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		<title>I custodi della terra</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2015 16:32:49 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/brand_large.png"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-56861" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/brand_large.png" alt="brand_large" width="350" height="97" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/brand_large.png 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/brand_large-300x83.png 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Alla fine ci siamo andati (quasi) tutti a Expo. Anche quelli che arriccivano il naso, vagamente snob, cocciutamente convinti dell&#8217;insuccesso della manifestazione. C&#8217;è chi ci è andato in automobile cercando un posto dove lasciare la vettura dentro quegli enormi parcheggi fuori scala che non sapremo come riempire dal prossimo novembre. Altri hanno testato la capacità della rete metropolitana di reggere così tanta folla. C&#8217;è chi ha preso il treno ed è sceso alla nuova fermata del passante ferroviario, chi ha inforcato la bici, ne ho viste a centinaia legate ai pali o ai tronchi degli alberi. Chi addirittura se l&#8217;è fatta a piedi, come ho fatto io assieme a “<a href="http://www.sentierimetropolitani.org/">Sentieri Metropolitani</a>”, da piazza del Duomo fino ad Expo. Ci siamo andati, abbiamo fatto file chilometriche fuori dai padiglioni, abbiamo passeggiato per il decumano, fotografato l&#8217;albero della vita e siamo tornati a casa contenti di aver partecipato anche noi di un evento internazionale. Che però, diciamocelo, non è che abbiamo capito per davvero fino in fondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Sarà forse perché il tema, “nutrire il pianeta”, di suo non ha una valenza spettacolare, e noi da una esposizione universale vogliamo farci stupire come un bimbo ad una fiera. Di altro tenore erano le esposizioni del secolo scorso che mostravano le invenzioni, le tecnologie dure, le scoperte scientifiche, le “magnifiche sorti e progressive” verso le quali eravamo destinati. Oggi, di fronte alle emergenze demografiche e alla sostenibilità ambientale c&#8217;è poco da guardare il futuro con quell&#8217;ottimismo sfrenato. Qualche padiglione ha provato a restare aderente al tema, chi con intuizioni spettacolari come il Brasile, chi con qualità didattica, come la Svizzera, chi con allestimenti semplici ma estremamente efficaci come Slow food. Altri, la maggior parte, ha deciso di declinare il tema in una chiave più pop: non più “nutrire il pianeta”, ma “facciamoci una bella mangiata”, influenzati, forse, da una passione televisiva tutta di questo decennio per la culinaria e gli chef stellati.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora finalmente, ad un mese dalla chiusura, arrivano loro. Gli unici che per davvero avrebbero qualcosa da dire sul tema. I contadini, gli allevatori, i pescatori, di tutto il mondo. Vengono non per fare una sfilata folkloristica per il decumano, con tanto di costume tradizionale quasi residui di una cultura antica ormai in via di estinzione. Vengono invitati da <a href="http://www.wefeedtheplanet.com/">Terra Madre</a>, a raccontarci come si possa fare innovazione partendo dalla terra. Come “nutrire il pianeta” significhi renderlo libero da guerre ed emigrazioni epocali. Come ci si possa emancipare tornando alla terra, non più vivendola come una condanna ma come l&#8217;unica vera opportunità di crescita per tutti noi. Ché tutti abitiamo il pianeta ma solo loro ne sono i veri custodi. Vengono dalla Danimarca o dall&#8217;Etiopia, dallo Sri Lanka o dalla Francia. Sono uomini e sono donne. No, anzi: sono ragazzi e ragazze. Una generazione di giovani, spesso laureata, che non ha paura di mettersi in gioco per sanare, come medici di base del pronto soccorso globale, le ferite inferte dai loro sconsiderati padri.</p>
<p align="JUSTIFY">Per come la vedo questo forse è il momento più alto, più nobile dell&#8217;intera manifestazione. Più ancora della compilazione della Carta di Milano, documento pieno di belle intenzioni, controfirmato da nomi di leader politici che pesano, ma che se non ratificato rimane nell&#8217;alveo delle buone intenzioni, che sappiamo cosa lastricano, normalmente.</p>
<p align="JUSTIFY">Questi ragazzi ci dicono che fare politica, nel senso più nobile del termine, è sopratutto fare. Mettere in moto mani e cervello. Che nutrire il pianeta significa condividere la conoscenza, ridistribuire in modo equo, senza sprechi, il cibo prodotto, che avere cura della vigna o del raccolto significa avere cura del paesaggio e della storia, che se non interveniamo sul clima, o sulle diseguaglianze, siamo tutti condannati a esodi biblici dalle conseguenze inimmaginabili. Non lo dicono. Lo fanno.</p>
<p align="JUSTIFY">Verranno qui a Milano, questi ragazzi e queste ragazze, belli e forti della loro gioventù, a ricordarci che c&#8217;è un pianeta giovane che vuole dire la sua, che vuole crearsi le sue regole per il futuro, non subire supino quelle imposte dalla burocratica gerontocrazia che governa il pianeta.</p>
<p align="JUSTIFY">Sono i nostri fratelli minori, i nostri figli, i nostri nipoti. Portano con sé quei valori, quell&#8217;etica che in dirittura d&#8217;arrivo dà finalmente spessore ad una manifestazione di certo positiva nei numeri ma in fondo debole nella sostanza. Non so dove dormiranno, chi li ospiterà, chi li accompagnerà per le strade della mia città. So già di invidiarli. Affettuosamente.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato su</em> OrizzontiExpo, <em>inserto del</em> Corriere della Sera<em> del 1 ottobre 2015</em>)</p>
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		<title>Perdersi a Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2015 06:00:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_50377" aria-describedby="caption-attachment-50377" style="width: 317px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-50377" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969.jpg" alt="Albini in viale Argonne" width="317" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969.jpg 317w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969-237x300.jpg 237w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50377" class="wp-caption-text">viale Argonne</figcaption></figure>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A Linate Bruno ha affittato una macchina. Ha una giornata a disposizione e vuole assolutamente vedere il cantiere dell’Expo. Provo a spiegargli che non c’è molto da vedere, i lavori marciano a pieno ritmo e non è possibile entrarci, troppi problemi di logistica e di sicurezza. Ma lui non demorde. “Milano la conosco già” mi dice. “Visto il Duomo e il Castello cosa resta?” Sorrido, mentre costeggiamo il parco Forlanini. Superato lo spiccato ferroviario d’improvviso la città si fa densa, come fosse un’unica concrezione ossea. Devi sapere, gli dico, che Milano ha da sempre due caratteristiche. Innanzitutto è una città piccola. Intendo quella nei suoi stretti confini comunali, sia ben chiaro. Non parlo dell’area metropolitana, la vera città contemporanea, metropoli di almeno sei milioni d’abitanti, che arriva fino a Bergamo o a Como. Ma i confini comunali sono poca cosa. Spesso le distanze sono più mentali che geografiche. Niente a che vedere con le borgate romane, oltre il raccordo, così lontane dal centro da sembrare isole sperdute in un oceano.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo porto in viale Argonne per spiegargli il concetto. La mole della chiesa dei Santi Nereo e Achilleo fa da testata al viale alberato. Sulla destra c’è un quartiere di case popolari degli anni trenta del secolo scorso. Alcuni edifici sfoggiano timpani e modanature dal gusto storicista, oppure vezzosi colori pastello. Ci sono anche i lunghi parallelepipedi progettati da Franco Albini nel più puro stile razionalista, studiati in molte storie dell’architettura che però dal vivo, data la scarsa manutenzione, non fanno gridare al miracolo. Da qui, a piedi, il centro si trova a meno di mezz’ora. Ecco perché spesso capita di trovare zone popolari affiancate, se non addirittura intrecciate, a quartieri borghesi. Città studi, quartiere della (ex) nuova borghesia di professionisti, condivide in molti casi scuole, campi sportivi e oratori con l’adiacente quartiere ultra popolare e multietnico di via Padova. Basta evitare le arterie di massimo traffico e la città è capace di stupire per l’enorme varietà di tipologie edilizie. A pochi passi da queste case, per dire, c’è via Guido Reni, fatta tutta di villette a schiera di appena due piani, e ce n’è una simile in via Tiepolo, o analoghe più su, verso piazza Aspromonte. Spesso non si sa se siano nate per essere case di famiglie piccolo borghesi oppure sorte per rispondere alle esigenze abitative delle classi meno abbienti, come nel quartiere Mac Mahon, dall’altra parte della circonvallazione, un piccolo pezzo di Londra d’inizio Novecento in salsa meneghina.</p>
<figure id="attachment_50378" aria-describedby="caption-attachment-50378" style="width: 503px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-50378" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972.jpg" alt="via Andrea del Sarto" width="503" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972.jpg 503w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972-300x178.jpg 300w" sizes="(max-width: 503px) 100vw, 503px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50378" class="wp-caption-text">via Andrea del Sarto</figcaption></figure>
<figure id="attachment_50379" aria-describedby="caption-attachment-50379" style="width: 405px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50379" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976.jpg" alt="Biblioteca di Porta Venezia" width="405" height="441" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976.jpg 405w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976-275x300.jpg 275w" sizes="auto, (max-width: 405px) 100vw, 405px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50379" class="wp-caption-text">Biblioteca di Porta Venezia</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">“E oltre all’essere piccola, qual è l’altra caratteristica di Milano?” chiede Bruno. Nel mentre ci fermiamo, devo consegnare un libro alla biblioteca di Porta Venezia. Lui alza gli occhi e osserva le modanature liberty della facciata. È l’ossessione alla novità, gli rispondo. Vuole continuamente rinnovarsi e allo stesso tempo cerca di crescere sempre su se stessa. Quindi puoi trovare diversità non solo tipologiche, ma anche cronologiche nel volgere dello stesso fronte stradale. “Che c’è di nuovo in questo?” mi chiede ironizzando. Anche il liberty &#8211; e a Milano ci sono esempi bellissimi (penso al non finito di palazzo Castiglioni in Corso Venezia, o alla plasticità muliebre di casa Campanini in via Bellini) &#8211; era “il nuovo”, quando importarono lo stile da Vienna. Aggiornarsi, aggiornarsi, era l’imperativo, mai perdere il contatto con le capitali europee. Ma allo stesso tempo cercare una propria lingua, più “nostra”. Come fecero Gio Ponti, o Giovanni Muzio. Gli faccio fare qualche passo e lo porto in via Giorgio Jan. Quello che forse ha meglio interpretato queste istanze, gli spiego, è stato Piero Portaluppi. “Adelante ma con juicio”, manzonianamente. Rinnovarsi ma senza esagerare. Gli mostro un edificio. Una casa borghese di quattro piani che ha sullo spigolo, enfatico, un enorme bovindo vetrato ruotato di quarantacinque gradi. Moderna, per quegli anni, eppure non modernista. Come se fosse sempre stata lì. Edificio tutt’ora abitato che ha però al primo piano la Casa-Museo Boschi-Di Stefano. Con i Lucio Fontana esposti nel salone centrale si potrebbe appianare il debito pubblico nazionale, dico, scherzoso.</p>
<figure id="attachment_50380" aria-describedby="caption-attachment-50380" style="width: 313px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50380" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980.jpg" alt="Casa-Museo Boschi-Di Stefano" width="313" height="456" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980.jpg 313w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980-205x300.jpg 205w" sizes="auto, (max-width: 313px) 100vw, 313px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50380" class="wp-caption-text">via Giorgio Jan</figcaption></figure>
<p>Proseguiamo il nostro viaggio. Il vero simbolo di Milano non è il Duomo, affermo come illuminato, mentre osserviamo in macchina la Torre Breda, ancora oggi per me uno dei grattacieli più belli di Milano. “E qual è?” chiede Bruno. Inizio a credere che andare all’Expo gli interessi sempre meno. In fondo il trucco per far sembrare più grande questa città sta nel perdersi nelle sue strade, ammirando i suoi edifici come fossero i ritratti di famiglia di una pinacoteca privata: studiando le acconciature, i vestiti, i tratti del volto o le pose che cambiano di generazione in generazione, ma allo stesso tempo riconoscendone la continuità. È il cantiere del Duomo il vero simbolo cittadino! &#8211; dico enfatico &#8211; al punto d’essere diventato un modo di dire popolare. Milano non sa fare a meno di gru, pale meccaniche, scavi a cielo aperto, ponteggi.</p>
<figure id="attachment_50381" aria-describedby="caption-attachment-50381" style="width: 409px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50381" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988.jpg" alt="Piazza Gae Aulenti" width="409" height="524" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988.jpg 409w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988-234x300.jpg 234w" sizes="auto, (max-width: 409px) 100vw, 409px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50381" class="wp-caption-text">Piazza Gae Aulenti</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">A Porta Nuova l’intuizione si palesa di fronte ai nostri occhi. Questo è il più grande cantiere urbano d’Europa, gli spiego. Ci sono gru ovunque. Alcuni edifici sono già terminati, nel “bosco verticale” di Boeri c’è già chi ci abita, altri sono ancora <i>in fieri</i>. Quello che manca a Porta Nuova è il parco al centro dell’area, che dovrebbe fare da cerniera e da polmone all’intero quartiere. A pochi passi da qui, gli spiego, c’è il nuovo Palazzo della Regione Lombardia che, al di là delle lecite polemiche, è un progetto architettonicamente ineccepibile. Ma gli architetti mica hanno sempre ragione. È la gente che decide dove andare. E i milanesi hanno adottato di slancio la piazza soprelevata dell’Unicredit Tower, architettura globalista e un po’ tamarra subito accolta nell’immaginario collettivo, per quella nostra tipica passione per la novità. Un quartiere così a Parigi l’hanno edificato alla Defénse, non a ridosso del centro storico. Quarant’anni prima e molto più lontano. Ma ogni città ha la sua storia.</p>
<figure id="attachment_50382" aria-describedby="caption-attachment-50382" style="width: 407px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998.jpg" alt="Zona Ex Fiera" width="407" height="516" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998.jpg 407w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998-236x300.jpg 236w" sizes="auto, (max-width: 407px) 100vw, 407px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50382" class="wp-caption-text">Zona Ex Fiera</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">Faccio fare a Bruno una lieve deviazione, lo porto in via Euripide, zona ex Fiera. Ammiro con lui la misura della case d’inizio Novecento, fra queste una di Ansnago e Vender. Ma lui è attratto da altro: “Cos’è quel transatlantico laggiù”, dice, sorpreso. Ecco, forse un quartiere che i milanesi non adotteranno mai credo sia quello delle residenze di Hadid e Libeskind. Non tanto per la qualità progettuale (a dir la verità bassa, le “archistar” qui hanno fatto da foglia di fico di una clamorosa operazione speculativa), non tanto per l’estraneità del carattere degli edifici al gusto meneghino (sembrano provenire direttamente da Miami beach), è per quell’aspetto di fortilizio impenetrabile, di comunità recintata che guarda con sospetto il resto della città.</p>
<p align="JUSTIFY">Diverso, non ostante le sue contraddizioni, è il caso del Portello. Qui almeno il parco l’hanno realizzato. Quello di Jencks e Kipar è un bel progetto, con tanto di laghetto e colline artificiali fatte con i materiali di scavo del cantiere. Gli abitanti del quartiere che una volta ospitava l’Alfa Romeo l’hanno subito popolato. Gli faccio vedere le case di Cino Zucchi ma gli evito la magniloquente e spettrale <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/06/25/piazza-gino-valle-cleveland/">Piazza Gino Valle</a>. Poi tiriamo dritto, dentro il QT8, quartiere laboratorio degli anni Cinquanta. Lasciamo sulla destra il monte Stella, opera poetica di Piero Bottoni, tumulo delle macerie della seconda guerra mondiale, e ci dirigiamo verso Bonola, dove è stato costruito il primo centro commerciale di Milano. La città inizia a diradarsi.</p>
<figure id="attachment_50383" aria-describedby="caption-attachment-50383" style="width: 382px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50383" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010.jpg" alt="via Cilea" width="382" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010.jpg 382w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010-257x300.jpg 257w" sizes="auto, (max-width: 382px) 100vw, 382px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50383" class="wp-caption-text">via Cilea</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">Voglio fare vedere a Bruno il complesso residenziale “Monte Amiata”, in via Cilea. Estrema periferia per alcuni milanesi che non sono mai usciti dalla cerchia dei Navigli, in realtà a venti minuti di metropolitana da piazza del Duomo. C’è in questo gigantismo edificatorio tutta l’utopia dell’urbanistica pubblica degli anni Settanta. A molti non piace, io lo trovo bellissimo. Ha quarant’anni eppure resiste come un monumento che cerca di riprodurre un lacerto della complessità urbana in una periferia anomica: strade soprelevate, appartamenti duplex, cortili, anfiteatri, percorsi labirintici. E a contrappunto di tanto vociare architettonico c’è la nivea, dechirichiana stecca di Aldo Rossi. Yin e yang. Fu l’ultima stagione dove la cosa pubblica &#8211; la casa come diritto non solo come bisogno &#8211; era prioritaria nell’agenda dell’amministrazione comunale.</p>
<p align="JUSTIFY">Abbiamo ripreso da pochi anni a costruire. Ma non si chiamano più “case popolari”, fa poco chic. Ora si dice <i>social housing</i>. Come il complesso dei Mab Arquitectura in fondo a via Gallarate, ai confini della città, piccolo progetto di buona fattura. O peggio, dico a Bruno, scesi dalla macchina di fronte ad un cantiere, quello che si sta costruendo qui, a Cascina Merlata. Piedi nel fango guardiamo le gru, gli operai, le ruspe. E le torri. Multicolori e kitsch. Della “misura milanese” ormai non c’è più traccia. “Dove mi hai portato” mi chiede, stupefatto. Qui verranno ospitati i 1300 delegati dei paesi che partecipano ad Expo 2015, gli spiego. Poi diventerà un quartiere residenziale. Social housing, <i>of course</i>. Se ti interessa da qui si può vedere il cantiere dell’Esposizione Universale. “Lascia stare” mi dice. “Ci torno il prossimo anno, mi conviene”.</p>
<figure id="attachment_50384" aria-describedby="caption-attachment-50384" style="width: 634px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50384" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034.jpg" alt="Cascina Merlata" width="634" height="477" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 634px) 100vw, 634px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50384" class="wp-caption-text">Cascina Merlata</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato su</em> Dossier Milano<em>, Corriere della Sera, il 13 dicembre 2014. Le pessime foto, fatte in un giorno incredibilmente grigio, sono mie</em>)</p>
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		<title>Tutta colpa di Tarzan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2014 06:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Le rare notizie che giungono da Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, sembrano confermare un pregiudizio inossidabile: la violenza per le strade, gli omicidi sommari, la guerra fra etnie… insomma, la pacificante certezza di un’Africa immobile, identica a se stessa, irredimibile. È incredibile quanto un personaggio letterario possa aver influenzato la nostra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_48395" aria-describedby="caption-attachment-48395" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/CIMG5367.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-48395 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/CIMG5367.jpg" alt="CIMG5367" width="260" height="535" /></a><figcaption id="caption-attachment-48395" class="wp-caption-text">Villaggio in Somaliland. Non c&#8217;è elettricità, ma ci si ricarica il cellulare con il pannello fotovoltaico.</figcaption></figure>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Le rare notizie che giungono da Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, sembrano confermare un pregiudizio inossidabile: la violenza per le strade, gli omicidi sommari, la guerra fra etnie… insomma, la pacificante certezza di un’Africa immobile, identica a se stessa, irredimibile.</p>
<p>È incredibile quanto un personaggio letterario possa aver influenzato la nostra visione di un continente così complesso. A noi è Tarzan che ci ha fregati. L’Africa è, ancora oggi &#8211; per un popolo colpevolmente distratto quale quello italiano, così ignorante di politica estera, con un giornalismo claustrofobico tutto chiuso nel gossip politico nazionale &#8211; è, dicevo, il continente selvaggio, quello dei leoni, le zebre, le liane. E dei selvaggi. Che magari devono essere aiutati e/o educati, grazie al nostro spirito umanitario e (post) colonialista. Ma sempre di selvaggi si tratta. Gente che vive nella preistoria, che se vede volare un aereo in cielo lo chiama “uccello di fuoco”. Quindi, in fondo, perché interessarci di loro, cosa può importarci per davvero, con tutti i problemi che abbiamo a casa nostra? Dell’Africa conosciamo, dai telegiornali, solo gli sbarchi sulle coste di Lampedusa. Qualche anima bella piange i morti, qualcun altro, nel nome della difesa del sacro suolo, erigerebbe un muro per tenerli fuori dal nostro giardino dorato. Non molto di più. Come al solito la reazione di fronte a ciò che non conosciamo fa scaturire, freudianamente, il sommerso: meno sappiamo di una realtà e più, nel nostro agire, evidenziamo i nostri pregiudizi e le nostre debolezze.</p>
<p>L’Africa è un continente smisurato, pieno di contraddizioni, un crogiuolo di etnie, religioni, lingue, usi, costumi, immaginarlo come uno scenario immobile racconta il nostro immobilismo, non il loro. Basterebbero i dati bruti, quelli dell’economia per capirlo. Quest’anno il PIL africano crescerà mediamente del 5,4%. Nell’Eurozona se ci va bene, dopo 5 anni di recessione, saremo all’1,2%. In Italia non ci schioderemo dallo zero virgola qualcosa. In Etiopia viaggiano attorno al 7,5%, il Sud Africa è ormai una potenza economica internazionale, la Nigeria lo sta diventando. Non ostante la crisi economica globale, il Wall Street Journal scrive che nel 2014 gli investimenti stranieri in Africa raggiungeranno la quota record di ottanta miliardi di dollari. Investimenti che giungono dalle economie sviluppate che decidono di lasciarsi alle spalle la recessione investendo in quel continente. Cina, Usa, Germania, Turchia. Inutile cercare l’Italia fra gli investitori.</p>
<p>Per noi l’Africa è il paese del babau. Lo spauracchio da sventolare nell’ennesima, stagionale, campagna elettorale. La politica della paura ci ha bloccati da oltre vent’anni, dimostrando d’essere un paese incapace di un pensiero agile e  innovativo. Vogliamo restare saldi nelle nostre sicurezze calcificate: loro sono selvaggi, noi, nelle migliori delle ipotesi, “brava gente” che s’è stufata d’essere ospitale. Anche se poi noi storicamente in Africa “bravi” lo siamo stati davvero poco, basti a pensare alle violenze perpetrate durante il ventennio contro le popolazioni civili della quarta sponda &#8211; donne, vecchi, bambini – e “ospitali”, oggi, meno che meno, si guardino le condizioni subumane dei profughi che diciamo d’accogliere, o della forza lavoro che usiamo come schiavi nei nostri campi.</p>
<figure id="attachment_48397" aria-describedby="caption-attachment-48397" style="width: 335px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/CIMG36881.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-48397" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/CIMG36881.jpg" alt="Pubblicità di rivista femminile a Kampala." width="335" height="372" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/CIMG36881.jpg 335w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/CIMG36881-270x300.jpg 270w" sizes="auto, (max-width: 335px) 100vw, 335px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48397" class="wp-caption-text">Pubblicità di rivista femminile a Kampala.</figcaption></figure>
<p>Ci crediamo intelligenti, civili, “superiori”, e ci dimostriamo in realtà poco furbi. Già parlare d’Africa è una generalizzazione (è un continente lungo come dal Portogallo alla Cina, per capirci), ma tant’è, cerchiamo di arrivare al nocciolo: l’Africa non si trova su un altro pianeta. È qui, a pochi passi da noi. Ci bagna lo stesso mare. Anche a non voler toccare i soliti argomenti umanitari che solleticano la nostra pelosa coscienza, non capire che questa distanza geografica potrebbe essere un’occasione di sviluppo reciproco è più che miope, è folle. L’età media del nostro paese è di 46 anni, quella dell’Egitto, per fare un esempio, è di 26. Il 70% della popolazione africana ha meno di 15 anni. Non sono loro ad avere bisogno di noi. Siamo noi che non potremo avere un futuro senza di loro. Insomma, un’Africa più ricca farebbe più ricchi anche noi.</p>
<p>Il prossimo anno, all’Expo di Milano, per la prima volta nella storia delle Esposizioni Universali, saranno presenti più di 40 paesi africani. Mi sembra un chiaro indicatore di come e quanto il continente si stia muovendo. Saranno da noi, si metteranno in mostra, portando le loro storie, i loro scienziati, le loro invenzioni, i loro artisti. Vorranno fare affari. Saremo abbastanza furbi da capirlo, o colmi d’alterigia e senso di superiorità,  come vecchi nobili decaduti, lasceremo ad altri paesi, molto più dinamici e umili di noi, di creare quei ponti, quei collegamenti, da pari a pari, che noi non abbiamo mai saputo costruire?</p>
<p>(<em>pubblicato su</em> L&#8217;Ordine <em>del 22 giugno 2014</em>)</p>
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		<title>Esporsi, non ostante tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2014 06:01:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[City Life]]></category>
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		<category><![CDATA[expo 2015]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo &#160; Osservo un gruppo di turisti cinesi. Uno dietro l’altro si mettono a roteare tre volte attorno ai testicoli del toro in Galleria. Mi ha sempre incuriosito sapere come nascano le ritualità… chissà chi fu il primo a inventarla, chissà come negli anni sia diventata una prassi di ogni turista che passi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Logo_Expo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-48269" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Logo_Expo.jpg" alt="Logo_Expo" width="440" height="181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Logo_Expo.jpg 440w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Logo_Expo-300x123.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 440px) 100vw, 440px" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Osservo un gruppo di turisti cinesi. Uno dietro l’altro si mettono a roteare tre volte attorno ai testicoli del toro in Galleria. Mi ha sempre incuriosito sapere come nascano le ritualità… chissà chi fu il primo a inventarla, chissà come negli anni sia diventata una prassi di ogni turista che passi in città. La Galleria Vittorio Emanuele è un simbolo, un passaggio necessario, un luogo definitivo della identità meneghina. Della sua storia praticamente nessuno sa nulla. C’è e questo basta. È &#8211; nella sua evidenza fattuale &#8211; l’emblema della corsa alla modernità della città del XIX secolo, quando Milano voleva dimostrare di stare al passo coi tempi, al passo con l’Europa.</p>
<p>Nessuno ricorda, oggi, quale scandalo politico-finanziario fu la sua realizzazione: le furibonde polemiche, le opinioni contrastanti sull’abbattimento di un enorme quartiere storico nel cuore della città, il cantiere talmente lungo che l’intero complesso fu inaugurato tre volte, il progettista che – narra la leggenda – addirittura si suicidò per la delusione delle critiche ricevute (non è dimostrato, ma la dice lunga su come venne percepito all’epoca il cantiere), la volumetria segretamente gonfiata per permettere il rientro dei capitali investiti, le tangenti passate sottobanco all’allora sindaco di Milano, i tracolli finanziari.</p>
<p>Niente, nessuno ricorda nulla. Oggi la ammiriamo tutti, ci appartiene. Non ostante gli scandali, le ruberie, il malaffare, così radicato nel nostro agire quotidiano, già all’epoca. (Quindi oggi è perfettamente inutile dare, falsamente nostalgici, la colpa ad una perdita della millantata antica rettitudine cittadina e alla corruzione avvenuta negli ultimi decenni del puro animo meneghino: siamo sempre stati così. Prima della globalizzazione, prima della ‘ndrangheta, prima del fascismo. Coerentemente italiani).</p>
<p>Se dovessi raccogliere tutte le cose che ho detto e scritto su Expo in questi anni, fra giornali, conferenze, blog, racconti, romanzi, potrei tranquillamente farne un tomo ben sostanzioso. Inizio ad averne la nausea. Passare oggi all’incasso, affermare con superbia che “ve l’avevo detto che andava a finire così” davvero non mi interessa. Si critica per costruire, non per distruggere. Il “tanto peggio tanto meglio” è la filosofia che ha affossato e immobilizzato il nostro Paese. “Tanto peggio”, per me, è e resta sempre “tanto peggio”. Bisogna trovare una strategia d’uscita dall’empasse, non godere del rogo, cetra in mano, dall’alto di non si sa quale colle.</p>
<p>Anche perché se è vero che le cose sono andate così come avevo a suo tempo scritto, non è perché io sia più lungimirante d’altri. Sono andate così perché sono sempre andate così. Purtroppo. Gli intellettuali in Italia sono un popolo di sbertucciate voci nel deserto. Alcuni di questi, di contro, amano mostrare la schiena dritta, fanno vanto della loro integerrima alterigia e peggio vanno le cose e più credono di stagliarsi sulle macerie come divinità iperuranee. Io sono di quelli che nelle macerie invece ci sta, ci resta. Cerca, fino all’ultimo, finché le forze reggono, di sgombrare il pattume, dare spazio alle cose, dare loro una nuova opportunità.</p>
<p>In questi anni per me Expo è stata una scatola magica, un cappello da prestigiatore, dove ognuno metteva dentro ed estraeva l’impensabile. Su tutto è stata la cartina di tornasole per comprendere dove finiva l’area metropolitana di Milano. Ovunque andassi chiedevo di Expo, m’informavo se qualcuno si stesse muovendo con iniziative, convegni, progetti. Ad ogni risposta positiva spostavo il confine della metropoli. Ad ogni negativa sapevo di non essere più a Milano. Ero nella metropoli a Lodi, a Como, a Bergamo, a Novara, a Lugano, ne stavo uscendo a Brescia, non lo ero quasi più a Verona. In Umbria, per dire, in Calabria, neppure sapevano di cosa stessi parlando. Quello che doveva essere un evento d’interesse nazionale si dimostrava nei fatti appannaggio di un territorio ben più ristretto. (a onor del vero dobbiamo dire che le Esposizioni Universali sono sempre state vetrine di una città, mai di una Nazione).</p>
<p>La Expo che avremmo voluto – diffusa, sostenibile e rigeneratrice della metropoli – neppure è stata presa in considerazione. Tant’è, inutile recriminare. Inutile, oggi, ripetere il mantra dell’inutilità di questi eventi. Avremmo dovuto fermarci prima, molto prima. Oggi Expo c’è, si fa. Pensare di bloccare i cantieri sarebbe un suicidio collettivo. Qui, in corsa, dobbiamo rivedere la strategia, dobbiamo riformulare le tattiche urbane. Operativi. Ché se per il resto d’Italia Expo neppure esiste, nell’area metropolitana che cosa sia per davvero  questa manifestazione non l’ha ancora capito nessuno.</p>
<p>Faccio fatica ancora oggi a spiegare che, per fare un esempio, <em>City Life</em> e i sui tre demenziali grattacieli non c’entrano nulla con Expo. Provo a chiarire a chi me lo chiede, per farne un altro d’esempio, che l’area rinnovata di <em>Porta Nuova</em> è operazione immobiliare autonoma, che si sarebbe fatta a prescindere, indipendentemente da Expo. I milanesi, da anni, anche i più colti, associano Expo con i grandi cantieri che stanno mutando il volto cittadino. Interessante lapsus collettivo, rivelatore di come si percepisca in Italia un evento internazionale: una occasione per scatenare gli istinti speculativi dei soliti noti. Qualcosa che, in fondo, ricadrà ben poco “nelle vite degli altri”, le persone comuni. Usciamo da questa cornice: forse ci rassicura, di certo non ci conviene.</p>
<p>Ad oggi, dopo il salutare intervento della magistratura, sembra che tutti se ne stiano sottocoperta, lasciando il cerino acceso nelle mani di Giuseppe Sala. Non invidio la sua posizione. Da narratore ammiro però la sua figura, quasi tragica. Sa benissimo d’essere il capro espiatorio perfetto: se tutto andrà per il meglio il carro dei vincitori sarà zeppo di sodali, se sarà una disfatta lui farà da parafulmine per tutti. Lo sa, ne è consapevole. Ha già presentato le sue dimissioni a chiunque e tutti gliele hanno negate. Serve che resti. Non solo perché è un manager capace e volenteroso. Anche perché sembra davvero l’unico che &#8211; al di là del ruolo, al di là del mandato – creda davvero in questa occasione per la città.</p>
<p>Per come la vedo io &#8211; memore del mio filosofo di riferimento &#8211; quando il gioco si fa duro i duri cominciano a  giocare. C’è chi (una minoranza) ha scritto, dibattuto, criticato, anche aspramente, a viso scoperto. Per amore della città. C’è chi, zitto zitto, ha fatto quello che doveva fare. Per amore delle sue tasche. C’è chi, purtroppo la maggioranza, ha lasciato correre, un po’ per quieto vivere, un po’ per disincanto, un po’ perché stufo delle continue frustrazioni. A meno di un anno dall’inaugurazione, dopo più di un secolo dall’ultima expo italiana (ché quella romana e littoria abortì con la guerra), quella sempre di Milano del 1906 – inaugurata con un anno di ritardo!!! – abbiamo il dovere di metterci in gioco. Sulle macerie. Sporcandoci le mani.</p>
<p>Dobbiamo iniziare a spiegare cos’è Expo ai milanesi, innanzitutto. Perché se la strategia economico-finanziaria ha visto in Expo l’ennesimo grande affare su cui speculare, la tattica dal basso dei cittadini deve riuscire a fare una mossa di judo, usare la forza altrui per vincerlo. Riprendersi Expo, farlo diventare patrimonio condiviso. Verranno scienziati, menti pensanti, cooperanti, politici, economisti, artisti da tutto il mondo. Dobbiamo cogliere questa occasione, non tanto e non solo per questioni turistiche, ma su tutto, per me, per ragioni culturali. Creare ponti, link, connessioni inedite. Per la prima volta nella storia, oltre 40 paesi africani saranno presenti in una Esposizione Universale. Questa cosa dovrebbe mandarci in fibrillazione: iniziare a fare dell’Africa una occasione di sviluppo vicendevole, fuori dai patetismi post coloniali o dagli allarmismi sicuritari degli ultimi 20 anni.</p>
<p>Al di là dei numeri &#8211; cifre roboanti e ogni volta calcolate in modo arbitrario – per quanto sicuramente Expo sarà visitata da gente di tutto il mondo, lo sarà innanzitutto da chi vive e gravita nel bacino padano. Sarà un evento che deve dare agli abitanti di questa metropoli la (auto) rappresentazione di cosa loro stessi siano capaci di fare. Solo così potrà diventare un pezzo di Milano anche dopo la manifestazione stessa. Solo se i milanesi sapranno affezionarcisi. Farlo proprio, ognuno a suo modo. Ridimensionando, ad esempio, la percezione falsa che abbiamo della città. Expo 2015, a differenza di altre realtà precedenti, non si tiene “fuori dal mondo”, in chissà quale estrema periferia. È nel cuore della metropoli, in un’area iper-antropizzata, con una densità abitativa spaventosa, affianco ad un polo fieristico immenso. È al centro della nuova città policentrica. Riprogettare Expo dopo l’Expo non significa, come purtroppo ho già visto in molte esercitazioni del Politecnico, marcare il confine dell’area e ridisegnarci dentro, semmai capire come abbattere il confine, creare relazioni col territorio, rendere Expo una centralità forte, sensibile, pena la trasformazione in una <em>gate community</em>, ghetto per ricchi, bolla spaziotemporale estranea alla metropoli. Tutto sta, insisto, nella nostra capacità di affezionarci o meno a quel luogo. Se aspetteremo piegati come giunchi che passi la buriana, se resteremo indifferenti all’evento, più facile sarà che chi ha scommesso sulla riconversione lucrativa dell’area non trovi opposizione alcuna.</p>
<p>È un atto di realismo quello che chiedo. Non si tratta semplicemente d’essere pro o contro, con questa logica calcistica che vuole a tutti costi identificare l’amico dal nemico. La potenza dell’immaginario fa cose inenarrabili. Pensare che le sorti future della metropoli milanese passino tutte da Expo è fanta-urbanistica, se si considera che in una posizione privilegiata, qual è Porta Nuova, è in questo momento aperto il cantiere più grande d’Europa. Lì la città ha davvero cambiato volto, e non ostante tutte le infinite polemiche e gli strascichi, sta riuscendo ad suggestionare l’immaginario cittadino. Fateci caso: tanto quanto, in una posizione altrettanto centrale, il nuovo “Palazzo Lombardia”, architettonicamente più interessante, a visitarlo sembra un luogo desolato e spento, altrettanto il podio della piazza Aulenti – architettura di “maniera” e vagamente trash &#8211; è stato subito accolto dai milanesi e fatto proprio. A corollario la stecca degli artisti, la fondazione Catella, il Bosco verticale, la linea Lilla, etc. etc. stanno tutti assieme disegnando la nuova identità urbana. Se non si fa la stessa cosa nell’aera di Expo, dopo l’evento del 2015, data la location sfortunata dal punto di vista dell’immaginario, l’area stessa perderà di interesse generale. Scusate se insisto, ma Expo è lontana non geograficamente ma lo è nella nostra testa. Dobbiamo fare in modo che ci diventi familiare.</p>
<p>Anche contro la nostra stessa volontà Expo – e purtroppo nelle modalità che temevamo &#8211; si farà. Facciamo che, in corsa, diventi nostra comunque. Dobbiamo perciò, persino contro il buon senso, volergli bene, con lo stesso commuovente trasposto che ci mette Giuseppe Sala (la passione non fa parte di alcun contratto d’Amministratore Delegato. O ce l’hai o non ce l’hai). Stimolando eventi paralleli, quasi costruendo sopra le macerie morali come nel medioevo si faceva sui ruderi imperiali, rinarrando il territorio della metropoli fuori dai suoi soliti luoghi deputati (quindi chi se ne frega di demenziali progetti di ascensori sul Duomo: abbiamo già quelli dei grattacieli vecchi e nuovi, ideiamo un progetto di trilaterazione di punti di vista aerei), coinvolgendo scuole di ogni ordine e grado, la cittadinanza tutta, stimolando idee innovative ad oggi ancora impensate. Accogliendo tutti, dimostrando davvero d’essere una città internazionale. Cambiando modalità e abitudini, attraversando il territorio urbano per conoscerlo e farlo conoscere, arrivando ad Expo in bicicletta, a piedi, in metropolitana. Vivendo Expo come una festa che vogliamo regalarci dopo anni di depressione defatigante.</p>
<p>Prendiamocela non ostante tutto. Che diventi, fra 50 anni, un posto dove i nuovi viaggiatori, fermandosi, facciano chissà quale puerile rituale che dobbiamo ancora inventare &#8211; e che inventeremo di certo &#8211; perché nelle guide turistiche ci sarà scritto che se sosti a Milano non puoi fare a meno di passare di lì. In un tipico, tradizionale, identitario luogo della milanesità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>questo pezzo, scritto su stimolo di Marco Belpoliti, è contemporaneamente pubblicato anche su </em><a href="http://www.arcipelagomilano.org/archives/32882">ArcipelagoMilano</a><em> e su</em> <a href="http://www.doppiozero.com/materiali/commenti/exporsi-nonostante-tutto">DoppioZero</a>, <em>ad apertura di una discussione sul tema Expo 2015 che coinvolgerà altri autori</em>)</p>
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		<title>Fare il (info) punto dell’Expo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Apr 2013 06:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Scandurra]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[InfoPoint Expo]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/infopoint-expo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-45286" alt="infopoint expo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/infopoint-expo.jpg" width="610" height="339" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/infopoint-expo.jpg 610w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/infopoint-expo-300x166.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 610px) 100vw, 610px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Ricordo ancora con vergogna, da studente d’architettura, quando portai quella che all’epoca era la mia fidanzata &#8211; e che oggi insiste a volermi ancora bene al punto d’avermi addirittura spostato -, a vedere l’esposizione dei progetti del concorso per il riordino di Piazza Fontana. Parlo, per capirci, di circa un quarto di secolo fa. Di tavola in tavola, di prospettiva in prospettiva (i rendering computerizzati erano ancora lungi dall’irrompere nell’immaginario disciplinare), mi sentivo sempre più imbarazzato. Ero lì in teoria per spiegare alla ragazza che amavo perché volevo fare l’architetto nella vita, ma più guardavo assieme a lei quelle ipotesi strampalate, effimere, spesso di pessimo gusto &#8211; se non addirittura irrimediabilmente trash &#8211; e più mi mancava l’aria, per l’incapacità che avevo di giustificarle tanto inutile spreco di tempo prezioso.</p>
<p>Fortunatamente apparve d’incanto la soluzione capitanata da Gino Pollini. La più logica, la più semplice e, oggettivamente, la più bella, ad evitare l’onta dello sberleffo imperituro da parte della mia futura moglie. Fortunatamente, insomma, la disciplina era salva. (i casi della vita vollero che poi, pochi anni dopo, mi ritrovai a lavorare proprio presso quello studio, dove convertì molte di quelle tavole disegnate a mano in modelli tridimensionali al computer.)</p>
<p>Non è un paese di concorsi d&#8217;architettura il nostro. Non ne abbiamo la tradizione, quella che ha cambiato le sorti della disciplina in molti paesi europei. Anche per questo il fatto stesso che Expo abbia deciso di affidare l&#8217;incarico del progetto dell’InfoPoint ad un professionista dopo un concorso è già di suo una notizia. Positiva, se si guarda il bicchiere mezzo pieno: è una attitudine, questa, che dimostra una sensibilità desueta nelle nostre città, che ci si augura non resti isolata. Un modo, forse, di attuare un&#8217;etica di impresa che non miri solo all’inciucio (o al massimo profitto).</p>
<p>È un peccato, ovvio, questa disabitudine al protocollo concorsuale: le competizioni architettoniche sono da sempre un laboratorio di ricerca tipologica, formale, tecnologica. Luoghi della ricerca, dell&#8217;innovazione, dove le logiche economiche lasciano spazio anche al pensiero critico. Molta della storia della nostra disciplina passa da concorsi che hanno fatto epoca. Spesso, in Italia, perduti o mai realizzati.</p>
<p>Ma il concorso porta con se anche un rischio. Quello, appunto, di ritrovarci fra le mani progetti di pessimo o nullo valore da giudicare. Robaccia, rumore, ronzio di fondo, scarti. Sembra quasi che la formula concorsuale piuttosto che stimolare il pensiero critico di un progettista vellichi la sua creatività puerile, egoriferita, ridicola. Se poi ci aggiungiamo il fatto che, nel caso dell’Infopoint,  si tratta di ideare una architettura “a tempo”, nato per essere smontato finita l’esposizione, a guardare le prime immagini sul web del concorso appena concluso ho la netta sensazione che grazie a Dio l’abbiamo scampata anche stavolta. Proprio come un quarto di secolo fa, l’ideale coppietta di giovani innamorati, un architetto imberbe e una ragazzina disinteressata alla disciplina, che dovesse scorrere le immagini reperibili in rete (<strong><a href="http://milano.corriere.it/milano/gallery/milano/03-2013/expo/infopoint/infopoint-expo_ed7d9ad4-955b-11e2-84c1-f94cc40dd56b.shtml#1">eccoli i rendering</a></strong> del nostro immaginario!) rivivrebbe quella stessa sensazione di imbarazzo mista a frustrazione. Quanta robaccia, quanto inutile spreco di pensiero! Quale occasione perduta dove poter fare un collettivo ragionamento critico sul tema. No, solo padiglioni precari, effimeri, indifferenti al contesto, formalmente vecchi, stanchi, installazioni da fiera di provincia, spesso a firma di nomi “eccellenti”, quasi non ci credessero neppure loro, presi da altri e più fruttuosi impegni professionali.</p>
<p>Non so bene quali siano stati i requisiti della selezione dei progettisti. D’istinto, avessi avuto in mano io il boccino, avrei preteso un limite d’età. Non per giovanilismo di maniera, ma per dare una occasione autentica ai nuovi talenti che in questa Italia non possono esprimersi. Però, sia ben chiaro, questa scelta non avrebbe reso il risultato migliore: l’autoreferenzialità è il difetto nel manico del progettista nazionale, qualunque sia la sua età anagrafica.</p>
<p>Anche per questo ammiro il lavoro di scrematura fatto dai componenti della giuria. Giuria, per inciso, sulla quale forse due cose dovremmo pur dirle: va bene coinvolgere la società civile, le autorità, le istituzioni, etc. ma se su sette esponenti solo due appartengono in senso stretto al campo disciplinare è come indire un concorso letterario dove i giurati fanno nella vita di tutto, dal chirurgo al notaio, tranne che praticare la critica letteraria o la scrittura poetica. Assai curioso, no?</p>
<p>Eppure, anche stavolta, a discapito di ciò che ho appena scritto, c’è andata bene. La giuria s’è comportata con ragionevolezza, ha scelto non semplicemente “il meno peggio” (opzione fra le più deprimenti) ma davvero un progetto bello, interessante, sul quale poterci spendere parole, pensiero, teoria. Quelli che Alessandro Scandurra – il vincitore – sembra abbia speso quando s’è impegnato a risolvere un tema difficile in uno spazio irrisolto quale quello di largo Beltrami, che è contornato da quinte edilizie di alta qualità ma che è sempre stato nei decenni illogicamente utilizzato come un parcheggio di autobus o di taxi. Un vuoto nel cuore della città annichilito dall’incapacità pubblica di trasformarlo in uno spazio collettivo.</p>
<p>Chissà se l’architettura “effimera” di Scandurra (eppure così rigorosa in questo progetto, così rispettosa dei tracciati storici), almeno nel periodo che sarà corpo edilizio e non solo rendering, saprà stimolare un nuovo utilizzo di quell’area…</p>
<p>Ora però chiediamoci di quali contenuti quei traslucidi contenitori verranno riempiti. È ora di dare peso a questa manifestazione che ad oggi è stata raccontata solo per polemiche giornalistiche e mai per i temi messi in gioco. Lo ammetto non invidio la posizione di Giuseppe Sala, l’amministrazione delegato di Expo. È quello che, più di tutti, ci sta mettendo la faccia. E le facce in Italia si tende a prenderle a schiaffi e sputi. Ogni occasione è buona per la critica distruttiva. “Muoia Sansone con tutti i filistei”, è il motto dell’intellettuale italiano. “Tanto peggio, tanto meglio”. Speriamo invece non sia così. Se Sala saprà dimostrarsi coriaceo come sembra, in questo momento di crisi globale forse qualcosa di buono per la città riusciamo comunque a portarlo a casa. La scelta del progetto di Scandurra mi sembra già un buon viatico.</p>
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		<title>FantaExpo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 06:30:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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		<category><![CDATA[FantaExpo]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Lavoro per il Dipartimento governativo di Archeologia Celtica, ricostruisco il passato di Milano. Da dopo il GVE, il Grande Vuoto Elettromagnetico, nessuno ricorda più nulla, anche per questo la mia attività negli anni è diventata fondamentale. Il Partito della Rosa Camuna &#8211; che prese le redini di questo paese durante il periodo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/rosacamuna.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/rosacamuna.jpg" alt="" title="rosacamuna" width="303" height="245" class="alignnone size-full wp-image-36494" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/rosacamuna.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/rosacamuna-300x242.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 303px) 100vw, 303px" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Lavoro per il Dipartimento governativo di Archeologia Celtica, ricostruisco il passato di Milano. Da dopo il GVE, il Grande Vuoto Elettromagnetico, nessuno ricorda più nulla, anche per questo la mia attività negli anni è diventata fondamentale. Il Partito della Rosa Camuna &#8211; che prese le redini di questo paese durante il periodo anarchico post GVE &#8211; sovvenziona e controlla il mio dipartimento con lo stesso alacre impegno che profonde per il Dipartimento Antintrusione Esterne; sono i suoi due fiori all’occhiello. Mi occupo da tempo dell’Expo di Milano. Sì, quello del 2015; un sacco di anni fa, lo so. Non ne è rimasta più traccia materiale, sembrava quasi una leggenda; poi per un caso fortuito venimmo a conoscenza di un archivio sepolto di documenti pre-GVE. Pazzesco! In Dipartimento eravamo tutti convinti che dopo il famoso rogo in Piazza del Duomo dei libri e dei quotidiani, voluto dalla Gilda dei Libertari per emanciparci definitivamente delle falsità diffuse dalla stampa, non ci fosse rimasto più nulla di cartaceo in città. Poi avvenne il GVE e addio ricordi. Sfoglio da mesi questi documenti, sotto il controllo armato della milizia presidenziale; hanno paura che serbino sorprese: qualunque cosa scoprirò devo per primo informare il Delfino, saprà lui, poi, se diffonderle o meno. <span id="more-36493"></span><br />
“Ricordati: Milano è la città dell’operosità, del lavoro. È la capitale morale ed economica. Odia le pastette, gli inciuci, i meridionalismi, le romanità.” Così mi disse il Delfino, lui, di persona. “Trovaci dove era sito dell’Expo e faremo una campagna di scavi. Porteremo alla luce l’ultimo grande monumento meneghino pre-GVE”. Sapessero dove mi trovo ora… probabilmente sto rischiando un arresto per attività antilombarda. Ma sono uno scienziato, devo innanzitutto rispondere alla mia coscienza. Perché io quei documenti li ho studiati; erano vecchi fascicoli di quotidiani ingialliti, le annate fra il 2007 e il 2010. <em>Corriere della Sera</em>, c’era scritto; probabilmente materiale sovversivo, estremista, forse foraggiato dalla cricca mondial-rom-meridionalista. Almeno credo. Si dice che per il governo lavorino alcuni <em>Ricordanti</em>. Gente che millanta di non aver subito conseguenze durante il GVE, consiglieri governativi che raccontano come i rom e gli extracomunitari all’inizio del XXI secolo avessero in mano tutte le banche e i gangli del potere politico, obbligando i lombardi a lavorare in nero nei cantieri o nelle fonderie. Ma l’Expo doveva essere la prova della superiorità della razza padana, anche se quello che leggo in questi fogli che mi si sbriciolano in mano è di tutt’altra natura. C’è incoerenza fra il progetto presentato al BIE a Parigi e quello sviluppato in seguito: dov’è la torre landmark? Dove sono i nuovi navigli? E i raggi verdi? Possibile che la giunta comunale meneghina fosse così inconsistente da cambiare idea progettuale nel giro di pochi mesi? E com’è possibile che a tutto il 2010 non avessero ancora iniziato i lavori? Mancavano poco più di quattro anni all’inaugurazione, non ha senso! E l’operosità meneghina dov’è? Non sarà stata mica una leggenda? Sarebbe terribile ammetterlo.<br />
Eppure qui, ora che ho un appuntamento segreto con un <em>Ricordante </em>clandestino (se mi scoprono sono finito!) inizio davvero a credere che ho vissuto tutta la mia vita nella menzogna. Perché &#8211; leggendo quelle pagine, quelle parole che restano fisse, non evaporano non si disperdono &#8211; nell’estate del 2010 dell’Expo i milanesi non sapevano ancora nulla, solo che aveva cambiato ben tre amministratori delegati in due anni. Roba degna della peggiore politica borbonica. E le linee metropolitane? Nessun cantiere ancora aperto, si ventilava addirittura l’ipotesi di non costruirle affatto. Ma com’è possibile? E poi, sfogliando quei giornali: infiltrazioni camorristiche, politici lombardissimi in affari con la ‘Ndrangheta, quartieri residenziali costruiti su depositi contaminati di pattume chimico, cricche politico-religiose del malaffare…<br />
Eccolo, il mio contatto è arrivato. L’appuntamento è qui, in questo locale della tradizione meneghina: ordino sushi per tutti e due. È una donna. Vecchissima, sembra eterna. Mi guarda con sospetto, ma so che vuole parlare. Rischiamo tutti e due la vita, certo, ma a cosa serve ricordare se non lo si può condividere? E che cos’è una civiltà se non ha memoria (vera, non falsificata o mitizzata) del suo passato? “Non trovo il sito dell’Expo” le dico, ad un certo punto.<br />
Lei mi guarda ma non dice una parola.<br />
Insisto: “Credo di sapere dove sia. Sospetto vicino alla vecchia fiera di Rho, quella trasformata in campi di lavoro per intellettuali e poeti”.<br />
Mi interrompe: “Campi di concentramento è la giusta definizione”. C’è un attimo infinito di silenzio fra noi due. Intingo il maki nella soia, tipica salsa lombarda, e lo porto alla bocca.<br />
“Sei così giovane” mi dice scuotendo il capo.<br />
“Come fai a ricordare?” le chiedo, di botto.<br />
“E tu cosa sai del GVE?” replica lei.<br />
In realtà nulla. È una sorta di buco nero innominabile per tutti noi figli del post GVE. Lei mi osserva e sembra leggere nei miei silenzi.<br />
“Ero una bambina” mi dice “quando accadde. L’intero paese era davanti al televisore a guardare la finale di coppa del mondo. Nessuno hai mai capito chi sia stato, se i terroristi o addirittura i servizi segreti governativi, quello che so è che fu mandato un segnale elettromagnetico che bruciò il cervello di tutti.”<br />
Resto senza fiato: “E tu?”<br />
Sorride: “Io avevo il televisore spento, mio padre mi stava leggendo una favola.” Una lacrima secca le segna il volto. “Neppure un anno dopo lo internarono alla fiera di Fuksas insieme a quei pochi che avevano tenuto nascosti gli ultimi libri nelle loro case.” Non so cosa dire. Lei mi prende la mano. “Io la verità te la dico. Ma se non ti piacerà non è colpa mia. Ti chiedo solo una cosa.”<br />
Annuisco. “Certo, tutto quello che vuoi.”<br />
Si guarda attorno: “Voglio andare via da questa terra. Voglio morire in un paese civile, dove le donne lavorano o governano, dove i gay si possono sposare, dove si stimolano i giovani talenti, dove si fa ricerca scientifica, si studia l’arte e si tutela il paesaggio. Procurami un lasciapassare per la Romania o per la Turchia, paesi molto più civili e tolleranti del nostro.”<br />
La guardo: “Lo avrai! Dimmi dell’Expo.”<br />
“Non lo troverai mai.”<br />
“Cosa?”<br />
“Parigi tolse d’imperio a Milano &#8211; per evidente inettitudine e inefficienza della sua classe dirigente &#8211; la possibilità di organizzare l’evento. Diede poi a Smirne l’opportunità di portarlo a termine. Quello fu il colpo finale. Milano cadde in un baratro senza fine, fatto di bugie, mafie e guerre fra bande. Il Delfino prese il potere, il resto lo sai. L’Expo di Smirne fu un successo straordinario”.</p>
<p>[<em>pubblicato in versione più breve sulle pagine milanesi de</em> Il Corriere della Sera <em>il 29 agosto 2010</em>]</p>
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		<title>Notizie da una città alla deriva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 09:43:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Doninelli]]></category>
		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Colaprico]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Belpoliti Cosa succede a Milano? Di quale male oscuro soffre la città della finanza e del lavoro, della moda e del design? Il giorno degli stati generali dell’Expo, vanto della metropoli del XXI secolo, il Presidente del consiglio la definisce una città africana. Mentre si vieta il consumo di alcool agli uder 16, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/buzzati-duomo-di-milano-1952.jpg" alt="buzzati-duomo-di-milano-1952" title="buzzati-duomo-di-milano-1952" width="320" height="246" class="aligncenter size-full wp-image-19506" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/buzzati-duomo-di-milano-1952.jpg 320w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/buzzati-duomo-di-milano-1952-300x230.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 320px) 100vw, 320px" /><br />
di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Cosa succede a Milano? Di quale male oscuro soffre la città della finanza e del lavoro, della moda e del design? Il giorno degli stati generali dell’Expo, vanto della metropoli del XXI secolo, il Presidente del consiglio la definisce una città africana. Mentre si vieta il consumo di alcool agli uder 16, scelta giusta ma solo repressiva, nel contempo si espande la città della movida, degli happy hour: da Corso Como all’Arco della Pace, dai Navigli a viale Piave. E contro il successo delle bici a nolo, offerte dal Comune, non si vedono nuove piste ciclabili né in centro né in periferia. <span id="more-19505"></span><br />
A Milano una nuova colata di cemento – grattacieli a grappoli e sopraelevazioni degli immobili dovunque – non ha come contropartita nuove aree verdi. Costruire costruire, mentre la bolla immobiliare esplode. I quartieri popolari della periferia abbandonati a se stessi e il centro vuoto: la parrocchia del Duomo probabilmente non ha neppure 100 abitanti; la sera alle 20 solo bar e uffici vuoti. Intorno a Piazza Duomo non ci abita più nessuno, e si deve ricorrere alle ronde padane là dove una città abitata, con negozi aperti, gente per le strade, offrirebbe un controllo sociale che nessuna polizia sa dare. Piuttosto che rendere vivibili ai residenti i marciapiedi, li si svende ai ristoranti e ai locali per riempirli di tavolini e di gente di passaggio. La pulizia degli edifici, sgorbiati dai writers, è costata come un piccolo quartiere di case ad affitti accessibili, mentre una delle poche mostre visitate dai giovani al Pac, voluta da Vittorio Sgarbi, è stata dedicata a loro, ai disegnatori selvaggi cui dà la caccia un corpo speciale di vigili urbani.<br />
Per chi è giovane e non vuole sorbirsi litri di birra e vino, non esistono luoghi di aggregazione, biblioteche che aprano la sera, centri sociali, spazi dove studiare, usare il computer, o solo leggere fuori di casa. Essere giovani a Milano sembra una colpa, se non proprio un reato. E anche i bambini piccoli non se la passano bene: asili insufficienti, parchi pochissimi, aree giochi quasi assenti. Milano è una città che non si cura dei suoi figli? Sembra proprio di sì. Se Silvio Berlusconi si lamenta per la città sporca, ricoperta di scritte e graffiti, forse non ha mai visto di persona i cantieri interminabili di via Ampere, piazza XXV aprile, piazza Novelli, e tanti altri, vero e proprio sbrego polveroso, non proprio bello a vedersi, in una città che è sempre stata orgogliosa del proprio “fare”, della propria efficienza. Uno scrittore non certo incline a simpatie di sinistra, cattolico militante, discepolo di Testori, Luca Doninelli in un libro bruciante ha definito tutto questo “Il crollo delle aspettative”.<br />
Cosa succede, dunque, alla capitale morale? La risposta non è facile da dare, ma di sicuro non è più governata da una classe dirigente che si preoccupa della gente che ci vive. Pietro Colaprico, un cronista che l’ha battuta palmo a palmo, che la descrive da anni e la racconta anche nei suoi romanzi, ieri spiegava a un lettore milanese, che affranto gli ha scritto, che seppure lui non sia un vecchietto spaventato né un ragazzo della movida, ma solo un lavoratore con famiglia, ha la netta sensazione che chi dirige la città, Letizia Moratti e la sua giunta, non faccia nulla per lui e per la gente in generale. Cosa porta l’Expo, si chiede, solo litigi e alti stipendi tra i gruppi di potere. Oggi Milano è amministrato da un ceto di magnati, aristocrazia del denaro e della finanza, legata a doppio filo con un ceto di costruttori. L’ultimo successo, inaugurato qualche giorno fa, è una strada a quattro corsie, un sottopasso, che attraversa la zona della Stazione Garibaldi, dove sorgeranno i nuovi monumenti edilizi alla ricchezza meneghina, non una scuola o una biblioteca degna di questo nome.<br />
Del resto, l’assenza di una vera classe dirigente, che conosce la città, che la frequenta fuori dalla cerchia dei Navigli, è un dato oramai assodato. Se negli anni Novanta il sindaco Albertini – di cui qualcuno chiede oggi a gran voce il ritorno – si era definito l’amministratore del condominio-Milano, ora sembra che l’orizzonte si sia ristretto al pianerottolo di casa, una magione di via della Spiga piuttosto che un palazzo scalcagnato della Barona. Una città che invecchia e con lei i suoi capi. Per Formigoni, oramai ultrasessantenne, si appresta probabilmente il quarto mandato, mentre alla Triennale – l’unica istituzione culturale che sembra funzionare – ci si affida per il comitato scientifico a un celebre critico d’arte competente, ma oramai settantenne, Germano Celant.<br />
Sconsolato Colarpico concludeva che questa città anche “mia” adesso sembra “cosa loro”, ma “a Milano, a lungo andare, se sali troppo in alto senza veri meriti – pronostica il cronista –, la paghi. Lo dice la storia”. Una conclusione molto amara, ma per fortuna a Milano non c’è solo questo, dalla Caritas a Esterni, da Mulplicity alle associazioni di volontariato, c’è anche un’altra città che non ha perso la speranza e non sta certo ad aspettare i tempi migliori. Per dirla con Italo Calvino delle “Città invisibili”, nell’Inferno delle metropoli bisogna dare spazio a ciò che Inferno non è. </p>
<p>[<em>pubblicato su </em>La Stampa <em>il 19 luglio 2009</em>]</p>
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		<title>Urbanità 7</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 07:30:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia di Brera]]></category>
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		<category><![CDATA[expo 2015]]></category>
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		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo [risposta inedita ad una lettera, recapitatami da una rivista, che mi chiedeva un&#8217;opinione sulla querelle di Brera. G.B.] Gentilissima lettrice, la verità è che Milano ha sempre avuto un rapporto, come dire, “infastidito” con la sua eredità storico-artistica. A conti fatti le emergenze monumentali di questa città non sono, facendo una gretta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>risposta inedita ad una lettera, recapitatami da una rivista, che mi chiedeva un&#8217;opinione sulla </em>querelle<em> di Brera.</em> G.B.]</p>
<p>Gentilissima lettrice,<br />
la verità è che Milano ha sempre avuto un rapporto, come dire, “infastidito” con la sua eredità storico-artistica. A conti fatti le emergenze monumentali di questa città non sono, facendo una gretta conta, inferiori a quelle di Firenze, però i milanesi pare se ne disinteressino. Non a caso m&#8217;è capitato spesso di dover spiegare ai turisti stranieri che il Cenacolo di Leonardo sta proprio qui, in questa città, mica a Firenze come molti di loro credono. Nessuna città può fare a meno della sua memoria, ovvio, ma Milano ha sempre buttato lo sguardo oltre, verso il futuro. È la sua più antica tradizione quella di cambiare continuamente pelle, per poi, magari, rimpiangere con lacrime di coccodrillo, quello che ha perduto. È quell&#8217;atteggiamento ben descritto da Manzoni nei Promessi Sposi: “adelante con juicio”. Correre, ma lentamente. Delle due polarità, però, è quella della lentezza che ha preso il sopravvento in questi ultimi decenni. Una lentezza che appare sempre più puro immobilismo, ammettiamolo. Oggi a dir la verità sembra che il vento stia cambiando, e noi stiamo qui, vigili, a capire se è solo un&#8217;impressione o è qualcosa di più concreto.<br />
<span id="more-11565"></span><br />
Dell&#8217;allargamento del Museo di Brera, tanto per capirci, io ne sento parlare fin da quando ero ragazzo. Mi ricordo pure che nei rampanti anni Ottanta del secolo scorso si arrivò pure a definire un progetto – <em>Brera 2</em> – affidato a un famoso architetto inglese, James Stirling, che finì in un nulla di fatto. Un quarto di secolo dopo ancora se ne parla come qualcosa di imminente. Si sono succeduti governi nazionali di tutti i colori politici, tutti con la soluzione in tasca: chi più “gigantista”, chi più “terra terra”, poi, come al solito, non se ne è fatto nulla, lasciando Brera in una surreale decadenza (dal punto di vista del numero dei visitatori è il 40esimo museo nazionale. Un insulto, in pratica).</p>
<p>Diciamoci la verità: mette tristezza sapere che un patrimonio di tale levatura &#8211; per quello che possiede Brera è senza dubbio fra i primi musei al mondo &#8211; sia così sottoutilizzato. E non è certo chiedendo agli stilisti milanesi, come è stato proposto tempo fa, di rifare l&#8217;uniforme degli uscieri che risolveremmo  i cronici problemi della pinacoteca: gli allestimenti museografici ormai obsoleti, i magazzini che traboccano di capolavori mai esposti, la totale assenza di multimedialità o, più semplicemente, il personale impiegato inadatto a ricevere turisti da tutto il mondo. Tutto ciò nella Milano che cerca di fare il grande salto con l&#8217;Expo 2015. Sembra l&#8217;ennesima occasione sprecata, in un paese che si vanta di possedere il più cospicuo patrimonio artistico del mondo.</p>
<p>L&#8217;ultima proposta, è cosa di questi giorni, cerca una mediazione: non si progetterà più una Accademia di Belle Arti <em>ex novo</em> in Bovisa &#8211; idea, tra l&#8217;altro, sensata, dato il nuovo polo universitario ormai ben saldo nel territorio e la presenza della sede distaccata della Triennale –  ma, in ogni caso, si sposterà l&#8217;Accademia in una ex caserma ristrutturata <em>ad hoc</em>, liberando così il palazzo storico di Brera di un intero piano, raddoppiando di conseguenza lo spazio espositivo del museo. Bene. Trovo sia una soluzione decorosa. Non straordinaria, ma decorosa. Avremmo potuto avere un museo all&#8217;avanguardia nel mondo, forse avremo un museo, quanto meno, visitabile. Occorrerà vedere il progetto architettonico, ovviamente, per quanto io resti dell&#8217;idea che insistere a esporre in palazzi storici opere di tale levatura sia museograficamente errato. Però mi rendo conto quanto il legame simbolico col palazzo seicentesco e la collocazione centrale siano elementi da non sottovalutare.</p>
<p>Il vero problema è capire se, anche in questo caso, siamo nel mondo delle intenzioni o meno. Il Ministro della difesa ha promesso – a detta sua proprio per fare un favore, graziosamente, al Sindaco di Milano – che libererà al più presto la caserma di via Mascheroni. Vediamo cosa accadrà. Nel 2009 la pinacoteca festeggia il bicentenario, forse è la volta buona. Forse. Ma che si smetta di perdere tempo. Sempre per dirla con Manzoni:<br />
&#8211; Giacché la cosa si deve fare, si farà presto.<br />
&#8211; Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">Urbanità 5</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/11/urbanita-6/">Urbanità 6</a></p>
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		<title>Urbanità 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2008 07:00:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo [Da qualche tempo a questa parte, da più parti, mi vengono richieste opinioni su temi urbani e territoriali. Mi accorgo, di volta in volta, di annotarmele come su un ipotetico taccuino, quasi fossero gli appunti di un discorso del quale, in realtà, non ho ancora chiara la forma. Li deposito qui su [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>Da qualche tempo a questa parte, da più parti, mi vengono richieste opinioni su temi urbani e territoriali. Mi accorgo, di volta in volta, di annotarmele come su un ipotetico taccuino, quasi fossero gli appunti di un discorso del quale, in realtà, non ho ancora chiara la forma. Li deposito qui su NI più come stimoli di una discussione che come testi definitivi.</em> G.B.]</p>
<p>Lo slogan in effetti suona bene: “prima le case agli italiani”, pare persino razionale. Ovviamente non lo è. Anche perché se davvero escludessimo per decreto le domande degli extracomunitari dalle liste per le case popolari, non risolveremmo un bel niente. Lo slogan successivo diverrebbe: “ prima le case ai residenti in Lombardia”, per poi diventare “le case ai residenti a Milano”, “nel mio quartiere”, “a quelli con tutti e quattro i nonni nati fra la Bovisa e la Comasina”.<br />
<span id="more-7894"></span><br />
Il vero motto dovrebbe essere, più logicamente: “una casa per tutti”. Perché la casa è un diritto inalienabile, da garantire a chiunque. Ma da oltre venti anni a questa parte di edilizia pubblica &#8211; che sia a Milano o a Roma, indifferentemente dalle giunte di destra o di sinistra &#8211; non s&#8217;è ne è costruita affatto. Colpevolmente.</p>
<p>Si è lasciato il mercato a se stesso, con la vana speranza della sua autoregolamentazione. Ma il mercato non è morale, mettiamocelo bene in testa, e non ne ha il dovere. La politica dovrebbe esserlo. Ma non lo è di certo questa politica dello struzzo, che si vergogna addirittura di parlare di case popolari, fa così poco <em>chic</em>, e oggi bercia di “social housing”, ché in inglese è molto più <em>trendy</em>. Nel frattempo neppure un decimo delle richieste di abitazioni in affitto fatte ai comuni trova una risposta, scatenando una vera e propria guerra dei poveri. </p>
<p>Io che ci sono cresciuto in una casa popolare (e me ne vanto) trovo immorale che ci si ritrovi nel ventunesimo secolo con le baraccopoli ai margini delle nostre città, identiche alle <em>favelas </em>sudamericane. C&#8217;è da rimpiangere le vituperate “case Fanfani”, che diedero un tetto alle decine di migliaia di ex contadini inurbati che, col sudore della fronte, misero le loro braccia a disposizione del boom economico. </p>
<p>Siamo un popolo dalla memoria corta. Ma l&#8217;Expo 2015, non dimentichiamocelo, lo costruiranno i muratori magrebini, gli operai rumeni. Se devono costruirlo, il nostro futuro, hanno anche il diritto di abitarlo. Insieme a noi. </p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Costruire <em>n. 302, luglio 2008</em>]</p>
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		<title>La città che sale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jul 2008 06:00:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che repetita juvant. G.B.] di Gianni Biondillo Poi all&#8217;improvviso Milano scomparve. Nell&#8217;immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone. Qualcuno la immaginava ancora una città rampante, da bere. Si smise di rappresentarla, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che</em> repetita juvant. <em>G.B.</em>]<br />
<a href='Nessuna'><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/umberto_boccioni_la_citta_che_sale.jpg" alt="" title="umberto_boccioni_la_citta_che_sale" width="454" height="169" class="alignnone size-full wp-image-6283" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Poi all&#8217;improvviso Milano scomparve. Nell&#8217;immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone. Qualcuno la immaginava ancora una città rampante, da bere. Si smise di rappresentarla, nel cinema, nella fiction televisiva, divenne un buco nero della memoria. Menomale che alcuni scrittori, spesso quelli più artigianali, di “genere”, continuavano a raccontare le sue trasformazioni antropologiche, i suoi panorami mutevoli. La classe operaia che non andava in paradiso ma in pensione, la romantica <em>ligera </em>che diventava criminalità internazionale&#8230; era da farsi: la Milano di Scerbanenco finiva a Piazzale Loreto, da lì, ai suoi tempi, iniziava ancora, e per davvero, l&#8217;aperta campagna. In fondo Peck, all&#8217;inizio del secolo scorso, stagionava i suoi salumi nell&#8217;aria salubre della Brianza. A Precotto. Oggi invece Milano è una città rete, una città territorio, che più che portare la sua nobile tradizione edile nella territorio extraurbano ha visto tracimare dentro di sé la Brianza velenosa di battistiana memoria. Milano s&#8217;è pastrufaziata, per dirla con l&#8217;ingegnere, che oggi non saprebbe più riconoscerlo il territorio. E forse anche la sua borghesia. <span id="more-6282"></span><br />
Quanto è in fondo provinciale questo cercare il <em>placet </em>della firma prestigiosa, dell&#8217;archistar, per giustificare le peggio speculazioni edilizie del ventre cittadino? Da lì, a cascata, tutta la nuova proliferazione di gru che ha ridisegnato il cielo di Milano -che è bello quando è bello- più che governata da professionisti che amano e conoscono a menadito il territorio, così come si faceva quando era bello progettare a Milano, è dato in affido ad estranei, che intasano la città di volumi pensati per la stazione di Tokio, poi bocciati e riciclati qui, manco fossimo una città del terzo mondo a cui rifilare gli scarti di produzione. Io poi, lo dico di continuo, il trittico di CityLife lo paragono ai <em>tri ciucc</em> di via Lazzaro Papi. Due amici che reggono il terzo, che vomita.<br />
Chi ha gestito Milano negli ultimi vent&#8217;anni lo ha fatto col cipiglio dell&#8217;amministratore di condominio, non del politico lungimirante. Abbiamo stracciato il Piano Regolatore e fattone coriandoli per il carnevale ambrosiano. Perché pianificare? A che serve? Perché questi lacci e lacciuoli? A Milano il mercato ha vinto, “la città che sale”, per dirla con Boccioni, è simbolo dell&#8217;interesse privato, non di quello pubblico, e la tradizione del socialismo storico, del <em>welfare</em>, è ridotta a reazione involontaria: le biblioteche rionali frequentate quotidianamente dal popolo minuto, le nostre scuole sempre più povere e che non ostante tutto ancora funzionano, le casa-vacanze a Pietra Ligure per i nostri bambini, intossicati da un&#8217;aria urbana che toglie loro il respiro e il colore delle gote.<br />
Io che di figlie ne ho due e per scelta di vita neppure ho la patente &#8211; ché in un paese civile bisognerebbe tutti muoversi con i mezzi pubblici &#8211; condivido col mio sindaco la scelta dell&#8217;ecopass. Ma, signora mia, un po&#8217; più di coraggio: a che serve tassare solo quel francobollo di territorio? Oppure davvero crede che Milano sia tutta lì? Forse è vero che a pensar male non si sbaglia mai, e io sospetto che a molti milanesi che contano l&#8217;idea che la nostra sia una metropoli enorme che travalica gli stretti confini comunali e si estende ben oltre la provincia, ingloba la demenziale nascente provincia di Monza e si arrampica su su fino alle pendici delle prealpi, che bussa alle porte di Bergamo, che ha propaggini fin oltre il confine ticinese, questa città di sei, sette milioni di abitanti, che in confronto fa apparire Roma una simpatica successione di borghi ameni, che ha una densità di abitanti per chilometro quadrato paragonabile solo a quella di Napoli, questa area metropolitana che c&#8217;è, che vive, che pulsa, che opera, che produce, che soffre, questa città, insomma, pare che i suddetti milanesi non la vogliano proprio vedere. Un buco nero nell&#8217;immaginario non solo nazionale ma soprattutto politico amministrativo. Qui si fa la guerra dei campanili fra Corsico e Cesano Boscone; Novate e Bollate si guardano sdegnosi; Milano e Sesto progettano indifferenti fra loro identici musei fotocopia, “più belli e più grandi che pria”. L&#8217;unica cosa che li mette d&#8217;accordo sono gli zingari. Quelli non li vuole nessuno. Aspetto con ansia il progetto di un nuovo inceneritore, sospetto atterrito che a suo tempo ne faremo buon uso.<br />
Ma ora abbiamo l&#8217;Expo, signora mia. Ebbene: ora che è davvero nostro, posso confessare, quasi sottovoce, quanta paura ho avuto di vedercelo sfilare da sotto il naso da Smirne, che aveva un progetto urbanistico molto più intrigante del nostro? (a proposito: sarà che il <em>rendering </em>è assai fumoso e inconsistente, ma qualcuno l&#8217;ha capito il “nostro” progetto? Com&#8217;è che di giorno in giorno continua a mutare nelle descrizioni del sindaco?) Non sarò comunque di certo io a fare le barricate “antiExpo”. Oltre al mare di turisti, la manifestazione porterà a Milano, soprattutto, decine di migliaia di scienziati, economisti, intellettuali. La mia natura positiva, i miei studi accademici, mi fanno illudere che questa possa davvero essere l&#8217;ultima occasione affinché Milano si riconosca finalmente metropoli internazionale. Anche perché, nei fatti, l&#8217;Expo lo si fa a Rho. Quindi o tassonomici lo ridenominiamo “l&#8217;Expo di Rho” (ma pare davvero poco <em>chic</em>), oppure decidiamo una volte per tutte che Rho, Busto, Settimo Milanese, e via via, Paderno, Cusano, Cologno, e tutta la cinta calcificata attorno alla città, è, di diritto, Milano a tutti gli effetti e si merita perciò pari dignità.<br />
Un po&#8217; di coraggio, milanesi, ancora un ultimo sforzo! Questa città per troppo tempo è stata ossessivamente centripeta, sempre con lo sguardo rivolto alla Madonnina. Certo le vogliamo tutti bene, ma diamole ogni tanto le spalle, cerchiamo d&#8217;essere centrifughi, decidiamo di stimolare gli altri nodi della città-rete, con simboli e funzioni forti, diamo valore e decoro a chi non vive dentro la cerchia dei Navigli. Questa è la vera grande occasione che l&#8217;Expo può regalarci: fare marketing urbano, programmare una rete ciclabile degna di una città piatta come l&#8217;olio, moltiplicare la mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, creare nuove centralità urbane, riprendere a costruire edilizia sociale (ché non si fa da un quarto di secolo), stimolare le università, l&#8217;associazionismo culturale, la società civile. Fare quello che Milano sa fare, come fece quando cinquant&#8217;anni fa si rigirò come un guanto per accogliere quattrocentomila persone nel volgere neppure di quattro anni. Duecentottanta persone, ogni sacrosanto giorno, vedevano per la prima volta Milano, portandosi dietro sogni e speranze. Quel popolo costruì il futuro della città, e la città gli diede cittadinanza e un tetto. Questo sa fare Milano, ve lo dice il figlio di due immigrati meridionali che si sente milanese fino al midollo. Ma l&#8217;Expo, non dimentichiamolo, lo costruiranno i nuovi immigrati. Sarà edificato da muratori rumeni, elettricisti magrebini, cottimisti albanesi, manovali senegalesi. Il nostro futuro passerà dalle loro mani. Dare loro dignità e un tetto mi pare davvero il minimo.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il Sole 24ore <em>del 15 giugno 2008</em>]</p>
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