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	<title>Federica Sciarelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tronismo di massa e sestessità scatologica: la cifra stilistica del populismo quotidiano, da Titti Brunetta a Lapo Elkann, via Maria Feliziani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2016 17:00:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. La cosa che mi ha più colpito dell’intervista a Titti Brunetta è stata questa frase: &#8220;Non ho giocato, ero io con il mio animo, le mie passioni politiche, il mio impegno civile e i miei rapporti di affettività. Io sono Bea e porto nel cuore questa esperienza…&#8221;. Sembra una specie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. La cosa che mi ha più colpito </span><a href="http://www.valigiablu.it/cyber-propaganda-grillo-pd/"><span style="font-weight: 400">dell’intervista a Titti Brunetta</span></a><span style="font-weight: 400"> è stata questa frase: &#8220;</span>Non ho giocato, ero io con il mio animo, le mie passioni politiche, il mio impegno civile e i miei rapporti di affettività. Io sono Bea e porto nel cuore questa esperienza…&#8221;. <span style="font-weight: 400">Sembra una specie di brevissima ode all’autenticità. Ma è anche qualcosa di formulare, sembra quasi che Titti dica questa cosa con lo stesso </span><i><span style="font-weight: 400">mood </span></i><span style="font-weight: 400">che si ha quando si consegnano i documenti di identità a un poliziotto che li richiede: ecco, io sono io. Siamo in pieno Tronismo e, allo stesso tempo, nel cuore di un momento di verità altissimo. Il complotto del complotto è smascherato con la semplice frase: “io sono vera”. Voglio dire: questa vicenda, oltre a raccontarci di falsificazioni e algoritmi che saltano, ci rivela anche una delle fondamentali realtà del social network, ossia che, come mirabilmente </span><a href="https://medium.com/art-marketing/the-dharma-of-facebook-fake-news-isnt-going-anywhere-unless-d46abc91ac89#.v5bf3fglm"><span style="font-weight: 400">spiega</span></a><span style="font-weight: 400"> esemplificando David Cohn su Medium:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">When I see content shared by a friend, I am not first learning about the world, I am primarily learning about my friend. Facts don’t matter. Truth does. Tim’s truth. Tim’s view of the world.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Si apre, da una ulteriore prospettiva, il grande capitolo della presunta distanza di tutto questo </span><i><span style="font-weight: 400">puffare </span></i><span style="font-weight: 400">dai fatti. Cioè: non c’è soltanto il porre in secondo piano l’effettivo accadimento, non c’è soltanto la confusione tra reale, vero e autentico; c’è anche che il telefonone, il social ecc. sono un fatto </span><i><span style="font-weight: 400">in sé</span></i><span style="font-weight: 400"> ovvero cose che avvengono realmente, ma avvengono </span><i><span style="font-weight: 400">attorno </span></i><span style="font-weight: 400">a narrazioni, o quel che sono. Questi strumenti generano </span><i><span style="font-weight: 400">per definizione </span></i><span style="font-weight: 400">dei metadati rispetto alla realtà fattuale. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. vuoi dunque sottolineare vari addentellati della vicenda di cui parlavamo nella puntata scorsa con altre questioni che abbiamo trattato in quelle precedenti, a cominciare dal rapporto tra gesto di parola e fatti </span><a href="http://www.economist.com/news/books-and-arts/21709937-politicians-words-particular-change-world-and-donald-trump-does-not-choose-his?fsrc=scn/tw/te/bl/ed/morethanwordsmerespeechhaspowerfulconsequences"><span style="font-weight: 400">a cui faceva riferimento l’Economist</span></a><span style="font-weight: 400"> e che </span><a href="https://populismi.wordpress.com/2016/11/22/da-dove-viene-la-post-verita-e-cosa-fare-per-conviverci/"><span style="font-weight: 400">Alessandro Lanni precisava</span></a><span style="font-weight: 400">, riconducendolo alla sua originaria matrice filosofica. E al contempo sottolineare che la Moglie di Brunetta (il sessismo dell’etichettatura si deve al fatto che è ormai per noi un complottema top) surfa l’onda del </span><i><span style="font-weight: 400">get real</span></i><span style="font-weight: 400"> rappettaro nella chiave maccheronica del tronista, autentico, vero, non artefatto, dunque un non-complotto. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> sì voglio effettivamente far questo, sento che infine riusciremo anche a dire due cose sul posto che in questa ecologia occupano le bugie e i fascisti.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Forse non siamo ancora abituati ad una situazione nella quale i fatti-fatti e i fatti che si autoproducono nel corso di una narrazione dei fatti sono parte dello stesso sistema reticolare che definisce la realtà abitabile. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Va bene, e allora abituiamoci, alleniamoci a ragionarci sopra, i lanzichenecchi sono là, sulla linea dell’orizzonte, ma ci resta ancora un po’ di tempo.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Cerchiamo ancora di distinguere tra un fatto ed un commento ai fatti, in una situazione nella quale, invece, il fatto-fatto è spesso prodotto dalla visione del mondo che lo dovrebbe commentare, secondo un ordine invertito del rapporto classico tra fatto e commento. Cioè, rendiamoci conto che è un po’ saltato questo rapporto gerarchico, col risultato che noi altri, filologi, storici, gente che vorrebbe ancora stabilire una concatenazione lineare e possibilmente gerarchica tra eventi e testimonianze, evidenze positive in genere, facciamo una gran fatica per elaborare sintesi delle quali non frega in realtà niente a nessuno. Ha ragione Cohn quando dice che «all acts center around identity creation and networking» e che «the entire news industry changed its strategy to accommodate this practice». Non stupisce che in questo contesto il metadato applicato ad un discorso diviene rapidamente dato esso stesso, anzi, a volte produce il dato, sfuggendo alle architetture di sistema controllabili. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, è un po’ il seguito di quello che si diceva commentando la frase di Dumbledore, in calce al lenzuolone su </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/23/la-postverita-e-il-pallone-sbagliato/"><span style="font-weight: 400">postverità e palllone sbagliato</span></a><span style="font-weight: 400"> collegato alla riflessione sulla “guerrra di parole” che facciamo in </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/26/sticazzi-mecojoni-lo-spoof-del-complottismo-ghost-the-machine/"><span style="font-weight: 400">“Da «sticazzi&#8230;» a «mecojoni!»”</span></a><span style="font-weight: 400">. A questo punto è necessario citare Vincenzo Marino e il suo “</span><a href="http://www.vice.com/it/read/alt-right-italiana-provocatori-fake-news-bufale-troll-bomberismo-populismo"><span style="font-weight: 400">Bomberismo, troll e capre: ho cercato di capire se esiste un&#8217;alt-right italiana</span></a><span style="font-weight: 400">” uscito su Vice. Ci narra, fra le altre interessanti cose, del circuito dato-metadato scaturito dall’uscita di un video in cui alcuni nazisti facevano saluti nazisti-trumpisti durante un evento tenutosi a Washington D.C. a pochi giorni dall’elezione di Trump.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Il giorno dopo l&#8217;uscita di questo video, girato a una giornata di conferenze alt-right lo scorso sabato, hanno spiegato che i saluti nazisti non-ironici erano in realtà &#8220;effettivamente ironici&#8221;—</span><a href="http://www.nbcnews.com/politics/white-house/white-nationalist-alt-righter-claims-hail-trump-comments-were-ironic-n687021"><span style="font-weight: 400">sul serio</span></a><span style="font-weight: 400">).</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Cioè questi dell’alt-right hanno detto questa cosa dell’ironia per dire che non sono nazisti, pur essendolo. La conclusione è che: “Una definizione precisa di alt-right è impossibile da stendere &#8211; sommersa com&#8217;è da strati di </span><a href="http://www.pbs.org/newshour/rundown/white-nationalist/"><span style="font-weight: 400">ironia</span></a><span style="font-weight: 400">, </span><a href="http://www.dailystormer.com/a-normies-guide-to-the-alt-right/"><span style="font-weight: 400">non-ironia</span></a><span style="font-weight: 400"> e </span><a href="https://www.buzzfeed.com/josephbernstein/the-alt-right-has-its-own-comedy-tv-show-on-a-time-warner-ne?utm_term=.itd991ZqV#.sfkXXx5oZ"><span style="font-weight: 400">post-ironia</span></a><span style="font-weight: 400">”. il ché, a uso nostro, significa che il circuito è attivato, e stare su un “piano di realtà” significa considerarlo. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Il conflitto in corso tra le élite e la massa può in un certo senso ridursi al fatto che la ka$ta vorrebbe mantenere il controllo della cosiddetta narrazione, mentre laggente vorrebbe il webbe libero dove può insultare chi le pare. Le élite, diciamo Iacoboni e Lotti per capirci, vorrebbero dimostrare che la massa è in realtà soltanto un </span><i><span style="font-weight: 400">transponder</span></i><span style="font-weight: 400"> che replica in maniera eterodiretta le narrazioni prodotte ai rami alti del complotto, mentre laggente reclama un proprio protagonismo, una propria autenticità. Cioè, laggente dicono (l’anacoluto è ormai grammaticalizzato), noi non è che ti insultiamo a te ka$ta perché ci dicono di farlo, ma proprio perché ce fai schifo e nella Moglie di Brunetta, da questo punto di vista, troviamo un mirabile e emblematico </span><i><span style="font-weight: 400">role model</span></i><span style="font-weight: 400">. Il che ci riporta al «fact doesn’t matter» di Cohn, perché laggente non stanno parlando dei fatti, si stanno presentando, stanno reclamando un protagonismo, che il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e il giornalista de </span><i><span style="font-weight: 400">La Stampa</span></i><span style="font-weight: 400"> hanno acquisito come un diritto. Il vero conflitto, se ci pensi, è qua: voi volete continuare ad essere qualcuno, mentre noi dobbiamo tornare nel nostro pallosissimo anonimato, così voi potete droppare i nomi degli altri opinion leader come voi, collusi con la finanza internazionale, durante le cene di Farinetti negli attici terrazzatissimi del centro, mentre noi non contiamo niente, perché la crisi ci ha fatto ricordare che non siamo grandi tennisti (con la racchetta di Decathlon) o avventurosi viaggiatori (low cost), come proviamo a farvi (e a farci) credere via <em>Instagram</em>. E qui viene su la pretesa di autenticità: non sarò Federer, ma, cazzo, sono autentico.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, esatto. L’esempio più drammatico è di quello che si suicida in diretta sul social network, fatto cui segue un commentario interminabile. L’esempio estremo è  invece, su FB, la pagina mai cancellata di chi muore: capita che l’algoritmo ti restituisca suoi post a qualche anno di distanza e ti mandi di fatto il messaggio che quella persona è morta, mentre il post diceva: “Oggi </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giampaolo_Giuliani"><span style="font-weight: 400">le emissioni di radon </span></a><span style="font-weight: 400">sono alle stelle, dormirò in macchina”. Questa cosa qui è un grande tema, che dovremmo sviluppare. In qualche forma ne </span><a href="https://beizauberei.wordpress.com/2014/12/03/psichico-8-simbolo-microcultura-morte-idea-della-morte/"><span style="font-weight: 400">ha scritto</span></a><span style="font-weight: 400"> Costanza Jesurum, che di mestiere fa la psicoterapeuta junghiana, anche se forse lei non è d’accordo col fatto di averne scritto ma vabbene lo stesso e mi aspetto che si arrabbi perché l’ho citata a sproposito. Faceva l’esempio di Cosimo Pagnani:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">che ammazza la moglie e ne scrive fiero e probabilmente allucinato su Facebook – e trecento persone o più esprimono il loro apprezzamento a “sei morta troia” aumentando le richieste di amicizia e commentando con vivo entusiasmo.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Nel post che cito Jesurum è impegnata a de-sociologizzare l’analisi della cosa. Facendo questo entra nei gangli di un meccanismo sul quale ragionare a fondo:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Possiamo decidere che sono tutti qualcosa – per esempio maschilisti – ma poi dobbiamo discernere i diversi possibili usi psichici di sei morta troia – che afferiranno a diverse soggettività e a diverse microculture possibili.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">“Ci saranno i misogini [&#8230;]”, osserva. “Ci saranno le donne che hanno una psicopatologia dell’identità di genere, e un problema doloroso con il femminile interno [&#8230;]”, ma soprattutto (dal mio punto di vista) :</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Ci saranno quelli che useranno l’omicida come un soggetto postmoderno ed estetico, che rappresenta il maschilismo interno, non la misoginia, essi – e credo che non siano pochi – scinderanno la realtà della morte la realtà dell’omicidio dalla frase, la annulleranno e la metteranno tra parentesi in modo da poter leggere nella frase “sei morta troia” la concretizzazione di quell’insulto che rispetti una distribuzione di poteri che si vuol e vedere nella realtà, l’uso simbolico in questo caso è leggermente diverso, perché la troia è una donna da punire in quanto libera, non da ammazzare in quanto donna. La differenza è di capitale importanza.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">E infine:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Credo poi che ci siano persino certi, che abbiano assolutamente desoggettificato anche l’omicida, che l’abbiano trasformato in un giocattolo che lo abbiano come dire videogamesizzato. E credo che questo riguardi una discreta percentuale di quelli che gli hanno chiesto l’amicizia. In questo caso l’oggetto simbolico da manipolare psicologicamente non è il femminile morto, ma il maschile vivo. E il problema potrebbe essere con quel maschile vivo che su internet viene improvvisamente proposto come animale da circo, come foca che salta nel cerchio. Vediamo che cosa fa? Vediamo come si comporta? Se si pente, se si suicida, se va al gabbio se mostra i muscoli se sputa al giudice. In alcune delle reazioni a questa funesta vicenda io ho psicologicamente visto anche questo uso simbolico del misogino cioè : l’oggetto da denigrare con violenza per un problema con il proprio maschile.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Ritorniamo alla monotonia della vita del &#8211; come lo abbiamo chiamato? &#8211; microborghese promosso dal debito pubblico col telefonone sottoutilizzato ecc ecc. In sostanza nella vita non succede una mazza e a quel punto il metadato serve, eccome, per non dirsi quanto ci si sta annoiando. Si prendono questi metadati, che sono alla dovuta distanza, e ci si fa un po’ la qualsiasi: diventano dati. E, per riallacciare il nodo con la puntata precedente: più il titolo suona “mecojoni” più il metadato/dato acchiappa.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Certo questa faccenda che menzioni dalla Moglie di Brunetta (stavolta maiuscolo in quanto Archetipo dell’Inconscio collettivo, nonché candidata a Best Complottema 2016) finiamo fino dalla Sciarelli o dalla Leosini, o da tutt’e due, scivolando dallo spoof del film di complotto a quello dell’intrigo thriller scabroso. Ma forse possiamo fermarci a metà strada con la faccenda Boldrini. Nel giorno in cui si tematizza la violenza maschile sulle donne, venerdì 25 novembre, la Presidentessa del Senato pubblica su twitter i nomi e i cognomi di un campione simbolico delle migliaia di molestatori che le rivolgono ormai da anni insulti sessisti sui social network:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-66018 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-300x300.jpg" alt="ztabuc" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">Si tratta solo di un piccolo campione, rispetto al quale “sei morta troia” pare quasi poca cosa, in effetti, o comunque parte del medesimo orrore misogino che, come dice Jesurum, è accomunato da una comune matrice maschilista patriarcale, ma sicuramente si articolerà in diverse modalità soggettive afferenti a diverse culture (poi diremo anche ‘sticazzi, bisognerebbe soltanto internarli tutti in un campo di lavoro in Siberia a spalare uranio, ma questo attiene al campo delle soluzioni). </span></p>
<p><b>Lorenzo:</b><span style="font-weight: 400"> è da notare quanto questa cosa la si sia capita, in certi contesti. Ieri mi segnalavi questo articolo molto interessante al riguardo, dal titolo: “</span><a href="http://www.nytimes.com/2016/11/24/world/middleeast/isis-recruiters-social-media.html?emc=edit_th_20161125&amp;nl=todaysheadlines&amp;nlid=4755591"><span style="font-weight: 400">One by One, ISIS Social Media Experts Are Killed as Result of F.B.I. Program</span></a><span style="font-weight: 400">”. Quella che l’FBI chiama “The Legion” è la ormai quasi sconfitta task force dell’ISIS che lavora(va) attorno ai social network: “a band of English-speaking computer specialists who had given a far-reaching megaphone to Islamic State propaganda and exhorted online followers to carry out attacks in the West”. La “Legione” era (e parzialmente è tuttora) in grado di ispirare attacchi da parte di persone che si collegano all’ISIS nelle forme raccontate da Jesurum. Quale altro tipo di legame aveva con l’ISIS </span><i><span style="font-weight: 400">reale </span></i><span style="font-weight: 400">la coppia di </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_San_Bernardino"><span style="font-weight: 400">attentatori di S. Bernardino</span></a><span style="font-weight: 400">, o </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Nizza"><span style="font-weight: 400">il camionista di Nizza</span></a><span style="font-weight: 400">, o la </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Orlando"><span style="font-weight: 400">guardia privata di Orlando</span></a><span style="font-weight: 400">. E cosa li distingue, nel loro approccio al </span><i><span style="font-weight: 400">reale</span></i><span style="font-weight: 400">,</span> <span style="font-weight: 400">da un </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Monaco_di_Baviera_del_22_luglio_2016"><span style="font-weight: 400">ragazzetto tedesco-iraniano</span></a><span style="font-weight: 400">, soggetto a bullismi, che spara contro tutti i suoi coetanei a Monaco o a un </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Anders_Breivik"><span style="font-weight: 400">Anders Behring Breivik</span></a><span style="font-weight: 400">? Praticamente nulla, e di certo non una genericissima e financo sbadata affinità confessionale, visto l’esito macroscopico dei loro deliri. Sono invece tutti uguali proprio nella macroscopicità della risposta che danno a loro problemi specifici, che sono i veri motori dell’azione. Per dirla con Jesurum: le loro microculture. In tutto questo l’FBI l’ha capita benissimo, questa storia, e ha proprio un </span><i><span style="font-weight: 400">programma </span></i><span style="font-weight: 400">il cui scopo è </span><i><span style="font-weight: 400">eliminare fisicamente </span></i><span style="font-weight: 400">chi &#8211; nelle fila dell’ISIS &#8211; ha la capacità di ingegnerizzare questa roba qua per poi renderla fruibile in termini di propaganda. Cioè chi è capace di trasformare un camionista, un ispettore del Dipartimento sanitario, una guardia privata in un “soldato dell’ISIS”. Al-Qaida nella Penisola Araba &#8211; in un’epoca ormai lontanissima, il 2010 &#8211; aveva dato al suo magazine online in inglese il nome </span><i><span style="font-weight: 400">Inspire</span></i><span style="font-weight: 400">. I “figli” di quell’esperienza lì hanno capito che bisogna connettere quelle ispirazioni ai microproblemi di quattro disadattati. Ora: l’FBI ha capito questo fatto. Sarà ora di capirla anche noi. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Be’, questa l’abbiamo capita. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ok, allora andiamo avanti, sento che approfondendo il caso Boldrini, possiamo portarci un passo oltre. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Si nota a prima vista che gli insulti sessisti sono anche contestualizzati dentro <em>fake news</em>, come quella dei festini e dei pompini a Smaila, per dire (ma centinaia di altre affollano i social network) o chiamano in causa razzismi demodé, come quello nei confronti degli albanesi, che non sbarcano più sulle nostre coste da quindici anni, anzi emigriamo noi da loro. Se da una parte i populismi correnti si nutrono di complottismo per collegare fatti irrelati, dall&#8217;altra scaricano merda nel discorso pubblico per fare intrattenimento a partire da spunti che, di per loro, sticazzi veramente. Potendo mischiano le due cose, come è capitato appunto con Boldrini e più e meglio ancora negli USA con la Clinton. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> una specie di grosso contenitore con su scritto “Boldrini” nel quale sembra legittimo sversare veleni anacronistici inoculati in cellule le cui pareti sono costruite di falsi macroscopici. Un’operazione, quella del contenitore, che rende possibile l’interazione (insultante) di individui i quali, isolatamente, non potrebbero che stare zitti. Ma non per questo non penserebbero quello che dicono.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Dall’altra parte Trump se ne va tranquillo e beato al NYT a prenderli per il culo sul loro registro, facendo apparire i giornalisti della maggiore testata del mondo come una banda di mistificatori spocchiosi, criticoni liberal, arroganti ed elitari. Anche in questo la caratterizzazione professionale di Grillo si riscopre in maniera certo più costruita ed artefatta nella campagna elettorale del nuovo Presidente americano. Con tutta evidenza le leadership populiste non hanno interesse a rendersi immuni rispetto al discorso satirico, piuttosto mirano a rivolgerlo con forza doppia e contraria contro chi si fa beffe di loro, in considerazione del dilettantismo che portano in campi un tempo altamente professionalizzati, come quelli della cronaca e della politica. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Qui sta un punto importante perché scopriamo che la sinistra non ha più neanche più la penna per opporsi a tutto ciò.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Su questo voglio essere molto chiaro. Dopo aver teorizzato per cinquant’anni appresso a Bachtin che proprio la scatologia sarebbe l&#8217;arma con la quale il popolo combatte l&#8217;ordine costituito del potere, la sinistra non riesce ad arginare l’ondata di merda sollevata dal maremoto populista, capeggiato da istrioni, giullari o figure che ne scimmiottano le caratterizzazioni stereotipiche. In particolare soffre l’appropriazione della scatologia da parte della gente qualunque, perché la sua collezione di deiezioni scatologiche indirizzate al membro della casta è piuttosto ruvida, rabbiosa, volgare in un senso che non conserva nulla della sua etimologia e risulta piuttosto </span><i><span style="font-weight: 400">borderline</span></i><span style="font-weight: 400"> col più classico fascismo. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">E la cosa lascia molti in uno stato di anomia profondo.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">E invece questo dato, già collegato a precisi e documentati atti di parola, era già lucidamente </span><a href="http://www.pandorarivista.it/articoli/ideale-e-realta-della-microborghesia-grillina/"><span style="font-weight: 400">osservabile e commentabile un paio d’anni fa’</span></a><span style="font-weight: 400">:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Il Giullare Premiato [Dario Fo], dona al Comico con la Barba [Beppe Grillo] la scatologia magica grazie alla quale la spada in duronio dell’esercito di giocatori di ruolo acquisirà la forza necessaria a scardinare e sovvertire il potere della casta. Il Giullare premiato ha una certa età ed ha capito fino a un certissimo punto quello che sta facendo: percepisce chiaramente che il suo gesto è forse coerente rispetto al suo percorso di ricerca, ma fino a un certissimo punto rispecchia davvero le finalità originarie della sua ricerca, quando ad esempio recitava il Mistero Buffo nelle carceri di fronte ai figli del proletariato che volevano fare la rivoluzione. Cioè, in sintesi, il Giullare Premiato si è perso una decina di stagioni di Grande Fratello, dunque non ha capito che il suo tentativo di sovversione è stato riassorbito dalle forze che combatteva e rivolto proprio contro quei ceti che egli ambiva a rappresentare e promuovere, ma è normale che a una certa età si perda di aderenza al contesto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">La distanza che separa il <em>Mistero buffo</em> dalla scoreggia trasparente dei nostri disgraziati eroi emerge in tutta la sua chiarezza dall’ormai classica raccolta di ingiurie a Maria Novella Oppo, giornalista dell’Unità dal 1973, additata al pubblico ludibrio sulla </span><a href="http://www.beppegrillo.it/2013/12/giornalista_del_giorno_maria_novella_oppo_lunita.html"><span style="font-weight: 400">bacheca digitale</span></a><span style="font-weight: 400"> del Comico con la Barba, che, come si è detto, dà la linea. Secondo lo schema che si è provato ad illustrare, si capirà bene senza neanche andarlo a rivedere, che questo giochetto non può funzionare, primo perché Bachtin aveva ragione fino a un certissimo punto (Rabelais era un chierico, non il primo stronzo che passava in mezzo alla strada), secondo perché, sottratta allo spazio carnevalesco della sovversione, la scatologia determina un cortocircuito estetico piuttosto disturbante. Ma già che ci siamo, andiamocelo a rivedere, dai: </span><span style="font-weight: 400"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=uKAXfZzePbM">http://www.youtube.com/watch?v=uKAXfZzePbM</a>.</span></p></blockquote>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ricollegando questo simile caso a quello odierno, il fatto che </span><a href="http://www.lastampa.it/2016/11/25/italia/cronache/laura-boldrini-basta-insulti-sessisti-ho-chiesto-di-eliminarli-a-facebook-e-twitter-vKCfnVvLEpiXr4xEsTZuMO/pagina.html"><span style="font-weight: 400">Boldrini abbia chiesto la rimozione da FB e TW degli insulti sessisti</span></a><span style="font-weight: 400"> mostra con tutta evidenza la difficoltà che la sinistra dimostra quando si tratta di interagire con la violenza populista, impropriamente mascherata da discorso satirico. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Ed è penoso che anche persone intelligenti indulgano in questa forma di snobissima corsa alla banalizzazione suscitata dall’</span><a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2016/11/27/news/il_personaggio_le_sue_offese_sui_social_rese_note_dalla_presidente_della_camera_e_ora_maria_si_scusa-152908833/"><span style="font-weight: 400">articolo di Repubblica</span></a><span style="font-weight: 400"> che ha regalato un ulteriore momento di protagonismo a questa Maria Feliziani, che se si vergogna di essere esposta per quello che è, fa solo bene. Perché al di là dei sofismi io non capisco proprio come il cosiddetto analfabetismo digitale possa giustificare il fatto che copri di ingiurie sessiste una donna mille volte più figa di te, che può anche permettersi di essere antipatica quanto cazzo le pare. E nessuno mi toglie dalla testa che quegli insulti a Boldrini siano solo il riflesso di un’incultura patriarcale maschilista demmerda, da qualunque parte vengano. Per dire, <a href="https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2016/11/29/27-of-europeans-think-rape-may-be-acceptable-in-some-circumstances/?tid=sm_tw">esce oggi sul Washington Post</a> un sondaggio commissionato dalla EU, secondo il quale circa un europeo su quattro reputa lo stupro accettabile in determinate circostanze, con punte del 55% in alcuni stati membri. Siamo così sicuri che sia un problema di analfabetismo digitale? Non sarà per caso qualcosa di più profondo e radicato nella storia della nostra cultura che tramite la rete affiora più facilmente in superficie? </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, è capitata una cosa molto simile nei giorni seguenti ai fatti di Gorino. Quest’ansia di dover ricomprendere Laggente Del Polesine (che si-rendeva-conto-di-aver-sbagliato) in un’epopea nazionale così rimasticata da far venire il voltastomaco, dando così una romanella di fascismo a tutti noi, E ancora prima era successo a Fermo, dove il nazista assassino di </span><span style="font-weight: 400">Emmanuel Chidi Namdi </span><span style="font-weight: 400">alla fine è diventato l’eroe definitivo della curva, da allora in poi coscientemente razzista, mentre un intero ecosistema di giornali locali gettava fango sulla vittima.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Prendiamo un giovane del ‘92, tipo quello che figura nell&#8217;ormai celebre scrinsciotto della Boldrini, quello che vorrebbe passare un giorno con lei per mutilarla e farla soffrire prima di farla morire male. Ma veramente ce lo vogliono spacciare per una analfabeta digitale? Vive dentro al telefonino, articola tramite <em>whatsapp</em>, ma quale analfabeta digitale!? Magari analfabeta e basta, di sicuro uno stronzo, probabilmente una merda fascista. E se sei una donna che dai della troia handicappata, anche senza h, di sicuro hai un&#8217;alfabetizzazione precaria in assoluto ed un correlato problema di deficit culturale pure. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Peraltro è facile fare l’umanizzazione dell’ingiuria sessista passando dalla signora che raccoglie le verdure nel campo e si vergogna della sua rabbia repressa (manco più, grazie ai social network). Proviamo a farla intervistando il decerebrato del ‘92 e vediamo se non viene fuori un altro discorso. Ha ragione qui Jesurum, quando dice che non si può prendere un elemento del sistema e generalizzare, perché il concetto generale va poi declinato in tutte le sottoculture dalle quali scaturisce, altrimenti santifichi la povera donna analfabeta digitale, dimenticando che per il suo insulto ne puoi contare un milione di altri che provengono da matrici completamente diverse. E da questo punto di vista è proprio il presunto “giornalismo d’inchiesta” che si trasforma in sciacallaggio, non il fatto che la vittima delle aggressioni denunci i suoi aggressori. Dunque che c’è il ragazzino che inventa bufale razziste per farsi la paghetta. Ma sappiamo anche che il giorno dopo il ritorno a casa dell’assassino Amedeo Mancini, gli ultrà del Fermo espongono questo striscione qui:</span></p>
<p><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66019 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/amedeo-mancini-casa-300x218.jpg" alt="amedeo-mancini-casa" width="300" height="218" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/amedeo-mancini-casa-300x218.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/amedeo-mancini-casa.jpg 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><span style="font-weight: 400">La cosa avviene dopo che &#8211; proprio a causa di questo processo che descrivi &#8211; da “razzista/fascista”, Mancini era stato “ripulito”, viste le sue origini “popolane”, per diventare un “ultrà”.  Qui la stampa aveva fatto ciò che i nazisti di Washington si erano autocostruiti. Lì entrava prepotentemente il tema della bucìa vera e propria, che viene sdoganata come elemento di verità (non siamo nazisti), la quale verità è falsa (perché in effetti sono dei nazisti). Ma, a pensarci bene, anche in questo caso siamo di fronte a una bugia strutturale e strutturante. La qual cosa, occorre ricordarla, è una costante storica del fascismo &#8211; parliamo di un mix di arroganza e di vigliaccheria, con l’attitudine a fare branco a fare da eccipiente. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo insomma osservare, e questa è la parte che ci interessa, che, così come il culturalismo </span><i><span style="font-weight: 400">post-modern</span></i><span style="font-weight: 400">, anche la teorizzazione dei registri scatologici della letteratura popolare sia ritornata indietro tipo boomerang per colpirci dove non batte il sole. Paradossalmente, </span><i><span style="font-weight: 400">mutatis mutandis</span></i><span style="font-weight: 400"> (e sperabilmente anche le mutande, considerata la natura della metafora in questione), ci si ritrova in una posizione non dissimile da quella dei militanti del cosiddetto islamismo radicale, anche se la differenza di codice è patente. I dileggiatori dilettanti, laggente che insultava Oppo e oggi ancora insulta Boldrini, sono e sempre resteranno (l&#8217;anacoluto è ormai grammaticalizzato) un branco di individui carichi di rabbia repressa, sessisti e misogini, mentre </span><i><span style="font-weight: 400">Charlie Hebdo</span></i><span style="font-weight: 400"> è un giornale satirico, che ti può divertire o far schifo, con una responsabilità collettiva di carattere non solo legale, ma anche culturale. Ora, nel momento in cui il populismo corrente fa decadere la differenza tra questi due soggetti e tra i codici che sostanziano il loro agire, ecco che se non «stai allo scherzo» ti si sventola davanti che allora </span><i><span style="font-weight: 400">jesuisciarlì</span></i><span style="font-weight: 400">? Cioè, facevi tanto il difensore della libertà di espressione quando si trattava dei tuoi amici troskisti che dileggiano il pensiero religioso, mo’ che tocca a te invece sarebbe diffamazione? Il populismo dimostra da questo punto di vista la sua natura proto-fascista, mescolando i codici e cancellando le linee di confine che demarcano la differenza tra un genere espressivo e l’altro. Se non sei un comico, non stai facendo satira, stai soltanto insultando una persona. Non c’entra niente la libertà di espressione. L’autenticità del discorso scatologico ti qualifica davvero come <em>testesso</em>, cioè come una vera merda. Diciamo che diventi il <em>testimonial</em> del discorso scatologico che stai formulando, identificandoti con esso, presentandoti come la sua forma patetica.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Poi è anche vero che quando il segretario FNSI dichiara alla Camera che “La rete messa a disposizione di qualsiasi cittadino può diventare un&#8217;arma letale&#8221; dice un’altra cosa ottusa. Non è un problema di rete, non è un problema di veicolo espressivo, quanto piuttosto di contenuti espressi, dei quali ci si preoccupa sempre meno per le ragioni che stiamo dicendo da mesi, che cioè c’è un prevalere del discorso mediatico, ingegneristico e sociologico quantitativo su ragionamenti di sostanza relativi a chi siamo veramente, cosa pensiamo, perché lo pensiamo e come lo diciamo. E, se valutiamo questi aspetti, ci rendiamo immediatamente conto che non possiamo ridurre tutta questa questione ad un problema di </span><i><span style="font-weight: 400">conversational divide</span></i><span style="font-weight: 400">, </span><a href="https://mediamondo.wordpress.com/tag/laura-boldrini/"><span style="font-weight: 400">come fa Giovanni Boccia Altieri</span></a><span style="font-weight: 400">. Che mi significa proporre &#8220;percorsi educativi e di socializzazione&#8221; per “analfabeti digitali”? Se quelle persone avessero detto le stesse cose in contesto non digitale non le avremmo forse viste ma la gravità del loro dire non sarebbe minore. Togliendo il “digitale”, sarei d’accordo con Boccia Altieri. Parleremmo della scuola, di come farla funzionare di nuovo. Per di più all’indomani di cose terribili come Gorino o Fermo ecc., si cerca in tutti i modi possibili di mettere questa polvere sotto al tappeto e la cosa è quantomeno irresponsabile.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Alla fine mi pare chiaro, ma è anche ovvio, che il </span><i><span style="font-weight: 400">divide </span></i><span style="font-weight: 400">digitale non può che essere parte di un più articolato discorso sul </span><i><span style="font-weight: 400">divide</span></i><span style="font-weight: 400"> culturale. Non ci crederò mai che se adesso spieghiamo alla signora sessantenne come si usa facebook, allora ecco che la smette di dare della troia alla Presidentessa della Camera. Cioè, magari lo fa, ma il problema rimane, perché l’odio a quel punto represso dove cazzo lo metto? Sotto al tappeto pure quello? Da qualche parte mi salta fuori, non ci sono argini che lo tengano più. Specialmente quando i soggetti in questione sono meno apparentemente innocui e santificabili.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Esatto. Ma ecco, ecco. In diretta dalla Camera dei Deputati su queste cose che diciamo noi, C’è Walter Quattrociocchi, c’è Boldrini. Anche Boccia Altieri. Be’, che dire? Qualcosa succede.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Che se ne parli in sedi istituzionali è già qualcosa. La Boldrini dice, giustamente secondo me, che il problema non è l’odio, ma cosa ce ne vogliamo fare. L’odio non lo puoi eliminare, e di questo dobbiamo parlare in una puntata sulle emozioni che il discorso pubblico veicola, ma certo conta cosa te ne vuoi fare. Se vuoi camuffarlo da sberleffo, sperando di demistificarlo in questo modo, se vuoi cavalcarlo per vincere le elezioni, se vuoi provare a trasformarlo in un altro sentimento meglio spendibile e più costruttivo da un punto di vista della crescita delle dinamiche sociali. Di sicuro non si può parlare solo del mezzo che lo veicola, santificandolo o demonizzandolo, né profilare gli utenti inconsapevoli come fa la stampa del sensazionalismo d’inchiesta. Così rimani dentro la spirale dell’ignoranza, anzi la alimenti. Alimenti soprattutto quel protagonismo che ti fa sentire un sacco autenticamente testesso quando alzi i toni dello scontro, quando sale la temperatura del confronto, come capita nei talk show, oltre che in rete, ma anche un po’ sempre nella vita, indipendentemente dal mezzo.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, è necessario ritornare al punto delle emozioni, facendo tesoro di tutto questo, e con la consapevolezza che sì, ci abbiamo abbastanza preso. Il nostro scienziato di riferimento, Walter Quattrociocchi, con il suo <em>Pandoors</em> non andrà a caccia di fake ma di “temi sensibili”.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. La potremmo fare lunghissima, ricominciando con Lapo Elkann, massacrato per tutto il giorno da commenti omofobi, sessisti, qualunquisti, la somma dei quali dà bene la misura<a href="https://populismi.wordpress.com/2016/11/27/la-definizione-difficile-di-populismo/"> di cosa si possa intendere per populismo</a> oggi.  Diciamo che a lui con la post-verità j&#8217;è annata male e chiudiamo qua?</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. La simulazione di sequestro è troppo sgamata, almeno da <em>Fargo</em> in poi.</span></p>
<p><strong>Anatole</strong>. Deve pigliare un addetto stampa che gli aggiorni le narrazioni.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong>. Che altrimenti parte il delirio scatologico.</p>
<p><strong>Anatole</strong>. Ma de brutto proprio. Mettiamolo nel titolo per fare <em>clickbaiting</em> populista.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong>. Chi va cor zoppo&#8230;</p>
<p><strong>Anatole</strong>. Ampara a zoppica&#8217;</p>
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		<title>Sarah, un orrore domestico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2010 16:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Avetrana]]></category>
		<category><![CDATA[Chi l'ha visto]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Federica Sciarelli]]></category>
		<category><![CDATA[Sarah Scazzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Evelina Santangelo Chi, apprendendo quello che è accaduto a Sarah, non ha sentito un dolore fisico, un odio cieco nei confronti di quello zio per quel che ha fatto, per il modo in cui poi si è offerto alle telecamere nel tentativo di depistare le indagini, per l’orrore che quella violenza compiuta nei confronti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
Evelina Santangelo</p>
<p>Chi, apprendendo quello che è accaduto a Sarah, non ha sentito un dolore fisico, un odio cieco nei confronti di quello zio per quel che ha fatto, per il modo in cui poi si è offerto alle telecamere nel tentativo di depistare le indagini, per l’orrore che quella violenza compiuta nei confronti della nipote getta su tutto un universo familiare? Chi seguendo il programma <em>Chi l’ha visto?</em> non ha sperato, dapprima, che tutto ciò non fosse vero, e poi, quando non c’era più cosa sperare, che quel calvario finisse? Il calvario di quella madre che si è trovata all’improvviso costretta a dare in pasto il proprio sgomento davanti alle telecamera. Ma anche il «proprio» personale calvario, o meglio, il «nostro» calvario collettivo di telespettatori incapaci di staccarci dal video, anzi, da quel volto letteralmente pietrificato di quella madre, che il video ostinatamente restituiva, violandolo in un parossismo di morbosità e dolore.<span id="more-36849"></span><br />
Molti, a ragione, hanno scritto commenti durissimi sulla spudoratezza, sull’impudicizia di quello sguardo che ci ha resi, in quanto spettatori, complici di un abuso ormai, a ben vedere, consumato quotidianamente nelle varie forme che assume la televisione famelica di dolore, di gossip, di erotismo, di violenza fisica e verbale&#8230; Una televisione cui ci si è tutti, più o meno, assuefatti, ma che mercoledì ha, involontariamente, creato un cortocircuito, un paradosso che potrebbe spiegare lo shock, quel dramma collettivo di cui la Rete ha dato conto, ma forse anche quel desiderio, altrettanto condiviso, di non trovarsi lì, davanti alla televisione, mentre di fatto si continuava a starci. E, in seguito, il desiderio di non esserci mai stati, lì, a guardare la trasmissione della Sciarelli.</p>
<p>Perché, mercoledì sera, mentre la madre di Sarah era, come ha giustamente sottolineato Luca Telese, «ostaggio» della diretta (con tutto lo sconcerto che suscita una tale consapevolezza) è accaduto qualcosa di molto simile a quello che, appunto, accadde nel caso di Vermicino, il bambino caduto nel pozzo artesiano. Solo che, allora, nessuno aveva dubbi che quel dramma fosse il frutto di una tragica casualità, e contro quella casualità, quel destino spietato ognuno mise in gioco la propria speranza fino allo sconforto finale. Anche in quel caso ci si interrogò sul senso di quella spettacolarizzazione, ci si chiese se non fosse un abuso, una violazione, una forma di cannibalismo («Altri tempi» diremmo oggi&#8230; che si è andati di gran lunga più in là).<br />
Ma anche allora ci fu una partecipazione collettiva a un dramma privato come non era mai accaduto prima.<br />
Ora, il fatto che la tragedia di Avetrana sia l’esito di un abuso reiterato fino alla violenza più selvaggia e definitiva, quella che si prende il corpo e la vita intera della vittima, ci chiama in causa e ci risucchia dentro quell’orrore non solo come spettatori angosciati e partecipi di un dramma altrui (accidentale, frutto di un destino spietato), ma anche e soprattutto come potenziali protagonisti di qualcosa che «può accadere a chiunque ovunque», qualcosa da cui nessuno insomma può dirsi al riparo.<br />
Tanto infatti è inconcepibile, anzi, insostenibile il pensiero di quel che ha subito Sarah in quel garage tanto ci appare ordinario quel pezzo di mondo in cui quest’orrore si è consumato, come è ordinario quel tinello, appunto, in cui si trovava la madre Concetta quando ha appreso, ma forse sarebbe il caso di dire «ha subìto», in diretta la verità.<br />
Sarah non è finita dunque in certi territori pericolosi in cui si può finire per caso, per le cattive amicizie, per ingenuità o per un malinteso desiderio di trasgressione. Non è stata fagocitata in quei domìnii di certi mostri che, all’improvviso, sembrano emergere direttamente dalle lande oscure delle nostre più inconfessabili paure. Sarah è «finita» in un luogo domestico. E, per di più, non un luogo domestico qualsiasi. Uno di quei luoghi in cui si mandano o si ritiene di poter mandare i propri figli, quando non li si vuole far stare per strada o da soli in casa.</p>
<p>Ora, al di là di tutti i dubbi, gli interrogativi, il disagio, il senso di colpa, la rabbia che può suscitare in ciascuno di noi il fatto che una madre si sia ritrovata ostaggio della televisione e di milioni di spettatori nel momento stesso in cui è stata investita da una tragedia incommensurabile come la morte di una figlia, e di una figlia assassinata così, da un assassino del genere in una circostanza del genere, al di là del dolore fisico e psichico che molti hanno provato dinanzi a quella madre e alla sola idea di una tale cieca violenza, credo che quanto è accaduto mercoledì, durante la trasmissione della Sciarelli, abbia anche a che vedere con un trauma collettivo che tocca un universo inconfessato e inconfessabile di ipocrisie e mascheramenti. Mentre una madre, quella madre, apprendeva una verità insostenibile e inconcepibile – una di quelle verità cui non puoi credere e meno che mai accettare, una di quelle verità che pensi non ti riguarderanno mai – nel tinello della casa di suo cognato, che all’improvviso risultava essere zio e assassino insieme della nipote, milioni di spettatori immersi nella reale o presunta o dissimulata o ipocrita quiete domestica dei loro tinelli si sono visti precipitare nell’incubo di una verità inaudita appresa inaspettatamente insieme a quella madre, nello stesso istante, una madre che, come loro, se ne stava seduta in un tinello fino a qualche tempo fa immerso in una presunta o dissimulata o ipocrita quiete domestica.</p>
<p>Pure su questo, e soprattutto su questo, forse ci si dovrebbe interrogare senza tirarsi fuori o abbandonarsi all’odio, al dolore, alla rabbia in cui bruciare tutto quel che ci sconcerta e ci interroga in quanto membri di una comunità, se non vogliamo soltanto «mettere il diavolo a ballare» per esorcizzare il male (non diversamente da quel che accadeva nel Salento delle bambine «morsicate» cantato e raccontato da Teresa De Sio, con tutto il suo portato di non-detto e non-dicibile). </p>
<p>PS:  Non so se si riesce a cogliere l&#8217;abisso che ci restituisce quest&#8217;immagine di «noi» al di qua e al di là dello schermo. «Noi» che assistiamo a «noi» che scopriamo questo orrore domestico (che abita troppo spesso le «nostre» case nella rimozione generale). E poi ancora «noi» che troviamo questa visione così insostenibile che tutti, dico tutti, un attimo dopo, non facciamo che guardare e parlare d&#8217;altro: di quel mondo così lontano, di quell&#8217;uomo così primitivo e &#8230; della «televisione maledetta» appunto. </p>
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