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	<title>fabio andreazza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Quadrivi, fenditure</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 11:03:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fabio andreazza]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabio Andreazza Le tinte ancora non sono ultimate, la cerchia, invece, lucida dapprima e distante, furtiva si è spostata. Ancora ci si muove in quasi tutte le direzioni: rimangono bivi, trivi e quadrivi; ma ogni tanto vedo qualche ponteggio e tutto un orizzonte familiare. (1997) ____ In qualche punto di questo malfido trascorrere o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Fabio Andreazza</strong></p>
<p>Le tinte ancora non sono ultimate,<br />
la cerchia, invece, lucida dapprima<br />
e distante, furtiva si è spostata.<br />
Ancora ci si muove in quasi tutte<br />
le direzioni: rimangono bivi,<br />
trivi e quadrivi; ma ogni tanto vedo<br />
qualche ponteggio e tutto un orizzonte<br />
familiare.</p>
<p>(1997)</p>
<p>____</p>
<p>In qualche punto di questo malfido<br />
trascorrere o inoltrarsi mi intrattengono<br />
diverse vite mentre se ne vanno,<br />
lasciando linee più calde e parole<br />
meno improvvise; non più due riflessi<br />
del dolore sul volto in un percorso<br />
già chiarito ma vero. A me il seguito:<br />
ed è un duro scattare.</p>
<p>(1998)<br />
<span id="more-37529"></span><br />
____</p>
<p>In mezzo a fondi ricordi che il secolo<br />
ha reso spassionati si è salvato<br />
dalla poltiglia il volto di una donna<br />
lavato, dalle labbra misurate,<br />
le braccia miti, nonostante i guanti.<br />
Volto che perdo in quello più lontano<br />
di una straniera che sulle pendici<br />
non scompare nel sogno che si compie.</p>
<p>(1998)</p>
<p>____</p>
<p>La corteccia di certo lascerà<br />
intravedere qualche fenditura;<br />
boccioli svelti e rame scavezzate,<br />
però, hanno disdetto il corso retto,<br />
sporgendosi più in là, prima del tempo.<br />
Episodi minuti, quindi, e toni<br />
stagnanti, benché vari:<br />
compari trapassati senza averne<br />
sentore, ronde acquose col petrolio<br />
che dona le fattezze, di soppiatto<br />
accostarsi a sfrontate danzatrici;<br />
e prima o poi la prigionia, che porta<br />
via, nel digiuno, la luce.</p>
<p>(1998)</p>
<p>____</p>
<p>Ciò che risuona tra le frasche in questa<br />
terra che accoglie spalancata e sparge<br />
barchesse e capannoni, arrestava<br />
sul sentiero cristiani in coro in ogni<br />
stagione volti a un antico boschetto<br />
impregnato da polvere, laddove<br />
la vergine nascose le sue membra.</p>
<p>Secoli prima che l’oppio nascesse<br />
e rinascesse lo amavano dalle<br />
radici ai rami bruni senza peli<br />
alle foglie palmate. Poi fu preso in affitto.</p>
<p>Una saggia vamp se ne andava in giro<br />
per le contrade inquieta come i pargoli<br />
nei campi ancora bagnati. È lei<br />
che tu distrai con i tuoi borborigmi<br />
facendone arrestare il corpo oscuro<br />
e ti rivolge contro quelle due<br />
pietre dure dal fondo del giardino.</p>
<p>Piangeva il sagrestano ai primi voti,<br />
ma erano quelli giunti verso sera.</p>
<p>È saltata la luce;<br />
noi abbiamo però<br />
la pila e nel fracasso<br />
ci mettiamo all’azzardo.</p>
<p>(1999)</p>
<p>____</p>
<p>Sono qui e disponibile<br />
alla forza degli occhi freschi<br />
che abbozzano i miei prossimi decenni<br />
con mano risoluta,<br />
scacciando le ombre che prendono vita<br />
quando ti svegli prima del dovuto<br />
e ti accompagnano lungo le strade<br />
morte della giornata.</p>
<p>Ed è questa stagione di preziosi<br />
frutti tardivi che accoglie, col sole<br />
che per poco fa candida la bianca<br />
tovaglia, questa assoluta apertura.</p>
<p>Via, giù: voi rivelate<br />
quello che non verrà.</p>
<p>Eri tu la bambina che teneva<br />
un bambino per mano in fila indiana?<br />
Tu, quella un po’ più grande che a una festa<br />
di compleanno si lasciava un po’ palpare?<br />
E poi voi due più vecchie, facili da confondere.</p>
<p>Non ho mai detto nulla,<br />
credendo che qualcosa in qualche modo<br />
si sarebbe pur mosso –<br />
questi puntelli a una vita<br />
fatta di sguardi profondi.</p>
<p>(1999)</p>
<p>____</p>
<p>Lui ride, ma non sa che la sua cattura<br />
è sfocata. Loro si danno, chi più<br />
chi meno. C’è anche chi si appoggia<br />
al muro con la testa e con il gomito,<br />
studiato di spalle; e chi da secoli<br />
sonnecchia appoggiato a un bastone.<br />
Per molto tempo vi ho guardato da fuori:<br />
la pelle, ruvida o liscia, si poteva<br />
solo accarezzare.<br />
Ed era una fuga continua,<br />
di frontiera in frontiera:<br />
dal vuoto al vuoto;<br />
costruendo fondamenta senza fine –<br />
giardino senza recinzione,<br />
figura astratta.<br />
Tutto, per scoprire le leggi<br />
e illustrarle nei dettagli.</p>
<p>(2003)</p>
<p>________</p>
<p><strong>Verso Hahnwald</strong><br />
<strong>(Intorno a Gerhard Richter)</strong></p>
<p>Che cosa farne di ciò che vediamo?<br />
Lungo il Reno a Colonia,<br />
controcorrente, in un giorno di metà<br />
luglio, ti imbatti in un ragazzo in gita<br />
che si avvicina a una compagna, e respinto<br />
chiede: «Warum?». Vedi poi una chiatta<br />
Café-Restaurant che pigramente accoglie<br />
passanti accaldati, e una vecchia tigrata<br />
sovrappeso che prende il sole. Gli alberi,<br />
alti guardano l’azzurro.<br />
La polizia ti blocca: c’è una bomba<br />
inesplosa. Cambi strada.<br />
In mezzo al bosco sterco equino,<br />
e ti trovi a Weiß: il barista legge<br />
il giornale, l’amante entra e scherza;<br />
un avventore mangia un paio<br />
di salsicce con la senape.<br />
Si potrebbero scattare un sacco di fotografie.</p>
<p>Mi sono aggirato per Hahnwald,<br />
intrecciando percorsi, fino a trovare<br />
la grande scatola di scarpe bianca,<br />
addolcita da una fila di meli.<br />
È istintivo cercare qualcosa,<br />
ha detto una volta.<br />
Ho guardato quelle cose.</p>
<p>(2003)</p>
<p><em>Fabio Andreazza è nato a Castelfranco Veneto nel 1974. Negli anni Novanta ha pubblicato poesie su «clanDestino» e «Addictions».</em></p>
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