vittime della propaganda di Belgrado”, con queste parole Milo Djukanović, si era liberato della compagnia di chi aveva commesso il genocidio e aveva perso la guerra. Si scusò con i croati, promettendo il risarcimento. Il signor Metodije Prkačin, un croato sopravvissuto al campo di concentramento di Morinj, organizzato dal Montenegro dichiara: “Io non mi fido del tribunale montenegrino perché lì lavorano giudici che hanno partecipato ai crimini di guerra, nella zona di Dubrovnik”.<br />
A vent’anni dalla guerra, l’accusa montenegrina non ha avviato alcun procedimento per i reati commessi dalle forze della JNA e dai riservisti montenegrini durante l’operazione Dubrovnik. I politici montenegrini responsabili della guerra occupano ancora posizioni di rilievo nel governo. Tra i primi c’è Milo Djukanović.</p>
<p>Nel 1991, a soli ventinove anni, Djukanović diventò il più giovane primo ministro in Europa. Fu scelto dal regime di Belgrado per compiere la cosiddetta rivoluzione anti-burocratica in Montenegro, eufemismo coniato per destituire i politici che si opponevano al nazionalismo serbo. In pubblico Milo Djukanović era celebrato come “giovane, bravo e bello, uno che pensa con la propria testa”. A Belgrado, negli anni Novanta, capitava di vederlo almeno una volta alla settimana, in via XIV Dicembre, dove si incontrava con Slobodan Milošević. “Andava a prelevare la propria opinione”, dicevamo con ironia.<br />
Nel corso di venti anni Milo Djukanovic è riuscito a mantenersi a galla, è saltato dalla poltrona di capo di governo a quella di presidente, e viceversa, mantenendo una carica o l’altra quasi ininterrottamente dal 1991 al 2010. Da giovane comunista, modesto ed esemplare, è diventato un turbo-nazionalista, poi un guerrafondaio. Il governo guidato da Djukanović è considerato responsabile dei crimini di guerra. Poi Milo si è trasformato in feroce oppositore al suo mentore, l’ex presidente serbo Slobodan Milošević, e infine è diventato il padre dell’indipendenza montenegrina. La longevità della sua carriera politica si potrebbe paragonare, solo a quella dei mogol comunisti, come il presidente dell’Uzbekistan Karimov, oppure del Kazakistan, Nazarbayev.</p>
<p>Ma la carriera più importante Djukanović l’ha fatta in modo “sconosciuto e misterioso”, come pure la sua ricchezza. La famosa rivista americana, Forbes, ha inserito Milo Djukanović nell’elenco dei politici più ricchi del mondo. Possiede ben 10 milioni di euro ma, come rileva lo stesso periodico, “sembra evidente che egli è in realtà molto più ricco, perché proprietario di immobili gestiti da una ristrettissima cerchia di collaboratori”.<br />
La famiglia Djukanović, tra l’altro, controlla la Prva Banka del Montenegro. La maggior parte del denaro qui depositato, secondo l’autorevole società di revisione “Pricewaterhouse”, proviene da fondi pubblici, mentre due terzi dei prestiti assunti è andato ai Djukanović e ai loro stretti collaboratori.</p>
<p>In Montenegro si crede che i primi milioni Djukanovic se li sia guadagnati durante la guerra infrangendo le sanzioni imposte alla Serbia e al Montenegro, con l’importazione di petrolio e di armi. In seguito ha allargato il suo business con il contrabbando di sigarette americane in Europa. La procura di Bari ha indagato per diversi anni Djukanović e la sua famiglia per il coinvolgimento in questo traffico, ma il leader massimo si è salvato grazie all’immunità diplomatica.<br />
Il direttore del settimanale di Podgorica “Monitor”, Esad Kocan, sostiene che la guerra degli anni Novanta ha generato una nuova classe capitalista in Montenegro basata sul sangue e sul saccheggio.</p>
<p>Infatti, l’autorevole rivista americana, “Foreign Affairs”, di recente ha descritto il Montenegro come uno “Stato mafioso”. Secondo la rivista, a differenza degli stati normali, gli stati mafiosi non solo si affidano occasionalmente a gruppi criminali per avanzare particolari obiettivi di politica estera. In uno stato mafioso gli alti funzionari del governo diventano effettivamente i protagonisti se non i capi stessi delle imprese criminali; la difesa e la promozione di quelle imprese diventa la priorità ufficiale dello stato. Negli stati mafiosi l&#8217;interesse nazionale e gli interessi della criminalità organizzata sono ormai inestricabilmente intrecciati, scrive la rivista.<br />
Quando la prestigiosa BBC ha definito il Montenegro uno stato mafioso, l’ambasciatore montenegrino a Londra ha protestato ufficialmente, ma i dirigenti della BBC hanno rifiutato di scusarsi o ritirare la definizione, dicendo che l’etichetta ci stava.</p>
<p>“Come si fa a dire che non siamo uno stato mafioso se abbiamo un ex primo ministro/ ex presidente accusato di contrabbando, e che tra i suoi migliori amici ci sono dei mafiosi”, si domanda l&#8217;editore della rivista indipendente locale “Monitor”, Milka Tadić.<br />
Il collega del quotidiano “Vijesti” di Podgorica, Balša Brković, spiega come mai i rapporti con la mafia e i vari scandali di corruzione, che accompagnano ormai da vent’anni Milo Djukanović, non abbiano rovinato la sua carriera politica: “Una gran parte dei montenegrini ammira i ladri e i criminali. Per secoli la rapina è stata la principale imprenditoria nazionale e Milo si adatta bene in questa verticale storica”, dice Balša Brković.</p>
<p>Oggi, a soli cinquant’anni, Milo Djukanović non ci pensa proprio di ritirarsi. “Non ho ancora deciso se farò il primo ministro, o il presidente dello Stato”, dichiara Milo Djukanović dopo l’ultima vittoria elettorale del suo partito.</p>
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		<title>&#8220;Homo Poeticus&#8221; di Danilo Kiš</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 06:30:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Kis]]></category>
		<category><![CDATA[ex Jugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[george orwell]]></category>
		<category><![CDATA[ideologia e letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Danilo Kiš, Homo poeticus, Adelphi, Milano 2009. Anche in Italia, nel 2009, è ormai arrivata all’orecchio del lettore avvertito la notizia che Danilo Kiš è uno dei massimi romanzieri europei della seconda metà del secolo scorso. Per questo motivo Adelphi può finalmente pubblicare un’antologia della sua opera saggistica apparsa durante l’ultimo decennio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Danilo Kiš, <em>Homo poeticus</em>, Adelphi, Milano 2009.</p>
<p>Anche in Italia, nel 2009, è ormai arrivata all’orecchio del lettore avvertito la notizia che Danilo Kiš è uno dei massimi romanzieri europei della seconda metà del secolo scorso. Per questo motivo Adelphi può finalmente pubblicare un’antologia della sua opera saggistica apparsa durante l’ultimo decennio della vita di Kiš, morto nel 1989. In Francia, un’operazione simile è stata fatta da Fayard nel 1993, a due anni dallo scoppio del conflitto nella ex-Jugoslavia. Come l’edizione francese afferma esplicitamente, tale tempestività era motivata dalla grande attualità delle riflessioni di Kiš, che ruotano intorno al rapporto tra ideologia e letteratura. Grazie a un ritardo quasi ventennale, da noi queste riflessioni possono ora giungere impregnate di quella inattualità, che è l’ingrediente tipico delle proposte editoriali di Adelphi. Sennonché, leggendo alcuni dei saggi di Kiš sul provincialismo letterario e sul nazionalismo, emergono inquietanti similitudini tra l’Italia attuale e la Jugoslavia socialista degli anni Settanta e inizio Ottanta.<span id="more-35949"></span></p>
<p>L’ebreo montenegrino Kiš (classe 1935) ha conosciuto da vicino gli orrori del secolo scorso: i nazionalismi, la guerra, la macchina totalitaria dello stermino nazista e stalinista. E la sua idea “moderna” di letteratura non può prendere le mosse che da una constatazione: la realtà storica è il luogo del fantastico, l’ambito privilegiato nel quale si manifestano fatti che sfidano la verosimiglianza, il senso comune, i limiti dell’immaginazione umana. Il materiale documentario, come nella serie di novelle <em>Una tomba per Boris Davidovitch</em>, diventa allora l’orizzonte principale entro il quale si muove l’immaginazione poetica. L’enigma dell’uomo, a partire dal XX secolo, va innanzitutto esplorato negli archivi di Auschwitz o di Kolyma, o nell’ampia documentazione scientifica (psicologica, sociologica, ecc.) che ha costituito la base del lavoro di Truman Capote sui protagonisti di <em>A sangue freddo</em>. La letteratura, infatti, a differenza dell’ideologia che utilizza il sapere scientifico (o presunto tale) per fornire diagnosi e soluzioni, ha come compito di “fissare” questo enigma, esibendolo attraverso una forma narrativa che lo comprenda nella sua complessità, oscillante tra ragionevolezza e demenza, tra senso e non senso.</p>
<p>Più in generale, la riflessione di Kiš sulla natura dell’<em>homo poeticus</em> può essere attuale per oltrepassare vecchie dicotomie che ancor oggi si ripresentano in Italia ad ogni dibattito critico. Per Kiš il pericolo maggiore, sia chiami esso “letteratura nazionale”, “realismo socialista” o <em>engagement</em>, è l’intrusione dell’ideologia nel lavoro dello scrittore. Questa posizione non sfocia in un’indifferenza ideologica, o in una generica concezione della letteratura come porto franco nei confronti delle ideologie. Al contrario, proprio nei suoi saggi, l’autore dimostra una grande combattività contro gli schematismi nocivi insiti nelle varie ideologie. Lo scrittore, quindi, proprio nel momento in cui vuole conservare la propria autonomia, deve poter dimostrare un alto grado di consapevolezza politica, che lo metta al riparo da strumentalizzazioni, cooptazioni, mutismi e autocensure compiacenti. E, a scanso di equivoci, in un breve saggio che non è purtroppo compreso in questa edizione italiana, Kiš dice chiaramente che Orwell e Nabokov sono i suoi grandi maestri, e che ogni riga da lui scritta risponde a una duplice esigenza: quella della “motivazione politica” – nella scelta del soggetto – e quella dell’autonomia letteraria rispetto alle parole d’ordine della politica – nell’elaborazione della lingua.</p>
<p>L&#8217;edizione Adelphi include traduzioni parziali delle seguenti opere: <em>Homo poeticus</em> e <em>Zivot, Literatura </em>(pubblicati a Sarajevo nel 1990; presso Fayard in Francia nel 1993), e <em>Cas Anatomije</em> (Zagabria, 1983 ; Fayard, 1993 in traduzione integrale).</p>
<p>[Scheda apparsa sul n° 60 di “Allegoria”]</p>
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		<title>Anteprima Sud n°11- no direction home</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Mar 2008 14:34:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Belgrado]]></category>
		<category><![CDATA[ex Jugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[immagine di Antonia Colasante Ritorno a Belgrado di Azra Nuhefendic Pareva un punto nero nel gran bianco di neve che copre l&#8217;altipiano ad ovest di Sarajevo, sulla strada verso Belgrado. Avvicinandosi diventava grande. Oh Dio, è un cane! Morto! Mi scappa ad alta voce. Una cagna. È stata investita tre giorni fa, spiega l&#8217;autista con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/3.JPG' title='3.JPG'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/3.JPG' alt='3.JPG' /></a><br />
immagine di <em>Antonia Colasante</em></p>
<p><strong>Ritorno a Belgrado</strong><br />
di<br />
<em>Azra Nuhefendic</em></p>
<p>Pareva un punto nero nel gran bianco di neve che copre l&#8217;altipiano ad ovest di Sarajevo, sulla strada verso Belgrado. Avvicinandosi  diventava grande. <em>Oh Dio, è un cane! Morto!</em> Mi scappa ad alta voce.<br />
Una cagna. È stata investita tre giorni fa, spiega l&#8217;autista con voce impassibile. Un altro cane, un pastore tedesco, seduto vicino al corpo  immobile, fa la guardia. A distanza di pochi metri un cucciolo camminava su e giù, confuso.<br />
Altri passeggeri dell&#8217;autobus, zitti dall&#8217;inizio del viaggio, mi lanciano uno sguardo breve, senza curiosità. Un cane morto non fa impressione alla gente che è sopravvissuta alla guerra in Bosnia.<br />
<span id="more-5507"></span><br />
Dopo più di dieci anni vado con l&#8217;autobus da Sarajevo a Belgrado. Quasi nove ore di viaggio. Ho cercato di avere informazioni sull&#8217;orario chiamando la stazione centrale di Sarajevo. La voce femminile che mi ha risposto si è subito fatta brusca e ostile. <em>Non danno informazioni su Belgrado! Tress</em>! E sbatte giù il telefono.<br />
Per ottenere informazioni sull&#8217;orario, mi arrangio con la mia vicina di casa. </p>
<p>L&#8217;autobus parte dalla nuova stazione: una baracca costruita nella parte serba di Sarajevo, la zona che durante le Olimpiadi invernali nell&#8217;84 ospitava il villaggio olimpico. Fa freddo, la mattina presto. Nella semioscurità, con la foschia, la gente appare come nei quadri degli impressionisti: silhouette in movimento. Le donne robuste con i baffi, portano le borsette come un filoncino di pane, gli uomini hanno le sopracciglia quasi unite. Sono vestiti da paesani, con gli stivali pesanti, le giacche di colori scuri e di taglie grandi, sembrano tutte XXL, maglioni fatti a mano. Nessuno parla. Si comunica scambiandosi gli sguardi, piuttosto che con le parole.</p>
<p>Gli autisti silenziosi si aggirano tra i passeggeri come i pastori vanno tra le pecore cercando quella giusta da sacrificare. Gli autobus sono privati. La veloce transizione dal comunismo al capitalismo si presenta con dei pullman appena in condizione di stare sulle ruote, pieni di buchi, senza riscaldamento.<br />
<em>&#8220;È meglio sedersi vicino all&#8217;autista, sospira un signore rivolgendosi a me. Fa freddo dietro: ieri sono venuto con loro da Belgrado&#8221;.</em></p>
<p>Dopo solo una ventina di minuti ho capito quanto era preziosa l&#8217;informazione che mi aveva fornito. Noi, seduti sui posti davanti, eravamo riscaldati da un piccolo ventilatore. Nel resto del pullman si gelava. La gente protestava debolmente, sapendo già che era inutile. Il nuovo conoscente mi chiede come mi chiamo. Sentendolo, capisce che sono bosniaca, si avvicina e con voce bassa si confessa in fretta: metà serbo, metà croato, è scappato da Sarajevo, adesso sta a Belgrado, vive in miseria, non ha né lavoro fisso, né casa; capisce che ha sbagliato, è incerto se tornare o andare avanti. Tanto… è la stessa cosa, dice e mi saluta. Scende a Pale, va a visitare la nonna e le porta le uova da Sarajevo. </p>
<p>A Pale il sole splende. È bellissimo: la neve è polverosa e brillante. L&#8217;ideale per sciare, penso con tristezza. Pale, era una famosa località sciistica; durante il conflitto era diventata la roccaforte dei serbi ribelli, ora vivacchia a stento. Alcuni passeggeri scendono, altri salgono, si va avanti. Subito fuori da Pale, a fianco della strada c&#8217;è appeso un grande striscione con la scritta in cirillico &#8220;<em>Anche a Dio pesiamo così come siamo&#8221;</em>.<br />
L&#8217;autobus avanza lentamente, la strada è stretta, coperta di neve e sotto c&#8217;è il ghiaccio. Il motore fa un rumore strano, speriamo che non si fermi in mezzo al niente. Capita anche quello, dicono i passeggeri più esperti, quelli che percorrono spesso questa tratta.</p>
<p>L&#8217;autista ha difficoltà con il cambio, si ferma e chiede all&#8217;aiutante di controllare se per caso qualche borsa sotto crei ostacoli. Sotto è tutto a posto. Allora usa più forza e riesce a fare la manovra.Il conducente fuma senza sosta. Ogni dieci, quindici minuti apre la piccola finestra a fianco e sputa fuori nell&#8217;aria. In una curva la porta alla sua sinistra si apre. Anche stavolta sono l&#8217;unica a reagire con paura. L&#8217;autista la chiude, un po&#8217; assente, come si fa con i gesti che si ripetono spesso.</p>
<p>Il nuovo vicino di posto mi chiede dove vado; riconosce il mio accento di Sarajevo, mi chiede come mi chiami, si sente subito &#8220;con i suoi&#8221;, si fida di una bosniaca, e comincia a parlare. È serbo, di Sarajevo, scappato a Belgrado con la famiglia durante la guerra. A Sarajevo faceva l&#8217;autista per i funzionari municipali. Si lamenta dei Srbijanci, serbi della Serbia. Lui è serbo dalla Bosnia. Non sono fiduciosi, lui lavora con gli albanesi, gente onesta quella, per non parlare poi di noi bosniaci. &#8220;<em>Sai, noi bosniaci, siamo diversi, mi dice in conclusione</em>&#8220;. </p>
<p>Adesso il pullman va più veloce. Siamo in pianura. La strada corre verso il fiume Drina, verso la Serbia. Osservo il paesaggio. Tutta la zona è molto stretta tra le montagne, la terra è poca e sterile, campi rari, non coltivati. Cerco, stupidamente, i segni delle fosse comuni. In questa zona, vicino al fiume Drina, i serbi hanno fatto scomparire circa sette-otto mila musulmani di Srebrenica. Che lavoraccio! Tutto sbrigato in due-tre giorni. I bosniaci che non sono stati uccisi sono scappati. Nonostante ciò si vedono le moschee, nuove. Inutile tentativo della comunità internazionale di far tornare i musulmani.</p>
<p>Oggi la popolazione sono i serbi. Mi chiedo come fanno gli abitanti attuali a vivere con quella storia d&#8217;orrore sulle spalle. Un bel sabato di sole decidi di fare un picnic, porti la moglie e due bambini, ti metti a cucinare un po&#8217; di cevapcici, cerchi i rami secchi per il fuoco e trovi i resti di cinque, cinquanta o cinquecento persone!<br />
Siamo sul ponte sulla Drina. È il confine tra la Serbia e la Bosnia Erzegovina. Ci controllano i documenti. I serbi passano il confine con la carta d&#8217;identità, altre cinque persone, me compresa, subiscono un controllo più dettagliato.</p>
<p>Stiamo fermi per una ventina di minuti. L&#8217;ultima volta, dieci anni fa, arrivando dalla direzione opposta, da Belgrado, i documenti me li aveva controllati Arkan, il più atroce criminale di guerra. Solo allora, quando l&#8217;ho visto in compagnia di ufficiali dell&#8217;esercito iugoslavo e di paramilitari serbi, ho capito quello che mi dicevano i giornalisti stranieri: l&#8217;armata iugoslava combatteva contro di noi, il popolo che l&#8217;adorava e si fidava come uno si fida del proprio padre.</p>
<p>L&#8217;aiutante dell&#8217;autista conta i soldi: in cinque ore di viaggio, con tutti i passeggeri che salivano e scendevano, hanno guadagnato 50 Euro. Belgrado non è più l&#8217;elegante capitale europea che ho conosciuto e che descrive l&#8217;ultimo ambasciatore americano Zimerman nel suo libro &#8220;L&#8217;Origine della catastrofe&#8221;. La città è trascurata, le facciate dei palazzi in pieno centro sono scalcinate e c&#8217;è un impressionante odore di cerosino.</p>
<p>Si preparano le elezioni. I candidati sono le stesse facce che vedevo prima e durante la guerra. Non hanno cambiato i programmi, solo il vocabolario. Usano meno parole come &#8220;il patriottismo&#8221; o &#8220;srpstvo&#8221; (che corrisponde all&#8217;italianità), e tanto di più &#8220;il mercato&#8221; o &#8220;l&#8217;Europa&#8221;o &#8220;il futuro&#8221;. Due donne preferiscono discutere della faccia di un vecchio candidato dell&#8217;opposizione che si è fatto fare il lifting, piuttosto che del programma del suo partito. Trovo vecchi amici. Si va al ristorante. Entriamo alle quattro del pomeriggio. Si comincia con la grappa, un po&#8217; di stuzzichini finché non arrivano le pietanze &#8220;vere e proprie&#8221;.</p>
<p>Si è sparsa la voce che sono in città. Arrivano altre persone. Un tavolo non ci basta più, ne aggiungiamo un altro. Si raccontano barzellette, immancabilmente sui due scemi proverbiali bosniaci Suljo e Mujo. Arriva il cantante con la chitarra. All&#8217;inizio cantiamo le balde &#8220;neutrali&#8221;, ma come si va avanti con i piatti sempre più pesanti e i vini densi come lo sciroppo, anche le canzoni diventano sempre più cariche di sofferenza, emozione, lacrime, amore e nostalgia.</p>
<p>Il cantante, anche lui serbo scappato dall&#8217;Erzegovina, ha la propria canzone sul &#8220;maledetto fiume Drina&#8221;. Cantano tutti nel ristorante, ci troviamo abbracciati ad altri sconosciuti ospiti del bar. È tutta una vera &#8220;fratellanza e unità&#8221;, come ci insegnava il presidente Tito. Dalle altre tavole alcuni, ubriachi non meno di noi, gridano il vecchio detto che &#8220;il paese che non ha la Bosnia non vale nulla&#8221;. Si va avanti, litighiamo per chi pagherà il prossimo giro, la prossima canzone, cadono i soldi nella chitarra. Ormai cantiamo solo le canzoni  bosniache.</p>
<p>&#8220;<em>Perché non torni</em>?&#8221;, mi chiede una collega abbracciandomi, con gli occhi che brillano.<br />
&#8220;Perché dieci anni fa mi hanno caccia<em>to via per il fatto che ero musulmana</em>!&#8221;<br />
&#8220;<em>Solo per questo</em>?&#8221;<br />
&#8220;S<em>ì, solo per questo!</em>&#8221;</p>
<p>Usciamo dal bar alle tre di mattina. Nevica. I fiocchi di neve grandi come gli occhi dei bambini cadono lentamente in silenzio.<br />
Si va a dormire. Due amiche litigano per stabilire chi mi ospiterà. E io, in questa notte shakesperiana, in pieno centro di Belgrado, mi domando perplessa: &#8220;<em>E adesso</em>?&#8221;</p>
<p>Adesso voglio che qualcuno mi assicuri che non c&#8217;è stata la guerra, che non c&#8217;è stata la pulizia etnica, né atrocità, né l&#8217;odio, che non mi hanno cacciato via e che tutto è stato solo un brutto sogno prima di questa neve vergine su Belgrado.</p>
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