<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Filippo Polenchi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/filippo-polenchi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 03 Jan 2020 17:37:08 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Tempimorti #2</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/27/tempimorti-2/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/27/tempimorti-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2020 07:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Biancalani]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82190</guid>

					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi (testo) e Andrea Biancalani (foto) (#In ufficio) Sono nel dominio vacuo e inospitale del post-insonnia. Un luogo nient’affatto gradevole. Penso a Kafka, Beckett: se la fine è la fine di tutto, allora lo è anche della fine stessa: quindi la fine uccide se stessa e si condanna a non finire. La fine non finisce. È quello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-82192 size-full aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>di <strong>Filippo Polenchi </strong>(testo) e <strong>Andrea Biancalani </strong>(foto)</p>
<p>(#In ufficio) Sono nel dominio vacuo e inospitale del post-insonnia. Un luogo nient’affatto gradevole. Penso a Kafka, Beckett: se la fine <em>è </em>la fine di tutto, allora lo è anche della fine stessa: quindi la fine uccide se stessa e si condanna a non finire. La fine non finisce. È quello che viviamo tutti. Giorni di ossessione: i cinesi. Ormai sono notti intere che non dormo completamente: mai del tutto insonne, mai del tutto riposato. Penso ai cinesi, ai cambiamenti, alle urgenze del clima, al neoliberismo, alla tenaglia, all’oblio, al limbo, all’impotenza. Vorrei fare qualcosa ma non so cosa e tutto mi pare oltre le mie forze. Descrivere. Bisogna continuare a de-scrivere. È l’unica. E lamentarsi, vedi alla voce <em>cahiers de doléances</em> (cfr. Bruno Latour).</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82193" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#Lavanderia a gettoni). Questo odore di disinfettante che rinchiude l’aria in un guscio detergente. Una cappa plumbea di odore caldo, una specie di panificio del sapone, la traccia indiana sul confine tra un profumante che dovrebbe coprire un odoraccio ma è esso stesso un odoraccio remixato. Sono le 7 del mattino, sono qui soltanto per usare l’asciugatrice. Mi sono sempre piaciute le lavanderie, la loro esperienza urbana, intrinsecamente provvisoria, da studentato perpetuo, luogo di socializzazione tra gente in calzoncini e ciabatte che non ha più niente di pulito se non pochi stracci addosso. Invece qui, a Pae, la lavanderia a gettoni è una stanzetta piccola, dipinta di giallo, con alle vetrate decalcomanie di bolle di sapone. Tre lavatrici (due da 9 kg, delle quali una ha un cartello «Guasta», una da 16 kg – per un piumone matrimoniale: è quella l’unità di misura) e due asciugatrici. Cartelli con le istruzioni sul muro. Telecamere a circuito chiuso, una tinozza di plastica azzurra, quel ceruleo standardizzato per queste tinozze da Interstock, un carrellino di metallo bianco e un po’ rugginoso, nessuna sedia comoda ma panche di legno con la seduta scomoda attaccate al muro e un tavolo centrale per piegare i panni asciutti. Ci vogliono 24 minuti per asciugare il mio carico di panni. Cerco più volte di aprire la porta, ma il gancio di ottone che serviva per l’operazione è stato strappato dalla porta stessa, così come l’asola di ferro, sul muro, che serviva per ricevere l’uncino. Con la porta chiusa l’effluvio ambiguo è ancor più insopportabile. C’è un mucchio di riviste sulle panca: due pile più o meno identiche di settimanali, mensili scandalistici, <em>tabloid</em>, «Chi», «Gente», «Grand Hotel», «Panorama» e così via. Accanto, una più misera pila di <em>dépliant</em> illustrativi di pizza-a-taglio, <em>mindfulness</em>, corsi di Yoga, corsi di nuoto e giocoleria per bambini. Prendo un blocchetto di quei volantini e tento di bloccare la porta, ma non funziona: non funziona neanche con tutto il mazzo, quindi rimango con l’odore soffice di muffa e deodorante.</p>
<p>(#In ufficio). In attesa si apra Photoshop. Storicamente le mie percezioni si sono rivelate errate. Statisticamente quello che vedo, il ragionamento che ci faccio dietro per spiegarmi cos’ho visto, è sbagliato.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82194" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#In auto). Credo di essere dalle parti di Monteroni d’Arbia, zona Buonconvento, Cassia. Poco avanti Siena, verso l’Amiata. Sono uscito dal raccordino, ho imboccato una strada piovosa piena di capannoni ai lati, imboccato una di queste viuzze liminari ad uno dei capannoni. Sono officine, argenterie, mobilifici, <em>showroom</em> con sanitari domestici, magazzini all’ingrosso di stoffe, un’insegna dice «TOYS» con <em>font </em>puerile, tutto nebuloso, ogni lettera ha un colore diverso e una forma lievemente obliqua, divergente, come se le lettere della scritta T O Y S fossero state ritagliate ciascuna da una rivista diversa e incollate sullo sfondo dell’insegna da un maniaco. Ho accostato e spento il motore. Siamo qui, tutti e tre. Le ragazze già dormono. È per questo che ci siamo fermati: il postprandiale. Mando indietro il sedile, stendo le gambe sopra il volante. I muscoli si liberano dalla prigionia della posizione seduta. L’anidride carbonica delle giunture scoppietta. Sul tettuccio cade una pioggia continua, fragrante, catatonica. Sento che qui il tempo, tutt’altro che morire, rinasce. È tempovivo, appena rigenerato. Qui dentro posso contemplare le pozzanghere trafitte dalle stilettate fittizie delle gocce d’acqua, gli aghi di pino caduti più avanti, ridotti quasi a poltiglia, il grigio cementizio che non stritola, perché siamo protetti nel guscio di madreperla dell’automobile. Il suono attutito dall’esterno è anch’esso protettivo. La quasi totale assenza di umanità in transito o, semplicemente, in attività, è protettiva. La dismissione è protettiva. La dissipazione senza angoscia, l’osservazione di questa dispersione di minuti è protettiva, di più: è desiderio realizzato, fa godere. Insieme al tempo che scorre scemano anche le ansie, le emergenze, i doveri. Persino la desertificazione d’intorno, questa piana pre-montuosa plumbea, sottratta alla sua storia rurale e al suo destino industriale, povera, incarognita, depressa, ora come ora, è ansiolitica, è geo-Xanax urbano.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82196" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#Q8). In attesa che la pompa mi riempia il serbatoio di GPL. Dal vetro opacizzato per la condensa, punteggiato dall’acne della pioggia, s’intravedono due macchie più luminose, rifrazioni dell’insegna. Scatto una foto col telefonino. La foto è bella, mi soddisfa: due aloni pallidi in un cosmo nero, palpitante di formazioni d’acquerugiola stellare. Il benzinaio è un po’ tocco, però: borbotta tra sé e sé, non gli s’attacca mai l’augello al dispositivo del gas delle vetture; attacca briga con molti clienti. Da un po’ di tempo non vedo Mustafà: spero non lo abbiano barattato con questa specie di naziskin che, oltretutto, mi dava l’impressione di prendersi gioco di Mustafà stesso. Non mi sorprenderebbe, tuttavia. Il tempo di oggi è il tempo della Belva.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82197" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#In cucina). Attendendo che il lavello si colmi di acqua e sapone. Schiuma e bolle iridate. <em>Shining</em> libro (più del film): è evidente che i fantasmi siano poco più che dispositivo drammaturgico. Nel film, invece, il Male è Totale: è storico, metastorico, è cosmogonia malvagia, è fondazione nazionale al nero, è oscura teologia, è mito perpetuo saturnino e rete neurale di HAL 9000 trasferita nel corridoio con tappeti e arazzi arabescati con fantasie <em>sioux</em> o <em>comanche</em> (lo scrive Ghezzi: <em>Shining </em>è lo stesso film di <em>2001: Odissea nello spazio</em>). Il che rende ovviamente il film molto più grande del libro. Ma non m’interessa, mentre il lavello si riempie e penso a quest’oggi, alla pausa pranzo trascorsa in auto, chiuso nell’abitacolo con l’alito tiepido del riscaldamento e la pasta fredda trangugiata diaccia tutta sullo stomaco, ma, curiosamente, senza abbiocco post-prandiale, mentre, appunto chiuso in auto, scrivevo e godevo, autentica ‘gioia di vivere’, mi viene in mente che Jack Torrance è sì un alcolizzato, padre violento figlio di un padre a sua volta violento, ma soprattutto Jack Torrance è un tizio che non scrive più. E allora lo assalgono gli spettri. Come dire: finché scrivi sei salvo. Il che fa di <em>Shining</em> libro una variante di Sherazade. E questo è tutto.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82198" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#In cucina). A e C giocano con la zia. A tenerissima stende la pasta per le tagliatelle che mangeremo a pranzo. C le scatta una foto anch’essa tenera: la piccola ha due treccine ai lati, corte come i suoi capelli che ora hanno una tonalità giallo limone. È una scena di quiete domenicale, in questa bella cucina dove, da fuori, arriva una luce pallida. Il grande vento di scirocco scuote le fronde dei castagni perché si facciano male: ma qui dentro non entra alcun dolore. È il tempo della festa: non posso fare a meno di pensare a domani, agli impegni di frustrante quotidianità salariata che mi attendono. Scrivo a F, dicendogli che la domenica il realismo capitalista si realizza con tutta evidenza nelle oscillazioni tra «peggio» (il lavoro che c’è là fuori, fatto di gretto sfruttamento, di selvaggio liberismo da <em>caballeros</em>) e «meno peggio» (il mio lavoro, noioso e stolido, che disattiva ogni acume, ma almeno con stipendio regolare e diritti lavorativi garantiti: una pacchia per qualcuno, la morte per altri, ma pur sempre quintessenza di un /ufficio/). F risponde che è per via della «festa» (ponte lungo dei Morti): dopo ogni festa ci fanno sentire in colpa per esserci divertiti, per non essere stati connessi al lavoro. La festa è un lemma interessante, viene dalla Comune di Parigi, da Rimbaud e poi Marx e infine Furio Jesi (bibliografia da rinvenire in rete: del resto ogni giorno, un poco alla volta, cerco ‘bibliografie’ in rete, qualcosa per fuggire, derive, piani di uscita o, come dice F, «se il foglio è occupato dal salario scrivi sui margini»: è quello che faccio – o cerco di fare ogni giorno un poco – scrivere sui bordi): le cannonate di Mac Mahon hanno cancellato la festa, il trionfo dell’alternativa, la vendemmia degli entusiasti, degli insorti, del popolo: non gli avevano perdonato la sconfitta di Sedan, ma non era neanche questo: era la possibilità, la liberazione del desiderio, una mesata di democrazia. Niente, via, tutto finito, spazzato via, piombeggiato. Ci fanno provare vergogna, durante la festa, dal 1871 fino a ora: non c’eri, i doveri ti aspettano, il bromuro del capitalismo è un farmaco da banco del supermercato – e se non è vergogna è ansia e se non è ansia è depressione e se non è depressione è bipolarismo e se non è bipolarismo è disturbo narcisistico di personalità: e su tutto è teologia del capitalismo (Benjamin).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82195" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#Pausa pranzo) A vederlo da fuori, cioè passandoci accanto con l’auto, l’ex-bar Luisa (ex Arcangeli pure), appare sempre più in disfacimento, in dis-aggregazione. Cataste di sedie irrimediabilmente sciupate, slabbrature di forassiti, calcinacci. Ma dopo, con l’intenzione di fermarmi lì davanti per consumare il mio pranzo nel Tupperware, vedo che ci sono due muratori che stanno portando via dall’interno secchi di detriti e disgrazia. Stavolta, immagino, qualcuno avrà già pensato a un piano di ristrutturazione per trasformare il vecchio bar in una tavola calda alla moda. O magari, invece, diventerà qualcos’altro; il terzo concessionario, dopo gli altri due che occupano i cubi in quest’area di cemento posta accanto al cimitero (che in definitiva non è che un arcipelago di pompe di benzina/autolavaggi/neon/cubi concessionari/parcheggi privati con pilomat delimitante/aiuole sfibrate). Un salone come gli altri, con le auto parcheggiate dentro, il baule aperto, lucidate, su un tappeto lindo di moquette, tanto da chiedersi come le abbiamo materializzate lì. E accanto alle auto le scrivanie in compensato Ikea, il porta ombrelli ai piedi del tavolo, una coppa smaltata in ottone (qualche premio aziendale? Il miglior venditore del trimestre?); la tristezza di questi uffici, la loro squallida referenza gestionale, da foglio Excel, ma anche, al tempo stesso, una sorta di sedazione cartesiana, qualcosa di ordinato, un effetto placebo del settore terziario o, più probabilmente, un’illusione per chi guarda da fuori, attraverso la protezione dello schermo di vetro, fuggevolmente, una cosa estranea tra tante cose estranee, ma solo più pulita. Ineccepibile lo sgomento metafisico, poi, che offre, a tal proposito, la visione della saletta contrassegnata come «Area di consegna»: uno spazio di circa 10&#215;5 m, praticamente sgombro di tutto: ogni oggetto disposto ai lati: macchinetta del caffè con cialde, uno schedario, due pile di sedie (plastica+seduta di tessuto sintetico ceruleo), alcuni birilli arancioni stradali, come quelli che vengono utilizzati nelle scuole guida, per gli esami della patente A; un aspirapolvere, anch’esso accanto alle sedie. Due piante (a me la specie è ignota), dal fusto lungo, magro, le foglie esanimi e lanceolate, senza più grazia, solo ciuffi da appartamento, da perimetro disinfettato.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/27/tempimorti-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82190</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Tempimorti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/10/16/tempimorti/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2019/10/16/tempimorti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2019 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Biancalani]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=80893</guid>

					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi (testo) e Andrea Biancalani (foto) (#Ufficio, 2017) Ho sentito prima M. che sospirava. Un rilascio di aria veloce, rapidissimo epperò pieno di respiro, al colmo di una boccata d’ossigeno catturata nei polmoni e poi rimessa in libertà, alla svelta, perché forse aria già avvelenata, già corrotta dall’anidride carbonica che dovrebbe essere l’ultimo passaggio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80895" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>di <strong>Filippo Polenchi </strong>(testo) e <strong>Andrea Biancalani </strong>(foto)</p>
<p>(#Ufficio, 2017) Ho sentito prima M. che sospirava. Un rilascio di aria veloce, rapidissimo epperò pieno di respiro, al colmo di una boccata d’ossigeno catturata nei polmoni e poi rimessa in libertà, alla svelta, perché forse aria già avvelenata, già corrotta dall’anidride carbonica che dovrebbe essere l’ultimo passaggio dell’atto. E invece no. Invece qui tutto t’avvelena. Mi rendo conto che tutti sospirano. Sospira M. come oggi, ma più di tutti sospiriamo io e E. Me ne sono reso conto da poco: E. sospira tantissimo, soprattutto quando cammina e quando sta seduta, quindi sospira praticamente per tutto il tempo che rimane in ufficio. A volte la sento mollare questi pacchetti d’energia sotto forma di respiro, tutta questa accelerazione quantica d’infelicità fin da qui, da questa stanza. C’è lei che sembra sempre così sola e che sospira. Inspira aria ed espira questo mix tossico di cose andate storte. Poi invece cammina qui, accanto a me, per contingenza, nel corridoio. Replica la stessa solenne liturgia nera. Non si sfugge dalla sua vita, dal suo appartamento solitario (lo immagino: non ci sono mai stato), dal suo pendolarismo cittadino e automobilistico, abbastanza irritante perché accumuli qualche minuto di ritardo ogni giorno: un paio di minuti al lunedì per una coda sul Piazzale, un paio il martedì per i lavori della tramvia eccetera eccetera. Dai suoi piccoli malori isolati e senza nessi, grappoli di sintomi senza significato e conseguenze, che però le fanno aumentare il ritardo mattutino. Mi sono sentita male, dice a volte, non spesso, ma talvolta sì. Non riesco a immaginarne una vita oltre a questo recinto di sospiri e di fastidi. Non riesco a vederla al cinema, con gli amici, a bere, a fare l’amore. Ora ha attaccato il telefono: una chiamata a una collega che lavora a distanza (beata lei), una conversazione cordiale, gentile, su aspetti legati a un singolo lavoro, ma insomma, quella che diremmo una telefonata tranquilla e quando ha attaccato, salutando la tipa di là dal telefono con un “ciao cara” ha sospirato. Non uscirà mai dai suoi sospiri. E anch’io sospiro. Lo faccio spesso, per rabbia. Il sospiro è il lamento, il lamento è vento biblico di impossibilità ad agire. O sospirando si agisce?</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80896" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#In coda, 2019) In auto, per andare a lavoro: grande anello di auto imbottigliate intorno. I soliti paesaggi di vegetazione disfatta, cementizia, indistinguibile. Case e villette costruite su questa porzione di Chiantigiana che è trafficatissima. Qualche volta, soprattutto negli anni scorsi e in inverno, ho percorso questa strada a piedi, per andare a lavoro (30 minuti da casa), ma è un percorso pericoloso, senza marciapiede, senza protezione, affogato nel gas di scarico delle auto. È un tragitto che fa ammalare ai polmoni. Ci sono case arroccate contro la massicciata del raccordo autostradale che passa proprio qui sopra, che designa dunque uno spazio-di-sotto con manifesti teatrali di spettacoli sfranti e disperati, stratificazioni di carta e colla, volti di attori ormai bolliti che si rincorrono nei teatri di provincia (Firenze è tutta provincia) per darsi un’ultima occasione di rilancio &#8211; faranno battere le mani a un pubblico anch’esso sfinito dall’inedia e dall’abitudine a ricevere il Nulla &#8211; ma anche cassonetti divelti, detriti di ogni genere, l’onda di comparsa-e-scomparsa delle siringhe per terra, un materasso mezzo bruciacchiato, sassi e resti di cemento sgretolato dalle colonne del viadotto: e quella casa che apre la finestra proprio sulla strada. Chi viene prima? La casa o la strada? Poco importa, per chi apre la finestra, fa entrare CO2 fra le stanze, espone le coperte della notte all’aria velenosa, poi le ritira, le rimette nel letto, ci dorme, le respira nottetempo. Questo paesaggio non lo capisco: è una giungla; liane e alberi infestanti, verde scuro, spugnosi, appiccicosi. C’è poco da capire: è così e basta, disordinato e rampicante, così proliferante che mi sembra una buona approssimazione dell’angoscia che si prova nei sogni, quando non si riesce a divincolarsi dalla prigionia di una stanchezza ottusa. C’è apparente vitalismo in questa vita che si riproduce incessantemente. È il selvaggio? È terzo paesaggio, biodiversità, dovrei amarla, rispettarla. Osservarla in maniera empatica, ma non ci riesco. Su Novaradio, al mattino, ascolto sempre un programma di musica soul. Non danno mai notizie, al contrario delle altre emittenti, solo musica soul. È una scelta de-responsabilizzante, forse, sebbene il momento delle news sia solo rimandato di poco. Adoro, però, ascoltare Otis al mattino: quando lo passano alzo il volume. Ma non stamani. Stamani non trasmettono niente che riconosca.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80897" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#Area di sosta Q8, 2019) Ho fatto pausa pranzo, come spesso il venerdì, in auto: sportello aperto, gamba sul telaio del finestrino, all’ombra del cubo di cemento, ora vuoto, che ospitava prima il bar Luisa poi il bar Arcangeli e ora, appunto, niente. La successione ereditaria di quei bar è un romanzo naturalistico. Ora attraverso le pareti della zona-pranzo del bar, che sono tendoni di nylon trasparenti, ma sporchi perché da un anno e mezzo nessuno li pulisce, s’intravedono ancora un paio di tavoli, chiaramente vuoti; una bottiglia di acqua piena posata per terra, il bancone con la spina della birra impolverato, le marche delle birre – italiane, artigianali, non filtrate: tentavano anche di usare la ‘qualità’ come estrema salvezza, ma senza esserci riusciti a quanto pare – che sono ovali sbiaditi, come fotografie sulle tombe. Il vento della strada accanto fa sbatacchiare i tendaggi a ritmi sonnolenti. Ho gli occhi chiusi, tento di dormire per quei pochi minuti di pausa. Piccoli svenimenti per recuperare ore di sonno perdute a causa del raffreddore. Davanti a me, per tutto il tempo, un furgone porta-valori. Bianco, Fiat, con scritte sulle fiancate (“Spuma antiscasso” o qualcosa del genere, non ho preso appunti, non ho trattenuto la nota di colore che poteva essere decisiva). È stato tutto il tempo fermo di fronte a me, il motore acceso, i due passeggeri dietro i vetri blindati e chiusi, che sonnecchiavano. Un refolo di aria condizionata a congelargli il naso, l’ordine di non aprire per niente al mondo lo sportello o anche soltanto il finestrino. Prigionieri criogenizzati. Ho pensato: fossimo in un libro pulp o in un film poliziesco – l’atmosfera pare essere quella: stasi catatonica che prevede l’esito di un lungo percorso di male e di morte proprio qui, nel <em>redde rationem</em> del Far West urbano; minaccia incombente che spesso alita su ciascun nostro giorno, su ciascun nostro spostamento &#8211; se fossimo insomma in una pellicola di <em>exploitation</em> arriverebbero dei rapinatori, ucciderebbero i passeggeri, farebbero esplodere la lamiera blindata del carro e ruberebbero tutto quanto racchiuso nel ventre di piombo del bestione. Corpi crivellati, buchi di fucile enormi, corpi sventrati, lo stupore del sangue carnoso, delle buie budella riversate sui sedili, schizzate sui vetri anch’essi infranti dalle esplosioni e dai proiettili rinforzati o qualcosa del genere. L’oscena crudeltà di una messinscena che di fatto ripete su scenario urbano scene di guerra che abbiamo visto/non visto sui Tg della sera. Di fatto in quei servizi giornalistici non abbiamo visto il sangue, le frattaglie, le trippe umane sversate. Abbiamo annusato la minaccia, la precarietà, la sabbia, il report delle vittime, il conteggio delle risorse umane; eravamo nel pre e nel post, ma non nell’atto: impossibile da svelare per limiti tecnici o forse solo moralistici. Ma un regista pulp ha abbastanza forza e la cattiveria da trasportare effetti-di-guerra in <em>landscape</em> metropolitani. Insomma, alla fine della mattanza i rapinatori se ne sarebbero andati. Naturalmente io sarei figurato fra le vittime collaterali. La mia sola sfortuna sarebbe stata trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Anch’io sbudellato dai proiettili. Anch’io irriconoscibile come dopo un incidente automobilistico, come dopo un banchetto di zombi.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80898" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#Ufficio, 2019) Ore 17.28. Due minuti non bastano a raccontare la noia, il feroce disprezzo per ogni manufatto dell’umano, la letargica e depressa voglia semplicemente di uscire, il basso voltaggio dell’esistenza, l’incredulità che un’altra giornata sia trascorsa così.</p>
<p>(#In coda, 2019) Sulla E78 appena dopo Siena, verso Grosseto. Ai lati campi di grano, un casolare diroccato con ferraglie e cocci in vendita e un grande cartello appeso alla facciata che dice: “Vendita permanente antichità”. Qui vicino c’è un posto che si chiama Orgia. Scorriamo a passo lento su due file, disposti nelle nostre auto. Nella mia: canzoni di bambini scozzesi, <em>nursery rhimes</em> scaricate da internet con un gruppo che rielabora antichi canti scozzesi. Molto bello, ad A. piace un sacco. Forse è un modo per imparare l’inglese, già adesso balbetta qualche suono a memoria. Impossibile acchiappare la teoria delle auto che mi sfilano accanto e che io sorpasso e poi loro mi sorpassano, il tutto a una velocità follemente ridotta. Ci sono le automobili coi finestrini sigillati per l’aria condizionata; la ragazza che sporge i suoi piedi &#8211; unghie smaltate di rosso, sandali marroni legati fino alla caviglia, le gambe lisce di fresco dall’estetista, abbronzatura leggera, cittadina, in direzione mare per perfezionarla; le auto pulite, quelle, come la mia del resto, pigmentate dalla pioggia di sabbia che ormai è l’enzima dell’estate (dimenticarsi le estati degli ultimi miei 36 anni, ormai solo estati post-clima, quelle di cielo avvolto dalla lastra per radiografie, oppure di cielo color polvere di caffè, che poi piove per tre minuti e sulle auto, per strada, sui vestiti, sulle tele degli ombrelli, sui cornicioni, sui fiori, sui ferri delle altalene nei parchi comunali si deposita una macula di sabbia desertica: è il soffio del millennio, la profezia pasoliniana ch’è tanto liberazione quanto incubo e così ogni liberazione dev’essere, distruttiva); un telefonino acchiappato dalla morsetta di gomma a sua volta appesa al bocchettone dell’aria: una mappa GPS disegnata sul display. Il cielo è grigio uniforme, appena ondulato, morbido, è la prima giornata da un mese a questa parte in cui il tempo sembra brutto. Sono dominato da un’angoscia senza nome: è l’angoscia dell’estate, è l’ansia di una stagione sfibrante, di pura sopravvivenza, tanto più difficile per me perché si suppone ci si debba divertire, liberare, vivere esperienze rilassanti e rigeneranti dopo un anno intero di lavoro: invece mi sfianca l’estate. Ora l’estate è per me il piazzale del lavoro, di cemento, battuto dal sole; l’odore di zucchero e petrolio dei tigli nella villa che ci ospita; il ventilatore in ufficio, le finestre sbarrate, chiuse, alle 9.30 del mattino, l’ondata di calore per raggiungere casa. E ancora: gli inciampi, la pelle appiccicata di sudore, l’afa che mi restringe i bronchi e non respiro; ogni impegno è un limite insopportabile, ogni azione è definitiva e devastante.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80899" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#In cucina, 2019) Aspetto che il caffè sia pronto. Per viaggiare per strada, sui viadotti, nelle gallerie, quando si apre la vertigine orizzontale della strada, in discesa magari, quando appare l’inevitabile, l’Incontrollato, il potenzialmente distruttivo, bisogna avere fiducia: fede che il ponte non crollerà, che le tue mani continueranno a tenere stretto il volante, che un colpo di sonno, un malore, un attacco di panico, una respirazione selvaggia, una aritmia burlesca, non ti faranno perdere i sensi e volare, in un bolo di lamiera e controsole, nel vuoto. Per prendere l’aereo devi aver fiducia che il pilota non sarà come quell’Andreas Lubitz che, quietamente, si è blindato nella cabina e ha diretto l’aereo &#8211; colmo di gente, <em>ça va sans dire</em> &#8211; contro le montagne. Un lavoro svolto pazientemente, lucidamente: una lenta degradazione verso la morte esplosiva. Bisogna avere fiducia nel mondo. A me, invece, viene da pensare d’avere sempre la casa infestata di formiche.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80900" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#Ufficio, 2019). In attesa che G. mi dia relazione per una email. Tutte le nostre piccole morti.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80901" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#Pausa pranzo, 2019) Importanti novità all’ombra dell’ex-bar Luisa. Dentro il bar tutto smembrato: portato via il bancone, la spina, i tavoli, le sedie, abbattuto parte del muro. Calcinacci in giro, cavi scoperti, forassiti. E un cartello affisso: Proprietà privata.</p>
<p>(#Ufficio) I minuti che passano tra l’accensione del computer &#8211; la macchina che ansima e ritorna alla vita, si sgela dal suo sonno notturno ibernato &#8211; e l’apertura del programma di posta elettronica. L’ansia per quello che arriverà, le richieste da sbrigare, le email con l’etichetta urgente, il carattere urgente del servizio che va esplicato il prima possibile. Per me &#8211; e presumo per tutti quelli come me &#8211; che non abbiamo una mansione precisa, che viviamo di piccole quantità di tempo che si sommano l’una all’altra, senza particolare valore, dove magari troviamo il tempo per fare piccole cose nostre, bazzicare siti internet che ci piacciono, interessarci alle cose che c’interessano, come se il tempo di lavoro, libero dalle tenaglie dei ritmi serrati, fosse un tempo di semi-libertà vigilata, nel quale troviamo il modo di proseguire i nostri commerci illegali. E allora, per quanto odiamo la nostra giornata di lavoro, ne siamo avvinti: siamo legati alle piccole povere occasioni di clandestinità (l’illusione di portare avanti un discorso-altro, di fare il nostro eroico lavoro sottobanco, di nascosto, al nero, approdare alla mitologia dello scrittore che lavora di giorno ma scrive di notte o scrive nelle pause: è una mitografia). Quando si sta per aprire la posta e l’emergenza &#8211; ci chiederanno documenti importanti, servizi di complicata burocrazia, roba da sfasciarsi gli occhi su Excel, sarà tutto dominato dal foglio verde di Excel &#8211; è potenza vitale, è viva, è un non-ancora ma tuttavia un è-presente, anche ora, foss’anche solo in forma di angoscia, vorrei fuggire. Smetterla con tutto. È tempo morto nell’angoscia.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80903" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#In ufficio, 2019) Aspetto il temporale. L’hanno dato per certo, ovunque: sul sito dell’Aeronautica militare lo danno al 50%. È poco, mi rendo conto. Spero che arrivi presto, però, che spacchi la calura alogena, che incendi il cielo saturo di polvere esplosiva come una miccia, nella distrazione degli altri, mentre scatena un nubifragio che stronchi i balconi e rovesci le radici. È da questa radice che nasce la Reazione: immobilità, decelerazione emotiva, urla delle carni. Come fare a non vedere che siamo chiamati a diventare Insubordinati di noi stessi? Presto chiederemo un sorso d’acqua ai paesi scandinavi. Sono ossessionato dalla Fine. Sono già nella Fine, mi comporto come se dovessi affrontare &#8211; pur sapendo di non farcela &#8211; un Post. E così immagino, ma per rassicurarmi, che la Fine del Mondo arriverà per depressione. Una parola per oggi: psicosocialismo. C’è questa specie di pioggia di afidi sulle nostre carni.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80904" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#Ufficio, 2019) Non ti riposi mai, non acceleri mai: è un tempo uniforme, terribilmente uniforme; un tempo glaciale, di premorte, intessuto d’ideologia e superstizione.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2019/10/16/tempimorti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">80893</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Balcanica</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/07/08/balcanica/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2019/07/08/balcanica/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jul 2019 06:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Biancalani]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=79745</guid>

					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi (foto di Andrea Biancalani) #1 I nostri compagni di viaggio ci introducono nel sonno. Un vecchio non respira, accanto a me, dall’altra parte del corridoio. Ha un vestito grande e marrone, le maniche di fustagno gl’inghiottiscono le mani. Solo la punta delle dita ballonzola in una fibrillazione ritmica. Il viso del vecchio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Polenchi </strong>(foto di Andrea Biancalani)</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79746" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-160x128.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#1</strong></p>
<p>I nostri compagni di viaggio ci introducono nel sonno. Un vecchio non respira, accanto a me, dall’altra parte del corridoio. Ha un vestito grande e marrone, le maniche di fustagno gl’inghiottiscono le mani. Solo la punta delle dita ballonzola in una fibrillazione ritmica. Il viso del vecchio è accartocciato, scuro, carta gialla da macelleria, da negozio alimentare disposto in curva. Quel viso non suda, non gocciola, non si bagna con la stessa patina oleosa che appiccica le nostre palpebre insieme, le fonde, finché non abbiamo più scelte che tener gli occhi chiusi e dormire. Nel volto del vecchio ogni sudore è assorbito dalla carta ruvida del suo epitelio. Ma il vecchio non respira. Ansima, fischia. Il suo petto si gonfia con parossismo, alla ricerca di aria in qualunque direzione: più in là di qualche centimetro c’è un po’ di ossigeno, basterebbe una molecola di ossigeno, un atomo, il piccolo dono dell’elemento, un’estrazione dalla massicciata della realtà. Cerca aria con la furia di una migrazione: sulle setole raspose del sedile un poco polveroso, nel vetro, nel sole alogeno che inchioda le ombre nel corridoio. La cerca più avanti, nel corridoio, nella piccola tv piazzata sopra il capo dell’autista, nel suo schermo muto e cieco.</p>
<p><strong>#2</strong></p>
<p>Dal mio diario:</p>
<p>“dopo 6 ore di bus siamo a Podgorica, sulla strada per Sarajevo. tutto questo giro per non passare dalla Serbia. la città sembra disegnata da De Chirico e colpita da una pandemia. nessuno in giro. città metafisica, tra Viareggio e una qualunque città russa. abbiamo mangiato un panino ripieno di pollo e verdure e ci ha serviti Sanya, una ragazza giovane e timidissima, con un grosso neo sul collo, che non sapeva nulla d’inglese. questo popolo si sta prendendo gli avanzi del nostro consumismo e li sta usando con la stessa ingenuità che avevamo noi negli anni ’60. quando inizieranno anche loro a fissare il buio? a Podgorica la vita inizia dopo le 17. pulviscolo di ragazzini, mamme, passeggini, biciclette, tacchi alti, zeppe, minigonne, ginocchia rotte, automobiline a motore elettrico che si riversa sulle strade, tra i cubi in cemento del socialismo reale.</p>
<p>cubi e volumi, case euclidee, desideri geometrici pensati e realizzati, alla <em>Solaris</em>.</p>
<p><em>tutto era così mentale che la città mancava di colore. c’era un’aria polverosa, una caligine gialla per le strade deserte. a Podgorica nessuno si sarebbe fermato di proposito; solo chi, come noi, ci capitava per caso l’avrebbe vista.</em></p>
<p>qui si beve birra Niksicko”.</p>
<p><strong>#3</strong></p>
<p>C’è un’aria da località di montagna. Fuori dalla finestra dell’albergo un caos quasi messicano: uno sferragliare di mezzi, voci, musiche planetarie. Fuori dalle stanze d’albergo, oltre il bazar, c’è il solito clima provvisorio di chi vive senza tante aspettative. Oggi mancavo. Mancavo e basta. Chiediamo a un tassista di portarci a Kolovice, perché a quanto pare c’è un monastero. L’autista è un ragazzo giovane, perlopiù biondo, con una testa come quella di un toro, poggiata sulle clavicole. Si vede immediatamente che non capisce nulla del posto che gl’indichiamo. Si consulta con un collega, uno più vecchio; ci stordisce l’odore di farina di ceci, di felafel, di spezie e soffritto d’aglio. Alla fine concordiamo un prezzo per 5 euro e partiamo, ma stiamo in auto per più di un’ora e per strada imbarchiamo due ragazzi che si fermano in un campeggio per strada (uno dei due ha le grucce). Alla fine il taxi si ferma in un punto sperduto, da qualche parte sulla montagna. Non c’è niente qui, se non una chiesa cattolica costruita dagli italiani. Torniamo indietro molto delusi, tra pareti rocciose, gole ombrose, chiaroscuri vegetali. Alla stazione è evidente che l’autista non aveva capito né la destinazione né il prezzo, perché ci chiede 50 euro. Gli diamo la metà e lui, sorridendo e scusandosi, se ne va. Vorrei sapere il nome delle ciabatte che il nostro autista e tutti gli altri tassisti del piazzale indossano.</p>
<p><strong>#4</strong></p>
<p>Una ragazza mi dice che Trieste ci mette poco a essere triste: basta una vocale. Io e Andrea ci prendiamo una bella sbronza, nella tavola calda di Tito, un albanese. Dopocena gironzoliamo per le strade, a cercare refrigerio e proteggerci dal vento. Poi, sotto il loggiato di una chiesa, uno zingaro suona <em>Ederlezi</em>. Ci viene da ridere perché è il primo zingaro che vediamo, dopo le settimane nei Balcani. Lo paghiamo perché suoni ancora e ancora e lui si convince solo quando diciamo la parola “Kocani”. Si chiama Mikele, è uno zingaro di Bulgaria. Attacca con un lamento straziante, la litania di un rimpianto infinito, che ci schianta a sedere contro le colonne della chiesa ad ascoltarlo. In quel canto di tromba ci sono i Balcani che non abbiamo visto, quelli che in Macedonia si disperdono nelle lunghe strade che occupano le giornate. L’<em>Ederlezi</em> di Mikele, invece, è il triste rimpianto del profugo. Accanto a noi ci sono tre ragazzi. Uno di loro dorme. Alla fine compriamo il cd, dove in copertina c’è Mikele con il suo cappellaccio nero e il nome a caratteri dorati.</p>
<p>Quando sono a casa ascolto il disco, sperando che ritorni quel lamento della chiesa, ma ci sono solo i classici di Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Tony Bennett suonati dalla tromba su base midi di Mikele.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79747" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-160x128.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#5</strong></p>
<p>1988.</p>
<p>Il colonnello croato dice a Fatir di andarsene a fare un giro in Italia. Fatir non ci pensa due volte: vive per mesi in albergo, a Trieste. Quando finisce i soldi scrive a casa e si fa spedire denaro. Tre mesi in questo modo. E poi altre lire, da suo padre. Quando conosciamo Fatir ha 45 anni e ne dimostra venti di più. Suo figlio non voleva partire per non lasciare la fidanzata italiana a casa. Fatir non ha mai dormito per strada. Non va in Serbia, con l’auto. Una volta ci provò e rimase in dogana per ore. Ci sconsiglia di farlo, per non restare inchiodati all’angolo per ore.</p>
<p><strong>#6</strong></p>
<p>A Kocani, terra di zingari, cerchiamo tracce della Kocani Orkestar. Troviamo, invece, Ivan Levkov, capostazione. Ci accoglie con una foresteria di parole; tutte quelle che non ha potuto spendere in questi anni di anonimato. È felice di vederci, ma degli zingari della Kocani Orkestar non vuol parlare. Ivan vuol bere, la sua <em>grozjie</em>, una grappa d’uva dolcissima, che ci avvelena di oblio il pomeriggio.</p>
<p><strong>#7</strong></p>
<p>La cerimonia della chiamata dei nomi. Affidiamo come gli altri i passaporti all’autista. Lui compila una lista e ci chiama uno per uno, dal predellino del pullman. Sono nomi ottomani, giugulatorie alfabetiche; rispondono all’anagrafe dei Muzzein, del nome che si scioglie nella preghiera dell’alba. I nostri nomi sono incongruenti, ridicoli. Non ci riconosciamo in questo appello. Saliamo defilati, senza dare nell’occhio, confusi fra le canottiere dei ragazzi, nelle musiche che provengono dai telefonini; fra i fazzoletti delle donne, pezzuole nere cotte dal sole, identiche e ripetute di generazione in generazione. Portano pacchi e borse sportive, comprate nei <em>temporary store</em> della capitale. Li cuoce il sole di Roma Tiburtina. Si abbatte vitreo e incandescente sulle pezzuole nere delle donne e delle vecchie, sulle camicie dalle maniche tagliate degli uomini, i loro cappelli. Un sole alogeno, incattivito, insudiciato dalle sopraelevate, gli scheletri elefantiaci dei rebus tangenziali. Un intrico di Escher domina il sottobosco putrido di queste ombre lacustri. Dentro gli occhi è il rombo imperscrutabile del transito romano. Il continuo e ripetuto suono della strada che alimenta se stesso.</p>
<p><strong>#8</strong></p>
<p>Nel sogno c’è un vecchio che organizza una festa per quello che presumibilmente è il suo compleanno. La casa della festa è quella di campagna dove io e Andrea abbiamo pensato a questo viaggio. Ci sono tutti, ma proprio tutti: gli amici, i primi amori, conturbanti avventure sentimentali o soltanto il reparto Baci Rubati. (Manca la mia famiglia). Ci sono anche quelle persone che non si frequentano più perché c’è stato un momento nel quale noi e quelle persone eravamo così arrabbiati che ci sembrava giusto rompere tutto. Poi passa il tempo e si scopre di essere rimasti assenti per così tanto tempo che ormai la paura di non riconoscersi più in quello che eravamo c’impedisce l’ultimo, sensato, tentativo di chiamare nel cuore della notte e svegliare quei testimoni del nostro passato. Insomma, nel sogno ci sono anche queste persone, che nell’arco della vita sono disseminate qua e là.</p>
<p>Improvvisamente si scopre che al di là della festa gli invitati sono lì perché io e Andrea siamo tornati dal viaggio dai Balcani; sono lì per festeggiare il nostro ritorno. I primi amori sono ancora quella struggente tenerezza pomeridiana che erano al tempo; gli amici sono i compagni di una vita; coloro che non sono più nella nostra vita sono lì, di nuovo, per chiederci udienza, per domandarci scusa o per darci l’occasione di fare noi altrettanto.</p>
<p>Nel sogno sono in definitivo accordo col mondo. Mi sento come il verso di un poema.</p>
<p>Invece mi sveglio: sono ancora a Tetovo, lontano da tutto, in una gelida stanza d’albergo. Racconto il sogno ad Andrea. Per lui ha ragione lo Schnitzler del <em>Doppio sogno</em>: noi siamo anche quello che sogniamo. I sogni sono tanto reali quanto la realtà, quindi il mio sogno armonico era reale. “Reale quanto questo comodino”, dice Andrea. E ancora: “è successo davvero, che tu ci creda o no”.</p>
<p>A Skopje, qualche giorno dopo, mi dicono da casa che qualcuno se n’è appena andato.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79748" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-160x128.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#9</strong></p>
<p>Il bar; al tavolino un uomo con due belle donne, bionde. Mosche dappertutto, uno sciame come polvere di caffè. Il posto è insolitamente fitto di partenze; pullman per Istanbul, Struga, Skopje, per la Svizzera.</p>
<p>Il bar è attesa. Nell’attesa c’è tutto, compreso il movimento. Il movimento è tempo, è dispiegamento della vita. Nel bar c’è vita, vita-in-attesa, attesa di movimento; qualcosa che sta per cominciare, poi l’attesa è finita.</p>
<p>La vita è sulla soglia, oltre è già troppo. Il bar della stazione è una soglia, più avanti è tutta un’altra faccenda (vale la pena o non vale la pena avventurarsi laggiù, se ne può discutere).</p>
<p>Se l’unico modo per cui abbia senso vivere è spostarsi di continuo, il bar è un senso+1, perché nel movimento manca l’assenza-di-movimento, che è invece nell’attesa, nell’infinita parata degli istanti prima di partire, mentre si beve una birra Ϲкoпскo (Scopsko) e si aspetta il pullman per un’altra città, un poco più a est.</p>
<p><strong>#10</strong></p>
<p>Da un po’ di tempo non riesco a dormire. La notte è tutt’altro che uno spazio neutro, un ricavo, la mia geografia di libera mobilitazione. Di notte sento forze che volteggiano sopra la casa, disegnano campi di gioco magnetici, intessono reticoli elettrici. È uno svolazzo invisibile, frustrante. L’inquieto circuito di traiettorie sopra la mia testa. Allora chiudo gli occhi. La scorsa notte è successo di tutto; poi si è alzato un vento incattivito che ha rovesciato vasi, schiantato vetri e battuto porte. Dalla finestra della camera da letto ho sentito una danza di foglie secche, per strada, e nel silenzio sembravano carta. Non riuscivo a pensare a niente; avevo la mente occupata dalle frequenze di quel vento. Gli Hertz epilettici mi facevano uscire fuori di cervello: ho aspettato l’alba sperando che le cose migliorassero e basta.</p>
<p>Non mi alzo, di notte, quando non dormo. Non esco. Rimango disteso, sgomento per quel rovescio della regola che vorrebbe vedermi in una fase di sonno profondo. Ma a quelle latitudini non ci arrivo. Rimango sulla superficie di un sonno interrotto, di momenti di stanchezza insopportabile. Rimango con gli occhi aperti, spesso, in un eccesso. Le pupille si riempiono di buio. Cerco d’impormi il silenzio, quello spazio di bianco dove non transitano variazioni ottiche, dove la somma ambiguità è non avere ambiguità. Il silenzio, però, rimane in fondo a quella landa nera, percorsa da prismi di luce, di variazioni sintetiche del blu, del rosso, dell’indaco, del giallo, del viola. Là in fondo brilla anche il tasto del silenzio, ma non riesco a raggiungerlo. Più forte è la sinfonia della febbre notturna che soffia col vento. Io con la notte e le sue brigate.</p>
<p>Una notte sono rimasto a fissare un ragno. Il palazzo di fronte al mio, dalla nudità del terrazzo, era illuminato dal giallo dei lampioni in basso. Aveva un aspetto sporco, senza ombre, un aspetto così insopportabilmente oggettivo e urgente. Il ragno era sul mio balcone. L’ho visto zampettare in cerchio. Ho immaginato che avesse paura di me, della mia imponderabile dimensione. Non fuggiva, però. Continuava la sua ginnastica macabra andando avanti, poi di lato, poi di nuovo avanti. Restava nei paraggi, a volte scompariva. Guardavo il palazzo e poi il balcone e non lo vedevo. Dopo poco, però, era di nuovo lì, di fronte a me. Ho pensato di schiacciarlo e basta, ma non si fa con i ragni. Di notte sono tiranneggiato da un senso superstizioso e naturale ancor più che durante il giorno. È ormai evidente che il balletto che questo ragno né più repellente né più minaccioso di altri sta compiendo un rituale apotropaico prima di sferrare un attacco: è una danza di morte, prima della battaglia. È così ostinatamente aggrappato alla sua liturgia di guerra, questo ragno. La minuscola orografia del suo corpo nero sprofonda nel più tenace istinto del sangue, nel tributo che domanda il suo codice genetico. È ingenuo e superbo questo ragno: crede nel suo onore da strada, come per una disperata febbre da infezione.</p>
<p><strong>#11</strong></p>
<p>Trame di informazioni incomprensibili sorvolano la nostra testa, calano in basso come un narcotico. Non oppongo forza. Lascio aperta giusto la frattura orizzontale che immette una bassa vibrazione di rosso, l’ipotesi di finire accecato. Sobbalziamo in questa notte divorata dal giorno, dalla luce, dalle aiuole autostradali.</p>
<p><strong>#12</strong></p>
<p>Sul pullman le musiche ottomane sono interrotte soltanto da sketch comici con una drammaturgia basica: un operaio addetto al manto stradale si fracassa un dito per errore, dopo essersi colpito accidentalmente col martello; due amici si lanciano torte di panna in faccia. Gli attori sono gli stessi: passano da una situazione all’altra con disinvoltura e incanto. Sono cortometraggi prima del cinema, incastrati nella transizione dal <em>vaudeville</em> al grande schermo. È una comicità che scatena risate e battimani e, in fondo, funziona. C’è una dolcezza paesana nel ridere di fronte a questi siparietti innocui, in mezzo alle montagne albanesi. I filmati scorrono in un VHS trasmesso da un videoregistratore ad uso schermo che domina il corridoio. Un occhio lontano e brillante ci proietta luce in faccia nella direzione opposta alla strada. Poi, in una delle scene, due amici ricordano un vecchio amore e cantano <em>Marina</em>, il mambo di Rocco Granata (1959). Tutti la conoscono; e cantano. L’unisono nasconde timbri, volumi, livelli di ubriacatura diversi, ma tutti hanno un amore lontano da ricordare. Scopro invece che il nome “Marina” era una marca di sigarette belga.</p>
<p><strong>#13</strong></p>
<p>Da un terrazzo sventolava una girandola arcobaleno e piante anemiche abbellivano coi loro spogli rami il grigiore del palazzo. La Macedonia era un posto disabitato dalla grazia; umido, squallido, spoglio. Un luogo abitato da fantasmi, da assenze. Non c’erano le montagne sassose della Grecia, ma campi dissodati, erbacce lasciate crescere senza cura e nelle città più grandi un’euforia patetica verso un futuro di benessere e capitalismo che altrove, in Europa […]</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79749" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6.jpg" alt="" width="1000" height="800" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6-300x240.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6-768x614.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6-250x200.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica6-160x128.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2019/07/08/balcanica/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">79745</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La tigre</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/06/07/la-tigre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jun 2019 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=79255</guid>

					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi La tigre #1 Pensiamo che chiudendo i vetri e gli scuri il caldo resterà fuori. Usiamo incantesimi di buio per ripararci dall’incendio del sole. I muri devono conservare refrigerio, così ha detto il padrone. E noi rispettiamo il comando. Lavoriamo in questa conca di oscurità, scavati nella tenebra, con la luce accesa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Polenchi</strong></p>
<p><em>La tigre #1</em><br />
Pensiamo che chiudendo i vetri e gli scuri il caldo resterà fuori. Usiamo incantesimi di buio per ripararci dall’incendio del sole. I muri devono conservare refrigerio, così ha detto il padrone. E noi rispettiamo il comando. Lavoriamo in questa conca di oscurità, scavati nella tenebra, con la luce accesa come nelle sere invernali. Chissà se oltre la fragile membrana di tenebra ricreata il sole sta fondendo il vetro. È così difficile lavorare quando c’è afa e nero. Mi muovo, penso, telefono, istruisco pratiche, inserisco stringhe di caratteri e sequenze di cifre in maniera letargica, come un transito di sonnambuli; il sogno vuol catturarmi. Man mano che ci avviciniamo al pomeriggio il sogno mi benda gli occhi, le immagini che sono abituato a vedere mutano a scatti, in rapido montaggio. Allora mi scuoto, mi alzo dalla sedia, faccio un giro intorno alla scrivania e vado in bagno: lì mi seggo sulla tazza e chiudo gli occhi, sperando di non addormentarmi. Quando torno in postazione rivolgo lo sguardo al divano dove accogliamo i professori: la tigre è sempre lì.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #2</em><br />
Tornavo dalla pausa pranzo e camminavo per i viuzzi. In fondo alla stradella c’era la tigre. Era a circa cento metri di distanza, in corrispondenza del viadotto. Sopra le auto muggivano negli strappi di suoni che smuovevano. Nessuno degli automobilisti naturalmente avrebbe potuto vedere la tigre. Era una visione maestosa; anche se così distante si distingueva il corpo perfettamente scolpito, con le scapole sporgenti dove le zampe attaccavano al torso; era composta da sezioni di anelli bianchi e neri intorno al pelo fulvo. Stava immobile, di profilo, con le orecchie ridicolmente arrotondate, piccole, orecchie da peluche. Ho fatto qualche passo nella sua direzione e la tigre si è messa in movimento. Non sembrava andarsene, né però attaccarmi. Misurava i suoi passi lenti quasi su una linea immaginaria nell’asfalto. I cespi di rovi, le frasche selvagge e verdi, le lunghe liane delle acacie, con i loro pungiglioni abbeverati nel veleno, ramificavano tutto intorno al cemento del viadotto. Quella vegetazione era stata comandata dalla morte stessa, per rubare il più possibile materiali alla costruzione. La tigre emergeva dallo spazio di quella cornice di calcestruzzo ed erbaccia. A vederla sembrava appartenere a un unico volume insieme al quadro che la racchiudeva. Così le sono passato accanto: c’è voluto poco. Lei mi ha guardato, ma io ho tirato dritto per la mia strada. Così lei, dopo qualche passo, ha preso a seguirmi.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #3</em><br />
Le cornici degli scuri lampeggiano del residuo della canicola. Il vetro, di là, sarà tornato sabbia? Il mondo esisterà ancora o si sarà incendiato e liquefatto? Oceani di vetro fuso staranno ustionando terribilmente la Terra? Fuori penso che ci sarà una brezza leggera contro il sole aranciato del pomeriggio. Il cielo sarà terso. Ma forse è solo un’illusione del ventilatore, una brezza artificiale. La tigre è qui con me. Oscilla intorno alla mia scrivania, quasi incorporea se non fosse per il portapenne che sobbalza a ogni suo passo. Questa creatura può essere veloce e letale; ha una precisa determinazione che risponde a una sola urgenza del sangue. Non ha pietà, non ha coscienza della morte, né della propria né di quella altrui. È un meccanismo biologico che la natura ha levigato millennio dopo millennio perché fosse più letale, più determinato, più performante. Leggo la lettera di una persona che propone a me il suo romanzo. Questo scrittore sta proponendo il suo libro a tutti coloro che lavorano nel settore e a tutti quelli che racimola sui social. Do un’occhiata oltre il tavolo e lei è sempre lì. Sgraffierà il tappeto con gli artigli? Ad ogni modo non mi disturba. Anzi. La tigre è quieta; io sono quieto.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #4</em><br />
Non sapevo cosa dire. Ero paralizzato dalle scelte. Tutto accadeva nella mia testa e davanti a me i colleghi rispondevano al telefono. C’era anche la tigre. Di tanto in tanto lei appariva sulla soglia, come nell’intervallo di un diaframma. Pensavo a tutte le tesi. Poi alle antitesi. Ero stanco e il telefono squillava. Lo schermo del computer riluceva davanti ai miei occhi. Vedevo la tigre che compariva sull’uscio. La tigre aveva un’intelligenza biologicamente superiore, affilata come i suoi artigli. La perfetta natura del suo cervello la rendeva efficiente e sapiente. Interrogavo quell’intelligenza dalla scrivania e mi sentivo sempre più ottuso, sordo e chiuso nell’oscurità del mio dolore. Il telefono squillava. Sullo schermo ogni click cancellava un’immagine e ne verificava un’altra. Qualunque scelta sarebbe stata insufficiente. Sentii un ruggito provenire dall’altra stanza e naturalmente sapevo che era stata la tigre; così alzai la cornetta e composi il numero del fornitore.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #5</em><br />
Da qualche ora non trovo più la tigre. Il giorno continua a scolorare nel bagno di candeggina. Il mondo evapora per sovraesposizione. La aiuole del giardino scoppiano in uno sfrigolio istantaneo. La strada, il rombo dei TIR, il raccordo autostradale, la luce accecante essa stessa nella materia iper-trasparente sta scomparendo con il battito di un ciglio. La tigre è scomparsa? Anche lei si è arrostita e istantaneamente dissolta? Nella luce accecante non distinguo niente: né voci né volti. Mi metto in cammino. Vado nel bagno, scendo le scale, fingo di recuperare una bottiglia d’acqua per ritrovarla. Ma non c’è traccia di lei. Ho paura a scrutare un’ombra dentro tutto questo bianco.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #6</em><br />
Un pomeriggio, d’estate, entrammo nel bosco. Le mostrai dove facevamo il bagno da ragazzini, nelle pozze gelide del fiume. Poi distendemmo la coperta su un prato. Il sole era temperato e la brezza ricordava le infanzie del sogno. Questo accadeva un paio di anni fa; l’estate non era calda. Avevo appena perduto un lavoro, ma non ero triste. Il lavoro era stato così depressivo che ne fummo sollevati. Tutto aveva ancora da succedere. Sto raccontando tutto alla tigre e naturalmente nessuno ci ascolta.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #7</em><br />
La tigre ha mangiato un cane oggi ed era il cane della padrona. Tutti noi ci aspettavamo di vederlo trascorrere una giornata come le altre: avrebbe scodinzolato al padrone, avrebbe annusato le particelle acide emanate dai nostri corpi e si sarebbe svuotato le viscere con la solita baldanza, al centro del corridoio. Per noi sarebbe stato oltraggioso, ma per il cane perfettamente normale. La tigre stava sul divano, come gli altri giorni. Ma oggi ha sbranato il cane con poche mosse ben precise. La tigre era perfetta nella sua ginnastica di morte. Ha tenuto fede alla promessa del suo sangue, al meccanismo della sua natura, alla fredda e cieca determinazione di essere un predatore fatale e invincibile. Si è guadagnata un certo rispetto anche fra chi la vedeva in azione la prima volta. Poi, lentamente, tutto è tornato alla normalità. Nel corridoio quello che restava del massacro era una pozzanghera con frattaglie e sangue. Per un po’ è rimasto il suono atroce di tendini strappati come corde di una chitarra slabbrata; carne cruda dilaniata dalla sua sede d’osso; le budella indagate per un vaticinio osceno. Tuttavia il lavoro è tornato regolare in pochi minuti e non certo per indifferenza nei confronti della mattanza, ma perché tutti gli impiegati erano vincolati a farlo. E perché il lavoro non può essere rimandato a lungo: a un certo punto va semplicemente sbrigato. Questa è la realtà. Domani il lavoro proseguirà. Senza il cane che annusa le caviglie delle scrivanie.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #8</em><br />
Avevo gli occhi aperti sul cuscino e poi li ho chiusi. Ho pensato all’ultimo pensiero che avevo pensato e sono tornato indietro. Qual era il primo? Nell’ombra degli occhi chiusi sentivo una sonagliera di spiccioli. Poi ho trovato il pensiero, era in alto. Letteralmente era un trattino posto in alto, in un angolo di quella piramide oscura. Mi sono chiesto cosa ci facesse lassù e ho immaginato la tigre che, per farmi un favore, mordicchiava pezzo dopo pezzo quella matita di pensiero per accorciarla e farmela toccare.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">79255</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Stanze</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/05/18/stanze/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2019/05/18/stanze/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2019 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=79248</guid>

					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi Stanza n.1 La stanza ha una moquette a rombi neri e verdi su fondo marrone chiaro. Anche la carta da parati è a forma di rombi. Il perimetro di questa camera è di circa dieci passi per cinque. C’è una scrivania e sopra c’è una tv. La tv è accesa, trasmette interferenze, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Polenchi</strong></p>
<p><em>Stanza n.1</em><br />
La stanza ha una moquette a rombi neri e verdi su fondo marrone chiaro. Anche la carta da parati è a forma di rombi. Il perimetro di questa camera è di circa dieci passi per cinque. C’è una scrivania e sopra c’è una tv. La tv è accesa, trasmette interferenze, scariche, effetto-neve. Il letto è adiacente al muro, un letto singolo, sulla coperta è ricamato un pavone, con una coda verdeblu e occhi rossi che guardano la finestra. Sulla parete opposta ci sono tre quadri, disposti seguendo le diagonali dei rombi. In quello più basso c’è un’anatra selvatica. In quello di mezzo c’è una scena di caccia all’inglese e in quello più in alto un espressionista astratto. La finestra è chiusa, le imposte sono aperte e la luce notturna è una fluorescenza che tenta di emergere dai vetri.</p>
<p style="padding-left: 30px;">La ragazza lituana entrò senza sapere che giorno fosse e in un modo o nell’altro ne avrebbe pagato le conseguenze.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.2</em><br />
La luce della lampada distesa sul pavimento ammicca nel buio, con il suo occhio senza palpebra. Una pianta di ficus verde, in plastica. Buio. Un telefono nero, la pulsantiera a disco, su un comodino di legno scuro. Buio. Armadio Ikea, color beige, un’anta è aperta e nello specchio all’interno si riflette il balbettio del neon. Buio. Vestiti estivi da donna, a fiori, nell’unico spazio visibile dell’interno dell’armadio. Buio. La porta del bagno è chiusa, con il cartello Non disturbare appeso alla maniglia. Buio. Maniglie di ottone, card elettronica per entrare. Buio. La carta da parati è rossa scarlatta, ha dei ricami in rilievo, una trama larga di iris. Buio. Una tazza da tè per terra, accanto al letto, si vede chiaramente la scritta IL PADRONE DI CAS[…] e il resto non è visibile. Buio.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Sperò con tutto il cuore che non tornasse il tizio dei conigli e quindi si guardò il segno che aveva sulla mano: non avrebbe avuto mai più niente di così dolce.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.3</em><br />
Il living ha la moquette blu cenere. Un muretto di cartongesso separa la zona soggiorno dalla zona cucina. La porta è di legno scuro. Il divano è accanto al muro bianco. Ci sono rampicanti di tubi, anch’essi verniciati di bianco. Il divano è imbottito, color crema. C’è una bottiglia di acqua minerale accanto al telefono, una lampada dal lungo collo di gru e, tra il divano e la cucina, un asse da stiro.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Scoprì che qualcuno aveva dimenticato uno spillo alla manica della giacca e pensò che si voleva fare quella lardosa della cameriera, sissignore, proprio lei.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.4</em><br />
In alto, sopra l’armadio, ci sono scatole di cartone e una valigia di pelle afflosciata. In basso polvere di trucioli. Il letto ha il materasso sfondato. Nella stanza il sole passa a fette. Il pavimento è di piastrelle e c’è un tappeto con ricami indiani. Dentro il tappeto un elefante e una tigre stanno combattendo. La lampada al soffitto è protetta da un paralume ricavato da un cestello da lavatrice: sulla parete la luce elettrica è fatta a spilli. C’è un plaid a strisce gialle e blu, piegato a metà, sul fondo del letto.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Sapevo di aver perso qualcosa definitivamente, ma la donna d’affari e sua figlia bevevano un caffè annacquato, mentre nessun altro aspettava.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.5</em><br />
Il divano letto è aperto, con un plaid rosso e blu buttato sopra alla meno peggio. La luce entra in un fascio compatto, dall’unica finestra sopra il divano. La finestra è un quadrato, la luce solleva pulviscolo. Il pavimento è in legno e il soffitto è inclinato. C’è una piccola libreria accanto al divano letto, bassa, con pochi scaffali. Ci sono dei fumetti di Tex sugli scaffali, accanto a una radiolina a batterie.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Quando ebbe finito di uccidere il rospo tornò in salotto e si accorse che la sigaretta fumava ancora nel posacenere. Rimase a guardarla respirando forte.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.6</em><br />
Dalla finestra si vedono una terrazza, un balcone e due vasi di piante. Le piantine grasse hanno piccoli germogli. Un sipario di tende in nylon è appena socchiuso. C’è vento, fuori; i minuscoli fiori delle piante sono scossi dal vento. Di tanto in tanto passano delle luci, dall’altra parte del vetro, ma si vedono solo di notte. Il vento, talvolta, soffia attraverso il legno sbertucciato della finestra.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Gli chiese di mordergli una mano; così sarebbe rimasto per sempre il segno.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.7</em><br />
Di fronte alla porta c’è uno specchio coperto da un telo verde. Le due finestre gemelle, equidistanti, sono aperte; dalle tende alla veneziana si accendono stecche di luce. Il pavimento è in legno. Il letto è una vecchia branda di ferro, con i bordi della testiera rugginosi e un materasso grigio chiaro. È un letto singolo, contro il muro. Dalla parte opposta dello specchio c’è un piccolo lavandino di porcellana, bianco, e uno stillicidio continuo di gocce d’acqua. Carta da parati a motivi floreali ricopre tutte le pareti: ci sono iris blu su fondo sabbia. A destra della finestra di destra la carta da parati si è scollata, aprendo sul muro una bocca dai bordi smangiucchiati.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Poiché aveva pensato all’uomo dei conigli ebbe paura a uscire.</p>
<figure id="attachment_79252" aria-describedby="caption-attachment-79252" style="width: 1000px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-79252" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-300x169.jpg" alt="" width="1000" height="563" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-160x90.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-79252" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/RitaE-19628/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=174839">RitaE</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=174839">Pixabay</a></figcaption></figure>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2019/05/18/stanze/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">79248</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-05-29 17:13:38 by W3 Total Cache
-->