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	<title>expo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Esporsi, non ostante tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2014 06:01:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo &#160; Osservo un gruppo di turisti cinesi. Uno dietro l’altro si mettono a roteare tre volte attorno ai testicoli del toro in Galleria. Mi ha sempre incuriosito sapere come nascano le ritualità… chissà chi fu il primo a inventarla, chissà come negli anni sia diventata una prassi di ogni turista che passi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Logo_Expo.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-48269" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Logo_Expo.jpg" alt="Logo_Expo" width="440" height="181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Logo_Expo.jpg 440w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Logo_Expo-300x123.jpg 300w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Osservo un gruppo di turisti cinesi. Uno dietro l’altro si mettono a roteare tre volte attorno ai testicoli del toro in Galleria. Mi ha sempre incuriosito sapere come nascano le ritualità… chissà chi fu il primo a inventarla, chissà come negli anni sia diventata una prassi di ogni turista che passi in città. La Galleria Vittorio Emanuele è un simbolo, un passaggio necessario, un luogo definitivo della identità meneghina. Della sua storia praticamente nessuno sa nulla. C’è e questo basta. È &#8211; nella sua evidenza fattuale &#8211; l’emblema della corsa alla modernità della città del XIX secolo, quando Milano voleva dimostrare di stare al passo coi tempi, al passo con l’Europa.</p>
<p>Nessuno ricorda, oggi, quale scandalo politico-finanziario fu la sua realizzazione: le furibonde polemiche, le opinioni contrastanti sull’abbattimento di un enorme quartiere storico nel cuore della città, il cantiere talmente lungo che l’intero complesso fu inaugurato tre volte, il progettista che – narra la leggenda – addirittura si suicidò per la delusione delle critiche ricevute (non è dimostrato, ma la dice lunga su come venne percepito all’epoca il cantiere), la volumetria segretamente gonfiata per permettere il rientro dei capitali investiti, le tangenti passate sottobanco all’allora sindaco di Milano, i tracolli finanziari.</p>
<p>Niente, nessuno ricorda nulla. Oggi la ammiriamo tutti, ci appartiene. Non ostante gli scandali, le ruberie, il malaffare, così radicato nel nostro agire quotidiano, già all’epoca. (Quindi oggi è perfettamente inutile dare, falsamente nostalgici, la colpa ad una perdita della millantata antica rettitudine cittadina e alla corruzione avvenuta negli ultimi decenni del puro animo meneghino: siamo sempre stati così. Prima della globalizzazione, prima della ‘ndrangheta, prima del fascismo. Coerentemente italiani).</p>
<p>Se dovessi raccogliere tutte le cose che ho detto e scritto su Expo in questi anni, fra giornali, conferenze, blog, racconti, romanzi, potrei tranquillamente farne un tomo ben sostanzioso. Inizio ad averne la nausea. Passare oggi all’incasso, affermare con superbia che “ve l’avevo detto che andava a finire così” davvero non mi interessa. Si critica per costruire, non per distruggere. Il “tanto peggio tanto meglio” è la filosofia che ha affossato e immobilizzato il nostro Paese. “Tanto peggio”, per me, è e resta sempre “tanto peggio”. Bisogna trovare una strategia d’uscita dall’empasse, non godere del rogo, cetra in mano, dall’alto di non si sa quale colle.</p>
<p>Anche perché se è vero che le cose sono andate così come avevo a suo tempo scritto, non è perché io sia più lungimirante d’altri. Sono andate così perché sono sempre andate così. Purtroppo. Gli intellettuali in Italia sono un popolo di sbertucciate voci nel deserto. Alcuni di questi, di contro, amano mostrare la schiena dritta, fanno vanto della loro integerrima alterigia e peggio vanno le cose e più credono di stagliarsi sulle macerie come divinità iperuranee. Io sono di quelli che nelle macerie invece ci sta, ci resta. Cerca, fino all’ultimo, finché le forze reggono, di sgombrare il pattume, dare spazio alle cose, dare loro una nuova opportunità.</p>
<p>In questi anni per me Expo è stata una scatola magica, un cappello da prestigiatore, dove ognuno metteva dentro ed estraeva l’impensabile. Su tutto è stata la cartina di tornasole per comprendere dove finiva l’area metropolitana di Milano. Ovunque andassi chiedevo di Expo, m’informavo se qualcuno si stesse muovendo con iniziative, convegni, progetti. Ad ogni risposta positiva spostavo il confine della metropoli. Ad ogni negativa sapevo di non essere più a Milano. Ero nella metropoli a Lodi, a Como, a Bergamo, a Novara, a Lugano, ne stavo uscendo a Brescia, non lo ero quasi più a Verona. In Umbria, per dire, in Calabria, neppure sapevano di cosa stessi parlando. Quello che doveva essere un evento d’interesse nazionale si dimostrava nei fatti appannaggio di un territorio ben più ristretto. (a onor del vero dobbiamo dire che le Esposizioni Universali sono sempre state vetrine di una città, mai di una Nazione).</p>
<p>La Expo che avremmo voluto – diffusa, sostenibile e rigeneratrice della metropoli – neppure è stata presa in considerazione. Tant’è, inutile recriminare. Inutile, oggi, ripetere il mantra dell’inutilità di questi eventi. Avremmo dovuto fermarci prima, molto prima. Oggi Expo c’è, si fa. Pensare di bloccare i cantieri sarebbe un suicidio collettivo. Qui, in corsa, dobbiamo rivedere la strategia, dobbiamo riformulare le tattiche urbane. Operativi. Ché se per il resto d’Italia Expo neppure esiste, nell’area metropolitana che cosa sia per davvero  questa manifestazione non l’ha ancora capito nessuno.</p>
<p>Faccio fatica ancora oggi a spiegare che, per fare un esempio, <em>City Life</em> e i sui tre demenziali grattacieli non c’entrano nulla con Expo. Provo a chiarire a chi me lo chiede, per farne un altro d’esempio, che l’area rinnovata di <em>Porta Nuova</em> è operazione immobiliare autonoma, che si sarebbe fatta a prescindere, indipendentemente da Expo. I milanesi, da anni, anche i più colti, associano Expo con i grandi cantieri che stanno mutando il volto cittadino. Interessante lapsus collettivo, rivelatore di come si percepisca in Italia un evento internazionale: una occasione per scatenare gli istinti speculativi dei soliti noti. Qualcosa che, in fondo, ricadrà ben poco “nelle vite degli altri”, le persone comuni. Usciamo da questa cornice: forse ci rassicura, di certo non ci conviene.</p>
<p>Ad oggi, dopo il salutare intervento della magistratura, sembra che tutti se ne stiano sottocoperta, lasciando il cerino acceso nelle mani di Giuseppe Sala. Non invidio la sua posizione. Da narratore ammiro però la sua figura, quasi tragica. Sa benissimo d’essere il capro espiatorio perfetto: se tutto andrà per il meglio il carro dei vincitori sarà zeppo di sodali, se sarà una disfatta lui farà da parafulmine per tutti. Lo sa, ne è consapevole. Ha già presentato le sue dimissioni a chiunque e tutti gliele hanno negate. Serve che resti. Non solo perché è un manager capace e volenteroso. Anche perché sembra davvero l’unico che &#8211; al di là del ruolo, al di là del mandato – creda davvero in questa occasione per la città.</p>
<p>Per come la vedo io &#8211; memore del mio filosofo di riferimento &#8211; quando il gioco si fa duro i duri cominciano a  giocare. C’è chi (una minoranza) ha scritto, dibattuto, criticato, anche aspramente, a viso scoperto. Per amore della città. C’è chi, zitto zitto, ha fatto quello che doveva fare. Per amore delle sue tasche. C’è chi, purtroppo la maggioranza, ha lasciato correre, un po’ per quieto vivere, un po’ per disincanto, un po’ perché stufo delle continue frustrazioni. A meno di un anno dall’inaugurazione, dopo più di un secolo dall’ultima expo italiana (ché quella romana e littoria abortì con la guerra), quella sempre di Milano del 1906 – inaugurata con un anno di ritardo!!! – abbiamo il dovere di metterci in gioco. Sulle macerie. Sporcandoci le mani.</p>
<p>Dobbiamo iniziare a spiegare cos’è Expo ai milanesi, innanzitutto. Perché se la strategia economico-finanziaria ha visto in Expo l’ennesimo grande affare su cui speculare, la tattica dal basso dei cittadini deve riuscire a fare una mossa di judo, usare la forza altrui per vincerlo. Riprendersi Expo, farlo diventare patrimonio condiviso. Verranno scienziati, menti pensanti, cooperanti, politici, economisti, artisti da tutto il mondo. Dobbiamo cogliere questa occasione, non tanto e non solo per questioni turistiche, ma su tutto, per me, per ragioni culturali. Creare ponti, link, connessioni inedite. Per la prima volta nella storia, oltre 40 paesi africani saranno presenti in una Esposizione Universale. Questa cosa dovrebbe mandarci in fibrillazione: iniziare a fare dell’Africa una occasione di sviluppo vicendevole, fuori dai patetismi post coloniali o dagli allarmismi sicuritari degli ultimi 20 anni.</p>
<p>Al di là dei numeri &#8211; cifre roboanti e ogni volta calcolate in modo arbitrario – per quanto sicuramente Expo sarà visitata da gente di tutto il mondo, lo sarà innanzitutto da chi vive e gravita nel bacino padano. Sarà un evento che deve dare agli abitanti di questa metropoli la (auto) rappresentazione di cosa loro stessi siano capaci di fare. Solo così potrà diventare un pezzo di Milano anche dopo la manifestazione stessa. Solo se i milanesi sapranno affezionarcisi. Farlo proprio, ognuno a suo modo. Ridimensionando, ad esempio, la percezione falsa che abbiamo della città. Expo 2015, a differenza di altre realtà precedenti, non si tiene “fuori dal mondo”, in chissà quale estrema periferia. È nel cuore della metropoli, in un’area iper-antropizzata, con una densità abitativa spaventosa, affianco ad un polo fieristico immenso. È al centro della nuova città policentrica. Riprogettare Expo dopo l’Expo non significa, come purtroppo ho già visto in molte esercitazioni del Politecnico, marcare il confine dell’area e ridisegnarci dentro, semmai capire come abbattere il confine, creare relazioni col territorio, rendere Expo una centralità forte, sensibile, pena la trasformazione in una <em>gate community</em>, ghetto per ricchi, bolla spaziotemporale estranea alla metropoli. Tutto sta, insisto, nella nostra capacità di affezionarci o meno a quel luogo. Se aspetteremo piegati come giunchi che passi la buriana, se resteremo indifferenti all’evento, più facile sarà che chi ha scommesso sulla riconversione lucrativa dell’area non trovi opposizione alcuna.</p>
<p>È un atto di realismo quello che chiedo. Non si tratta semplicemente d’essere pro o contro, con questa logica calcistica che vuole a tutti costi identificare l’amico dal nemico. La potenza dell’immaginario fa cose inenarrabili. Pensare che le sorti future della metropoli milanese passino tutte da Expo è fanta-urbanistica, se si considera che in una posizione privilegiata, qual è Porta Nuova, è in questo momento aperto il cantiere più grande d’Europa. Lì la città ha davvero cambiato volto, e non ostante tutte le infinite polemiche e gli strascichi, sta riuscendo ad suggestionare l’immaginario cittadino. Fateci caso: tanto quanto, in una posizione altrettanto centrale, il nuovo “Palazzo Lombardia”, architettonicamente più interessante, a visitarlo sembra un luogo desolato e spento, altrettanto il podio della piazza Aulenti – architettura di “maniera” e vagamente trash &#8211; è stato subito accolto dai milanesi e fatto proprio. A corollario la stecca degli artisti, la fondazione Catella, il Bosco verticale, la linea Lilla, etc. etc. stanno tutti assieme disegnando la nuova identità urbana. Se non si fa la stessa cosa nell’aera di Expo, dopo l’evento del 2015, data la location sfortunata dal punto di vista dell’immaginario, l’area stessa perderà di interesse generale. Scusate se insisto, ma Expo è lontana non geograficamente ma lo è nella nostra testa. Dobbiamo fare in modo che ci diventi familiare.</p>
<p>Anche contro la nostra stessa volontà Expo – e purtroppo nelle modalità che temevamo &#8211; si farà. Facciamo che, in corsa, diventi nostra comunque. Dobbiamo perciò, persino contro il buon senso, volergli bene, con lo stesso commuovente trasposto che ci mette Giuseppe Sala (la passione non fa parte di alcun contratto d’Amministratore Delegato. O ce l’hai o non ce l’hai). Stimolando eventi paralleli, quasi costruendo sopra le macerie morali come nel medioevo si faceva sui ruderi imperiali, rinarrando il territorio della metropoli fuori dai suoi soliti luoghi deputati (quindi chi se ne frega di demenziali progetti di ascensori sul Duomo: abbiamo già quelli dei grattacieli vecchi e nuovi, ideiamo un progetto di trilaterazione di punti di vista aerei), coinvolgendo scuole di ogni ordine e grado, la cittadinanza tutta, stimolando idee innovative ad oggi ancora impensate. Accogliendo tutti, dimostrando davvero d’essere una città internazionale. Cambiando modalità e abitudini, attraversando il territorio urbano per conoscerlo e farlo conoscere, arrivando ad Expo in bicicletta, a piedi, in metropolitana. Vivendo Expo come una festa che vogliamo regalarci dopo anni di depressione defatigante.</p>
<p>Prendiamocela non ostante tutto. Che diventi, fra 50 anni, un posto dove i nuovi viaggiatori, fermandosi, facciano chissà quale puerile rituale che dobbiamo ancora inventare &#8211; e che inventeremo di certo &#8211; perché nelle guide turistiche ci sarà scritto che se sosti a Milano non puoi fare a meno di passare di lì. In un tipico, tradizionale, identitario luogo della milanesità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>questo pezzo, scritto su stimolo di Marco Belpoliti, è contemporaneamente pubblicato anche su </em><a href="http://www.arcipelagomilano.org/archives/32882">ArcipelagoMilano</a><em> e su</em> <a href="http://www.doppiozero.com/materiali/commenti/exporsi-nonostante-tutto">DoppioZero</a>, <em>ad apertura di una discussione sul tema Expo 2015 che coinvolgerà altri autori</em>)</p>
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		<title>Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 08:44:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-36037" title="expo-2015-milano2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2-300x219.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2.jpg 534w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></div>
<div>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></div>
<div id="_mcePaste">Procediamo con ordine.  Le ultime tre settimane sono state fondamentali per comprendere quello che si sta preparando al tribunale di Milano, quale sarà lo scenario a cui assisteremo nei prossimi mesi. Lunghi anni di indagini su moltissimi fronti separati stanno infatti cominciando a portare i primi frutti. Si comincia a intravedere quella che sarà una stagione durissima di condanne alla mafia lombarda, simile a quella degli anni Novanta, gli anni dei maxiprocessi per mafia al tribunale di Milano, quelli che comminarono migliaia di anni di carcere agli affiliati alle cosche.</div>
<div id="_mcePaste">Quello che viene fuori dai recentissimi eventi è da un lato un manuale della perfetta infiltrazione nel tesoro dell’Expo e dell’altro la fotografia di una classe di imprenditori, quelli lombardi, che non solo non denuncia affatto e mai, ma che spesso preferisce la collusione per motivi di affari.<span id="more-36036"></span></div>
<div id="_mcePaste">Negli ultimi venti giorni, infatti, il tribunale di Milano ha sancito, se ce ne fosse stato bisogno, con una sentenza di primo grado per associazione mafiosa nel processo Cerberus e con la recentissima ordinanza di custodia cautelare in carcere per tutto il clan Valle (legato a doppio filo al potentissimo clan dei De Stefano, protagonista della sanguinosissima faida da centinaia di morti con il clan Condello e di nuovo imputato adesso a Milano di associazione mafiosa, oltre che di estorsione, usura e intestazione fittizia di beni), che il sindaco Moratti e le autorità si sbagliavano quando negavano l’esistenza della mafia nell’ex capitale morale del Paese e quando si scioglieva frettolosamente la neonata commissione antimafia che avrebbe dovuto cercare di vegliare sul promesso tesoro dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">Il processo Cerberus ha visto la luce alla conclusione dell’omonima inchiesta condotta dal Gico della Guardia di Finanza di Milano che ha eseguito otto arresti su ordine del gip di Milano Piero Gamacchio. Otto arresti che tagliano la testa a uno dei più potenti clan lombardi, quello dei Barbaro-Papalia, che dominano il settore del cemento nell’hinterland milanese: il boss Domenico Barbaro, detto Mico l’australiano, i figli Salvatore e Rosario Barbaro, Pasquale Papalia (figlio del super boss Antonio Papalia) già condannato con rito abbreviato, Mario Miceli, Maurizio De Luna (che ha scelto il rito abbreviato), Maurizio Luraghi e la moglie Giuliana Persegoni. L’accusa è, appunto, di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata all&#8217;estorsione, al porto abusivo di armi e al riciclaggio di denaro. L’11 giugno 2010 la sentenza di primo grado letta dal giudice Aurelio Barazzetta dà ragione quasi su tutto all’impianto accusatorio della pm Alessandra Dolci, e condanna a 9 anni di carcere Salvatore Barbaro, ritenuto il “promotore” dell’associazione mafiosa, a 7 anni Mico l’australianoe l’altro figlio, Rosario. 6 anni di carcere, invece, per Mario Miceli. Ma, insieme a loro, in quella che è una sentenza destinata a fare storia, c’è Maurizio Luraghi, l’imprenditore milanese che ha recentemente avuto le telecamere di Annozero a disposizione per giurare la sua innocenza (nonostante l’esistenza di intercettazioni ambientali in cui lui, parlando con i Barbaro, si dice commosso per aver tirato su insieme a loro tutto l’hinterland sudovest di Milano), che è stato condannato a 4 anni e 6 mesi per le attenuanti generiche, mentre sua moglie è stata assolta per non aver commesso il fatto. Sono decaduti il reato di estorsione e quello dell’uso delle arimi. Quindi, questa sentenza, che sancisce come gran parte del ciclo del cemento (dai lavori di scavo a quelli di movimento terra, al nolo a freddo e al nolo a caldo, all’intermediazione edilizia) dell’hinterland milanese sia stato per anni in mano ai Barbaro-Papalia, sancisce anche il ruolo di un imprenditore lombardo come parte attiva all’interno dell’associazione mafiosa. Chi ha seguito le fasi dibattimentali del processo, come chi scrive, ha in mente benissimo le negazioni di tutti gli altri imprenditori sentiti come testi dall’accusa e dalla difesa. Tutti, senza eccezioni, hanno negato qualsivoglia attività intimidatoria o estorsiva da parte del clan. Che però è poi stata sancita dalla sentenza.</div>
<div id="_mcePaste">Al processo Cerberus sono poi legate altre due indagini, che scaturiranno in altrettanti processi. Nel novembre 2009, infatti, scatta il seguito dell&#8217;inchiesta Cerberus con l&#8217;operazione Parco Sud che porta in cella, tra gli altri, anche gli imprenditori Andrea Madafferi e Alfredo Iorio, accusati di essere il braccio economico-finanziario del clan. Cattura anche per i calabresi Antonio Perre, detto totò &#8216;u cainu, e Domenico Papalia, il figlio minore del boss Antonio, sfuggiti all&#8217;arresto e tuttora latitanti.</div>
<div id="_mcePaste">Il 22 febbraio del 2010, poi, è la volta dell&#8217;operazione Parco Sud II, quella che ha visto gli arresti eccellenti tra i politici: sono scattate le manette anche per l&#8217;ex sindaco di Trezzano sul Naviglio, Tiziano Butturini e l&#8217;assessore del Pdl Michele Iannuzzi.</div>
<div id="_mcePaste">Stessi scenari, dunque: mafiosi in associazione mafiosa con imprenditori, e in alcuni casi con uomini politici. Niente di nuovo? Tutto nuovo, invece, perché questo segna e deve segnare nella coscienza dei cittadini lombardi un cambiamento di rotta, una conquistata consapevolezza del ruolo di alcuni imprenditori e politici. Sono sentenze su cui è obbligatorio riflettere anche alla latitudine padana.</div>
<div id="_mcePaste">Arriviamo a qualche giorno fa, con l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giuseppe Gennari su richiesta della pm Ilda Bocassini della DDA di Milano. In cella il clan Valle che, secondo l’accusa, si sarebbe procurato un enorme patrimonio poi rinvestito in almeno 15 società (immobiliari, edili, ristorazione, locali notturni, videopoker) con la sola usura ed estorsione. Centinaia gli imprenditori e i commercianti vittime dell’estorsione. 138 immobili sequestrati, 15 aziende, per un totale di circa 8 milioni di beni.</div>
<div id="_mcePaste">Ma, di nuovo, sono le durissime parole del pm Bocassini che devono far riflettere i cittadini lombardi, e devono segnare una importante svolta. “Sono tantissime le vittime, ma nessuno ha denunciato” dice Ilde Bocassini. “Nel Sud c&#8217;è una speranza, nel Nord non c&#8217;è la disponibilità a usare lo strumento della denuncia.” E ancora: “Abbiamo riscontrato il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”. “Bisogna mettersi in testa che un’operazione del genere poteva avvenire tranquillamente a Siderno, a San Luca. O si sta con lo Stato o si sta contro lo Stato.” Le parole più dure il procuratore aggiunto le riserva proprio agli imprenditori che non hanno denunciato. linea della procura sarà durissima. casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida. Quando c&#8217;è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi.”</div>
<div id="_mcePaste">È infatti evidente dalla natura del reato, l’usura, che questo trova linfa vitale proprio in forti momenti di crisi economica e di mancanza di liquidità. Ecco, allora, che le ‘ndrine fanno ciò le banche non possono più fare. Le banche, il polmone dell’economia lombarda. “Perché gli imprenditori non denunciano?”, chiedo al pm Bocassini. “In molti casi perché così a loro conviene”, è la secca risposta.</div>
<div id="_mcePaste">Una risposta che certo non mette tranquillità, quando pare che stiano per arrivare i fondi, i 24 miliardi, per l’Expo. E infatti questa operazione, oltre a essere un manuale di mafia tradizionale, “esattamente come opera la Casa Madre” calabrese (per tutti gli elementi attinenti alla villa bunker di Cisliano, “La Masseria”, dotata di decine di telecamere, cani rotweiler, sensori, allarmi e una studio di osservazione audio-video con cui 24 ore su 24 i luogotenenti del boss Franscesco Valle si assicuravano di poter percuotere e picchiare indisturbati i debitori, e per le vedette che sono arrivate anche a seguire per 20 chilometri l’auto di un poliziotto in borghese per poi fermarlo e chiedergli perché fosse passato due volte lì sotto) è un manuale di infiltrazione nei lavori dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">Dice l’ordinanza di custodia cautelare in carcere: “La totale condivisione di interessi tra A. M. (imprenditore del campo immobiliare, tra gli arrestati, nrd <em>[in seguito assolto in primo e secondo grado di giudizio &#8211; NdR 20190605]</em>) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato M. per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l&#8217;area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all&#8217;amicizia con Davide Valia (assessore comunale a Pero)”. Citiamo anche una delle intercettazioni che sole, data l’assenza totale di denunce, hanno portato alla conclusione della difficilissima operazione. dice: “Minchia, meglio di Davide che è a Pero&#8230; cosa dobbiamo avere?”. Dalle intercettazioni, si legge ancora nell&#8217;ordinanza, “è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all&#8217;interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori”. E in un&#8217;informativa della Mobile di Milano si afferma che Valia “si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l&#8217;avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari”.</div>
<div id="_mcePaste">Tutti questi procedimenti penali, a cui si aggiungono il processo Ortomercato e il processo Isola, e destinati a crescere esponenzialmente nei prossimi mesi, dovrebbero far comprendere ai cittadini milanesi e ai lombardi l’importanza della scelta civica della denuncia, fondamentale strumento per non sperperare il tesoro destinato ai lavori dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">E certo è difficile dimenticare il contributo arrivato nel processo Cerberus dall&#8217;ex sindaco di Buccinasco Maurizio Carbonera, più volte minacciato e oggi alla guida dell&#8217;opposizione, che ha raccontato tutte le minacce subite, le auto bruciate, le famose tre croci lasciate in un prato accanto al Comune durante i giorni dell&#8217;approvazione del Pgt. Un tributo di tenacia e di coraggio fondamentali per la sentenza di condanna ai Barbaro-Papalia.</div>
<div id="_mcePaste">“Senza denunce il nostro lavoro diviene molto più difficile. Ci possiamo appoggiare solo sulle intercettazioni telefoniche e ambientali” tuonano le parole del procuratore aggiunto Bocassini.</div>
<div></div>
<div id="_mcePaste"><em>Pubblicato in forma ridotta su L’espresso</em></div>
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		<title>Piovra Replay. Si intomba a cento passi da Palazzo Marino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 08:00:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[expo]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella La piovra sta avvinghiata sulla testa ben acconciata del Paese. Quella fashion, quella cool, quella impegnata, quella con il giornale sottobraccio e la valigetta, quella del cuore di Milano. Tre cuori possiede il polpo, uno per ognuna delle tre casacche criminali: quella di cosa nostra, quella camorrista e quella sempre più forte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>La piovra sta avvinghiata sulla testa ben acconciata del Paese. Quella <em>fashion</em>, quella <em>cool</em>, quella impegnata, quella con il giornale sottobraccio e la valigetta, quella del cuore di Milano.<br />
Tre cuori possiede il polpo, uno per ognuna delle tre casacche criminali: quella di cosa nostra, quella camorrista e quella sempre più forte qui in Lombardia delle ’ndrine calabresi. Tre cuori e una capacità di mimesi che le fa prediligere le camicie a collo dritto, ben stirato, bianco, le cravatte a nodo ampio. Per fare alcuni nomi di chi si spartisce la torta lombarda: gli Emanuello e i Rinzivillo di Gela, i Santapaola e i Madonia di Catania. Alcuni camorristi dalla periferia nord di Napoli, attivi soprattutto nel traffico di droga e nello spaccio. La ’ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, quella dei Valente e dei Piromalli.<br />
<span id="more-29022"></span><br />
Il capocentro del Dipartimento Investigativo Antimafia di Milano, il colonnello Stefano Polo, di questo affare del riciclaggio dei rifiuti non dice niente: se ne sono occupati i Carabinieri del nucleo operativo Ecologico di Treviso, Varese, Monza, Milano e Orio al Serio. La DIA di Milano è impegnata al momento in varie indagini su appalti urbani, edilizia, forniture meccaniche, movimentazione terra, riciclaggio di denaro illecito e braccia ficcate nella grossa torta di ciò che si prepara per l’Expo, il vanto della sindachessa milanese che continua a dichiarare che “la mafia a Milano non c’è.” In Lombardia, infatti, non esiste. Niente.</p>
<p>No, infatti. Secondo l’ultima relazione semestrale al Parlamento e al ministro dell’Interno della DIA, “in Lombardia, le proiezioni di cosa nostra si sono orientate verso l’accaparramento di attività economiche e di appalti, anche sfruttando un’area grigia di concorso da parte di imprenditori disponibili a comportamenti collusivi. In Lombardia le ’ndrine calabresi, continuano a essere molto attive nel traffico di stupefacenti. A Milano e in altre province della regione la ’ndrangheta, oltre alle attività illecite tipiche delle strutture criminali organizzate e consolidate nel territorio, confermate, peraltro, dalle risultanze delle indagini svolte dalla DIA, i sodalizi portano avanti un’azione di penetrazione nel tessuto socio-economico, attraverso la connivenza con settori inquinati dell’imprenditoria. I sempre più rilevanti interessi in gioco, segnatamente nei settori dell’edilizia in genere e nei subappalti per la realizzazione di opere pubbliche, hanno anche fatto saltare, in alcuni casi, equilibri, alleanze e spartizioni territoriali consolidati da tempo, facendo venir meno l’apparente clima di pax criminale che, negli ultimi anni, aveva connotato l’area.” Ecco come si spiegano allora gli omicidi di Rocco Cristello, Carmelo Novella e Aloisio Cataldo. Ma forse Milano si stava rifacendo il ciuffo.</p>
<p>Poi, il rapporto continua. “Il 10 luglio 2008, il GICO di Milano, nell’ambito dell’operazione <em>Cerberus</em>, ha eseguito 8 ordinanze di custodia cautelare, emesse nei confronti di altrettante persone responsabili di associazione per delinquere di stampo mafioso. L’organizzazione, avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e ricorrendo altresì a ulteriori atti di intimidazione attraverso danneggiamenti e incendi all’interno di cantieri, imponeva un sovrapprezzo nei lavori di scavo, da destinare ad appartenenti a cosche della ’ndrangheta. Con tale sistema avevano acquisito il controllo dell’attività di movimento terra nella zona sudovest dell’hinterland milanese.</p>
<p>“Il primo agosto 2008, l’Ufficio del GIP del Tribunale di Milano ha emesso sentenza di condanna, a seguito di rito abbreviato, nei confronti di 14 persone, a conclusione di un’inchiesta su un traffico di stupefacenti all’interno dell’ortomercato di Milano che ha visto coinvolta la cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti.&#8221;</p>
<p>“A ottobre 2008, i Carabinieri di Bergamo, nell’ambito dell’operazione <em>Antlia</em> avviata nel marzo 2007 e coordinata dalla DDA di Brescia, hanno tratto in arresto otto persone appartenenti a una presunta associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, che operava tra le province di Bergamo, Milano e Brescia. Gli arrestati, secondo l’accusa, si rifornivano di ingenti quantitativi di cocaina da un affiliato alla ’ndrangheta, operante nell’area milanese.” </p>
<p> “La regione è un’importante area di snodo del traffico nazionale e internazionale di droga e continua a essere teatro di dinamiche di riciclaggio di capitali illeciti. A tale proposito si cita l’operazione <em>Face off</em>, svolta dalla Guardia di Finanza di Monza, che a settembre del 2008 ha portato al sequestrato di beni per un valore di 96 milioni di euro.” </p>
<p>Si potrebbe continuare a lungo.<br />
Così vanno a fuoco due automezzi di proprietà di una società che presta il nome a Salvatore Accarino, e la pm di Busto Arsizio Sabrina Ditaranto e i Carabinieri del comando Tutela Ambiente scoprono un’associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito dei rifiuti. Di nuovo. Di nuovo Salvatore Replay Accarino e lo stesso giochetto, compiacenti anche direttori e dipendenti di banche di Verbania, Varese e Milano che si tappavano occhi nasi orecchie bocche sul fatto che fosse pluriprotestato.</p>
<p>“La Valle”. Il tombamento. Fagnano Olona, Varese. Luogo adibito a ricovero di automezzi. Utilizzato dagli Accarino, per anni, per stoccare e trattare rifiuti speciali pericolosi. Intercettazioni telefoniche. Video riprese. Quelle che non si potranno più fare se passerà la legge. Camion che arrivano la sera. Camion che scaricano i rifiuti. Gli stessi rifiuti che vengono ricaricati su altri camion che ripartono la mattina. Portavano i rifiuti tossici alla “Valle”. Li sceglievano, con comodo, li separavano. Portavano quelli non tossici a due siti di smaltimento compiacenti, risparmiando loro la selezione. Intombavano quelli tossici, quelli provenienti dalla cartiera “Fornaci” di Fagnagno Olona, terre contaminate da idrocarburi e metalli pesanti. Di questo era specialista Salvatore Accarino.</p>
<p>I guadagni, poi, venivano riciclati con l’acquisto di mezzi e attrezzature da impiegare nelle società collegate, oppure per comprare, utilizzando alle aste pubbliche dei prestanome, unità immobiliari già pignorate alla famiglia che aveva fatto fallire la società dal nome eloquente, in quanto a infiltrazione mimetica: “La Lombarda”.<br />
Con i siti di smaltimento di Legnano, nel milanese, e Briona, nel novarese, gli Accarino gestivano e trafficavano abusivamente enormi quantitativi di rifiuti di gran parte delle aziende della zona.<br />
Questo faceva Salvatore Accarino in Lombardia.<br />
Questa è la Lombardia pulita e inamidata che ogni mattina si alza all’alba operosa, lasciando molti dei suoi giovani ficcati a pugni chiusi nei letti a chiedersi perché non si lavora.</p>
<p>[Questo articolo appare oggi sul &#8220;Quotidiano della Basilicata&#8221;]</p>
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		<title>A cento passi dal Municipio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 05:06:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Barbacetto I boss stanno a cento passi da Palazzo Marino, dove il sindaco di Milano Letizia Moratti lavora e prepara l’Expo 2015. O li hanno già fatti, quei cento passi che li separano dal palazzo della politica e dell’amministrazione? Certo li hanno fatti nell’hinterland e in altri centri della Lombardia, dove sono già [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Barbacetto</strong><br />
I boss stanno a cento passi da Palazzo Marino, dove il sindaco di Milano Letizia Moratti lavora e prepara l’Expo 2015. O li hanno già fatti, quei cento passi che li separano dal palazzo della politica e dell’amministrazione? Certo li hanno fatti nell’hinterland e in altri centri della Lombardia, dove sono già entrati nei municipi. Comunque, a Milano e fuori, hanno già stretto buoni rapporti con gli uomini dei partiti.<br />
<span id="more-9400"></span><br />
«Milano è la vera capitale della ’Ndrangheta», assicura uno che se ne intende, il magistrato calabrese Vincenzo Macrì, della Direzione nazionale antimafia. Ma anche Cosa nostra e Camorra si danno fare sotto la Madonnina. E la politica? Non crede, non vede, non sente. Quando parla, nega che la mafia ci sia, a Milano. Ha rifiutato, finora, di creare una commissione di controllo sugli appalti dell’Expo. Eppure le grandi manovre criminali sono già cominciate.</p>
<p>Ne sa qualcosa Vincenzo Giudice, Forza Italia, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Incontri, riunioni, brindisi, cene elettorali, in cui sono stati coinvolti anche Paolo Galli, Forza Italia, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese. E Massimiliano Carioni, Forza Italia, assessore all’edilizia di Somma Lombardo, che il 14 aprile 2008 è eletto alla Provincia di Varese con oltre 4 mila voti: un successo che fa guadagnare a Carioni il posto di capogruppo del Pdl nell’assemblea provinciale. Ma è Cinque, il boss, che se ne assume (immotivatamente?) il merito, dopo aver mobilitato in campagna elettorale la comunità calabrese.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Loris Cereda, Forza Italia, sindaco di Buccinasco (detta Platì 2), che non trova niente di strano nell’ammettere che riceveva in municipio, il figlio del boss Domenico Barbaro. Lui, detto l’Australiano, aveva cominciato la carriera negli anni 70 con i sequestri di persona e il traffico di droga. I suoi figli, Salvatore e Rosario, sono trentenni efficienti e dinamici, si sono ripuliti un po’, hanno studiato, sono diventati imprenditori, fanno affari, vincono appalti. Settore preferito: edilizia, movimento terra. Ma hanno alle spalle la ’ndrina del padre. Cercano di non usare più le armi, ma le tengono sempre pronte (come dimostrano alcuni bazooka trovati a Buccinasco). Non fanno sparare i killer, ma li allevano e li allenano, nel caso debbano servire. Salvatore e Rosario, la seconda generazione, sono arrestati a Milano il 10 luglio 2008. Eppure il sindaco Cereda non prova alcun imbarazzo.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Alessandro Colucci, Forza Italia, consigliere regionale della Lombardia. «Abbiamo un amico in Regione», dicevano riferendosi a lui due mafiosi (intercettati) della cosca di Africo, guidata dal vecchio patriarca Giuseppe Morabito detto il Tiradritto. A guidare gli affari, però, è ormai il rampollo della famiglia, Salvatore Morabito, classe 1968, affari all’Ortomercato e night club («For a King») aperto dentro gli edifici della Sogemi, la società comunale che gestisce i mercati generali di Milano. È lui in persona a partecipare a una cena elettorale in onore dell’«amico» Colucci, grigliata mista e frittura, al Gianat, ristorante di pesce. Appena in tempo: nel maggio 2007 viene arrestato nel corso di un’operazione antimafia, undici le società coinvolte, 220 i chili di cocaina sequestrati.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Emilio Santomauro, An poi passato all’Udc, due volte consigliere comunale a Milano, ex presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino ed ex presidente della Sogemi: oggi è sotto processo con l’accusa di aver fatto da prestanome a uomini del clan Guida, camorristi con ottimi affari a Milano. Indagato per tentata corruzione nella stessa inchiesta è Francesco De Luca, Forza Italia poi passato alla Dc di Rotondi, oggi deputato della Repubblica: a lui un’avvocatessa milanese ha chiesto di darsi da fare per «aggiustare» in Cassazione un processo ai Guida.</p>
<p>Ne sa qualcosa, naturalmente, anche Marcello Dell’Utri, inventore di Forza Italia e senatore Pdl eletto a Milano. La condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa si riferisce ai suoi rapporti con Cosa nostra, presso cui era, secondo la sentenza, ambasciatore per conto di «un noto imprenditore milanese». Ma ora una nuova inchiesta indaga anche sui suoi rapporti con la ’Ndrangheta: un altro imprenditore, Aldo Miccichè, trasferitosi in Venezuela dopo aver collezionato in Italia condanne a 25 anni per truffa e bancarotta, lo aveva messo in contatto con la famiglia Piromalli, che chiedeva aiuto per alleggerire il regime carcerario al patriarca della cosca, Giuseppe, in cella da anni. Alla vigilia delle elezioni, Miccichè prometteva a Dell’Utri un bel pacchetto di voti, ma chiedeva anche il conferimento di una funzione consolare, con rilascio di passaporto diplomatico, al figlio del boss, Antonio Piromalli, classe 1972, imprenditore nel settore ortofrutticolo con sede dell’azienda all’Ortomercato di Milano. Sentiva il fiato degli investigatori sul collo, Antonio. Infatti è arrestato a Milano il 23 luglio, di ritorno da un viaggio d’affari a New York. È accusato di essere uno dei protagonisti della faida tra i Piromalli e i Molè, in guerra per il controllo degli appalti nel porto di Gioia Tauro e dell’autostrada Salerno-Reggio.</p>
<p>Qualcuno si è allarmato per questa lunga serie di relazioni pericolose tra uomini della politica e uomini delle cosche? No. A Milano l’emergenza è quella dei rom. O dei furti e scippi (che pure le statistiche indicano in calo). La mafia a Milano non esiste, come diceva già negli anni Ottanta il sindaco Paolo Pillitteri. Che importa che la cronaca, nerissima, della regione più ricca d’Italia metta in fila scene degne di Gomorra?</p>
<p>A Besnate, nei pressi di Varese, a luglio il capo dell’ufficio tecnico del Comune è stato accoltellato davanti al municipio e si è trascinato, ferito, fin dentro l’ufficio dell’anagrafe, lasciando una scia di sangue sulle scale. Una settimana prima, una bottiglia molotov aveva incendiato l’auto del dirigente dell’ufficio tecnico di un Comune vicino, Lonate Pozzolo. Negli anni scorsi, proprio tra Lonate e Ferno, paesoni sospesi tra boschi, superstrade e centri commerciali, sono state ammazzate quattro persone di origine calabrese. Giuseppe Russo, 28 anni, è stato freddato mentre stava giocando a videopoker in un bar: un killer con il casco in testa, appena sceso da una moto, gli ha scaricato addosso quattro colpi di pistola. Alfonso Muraro è stato invece crivellato di colpi mentre passeggiava nella via principale del suo paese affollata di gente. Francesco Muraro, suo parente, un paio d’anni prima era stato ucciso e poi bruciato insieme alla sua auto.</p>
<p>L’ultimo cadavere è stato trovato la mattina di sabato 27 settembre in un prato di San Giorgio su Legnano, a nordovest di Milano: Cataldo Aloisio, 34 anni, aveva un foro di pistola che dalla bocca arrivava alla nuca. A 200 metri dal cadavere, la nebbiolina di primo autunno lasciava intravedere il cimitero del paese, in cui riposa finalmente in pace, benché con la faccia spappolata, Carmelo Novella, che il 15 luglio scorso era stato ammazzato in un bar di San Vittore Olona con tre colpi di pistola in pieno viso.</p>
<p>Milano, Lombardia, Nord Italia. È solo cronaca nera? No, Gomorra è già qua. Ma i politici, gli imprenditori, la business community, gli intellettuali, i cittadini non se ne sono ancora accorti.</p>
<p>via <a href="http://circolopasolini.splinder.com/post/18666503">Circolo Pasolini</a></p>
<p>articolo pubblicato su L&#8217;Unità del 10 ottobre 2008</p>
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