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	<title>fascismo estetico &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Stracquadanio, una storia del presente.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 07:26:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[anomalia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[Alcune considerazioni sulle affermazioni di Giorgio Clelio Stracquadanio, il film Videocracy e il documentario Il corpo delle donne. Di Carlo Antonicelli Non se avete mai prestato attenzione a come certi fenomeni colpiscano la mente quando li si incontra per la prima volta per poi perdere il proprio impatto emotivo quando gli stessi fenomeni tendono a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Alcune considerazioni sulle affermazioni di </em><em>Giorgio Clelio Stracquadanio, il film</em> Videocracy <em>e il documentario</em> Il corpo delle donne.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Di<strong> Carlo Antonicelli </strong></p>
<p>Non se avete mai prestato attenzione a come certi fenomeni colpiscano la mente quando li si incontra per la prima volta per poi perdere il proprio impatto emotivo quando gli stessi fenomeni tendono a ripresentarsi con una certa frequenza.</p>
<p>Ricordo che giovanissimo ero appena arrivato a Roma e vidi un uomo per strada, con un moncherino al posto del braccio e una gamba amputata, che chiedeva l’elemosina. Rimasi alcuni minuti a fissarlo, da lontano, incapace di qualsiasi reazione di fronte a quell’<em>immagine</em>. Era insostenibile non solo la sua presenza – il fatto che egli potesse davvero esistere – ma ciò che mi inquietava davvero era che egli potesse alzare lo sguardo su di me e chiedermi qualcosa, qualsiasi cosa. Dovetti cambiare strada quel giorno.</p>
<p>Successivamente l’ho incontrato di nuovo, quell’uomo, e poi ancora. Oggi, quando le nostre strade si incrociano, non cambio più strada. Piuttosto lo guardo nella sua interezza e poi nei suoi <em>pezzi</em> (il moncherino, la gamba mancante), pensando soltanto a quanto sia multiforme e strana la vita degli esseri umani su questa terra.</p>
<p><span id="more-37051"></span></p>
<p>L’immunizzazione dalle immagini dolorose del passato – o anche del presente – è una reazione naturale della nostra mente, utile a difenderci da una continua ricaduta in traumi che non ci permetterebbero di vivere. Tuttavia il confine tra una “visione senza sguardo” e una utile difesa da uno <em>sguardo</em> troppo traumatico è davvero sottile. È facile diventare indifferenti a tutto, incapaci di empatizzare, di indignarci e di reagire. D’altronde in una società di massa e mediatizzata come la nostra, tale problema si presenta in termini cubitali. La posta in gioco è l’etica singolare e collettiva di un popolo, la sua stessa esistenza nel mondo. Se diventiamo incapaci di ascoltare e di guardare perché ipertrofizzati da un immaginario che ci assorbe completamente nei suoi gangli, cosa diventeremo?</p>
<p><em>Glosse sulle macerie del contemporaneo italiano</em></p>
<p>Al tempo dello scandalo di <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200909articoli/47129girata.asp">Palazzo Grazioli</a>, dell’ <a href="http://video.unita.it/media/5_novembre_2008_la_mattina_dopo_Patrizia_Mi_hai_fatto_un_dolore_pazzesco__208.html">affaire D’Addario</a><em> </em>e di Noemi Letizia ci fu un vero sussulto in Italia nella pubblica opinione, specialmente femminile, che si mosse per reagire alle immagini di violenza mediatica e politica che si stavano solidificando nell’immaginario culturale italiano. Ci fu un onesto e trasversale disgusto che attraversò una parte della nostra società. Uno dei migliori risultati che l’offensiva femminile riuscì ad attestare allora fu il documentario-saggio, Il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=wEEyVtiKvK4">corpo delle donne</a>, di <strong>Lorella Zanardo</strong> e <strong>Marco Malfi Chindemi</strong>. Poco tempo dopo uscì nelle sale il film di <strong>Erik Gandini</strong> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=XTu2hKD3Y2I">Videocracy</a> che rappresentò il controcampo ideale del lavoro della Zanardo, nonché un amplificatore dei suoi contenuti.</p>
<p>Da un punto di vista estetico entrambi i lavori sembravano la giustapposizione di differenti puntate di <em>Blob</em> – e questo, detto per inciso – dovrebbe far riflettere su cosa significa rappresentare la ‘realtà’ in un società <em>mediatizzata</em> come la nostra.</p>
<p>Ultimamente <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/09/13/news/stracquadanio_legittimo_prostituirsi_se_si_vuole_fare_carriera-7033057/">le affermazioni</a> del deputato della Repubblica <strong>Giorgio Clelio Stracquadanio</strong> sono arrivate a colpire la nostra mente nella forma non della novità, bensì in quella della ripetizione. Il messaggio che era soltanto alluso ed implicito nelle vicende che hanno coinvolto il presidente del consiglio (<em>prostituitevi se volete avere successo</em>), è ritornato sotto forma di un enunciato chiaro ed esplicito, nelle parole di Stracquadanio stesso. La ridondanza, la ripetizione, si è fatta espressione e verità.</p>
<p><em>Fabbricare corpi, ovvero come si diventa l’immagine che sei.</em></p>
<p style="text-align: right;">La borghesia […] ha lacerato senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali e non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse lo spietato «pagamento in contanti». Essa ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i santi fremiti dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco della sentimentalità piccolo-borghese</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">Karl MARX, Frederich ENGELS</p>
<p>Torniamo su Videocracy per analizzare come funziona questa <em>produzione di verità</em>, chi ne sono i produttori e come tale verità modelli la società, strutturandone le relazioni umane, sociali, politiche e culturali.</p>
<p>Videocracy si apre con la storia di un giovane operaio bresciano che cerca ostinatamente di rendersi <em>appetibile</em> al mercato televisivo disciplinando il proprio corpo e lavorando sulla propria <em>immagine</em>. La finalità dell’operaio in questione è la creazione di una sorta di <em>cyborg</em> che materializzi in se stesso la fusione di due note figure dello <em>show business</em>: <strong>Jean Claude</strong> <strong>Van Damme</strong> e <strong>Ricky Martin</strong>. Tutto ciò potrebbe suonare risibile, se non fosse invece tragico. Ma intendere questo singolo caso come un’eccezione periferica sarebbe miope. L’immaginario dentro cui si muove tale mentalità è continuamente sostenuta da tutti i segnali culturali che ci circondano. L’operaio(ma è un discorso estensibile a molte altre categorie oggigiorno), scriveva <strong>Guy Debord</strong>,</p>
<p>&#8220;lavato dal disprezzo totale che è chiaramente espresso da tutte le modalità di organizzazione e sorveglianza della produzione, si ritrova ogni giorno al di fuori di essa trattato apparentemente come una persona grande, con cortesia premurosa, sotto il travestimento del consumatore&#8221; (2).</p>
<p>Quello che correttamente <strong>Debord</strong> chiama «l’umanesimo della merce» ingloba in sé gli svaghi e la vita del lavoratore come un fatto normale. Ed un fatto ordinario perché è la realtà intera, nei suoi minimi aspetti, a confermare che tutto è merce, tutto e tutti hanno un prezzo, ogni singola cosa, materiale o immateriale, si può vendere, comprare, scambiare – specialmente i corpi e le immagini dei corpi stessi.</p>
<p>Insomma non è tanto una questione morale, quanto di <em>economia politica</em>. Tendenzialmente il reale tende sempre a diventare razionale quando il primo risulta immodificabile.</p>
<p>Il nuovo regime del commercio e dello scambio capitalistico ha la sua punta produttiva nei mass-media, ovvero nel cinema, nella televisione e nei media diffusi (internet, I-Pod, tv on demand, videotelefoni etc.). Le nuove «terre vergini» da colonizzare per plasmare nuovi bisogni sono la nostra mente, l’immaginario, i(bi-)sogni. <strong>Berlusconi</strong> ha forse il solo merito di aver importato ed adattato il modello globale all’Italia. L’anomalia, come si usa dire, è che Berlusconi, a differenza di <strong>Ruper Murdoch</strong> o <strong>Bill Gates</strong>, è il primo ministro dell’Italia mentre i due sopra menzionati, sono ‘solo’ i possessori di immensi imperi tecnologici e network che si estendono per tutto il pianeta.</p>
<p>Non voglio sottacere le conseguenze politiche che perforano il diritto e minano il piano democratico di una società civile. Piuttosto vorrei, se ci riesco, tratteggiare una quadro sinottico della situazione in cui viviamo.</p>
<p>Fa specie che oggi giorno la prostituzione sia divenuto l’unico ascensore sociale, specialmente in Italia, per raggiungere un determinato stato di benessere. Preciso che quando parlo di prostituzione intendo sia quella di carattere materiale (si vende il proprio corpo per avere qualcosa in cambio), che l’altra, di carattere ‘simulacrale’ (si vende UNA immagine del proprio corpo per avere qualcosa in cambio).</p>
<p>Possiamo davvero indicare in Berlusconi l’origine della situazione in cui ci troviamo? Saremmo ipocriti nel farlo.</p>
<p>Sono numerosi i movimenti convergenti, nelle società complesse e nei sistemi sociali occidentali, ad aver portato a questa ‘congiura della realtà’ che appare cospirare da ogni lato contro il rispetto dell’essere umano. Ci vengono nuovamente in aiuto delle parole scritte più di cento anni fa, ma che suonano così reali ai nostri giorni: «La borghesia […] ha fatto della <em>dignità</em> personale un semplice <em>valore di scambio</em>»(3). Non si scopre proprio nulla di nuovo insomma. Basta guardare al “Nostro” operaio bresciano, a tutte le dame di corte che svolazzano in abiti succinti in tv o nei palazzi di potere. Ma di nuovo, non facciamone una questione morale. Stiamo parlando di lavoro, domanda e offerta. <em>That’s it.</em></p>
<p><strong>Lorella Zanardo</strong> cercando di descrivere l’antropologia dei “tipi” televisivi, ha parlato del potenziale di falsa emancipazione che i <em>media</em> rappresentano per molti giovani. <strong>Andrea Inglese,</strong> rispondendo allo stesso proposito su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/">NazioneIndiana</a>, ha descritto questa “nuova umanità”, come eroi tragici che falliscono proprio cercando la strada della propria salvezza.</p>
<p>Non possiamo che trovarci d’accordo con loro su un piano teorico generale. Ma qui si fugge il problema chiave, materiale direi: i media, essendo il centro d’eccellenza della produzione capitalistica attuale, sono davvero forieri di ricchezza per chi vi entra! E lo sono materialmente, distribuendo danaro e collaterali (ovvero notorietà e successo in tutti i campi. Ve lo ricordate, a proposito, il semi-analfabeta, evasore, pilota-di-moto munificato con una laurea <em>honoris causae</em> da una prestigiosa università italiana?).</p>
<p>Le nuove fabbriche dei <em>media</em> esigono a chi vi lavora, al salariato, la «sussunzione» totale di sé, non solo del proprio tempo e lavoro, ma richiedono che il corpo intero, ovvero la sua immagine-simulacro, venga messo al lavoro. Il “contratto” tra le parti implica anche la promessa ad identificarsi a vita con siffatta <em>immagine-perfezione-verità</em>, senza mai smentirla, pena il fallimento. Invero, bisogna alienare anche e soprattutto la mente per rendersi disponibili al rito sacrificale del processo capitalistico.</p>
<p>A tutto questo non dobbiamo arrivarci, ci siamo già dentro, e <em>Videocracy</em> ce lo (di-)mostra brutalmente, portando alla luce una violenza che non è <em>nelle</em> immagini ma, come scriveva <strong>Deleuze</strong>, «<em>delle immagini</em>» del film.</p>
<p>Come reagisce la cosiddetta società civile a un tale abominio? <a href="http://www.youtube.com/watch?v=PBMcq4QNb94&amp;feature=related">Guardiamo</a> a cosa è disposta una tranquilla comunità di provincia per entrare a pieno diritto nella “modernità”: immolare sul patibolo televisivo le proprie figlie appena maggiorenni, esponendole allo sguardo panottico di un mondo che si fa teatro di pornografia. A tale spettacolo gli uomini (i maschi) vi assistono con la bocca semiaperta, inumidendo, di tanto in tanto, gli angoli della bocca inariditi dalla calo di salivazione.</p>
<p>I corpi si vendono così, hanno bisogno di essere ipostatizzati nell’empireo delle cose perfette, e noi che ne siamo solo una volgare riproduzione dobbiamo sottometterci, altrimenti finiremo per essere dei marginali.</p>
<p>Qui ci torna utile la definizione di “<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/">fascismo estetico</a>” coniata da Andrea Inglese.</p>
<p>Chi conosce anche lontanamente l’universo dei media sa quali regole ferree e inderogabili reggono quel mondo. A questo servono i <em>guardiani delle porta stretta</em>, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=kzSbnbjTEA4&amp;feature=related">Lele Mora</a> ad esempio, che cercano le «potenzialità» dei corpi per uniformarle al modello unico che ne permetta una più semplice circolazione. Si scambiano i corpi come le monete, l’importante è che siano tutte dello stesso conio. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=lQSt4E8kkyw&amp;feature=related">Fabrizio Corona</a>, segnatamente, è solo il più coerente assertore di una logica di sistema che oggi impera quasi incontrastata. Egli sta all’attuale stato di cose come il marchese <strong>De Sade</strong> stava al kantismo e alla Rivoluzione Francese. Ovvero, egli non è l’eccezione al sistema, l’elemento sfuggito al controllo, il reo criminale, tutt’altro. Egli è l’eccesso prodotto direttamente e automaticamente dalla struttura a cui appartiene. A Corona non va addebitata nessuna accusa morale, piuttosto gli va accreditato il merito di aver esplorato magistralmente la perversione del sistema mediatico e culturale del nostro paese. La censura perpetratagli contro serve solo a fornire un capro espiatorio che permetta al sistema di continuare a funzionare come prima. In attesa della prossima “crisi”.</p>
<p>La sfera di tale enorme mercato mira ad espandersi continuamente e la società civile vi è inclusa a piene mani. Per questo <em>negri</em>, <em>froci\e</em>, <em>zingari</em> sono persone che per loro natura risultano sovversive a questo sistematico UNI-verso. Il meccanismo integrato tra Stato società civile e ‘nuove fabbriche mediatiche’ unisce da un lato una specifica modalità di produzione e valorizzazione (la mercificazione delle immagini e di corpi) e, dall’altro, <em>una</em> <em>cultura</em> che rende fertile la possibilità di modellare soggettività che, attraverso l’emergere di bisogni eterodiretti, legittimano la sovranità della Videocrazia.</p>
<p>Oggi, ad esempio, la ‘bella presenza’ è un <em>must</em> in moltissimi settori e aziende che devono vendere una “bella” immagine di sé. Lavorare in qualsiasi locale d’intrattenimento, un pub, una discoteca, un studio di architetti, o anche in una <em>boutique</em>,  senza essere ‘belle’ o ‘belli’ è divenuto impossibile.</p>
<p>Questa violenza intrinseca alla realtà stessa è il ‘fascismo estetico’, che è più forte di qualunque appello all’etica pubblica o al ritorno alla vecchia e cara morale; tutti appelli legittimi, ragionevoli, ma che cozzano contro un sentire quotidiano difficile da sovvertire.</p>
<p><em>Una libertà ottativa </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;">Nessuno sa ancora</p>
<p style="text-align: right;">ciò che può un corpo</p>
<p style="text-align: right;">Baruch SPINOZA</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Una domanda frequente circola nei discorsi attorno al rapporto corpo-media: si può distinguere tra coloro che consapevolmente accettano di far parte del gioco di potere mediatico e chi invece crede fanaticamente nel miracolo televisivo e vi si assoggetta ‘senza se e senza ma’?</p>
<p>Secondo le regole classiche del mercato, perché il lavoro possa essere scambiato liberamente, esso deve essere pari ad una merce qualsiasi (la cosiddetta forza-lavoro). Se, come abbiamo cercato di dimostrare, è il corpo a diventare base dello scambio mercantile, esso può e deve essere scambiato secondo questa logica, <em>liberamente</em>. D’altronde vi è sempre una relazione asimmetrica tra chi offre e chi cerca lavoro (quest’ultimo deve pur mangiare, s’intende; mentre l’altro, forte di un certo capitale, può scegliere la sua forza-lavoro nell’esercito degli inoccupati).</p>
<p>Teoricamente saremmo tutti liberi di cercare il lavoro che meglio soddisfa le nostre aspirazioni, perché dovremmo poter vendere <em>liberamente</em> la nostra forza-lavoro. Ma ciò accade davvero raramente, per classi privilegiate della società, ed è tanto meno valido per un mercato totalmente deregolamentato com’è quello dei media, dove non ci sono istituti di garanzia per chi vi lavora. È talmente evidente la disparità di potere tra Lele Mora e l’operaio bresciano di <em>Videocracy</em>, che parlare di libera scelta fa sorridere. Allorché si sceglie di «sussumere» al processo di valorizzazione il proprio corpo &#8211; carne e mente &#8211; tutto il resto è conseguente. La pianificazione dispotica di questo mercato non lascia altra scelta che la genuflessione ad una ‘servitudine volontaria’ che prevede un totale sacrificio di sé, previa oggettivazione della propria coscienza e dei propri sogni dentro l’iperuranio catodico, foriero di tutti i desideri di emancipazione più arditi e concreti.</p>
<p><sup> </sup></p>
<p>Dire (e ri-dire, come fa il deputato Stracquadanio) che il corpo può essere usato in forma di oggetto di scambio, come merce tra le merci, non ha solo un suo grave peso morale, come è ovvio. Laddove le parole di Stracquadanio sembrano infrangere una norma (è immorale doversi vendere, è “sbagliata” la prostituzione, ecc), tale affermazione, invece, deve la sua genesi al contesto generale in cui ci troviamo a vivere e finalizza una precisa strategia “culturale”. Se tutto quello che abbiamo detto precedentemente non fosse reale ciò che Stracquadanio ha detto non avrebbe potuto essere nemmeno pensato. Chiariamo: la prostituzione è un mestiere antichissimo e il potere ha sempre intrattenuto relazioni stabili con essa, ma tutto ciò, un tempo, avveniva all’ombra di alcove discrete; anzi, a quei tempi, quando la Chiesa esercitava una certa influenza sulle coscienze degli italiani, l’incontinenza sessuale andava pubblicamente censurata, anche laddove fosse invece indefessamente perpetrata.</p>
<p>Perché allora oggi si può dare la stura ad un comportamento moralmente abietto in maniera così plateale?  È chiaro che qualcosa è cambiato nell’etica pubblica così come nelle condotte individuali. C’è stato quel «mutamento antropologico» del popolo italiano su cui ha tanto insistito Pier Paolo Pasolini negli ultimi hanno della sua vita? Ciò che il fascismo di Mussolini non è stato mai capace di fare – trasformare gli italiani in marionette del potere – è invece stato portato a termine dalla «società dei consumi»? Credo che ognuno possa giudicare da sé la verità di tali previsioni.</p>
<p>Quello che appare chiaro è che il nostro humus culturale è microfisicamente fecondo perché un pensiero del genere possa essere concepito. Lo sfondo su cui si stagliano le parole del “nostro” deputato dimostrano che è già stata strappata via anche solo la parvenza della vecchia morale che, proprio perché depravata fino all’osso di ipocrisia, formava, fino a qualche tempo, il collante del legame sociale.</p>
<p>Le affermazioni di codesto, seppur minuto, menestrello di corte, andrebbero prese davvero sul serio. In quelle parole si pone una sfida strategica: colpire con l’atto comunicativo la sensibilità mediatica e penetrare la mentalità collettiva.</p>
<p>Giacché oggi “esiste” (all’attenzione del mondo politico, sociale, giornalistico, ecc) solo ciò che appare, la presenza di un messaggio così chiaro nel circuito dei discorsi collettivi serve e legittimare un pensiero ed un <em>modus operandi</em>. L’atto linguistico di Stracquadanio ha un valore performativo in un’epoca in cui i media modellano individui e realtà; esso enuncia ciò che si fa e che si può fare. Tale messaggio ha la capacità di circolare nelle pratiche quotidiane e nei palazzi di potere, ma per poter essere definitivamente dichiarato reale, deve riceve il sigillo di veridicità dai media, per poi tornare ad appurare la propria capacità formativa nei corpi reali.</p>
<p>Gandhi qualche tempo fa scriveva: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci».</p>
<p>Dopo l’affaire D’Addario, le rivelazioni su Noemi Letizia, le immagini di Palazzo Grazioli e Villa Certosa, (ri-)affermare verbalmente che è legittimo usare i corpi come prodotto e strumento di scambio ha un senso preciso: sancire un forma di relazione stabile e autoritario tra corpo (specialmente, ma non esclusivamente, femminile) e potere. La ridondanza del messaggio di Stracquadanio mette in luce una cinghia di trasmissione comunicativa che è puro segno di subordinazione e comando.</p>
<p>La verifica che informazione e spettacolo, media e potere, comunicazione ed economia sono legati assieme senza soluzione di continuità è presto fatta. Resta da approntare una resistenza.</p>
<p><sup> </sup></p>
<p><sup>09-09-2010</sup></p>
<p><strong><sup> </sup></strong></p>
<hr size="1" />
<p>(2) G. Debord, <em>La società dello spettacolo</em>, Baldini&amp;Castaldi Dalai Editore, 2008, p.67.</p>
<p>(3)  K. Marx – Engels, <em>Manifesto del Partito Comunista</em>, Einaudi, 2005 p. 27 corsivo mio</p>
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		<title>&#8220;Videocracy&#8221; o del fascismo estetico (1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 05:40:40 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/videocracy_2_us-400x300-300x225.jpg" alt="videocracy_2_us--400x300" title="videocracy_2_us--400x300" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-21814" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/videocracy_2_us-400x300-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/videocracy_2_us-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[La seconda parte dell&#8217;intervento, <a href="www.nazioneindiana.com/2009/09/14/videocracy-o-il-fascismo-estico/">qui</a>]<br />
<em>La negligenza, e quasi la cecità, della sinistra e della sua intellighentsia dinanzi a questo fenomeno deriva dalla situazione con cui hanno guardato alla cultura delle masse, che è stata considerata sempre marginale rispetto al potere presunto vero, cioè alla dimensione politica ed economica.</em> Raffaele Simone</p>
<p>Essere spettatori di <em>Videocracy</em> è un&#8217;esperienza profondamente sgradevole. Durante la proiezione del documentario è percepibile un diffuso imbarazzo, che ogni tanto è rotto da qualche risata liberatoria. Ma quelle risate, appena risuonano, più che liberare incatenano maggiormente alla propria vergogna. Poi c&#8217;è lo schifo. Uno schifo da tagliare col coltello. E quindi la nausea di nervi, veri e propri crampi. E quando ti alzi e vedi gli altri spettatori come te, e sai già fin d&#8217;ora che se ne andranno come se niente fosse, come si esce ogni sera da un cinema, un po&#8217; stralunati e un po&#8217; eccitati, ti piomba di nuovo addosso la vergogna, quasi fossimo tutti quanti testimoni passivi e docili di un crimine detestabile, concluso il quale ognuno se ne va solitario, omertoso e impotente a casa propria. Strano effetto, davvero. Ma come? Non avevo io letto Anders, Debord, Baudrillard, Bauman? Non avevo letto Barbaceto, Travaglio, Perniola, la Benedetti, Luperini? Non conoscevo già tutta questa vicenda a memoria? Non avrei dovuto essere immune dallo shock? Non ho forse letto analisi e ascoltato dibattiti sul genocidio culturale, sulla rivoluzione mediatica degli anni Ottanta? Sul grande smottamento antropologico, cominciato con <em>Drive in</em>?<br />
<span id="more-21811"></span><br />
Non sono forse un tipico esemplare di quella classe media acculturata che, grazie ad una certa memoria storica e ad una formazione umanistica, si sente sufficientemente critica nei confronti del mondo che lo circonda? Addirittura, non sono forse un esemplare medio di quello che è una volta si sarebbe chiamato intellettuale di sinistra, uno cioè che crede nel valore della ricerca e del dibattito pubblico, nel valore della scienza e della letteratura, per rendere il mondo più giusto? E non sono, infine, un insegnante di liceo, che ha quasi ogni giorno un contatto diretto con le “nuove generazioni”? Io, dunque, non sapevo? Non ne sapevo abbastanza di com&#8217;è l&#8217;Italia, di come è diventata? Ma non lo sappiamo tutti, da tanto tempo? Ma allora perché quel senso desolante e irrimediabile di umiliazione, che solo un antidolorifico coi fiocchi, un oppiaceo in polvere, avrebbe potuto lenire?</p>
<p>La prima risposta che trovo, non so quanto corretta, è questa: il mio <em>sapere</em> è stato a lungo scisso dal mio <em>sentire</em>. Il mio sistema morale deve aver trovato una strategia alquanto vigliacca di sopravvivenza, da un lato mandava avanti la mente libresca, la nutriva di dati e concetti, dall&#8217;altro ottundeva il sensorio, lo teneva al riparo dalla “malvagità del banale”, per utilizzare una formula letta da qualche parte e che rovescia assai ragionevolmente il titolo della Arendt. Non è forse stato il mio (il nostro) un ritiro sull&#8217;Aventino? Non già un ritiro parlamentare, una rinuncia politica, una protesta sterile e controproducente. No, un <em>ritiro estetico</em>, e non della classe politica, bensì di una certa società civile. Abbiamo fatto di tutto per <em>non percepire</em>, mentre intanto blandivamo la coscienza, nutrendola di letture e tavole rotonde sull&#8217;informazione. </p>
<p>	Da tempo immemorabile la sinistra grida “al lupo al lupo”, parlando di regime, di guasto della democrazia, di monopolio dell&#8217;informazione. La sinistra istituzionale, quella che fa riferimento al PD, dovrebbe su questa questione tacere per sempre. Forse per inconsapevole terrore di quella stessa ideologia, di cui è stata prigioniera nel suo remoto passato di PCI filosovietico, forse per consapevole contrabbando politico con Berlusconi, essa ha rinunciato ad ostacolare la frana in corso. Nessuna legge ha intralciato il massivo esperimento antropologico del Grande Intrattenitore. Sanare i conti, è stata la priorità dei governi di centro-sinistra, mentre le menti, quotidianamente, si guastavano. Ma poiché il partito si era finalmente de-ideologizzato, poco si curava di questo versante e di coloro che in esso moltiplicavano cantieri. Quanto a certa sinistra radicale, la sua vocazione al settarismo l&#8217;ha completamente immunizzata dal problema. Essendo i compagni autentici una ristretta e gelosa élite, e vivendo essi tra di loro, perfettamente adeguati alla psicologia dell&#8217;assedio, e dotati infine della celebre pazienza rivoluzionaria, possono attraversare deserti estetici e antropologici senza battere ciglio. La dura necessità della lotta li ha anestetizzati in partenza.</p>
<p>	Quando dunque si parla di attacco ai diritti civili e si addita con scandalo, da <em>Repubblica</em> al <em>manifesto</em>, la costituzione bistrattata, si spara in parte fuori bersaglio. Non che ognuno di questi allarmi sia fasullo, ma essi ignorano l&#8217;isolamento estetico da cui vengono lanciati. Chi pensa alla costituzione ha una mente libresca, chi continua ad amare Berlusconi ha una mente televisiva. Questa banale affermazione ha conseguenze, storicamente, tragiche. Nel senso più tecnico e appropriato del termine. <strong>Le condizioni di vita, nel paese, possono peggiorare per un numero sempre più ampio di persone, senza che ciò alzi di un grado la cosiddetta conflittualità sociale.</strong> Questa è l&#8217;implacabile legge di quello che io chiamerei “fascismo estetico”. </p>
<p>	Che cos&#8217;è il “fascismo estetico”? Le sequenze iniziali e finali di <em>Videocracy</em> lo illustrano perfettamente.<strong> Il “fascismo estetico” è quella lotta per la salvezza sociale che impegna ogni componente dei ceti popolari, nella più assoluta solitudine, sul terreno della propria immagine.</strong> Nell&#8217;epoca della fine della mobilità sociale e del lento disfacimento della classe media, il nemico di classe non esiste più, come non esistono più alleati nella lotta per il miglioramento delle condizioni di vita. Vi è un&#8217;unica fede, quella della trasformazione individuale. Non una religiosa rivoluzione interiore, ma una laica e materialista metamorfosi della propria immagine. Il giovane operaio bresciano che è intollerante nei confronti del proprio lavoro, che si rifiuta ostinatamente a un destino di tornitore a vita, ha di fronte a sé un&#8217;unica via di salvezza che, tragicamente, è in realtà la sua <em>maledizione</em>. Egli vive da anni nella costruzione di un personaggio televisivo attraverso una dura disciplina fisica, che lo rende straordinariamente atletico e prestante. Ha ininterrottamente lavorato sulla propria immagine, ossia sul proprio corpo, sulla gestualità, sugli abiti. Ma per lui, probabilmente, non verrà alcuna salvezza. Ruoterà per sempre, come in un girone infernale, intorno alla ribalta televisiva, senza mai poter abbandonare il suo posto di spettatore ed accedervi. Per lui, il salto sociale non avverrà mai, anzi si cumuleranno, su un terreno nuovo e diverso da quello della fabbrica, delle umiliazioni ulteriori. Passerà di casting in casting, calcherà gli studi televisivi, solo per mettersi tra le sagome indifferenziate di coloro che ridono e applaudono. Non diventerà, nonostante le ore quotidiane di palestra, la dieta, i sacrifici di tempo e denaro, <em>famoso</em>, e quindi neppure ricco, e quindi neppure attraente da un punto di vista sociale. Resterà un qualsiasi operaio non qualificato, di quelli guardati con sufficienza dalle compagnie femminili di paese. </p>
<p>	Per le giovani e giovanissime donne, il fascismo estetico presenta un quadro, se possibile, più cinico e disperato. <strong>In un mondo del lavoro ancora sessista, la via della realizzazione professionale passa per la prostituzione spontanea.</strong> Si parla sui giornali della propensione del premier erotomane per le minorenni. Si parla con orrore di violenza sulle donne, di abusi e aggressioni sessuali. Nell&#8217;ultima sequenza di <em>Videocracy</em>, un gruppone di giovanissime aspiranti veline è ripreso mentre ancheggia a suon di musica, nel modo che ognuna immagina il più sensuale e provocante possibile. Quanti di questi corpi sono volontariamente sacrificati ai molteplici intermediari dell&#8217;industria dell&#8217;immagine? Sotto l&#8217;occhio complice della famiglia, del gruppo di amici, della comunità di paese, che preferisce ignorare il prezzo imposto dal raggiungimento di una tanto agognata apparizione televisiva? Anche qui non sfugge la condizione tragica che impone al mondo femminile di raggiungere la propria salvezza sociale – l&#8217;autonomia professionale – attraverso la dura prova del baratto sessuale, poiché l&#8217;unica merce di scambio che una donna può offrire, in quel mercato gestito dall&#8217;uomo, è il corpo. Se poi sia peggio, quanto a prostituzione spontanea, quella dei corpi, riservata alle donne, rispetto a quella delle menti – e quali menti! –, riservata agli uomini, non sarò certo io a dirlo, che non sono avvezzo né all&#8217;una né all&#8217;altra. </p>
<p>Insomma, nonostante tutto ciò che che <em>sapevo</em> (o supponevo sapere), la <em>visione</em> di <em>Videocracy</em> mi ha prodotto uno shock cognitivo, che mi ha spinto ad elaborare il nuovo concetto di “fascismo estetico”. Innanzitutto ho pensato che ci è davvero mancato un Pasolini, come cronista di questo terrificante esperimento di massa. Non il Pasolini che viene sempre invocato, quello del genocidio culturale e della fine del mondo contadino. Il Pasolini degli anni Settanta, quello delle <em>Lettere Luterane</em> per intenderci, non scopre niente, da un punto di vista intellettuale. Dice cose che altri studiosi e scrittori, filosofi e sociologi, hanno già detto almeno una decina d&#8217;anni prima. La forza e la necessità dell&#8217;urlo di Pasolini viene dal fatto che, quello che altri hanno saputo prima, lui lo <em>sente</em> dopo. Altri, più lucidamente di lui, avevano analizzato la rivoluzione antropologica, che stava segnando la scomparsa della cultura popolare e contadina. Ma lui è stato in grado di <em>patire</em> fino in fondo l&#8217;esperienza di questa scomparsa, proprio in virtù di quel contatto con i ceti popolari di cui era continuamente alla ricerca. Lui l&#8217;ha vissuta su di un piano <em>estetico</em> più che politico e intellettuale. E proprio per questo ne ha misurato più coraggiosamente di altri la portata.</p>
<p>	Molti di noi, nel trentennio di ascesa della videocrazia, si sono difesi proprio dall&#8217;esperienza estetica che il nuovo regime imponeva. Mi prendo come esempio, in quanto so bene di non rappresentare un&#8217;eccezione, semmai una minoranza. In un momento imprecisato, all&#8217;inizio degli anni Novanta, ho smesso di guardare la televisione. Ho compiuto questo gesto semplice: ho portato in solaio il televisore, e da allora guardo la tele assai raramente, a casa di qualcun altro. È una colpa? Posso andarne fiero? Potevo fare altrimenti? (Una delle frasi che appaiono in coda a <em>Videocracy</em> afferma: <strong>Oggi l&#8217;80% della popolazione italiana ha la televisione come prima fonte di informazione</strong>.) Lo ammetto, ad un certo punto mi sono rifiutato di sottopormi compiutamente all&#8217;esperimento che Silvio Berlusconi stava realizzando sul pubblico televisivo italiano. Lo avrò fatto per privilegio di classe, per intolleranza personale, per istinto di sopravvivenza&#8230; non sono sicuro di conoscerne il vero motivo, ma sicuramente l&#8217;ho fatto. Il problema è che, in questo modo, ho finito per ignorare  l&#8217;entità del disastro. Aggravante ulteriore è stata la latitanza dal suolo patrio per alcuni anni. È pur vero che, ogniqualvolta mi è capitato in questi anni di vedere un programma d&#8217;intrattenimento, faticavo a credere ai miei occhi e alle mie orecchie. Mi dicevo: “Ma come è possibile che le donne italiane accettino questo?” (Non parlo qui d&#8217;informazione. Delle mezze verità dei telegiornali, della censura spontanea o imposta, della manipolazione e della propaganda. Parlo proprio dei programmi di puro intrattenimento, con la presenza del pubblico: dai quiz ai <em>reality show</em>.)</p>
<p>	Ma le occasioni di spaesamento si moltiplicavano anche nella vita reale. L&#8217;avvento in città di automobili sempre più implausibili: le fuoristrada con la sbarra di metallo antibufalo, o quelle nere con i vetri oscurati da gangster. La moltiplicazione davanti a qualsiasi locale dalla luminaria un po&#8217; esotica d&#8217;ingombranti e inutili buttafuori. Ricordo la scoperta di ambienti a tal punto ridicoli, da sembrare irreali. Un conoscente una sera m&#8217;introdusse, con un paio di amici, al “Just Cavalli Café”, un locale esclusivo – o che si pretende tale – di Milano, frequentato da gente della moda, del calcio e della televisione. C&#8217;erano due ragazze in tailleur all&#8217;entrata con le liste degli invitati: una miscela di doganieri, hostess, e maestrine terribili: serie come la morte. Nel ristorante dei Vip – o presunti tali – gli uomini sembravano controfigure più o meno riuscite di Fabrizio Corona, ma generalmente col cranio rasato; le donne, presentatrici più o meno plausibili alla ricerca disperata di contatti importanti. Sociologicamente nulla di speciale: nuovi arricchiti. Atmosfera: Mosca anni Duemila, magari senza pistole automatiche nella giacca. Ma l&#8217;arredamento, gli abiti, la gestualità erano ciò che più mi sorprendeva. Tutto si svolgeva come su una ribalta televisiva, ma mi sfuggiva la regola del gioco, dal momento che di spettatori non ce n&#8217;erano. Quando si dice “apparire”, non si è detto ancora nulla. Uno, infatti, pensa subito ad una politica dell&#8217;apparire, all&#8217;apparenza come mezzo. Ma nel “fascismo estetico” – e lo capisco tardi – mezzo e fine finiscono per confondersi. La disciplina dell&#8217;apparire, il quotidiano esercizio per diventare belli ed eleganti, non ammette basse strumentalizzazioni. Raggiungere lo splendore di un&#8217;immagine si trasforma nel fine in sé.</p>
<p>	E tutte le volte che a Milano camminavo per certe vie o passavo davanti a certi caffè o discoteche, mi chiedevo: “Ma chi sono <em>questi</em>?” Era snobismo? È stato snobismo smettere di avere la tele in casa? Questa è l&#8217;accusa più in voga oggi rivolta a chi rimane estraneo ai grandi compiti imposti dal “fascismo estetico”. Le mie ragioni, però, non sono state sociali, ma estetiche: era una vigliacca necessità di preservarmi da tanta bruttura e banalità, da tanto conformismo, che mi ha reso cieco alle grandi trasformazioni. Non ne ero ignaro, ma non percepivo il disegno unitario e la macchina potente che le governava. Ora vedo l&#8217;enorme sforzo di essere belli, il rovello perenne, la disciplina marziale dell&#8217;apparire, a cui una gran quantità di giovani italiani è sottoposta. È affascinante constatare fino a che punto, in certi caffè o per certe vie, ci siano solo ragazze accuratamente truccate che indossano abiti vistosi e attraenti, e ragazzi con muscolature e tatuaggi opportuni. Tutte e tutti abbronzati. L&#8217;unica nota inquietante in tanta bellezza è lo spettro aleggiante della <em>clonazione</em>. Tutti questi belli e queste belle, disinvolti e ridanciani, si assomigliano maledettamente. Hanno lo stesso taglio di capelli, gli stessi occhiali, le stesse magliette, gli stessi tatuaggi. Non solo, ma il loro sforzo perenne, la loro aspra disciplina, li rende anche tremendamente aggressivi. Questa è una caratteristica del “fascismo estetico”: vi è un sovrano disprezzo per colui che non si piega alla stessa rigida regolamentazione. Costui non è visto semplicemente come un “brutto”, uno “sfigato”, perché privo di opportuna abbronzatura e tatuaggio, ma è considerato in qualche modo una minaccia, anzi uno sberleffo vivente di fronte allo zelo dei belli-a-tutti-i-costi. Vi è un grande risentimento in questi “sacerdoti del corpo scolpito e dell&#8217;abito perfetto” per colui che non appartiene alla loro tribù. E mostra di vivere, di divertirsi, di amare, senza intrupparsi nel loro corteo e senza condividere i loro riti impietosi. </p>
<p>	Non m&#8217;interessa più di tanto, in realtà, proporre una fenomenologia dell&#8217;italiano dedito all&#8217;ossessiva e conformista cura della propria immagine. Ognuno ha di fronte a sé una quantità di esempi sufficientemente eloquenti. Il punto è un altro. E riguarda la mia (e di altri) grande capacità di astrazione e di oblio di fronte a tutto ciò. Accettare fino in fondo quanto è accaduto, guardarlo in faccia senza schermi intellettuali, è un compito arduo. Lo è soprattutto per chi vive ancora tra due mondi, tra quello della lettera e quello dell&#8217;immagine, tra la cultura del libro e l&#8217;impero della televisione. </p>
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