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	<title>fascismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Genocidio in Libia &#8211; Eric Salerno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Oct 2019 06:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Genocidio in Libia Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (Manifesto Libri) &#160; INTRODUZIONE ALLA TERZA EDIZIONE &#160; Nel 1979 Genocidio in Libia fece conoscere al grande pubblico e, per una parte importante, anche al circolo ristretto degli studiosi le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana nel paese nord-africano. Stragi, l’uso dei gas contro le popolazioni che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Genocidio in Libia</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (Manifesto Libri)</strong></p>
<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-81202 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/genocidio-in-libia-grande-228x300.jpg" alt="" width="329" height="425" /></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>INTRODUZIONE ALLA TERZA EDIZIONE</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 1979 Genocidio in Libia fece conoscere al grande pubblico e, per una parte importante, anche al circolo ristretto degli studiosi le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana nel paese nord-africano. Stragi, l’uso dei gas contro le popolazioni che lottavano per difendere case e accampamenti nel deserto, processi-farsa e impiccagioni, l’estesa rete di campi di concentramento saltarono fuori da documenti ufficiali italiani, molti dei quali inediti. Alle parole fredde della burocrazia aggiunsi, dopo un lungo viaggio attraverso la Libia – dalla zona costiera che lega Tripoli e Bengasi al profondo sud desertico – la voce delle vittime sopravvissute a ciò che per la sistematicità dei comportamenti ordinati dalla Roma fascista, appariva come un vero e proprio genocidio. Particolarmente drammatiche sono le testimonianze, i ricordi di vita e morte nei numerosi campi di concentramento allestiti in Cirenaica e dove morirono decine di migliaia di libici. Oggi, quaranta anni dopo, l’Italia repubblicana finanzia i nuovi campi che in Libia raccolgono migliaia di migranti africani e non solo, scappati dai loro paesi e alla ricerca di una vita migliore in Europa.</p>
<p>Nel 2005 Genocidio in Libia fu ristampato da Manifesto Libri perché, come raccontai nell’introduzione a quella nuova edizione, nel silenzio della maggioranza si stavano facendo avanti voci a difesa della politica coloniale che la storia aveva condannato. Tre anni dopo uscì «Uccideteli tutti-Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado. Una storia italiana» (il Saggiatore, Milano), la mia ricerca sui campi di concentramento fascisti allestiti in Libia per gli ebrei di quel paese. Lo stesso anno, il 30 agosto 2008 a Bengasi, Berlusconi e Gheddafi firmarono un trattato di «Amicizia e Cooperazione», a riconoscimento dei danni provocati dal colonialismo italiano in Libia: non furono meno gravi rispetto a quelli di cui furono responsabili le altre potenze europee che spezzettarono e fecero scempio del grande continente africano. Del significato storico e pratico di quel trattato e degli eventi degli ultimi quindici anni in cui i rapporti tra i nostri due paesi sono profondamente cambiati racconto in un capitolo a chiusura di questa nuova edizione. Lascio ad altri la tragica cronaca della guerra civile e del grande gioco, o meglio massacro, geo-politico voluto da chi oggi compete per le ricchezze di ciò che più di cento anni fa Gaetano Salvemini aveva definito lo «scatolone di sabbia».</p>
<p>Purtroppo il presente richiama il passato. Oggi, quaranta anni dopo la prima pubblicazione di questo libro, con i suoi documenti e le sue testimonianze registrate in Libia, la Storia, in qualche modo, si va ripetendo. Per questo ho aggiunto un capitolo dedicato al nuovo vecchio razzismo, ai nuovi vecchi campi, alle nuove vecchie vittime e alla nuova vecchia indifferenza che continuiamo a vedere nei curriculum scolastici dove la Storia, quella più vicina a noi, non viene raccontata se non in modo superficiale lasciando i nostri ragazzi senza quelle basi fondamentali indispensabili per combattere le fake-news, il revisionismo, il negazionismo sia dell’Olocausto degli ebrei sia dei massacri coloniali. La Storia è composta di fatti, percezioni e interpretazioni. I coloni italiani cacciata da Gheddafi sono convinti di aver dato un contributo di crescita e civiltà alla Libia. Sicuramente sono stati strumenti di un disegno che non fu loro e per il quale molti hanno sofferto. Per il leader libico, che li cacciò, rappresentavano soltanto l’eredità del male che il suo paese aveva subito. In Italia il dibattito su quel passato ha avuto e ha ancora molte sfaccettature. C’è chi prova a giustificare l’azione nostra e delle altre potenze coloniali europee. Chi rifiuta ogni responsabilità per ciò che è accaduto in Africa – continente immenso con tutte le sue diversità – dalla cosiddetta decolonizzazione a oggi. Chi non si rende conto che una più oculata politica europea (d’insieme o da parte delle singole nazioni) avrebbe potuto far crescere i paesi africani evitando lo tsunami – ricorda le grandi emigrazioni dall’Europa verso mondi nuovi – di genti alla ricerca di una vita migliore.</p>
<p>In Libia l’impatto della storia in comune con noi è meno dibattuto. Per questo trovo particolarmente interessante il recente intervento di un regista libico, Khalifa Abo Khraisse (sull’Internazionale, 9 marzo 2018). Contesta una parte della storiografia libica e degli storici «al servizio» del regime e del pensiero di Gheddafi. «Oggi – scrive – il dibattito su quell’epoca è complicato, e nessuno è interessato a comprendere le complessità…Per esempio, agli studenti a scuola non s’insegna che molti libici collaborarono con i fascisti, che intere brigate e molti capi tribù lavorarono e combatterono per loro e si divisero al proprio interno per questo. Non leggiamo delle reclute che marciarono al fianco dei soldati italiani per conquistare l’Etiopia. Per non parlare del dibattito sui crimini commessi contro gli ebrei libici: era ed è ancora un tabù. In realtà alcune delle famiglie più ricche nella Libia di oggi devono la loro prosperità a quel periodo, ai soldi e alle proprietà che rubarono agli ebrei costretti a lasciare il loro paese. Alle generazioni postbelliche sono stati insegnati solo alcuni fatti, che non potevano in nessun modo essere contestati. Per più di quarant’anni il governo libico ha scelto di ignorarne alcuni e amplificarne altri».</p>
<p>Abo Khraisse accusa sia Berlusconi che Gheddafi di non aver compensato le vittime dei campi ma di aver in qualche modo premiato i loro carcerieri. E conclude: «È paradossale che, oltre a ignorare i campi di concentramento e premiare i collaboratori che ci lavoravano, l’accordo abbia gettato le basi per una nuova epoca di campi di concentramento finanziati dall’Italia con l’aiuto di collaborazionisti libici che vengono pagati generosamente».</p>
<hr />
<div><strong>Eric Salerno</strong> è giornalista, scrittore, inviato speciale, esperto di questioni africane e mediorientali, scrive per l’Huffington Post. Tra i suoi libri più recenti: Uccideteli tutti! (2008), Mossad base Italia (2010), Rossi a Manhattan (2013), Intrigo (2016); Dante</div>
<div>in Cina (2018).</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dalla parte di Catilina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2019 05:00:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Pierluigi Cappello Ama le biciclette e la polvere degli sterrati, la Repubblica. Magari una solida Bianchi con i freni a bacchetta. D’estate, quando si accendono interminabili veglie, si racconta sotto i bersò, davanti ad un bicchiere di rosso, pane croccante, salame ben stagionato. La Repubblica preferisce le dozzine più che le unità, le voci [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pierluigi Cappello</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello.jpg"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-79090" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello.jpg" alt="" width="400" height="269" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello.jpg 567w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello-250x168.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello-200x135.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello-160x108.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>Ama le biciclette e la polvere degli sterrati, la Repubblica. Magari una solida Bianchi con i freni a bacchetta. D’estate, quando si accendono interminabili veglie, si racconta sotto i bersò, davanti ad un bicchiere di rosso, pane croccante, salame ben stagionato.<br />
La Repubblica preferisce le dozzine più che le unità, le voci a una singola voce, ma, del coro, distingue una voce dall’altra. La si è vista sedere sui gradini di pietra, vicino alle fontanelle, o sulle soglie di casa, fumare trinciato forte e ridere di una risata spessa, abrasiva, un pugno di sabbia che viene su dalla pancia. Però, quando sussurra, è capace di intenerire le teste dei bambini. Se racconta, ha casa nella linea retta, nello sguardo retto e prudente perché sa che la memoria è capace di uccidere come di curare.<br />
Per questo si tiene lontana dalle parate dei reduci, indossa maglioni sformati di lana e tiene nel conto di un gracidare di rane scoppiate ogni forma di celebrazione.<span id="more-78234"></span><br />
Il tricolore non lo esibisce per troppo amore e non si conosce il numero dei suoi battesimi, in ogni caso si è fatta chiamare Vento, Tempesta, Riki, Giulia, Rosso, Alda, Temporale; con questi nomi è salita lungo sentieri di pietra, ha conosciuto la bocca umida dei boschi, il veleno degli agguati, lo scatto freddo degli otturatori.<br />
Sa che, qualche volta, la Storia separa uomo da uomo e carne da carne con la precisione di un bisturi e allora bisogna prendere parte, essere capaci di scegliere e, di ogni scelta, conoscere fino in fondo la crisi. Le sue scelte l’hanno condotta fin qui, in luoghi che stenta a riconoscere e sembra che abbia perso un po’ del suo orientamento perché la si vede camminare incerta, dinoccolata come una giraffa nella neve.<br />
Un uomo, che ne custodisce il nome dentro l’azzurro degli occhi, mi ha riferito che, comunque, se c’è da scegliere lei è più per Catilina e meno, molto meno, per Cicerone.</p>
<p style="padding-left: 390px;">al partigiano Cid Pierluigi Cappello</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(questo testo di Pierluigi Cappello è contenuto nel libro &#8220;Il partigiano Cid&#8221;, a cura di Danilo De Marco, con fotografie dello stesso fotografo, e con testi tra gli altri di Erri De Luca, Gian Paolo Gri, Tito Maniacco e Carlos Montemayor, pubblicato dal Circolo culturale il Menocchio, Montereale Valcellina [Pordenone], 2004; anche la fotografia di Pierluigi Cappello che ascolta il partigiano Cid è tratta dallo stesso volume; e lo stesso Danilo De Marco ci ha messo a disposizione &#8211; lo ringraziamo &#8211; la lettera inedita di Pierluigi Cappello che segue, che il poeta gli ha lasciato in eredità)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-79091" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello.jpg" alt="" width="437" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello.jpg 437w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello-205x300.jpg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello-250x366.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello-200x293.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello-160x234.jpg 160w" sizes="(max-width: 437px) 100vw, 437px" /></a></p>
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		<title>Il monumento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2019 18:34:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Molti italiani hanno amato Montanelli perché ha dato loro una grossa mano a mettere in parentesi il fascismo passato, a normalizzarlo e banalizzarlo. Sin dai primi libri, a regime ancora “fresco” (Qui non riposano, 1945) Montanelli fu “uno dei principali artefici di una memoria consolatoria del fascismo, che andava incontro al desiderio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>Molti italiani hanno amato Montanelli perché ha dato loro una grossa mano a mettere in parentesi il fascismo passato, a normalizzarlo e banalizzarlo. Sin dai primi libri, a regime ancora “fresco” (<em>Qui non riposano</em>, 1945) Montanelli fu “uno dei principali artefici di una memoria consolatoria del fascismo, che andava incontro al desiderio degli italiani di cancellare il ricordo delle passate responsabilità” (Luca La Rovere, <em>L’eredità del fascismo: gli intellettuali, i giovani e la transizione al postfascismo</em>, p. 314).<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Così il fascismo del singolo e della comunità diventava pochezza, debolezza, sotterfugio. Qualcosa di perdonabile senza necessità di processo. Una malattia non grave senza obbligo di de-fascistizzazione. Si potrà comprendere quanto rilevasse una simile posizione nel dopoguerra, nella società italiana postfascista. L’autorevolezza di Montanelli cresceva nello specchio di centinaia di migliaia di lettori che chiedevano strumenti di autoconsolazione e giustificazione. Si cercava come il pane una divulgazione che diluisse il fascismo, che lo riducesse tutt&#8217;al più a tentativo autoritario, e sconfitto, di modificare il carattere italiano: un carattere più ridicolo che criminale, e impermeabile a qualsiasi totalitarismo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Poi è nato il monumento.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Certo, era un grande giornalista. E le sue battaglie e cronache, tra anticomunismo su scala globale (la Lettera 22 sulle gambe) e fustigazione morale del costume nazionale, alimentavano poi la credibilità della sua vena “storiografica”. Ma, a parte il fatto che proprio i grandi giornalisti, ancor più dei giornalisti normali, sono capaci di scrivere grandi sciocchezze, anzi più un giornalista è grande più corre il rischio di scrivere grandi sciocchezze, abbiamo capito in cosa consistesse parte del successo di Montanelli: era lo scrittore che una certa comunità, un certo pubblico, rendeva grande perché aveva bisogno proprio di quella versione lì per assolversi e andare avanti.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Di nuovo: il monumento. Montanelli è diventato monumento in un’Italia che non ha mai fatto i conti col proprio fascismo, e che anzi l&#8217;ha fatto risuonare in continuità negli apparati, nell’amministrazione, nell’ideologia.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Sulla guerra d’Africa, poi, le posizioni di Montanelli sono sempre state sconcertanti. Non si ricorda solo l’episodio della bambina comprata in moglie, giustificato da Montanelli in articoli e interviste e nella famosa apparizione tv con candore tra ipocrisia, pseudostoricismo e pseudoantropologia (“in Africa è un’altra cosa”, era usanza del tempo), e che gli è costata ora la vernice delle femministe milanesi. Ci fu anche la polemica assurda con lo storico Angelo Del Boca, dove Montanelli si ostinò a lungo a minimizzare l’uso del gas, mentre Del Boca produceva in prova i telegrammi di Mussolini con l’ordine di gettare l’iprite sugli abissini. Non era solo una difesa autobiografica, dovuta al fatto di aver partecipato a quella campagna. Il problema era che l’aggressione all’Abissinia, assieme alle leggi antiebraiche, era il fatto storico che più di altri sabotava il monumento al “fascismo macchietta”, al fascismo episodico. C’era dunque una Storia &#8211; e qualcuno si ostinava a raccontarla &#8211; che resisteva alle procedure di depotenziamento e riduzione dello scandalo fascista, che si opponeva agli espedienti e agli annacquamenti.<span class="Apple-converted-space"> </span>Questa storia più veritiera c’è sempre stata. Anche in nuovi libri di storiche e storici, di scrittrici e scrittori, continua a parlare e a farsi leggere. Ma appunto non è monumento (o storiella): è storia.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Mentre un monumento, imbrattato di vernice rosa o immacolato, difeso o contestato, per dirla con Alessandro Manzoni: “non è una storia: anzi talvolta è, non solo molto meno, ma qualche cosa di contrario alla storia” (<em>Storia della Colonna Infame</em>, cit. in Salvatore S. Nigro, <em>La funesta docilità</em>, p. 134).</p>
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		<title>Il Mussolini di Scurati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jan 2019 06:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini L&#8217;uscita in settembre di “M il figlio del secolo” di Antonio Scurati (Bompiani, 839 p., € 24,00) è stato indubbiamente uno dei momenti significativi della stagione letteraria 2018. Per quello che Scurati ha tentato di fare con questo libro &#8211; coronato da un immediato successo di pubblico &#8211; intrecciando in modo nuovo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/Scurati-copertina-.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-77296" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/Scurati-copertina--206x300.jpeg" alt="" width="206" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/Scurati-copertina--206x300.jpeg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/Scurati-copertina--768x1116.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/Scurati-copertina--704x1024.jpeg 704w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/Scurati-copertina--250x363.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/Scurati-copertina--200x291.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/Scurati-copertina--160x233.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/Scurati-copertina-.jpeg 1704w" sizes="auto, (max-width: 206px) 100vw, 206px" /></a>L&#8217;uscita in settembre di “M il figlio del secolo” di Antonio Scurati (Bompiani, 839 p., € 24,00) è stato indubbiamente uno dei momenti significativi della stagione letteraria 2018. Per quello che Scurati ha tentato di fare con questo libro &#8211; coronato da un immediato successo di pubblico &#8211; intrecciando in modo nuovo Storia e Letteratura, come viene chiarito nella premessa: «<em>Fatti e personaggi di questo romanzo documentario non sono frutto della fantasia dell&#8217;autore. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso qui narrato </em><em>è</em><em> storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da pi</em><em>ù</em><em> di una fonte. Detto ci</em><em>ò</em><em>, resta pur vero che la storia </em><em>è</em><em> un&#8217;invenzione cui la realt</em><em>à</em><em> arreca i propri materiali. Non arbitraria per</em><em>ò</em>». Il progetto di Scurati, dunque, va oltre il programma del solito romanzo-storico, nel quale una vicenda di fiction viene inserita nel contesto di un&#8217;epoca storica ricostruita sullo sfondo in modo storiograficamente attendibile (almeno nelle intenzioni), e mescolando personaggi storici ad altri di fantasia. Scurati definisce diversamente il suo lavoro: “<em>romanzo documentario</em>”.<br />
Non sono mancate le polemiche, arrivate fin alle bacchettate accademiche, piuttosto antipatiche, di Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Ma al di là di questo clamoroso quanto in fondo secondario incidente di percorso (che vedremo), il libro è stato anche molto apprezzato, curiosamente sia da destra – con Il Secolo d&#8217;Italia che lo ha definito con entusiasmo «<em>un libro revisionista</em>» &#8211; che da sinistra, dove ad apprezzare «<em>per il clima che descrive</em>» è stata Rossana Rossanda su Il Manifesto,  dicendo che «<em>è</em><em> illuminante l&#8217;immagine che egli trasmette dell&#8217;opinione italiana</em>» del tempo, non mancando di notare come a questa efficacia non sia estranea l&#8217;impostazione tecnico-letteraria, basata su un «<em>interessante ed acuto uso del montaggio </em><em>…</em><em> fra le parole e i fatti</em>». Vediamo come la cosa avviene.<br />
Scurati costruisce il suo testo mettendo in sequenza oltre 120 capitoletti, di solito di poche pagine, ognuno diviso in due parti: una seconda di materiale documentario (articoli, memorie, documenti politico-amministrativi, discorsi parlamentari, lettere, e addirittura trascrizioni di telefonate a suo tempo intercettate), preceduta da una prima parte dedicata alla narrazione del personaggio citato poi nella documentazione, collocato in una data ed in un luogo precisi, al quale vengono appunto messe in bocca – come nota Rossanda – le parole stesse che escono dai documenti, in una ricostruzione narrativa fedele delle circostanze che dalla documentazione emergono, come in una specie di stampo linguistico-narrativo. L&#8217;arco cronologico della narrazione sono i 5 anni – 1919-1924 – che vanno dalla fondazione del primo Fascio di combattimento a Milano,  all&#8217;assassinio a Roma dell&#8217;on. Matteotti il 10 giugno del 1924, alla crisi di consenso che ne segue, fino alla sua rapida normalizzazione che rende evidente lo svuotamento ormai definitivo delle istituzioni democratiche, iniziando quella che viene chiamata l&#8217;epoca fascista. Il libro si legge quindi come sfogliando le pagine della cronaca di un quotidiano del tempo, affollato da un pugno di personaggi ricorrenti, in un intreccio di vicende che “fa” la storia del Paese. Anche se i veri “personaggi” &#8211; secondo me – sono due: Mussolini ovviamente, figlio del suo tempo, che sta non un passo avanti (come le avanguardie), ma un passo dietro le masse, pronto a prendere la direzione che esse indicano per cavalcarle, in un vuoto di idee e progetti che viene riempito dal puro esercizio del potere (inseguito e raggiunto), ma anche Matteotti, il suo alter-ego, il politico socialista che non si fa intimidire, denunciando fino all&#8217;ultimo la violenza che tutti avevano sotto gli occhi &#8211; e stava cambiando il paese &#8211; ma nessuno voleva vedere. Il tutto in una narrazione seccamente referente, in terza persona, con un ultimo brano però in cui Mussolini parla a se stesso in prima persona (diventa l&#8217;io narrante),  concludendo il libro con l&#8217;affermazione &#8211; che inquadra perfettamente la situazione &#8211; «<em>Nessuno voleva addossarsi la croce del potere. La prendo io</em>».<br />
Nelle molte interviste a Scurati che si possono trovare in rete (per esempio <a href="http://www.youtube.com/watch?v=POVIRdNwNPA">qui</a>), l&#8217;Autore spiega di essere stato attirato dalla dimensione romanzesca della scalata al potere di Mussolini, notando però contemporaneamente che nessun romanzo l&#8217;aveva ancora raccontata. Perché c&#8217;era dietro un tabù  ambientale, rimasto dalla guerra civile: bisognava fare preventivamente una dichiarazione di antifascismo. Ma la letteratura e l&#8217;arte non sopportano questo: non possono dare un giudizio preliminare, mettere un filtro ideologico. Così a lui è sembrato giunto il momento di “raccontare la storia ad altezza d&#8217;uomo”, evitando di farne una caricatura, un demone o un mito. Il giudizio sul personaggio e sull&#8217;epoca poi certo viene, ma viene dopo, alla fine e non all&#8217;inizio. Scurati dice che gli è sembrato  il paese fosse maturo per fare questo.<br />
Insomma l&#8217;intreccio fra Storia e Letteratura è problematico, tecnicamente ed idealmente. La storiografia “accademica” (diciamo così, per intenderci), si ispira al metodo scientifico, quello delle scienze esatte (senza esserlo, in realtà). Con una grande attenzione -“oggettivizzante” &#8211; alle questioni tecniche e formali, cercando invece di eliminare quanto più possibile ogni residuato di soggettività, in primis l&#8217;emotività (semmai facendola diventare un&#8217;ulteriore disciplina: la storia dei sentimenti). Che invece è la sostanza della letteratura. Solo così si capisce la categoricità del confronto provocato da Galli della Loggia, nei suoi due interventi sul Corriere della Sera, rintracciando «<em>nell&#8217;acclamatissimo libro di Antonio Scurati, da settimane in cima alle classifiche delle vendite</em>» errori che, secondo lui, «<em>sommati significano in pratica non essere in grado di orientarsi nella storia culturale italiana della prima met</em><em>à</em><em> del 900</em>». Ma allo stesso tempo anche la marginalità delle sue critiche, rispetto alla natura del romanzo.<br />
Il professore denuncia una decina di errori storici nel testo. Alcuni dovuti a sviste, subito serenamente ammesse da Scurati, come l&#8217;errore sul mese della sconfitta di Caporetto nella Grande Guerra (spostata da ottobre a novembre). Altri, forse, non così scontati, ma frutto di diverse attitudini nei confronti di personaggi storici che entrano nella narrazione: come l&#8217;attributo di «<em>politologo</em>», affibbiato nel libro all&#8217;autore dei “Quaderni del carcere”, Antonio Gramsci (insieme ad una sfilza di altri:<em> filosofo, giornalista, linguista, critico letterario e teatrale, animatore della rivista</em> <em>Ordine Nuovo</em> … ecc. oltre che &#8211; dulcis in fundo &#8211; <em>pensatore geniale</em>); termine che certo allora non era in voga, ma che oggi non appare poi così bizzarro per il personaggio. Chi non avesse ancora acquistato il libro comunque può stare tranquillo: il volume è ora in libreria emendato, così come lo è nel formato elettronico. L&#8217;editore Bompiani infatti ha prontamente corretto gli errori riconosciuti da Scurati, facendo silenziosa ammenda della denuncia, contenuta nel primo intervento di Galli della Loggia, di una «<em>devastante mancanza di editing nella maggior parte dell&#8217;editoria italiana</em>». E quindi la polemica dovrebbe essere chiusa, ma non prima di notare la curiosa circostanza per la quale un illustre accademico si limita a fornire all&#8217;editore – presumo gratuitamente – una minuziosa attività di editing, lasciando al romanziere il compito di raccapezzarsi sul “senso” di un&#8217;epoca storica.<br />
Scurati non usa il termine “senso”, è mio, lo uso qui perché a me pare il vero crinale proprio di un “romanzo documentario” come questo: proporre una riflessione sul senso di quella epoca devastata dalla prima guerra di sterminio di massa della storia, e durata fino alla ricostruzione, anche democratica, del Paese, dopo una seconda guerra. Una ricerca di senso che viene bene in luce nel brano che riporto per concludere, dedicato alla manifestazione socialista arrivata in piazza Duomo a Milano il 15 aprile 1919, che dà l&#8217;occasione al primo fenomeno di squadrismo assassino: «”<em>Eccoli! Eccoli!</em><em>”</em><em> Gli Arditi tirano fuori i revolver. Per un attimo le due fazioni si fronteggiano ai due lati del cordone di carabinieri che hanno sbarrato lo sbocco di via dei Mercanti. In testa alla colonna socialista ci sono ancora una volta le donne con alto il ritratto di Lenin e la bandiera rossa. Cantano sfrenate, gioiose, i loro canti di liberazione. Invocano una vita migliore per i propri bambini. Credono ancora di essere venute a fare le loro parate, i loro minuetti di rivoluzione. Alla testa dell&#8217;altro corteo, molto meno numeroso, ci sono uomini che negli ultimi quattro anni hanno convissuto quotidianamente con l&#8217;uccisione. La sproporzione </em><em>è</em><em> grottesca. A scavare un abisso tra le due schiere entra un diverso rapporto con la morte</em>» (p.37).<br />
Nella scrittura di Scurati, così seccamente referente da conservare spesso esattamente lo stesso stile delle scritture amministrative da cui prende le mosse, si aprono al momento giusto degli squarci che allargano gli orizzonti, collegando quel momento – visto isolatamente nella documentazione amministrativa, come in una istantanea fotografica – ad altri che lo hanno determinato nella vita delle persone (e del Paese), forgiando destini che le porta ad essere quello che sono in quel preciso momento. Tessere questo filo di connessione di cause/effetti, magari invisibili nella istantanea fotografica, ma determinanti, significa appunto cercare il senso delle storie: quelle individuali delle persone e quella collettiva del Paese, che ne è la risulta.</p>
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		<title>Fascismo infinito, antifascismo infinito. Intervista a Stefano Valenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Oct 2018 05:00:12 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Giacomo Verri</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-42995 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/fascismo-217x300.gif" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/fascismo-217x300.gif 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/fascismo.gif 421w" sizes="auto, (max-width: 217px) 100vw, 217px" />Il 10 settembre scorso ho partecipato assieme a Stefano Valenti e allo storico Bruno Ziglioli – che ci ha coordinati – e a Mauro Magistrati – che ha introdotto le nostre parole – a un intrigante incontro organizzato dall’ANPI provinciale di Bergamo. Il titolo della serata, <em>Scrivere di Resistenza oggi</em>, è stato il goloso stimolo per parlare di un tema, quello della Resistenza – in senso stretto, ma non solo – che nel 2018 ancora suscita fioriti interessi e movimentate discussioni. Ne abbiamo avuto una riprova nell’ariosa Sala del Mutuo Soccorso dominata da una riproduzione – penso 1:1 – del <em>Quarto Stato</em> di Pellizza da Volpedo e gremita da alcune decine di persone lì raccolte per ascoltare, ma soprattutto per cercare risposte a un pugno di domande difficili il cui fulcro – mi è parso di capire – è questo: dove diavolo sta andando l’Italia, coi suoi razzismi e le sue violenze? Che ruolo ha, in questa nazione, la memoria storica?</p>
<p>Ne è nato – credetemi – uno degli incontri più provocatori a cui abbia partecipato negli ultimi anni attorno al tema resistenziale, ma soprattutto attorno alle odiose derive reazionarie e alle recrudescenze del neofascismo. In particolare, Stefano Valenti, autore per Feltrinelli di due romanzi (<em>La fabbrica del panico</em>, 2013, e <em>Rosso nella notte bianca</em>, 2016), ha attizzato le coscienze di molti introducendo nel dibattito alcuni notevoli elementi di discussione, dal fascismo infinito alla mistificazione della violenza, dal ‘buonismo’ di certa sinistra al patologico uso dell’ingiustizia nel sistema-Italia, fino alle derive del rancore diffuso.</p>
<p><strong>Innanzitutto ti chiedo, Stefano, come e perché sei arrivato a parlare di Resistenza, in particolare in </strong><em><strong>Rosso nella notte bianca</strong></em><strong>.</strong></p>
<p><em>Rosso nella notte bianca</em> nasce da una necessità e da un incontro. La necessità è comprendere la perennità del fascismo. L’incontro è quello con <em>Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia</em> (1943-1976) di <u><a href="https://www.ibs.it/libri/autori/Cesare%20Bermani">Cesare Bermani</a></u> (2003), libro che narra dell’Italia come uno dei paesi d’Europa dove maggiore e feroce è stata la repressione del conflitto sociale. Bermani ci accompagna dagli anni dal dopoguerra agli anni settanta, raccontando le migliaia di morti di fucili e camionette della polizia italiana. Ben prima del terrorismo, una storia poco nota che, forse, ne racconta la genesi. Lì, dentro a quel libro, ho conosciuto la vicenda dell’ex partigiano Giuseppe Bonfatti, classe 1924, il quale, dopo decenni passati a lavorare in Brasile, torna nel 1990 in Italia e la mattina di giovedì 8 novembre dello stesso anno, a Viadana in provincia di Mantova, uccide a colpi di gravina – strumento che ricorda il piccone che aveva ucciso Trockij – Giuseppe Oppici, ex-fascista locale. Per Bonfatti è un atto dovuto.</p>
<p>La costruzione del nemico pubblico, ben rappresentato dalla figura del Bonfatti, non è un fenomeno recente. Nella storia del Bel Paese lo stigma è stato addossato, di volta in volta, a gruppi sociali, etnici, religiosi o politici, in una percezione diffusa della loro presunta pericolosità. Complicato sarebbe elencarli tutti. Nemiche furono le plebi meridionali all’indomani dell’unità; nemici i ‘<em>disfattisti, pacifisti, austriacanti</em>’ che si opposero alla grande guerra; nemici i partigiani nell’Italia repubblichina; nemici i comunisti; nemici gli anarchici a cui imputare le stragi di Stato; nemici i braccianti e gli operai in sciopero; nemici i ribelli e i rivoluzionari tutti; nemiche, in generale, le ‘classi pericolose’. Uno stigma riservato non solo ai soggetti conflittuali, ma estendibile a piacere anche al capro espiatorio del momento: gli ebrei di ieri, i migranti di oggi, i rom di sempre.</p>
<p><strong>A settant’anni dalla fine della guerra, quali conti sono ancora aperti con la Resistenza? È necessario scriverne, è necessario parlarne?</strong></p>
<p>I conti con la Resistenza l’Italia non li ha mai fatti davvero. L’Italia ha inventato il fascismo, lo ha diffuso nel mondo, lo ha riesumato in anni recenti, unico paese al mondo. Per non parlare del dopoguerra, quando abbiamo assistito a una sorta di amnesia collettiva. Per un lungo periodo si è ignorato il consenso popolare al regime hitleriano e a quello fascista, il diffuso antisemitismo. Una rimozione storica che ha avuto forti conseguenze sulla rieducazione di massa e sulle divisioni interne provocate dal conflitto. Parlare della deriva fascista di questo paese è più che mai necessario, senza fare sconti nemmeno a coloro che dai pulpiti privilegiati di una sinistra di comodo hanno affermato, senza pudore, quella pacificazione mai avvenuta.</p>
<p><strong>Nella serata di discussione a Bergamo, hai parlato di “fascismo infinito”. Di che cosa si tratta? Ha a che fare con quello che Eco ha chiamato “fascismo eterno”?</strong></p>
<p>Il fascismo non è morto nel 1945 e non è nato nel 1919, al contrario, la sua visione del mondo (e <a href="https://gabriellagiudici.it/t-adorno-la-personalita-autoritaria/">la sua psicologia</a>, come riteneva Adorno) precedono la forma storica accettata nel ventennio e sono più durature della dittatura mussoliniana. <a href="http://www.umbertoeco.it/" target="_blank" rel="noopener">Umberto Eco</a> parlava di Ur-fascismo e ne incarnava le caratteristiche nei tratti tipici del fenomeno storico. Ma il fascismo travalica il fenomeno storico e diventa fenomeno culturale endemico e obliquo nella società italiana. Già Giolitti nei primissimi anni venti aveva pensato di potere usare il fascismo in funzione anticomunista per poi addomesticarlo e farlo rientrare nell’alveo della democrazia parlamentare, con i risultati che sappiamo.</p>
<p>Non dimentichiamo il fenomeno del governo di Fernando <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fernando_Tambroni" target="_blank" rel="noopener">Tambroni</a>, ex Partito Nazionale Fascista passato alla DC sul finire della guerra, e Presidente del Consiglio tra il marzo e il luglio del 1960 con l’appoggio determinante del Movimento Sociale. Fu, il suo, un autentico tentativo di regime autoritario, con censure all’arte e alla cultura, provocazioni fasciste, ferimenti e uccisioni di militanti di sinistra da parte della polizia. Il governo Tambroni, sebbene effimero, può essere considerato la prova che, a meno di quindici anni dalla proclamazione della Repubblica, il fascismo era già in grado di rioccupare il potere.</p>
<p>Non estirpando il fascismo dal suo seno nemmeno dopo la guerra, ma anzi pensando di utilizzarlo contro la protesta antilatifondista e comunista prima, e contro il più ampio movimentismo di sinistra venti anni dopo, la Repubblica s’è infettata di uno dei mali peggiori, quello di un passato tragico che non passa mai.</p>
<p><strong>Un nodo centrale della nostra discussione è stato anche il rapporto tra buona/falsa coscienza e mistificazione della violenza. Una mistificazione che ha una storia, una storia che parte dai mesi di guerriglia partigiana ma poi prosegue, per il nostro Paese, lungo la traiettoria segnata dalle rivoluzioni culturali degli anni Sessanta e Settanta e continua ancora oggi…</strong></p>
<p>Mi piace qui iniziare con le riflessioni sulla violenza di Edouard Louis: “Mai dire che i ceti popolari rifiutano la cultura, ma che la cultura rifiuta i ceti popolari. Mai dire che i ceti popolari sono violenti, ma che i ceti popolari subiscono violenza quotidiana e riproducono quella violenza. Ogni analisi che pretenda di cogliere il mondo senza un pensiero che individui il succedersi degli eventi è destinato a fallire. Contrariamente ai miti che la borghesia cerca di imporci, la cultura non salverà nessuno. Sarà un certo tipo di cultura a farlo. Un tipo di cultura capace di definirsi contro la cultura dominante, un tipo di cultura generata contro la cultura esistente. La violenza è elemento fondativo della lotta di classe. Per i borghesi di tutto il mondo nessuna violenza è ammessa, se non quella legalizzata e costituzionale dello sfruttamento del capitale sul lavoro salariato, e quella dei loro eserciti, sulle masse proletarie e oppresse del mondo. I sostenitori delle guerre preventive che saccheggiano, sfruttano, affamano milioni di uomini, donne e bambini nella spasmodica ricerca del massimo profitto in ogni parte del mondo, producono necessariamente movimenti d’opposizione. Così è stato nei confronti del fascismo. La forma di produzione capitalistica, su cui si fondano i valori dominanti dell’attuale società, dà per scontato uno scorrimento lineare e progressivo del tempo in cui tutti gli avvenimenti e i differenti ambienti sociali sembrano convivere in una sincronia meccanica precisa e incontrovertibile. Al massimo, chi non si adatta, anche quando si tratta di interi gruppi sociali, è considerato fuori tempo, sorpassato, inadeguato, superato, sconfitto oppure residuo di un passato destinato a scomparire”.</p>
<p><strong>C’è quindi un rimedio a questo “fascismo infinito”?</strong></p>
<p>L’unico rimedio efficace è l’antifascismo infinito. Così come un virus è debellato dalla infinita pratica della vaccinazione, così il fascismo può essere debellato dalla infinita pratica dell’antifascismo. Una pratica andata in disuso in Italia fin dal dopoguerra e poi cancellata dalla equiparazione tra fascismo e comunismo, dal revisionismo e dalle funeste politiche liberiste dell’oggi. Dopo la caduta del regime fascista le forze della sinistra furono fautrici della soluzione più drastica e più radicale del problema, sia della distruzione o della rimozione dei residui del fascismo, sia della punizione dei colpevoli del ventennio di dittatura. Ma nulla poterono contro le scaltre resistenze alla severa punizione dei delitti fascisti alle quali si opposero con tenacia le forze politiche moderate, il re, il governo britannico, l’alta burocrazia, gli alti gradi dell’esercito e la magistratura, con il chiaro intento di non recare il minimo pregiudizio alla continuità giuridica e amministrativa dello Stato italiano. Sono questi i principali sconfitti per la mancata defascistizzazione del Paese, sancita in modo clamoroso dall’amnistia Togliatti-De Gasperi del giugno 1946.</p>
<p>Una cauterizzazione del bubbone fascista è forse ancora possibile, ma richiede la premessa di una sanitizzazione culturale e politica profonda e capillare della società e della classe dirigente. Una cosa, questa, che mette l’Italia ogni giorno di più di fronte alla propria disperata inettitudine.</p>
<p><strong>La memoria e soprattutto la discussione intorno alla memoria sono diventate giochi per pochi, questioni cavillose che – a prestare orecchio ai borbottii diffusi – non interessano più a nessuno?</strong></p>
<p>L’antifascismo, e dunque la memoria, sono preponderanti quando diventano pratica del presente, non quando sono celebrazione del passato. Non è dunque concepibile immaginare l’attualità della memoria e della discussione intorno alla memoria in una società nella quale i valori dell’antifascismo sfumano nella violenza del Capitale che riproduce prodromi di fascismo. Perché questi temi ritornino attuali è necessario trovare le ragioni d’attualità dell’antifascismo nell’applicazione di una ragione di classe. Ma al momento non vedo nessuna forza politica organizzata in grado di farlo.</p>
<p><strong>E, infine, che mi dici delle nuove leve, dei giovani?</strong></p>
<p>Fare torto alle nuove generazioni dando loro responsabilità che non hanno non renderebbe un buon servizio alla causa dell’antifascismo. Meglio dire dei padri e arrivare ai figli per palingenesi. Sono infatti i padri in primo luogo, e non i figli, ad avere dimostrato ridotte capacità di resistenza al virus del fascismo.</p>
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		<title>[1938-1940] ILIO BARONTINI &#8220;vice-imperatore&#8221; dell&#8217;Abissinia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Apr 2018 06:25:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <b>Orsola Pueche</b>r<br /><br />

In questo <b>25 aprile 2018</b>, che ancora pervicacemente mi sento in dovere di “commemorare” contro il rigurgito di tutti i fascismi e razzismi, manifesti o striscianti che siano, nel raccontare l’avventurosa e straordinaria missione di sostegno alla resistenza etiope compiuta dal 1938 al 1940 da <b>Ilio Barontini</b>...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_73443" aria-describedby="caption-attachment-73443" style="width: 766px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti.jpg" alt="" width="766" height="547" class="size-full wp-image-73443" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti.jpg 766w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 766px) 100vw, 766px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73443" class="wp-caption-text">Cartolina &#8220;ricordo&#8221; dell&#8217;Impero Coloniale</figcaption></figure>
<p><center>di <strong>Orsola Puecher</strong></center></p>
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<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">In questo <strong>25 aprile 2018</strong>, che ancora pervicacemente mi sento in dovere di &#8220;commemorare&#8221; contro il rigurgito di tutti i fascismi e razzismi, manifesti o striscianti che siano, nel raccontare l&#8217;avventurosa e straordinaria missione di sostegno alla resistenza etiope compiuta dal 1938 al 1940 da <strong>Ilio Barontini </strong> [Cecina, 28 settembre 1890 – Scandicci, 22 gennaio 1951] forse sta la sola speranza di rimediare, almeno in minima parte, alla vergogna dell&#8217;avventura coloniale in <strong>Abissinia</strong> del 1935, una delle macchie più infamanti e meno conosciute del regime mussoliniano, fra armi chimiche e stragi di civili degli <em>italiani brava gente</em>. <strong>Barontini </strong>antifascista della prima ora di matrice anarchica, poi socialista e in seguito comunista, combatté nella <strong>Guerra di Spagna</strong>, in <strong>Etiopia</strong>, in <strong>Francia</strong> e in <strong>Italia</strong>, con quello spirito internazionalista di <em>aiuto ai popoli oppressi</em>, oggi di difficile comprensione, considerato un po&#8217; romantico e obsoleto, ma che fu una componente decisiva per la sconfitta del nazifascismo in Europa.<br />
Parlare di antifascismo essendo <em>dalla parte giusta</em>, pur scavando in dolorose memorie, in un dolore che si trasmette di generazione in generazione, porta prima o poi sempre a una sorta di pacificazione, a un senso compiuto del sacrificio delle vittime, in cui l&#8217;anello si chiude nel giudizio del tempo e della storia. Avere invece nella propria famiglia chi combattè <em>dalla parte sbagliata</em>, trova più difficilmente una cura alla vergogna, alla colpa, spesso al desiderio di nasconderla, di seppellirla. Cosa che successe fino agli &#8217;90 anche alla stessa nazione italiana, quando si scopersero interi dossier taciuti e sepolti nell&#8217;archivio del  <strong>Foreign and Commonwealth Office</strong> inglese sulle atrocità commesse in Abissinia e nei Balcani. I criminali di guerra italiani riconosciuti colpevoli, circa 750, dal ⇨ <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Central_Registry_of_War_Criminals_and_Security_Suspects" rel="noopener" target="_blank"><strong>&#8220;Registro Centrale per i Criminali di Guerra e i Sospettati per la Sicurezza&#8221;</strong></a>  dell&#8217; ONU, in Jugoslavia, in Etiopia, non furono mai estradati e processati nei paesi dove li avevano commessi, non furono mai puniti, bensì dimenticati, <em>nascosti sotto il tappeto</em>. Il <em>paese dei misteri</em> non si smentisce mai.<br />
Qualche anno fa nei commenti di un post per il <strong>Giorno della Memoria</strong> pubblicai il link a un documentario della <strong>BBC</strong> del 1985, acquistato dalla <strong>RAI</strong> ma poi mai trasmesso, ⇨ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Xh4aBR-YTOg" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Fascist  Legacy, l&#8217;eredità del fascismo</em></strong></a>, che parla di questo crimini e del loro insabbiamento. Mi colpì molto il commento di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/antonio-sparzani/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Antonio Sparzani</strong></a>:</div>
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<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #808080; background-color:#FFFFC2;"><p><strong>sparz</strong> il 29 gennaio 2011 alle 12:37<br />
<em>ho guardato con crescente dolore e rabbia i documentari linkati da Orsola, che ancora ringrazio, memore, con crescente raccapriccio, dei racconti gloriosamente guerreschi che mi faceva mio padre, mitragliere reduce appunto dalla guerra di Libia, e in particolare in Cirenaica. Non c’è limite alla vergogna che ogni tanto dovrebbe sommergerci. Lo ripeto con un dolore smisurato.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Alla festa di <strong>Nazione Indiana</strong> dello scorso settembre durante il dibattito ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/16/rete-storie-scrivere-la-storia/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Scrivere la Storia</strong></a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/anna-tellini/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Anna Tellini</strong></a> ha fatto un intervento su questo tema, che egualmente mi ha molto colpito:</div>
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<p><center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-73346-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/anna-orecchini-africani-1.mp3?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/anna-orecchini-africani-1.mp3">http://www.suave-est-nus.org/anna-orecchini-africani-1.mp3</a></audio></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:17px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;"><figure id="attachment_73468" aria-describedby="caption-attachment-73468" style="width: 350px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/orecchini.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/orecchini-coloniali.jpg" alt="" width="350" height="764" class="size-full wp-image-73468" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/orecchini-coloniali.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/orecchini-coloniali-137x300.jpg 137w" sizes="auto, (max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73468" class="wp-caption-text">Orecchini &#8220;souvenir&#8221; coloniale</figcaption></figure> <em>Sono venuta sfoggiando, si fa per dire, questi orecchini, che vengono dall’Africa, dalle colonie africane, perché mio nonno, mio nonno materno, di indefessa fede sabauda, si era ben turato il naso rispetto a Mussolini e al fascismo e, militare di carriera era andato a fare il governatore nelle colonie africane. Allora il fatto è che io e mia sorella morta non abbiamo mai parlato di questo nonno, a nessuno e non credo che sia un caso. Per noi era una specie di macchia, questo nonno che era andato a governare e chissà cosa aveva fatto e di cosa s’era reso complice, già con la sua stessa formazione militare. Adesso che praticamente sono rimasta solo io della mia famiglia, mi è scattato un qualcosa per cui o mi libero da sola, o non ho più nessuna speranza. Quindi ecco vi dico che questo è un prodotto del colonialismo. E due anni fa ho avuto un raptus incontenibile e ho dovuto fare un viaggio in Etiopia. Dove mio nonno, appunto, faceva… e sono andata quasi quasi all’inizio in Etiopia sperando che qualche etiope di passaggio mi sputasse in un occhio: “Tu sei la nipote di&#8230; il mio prozio ha sofferto per&#8230;”  Invece, forse sono stata molto molto fortunata, ma mi sono imbattuta in persone sorridenti molto pacificate, loro, beate loro rispetto agli italiani, perché io avevo delle remore, una coda di paglia. Non gliene poteva importare di meno e non solo, durante un viaggio scomodissimo, lunghissimo, per strade dissestate a un certo punto abbiamo fatto una sosta nel nulla, perché in quel nulla c’era un piccolo cimitero di soldati italiani, appunto,  quindi immaginate di vedere un piccolo cimitero circondato dal nulla per chilometri e chilometri e chilometri, che nessuno aveva mai desiderato devastare, anzi tenuto alla perfezione proprio, come in Italia non potremmo mai vederne. Ed era un cimitero di soldati italiani di quell’epoca e quindi adesso io nell’ingresso di casa mia, ho appeso incorniciati i due diplomi militari di mio nonno, ma questa è un’altra storia&#8230; voglio dire che io non credo che potrei mai scrivere, anche se fossi una scrittrice, cosa che non sono, non potrei mai scrivere un romanzo storico, su una storia del colonialismo italiano, avendo avuto questo nonno.</em><br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73475" aria-describedby="caption-attachment-73475" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/cimitero-di-adigrat.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/cimitero-di-adigrat-768x1024.jpg" alt="" width="720" height="960" class="size-large wp-image-73475" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/cimitero-di-adigrat-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/cimitero-di-adigrat-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/cimitero-di-adigrat.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73475" class="wp-caption-text">Cimitero militare italiano di Adigrat</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Perché non restino solo un senso di dolore profondo, irrimediabile, un paio di pregevoli orecchini di avorio con due aspidi impressi e un faticoso percorso di pacificazione individuale, bisogna di nuovo interrogare questa storia lontana, quasi dimenticata e i suoi protagonisti.<br />
&nbsp;<br />
Mezzo milioni di uomini, l&#8217;intera flotta aerea, carri armati, artiglieria pesante fino a sguarnire le riserve della madrepatria furono mandate in <strong>Etiopia</strong> da <strong>Mussolini</strong> nel &#8217;35 alla conquista dell&#8217;<strong>Impero Coloniale Italiano</strong>. Una via di mezzo fra il voler rinverdire i fasti dell&#8217;<strong>Impero Romano</strong> e una &#8220;<em>campagna di civilizzazione</em>&#8221; che avrebbe dovuto portare benessere, trasferendo milioni di italiani nei nuovi territori, servì solo a nascondere le difficoltà, la disoccupazione e la pesante situazione economica interna. </div>
<p></center></p>
<p><center><img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/11.gif"/>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/22.gif"/><br />
<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/33.gif"/>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/44.gif"/></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:17px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">Una campagna che si pensava di risolvere in poche settimane, dovette fare i conti la strenua resistenza etiope, con ingenti perdite di uomini da entrambe le parti, fino ad arrivare, con l&#8217;illusione di velocizzare la conquista, all&#8217;uso di armi chimiche, fosgene e iprite, vietate dal <strong>Protocollo di Ginevra</strong> del 1926, che anche l&#8217;Italia aveva sottoscritto.<br />
Le usò dapprima il Comandante Supremo <strong>Generale Badoglio</strong>,  poi sostituito, perché non abbastanza efficiente, dal <strong>Maresciallo Graziani</strong>, che compì l&#8217;opera, il tutto con ordini diretti del <strong>Duce</strong>, come si evidenzia dal fitto scambio di dispacci :</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:600px;border:2px solid black;"><strong></p>
<p align="center">MINISTERO DELLE COLONIE<br />
TELEGRAMMA IN  PARTENZA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Roma, li 27 ottobre 1935&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
Segreto<br />
&nbsp;<br />
S.E. GRAZIANI<br />
MOGADISCIO<br />
&nbsp;<br />
12409 –  Sta bene per azione giorno 29 stop Autorizzato impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico et in caso di contrattacco.<br />
&nbsp;<br />
Mussolini</strong></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="width:600px;border:2px solid black;"><strong></p>
<p align="center">MINISTERO DELLE COLONIE<br />
TELEGRAMMA IN PARTENZA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Roma, li 28 dicembre 1935-XIV&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
Segreto M.P.A.<br />
&nbsp;<br />
S. E. Maresciallo BADOGLIO<br />
MACALLE’<br />
&nbsp;<br />
15081 –  Dati sistemi nemico di cui a suo dispaccio n. 630 autorizzo V. E. all’impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme (.)<br />
&nbsp;<br />
Mussolini</strong></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="width:600px;border:2px solid black;"><strong></p>
<p align="center">MINISTERO DELLE COLONIE<br />
TELEGRAMMA IN PARTENZA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Roma, li 19 gennaio 1936-XIV&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
M.P.A. su tutte le MM. PP. AA.<br />
&nbsp;<br />
Maresciallo BADOGLIO<br />
MACALLE’<br />
&nbsp;<br />
790 – Manovra est ben ideata et riuscirà sicuramente stop Autorizzo V. E. a impiegare tutti i mezzi di guerra – dico tutti – sia dall’alto come da terra stop. Massima decisione (.)<br />
&nbsp;<br />
Mussolini</strong></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="width:600px;border:2px solid black;"><strong></p>
<p align="center">MINISTERO DELLE COLONIE<br />
TELEGRAMMA IN PARTENZA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Roma, li 29 marzo 1936-XIV&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
Segreto<br />
&nbsp;<br />
M.P.A. su tutte le MM. PP. AA.<br />
&nbsp;<br />
S. E. BADOGLIO<br />
MACALLE’<br />
&nbsp;<br />
3652 Segreto. Dati metodi guerra nemico le rinnovo autorizzazione impiego gas qualunque specie et su qualunque scala.<br />
&nbsp;<br />
Mussolini</strong></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">L&#8217;<strong>iprite</strong> contenuta in <strong>bombe C.500T</strong>, che esplodevano ad un’altezza di 250 metri, si spargeva in minute goccioline in un&#8217;ellisse di 500 metri per 100, depositandosi sulla pelle di uomini e animali, provocando profonde ed estese ustioni, che gli Etiopi, non sapendo bene da cosa fossero provocate, non capivano nemmeno come poter curare adeguatamente.</div>
<p></center></p>
<p><center><img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/66.gif"/>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/77.gif"/><br />
<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/88.gif"/>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/999.gif"/></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:17px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">Ignobilmente anche gli ospedali da campo della <strong>Croce Rossa</strong> internazionale venivano attaccati e bombardati, per tema che fossero covi di spie inglesi.</div>
<p></center></p>
<p><center><img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/1010.gif"/>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/1111.gif"/></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:17px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">La campagna di propaganda raggiunge vertici inauditi di sessismo, con la malsana idea di una donna indigena <em>faccetta nera</em> disponibile a qualsiasi sopruso. Viene attuata una capillare distribuzione di confezioni di preservativi alle truppe, vietati e riprovati in patria per altro, perché potessero fare tranquillamente i loro comodi di <em>virili conquistatori</em>.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73535" aria-describedby="caption-attachment-73535" style="width: 984px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato.jpg" alt="" width="984" height="653" class="size-full wp-image-73535" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato.jpg 984w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato-768x510.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 984px) 100vw, 984px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73535" class="wp-caption-text">Colonialismo razzista e sessista</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Con il radicarsi di un razzismo profondo, di cui ancora patiamo le conseguenze, ma <em>allegro</em> e condito da canzoncine goliardiche, tali da far passare la missione per una divertente scampagnata erotico/esotica, una fra le campagne coloniali più feroci della storia procedette nell&#8217;entusiasmo generale.<br />
Persino <strong>Topolino</strong> di <strong>Walt Disney</strong> viene <em>arruolato</em> in <strong>Topolino va in Abissinia</strong> [1935], che diventa uno dei maggiori successi del momento, atroce scenetta musicale comica di tal <strong>Fernando Crivelli</strong>, in arte <strong><em>Crivel</em></strong>, cantante e autore di hit molto in voga come <em>Maramao perché sei morto</em>.</div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-73346-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/Topolino-in-abissina.mp3?_=2" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/Topolino-in-abissina.mp3">http://www.suave-est-nus.org/Topolino-in-abissina.mp3</a></audio></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:17px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">Tra le tante nefandezze del testo, con la sua tipica vocetta stridula da cartoon, fra le oscene risate dei commilitoni <strong>Topolino</strong>, valente soldato volontario coloniale, impaziente di combattere, sciorina il vero spirito della missione:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #808080; background-color:#FFE1B0;"><p><em>Mi sono armato da solo. Ho la spada, il fucile, una mitragliatrice sulle spalle e mezzo litro di gas asfissiante nella borraccia.<br />
Appena vedo il Negus lo servo a dovere. Se è nero lo faccio diventare bianco dallo spavento.<br />
Ho molto premura. Ho promesso alla mia mamma di mandarle una pelle di un moro per farci un paio di scarpe.<br />
A mio padre manderò tre o quattro pelli per fare i cuscini della sua Balilla.<br />
A mio zio un vagone di pelli, perché fa il guantaio.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Ilio Barontini</strong> in esilio in Francia dal ’31, per sfuggire alla polizia fascista, dopo aver valorosamente combattuto nella <strong>Guerra di Spagna</strong>, assumendo il comando delle brigate internazionali durante la vittoriosa battaglia di <strong>Guadalajara</strong>, è tornato in Francia dal  21 giugno del &#8217;37.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73517" aria-describedby="caption-attachment-73517" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio.jpg" alt="" width="1000" height="664" class="size-full wp-image-73517" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio-768x510.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73517" class="wp-caption-text">Ilio Barontini, foto segnaletica del Casellario Politico Fascista</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Nel libro di memorie <em>Dario Ilio Barontini</em> scritto insieme a <strong>Vittorio Marchi</strong> [Editrice Nuova Fortezza Livorno, 1988], la figlia <strong>Era</strong> delinea la complessa figura di un uomo contemporaneamente portato verso ogni esperienza di resistenza, di lotta politica e partigiana, ma anche modesto, schivo e obbediente alle direttive del Partito. Un piccolo imprenditore borghese che avrebbe potuto starsene tranquillo a <strong>Livorno</strong> a occuparsi della fabbrica di pipe di radica di famiglia, ma che invece per 16 anni della sua vita abbandona affetti e famiglia per la <em>causa</em>:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #808080; background-color:#FFFFC2;"><p><em>Anche in Africa Barontini va perché ce lo comandano, quindi niente arditismo o avventurismo.</em> [Pag, 197]</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Con la valutazione che una sconfitta di <strong>Mussolini</strong> in <strong>Etiopia</strong> avrebbe potuto essere l’inizio della fine della dittatura, dopo l’iniziale intenzione di aprire un nuovo fronte con l’invio di brigate internazionali come in Spagna, si decise invece di aiutare la resistenza etiope insieme a inglesi e francesi.<br />
<strong>Barontini </strong> è tornato a Parigi dove organizza i volontari spagnoli, quando gli viene affidato il compito di occuparsi della missione in <strong>Abissinia</strong>. Francia e Inghilterra decidono di aiutare i patrioti etiopi. Armi e aiuti passano attraverso il Sudan sotto controllo britannico.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Barontini-in-Etiopia.gif"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Barontini-in-Etiopia.gif" alt="" width="700" height="498" class="aligncenter size-full wp-image-73518" /></a><br />
&nbsp;<br />
<strong>Ilio Barontini</strong> parte per l’Africa Orientale nel dicembre del &#8217;38. La missione era stata preceduta da contatti con <strong>Di Vittorio</strong>, <strong>Grieco</strong>, <strong>Berti</strong>, la segreteria del <strong>Negus</strong> e le autorità francesi. Ha il compito di organizzare la guerriglia contro gli invasori e la propaganda antifascista fra militari e coloni italiani.<br />
<strong>Mussolini</strong> ha conquistato tutti i villaggi e le città più importanti, la ferrovia Addis Abeba-Gibuti e controlla le principali vie di comunicazione, ma i ¾ del territorio etiope sono ancora governati dagli indigeni in nome di <strong>Hailé Selassié</strong>. In molti fortini italiani i rifornimenti devono essere paracadutai, perché certe zone non possono essere attraversate.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73522" aria-describedby="caption-attachment-73522" style="width: 480px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Arbegnuoc.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Arbegnuoc.jpg" alt="" width="480" height="636" class="size-full wp-image-73522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Arbegnuoc.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Arbegnuoc-226x300.jpg 226w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73522" class="wp-caption-text">Gli Arbegnuoc, patrioti etiopi</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
La rivolta non è localizzata in un punto, ma su tutto il territorio. Gli <strong>Arbegnuoc</strong>, i patrioti etiopi, si procurano armi togliendole agli italiani, spesso arrivano fino alle porte della capitale e alle loro azioni corrispondono ritorsioni e rappresaglie violentissime da parte di militari e polizia fascista.<br />
La missione di <strong>Barontini</strong> è molto difficile,<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #808080; background-color:#FFFFC2;"><p><em>&#8230; per decisione del nostro partito, in accordo con il governo repubblicano spagnolo, mi fu proposto di recarmi in Abissinia per condurvi e meglio organizzare il movimento partigiano, ciò come diversivo militare contro il fascismo e come politica nazionale rispetto ai popoli coloniali.<br />
Accettai e partii alla fine del 38; organizzai in Abissinia un vasto movimento partigiano, organizzai un governo provvisorio di patrioti, diffusi in due lingue un giornale ebdomadario &#8211; La voce degli Abissini- Feci ritorno dall’Abissinia ai primi del 1940&#8230;</em> </p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Nell’estate del &#8217;39 viene raggiunto da <strong>Anton Ukmar</strong> ex ferroviere sloveno di Gorizia conosciuto in Spagna, da <strong>Bruno Rolla</strong>, comunista di La Spezia, dal colonnello francese <strong>Paul Rober Mounier</strong> e dal segretario del <strong>Negus</strong> <strong>Lorenzo Talzar</strong>.<br />
<strong>Barontini</strong> arriva attraverso <strong>Egitto </strong>e <strong>Sudan</strong> con le credenziali di <strong>Hailé Selassié</strong> trascritte su fazzoletti di seta per sfuggire al controllo nemico.<br />
La prima tappa della missione è <strong>Kartum</strong> in <strong>Sudan</strong>, dove contatta le autorità abissine in esilio. La seconda tappa <strong>Gadareff</strong>, città distante dal confine etiope 80 chilometri. Da lì a piedi entra in territorio etiope.<br />
<strong>Barontini</strong> si fa chiamare <strong>Paolus</strong>, <strong>Ukmar</strong> è <strong>Iohannes</strong>, <strong>Rolla</strong> è <strong>Petrus</strong>, nomi presi dagli apostoli per avvicinarsi meglio al religiosissimo popolo etiope, sul quale i preti copti avevano un ascendente fortissimo.<br />
<strong>Barontini</strong> addestra e organizza battaglioni e formazioni mobili di oltre mille uomini. Fa propaganda fra la popolazione e mobilita in poco tempo un esercito di 250.000 combattenti e un governo provvisorio di 9 ministri.<br />
Esercito, polizia e bande fasciste gli danno la caccia,  hanno messo una taglia sulla sua testa, ormai la sua fama si è sparsa ovunque, abituato alla lotta clandestina non si ferma mai nello stesso posto e fa continue riunioni con i capi della guerriglia.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73520" aria-describedby="caption-attachment-73520" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Hailè_Selassiè_nel_1941_con_il_capo_della_chiesa_copta_Gabre_Guirguis.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Hailè_Selassiè_nel_1941_con_il_capo_della_chiesa_copta_Gabre_Guirguis-1024x782.jpg" alt="" width="720" height="550" class="size-large wp-image-73520" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Hailè_Selassiè_nel_1941_con_il_capo_della_chiesa_copta_Gabre_Guirguis-1024x782.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Hailè_Selassiè_nel_1941_con_il_capo_della_chiesa_copta_Gabre_Guirguis-300x229.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Hailè_Selassiè_nel_1941_con_il_capo_della_chiesa_copta_Gabre_Guirguis-768x586.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73520" class="wp-caption-text"><br />Hailè Selassiè nel 1941 con il capo della chiesa copta Gabre Guirguis</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
I Ras delle varie tribù sono in lotta per la successione al trono del <strong>Negus</strong> e dicono che l’imperatore, che è Londra in esilio, mentre loro rischiano la vita ogni giorno e il popolo muore di fame, ha rubato le riserve auree del paese.<br />
<strong>Barontini</strong> intuisce che deve informare il <strong>Negus</strong> e così <strong>Hailé Selassié</strong> lo nomina <strong>vice-imperatore di Abissinia</strong> e gli affida il compito di dirimere le lotte interne alla resistenza. Quando si diffonde la notizia, la gioia è generale, il prestigio che <strong>Barontini</strong> si era conquistato sul campo era enorme, quasi mitico, i Ras cessano le lotte interne. <strong>Barontini</strong> riesce perfino a pubblicare un giornale in due lingue “<strong><em>La voce degli Abissini</em></strong>” che gli etiopi spargono clandestinamente ovunque si trovino gli italiani, in accampamenti e caserme, fra i coloni, e fra la popolazione.<br />
Il ricordo di <strong>Paulus</strong>, della sua capacità organizzativa miltare e politica, ma anche della sua ironia e sagacia toscana, è ancora oggi molto vivo fra i veterani etiopi:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #808080; background-color:#FFFFC2;"><p>ADDIS ABEBA &#8211; «Sì&#8230; c&#8217;era un italiano che ci insegnava a sfottere i fascisti&#8230; in italiano». A riparlarne gli vien da ridere, al veterano etiope in divisa kaki. «Lui stava col nostro esercito, Paolo si chiamava. Me lo ricordo perché c&#8217;era la taglia col suo nome». Che faceva? «Ci mandava di notte sotto le mura dei fortini, a gridare a squarciagola». Cosa urlavate? «Le vostre mogli se la spassano con i gerarchiiii!». E poi? «Gridavamo in eritreo, agli ascari collaborazionisti: le vostre se le fanno gli italianiiii!». Abboccavano? «In cinque minuti scoppiava il pandemonio. I fascisti aprivano le porte e uscivano per farci la pelle. Noi scappavamo come lepri in una gola tra i monti. E lì c&#8217; era l&#8217; imboscata».<br />
da ⇨ <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/04/30/guerrieri-rasta-impero-di-latta.html" rel="noopener" target="_blank">La Repubblica, Paolo Rumiz &#8220;I guerrieri rasta e l&#8217;impero di latta&#8221; 4/30/2006</a></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
La missione dura fino al giugno 1940 nel <strong>Gondar</strong> e nel <strong>Goggian</strong>, dove <strong>Barontini</strong> ha costituito il nucleo principale dell’esercito di liberazione, riuscendo pienamente nell&#8217;intento di mantenere un altro fronte aperto, che impegnasse e sfiancasse truppe e milizie fasciste. Termina poco dopo lo scoppio della <strong>Seconda Guerra Mondiale</strong>. Aiutati dagli inglesi gli etiopi riprenderanno tutto il loro territorio. Gli italiani saranno costretti a ritirarsi e a rimpatriare. Nel &#8217;41 il <strong>Negus </strong>ritorna in patria.<br />
&nbsp;<br />
<center><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/akChOvfHADs?rel=0" frameborder="0" allow="autoplay; encrypted-media" allowfullscreen></iframe></center><br />
&nbsp;<br />
Il ritorno di <strong>Barontini</strong> e dei compagni è drammatico, gli altri due sono gravemente malati. Raggiungono il <strong>Sudan</strong> fra mille difficoltà, si perdono per 10 giorni nella giungla senza viveri, sono attaccati da bande che ritengono trasporti un tesoro. Raggiungono il confine dove a riceverli c&#8217;è il <strong>comandante Alexander</strong>. Dal <strong>Cairo</strong>, si imbarcano su di una nave della Croce Rossa per <strong>Marsiglia</strong>. <strong>Barontini</strong> torna in contatto con il partito, gli altri invece vengono arrestati e internati nel campo di <strong>Vernet</strong>, dove si confondono con gli altri fuoriusciti italiani. Solo pochi giorni dopo Parigi sarà in mano ai tedeschi.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73531" aria-describedby="caption-attachment-73531" style="width: 620px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/barontini-audisio.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/barontini-audisio.jpg" alt="" width="620" height="806" class="size-full wp-image-73531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/barontini-audisio.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/barontini-audisio-231x300.jpg 231w" sizes="auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73531" class="wp-caption-text">Barontini con Walter Audisio</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Dalla Francia <strong>Barontini</strong> riuscirà a tornare in Italia clandestinamente dopo l&#8217;8 settembre, dove, assumendo il nome di battaglia di <strong>Dario</strong>, organizzerà e dirigerà la <strong>resistenza</strong> in Emilia Romagna fino alla <strong>Liberazione</strong>, portando avanti l&#8217;intuizione che la lotta partigiana dovesse diventare una lotta di popolo, dalle isolate azioni gappiste nelle città, alla guerriglia in montagna, unendo soldati sbandati, reduci dalla Spagna in una larga compagine ideologica.<br />
Insegna a gappisti e sappisti le tecniche militari perfezionate sui numerosi fronti di guerra, dalla costruzione di bombe a mano, bombe a scoppio ritardato, a come far deragliare un treno. Con il lungo impermebile sgualcito porta  sempre con sé una vecchia borsa, dove fra i pochi oggetti personali della sua vita vagabonda non mancano dei candelotti di dinamite. Decorato con la <strong>Bronze Star </strong> dal <strong>generale Alexander</strong>,  gli fu conferita la cittadinaza onoraria della città di Bologna. L&#8217;<strong>Unione Sovietica</strong> gli attribuisce il prestigioso<strong> Ordine della Stella Rossa</strong>. Nel dopo guerra continuerà la sua carriera politica nel Partito Comunista, con modestia e dedizione. Non ebbe e non cercò troppi riconoscimenti alle sue straordinarie imprese. Ma è motivo d&#8217;orgoglio e di consolazione sapere dell&#8217;esistenza di uomini come lui, che si contrapposero alla vergogna estrema del fascismo italiano in ogni luogo e con ogni mezzo. Nel &#8217;51, quando è senatore, <strong>Barontini</strong> disgraziatamente muore a soli 61 anni in un incidente stradale causato dalla nebbia con altri due compagni di partito. Il suo funerale sarà seguito da una folla enorme.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/funerali.gif"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/funerali.gif" alt="" width="621" height="513" class="aligncenter size-full wp-image-73516" /></a></div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>FASCISMI MAINSTREAM Fano 14/04/2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Apr 2018 06:35:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La ⇨ Libreria Indipendente &#8220;Colonna 130&#8221; e lo ⇨ Spazio Autogestito Grizzly Fano organizzano SABATO 14 APRILE, ore 17 Dibattito FASCISMI MAINSTREAM: Sdoganamento e legittimazione a reti unificate presso ⇨ Spazio Autogestito Grizzly Fano, via della Colonna 130, Fano. Ne discutiamo con: Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale Valerio Renzi, giornalista di Fanpage.it Massimo Veneziani, giornalista [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Fascismi-Mainstream.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Fascismi-Mainstream-1024x532.jpg" alt="" width="720" height="374" class="aligncenter size-large wp-image-73341" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Fascismi-Mainstream-1024x532.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Fascismi-Mainstream-300x156.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Fascismi-Mainstream-768x399.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Fascismi-Mainstream.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><br />
La ⇨ <a href="https://www.facebook.com/libreriacolonna130/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Libreria Indipendente &#8220;Colonna 130&#8221;</strong></a> e lo ⇨ <a href="https://www.facebook.com/SpazioGrizzly/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Spazio Autogestito Grizzly Fano</strong></a> organizzano<br />
<strong>SABATO 14 APRILE, ore 17 Dibattito FASCISMI MAINSTREAM</strong>: Sdoganamento e legittimazione a reti unificate<br />
presso ⇨ <a href="https://www.facebook.com/SpazioGrizzly/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Spazio Autogestito Grizzly Fano</strong></a>, via della Colonna 130, Fano.<span id="more-73340"></span><br />
Ne discutiamo con:<br />
<strong>Annalisa Camilli</strong>, giornalista di Internazionale<br />
<strong>Valerio Renzi</strong>, giornalista di Fanpage.it<br />
<strong>Massimo Veneziani</strong>, giornalista Rai.<br />
<strong>Achtung Banditen</strong>, Progetto antifascista romano.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.facebook.com/events/1939031033092521/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Fascismi Mainstream</strong></a>, al plurale. Il problema nel nostro paese non sono solamente gli spazi concessi, su tutte le televisioni, i talk show o simili, a gruppi o partiti dichiaratamente fascisti e razzisti. Se mai questo è il risultato lampante, sotto gli occhi di tutti, di un processo che, da molti anni ormai, ha portato lo sdoganamento, la normalizzazione e la legittimazione di un discorso pubblico e di una cultura politica esplicitamente fascista e razzista. Per essere chiari, però, mai fino ad oggi le televisioni mainstream avevano concesso tanto spazio e tempo a questi micro partiti, contribuendo in modo determinante a costruire la percezione di partiti forti, strutturati e con un enorme radicamento sociale. Tutto ciò è stato sonoramente smentito dai fatti, ma la gravità del problema rimane in tutta la sua profondità. E allora la domanda sorge tanto spontanea quanto lecita: qual&#8217;è l&#8217;interesse nel dare spazio e visibilità sempre maggiori a questi gruppi? Questa è una delle domande a cui proveremo a rispondere insieme.<br />
Concretamente cosa significa tutto ciò? Significa, prima di tutto, che alcune tematiche che sono state all&#8217;ordine del giorno nell&#8217;ultima campagna elettorale, che vengono fatte passare come problematiche sociali, trovano spazio all&#8217;interno di tutti i dibattiti pubblici. Questo fatto è particolarmente visibile quando si parla di migranti e migrazioni. Parole come invasione, sostituzione etnica, aiutiamoli a casa loro, portano le malattie, taxi del mare e l&#8217;elenco potrebbe continuare a lungo, sono diventate senso e linguaggio comune. Appartengono, ormai indiscriminatamente, ad un ordine del discorso tollerato, percepito come scontato e quindi vero e assodato.<br />
La natura del problema che in questo dibattito vogliamo indagare è duplice, in quanto si presenta come relativamente semplice ma allo stesso tempo maledettamente complessa. La semplificazione estrema appartiene al nostro nemico in tutte le forme in cui si presenta. Dai media alla politica istituzionale semplificare, banalizzare, appiattire, sono le coordinate entro cui si muove il discorso pubblico e l&#8217;azione politica. La complessità e la problematizzazione è il contesto in cui siamo costretti a muoverci, non per scelta, ma perché la realtà ce lo impone in modo netto, senza scorciatoie possibili.<br />
Tutto questo ci parla di una cosa molto chiara. L&#8217;egemonica politica e culturale nel nostro paese, ma il discorso vale per l&#8217;Europa, ma non solo, è in mano a chi semplifica, a chi fa della società una realtà unica, liscia e omogenea. Lo sdoganamento e la relativa normalizzazione e legittimazione di una cultura politica razzista e fascista, della guerra tra poveri, della paura e dell&#8217;attacco sempre più profondo alle libertà e ai diritti sta lì a dimostrarcelo, tanto quanto l&#8217;irresponsabilità con cui vengono trattate le contraddizioni e le problematiche sociali. Noi pensiamo, o meglio siamo assolutamente convinti, che la cultura, intesa come un dispositivo sociale, linguistico, antropologico, ha ricadute materiali e tangibili molto forti. Ora proprio per questo crediamo che di questo dispositivo dobbiamo riappropriarci per ribaltare completamente di senso e di segno un discorso pubblico, un senso ed un linguaggio comune che attraversa la società. Questo dibattito s&#8217;inserisce in questo quadro ed in questa volontà, consapevoli che la cultura non è un qualcosa di aleatorio e di effimero, ma qualcosa che si costruisce, passo dopo passo, dentro i percorsi di lotta e di conflitto di cui il nostro paese ha un enorme bisogno, ma anche all&#8217;interno della ricostruzione di un immaginario forte in cui l&#8217;opposizione ai fascismi come la conquista dei diritti e delle libertà ritornino ad essere al centro.</p>
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		<title>MAGDA MINCIOTTI &#8220;Considerate che avevo quindici anni &#8220;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Mar 2018 07:13:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Anna Paola Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[campi di concentramento]]></category>
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		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza al nazifascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><i>"Il mio carattere, i miei pensieri sbattuti dalla tempesta, la nostalgia, le mie lacrime amare e mai sgorgate, i miei dolori assillanti e segreti, potrà comprenderli solo colui che soffrì la prigionia tedesca, solo colui che sa cosa vuol dire essere soli senza risorse, lontani dalla Patria..."</i>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
<figure id="attachment_72967" aria-describedby="caption-attachment-72967" style="width: 349px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Magda-Minciotti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Magda-Minciotti.jpg" alt="" width="349" height="486" class="size-full wp-image-72967" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Magda-Minciotti.jpg 349w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Magda-Minciotti-215x300.jpg 215w" sizes="auto, (max-width: 349px) 100vw, 349px" /></a><figcaption id="caption-attachment-72967" class="wp-caption-text">Magda Minciotti a quindici anni</figcaption></figure> <strong>Anna Paola Moretti</strong>, storica della memoria e della deportazione femminile, nel libro <strong>Considerate che avevo quindici anni. <em>Il diario della prigionia di Magda Minciotti tra resistenza e deportazione</em></strong>, [ed. affinità elettive 2017], ricostruisce la storia personale e il contesto storico politico della vicenda della giovane partigiana marchigiana in modo esemplare, con dovizia di documenti, citazioni, raccolta di testimonianze, ricerca sul campo, note accuratissime e riflessioni che ci riportano dal passato al presente. La memoria, il dare <em>spazio alla vicenda della gente comune</em> [pag. 14] è sempre la chiave di volta per comprendere il presente. Oggi <strong>8 marzo</strong>, in un paese dove dopo le recenti elezioni politiche il numero delle donne non raggiunge nemmeno un terzo dei deputati eletti, parlare di quanto <em>la vita delle donne è stata a lungo espulsa dalla storiografia e relegata nel privato</em> [pag. 13] ci racconta doverosamente di una emancipazione femminile mai del tutto raggiunta, piena di vuoti e di assenza, e il compito della storia è riempire queste lacune, stabilire una continuità di fatti, reiterpretarne i contorni.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Se la ricerca storica è atto di invenzione interpretativa, ossia vedere tratti finora trascurati, tenere insieme memoria e storia in una diposizione all&#8217;accoglienza che sia rievocativa e partecipe di ciò che si racconta, comporta anche una scrittura che varchi i confini dei generi, anche questa tutta da inventare: &#8220;nuove parole e nuovi metodi&#8221;, come chiedeva Virginia Woolf.</em> [pag. 16]</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Da questa scrittura puntuale eppure avvincente, la figura di <strong>Magda Minciotti</strong>, catturata insieme al fratello <strong>Giorgio</strong> per rappresaglia, durante un rastrellamento alla ricerca dell&#8217;altro fratello partigiano <strong>Giacinto</strong>, si anima dalla pagina a tutto tondo, innanzitutto nelle pagine del suo diario, che inizia a scrivere detenuta a <strong>Ripe</strong>, in provincia di <strong>Ancona</strong>, il 23 luglio 1944, 15 giorni dopo il suo arresto, con una matita copiativa sul retro delle pagine di blocchetti di ricevute scadute 8&#215;12, sottratti di nascosto, con una calligrafia minuscola. Nelle sue peregrinazioni di <strong>lavoratrice coatta</strong> fra gli &#8220;<em>schiavi di Hitler</em>&#8221; negli <strong>Arbeitlager</strong> gestiti dalle grandi industrie germaniche, da <strong>Norimberga</strong> fino all&#8217;aprile del &#8217;45 a <strong>Bayreuth</strong>, riesce a portarsi appresso il suo diario e, con alcuni momenti di silenzio, non smette mai di scrivere, nelle pause del duro lavoro alla fabbrica <strong>Siemens</strong>, di sera fino a quando la luce non viene spenta. Quella che per noi oggi è una preziosa documentazione, ha per lei il compito di contrastare la solitudine e di farsi coraggio, di resistere, affidando a un interlocutore immaginario tristezze e dolori, ma anche sogni, segreti, speranze, desideri e volontà di sopravvivere al terribile presente. La naturale curiosità di adolescente,  il suono di una campana lontana che la riporta con nostalgia a casa, la bellezza della natura, nonostante tutto, della neve, di una giornata di sole, e, perché no, qualche palpito amoroso, la tengono ancorata alla vita e alla sua dignità di persona.<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>[Nürnberg 28/8/44]<br />
<em>Comincio a essere meno pessimista. Per arrivare a ciò ho voluto cominciare come facevo a scuola, cioè sognare ad occhi aperti.</em> [pag. 44]</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
In questa vera e propria strategia di sopravvivenza non parla molto di eventi dolorosi, cerca di mantenere saldi gli ideali mazziniani, risorgimentali e antifascisti a cui la sua famiglia l&#8217;aveva educata, l&#8217;amore per il prossimo, la giustizia, la Patria con la p maiuscola, che non è certo quella tronfia e autoritaria del fascismo, la solidarietà, l&#8217;amore per il prossimo, riuscendo sempre con autoironia e distacco a sdrammatizzare e a superare la durezza del presente, ad affezionarsi alle persone e persino ai luoghi squallidi della prigionia. A mantenere allegria di giorno, con orgoglio, e a piangere di nascosto di notte. Ma nel racconto della disinfezione al campo di <strong>Dachau</strong> non riesce a non lasciar trasparire i suoi sentimenti di profonda indignazione per il pudore violato e di odio verso i Tedeschi:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>[Nürnberg 17/8]<br />
<em>Devo fare un passo indietro per annotare un particolare sfuggitomi. A Dachau ci fecero la disinfezione, Ci mandarono al forno i panni e dopo averci fatto spogliare nude, prima il bagno e poi ungere la testa con la creolina. Tutto questo raccontato così sarebbe una cosa giusta e necessaria&#8230; Ma quanta mancanza di pudore in Germania! Nel corso dei secoli il popolo tedesco è rimasto selvaggio. Sono ancora i barbari di Attila questi del secolo 20mo? Per rispondere giustamente bisogna venir qui vedere e giudicare. Solo chi mi ha conosciuto può dire se rimasi indignata avanti ad un simile spettacolo. Non solo ma un odio feroce contro questo popolo devastatore mi fa desiderare sempre più forte che questo tutto finisca per ritornare alla mia cara Patria.</em> [pag. 42]
</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Questa liceale quindicenne dagli occhi profondi e sensibili, con le lunghe trecce raccolte, che nella sua famiglia di resistenti aveva partecipato a diverse azioni partigiane, come staffetta, sventando l&#8217;attentato a un ponte minato dai tedeschi in ritirata, soccorrendo il giovane partigiano ferito <strong>Nello Congiu</strong>, nei 66 foglietti del suo diario apre una particolare dimensione &#8220;letteraria&#8221;, che dalla quotidianità si spinge a una scrittura alta, spesso poetica, a tinte pascoliane e carducciane, con grande proprietà di linguaggio e sintassi e vero talento narrativo.<br />
Un secondo supporto del diario è andato perduto, ma <strong>Magda</strong>, tornata a casa, ricopia le pagine ormai consunte, macchiate e quasi illeggibili, su un quaderno nero quadretti con il bordo rosso, di 36 pagine più un foglio volante. Gli dà l&#8217;ironico titolo <strong><em>Le mie prigioni</em></strong>. Nella breve introduzione scrive:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>[Chiaravalle, Agosto 1945]<br />
<em>Il mio carattere, i miei pensieri sbattuti dalla tempesta, la nostalgia, le mie lacrime amare e mai sgorgate, i miei dolori assillanti e segreti, potrà comprenderli solo colui che soffrì la prigionia tedesca, solo colui che sa cosa vuol dire essere soli senza risorse, lontani dalla Patria; (&#8230;)<br />
Non domando altro:  &#8211; Siate magnanimi!! Non giudicatemi troppo severamente se anche fra tutte le intemperie siano sbocciate nella mia anima delle illusioni, qualche sogno, qualche speranza.<br />
E se qualche giudizio dato con troppo buon cuore, se qualche osservazione fatta con animo pettegolo sia da biasimare, &#8211; oh posteri!!!, non tacete &#8211; ma nello stesso considerate&#8230; considerate che avevo 15 anni.</em> [pag. 31]</p>
<p align="right">M.M.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Nel dopoguerra le viene proposto di pubblicare il diario, ma come per molti altri sopravvissuti ai lager, subentra una specie di ritrosia a renderlo pubblico, nel clima post bellico di ottimismo forzato, di desiderio di dimenticare, l&#8217;interesse e la comprensione per le vicende dolorose della deportazione è scarso.<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Anche il rientro in Italia ebbe tratti comuni per tutti gli uomini e le donne che erano stati deportati: ebrei, oppositori politici, militari internati, lavoratori coatti si trovarono accumunati dalla freddezza e dall&#8217;indifferenza con cui furono accolti da una società che usciva dai disastri della guerra, poco disposta ad ascoltare il loro dramma e propensa invece a rimuovere e occultare le responsabilità, la maggior parte di loro si chiuse a lungo nel silenzio.</em> [pag. 267]</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<figure id="attachment_72967" aria-describedby="caption-attachment-72967" style="width: 349px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.icharta.com/media/catalog/product/cache/1/image/1af911c77d9058894814db9db8ad305d/2/0/20130521104125.jpg" width="349" height="487"/><figcaption id="caption-attachment-72967" class="wp-caption-text">Propaganda fascista  per il lavoro coatto</figcaption></figure> Così il diario rimane chiuso in un cassetto. <strong>Magda</strong> tornata in Italia gravemente malata di tubercolosi renale, fatica molto a guarire, difficile trovare antibiotici e cure adeguate allora, cerca di riprendere il liceo senza riuscirvi, si sposa con <strong>Vincenzo Castellani</strong> un giovane carabiniere lui pure deportato, conosciuto in Germania, e si dedica alla famiglia e ai suoi quattro figli. Non l&#8217;abbandona mai il dolore e anche forse il senso di colpa per la morte del fratello <strong>Giorgio Minciotti</strong>, arrestato con lei, che scelse, nonostante fosse stato scartato alla visita medica per la sua salute cagionevole, di andare in Germania per non lasciarla sola, e mandato a scavare trincee dall&#8217;<strong>Organizzazione Todt</strong> non sopravvive alla durezza del lavoro e agli stenti. <strong>Magda Minciotti </strong>consegna il suo diario al figlio pochi giorni prima di morire nel 1990. Ad <strong>Anna Paola Moretti</strong> il merito di averlo riportato alla luce, insieme allo studio approfondito del contesto e soprattutto della questione del <strong>lavoro coatto</strong>, propagandato ingannevolmente dal regime fascista come opportunità di guadagno e che vide molti partire volontari, con la complicità mai punita delle maggiori fabbriche tedesche dalla <strong>Siemens</strong>, alla <strong>Volkswagen</strong>,<strong> Mercedes</strong> e <strong>Bayer</strong>. Solo in Italia più di 100.000 persone con il 10% di morti, soprattutto giovani dai 14 anni in su, prestarono la loro manodopera al nazismo, un ambito ancora pochissimo studiato, ingiustamente distinto dalla deportazione nei campi di sterminio, ma non meno crudele e degno di essere ricordato e analizzato.<br />
&nbsp;</p>
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		<title>10 marzo, Ancona &#8211; Assemblea nazionale unitaria di movimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Mar 2018 18:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono passati pochi giorni da quando la mano armata di un neo-fascista ha sparato all&#8217;impazzata nelle vie di una nostra città alla ricerca delle sue vittime “di razza”. Sono passati pochi giorni da quando migliaia di persone hanno deciso che ad ogni costo il silenzio e le ritualità andavano frantumati, che il clima di complicità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-72924" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/corteo2.jpg" alt="" width="960" height="641" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/corteo2.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/corteo2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/corteo2-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/corteo2-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Sono passati pochi giorni da quando la mano armata di un neo-fascista ha sparato all&#8217;impazzata nelle vie di una nostra città alla ricerca delle sue vittime “di razza”. Sono passati pochi giorni da quando migliaia di persone hanno deciso che ad ogni costo il silenzio e le ritualità andavano frantumati, che il clima di complicità con quel gesto infame e l&#8217;arroganza di un potere convinto di poter imporre i suoi diktat andavano rovesciati.</p>
<p style="font-weight: 400;">E&#8217; passato poco tempo. Eppure nel volgere di pochi giorni è nata una storia, una grande storia, che sembra impossibile possa essere contenuta nel suo breve involucro temporale. Una storia che ha restituito ai movimenti una capacità di protagonismo fino a qualche settimana fa inimmaginabile, che ha reso le piazze di tante città impraticabili per i neofascisti, che ha dissestato la già miserabile campagna elettorale, che ha trasformato un intero contesto culturale e comunicativo in cui si era ad arte costruita la percezione dell&#8217;assenza di opzioni, della cultura razzista e della propaganda xenofoba come sfondo dominante, della sicurezza come negazione delle libertà.</p>
<p style="font-weight: 400;">Qualcuno ha detto che questa storia è magica. Ma non c&#8217;è niente di magico o di trascendentale, non è una fortunata ed occasionale combinazione di elementi. Molto più semplicemente la realtà materiale, le sue contraddizioni ed il bisogno sempre più pressante di reagire, di non subire oltre, ha trovato una credibile possibilità di espressione, costruita sull&#8217;affermazione radicale dell&#8217;indipendenza dei movimenti, sull&#8217;insubordinazione, anziché sulla mediazione, verso tutti i tentativi di scipparne la rappresentanza, di limitarne la presa di parola o di farne terreno di campagna elettorale. Ciò che ci appare straordinario è, in realtà, la potenza naturale che i movimenti esprimono quando sono reali e protagonisti dei propri percorsi. Un lungo periodo di difficoltà, di divisioni e sottrazioni, di riduzione drastica degli spazi di agibilità, di disarticolazione dei soggetti sociali di riferimento, ha attenuato la consapevolezza della reale intensità  di tale potenza, nella quale si radica l&#8217;unica realistica prospettiva di cambiamento generale. Ma le mobilitazioni di questi giorni, la loro incisività e la loro forza incredibilmente ricompositiva ci hanno bruscamente rimesso difronte a quella potenza, alla sua importanza, al desiderio ed alla speranza di tornare a viverla, di vederla nuovamente espandersi, travalicare, debordare. Tutte e tutti siamo tornati a saggiare la materia viva della modificazione del reale, puntuale, immediata, di cui i movimenti sono capaci.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sono stati sufficienti pochi giorni per ridare significato e concretezza alla parola &#8220;antifascismo&#8221;: una declinazione nuova che attualizza l’antifascismo storico ed immette una produzione di senso che tiene insieme il rifiuto di ogni discriminazione etnica o razziale, la lotta contro il sessismo e la violenza del patriarcato, la battaglia per le libertà nel tempo della fine dello stato di diritto. Tutte direttrici di contenuto che le migliaia di persone che si sono mobilitate hanno scelto di porre all&#8217;ordine del giorno e che, a loro volta, si radicano nella problematica generale del sistema economico e politico in cui razzismo, sessismo, neo-fascismo, negazione delle libertà e della giustizia sociale proliferano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Mentre i 30.000 sfilavano per le vie di Macerata, più di una volta ci siamo imbattuti in persone che parlavano di “una boccata d’aria”, alcuni azzardavano che stesse “cambiando l’aria”. Con le grandi mobilitazioni antifasciste e antirazziste dei giorni successivi abbiamo letto che era “l’aria di Macerata” a soffiare nelle strade e nelle piazze. Ma l&#8217;aria, lo sappiamo, quando inizia a muoversi è strana, cambia di direzione e senso, si muove attraversando luoghi e acquisisce forma e forza dei movimenti che incontra. Più strade percorre più diventa vento collettivo e si esprime in forme diverse a seconda delle barriere che urta e della morfologia che incontra.</p>
<p style="font-weight: 400;">Così quel vento partito dalla provincia non è più uguale a come è cominciato ma è già sostanza di tutte e tutti, andando ben oltre la grande giornata del 10 febbraio.</p>
<p style="font-weight: 400;">I venti nascono dalla differenza di pressione, nascono dal conflitto. E in questi anni nonostante una feroce repressione, nonostante un’informazione mainstream sempre più veicolo del decadimento culturale e politico, nonostante il clima mefitico che noi tutti respiriamo nelle nostre città, nonostante le mille differenze che i movimenti hanno sedimentato al loro interno negli anni, nonostante tutto questo e molto altro c’è stato sempre chi ha continuato a metterci cuore, polmoni e fiato.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dalle montagne della Valsusa fino alle spiagge del Salento, passando per piccoli e grandi conflitti il vento ha continuato a soffiare, impercettibile, quasi un sospiro, anche nei momenti più bui della nostra storia. Ora improvvisamente sembra riemersa una capacità di trasformazione della realtà che si è determinata direttamente come evento e come processo: la diffusione molecolare della mobilitazione, la costruzione collettiva della potenza dell&#8217;avvenimento, l&#8217;energia generata che ha determinato la concatenazione e moltiplicazione di ulteriori accadimenti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo la manifestazione del 10 febbraio in molte/i ci hanno chiesto quali sarebbero stati i passaggi successivi, a quali proposte stavamo pensando per dare continuità al percorso aperto con la mobilitazione di Macerata. Non avremmo potuto dare   altra risposta a queste domande se non quella semplice, trasparente, forse ovvia, della nostra insufficienza, del fatto che i passaggi successivi possono essere solo il prodotto di una riflessione collettiva, condivisa, articolata tra tutte e tutti coloro che hanno fatto proprio questo percorso, generalizzandolo e diffondendolo nei territori.<br />
Quale altra risposta potrebbe darsi se non che i passaggi successivi possono essere solo il prodotto di un&#8217;assunzione di “responsabilità” comune, quella responsabilità “rivoluzionaria”, che è capace di anteporre ai particolarismi, alle sclerotizzazioni, alla tentazione di “autocentrare” i ragionamenti, le necessità di crescita, riaggregazione e ricomposizione dei movimenti? Che il patrimonio restituitoci da queste settimane di mobilitazione è un bene prezioso, da curare e tutelare, forse anche da noi stessi, dal rischio di semplificazioni o di sovrascritture che peserebbero come macigni su percorsi che sono appena all&#8217;inizio?</p>
<p style="font-weight: 400;">Per tutto questo pensiamo che la grande ricchezza che si è espressa in queste settimane debba prima di tutto trovare un momento di confronto collettivo dove sia possibile provare a darci insieme delle risposte, a condividere l&#8217;entusiasmo con cui immaginare i passaggi successivi e la geografia di un agire in grado di riaprire spazi credibili di espressione della conflittualità sociale.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>E&#8217; da queste considerazioni che nasce la proposta di realizzare nelle Marche un&#8217;assemblea unitaria di movimento per SABATO 10 MARZO, dalle 10 alle 18,30, alla Mole Vanvitelliana di Ancona.</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I movimenti hanno la forza di trasformare perché essi sono già cambiamento in atto, fuori e dentro se stessi. I movimenti cambieranno il futuro perché hanno la forza, qui ed ora, di cambiare il presente.</span><br style="font-weight: 400;" /><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">CSA Sisma</span><br style="font-weight: 400;" /><span style="font-weight: 400;">Centri Sociali delle Marche</span><br style="font-weight: 400;" /><span style="font-weight: 400;">Ambasciata dei Diritti Marche</span></p>
<p>*</p>
<p><a href="http://www.csasisma.org/2018/02/i-movimenti-cambieranno-il-futuro.html" target="_blank" rel="noopener">Il testo integrale dell&#8217;appello</a></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/events/150495045642370/" target="_blank" rel="noopener">L&#8217;evento su Facebook</a></p>
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		<title>Neofascismo, antifascismo, la (non*) manifestazione, e una passeggiata per Macerata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Feb 2018 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[10 febbraio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Renata Morresi Se esco dal portone e giro a sinistra, basta qualche metro umido di viale per arrivare alla sede del PD che è stata colpita da due colpi di pistola. A destra, ugualmente, una breve passeggiata mi separa da un supermercato dove vado spesso: lì davanti si è accasciato Mahamadou Toure, l’uomo raggiunto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-72635 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/traini-al-monumento.jpg" alt="Macerata, monumento ai caduti" width="720" height="960" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/traini-al-monumento.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/traini-al-monumento-225x300.jpg 225w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Renata Morresi</strong></p>
<p>Se esco dal portone e giro a sinistra, basta qualche metro umido di viale per arrivare alla sede del PD che è stata colpita da due colpi di pistola. A destra, ugualmente, una breve passeggiata mi separa da un supermercato dove vado spesso: lì davanti si è accasciato Mahamadou Toure, l’uomo raggiunto al fegato dal primo proiettile sparato in strada sabato scorso. Dall’altra parte della città invece – “città” fa un po’ sorridere: Jimmy Fontana in una vecchia canzone la chiamava “paese mio che stai sulla collina”; per il vicino conte Giacomo suppongo sarebbe andato benissimo “borgo selvaggio” – diciamo a due, tre chilometri da dove sto uscendo di casa, c’è un locale chiamato “Terminal”, anima notturna di musica e impegno. Per capirci: lì l’associazione partigiani fa il tesseramento annuale, lì si tiene un “Piccolo festival di suonata poesia”, e l’altra sera erano in programma gli “In Zaire”. Anche lì sono arrivati tre colpi di Glock calibro 9. In quel punto nessuno è stato colpito per fortuna – era sabato mattina, in un posto ai confini della campagna, non certo il Bataclan. La logica punitiva però è trasparente: castigare il luogo del mescolamento.</p>
<p>“Glock calibro 9” l’ho letto in giro, e sentito pronunciare con voluttà. Un ragazzo ha tentato di spiegarmi quanti colpi ha il suo caricatore, ma non me lo ricordo più, ero troppo esterrefatta di stare parlando di pistole. Non sono neanche riuscita a ricostruire bene il percorso del raid. Ho letto della preghiera dell’attentatore, con tanto di cero votivo a Mussolini; poi il ritorno in centro, a concludere la scorreria con una spettacolare resa al monumento ai caduti. Anche questo mi sta a due passi, brutto come quasi tutti i monumenti del ’33. Sui suoi gradini si trovano sempre i ragazzi che escono dalle scuole dei dintorni (quelle che non sono state rese inagibili dal terremoto). Ho scoperto solo l’altro giorno che proprio su questo monumento i partigiani della banda Nicolò issarono la bandiera italiana, nel giorno in cui Macerata si liberò dei nazisti, il 30 giugno del 1944. Quella bandiera l’aspirante stragista l’ha presa e se l’è messa sulle spalle, supereroe de noantri. I Carabinieri l’hanno fotografato così, ammantato del tricolore, davanti ai poster di bambini in festa appesi in caserma.</p>
<p>Io sabato mattina ero nel centro storico di Macerata, dentro le mura, assieme a degli adolescenti, tutti rinchiusi in un teatro. Penso alle classi piene di giovani del mondo, i cognomi vari, gli occhi di ogni forma, la carnagione di ciascuno di noi di un qualche colore. Penso a chi conosco, gli studenti afrodiscendenti, gli adottati, i ragazzini mescolati, i nati chi qui chi altrove, le mezze italiane, i quarti di un po&#8217; tutto, quelli ormai cittadini, i residenti da trent’anni, e poi i miei di compagni di scuola, amiche, cugini, che vivono in altri posti del mondo, coi figli che a tre anni parlano tre lingue: non siamo mai stati tanto meticci. La diversità ci attraversa da dentro, anche qui nei sobborghi dell’impero. Non è la pubblicità di un marca di vestiti, questa è la realtà, una realtà impensabile per i razzisti regionalisti e i fascisti nazional-popolari. È forse anche l’evidenza del mescolamento ad aizzarli, a far sì che cerchino la repressione, insieme all’istinto brutale di volere un capro espiatorio. Una logica in cui le infezioni contemporanee si diffondono a partire da sceneggiature ben collaudate, e ancora purulenti.</p>
<p>C’è una pletora di segnali neofascisti in questa storia. E al tempo stesso la corsa accorata a non parlare di neofascismo, a non irritare i già incarogniti, con lunghi thread rabbiosi nei social ad invocare che non si dica quella parola lì, che è un pezzo che è tramontata. Gente che si inerpica in cervellotiche battaglie retoriche per dimostrare che no, no, non è più il tempo per queste “divisioni”, ci vuole giustizia, ci vuole più polizia; e il tatuaggio delle SS sulla fronte di Traini, il saluto romano prima di lasciarsi prendere, il Mein Kampf ritrovato in casa cosa c’entrano mai, perché vuoi politicizzare ‘sta cosa?</p>
<p>Neanche l’arrivo di Forza Nuova domenica scorsa, giunti baldanzosi davanti a una porta forata da un proiettile a rivendicare solidarietà per l’attentatore, o l’arrivo di Casa Pound martedì pomeriggio, scortati di gran carriera dalla polizia anti-sommossa in un centro cittadino deserto, col segretario che dà il benvenuto con “un saluto romano generale” e invoca la pulizia etnica, o, infine, ahimè, Roberto Fiore e i suoi ieri sera, coi soliti gesti e rituali, riescono a smuovere la compattezza grigia di tanti amministratori, giornali locali, avventori da bar, ministro Minniti, candidati premier, propagandisti elettorali, tutti finalmente fermamente uniti nel non dire la parolina brutta, “neofascismo”, neanche se arrivasse una ventata di Zyklon B.</p>
<p>Forse mi sbaglio, forse le parole che fanno paura sono proprio quelle opposte: “antifascismo”, “antirazzismo”. L’impressione è che a dire troppo forte “antirazzismo” si possano perdere i voti dei razzisti. Il sindaco di Macerata (in quota PD) vuole sospendere la manifestazione antifascista di sabato, o meglio, ha chiesto che sia sospesa. “È il tempo della comunità”, “si fermino le violenze”, “farsi carico del dolore”, “a favore della vita”, “fermarsi a respirare”, “è il tempo della riflessione”: si spertica di cliché il povero sindaco, nel tentativo di ricacciare la sua paciosa cittadina in un sonno che in questo momento sfiora l’anestesia. Una manifestazione contro la violenza indetta e poi soppressa: è improbabile che i movimenti antifascisti e antirazzisti accettino questo coprifuoco. Qualcosa dovrà pur accadere. Io, ingenua, mi immaginavo già un corteo con alla testa il primo cittadino e la comunità africana e tutti quelli offesi dalla violenza: no al razzismo! no al terrorismo! mai più stragi! no al fascismo! O no? No, gli amministratori vorrebbero sprofondare, non vedono l&#8217;ora che tutto passi. Ah, passare! Per ora per la città sono passati solo i volantini con su scritto &#8220;La gente è con Traini&#8221;.</p>
<p>La gente, chi è la gente? Quanto piace alla ‘gente’, compresa quella in corsa alle elezioni, questo dissolvimento nella ‘gente’: immaginarci tutti come disperate monadi in cerca di protezione, da blandire e poi tornare a dividere, da mantenere illusi, isolati, magari risentiti ma in ordine. Ecco allora che arriva Salvini a Camerino, cinquanta chilometri da qui, a benedire la gente terremotata, ripete il mantra del non vi lasceremo soli, et voilà con abile precisione anche lui si appropria dell’evento del momento: “il sacrificio di Pamela non sarà vano.” Pochi gesti per incastrare una nota gerarchia: il leader-uno-di-noi, la gente come cosa informe uniformata solo da sangue e suolo, il simbolo della femminilità violata, l’umanità di scarto, le non-persone.</p>
<p>Alle associazioni che hanno deciso di rimandare la manifestazione il ministro Minniti ha scritto: “hanno fatto un atto d’amore verso la comunità”. Una carezza paternalista, e poi giù la minaccia: se qualcuno insiste a fare la manifestazione, sarà “il ministero dell’interno a impedire che si faccia.” Di nuovo: gentismo, retorica astratta, simboli triti e repressione.</p>
<p>Ora cammino, mi affaccio dalla passeggiata alberata di pini che dà sui giardini pubblici, a guardare le forze dell&#8217;ordine massicciamente dispiegate – e solitarie: non passa un&#8217;anima tranne me e qualche pensionato, che commenta a voce alta &#8220;Sto qua dal &#8217;58 e Macerata è sempre stata piena di democristiani e baciapile, da dove escono ammo&#8217; sti fascisti?&#8221; Vaglielo a spiegare al signore che tutto si è spostato a destra, annichilito, frammentato fino a polverizzare, che il razzismo sembra diventato un diritto, il giochino che non si nega a nessun frustrato, impoverito, oppresso dalle logiche di un sistema-lavoro trattato come il più insondabile dio. Persino in una cittadina storicamente antifascista come questa ha attecchito il verbo del qualunquismo suprematista: non sono solo i leoni da tastiera a invocare la forca per quattro poveracci in fuga (a Macerata i richiedenti asilo sono 180), è pure il ministro dell’interno ieri ad adeguarsi alla logica dell’attentatore, adombrando l’idea che siano i rifugiati in fuga ‘a provocarci’, e quindi a provocare un tentato eccidio. Un po’ come se la Notte dei cristalli fosse stata ‘provocata’ dagli ebrei (come del resto i nazisti si affrettarono ad affermare).</p>
<p>Mi fermo per un caffè e apro il Carlino locale, in prima pagina trovo l’immagine della palazzina dove probabilmente è morta Pamela Mastropietro. Si vedono un paio di poliziotti che piantonano l’ingresso. In un angolo il volto della ragazza, all’interno del giornale una foto più grande, un selfie di quelli belli che si fanno le belle adolescenti nelle loro pose curve e spericolate. Credo che la foto sia lì per fare da specchio: vuole riflettere (e allettare) la bellezza fragile latente in ogni umano, vuole ravvivare la nostalgia (e la rappresaglia) verso la sventatezza della gioventù. Pamela, la ragazza vulnerabile, la ragazzina in fuga che un italianissimo nativo ha preso su per cinquanta euro per poi lasciarla alla stazione, la tossicodipendente che per qualche motivo non voleva più stare in comunità, che girava in un posto mai visto a cercare una dose, cercava sponde dove c’erano, a suo modo senza preclusioni almeno lei, Pamela per i vari Salvini, Fiore, Di Stefano conta solo come astrazione. Per loro è il simbolo della delicata razza bianca traviata dallo straniero nero – ce lo dice l’indifferenza con cui gli stessi hanno ricevuto la notizia di mercoledì di un altro corpo di ragazza, Jessica Valentina Faoro, pietosamente ritrovato in un borsone, uccisa da un italiano. Queste giovanissime donne bianche, tanto amate dal gossip, dalle docu-soap, dall’infotainment, servono come idoli, ma sono esposte ad una gerarchia che le vuole ingenue e appaganti, o, al polo opposto, ammalianti e pericolose. Possono essere fragili davvero, protagoniste di una cronaca nera sempre più spettacolarizzata, spogliata di ogni interpretazione ideologica o politica, come fossero le vittime di un naturale darwinismo invece che del suprematismo patriarcale. Accanto ai loro corpi inermi, sovraesposti, ipernarrati, accanto ma invisibili, quelli delle persone colpite da un proiettile il 3 febbraio, lasciate in terra, lasciate a lungo senza un nome, quasi sulle soglie dell’essere nessuno. (Ancora più nascosti, abitudinariamente usati, i corpi delle donne nere rapite e sfruttate per pochi euro sulla costa adriatica, a pochi chilometri da qua.)</p>
<p>Mi ha colpito di quella copertina del Carlino – che è in ogni bar, e viene distribuito gratis a pacchi nelle scuole – che non ci fosse una parola sulla tentata strage.</p>
<p>Torno verso casa, soffia un’aria di tramontana. Persino Massimo D’Azeglio, ricordo, si lamentava che questa città fosse troppo spesso spazzata dal vento. Incombe sull’Italia una sconfitta politica e civile devastante. Se non si riuscirà a parlare pubblicamente, con parole severe e chiare, a manifestare pacificamente, sarà uno scivolare nella zona grigia. La storia è arrivata a convocarci, persino qua in questa piccola provincia, nel nostro sabato mattina dei cristalli. Una storia profonda e complessa, che mai mi è parsa così semplice.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>__________</p>
<p>*aggiornamento delle 19: l&#8217;invito a sospendere tutto non è stato accolto, si è preso atto dell&#8217;arrivo di migliaia di persone, <a href="http://www.cronachemaceratesi.it/2018/02/09/corteo-antifascista-non-ce-nessun-divieto/1065058/" target="_blank" rel="noopener">la manifestazione si farà</a> (ma Comune e PD ne faranno un&#8217;altra, tra una settimana)</p>
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