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	<title>fabio genovesi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I maledetti toscani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jan 2013 11:00:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa succede in Toscana di Vanni Santoni Cosa succede in Toscana? Parecchio, succede. Mi spiego. Ho cominciato a scrivere non troppi anni fa, su Mostro, una rivista letteraria fiorentina. Aveva contenuti buoni per una rivista autoprodotta, e tuttora considero cruciale per la mia formazione la prova del confronto immediato con autori con più esperienza di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cosa succede in Toscana</strong><br />
di<br />
<strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana.jpg" alt="" title="toscana" width="250" height="189" class="alignleft size-full wp-image-44659" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-128x96.jpg 128w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" />Cosa succede in Toscana? Parecchio, succede. Mi spiego. Ho cominciato a scrivere non troppi anni fa, su <em><a href="http://www.inventati.org/mostro/">Mostro</a></em>, una rivista letteraria fiorentina. Aveva contenuti buoni per una rivista autoprodotta, e tuttora considero cruciale per la mia formazione la prova del confronto immediato con autori con più esperienza di me; tuttavia erano – eravamo – ragazzi, e pativamo una mancanza di connessioni, di “scena”, in città; di gente con cui confrontarci, con cui stipulare alleanze o da tenere come pietra di paragone. La scena, a nostro vedere, eravamo noi stessi, più qualche unità, qualche scrittore più famoso che andava per la sua strada e con cui non avevamo contatti. Non si trattava di una nostra mispercezione: ricordo che, qualche tempo fa, intervistando per il<em> Corriere Fiorentino </em>Sergio Nelli, scrittore della generazione precedente alla nostra, egli lamentasse che negli anni ’80, all’epoca del suo trasferimento in città, non ci fosse scena letteraria, tanto che i primi sodali andò a trovarseli a Milano. </p>
<p>Oggi, invece, quella scena, a Firenze, c’è. In embrione, per certi versi; scollata, senza dubbio; ma esiste. Si è pian piano coagulata attorno a luoghi come la <a href="http://www.lacitelibreria.info/">libreria La Cité</a>, eventi come la prima e unica edizione del festival<em> Ultra</em>, riviste che hanno raccolto l’eredità di <em>Mostro</em> come <a href="http://collettivomensa.com/">Collettivomensa</a>, serate “aperte” come <em>Torino una sega</em>, e si è riconosciuta e “contata” quando, l’anno scorso, c’è stato da lottare <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/a-firenze-meglio-un-festival-letterario-vero-lettera-aperta-di-scrittori-fiorentini-e-non/">contro un “festival”</a> assai discutibile che, in modo del tutto avulso proprio da tale embrionale comunità (o da qualunque altra istituzione culturale cittadina), veniva a speculare sopra le aspirazioni degli esordienti. Va da sé che dopo la battaglia il gruppo si è nuovamente sfilacciato – c’è stato, e c’è, <a href="http://firenzedelleletterature.wordpress.com/">un seguito,</a> che si tradurrà magari in eventi e iniziative, ma di fatto ognuno ha ripreso la propria strada –, ma niente è più come prima, perché questa comunità di scrittori adesso esiste, e si collega anzi a una più ampia nuova scena regionale: di recente il critico Raoul Bruni, sempre attento alla contemporaneità e a quanto avviene nel nostro territorio, mi ha invitato a partecipare a un’antologia che documenterà questa <em>nouvelle vague</em> di autori toscani sotto i quaranta; va da sé che ho accettato, e il roster dei nomi è assai interessante: Simona Baldanzi, Diego Bertelli, Filippo Bologna, Silvia Dai Prà, Francesco D’Isa, Fabio Genovesi, Simone Ghelli, Ilaria Giannini, Pietro Grossi, Emiliano Gucci, Gregorio Magini, Paolo Mascheri, Francesca Matteoni, Ilaria Mavilla, Valerio Nardoni, Sacha Naspini, Federico Parlato, Flavia Piccinni, Alessandro Raveggi, Luca Ricci, (Vanni Santoni), Marco Simonelli. La nuova scena esiste, scrive e, da buon embrione, cresce rapidamente: a livello numerico, ma anche qualitativo. Sono infatti usciti di recente in libreria due romanzi, a firma di due scrittori inclusi nel gruppo succitato, che marcano una crescita decisa per loro e, più in generale, per la scena. </p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-206x300.jpg" alt="" title="9788861651203" width="206" height="300" class="alignright size-medium wp-image-44658" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-66x96.jpg 66w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-26x38.jpg 26w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-148x215.jpg 148w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-88x128.jpg 88w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203.jpg 250w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" />Il primo è <a href="http://www.anobii.com/books/I_provinciali/9788861651203/01bd022fdea8c7b7d2/">I provinciali</a> di Ilaria Giannini, uscito per Gaffi lo scorso novembre. Rispetto al suo esordio <a href="http://www.anobii.com/books/Facciamo_finta_che_sia_per_sempre/9788890357640/014023c458cb71053d/">Facciamo finta che sia per sempre </a>(Intermezzi 2009), ne <em>I provinciali </em>Giannini segna un cospicuo progresso stilistico, trovando nella lingua parlata il punto di forza del proprio registro. Lo dico con cognizione di causa: ho passato tante estati d’infanzia e di adolescenza in Versilia, e quando ho letto passaggi come </p>
<blockquote><p>«Eh no, eh! Non rigira’ la frittata come sempre! Non m’hai nemmeno chiesto come sto e poi sono io lo stronzo! Mi fanno male le costole, devo farmi una radiografia, magari c’ho qualcosa di rotto e come al solito te ne freghi». «Ma smettila, tante storie per du’ colpi! Sempre il solito esagerato, il solito piagnone, avevi a ridargliele, è la metà di te!». «Ma se m’ha preso di spalle, quel codardo! Mi vuole ammazza’, te sei sposata con un pazzo!». «Lo sapevi che ero sposata, ma finché c’era da scopare andava bene, eh? Dai, Emma, rilassati, non lo saprà nessuno, è il nostro segreto, ci penso io a te! Lo vedo come ci pensi a me, per fare i tuoi comodi e basta!». «Ma falla finita, i miei comodi un cazzo, i tuoi comodi! Qui no, a quell’ora no, c’ho da badare alla bimba, mi’ ma’ sta male, il mi’ marito m’aspetta e io lì, come un bischero, è un mese che cambio tutti i turni per te! Ma basta eh, mi basta e mi avanza, scemo io a infilarmi in ‘sto casino per una come te!». «Mi fai pena, te una come me a vent’anni te la potevi giusto sogna’ da lontano, ma guarda con chi mi so’ confusa io! Lasciamo perde’&#8230;».
</p></blockquote>
<p>..ho avuto un immediato déjà-vu dei genitori di un mio amico, i quali, ogni volta che andavo a giocare da lui, sentivo litigare nell’altra stanza. Quelli del passo riportato sono amanti, non coniugi, ma la parlata, il taglio, il modo di inserire la risposta sulla frase precedente, sono quelli. Non so quanto, viste da fuori, le diverse declinazioni del toscano si assomiglino; viste da dentro sono molto diverse tra loro, e il “basso versiliese” di Giannini è di un’esattezza indiscutibile. Il romanzo è infatti ambientato a Bozzano, frazione di Massarosa, piccolo centro della Versilia “profonda”, quella senza Twiga, “Forte”, Bussola né Principe di Piemonte, e la virtù principale dell’autrice è quella di cogliere la lingua della propria terra (e riprodurla, perché quando si va a trasferire un parlato innervato di dialetto sulla pagina scritta, non basta la fedeltà: va ritrovato un equilibrio nella rappresentazione, che è differente da quello “reale”) e usarla per raccontare, attraverso un continuo dialogare, che avviene sovente attorno al fulcro della cucina di casa, un micromondo magari odiato dai suoi personaggi, ma irrinunciabile, perché lì fuori davvero non c’è più niente, e questa famiglia, sfibrata, disfatta, disprezzabile, fonte più di pensieri e dolore che altro, resta comunque l’unica cosa che possiedono.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-189x300.jpg" alt="" title="Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object" width="189" height="300" class="alignright size-medium wp-image-44657" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-60x96.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-23x38.jpg 23w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-135x215.jpg 135w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-80x128.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object.jpg 289w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" />Il secondo romanzo è <a href="http://www.anobii.com/books/Nel_vento/9788807019364/0120c89cd11f5e0b8c/">Nel vento</a> di Emiliano Gucci, in libreria da pochi giorni. Gucci, veterano delle lettere locali – è il suo quinto romanzo, dopo pubblicazioni con Fazi, Guanda, Elliot – esce per Feltrinelli con un romanzo esistenzialista di grande pregio: sotto la patina apparente del <em>concept book</em> – vi si racconta infatti la vita di un centometrista, presumibilmente di rango internazionale, attraverso i pensieri che si manifestano nella sua mente lungo i soli dieci secondi della gara –, <em>Nel vento</em> si rivela subito come un libro potente, e lo fa innanzitutto attraverso lo stile. Gucci raggiunge infatti un’economia e una precisione notevolissime, e scaraventa il lettore all’interno delle stanze mentali del protagonista – perché più che dedali sono stanze, ricolme di immagini, traumi, frustrazioni, istanti di chiarezza percettiva (brillanti quelli sul “puzzo di atletica” e sul rumore dei polmoni dei piccioni), tutti sempre visibili sul palcoscenico del ricordo, come installazioni permanenti e terribili – delineandolo come se si trovasse, lui, frutto di quelle esperienze, frutto di quei ricordi, a essere parte di un gioco cosmico nel quale non esistono ormai che dieci elementi: la pista, la folla sugli spalti e gli otto centometristi – lui stesso e gli altri sette, definiti nella sua mente solo da numeri, e pronti a buttare, come lui, tutta una vita in quei dieci secondi. E tuttavia non siamo di fronte a un romanzo sull’atletica: si parla di atletica, si corre in una pista di atletica, c’è il pubblico dell’atletica, si parla anche di sponsor, allenamenti, doping, ma Gucci riesce a far essere Nel vento un libro su qualunque sport. Di più: su tutti quegli sforzi umani nei quali una lunga e dolorosa preparazione viene spesa in un attimo brevissimo.</p>
<p>Questa assolutezza di visione è il punto di forza del romanzo, tanto che tramite di essa Gucci riesce a centrare un secondo obiettivo, quello di “uscire dal giardino di casa” senza cadere nel vizio opposto, ovvero l’esterofilia forzata: se alcuni nomi che si incontrano lungo la narrazione suggeriscono che il protagonista sia italiano, non lo sono ovviamente i suoi avversari, ma soprattutto tutto il libro si svolge in uno scenario sospeso dove non c’è traccia di specificità locali; anche il vissuto del protagonista è costituito dai soli snodi traumatici, omettendo quell’esistenza di provincia che con ogni probabilità ha fatto da contorno alla crescita di un uomo che oggi è arrivato a giocarsela in una finale importante, forse addirittura olimpica – forse, di nuovo, perché molti sono i non detti nel testo, che contribuiscono a trascinare il lettore in un mondo fatto esclusivamente di elaborazione mentale – il cui racconto però non ci parla di lui, dello sport o dell’agonismo, ma del dramma di essere vivi, e in scena, nostro malgrado. </p>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 11:43:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fabio genovesi]]></category>
		<category><![CDATA[presentazione]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[stefano gallerani]]></category>
		<category><![CDATA[versilia]]></category>
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					<description><![CDATA[Giovedì 6 novembre, alle 19, Stefano Gallerani presenterà il romanzo di Fabio Genovesi &#8220;Versilia rock city&#8221; al Tuma&#8217;s book bar di Roma (quartiere San Lorenzo, via dei Sabelli 17), presente l&#8217;autore. Pubblichiamo l&#8217;intervista realizzata da Isabella Borghese, curatrice degli incontri, a Genovesi.   Dal Bricco dei Vermi a Versilia rock city. Raccontaci il tuo percorso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/versiliarockcityfronte.jpg" alt="" width="219" height="325" /></p>
<div><span><em></em></span></div>
<div><span><em>Giovedì 6 novembre, alle 19, Stefano Gallerani presenterà il romanzo di Fabio Genovesi &#8220;Versilia rock city&#8221; al Tuma&#8217;s book bar di Roma (quartiere San Lorenzo, via dei Sabelli 17), presente l&#8217;autore.</em></span></div>
<div><em>Pubblichiamo l&#8217;intervista realizzata da Isabella Borghese, curatrice degli incontri, a Genovesi.<span id="more-10486"></span></em></div>
<div><em></em></div>
<p> </p>
<div><em>Dal Bricco dei Vermi a Versilia rock city. Raccontaci il tuo percorso e la genesi del titolo.</em></div>
<div><em></em></div>
<div>Non è stato un vero percorso, cioè, non nel senso che si parte da un punto e si arriva a un altro. Il Bricco è stata una cosa un po’ così, tenevo una rubrica su una rivista di argomento locale e ci scrivevo quello che mi passava per la testa. La rubrica era parecchio seguita –anche se non capisco perché- e ai direttori della rivista è venuta l’idea di raccoglierla in un volume. Non una mia idea, anzi non ci credevo molto. Invece è uscito a livello locale ma ha esaurito le mille copie di tiratura in un anno, col passaparola e cinque librerie che lo vendevano.</div>
<div>  </div>
<div><em>Ecco perché Versilia Rock City non è venuto dopo: c’era già prima, e durante, e beh certo anche dopo, cioè adesso. Questo è un romanzo, è la mia cosa insomma, e ci ho lavorato a lungo sopra.</em></div>
<p>Il titolo non è venuto fuori subito, ci sono molti personaggi ognuno con la sua storia, e i titoli in teoria potevano essere molti. Però Versilia Rock City secondo me rende l’idea di quel che ci sta dentro, la smisuratezza degli orizzonti e insieme la micragnosità dei contesti. Le illusioni turistiche e le delusioni adolescenti. E l’istinto suicida ma irresistibile di sognare e insistere ed entusiasmarsi, alla faccia di ogni dato di fatto.</p>
<p><em>A leggere entrambi i tuoi lavori narrativi risalta un’attenzione particolare alle tue radici, alla Versilia, ai suoi abitanti, ai personaggi bizzarri che la popolano, a quanto acquista e/o perde d’estate (condizione variabile dai punti di vista) e col turismo che la invade. Il tuo sguardo sembra piuttosto critico rispetto a questo. Quanto c’è di reale? E perché quest’esigenza di condividerlo?</em></p>
<p>È uno sguardo critico e innamorato insieme. Insomma, del tipo: mi incazzo perché sei così e siccome sei così ti amo. È il rapporto difficile con una terra di grande bellezza e ricchezza, che per arricchirsi sempre più si imbruttisce senza pietà. È la difficoltà del vivere in un paese dove l’accoglienza al villeggiante prevede l’immiserimento dell’abitante. Dove in gelateria i bambini del posto vengono serviti dopo quelli milanesi. Dove i ragazzi devono passare l’estate in baracche di fortuna perché i genitori hanno affittato la casa a una famiglia di Parma, una famiglia in cui il babbo e la mamma e i figli sono tutti più belli e istruiti e ricchi di te. Un paese dove si cresce vivendo come a Las Vegas in agosto, come a Bucarest da settembre in poi.</p>
<div><em>Versilia rock city. Qual è il tuo rapporto con questo libro? E rispetto a quello precedente?</em></div>
<div><em></em></div>
<div>Beh, per il tempo che gli ho dedicato, per la roba che c’è dentro, chiaro che questo è il mio figlio prediletto. Gli regalo le caramelle, lo porto a Gardaland, lo porterei pure a pescare ma credo che l’umidità non gli faccia bene. Certo, come ogni padre sono contento quanto chi lo frequenta mi dice che gli piace, e soprattutto mi fa ben sperare il fatto che quando lo accosto all’orecchio sento nettamente un pezzo andante di rock di quello serio che batte come si deve.</div>
<div><em>Marius dj, Renato, Roberta e Nello restano i protagonisti di Versilia Rock city. Tu come presenteresti ciascuno di loro al pubblico di lettori? E a chi ti senti più vicino?</em></div>
<div><em></em></div>
<div>Non saprei, anch’io li conosco poco. O troppo. No, forse poco. Mi fa contento che ascoltando i lettori ognuno ha il suo preferito, quasi come un tifo, perché alla fine le storie di ogni personaggio vanno addosso alle altre e ci si ritrova a tifare per le sorti dell’uno o dell’altro.</div>
<div>Marius è un ex DJ che è stato popolare negli anni novanta, donne feste pasticche, ora invece sono tre anni che non esce di casa e vive al computer e aspetta la visita di una pornostar che forse non è nemmeno vera. Il suo problema è che per lui forse niente è vero, o serio, o comunque niente merita di alzarsi e uscire di casa. Forse.</div>
<div>Renato, suo coetaneo, si è trasferito a Milano perché non sopporta le malelingue del suo paesino, ma si ritrova a vivere nel rimpianto e arricchendosi suo malgrado con attività assurde legate al turismo di fantasia. Soffre per amore, o per troppo orgoglio, poi la sua vita si rovescerà per un’altra botta di amore, o per altro orgoglio.</div>
<div>Roberta è l’avvocatessa che è ormai arrivata, ma troppo presto, e non sa nemmeno dove. Si è costruita una vita di stile e rigore e gusto, e se la giocherà tutta nell’incontro con un suo ex del liceo, che è esattamente l’opposto di lei. L’unica via possibile per non morire ibernata nel suo stesso gelo.</div>
<div>Questo ex è appunto Nello, il rocker quarantenne con un passato di eroina e metal, con una fedina penale ingombrante e una tendenza naturale alla demolizione, soprattutto personale. Scoprirà di avere molte persone che, nonostante tutto, gli vogliono bene. Anche troppo.</div>
<div>In generale, sono persone ognuna spersa per la sua strada, ma siccome tutte le strade portano al delirio, si incontreranno. Sullo sfondo mutevole e inaffidabile della riviera versiliese.</div>
<div><em></em></div>
<div><em>A definire Versilia rock city con due soli aggettivi non potrei che annoverare: ironico ma cinico. </em><em>Tu quali useresti?</em></div>
<div><em></em></div>
<div>Non lo so, ironico sì, autoironico anche. Cinico forse, e anche autocinico, se ha un senso. Avvolgente, congestionato, ostinato, fiammeggiante, disperato, speranzoso, spiazzante, smodato. Ma forse sono solo aggettivi che mi piacciono in genere, per il romanzo o per una serata o un disco dei Motorhead periodo d’oro.</div>
<div><em></em></div>
<div><em>Fabio Genovesi: traduttore e scrittore. Qual è il tuo rapporto con la scrittura e come lo differenzi?</em></div>
<div><em></em></div>
<div>Per scrivere, la traduzione è una scuola fondamentale. Ti obbliga a risolvere problemi e questioni che nella scrittura pura non si presentano in modo cosciente, diretto, eppure ci sono. Solo che spesso non si notano, e non si risolvono. Questioni di voce, tempo, misura, suono, questioni di aderenza anche. Traducendo un autore, soprattutto uno che ti piace, conosci meglio lui e la sua lingua, ma anche la tua. Un po’ come avere un ospite straniero, lo porti a spasso per la tua città, gli fai da guida per le vie e intanto ti guardi intorno con occhi diversi, e impari un sacco di cose sui tuoi posti che prima non sospettavi nemmeno<strong>.</strong></div>
<div><em></em></div>
<div><em>Ho letto che la prima tiratura di 800 copie di Versilia rock city è stata un gran successo ed è terminata nel giro di pochissimi giorni. </em><em>Cosa ti aspetteresti dal mercato italiano in relazione al tuo Versilia rock city?</em></div>
<div><em></em></div>
<div>Sì, le copie pensate per l’anteprima regionale sono finite così veloci che per leggere un pezzo in una presentazione ho dovuto chiedere il libro a un amico. Ovvio che è stata una bella sensazione. E dà anche un bel po’ di carica per affrontare l’orizzonte nazionale. I segnali per adesso sono buoni. Mi fa troppo contento il parere più che positivo di critici importanti, la loro vicinanza non di circostanza ma proprio umana, voluta, e insieme l’apprezzamento dei lettori. Ce n’è di tutte le età e le classi sociali, dai maniscalchi ai notai, dai visconti ai ciabattini. In un mercato così affollato e tempestoso, ci si deve affidare soprattutto al passaparola tra lettori, e all’entusiasmo di critici e giornalisti che hanno voglia di rischiare un po’. Per ora pare che funzioni. Non pensavo. Speravo, chiaro, però non pensavo.</div>
<div><em></em></div>
<div><em>Esiste un autore vivente a cui vorresti fosse accostato il tuo nome?</em></div>
<div><em></em></div>
<div>Beh, molti. Con alcuni però non c’entro assolutamente nulla e quindi accostarci sarebbe una scemenza. Alcuni sono autori ancora assurdamente da tradurre in Italia. Uno che si trova invece, anche se non se ne sa quasi nulla dalle nostre parti, è Willy Vlautin. Anche per questioni musicali mi sento molto vicino a lui. Che racconta la provincia americana, molto diversa e molto simile per certi aspetti. Lui però è secco, aspro, puro. Io non ci riesco, intorno mi si crea sempre un alone di improbabilità.</div>
<div><em></em></div>
<div><em>Per la scrittura creativa senti ancora l’esigenza di attingere alle tue radici o hai in mente un lavoro differente? Stai già lavorando ad altro?</em></div>
<div><em></em></div>
<div>Sto già lavorando a un nuovo romanzo, certo siamo ancora in altissimo mare e butto giù idee miste su quaderni volanti, sul retro degli scontrini, sui fazzoletti di carta. Ancora mi ci vuole una spina dorsale che regga il tutto. Quindi si potrebbe anche dire che non ne so ancora nulla, a parte il fatto che non sarà ambientato in Versilia. Le radici sono importanti e devono esserci sempre sennò la pianta secca. Però poi i rami cercano di andare in giro. Credo.</div>
<div><em></em></div>
<div><em>Scrittura teatrale e scrittura narrativa. Quale senti più vicina al tuo stile?</em></div>
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<div>La narrativa, certo. Ma quella teatrale mi dà soddisfazione e ha i suoi grandissimi lussi e vantaggi. E come la traduzione è una grande occasione di apprendimento. E lavorare con gli attori, con la messa in scena, con idee altrui&#8230;insomma, credo che nello scrivere ci siano vari ambiti e ognuno abbia le sue necessità, ma alla fine la voce è una, la tua, e non può che migliorare se la tieni allenata nelle diverse situazioni. È come mandarla in palestra ogni giorno a provare i vari attrezzi che ci sono. Poi per forza d’estate fa bella figura in costume.</div>
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<div><em>Quali sono, a tuo avviso, le vie più giuste e dirette oggi per promuovere il romanzo di un autore?</em></div>
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<div>Tutto cambia. Una volta c’erano gruppi forti, andavano in tour, la gente li scopriva dal nulla, girava voce che ci davano dentro, il nome cresceva. Adesso ci sono mille vie di promozione che sovrastano quella più elementare e spontanea. Così è anche per la narrativa. Ma i gruppi che spaccano vengono fuori lo stesso, a volte, perché quando senti un gruppo che spacca vuoi dirlo subito ai tuoi amici, e loro ad altri ancora. E così per la narrativa. Credo. Spero. Credo.</div>
<div><strong><em></em></strong></div>
<div><em>[Cenni biografici: <span style="font-family: Palatino Linotype;">Fabio Genovesi è nato a Forte dei Marmi nel 1974, una laurea in filosofia del linguaggio a Pisa, scrive per il teatro e i documentari, è coautore dei testi comici di Katia Beni e ha firmato &#8220;Vi abbraccio Tutti&#8221;, ultimo spettacolo di Elisabetta Salvatori, insieme all’attrice e a Francesco Guccini. Dall’inglese ha tradotto Lee Ranaldo, &#8220;Road Movies&#8221; (Quarup, 2007) e Hunter S. Thompson, &#8220;Hey Rube&#8221; (Fandango, in uscita ad aprile). Ha curato la versione inglese dei documentari &#8220;Per Sempre Uniti&#8221; di Rosita Bonanno e &#8220;A Quattro Mani (intervista incrociata ad Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli)&#8221; di Matteo Raffaelli, entrambi per Minimum Fax Media.Insieme al regista Duccio Chiarini e ad Evita Ciri ha firmato la sceneggiatura del corto &#8220;Dopodomani&#8221;, trasmesso nel gennaio 2007 su La7 e vincitore del &#8220;Short Film Festival-Prize for the Cinematic Feeling&#8221; di Riga (Lituania) oltre che finalista a: &#8220;Vienna Short Film Festival&#8221;, &#8220;XXI Film Festival Européen du Film Court&#8221; di Brest, Capetown World Film Festival 2006, Premi David di Donatello-Cortometraggi 2006-2007, iv Film Festival di Bolzano 2006, Ischia Film Festival, Milano Film Festival 2006.</span> ]</em></div>
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