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	<title>Filippo Bologna &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I maledetti toscani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jan 2013 11:00:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa succede in Toscana di Vanni Santoni Cosa succede in Toscana? Parecchio, succede. Mi spiego. Ho cominciato a scrivere non troppi anni fa, su Mostro, una rivista letteraria fiorentina. Aveva contenuti buoni per una rivista autoprodotta, e tuttora considero cruciale per la mia formazione la prova del confronto immediato con autori con più esperienza di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cosa succede in Toscana</strong><br />
di<br />
<strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana.jpg" alt="" title="toscana" width="250" height="189" class="alignleft size-full wp-image-44659" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-128x96.jpg 128w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" />Cosa succede in Toscana? Parecchio, succede. Mi spiego. Ho cominciato a scrivere non troppi anni fa, su <em><a href="http://www.inventati.org/mostro/">Mostro</a></em>, una rivista letteraria fiorentina. Aveva contenuti buoni per una rivista autoprodotta, e tuttora considero cruciale per la mia formazione la prova del confronto immediato con autori con più esperienza di me; tuttavia erano – eravamo – ragazzi, e pativamo una mancanza di connessioni, di “scena”, in città; di gente con cui confrontarci, con cui stipulare alleanze o da tenere come pietra di paragone. La scena, a nostro vedere, eravamo noi stessi, più qualche unità, qualche scrittore più famoso che andava per la sua strada e con cui non avevamo contatti. Non si trattava di una nostra mispercezione: ricordo che, qualche tempo fa, intervistando per il<em> Corriere Fiorentino </em>Sergio Nelli, scrittore della generazione precedente alla nostra, egli lamentasse che negli anni ’80, all’epoca del suo trasferimento in città, non ci fosse scena letteraria, tanto che i primi sodali andò a trovarseli a Milano. </p>
<p>Oggi, invece, quella scena, a Firenze, c’è. In embrione, per certi versi; scollata, senza dubbio; ma esiste. Si è pian piano coagulata attorno a luoghi come la <a href="http://www.lacitelibreria.info/">libreria La Cité</a>, eventi come la prima e unica edizione del festival<em> Ultra</em>, riviste che hanno raccolto l’eredità di <em>Mostro</em> come <a href="http://collettivomensa.com/">Collettivomensa</a>, serate “aperte” come <em>Torino una sega</em>, e si è riconosciuta e “contata” quando, l’anno scorso, c’è stato da lottare <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/a-firenze-meglio-un-festival-letterario-vero-lettera-aperta-di-scrittori-fiorentini-e-non/">contro un “festival”</a> assai discutibile che, in modo del tutto avulso proprio da tale embrionale comunità (o da qualunque altra istituzione culturale cittadina), veniva a speculare sopra le aspirazioni degli esordienti. Va da sé che dopo la battaglia il gruppo si è nuovamente sfilacciato – c’è stato, e c’è, <a href="http://firenzedelleletterature.wordpress.com/">un seguito,</a> che si tradurrà magari in eventi e iniziative, ma di fatto ognuno ha ripreso la propria strada –, ma niente è più come prima, perché questa comunità di scrittori adesso esiste, e si collega anzi a una più ampia nuova scena regionale: di recente il critico Raoul Bruni, sempre attento alla contemporaneità e a quanto avviene nel nostro territorio, mi ha invitato a partecipare a un’antologia che documenterà questa <em>nouvelle vague</em> di autori toscani sotto i quaranta; va da sé che ho accettato, e il roster dei nomi è assai interessante: Simona Baldanzi, Diego Bertelli, Filippo Bologna, Silvia Dai Prà, Francesco D’Isa, Fabio Genovesi, Simone Ghelli, Ilaria Giannini, Pietro Grossi, Emiliano Gucci, Gregorio Magini, Paolo Mascheri, Francesca Matteoni, Ilaria Mavilla, Valerio Nardoni, Sacha Naspini, Federico Parlato, Flavia Piccinni, Alessandro Raveggi, Luca Ricci, (Vanni Santoni), Marco Simonelli. La nuova scena esiste, scrive e, da buon embrione, cresce rapidamente: a livello numerico, ma anche qualitativo. Sono infatti usciti di recente in libreria due romanzi, a firma di due scrittori inclusi nel gruppo succitato, che marcano una crescita decisa per loro e, più in generale, per la scena. </p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-206x300.jpg" alt="" title="9788861651203" width="206" height="300" class="alignright size-medium wp-image-44658" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-66x96.jpg 66w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-26x38.jpg 26w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-148x215.jpg 148w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-88x128.jpg 88w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203.jpg 250w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" />Il primo è <a href="http://www.anobii.com/books/I_provinciali/9788861651203/01bd022fdea8c7b7d2/">I provinciali</a> di Ilaria Giannini, uscito per Gaffi lo scorso novembre. Rispetto al suo esordio <a href="http://www.anobii.com/books/Facciamo_finta_che_sia_per_sempre/9788890357640/014023c458cb71053d/">Facciamo finta che sia per sempre </a>(Intermezzi 2009), ne <em>I provinciali </em>Giannini segna un cospicuo progresso stilistico, trovando nella lingua parlata il punto di forza del proprio registro. Lo dico con cognizione di causa: ho passato tante estati d’infanzia e di adolescenza in Versilia, e quando ho letto passaggi come </p>
<blockquote><p>«Eh no, eh! Non rigira’ la frittata come sempre! Non m’hai nemmeno chiesto come sto e poi sono io lo stronzo! Mi fanno male le costole, devo farmi una radiografia, magari c’ho qualcosa di rotto e come al solito te ne freghi». «Ma smettila, tante storie per du’ colpi! Sempre il solito esagerato, il solito piagnone, avevi a ridargliele, è la metà di te!». «Ma se m’ha preso di spalle, quel codardo! Mi vuole ammazza’, te sei sposata con un pazzo!». «Lo sapevi che ero sposata, ma finché c’era da scopare andava bene, eh? Dai, Emma, rilassati, non lo saprà nessuno, è il nostro segreto, ci penso io a te! Lo vedo come ci pensi a me, per fare i tuoi comodi e basta!». «Ma falla finita, i miei comodi un cazzo, i tuoi comodi! Qui no, a quell’ora no, c’ho da badare alla bimba, mi’ ma’ sta male, il mi’ marito m’aspetta e io lì, come un bischero, è un mese che cambio tutti i turni per te! Ma basta eh, mi basta e mi avanza, scemo io a infilarmi in ‘sto casino per una come te!». «Mi fai pena, te una come me a vent’anni te la potevi giusto sogna’ da lontano, ma guarda con chi mi so’ confusa io! Lasciamo perde’&#8230;».
</p></blockquote>
<p>..ho avuto un immediato déjà-vu dei genitori di un mio amico, i quali, ogni volta che andavo a giocare da lui, sentivo litigare nell’altra stanza. Quelli del passo riportato sono amanti, non coniugi, ma la parlata, il taglio, il modo di inserire la risposta sulla frase precedente, sono quelli. Non so quanto, viste da fuori, le diverse declinazioni del toscano si assomiglino; viste da dentro sono molto diverse tra loro, e il “basso versiliese” di Giannini è di un’esattezza indiscutibile. Il romanzo è infatti ambientato a Bozzano, frazione di Massarosa, piccolo centro della Versilia “profonda”, quella senza Twiga, “Forte”, Bussola né Principe di Piemonte, e la virtù principale dell’autrice è quella di cogliere la lingua della propria terra (e riprodurla, perché quando si va a trasferire un parlato innervato di dialetto sulla pagina scritta, non basta la fedeltà: va ritrovato un equilibrio nella rappresentazione, che è differente da quello “reale”) e usarla per raccontare, attraverso un continuo dialogare, che avviene sovente attorno al fulcro della cucina di casa, un micromondo magari odiato dai suoi personaggi, ma irrinunciabile, perché lì fuori davvero non c’è più niente, e questa famiglia, sfibrata, disfatta, disprezzabile, fonte più di pensieri e dolore che altro, resta comunque l’unica cosa che possiedono.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-189x300.jpg" alt="" title="Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object" width="189" height="300" class="alignright size-medium wp-image-44657" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-60x96.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-23x38.jpg 23w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-135x215.jpg 135w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-80x128.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object.jpg 289w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" />Il secondo romanzo è <a href="http://www.anobii.com/books/Nel_vento/9788807019364/0120c89cd11f5e0b8c/">Nel vento</a> di Emiliano Gucci, in libreria da pochi giorni. Gucci, veterano delle lettere locali – è il suo quinto romanzo, dopo pubblicazioni con Fazi, Guanda, Elliot – esce per Feltrinelli con un romanzo esistenzialista di grande pregio: sotto la patina apparente del <em>concept book</em> – vi si racconta infatti la vita di un centometrista, presumibilmente di rango internazionale, attraverso i pensieri che si manifestano nella sua mente lungo i soli dieci secondi della gara –, <em>Nel vento</em> si rivela subito come un libro potente, e lo fa innanzitutto attraverso lo stile. Gucci raggiunge infatti un’economia e una precisione notevolissime, e scaraventa il lettore all’interno delle stanze mentali del protagonista – perché più che dedali sono stanze, ricolme di immagini, traumi, frustrazioni, istanti di chiarezza percettiva (brillanti quelli sul “puzzo di atletica” e sul rumore dei polmoni dei piccioni), tutti sempre visibili sul palcoscenico del ricordo, come installazioni permanenti e terribili – delineandolo come se si trovasse, lui, frutto di quelle esperienze, frutto di quei ricordi, a essere parte di un gioco cosmico nel quale non esistono ormai che dieci elementi: la pista, la folla sugli spalti e gli otto centometristi – lui stesso e gli altri sette, definiti nella sua mente solo da numeri, e pronti a buttare, come lui, tutta una vita in quei dieci secondi. E tuttavia non siamo di fronte a un romanzo sull’atletica: si parla di atletica, si corre in una pista di atletica, c’è il pubblico dell’atletica, si parla anche di sponsor, allenamenti, doping, ma Gucci riesce a far essere Nel vento un libro su qualunque sport. Di più: su tutti quegli sforzi umani nei quali una lunga e dolorosa preparazione viene spesa in un attimo brevissimo.</p>
<p>Questa assolutezza di visione è il punto di forza del romanzo, tanto che tramite di essa Gucci riesce a centrare un secondo obiettivo, quello di “uscire dal giardino di casa” senza cadere nel vizio opposto, ovvero l’esterofilia forzata: se alcuni nomi che si incontrano lungo la narrazione suggeriscono che il protagonista sia italiano, non lo sono ovviamente i suoi avversari, ma soprattutto tutto il libro si svolge in uno scenario sospeso dove non c’è traccia di specificità locali; anche il vissuto del protagonista è costituito dai soli snodi traumatici, omettendo quell’esistenza di provincia che con ogni probabilità ha fatto da contorno alla crescita di un uomo che oggi è arrivato a giocarsela in una finale importante, forse addirittura olimpica – forse, di nuovo, perché molti sono i non detti nel testo, che contribuiscono a trascinare il lettore in un mondo fatto esclusivamente di elaborazione mentale – il cui racconto però non ci parla di lui, dello sport o dell’agonismo, ma del dramma di essere vivi, e in scena, nostro malgrado. </p>
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		<title>Tre buone ragioni per leggere &#8220;I pappagalli&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 May 2012 12:04:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[una recensione di Vanni Santoni Devo muovermi a parlare de I pappagalli di Filippo Bologna. Devo muovermi perché negli ultimi tempi abbiam fatto comunella già due volte – per fortuna ho evitato una certa festa, o erano tre – e, se continuiamo, il mio giudizio sarà irrimediabilmente falsato dalla conoscenza. Ma forse sono ancora in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860442613/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860442613&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-42517" style="margin-right: 10px;" title="I pappagalli / Filippo Bologna" alt="I pappagalli / Filippo Bologna" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/cover_pappagalli-215x300.jpg" width="194" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/cover_pappagalli-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/cover_pappagalli.jpg 598w" sizes="auto, (max-width: 194px) 100vw, 194px" /></a><em>una recensione di Vanni Santoni</em></p>
<p>Devo muovermi a parlare de <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860442613/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860442613&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>I pappagalli</em></a> di Filippo Bologna. Devo muovermi perché negli ultimi tempi abbiam fatto comunella già due volte – per fortuna ho evitato una certa festa, o erano tre – e, se continuiamo, il mio giudizio sarà irrimediabilmente falsato dalla conoscenza. Ma forse sono ancora in tempo, il Bologna che posso dire di conoscere è solo un ragazzone dalle camicie bizzarre, e quindi nessuno penserà a oscuri magheggi, analoghi magari a quelli descritti ne <em>I pappagalli</em>, se io adesso dico che dovete per forza leggere questo libro.</p>
<p>Io stesso, all’inizio, non so mica se lo volevo poi leggere: di certo non volevo leggerlo subito, tanto che lo prestai il giorno stesso in cui lo ricevetti dalla Fandango.</p>
<p>E qui veniamo alla prima ragione per cui dovete leggerlo.<span id="more-42516"></span><br />
Siccome oggi mi son reso conto che quella copia prestata avrei potuto non rivederla mai più, ho pensato: andiamo a prendere un bicchier di vino alla Edison, che me lo porto al tavolino e gli do almeno un’occhiata, così non faccio figurette se rivedo l&#8217;autore prima di riavere indietro la mia copia (perché al Bologna ho lasciato incautamente dei fumetti, e dovrò recuperarli – fumetti di pregio, mica una copia de <em>I pappagalli</em>, che si può dare anche per dispersa&#8230;). E dunque mi son messo lì col mio vino, ho iniziato sfogliare <em>I pappagalli</em> per provare a inquadrarlo un poco, diciamo una pagina sì e cinque no, ma ben presto mi sono scoperto a fare una sì e quattro no, poi una sì e due no, e verso pagina 30 lo stavo leggendo fitto. Ho preso un altro bicchiere di vino, ma quando ho finito anche quello, non ero che a pagina 84. Sicché l’ho comprato. Sì: un libro che possiedo già, che avrei potuto recuperare, che alle brutte mi sarei potuto far rimandare – che, soprattutto, avrei potuto riporre e finire tranquillamente il giorno dopo, sempre lì alla Edison – me lo sono comprato. E si converrà che questo fa riflettere.</p>
<p>Ma c’è una seconda ragione: quando sono arrivato a casa, mi sono ricordato che dovevo fare la spesa, e sono andato a farla. Bene, mentre venivo via dall’Esselunga pensavo che non vedevo l’ora di tornare a casa e mettermi a leggere <em>I pappagalli</em>. Ora, questa è una cosa che non succede spesso. Certo, succede spesso se si sta sui grandi, finché si ruzza tra i McCarthy e gli Houllebecq, tra i DFW e i Bolaño, e ancora meglio va coi classici, basta premurarsi di leggere solo Tolstoj e Flaubert e si può star tranquilli che succederà sempre. Ma coi contemporanei – peggio, coi coetanei – non succede mica spesso. Per dire, quando ho letto <em>Come ho perso la guerra</em> di Filippo Bologna, che pure ho apprezzato, mica mi è successo. E invece con <em>I pappagalli</em> sì. E allora me lo sono finito così, in poche ore, prima che venisse sera. Spiegare questo fatto dicendo che è scritto bene (sebbene sia scritto bene) o che l’autore gestisce in scioltezza i sistemi simbolici (e li gestisce in scioltezza), non sarebbe sufficiente. Di gente che scrive bene e sa gestire i sistemi simbolici ce n’è più di quanta un cristiano possa mai aver voglia di leggere. È che i protagonisti de <em>I pappagalli</em> – tre vermi di scrittori, un Esordiente, uno Scrittore affermato e un vecchio Maestro – fanno schiantare. Perché sono irresistibili nel loro agire scomposto, ferino, e finisci per riconoscerti in tutti e tre (magari nel secondo un po’ meno, perché ha un segreto davvero inqualificabile) e non sai più per chi tifare. Il che, in un romanzo che è la storia di una competizione, è la pietra filosofale (e la terza buona ragione per leggerlo).</p>
<p>Diceva qualcuno che non c’è nulla di più noioso dei libri sugli scrittori, e in effetti mentre leggevo <em>I pappagalli</em> ghignando come un demente, mi sfiorava il dubbio di starmi divertendo solo perché avevo visto un po’ di quel mondo, perché avevo conosciuto, o sfiorato, personaggi del genere. Ma quando sono arrivato in fondo, era chiaro che non era vero, che alla fine quello che conta dei protagonisti di questo romanzo è quanto portano dentro, come si relazionano al mondo, agli affetti, al tempo e a sé, e il gioco si sarebbe potuto fare tanto al ribasso (tra partecipanti al concorso pubblico per un’assunzione) quanto al rialzo (la gara per un Nobel) e in innumerevoli ambiti differenti (calciatori in gara per il Pallone d’Oro?) e se Bologna ha scelto gli scrittori è perché si è attenuto a una regola, quello “scrivi di ciò che conosci” che per un autore al secondo libro è indice di saggezza e promessa di efficacia – promessa, si sarà capito a questo punto, assolutamente mantenuta.</p>
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