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	<title>Federico Zappino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Genealogie del presente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2014 13:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Elia Verzegnassi]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Zappino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Elia Verzegnassi Può essere scontato dire che talvolta mancano le parole, e magari si pensa a qualche film romantico in cui i protagonisti dichiarano l&#8217;impossibilità di esprimere il proprio amore l&#8217;uno per l&#8217;altro. Ma cosa vuol dire quando mancano le parole in campo politico? Forse percepire come esse sfuggono e non si lasciano catturare. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8857518345/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8857518345&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-49809 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gdp-200x300.jpg" alt="gdp" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gdp-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gdp.jpg 231w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>di <strong>Elia Verzegnassi</strong></p>
<p>Può essere scontato dire che talvolta mancano le parole, e magari si pensa a qualche film romantico in cui i protagonisti dichiarano l&#8217;impossibilità di esprimere il proprio amore l&#8217;uno per l&#8217;altro. Ma cosa vuol dire quando mancano le parole in campo politico? Forse percepire come esse sfuggono e non si lasciano catturare. Forse avvertire come i termini disponibili siano già pesantemente ricoperti da significati ormai stratificati che non li rendono facilmente fruibili per un uso differente, fuori dalla fisionomia divenuta abituale. Questi strati non pervertono o insozzano parole altrimenti pure: piuttosto pare estremamente difficile strappare un determinato significante alla costellazione di significati al quale è stato lungamente vincolato. Consegnate tanto all&#8217;uso comune quanto all&#8217;uso ufficiale, ordinate e spesso immobilizzate, quello che non è permesso sembra essere esattamente pervertire e compromettere le parole, nel senso di piegarle in altre direzioni, verso altri significati.</p>
<p>In questo senso, il recente <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8857518345/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8857518345&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Genealogie del presente. Lessico politico per tempi interessanti</em></a> a cura di Federico Zappino, Lorenzo Coccoli e Marco Tabacchini (Mimesis, pp. 275, euro 22) è un libro corale che riunisce diciotto autori e autrici impegnati in un lavoro genealogico (e al contempo decostruttivo) attorno a diciotto diversi termini che scandiscono la nostra quotidianità. L&#8217;obiettivo è quello di esplorare queste parole, di sovvertirle e di torcerle fino a renderle irriconoscibili rispetto ai modi in cui esse circolano nell&#8217;ordine del discorso ufficiale. Ne emerge un lessico politico di lemmi ritenuti necessari ad attraversare questi nostri tempi interessanti, questi tempi «caotici, mutevoli, sfuggenti», come scrivono i tre curatori nel <em>Preludio</em>, in cui «gli antichi dei sono fuggiti e quelli nuovi ancora tardano a fare il loro ingresso» (p. 9). Se da un lato è dubbia l&#8217;esistenza di periodi storici totalmente privi di queste caratteristiche, dall&#8217;altro non si può non rilevare quanto il nostro sia un tempo interessante contraddistinto da un vuoto, da una mancanza di parole – e non tanto perché queste non siano presenti, quanto perché appaiano strettamente incanalate, sottraendosi a usi alternativi o declinazioni critiche. E da qui la necessità di un lessico che si prenda carico e non abbandoni quei termini che più di altri risultano decisivi proprio perché chiavi del funzionamento della retorica del dominio, e quindi capaci di diventare fertili spazi di lotta e resistenza alla presa biopolitica e al governo del linguaggio.</p>
<p>Non si tratta di cercare e immettere termini nuovi e antagonisti da contrapporre, in un muro di parole d&#8217;ordine, ai termini del discorso ufficiale, quanto sottrarre a questo i termini utilizzati – o meglio, scardinare tanto il monopolio della dicibilità delle singole parole da parte del discorso ufficiale quanto l&#8217;esclusiva sul loro orizzonte di senso. E piuttosto che una riappropriazione, come se si potesse davvero strappare una parola e portarla da una supposta propria parte, il tentativo è volto a restituire la parola a se stessa, alla sua propria complessità. Il <em>Lessico</em> non ospita parole nuove, bensì mette in movimento le parole ascoltate ogni giorno, cristallizzate in costellazioni strategiche e funzionali. «Oltre che un processo di mirata risemantizzazione», le parole pronunciate dalla retorica ufficiale subiscono anche «un costante processo di <em>degradazione</em>» (p. 15), e in questo caso non si può non pensare al termine rivoluzione, mai come ora invocato costantemente e mai così lontano da ciò che ha significato per generazioni. E se il termine rivoluzione non è presente, gli altri lemmi non possono che risuonare: <em>Bene Comune e Beni Comuni</em> di M.R. Marella, <em>Costituzione</em><em> di G. Amendola</em><em>, Crisi</em><em> di F. Zappino</em><em>, Democrazia</em> di L.Bazzicalupo, <em>Destra/Sinistra</em> di F. Remotti, <em>Eccellenza</em> di F. Giardini, <em>Eguaglianza</em> di G. Zanetti, <em>Governabilità</em> di S. Chignola, <em>Legalità</em> di U. Mattei e M. Spanò, <em>Movimento</em> di M. Tabacchini, <em>Popolo</em> di P. Amato, <em>Povertà</em> di L. Coccoli, <em>Precarietà</em> di C. Morini, <em>Responsabilità</em> di B. Giacomini, <em>Sacrificio</em> di M. Esposito, <em>Società</em> di M. Ricciardi, <em>Trasparenza</em> di V. Pinto, <em>Futuro</em> di L. Bernini.</p>
<p>Per costruire questo <em>Lessico</em>, il metodo proposto dai curatori e accolto dai singoli autori e autrici è quello genealogico, così come tracciato dal Foucault interprete di Nietzsche in <em>Microfisica del potere</em>. Una genealogia del presente a partire dai termini caratterizzanti il nostro tempo elimina definitivamente il dubbio che il progetto consista nel tentativo di avvicinarsi a parole pure, annidate in un&#8217;intoccabile origine, eliminandone le impurità che le ricoprono. A questa ricerca dell&#8217;origine si predilige piuttosto la riflessione sulla <em>provenienza</em> e sull&#8217;<em>emergenza</em>, sia dei singoli termini sia del nostro presente. Si tratta allora di reperire gli scarti e i salti, le molteplici deviazioni e discontinuità che per vie impreviste hanno portato al presente, non per fissarlo in una nuova definizione chiarificatrice, ma per scuoterlo, perché «la genealogia non fonda, al contrario: inquieta quel che si percepiva immobile».</p>
<p>Tempi interessanti perché «costitutivamente ambigui» (p. 10) affermano i curatori, interessanti anche perché si intravede, tra le pieghe delle retoriche dominanti, la possibilità di restituire i termini alla loro intrinseca complessità, confiscata da dispositivi linguistici che ne restituiscono un volto neutralizzato e pacificato, privato della propria densità. Ecco che allora il metodo genealogico funziona per mettere in movimento i termini e farne esplodere le ambiguità, i significati altri e latenti, offuscati e zittiti. La voce <em>Crisi</em>, elaborata da Federico Zappino, oltre a essere il termine che più di altri scandisce i «tempi interessanti» e percorre l&#8217;intero volume, è un chiaro esempio di quest&#8217;operazione. Partendo da un&#8217;analisi della retorica della crisi come <em>instrumentum regni</em> contemporaneo che impone decisioni necessarie, eccezionali e urgenti, riprendendo tanto alcuni passaggi biblici quanto le immagini della <em>polis</em> greca, l&#8217;autore fa emergere una lettura diversa dello stesso termine, luogo di possibilità e di agitazione.</p>
<p>Se si accetta la presenza di un uso ideologico e quotidiano dei lemmi confluiti nel <em>Lessico</em> e una loro costante degradazione come perdita del grado di complessità, la messa in movimento che effettua il lessico è ripiegata sulla parola stessa, volta a restituirne la carica conflittuale. La voce <em>Popolo</em> curata da Pierandrea Amato mostra proprio questo aspetto, cercando di sottrarre questo termine al monopolio degli usi statuali. Partendo da Deleuze e rileggendo la plebe foucaultiana e <em>Il disaccordo</em> di Rancière, Amato porta alla luce la crepa costitutiva all&#8217;interno di questo spinoso termine, autentico «architrave» della politica moderna. La tensione all&#8217;interno dello stesso termine in conflitto con se stesso, – luogo della «frattura biopolitica fondamentale», scrive Agamben in <em>Homo Sacer</em> – rivela un&#8217;eccedenza del popolo rispetto allo stesso termine, un suo non confluire completamente nel disegno dello Stato.</p>
<p>Tentare una genealogia del presente così come è stato fatto in questo volume vuol dire allora dichiarare il lessico luogo di presa e di cattura, ma anche di lotta e di resistenza. Mettere in movimento i termini politici, restituendo loro la complessità disciolta nella monotonia dei flussi dei discorsi ufficiali, significa riportare il conflitto proprio a ogni parola politica in uno spazio che era stato neutralizzato e pacificato. I termini incontrano il loro rimosso, e si ripropongono con inediti lineamenti e inaspettate sembianze, ritornando sulla scena che aveva preteso inquadrarli in una certa posa una volta per tutte.</p>
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