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	<title>Expo Milano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I custodi della terra</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2015 16:32:49 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/brand_large.png"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-56861" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/brand_large.png" alt="brand_large" width="350" height="97" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/brand_large.png 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/brand_large-300x83.png 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Alla fine ci siamo andati (quasi) tutti a Expo. Anche quelli che arriccivano il naso, vagamente snob, cocciutamente convinti dell&#8217;insuccesso della manifestazione. C&#8217;è chi ci è andato in automobile cercando un posto dove lasciare la vettura dentro quegli enormi parcheggi fuori scala che non sapremo come riempire dal prossimo novembre. Altri hanno testato la capacità della rete metropolitana di reggere così tanta folla. C&#8217;è chi ha preso il treno ed è sceso alla nuova fermata del passante ferroviario, chi ha inforcato la bici, ne ho viste a centinaia legate ai pali o ai tronchi degli alberi. Chi addirittura se l&#8217;è fatta a piedi, come ho fatto io assieme a “<a href="http://www.sentierimetropolitani.org/">Sentieri Metropolitani</a>”, da piazza del Duomo fino ad Expo. Ci siamo andati, abbiamo fatto file chilometriche fuori dai padiglioni, abbiamo passeggiato per il decumano, fotografato l&#8217;albero della vita e siamo tornati a casa contenti di aver partecipato anche noi di un evento internazionale. Che però, diciamocelo, non è che abbiamo capito per davvero fino in fondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Sarà forse perché il tema, “nutrire il pianeta”, di suo non ha una valenza spettacolare, e noi da una esposizione universale vogliamo farci stupire come un bimbo ad una fiera. Di altro tenore erano le esposizioni del secolo scorso che mostravano le invenzioni, le tecnologie dure, le scoperte scientifiche, le “magnifiche sorti e progressive” verso le quali eravamo destinati. Oggi, di fronte alle emergenze demografiche e alla sostenibilità ambientale c&#8217;è poco da guardare il futuro con quell&#8217;ottimismo sfrenato. Qualche padiglione ha provato a restare aderente al tema, chi con intuizioni spettacolari come il Brasile, chi con qualità didattica, come la Svizzera, chi con allestimenti semplici ma estremamente efficaci come Slow food. Altri, la maggior parte, ha deciso di declinare il tema in una chiave più pop: non più “nutrire il pianeta”, ma “facciamoci una bella mangiata”, influenzati, forse, da una passione televisiva tutta di questo decennio per la culinaria e gli chef stellati.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora finalmente, ad un mese dalla chiusura, arrivano loro. Gli unici che per davvero avrebbero qualcosa da dire sul tema. I contadini, gli allevatori, i pescatori, di tutto il mondo. Vengono non per fare una sfilata folkloristica per il decumano, con tanto di costume tradizionale quasi residui di una cultura antica ormai in via di estinzione. Vengono invitati da <a href="http://www.wefeedtheplanet.com/">Terra Madre</a>, a raccontarci come si possa fare innovazione partendo dalla terra. Come “nutrire il pianeta” significhi renderlo libero da guerre ed emigrazioni epocali. Come ci si possa emancipare tornando alla terra, non più vivendola come una condanna ma come l&#8217;unica vera opportunità di crescita per tutti noi. Ché tutti abitiamo il pianeta ma solo loro ne sono i veri custodi. Vengono dalla Danimarca o dall&#8217;Etiopia, dallo Sri Lanka o dalla Francia. Sono uomini e sono donne. No, anzi: sono ragazzi e ragazze. Una generazione di giovani, spesso laureata, che non ha paura di mettersi in gioco per sanare, come medici di base del pronto soccorso globale, le ferite inferte dai loro sconsiderati padri.</p>
<p align="JUSTIFY">Per come la vedo questo forse è il momento più alto, più nobile dell&#8217;intera manifestazione. Più ancora della compilazione della Carta di Milano, documento pieno di belle intenzioni, controfirmato da nomi di leader politici che pesano, ma che se non ratificato rimane nell&#8217;alveo delle buone intenzioni, che sappiamo cosa lastricano, normalmente.</p>
<p align="JUSTIFY">Questi ragazzi ci dicono che fare politica, nel senso più nobile del termine, è sopratutto fare. Mettere in moto mani e cervello. Che nutrire il pianeta significa condividere la conoscenza, ridistribuire in modo equo, senza sprechi, il cibo prodotto, che avere cura della vigna o del raccolto significa avere cura del paesaggio e della storia, che se non interveniamo sul clima, o sulle diseguaglianze, siamo tutti condannati a esodi biblici dalle conseguenze inimmaginabili. Non lo dicono. Lo fanno.</p>
<p align="JUSTIFY">Verranno qui a Milano, questi ragazzi e queste ragazze, belli e forti della loro gioventù, a ricordarci che c&#8217;è un pianeta giovane che vuole dire la sua, che vuole crearsi le sue regole per il futuro, non subire supino quelle imposte dalla burocratica gerontocrazia che governa il pianeta.</p>
<p align="JUSTIFY">Sono i nostri fratelli minori, i nostri figli, i nostri nipoti. Portano con sé quei valori, quell&#8217;etica che in dirittura d&#8217;arrivo dà finalmente spessore ad una manifestazione di certo positiva nei numeri ma in fondo debole nella sostanza. Non so dove dormiranno, chi li ospiterà, chi li accompagnerà per le strade della mia città. So già di invidiarli. Affettuosamente.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato su</em> OrizzontiExpo, <em>inserto del</em> Corriere della Sera<em> del 1 ottobre 2015</em>)</p>
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		<title>Perdersi a Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2015 06:00:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_50377" aria-describedby="caption-attachment-50377" style="width: 317px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-50377" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969.jpg" alt="Albini in viale Argonne" width="317" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969.jpg 317w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969-237x300.jpg 237w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50377" class="wp-caption-text">viale Argonne</figcaption></figure>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A Linate Bruno ha affittato una macchina. Ha una giornata a disposizione e vuole assolutamente vedere il cantiere dell’Expo. Provo a spiegargli che non c’è molto da vedere, i lavori marciano a pieno ritmo e non è possibile entrarci, troppi problemi di logistica e di sicurezza. Ma lui non demorde. “Milano la conosco già” mi dice. “Visto il Duomo e il Castello cosa resta?” Sorrido, mentre costeggiamo il parco Forlanini. Superato lo spiccato ferroviario d’improvviso la città si fa densa, come fosse un’unica concrezione ossea. Devi sapere, gli dico, che Milano ha da sempre due caratteristiche. Innanzitutto è una città piccola. Intendo quella nei suoi stretti confini comunali, sia ben chiaro. Non parlo dell’area metropolitana, la vera città contemporanea, metropoli di almeno sei milioni d’abitanti, che arriva fino a Bergamo o a Como. Ma i confini comunali sono poca cosa. Spesso le distanze sono più mentali che geografiche. Niente a che vedere con le borgate romane, oltre il raccordo, così lontane dal centro da sembrare isole sperdute in un oceano.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo porto in viale Argonne per spiegargli il concetto. La mole della chiesa dei Santi Nereo e Achilleo fa da testata al viale alberato. Sulla destra c’è un quartiere di case popolari degli anni trenta del secolo scorso. Alcuni edifici sfoggiano timpani e modanature dal gusto storicista, oppure vezzosi colori pastello. Ci sono anche i lunghi parallelepipedi progettati da Franco Albini nel più puro stile razionalista, studiati in molte storie dell’architettura che però dal vivo, data la scarsa manutenzione, non fanno gridare al miracolo. Da qui, a piedi, il centro si trova a meno di mezz’ora. Ecco perché spesso capita di trovare zone popolari affiancate, se non addirittura intrecciate, a quartieri borghesi. Città studi, quartiere della (ex) nuova borghesia di professionisti, condivide in molti casi scuole, campi sportivi e oratori con l’adiacente quartiere ultra popolare e multietnico di via Padova. Basta evitare le arterie di massimo traffico e la città è capace di stupire per l’enorme varietà di tipologie edilizie. A pochi passi da queste case, per dire, c’è via Guido Reni, fatta tutta di villette a schiera di appena due piani, e ce n’è una simile in via Tiepolo, o analoghe più su, verso piazza Aspromonte. Spesso non si sa se siano nate per essere case di famiglie piccolo borghesi oppure sorte per rispondere alle esigenze abitative delle classi meno abbienti, come nel quartiere Mac Mahon, dall’altra parte della circonvallazione, un piccolo pezzo di Londra d’inizio Novecento in salsa meneghina.</p>
<figure id="attachment_50378" aria-describedby="caption-attachment-50378" style="width: 503px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-50378" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972.jpg" alt="via Andrea del Sarto" width="503" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972.jpg 503w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972-300x178.jpg 300w" sizes="(max-width: 503px) 100vw, 503px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50378" class="wp-caption-text">via Andrea del Sarto</figcaption></figure>
<figure id="attachment_50379" aria-describedby="caption-attachment-50379" style="width: 405px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50379" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976.jpg" alt="Biblioteca di Porta Venezia" width="405" height="441" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976.jpg 405w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976-275x300.jpg 275w" sizes="auto, (max-width: 405px) 100vw, 405px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50379" class="wp-caption-text">Biblioteca di Porta Venezia</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">“E oltre all’essere piccola, qual è l’altra caratteristica di Milano?” chiede Bruno. Nel mentre ci fermiamo, devo consegnare un libro alla biblioteca di Porta Venezia. Lui alza gli occhi e osserva le modanature liberty della facciata. È l’ossessione alla novità, gli rispondo. Vuole continuamente rinnovarsi e allo stesso tempo cerca di crescere sempre su se stessa. Quindi puoi trovare diversità non solo tipologiche, ma anche cronologiche nel volgere dello stesso fronte stradale. “Che c’è di nuovo in questo?” mi chiede ironizzando. Anche il liberty &#8211; e a Milano ci sono esempi bellissimi (penso al non finito di palazzo Castiglioni in Corso Venezia, o alla plasticità muliebre di casa Campanini in via Bellini) &#8211; era “il nuovo”, quando importarono lo stile da Vienna. Aggiornarsi, aggiornarsi, era l’imperativo, mai perdere il contatto con le capitali europee. Ma allo stesso tempo cercare una propria lingua, più “nostra”. Come fecero Gio Ponti, o Giovanni Muzio. Gli faccio fare qualche passo e lo porto in via Giorgio Jan. Quello che forse ha meglio interpretato queste istanze, gli spiego, è stato Piero Portaluppi. “Adelante ma con juicio”, manzonianamente. Rinnovarsi ma senza esagerare. Gli mostro un edificio. Una casa borghese di quattro piani che ha sullo spigolo, enfatico, un enorme bovindo vetrato ruotato di quarantacinque gradi. Moderna, per quegli anni, eppure non modernista. Come se fosse sempre stata lì. Edificio tutt’ora abitato che ha però al primo piano la Casa-Museo Boschi-Di Stefano. Con i Lucio Fontana esposti nel salone centrale si potrebbe appianare il debito pubblico nazionale, dico, scherzoso.</p>
<figure id="attachment_50380" aria-describedby="caption-attachment-50380" style="width: 313px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50380" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980.jpg" alt="Casa-Museo Boschi-Di Stefano" width="313" height="456" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980.jpg 313w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980-205x300.jpg 205w" sizes="auto, (max-width: 313px) 100vw, 313px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50380" class="wp-caption-text">via Giorgio Jan</figcaption></figure>
<p>Proseguiamo il nostro viaggio. Il vero simbolo di Milano non è il Duomo, affermo come illuminato, mentre osserviamo in macchina la Torre Breda, ancora oggi per me uno dei grattacieli più belli di Milano. “E qual è?” chiede Bruno. Inizio a credere che andare all’Expo gli interessi sempre meno. In fondo il trucco per far sembrare più grande questa città sta nel perdersi nelle sue strade, ammirando i suoi edifici come fossero i ritratti di famiglia di una pinacoteca privata: studiando le acconciature, i vestiti, i tratti del volto o le pose che cambiano di generazione in generazione, ma allo stesso tempo riconoscendone la continuità. È il cantiere del Duomo il vero simbolo cittadino! &#8211; dico enfatico &#8211; al punto d’essere diventato un modo di dire popolare. Milano non sa fare a meno di gru, pale meccaniche, scavi a cielo aperto, ponteggi.</p>
<figure id="attachment_50381" aria-describedby="caption-attachment-50381" style="width: 409px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50381" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988.jpg" alt="Piazza Gae Aulenti" width="409" height="524" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988.jpg 409w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988-234x300.jpg 234w" sizes="auto, (max-width: 409px) 100vw, 409px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50381" class="wp-caption-text">Piazza Gae Aulenti</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">A Porta Nuova l’intuizione si palesa di fronte ai nostri occhi. Questo è il più grande cantiere urbano d’Europa, gli spiego. Ci sono gru ovunque. Alcuni edifici sono già terminati, nel “bosco verticale” di Boeri c’è già chi ci abita, altri sono ancora <i>in fieri</i>. Quello che manca a Porta Nuova è il parco al centro dell’area, che dovrebbe fare da cerniera e da polmone all’intero quartiere. A pochi passi da qui, gli spiego, c’è il nuovo Palazzo della Regione Lombardia che, al di là delle lecite polemiche, è un progetto architettonicamente ineccepibile. Ma gli architetti mica hanno sempre ragione. È la gente che decide dove andare. E i milanesi hanno adottato di slancio la piazza soprelevata dell’Unicredit Tower, architettura globalista e un po’ tamarra subito accolta nell’immaginario collettivo, per quella nostra tipica passione per la novità. Un quartiere così a Parigi l’hanno edificato alla Defénse, non a ridosso del centro storico. Quarant’anni prima e molto più lontano. Ma ogni città ha la sua storia.</p>
<figure id="attachment_50382" aria-describedby="caption-attachment-50382" style="width: 407px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998.jpg" alt="Zona Ex Fiera" width="407" height="516" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998.jpg 407w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998-236x300.jpg 236w" sizes="auto, (max-width: 407px) 100vw, 407px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50382" class="wp-caption-text">Zona Ex Fiera</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">Faccio fare a Bruno una lieve deviazione, lo porto in via Euripide, zona ex Fiera. Ammiro con lui la misura della case d’inizio Novecento, fra queste una di Ansnago e Vender. Ma lui è attratto da altro: “Cos’è quel transatlantico laggiù”, dice, sorpreso. Ecco, forse un quartiere che i milanesi non adotteranno mai credo sia quello delle residenze di Hadid e Libeskind. Non tanto per la qualità progettuale (a dir la verità bassa, le “archistar” qui hanno fatto da foglia di fico di una clamorosa operazione speculativa), non tanto per l’estraneità del carattere degli edifici al gusto meneghino (sembrano provenire direttamente da Miami beach), è per quell’aspetto di fortilizio impenetrabile, di comunità recintata che guarda con sospetto il resto della città.</p>
<p align="JUSTIFY">Diverso, non ostante le sue contraddizioni, è il caso del Portello. Qui almeno il parco l’hanno realizzato. Quello di Jencks e Kipar è un bel progetto, con tanto di laghetto e colline artificiali fatte con i materiali di scavo del cantiere. Gli abitanti del quartiere che una volta ospitava l’Alfa Romeo l’hanno subito popolato. Gli faccio vedere le case di Cino Zucchi ma gli evito la magniloquente e spettrale <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/06/25/piazza-gino-valle-cleveland/">Piazza Gino Valle</a>. Poi tiriamo dritto, dentro il QT8, quartiere laboratorio degli anni Cinquanta. Lasciamo sulla destra il monte Stella, opera poetica di Piero Bottoni, tumulo delle macerie della seconda guerra mondiale, e ci dirigiamo verso Bonola, dove è stato costruito il primo centro commerciale di Milano. La città inizia a diradarsi.</p>
<figure id="attachment_50383" aria-describedby="caption-attachment-50383" style="width: 382px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50383" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010.jpg" alt="via Cilea" width="382" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010.jpg 382w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010-257x300.jpg 257w" sizes="auto, (max-width: 382px) 100vw, 382px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50383" class="wp-caption-text">via Cilea</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">Voglio fare vedere a Bruno il complesso residenziale “Monte Amiata”, in via Cilea. Estrema periferia per alcuni milanesi che non sono mai usciti dalla cerchia dei Navigli, in realtà a venti minuti di metropolitana da piazza del Duomo. C’è in questo gigantismo edificatorio tutta l’utopia dell’urbanistica pubblica degli anni Settanta. A molti non piace, io lo trovo bellissimo. Ha quarant’anni eppure resiste come un monumento che cerca di riprodurre un lacerto della complessità urbana in una periferia anomica: strade soprelevate, appartamenti duplex, cortili, anfiteatri, percorsi labirintici. E a contrappunto di tanto vociare architettonico c’è la nivea, dechirichiana stecca di Aldo Rossi. Yin e yang. Fu l’ultima stagione dove la cosa pubblica &#8211; la casa come diritto non solo come bisogno &#8211; era prioritaria nell’agenda dell’amministrazione comunale.</p>
<p align="JUSTIFY">Abbiamo ripreso da pochi anni a costruire. Ma non si chiamano più “case popolari”, fa poco chic. Ora si dice <i>social housing</i>. Come il complesso dei Mab Arquitectura in fondo a via Gallarate, ai confini della città, piccolo progetto di buona fattura. O peggio, dico a Bruno, scesi dalla macchina di fronte ad un cantiere, quello che si sta costruendo qui, a Cascina Merlata. Piedi nel fango guardiamo le gru, gli operai, le ruspe. E le torri. Multicolori e kitsch. Della “misura milanese” ormai non c’è più traccia. “Dove mi hai portato” mi chiede, stupefatto. Qui verranno ospitati i 1300 delegati dei paesi che partecipano ad Expo 2015, gli spiego. Poi diventerà un quartiere residenziale. Social housing, <i>of course</i>. Se ti interessa da qui si può vedere il cantiere dell’Esposizione Universale. “Lascia stare” mi dice. “Ci torno il prossimo anno, mi conviene”.</p>
<figure id="attachment_50384" aria-describedby="caption-attachment-50384" style="width: 634px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50384" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034.jpg" alt="Cascina Merlata" width="634" height="477" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 634px) 100vw, 634px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50384" class="wp-caption-text">Cascina Merlata</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato su</em> Dossier Milano<em>, Corriere della Sera, il 13 dicembre 2014. Le pessime foto, fatte in un giorno incredibilmente grigio, sono mie</em>)</p>
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		<title>Alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2014 05:00:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Due fotografie una immagine Nel post dedicato alla spinosa questione del rapporto tra volontariato e lavoro culturale, avevo usato la fotografia dei giovani accorsi a Firenze nel novembre del &#8217;66, dopo l&#8217;alluvione, per salvare i beni della comunità. Giorni fa, sfogliando la rete, mi sono imbattuto nel servizio dedicato da Repubblica ai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Due fotografie una immagine</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/">post</a> dedicato alla spinosa questione del rapporto tra volontariato e lavoro culturale, avevo usato la fotografia dei giovani accorsi a Firenze nel novembre del &#8217;66, dopo l&#8217;alluvione, per salvare i beni della comunità. Giorni fa, sfogliando la rete, mi sono imbattuto nel servizio dedicato da Repubblica ai <em>nuovi angeli del fango,</em> ovvero a quei ragazzi e ragazze andati a Genova per prestare il proprio aiuto. A loro deve andare tutta la nostra gratitudine.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-49226" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli.jpg" alt="angeli" width="986" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli.jpg 986w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli-300x101.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli-900x303.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 986px) 100vw, 986px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi piace l&#8217;espressione &#8220;Angeli del fango&#8221;. Dico il suono della parola. Preferisco quella inglese, <span class="st">Mud <em>Angels, </em>per i giovani venuti da tutto il mondo a mettere</span> in salvo le opere di un patrimonio culturale sentito come universale, portare a braccio  i libri dalle cantine in cui il fango rischiava di ridurre all&#8217;oblio la memoria della comunità. Credo che in molti di noi la parola si associ quasi naturalmente alla<em> sequenza della ragazza che suona il pianoforte nel film &#8220;La meglio gioventù&#8221;;</em> la sequenza suggeriva anche la tesi verosimile della prossimità di quell&#8217;aggregazione spontanea con i fatti del &#8217;68 che seguirono poco dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se volessimo trovare una risposta alla domanda sulle più remote ragioni che spingono un giovane dei nostri giorni a &#8220;partire e andare&#8221; difficilmente potremmo definirne una soltanto, valida per gli uni e per gli altri. Certamente il desiderio di condividere con altri qualcosa dove quel qualcosa è sicuramente l&#8217;esperienza e la consapevolezza di essere utile a qualcuno; l&#8217;idea di appartenere a una comunità. Qualcosa di simile all&#8217;euforia che ben conosce chi abbia partecipato a delle lotte politiche, studentesche o operaie, ai movimenti per la pace o per una qualsiasi altra causa abbastanza forte da travalicare il semplice tornaconto personale. Avviene come un distacco dalla ragione economica perfino quando il senso della mobilitazione si basa su delle istanze salariali, per esempio, o di costi del diritto allo studio. Ecco perché non vedo nessuna differenza tra un giovane d&#8217;oggi accorso a Genova per l&#8217;alluvione e il giovane che nel 2001 aveva raggiunto la città in occasione del G8. Questa gratuità che determina il lavoro di un volontario o di un militante è la stessa di cui parlo quando dico che la cultura sarà salvata dal volontariato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Volontaires et bénévoles</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Ce qui compte</em><br />
<em> ne peut pas toujours</em><br />
<em> être compté,</em><br />
<em> et ce qui peut</em><br />
<em> être compté</em><br />
<em> ne compte pas forcément.</em> »<br />
[Albert Einstein]</p>
<p style="text-align: justify;">La frase di Einstein posta ad esergo di uno studio del 2011 sul bénévolat, sostenuto dal Ministère de la ville, de la jeunesse et des sports francese, suggerisce la traccia che vorrei mantenere lungo tutte queste riflessioni. &#8220;<em>Quando ciò che conta non può essere contato, e quel che può essere contato non necessariamente conta,&#8221;</em> la prima cosa da fare è capire fino a che punto il mondo cultura vada identificato con l&#8217;industria culturale ma soprattutto in che misura è nutrito da attività non retribuite.</p>
<p style="text-align: justify;">Il grande Battiato nel 1980 cantava &#8220;mandiamoli in pensione i direttori artistici gli addetti alla cultura&#8221; proprio attaccando l&#8217;industria culturale di tutte le epoche, le spesso inutili e autarchiche frange del potere culturale messe a difesa dello status quo del paese. Ma poi siamo sicuri che cultura sia soltanto l&#8217;industria culturale? Siamo proprio così certi che letteratura sia sinonimo di editoriale? Nello scorso post dedicato a questo argomento non mi ha affatto meravigliato la levata di scudi di alcuni professionisti della cultura,  travet del mondo editoriale, in difesa della propria dignità e proprietà intellettuale da contrapporre ai &#8220;dilettanti&#8221; delle lettere. Lobbisti contro hobbysti, mi è venuto da pensare leggendoli; come se scrivere fosse un hobby per uno scrittore e un lavoro per quanti, dal direttore editoriale fino alla telefonista della casa editrice, passando per la stagista addetta alle fotocopie e lo stagista assegnato all&#8217;ufficio stampa, avrebbero trasformato quell&#8217;hobby nel proprio lavoro. E lo dico con piena cognizione della necessità e del valore di ogni singolo ruolo all&#8217;interno di un progetto editoriale avendo piena esperienza di quanto un progetto, un romanzo, un libro, guadagni in qualità grazie al concorso di ogni singola competenza e capacità. E la qualità va pagata, tutta e subito. Quando dico cultura però io parlo anche d&#8217;altro. Dico tradizione di pensiero e idee che coprono quasi l&#8217;intero arco della nostra storia culturale strappando anno dopo anno alla ferrea legge dei copyright, <em>dei settant&#8217;anni dalla morte dell&#8217;autore,</em> capolavori dimenticati o diffusi in modo insufficiente. Quando dico volontario non intendo un lavoro che doveva essere retribuito e poi non lo è, nè tantomeno l&#8217;ancora più odiosa ambiguità di certi rapporti di lavoro, contratti, che di fatto legittimano forme di schiavismo tutte moderne.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per evitare malintesi ho pensato di sostituire alla parola volontario, di per sé ambigua, quella di bénévole e di rimettermi, quanto al suo significato, a quello che, per esempio, i francesi ci dicono a tale proposito in un rapporto di tre anni fa.</p>
<p><em>Le rapport du Conseil économique et social présenté par Marie-Thérèse Cheroutre définissait en 1993 le bénévole comme celui qui s’engage librement pour mener à bien une action non salariée, non soumise à l’obligation de la loi, en dehors de son temps professionnel et familial.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>En tant que tel, le bénévolat constitue un enjeu économique évalué à environ 935 000 emplois équivalents temps plein (ETP) dans les associations, concentré dans un petit nombre de secteurs dont quatre bénéficient de l’essentiel de la ressource bénévole, un quart assumant des fonctions d’animation ou d’encadrement d’activités :</em><br />
<em> Sports 29%</em><br />
<em> Culture et loisirs 28%</em><br />
<em> Action sociale, santé, humanitaire 23%</em><br />
<em> Défense des droits 10%</em><br />
<em> Économie, développement local 4%</em><br />
<em> Éducation, formation, insertion 4%</em><br />
<em> Autres 2%</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ipotizzando che tali cifre possano funzionare anche nel caso italiano la prima cosa che colpisce è come il settore culturale sia tra quelli più toccati da questo tipo di attività. Certo vengono accorpati <em>culture et loisirs</em>. Ma cos&#8217;è un loisir?</p>
<p style="text-align: justify;">La <a title="Organisation internationale du travail" href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Organisation_internationale_du_travail">Conférence internationale du travail di</a> Ginevra, del 1924 afferma nelle sue conclusioni: « L<i>a Conférence générale ha avuto per oggetto l&#8217;assicurare ai lavoratori, oltre alle ore di sonno necessarie, un tempo sufficiente per fare quel che gli piace, così come la indica l&#8217;origine etimologica del termine loisir ( dal latino licere, permettere) </i></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-49299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg" alt="nd.11420" width="300" height="366" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420-245x300.jpg 245w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Questa apparente divagazione in realtà ci permette di identificare da subito tutto il &#8220;paradosso&#8221; del lavoro culturale che consiste nel volersi rappresentare come un lavoro vero e proprio <em>nonostante</em> il piacere che si provi nel farlo. Se nel mondo del lavoro manuale o tecnico, il piacere che si prova  nello svolgere una certa professione, la passione che si nutre dell&#8217;esercizio di un&#8217;attività sembra, e a torto, un optional, nel mondo culturale è difficile che quella voglia manchi. In altri termini ci sono in Italia migliaia di giovani e meno giovani  che giocoforza non potranno mai accedere a un lavoro, retribuito, regolare, di tipo culturale e non perché gli manchino talento, devozione, capacità, ma perché l&#8217;industria culturale non ha bisogno di tantissima gente e la poca di cui ci sarebbe bisogno, tolti i figli di, le amanti di, gli amici di, e i fortunati che erano al posto giusto nel momento giusto, non basta ad assorbire tutti. E poi, che follia pensare addirittura di fare un lavoro che piace! Così la nostra esperienza ci dice che sono tante, troppe le persone uscite da Lettere e Filosofia, Conservatorio, Accademia delle Belle Arti, Architettura, Sociologia, per non parlare della ricerca scientifica tout court, a gettare prima la spugna e poi il sangue in lavori spesso poco retribuiti, abbastanza infami ma soprattutto lontani anni luce dalle proprie aspirazioni, dalle competenze acquisite per passione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna nostra e loro queste migliaia di persone nonostante tutto questo non si sono arrese; continuano a leggere, tradurre, recensire libri, presentarli, partecipare a convegni, festival, collaborare a riviste. Qualcuno dirà che lo fanno nel loro tempo di loisir, da bénévoles, esattamente come Primo Levi, James Joyce, Franz Kafka, Roberto <span class="st">Bolaño, ecc ecc.</span></p>
<p style="text-align: justify;">E allora? Allora io vorrei che qualcuno mi dicesse a quanto tutto questo corrisponda in termini percentuali sul lavoro culturale e soprattutto in che modo incida sulla qualità della produzione il fatto di essere sostanzialmente libera dal mercato. Per il momento di questa energia ne sento soltanto il profumo.</p>
<p style="text-align: justify;">Concludo con un documento che mi sembra importante condividere per due ragioni. La prima per rimandare al mittente l&#8217;accusa di farmi promotore dello sfruttamento della forza lavoro culturale nelle imprese commerciali e dall&#8217;altra per ben marcare il passo su cosa non si deve assolutamente accettare che accada in una società civile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Volontariato e profitto: appello di Sergio Bologna ai volontari dell&#8217;Expo di Milano</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" title="Appello di Sergio Bologna: NO AL VOLONTARIATO DEI GIOVANI ALL&#039;EXPO" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/QFhDMpuTejk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>La vera lotta di classe non è quella di chi è dentro ma di chi è fuori</strong></p>
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