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	<title>Flavia Ganzenua &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>la conta delle lentiggini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 08:30:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Flavia Ganzenua]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[serena riglietti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavia Ganzenua Io sono il mio labirinto e mi cibo di chi ci si perde. Disobbedisci, ruba il sale e scappa, di corsa, sotto il letto. Accucciati e resta lì. Tua madre sbraita, si china a terra, e ti cerca a tentoni. Tu scalci, le mordi la mano se non sa come ti deve [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/barbablu-2.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-36002 alignnone" title="barbablu-2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/barbablu-2.jpg" alt="" width="357" height="430" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/barbablu-2.jpg 397w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/barbablu-2-249x300.jpg 249w" sizes="(max-width: 357px) 100vw, 357px" /></a></p>
<p>di <strong>Flavia Ganzenua</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Io sono il mio labirinto e mi cibo di chi ci si perde.</em></p>
<p>Disobbedisci, ruba il sale e scappa, di corsa, sotto il letto. Accucciati e resta lì. Tua madre sbraita, si china a terra, e ti cerca a tentoni. Tu scalci, le mordi la mano se non sa come ti deve toccare, se ancora non ha imparato. Scalci, ma poi ti lasci prendere perché sai che in quel momento e in quello solo, tra urla e ceffoni, finalmente sei al sicuro.<br />
<span id="more-36001"></span><br />
F. ha sette anni appena compiuti e portati molto male. È per l’estrema magrezza che le svuota le gambe e i fianchi, e le riempie le guance, come se tutto fosse andato a rintanarsi proprio in quel punto. Vista da lontano pare un’aliena, con quel viso che si dilata in larghezza, e si raggrinzisce sul collo, come un palloncino. Colpa della collanina di caucciù che quasi la strozza. Quando fa il bagno la collanina le stringe ancora di più, ma lei non la toglie perché la sensazione le piace. Di quella sensazione ha avuto paura e ora la rivuole indietro. Tutta.</p>
<p>F. è crudele. La sua crudeltà scioglie nell’acido le cose. Cattura le lucertole, ne strappa la coda e le infila in un sacchetto di plastica pieno d’acqua. Le osserva mentre annaspano, si muovono a scatti, rallentano, si capovolgono, e salgono su dritte, come bastoncini galleggianti. F. lega la sorella, mani dietro la schiena, benda sugli occhi, e le fa scendere le scale. Taglia i vestiti alle bambole, e con la punta delle forbici strappa via le cuciture.</p>
<p>F. ha un amico di cui non vuole più parlare. È da quando le hanno detto che è normale, che tutti alla sua età hanno un amico immaginario. Da allora, sta bene attenta a ciò che fa. Irrigidisce le labbra come un ventriloquo se qualcuno la osserva giocare. Quando si siede sul muretto della fontana, caccia via il fratello, e gli tiene il posto accanto a sé. È alto, molto alto e ha una barba lunghissima. Quando F. si vuole nascondere, ci affonda il viso e diventa invisibile. A F. lui ricorda qualcuno, qualcuno che ha già visto, ma per quanto si sforzi, non riesce mai a disegnargli il viso. Questo a volte la spaventa. Allora con la gomma da cancellare passa e ripassa i contorni, bagna la punta con la saliva, e strofina fino a bucare il foglio.</p>
<p>F. ha sette anni e sa contare da uno a cento, poi al contrario, e a due a due. Le piace avere sette anni. Odia i numeri pari, non vorrebbe mai averne otto. Pari sono i punti di sutura che ha sul torace.  F. pensa che vivrà esattamente quel numero di punti. Né uno di più né uno di meno.</p>
<p>***</p>
<p>Accendi il televisore, che c’è il meteo.</p>
<p>Mia madre esordisce così, non mi saluta nemmeno, non aspetta nemmeno che chiuda la porta di casa. Le do un bacio sulla guancia fresca e umida, e accendo il televisore. Mi domando perché si debba accendere. È una delle tante cose che non tornano.</p>
<p>Lei non guarda neanche il meteo, tutta concentrata sul suo solitario. La osservo mentre mischia le carte, e le dispone in cerchio davanti a sé. Sono le sue mani che mi colpiscono da sempre, sempre uguali da quando mi ricordo. Mi fa pensare a una di quelle donne dalla voce esile, adolescente; una di quelle a cui al telefono non dai più di quindici anni.</p>
<p>Prendo una sigaretta, avvicino il posacenere. È pieno di batuffoli sporchi di acetone e smalto. Sembrano garze, non riesco a guardarli troppo a lungo.</p>
<p>Che c’è per cena?, vorrei chiederle, invece mi siedo, i gomiti piantati nello stomaco: aspetto l’esplosione. C’è prima una specie di rantolo, come una monetina che cade e rimbalza, poi il rantolo diventa una mitragliatrice. È la pressione dell’acqua nei tubi del riscaldamento &#8211; sono enormi, corrono sulle nostre teste, si ramificano, alimentano tutto il condominio.<br />
Mi chiedo quanto durerà. Se questo sistema venoso e il soffitto, la cartilagine sottile che lo tiene su, cederanno di colpo, o ci lasceranno il tempo di prendere le nostre cose e andarcene.</p>
<p>***</p>
<p>C&#8217;era una volta un uomo molto ricco. Possedeva palazzi in città, ville in campagna, scuderie piene di cavalli, forzieri colmi di monete d&#8217;oro, ma aveva la barba blu. Una barba che gli dava un’aria così terribile che qualsiasi ragazza scappava al suo cospetto.</p>
<p>Vi lascio le chiavi di tutte le porte, di tutti i forzieri, di tutti gli armadi &#8211; disse un giorno alla moglie porgendole un mazzo tintinnante. Ma per nessun motivo al mondo dovrete aprire la porticina che si trova in fondo alla galleria e che si apre con questa piccola chiave d&#8217;oro. Se entrerete in quello stanzino, ve ne pentirete amaramente!</p>
<p>Una volta partito il marito, la tentazione fu così forte che la giovane sposa si avvicinò alla porta, prese la chiave, e tremando come una foglia aprì l&#8217;uscio. Dapprincipio non poté distinguere nulla perché le finestre erano chiuse: ma a poco a poco intravide un grosso cespo e una scure affilata gettata sulla paglia. Il pavimento era coperto di sangue rappreso e in un angolo giacevano diversi corpi di donne morte. Inorridita, portò le mani agli occhi. La piccola chiave le sfuggì di mano. Subito cercò di pulirla, ma era fatata, e le macchie cancellate da una parte, ricomparivano da un&#8217;altra.</p>
<p>Pensò di fuggire dal palazzo, ma Barbablù fece ritorno.<br />
La giovane sposa gli porse la chiave con mani tremanti, e Barbablù vide subito che era macchiata.<br />
Perché qui c’è del sangue? Voi mi avete disobbedito e siete entrata nello stanzino. Perciò sarete punita come meritate.</p>
<p>Leggila ancora, dice F. alla madre. L’ago della flebo brucia, non sente più il braccio. Il fianco sinistro le fa un male cane a furia di stare sdraiata, ma vuole guardarle le mani. Le piace come sfoglia il libro, come lo tiene sulle ginocchia, lo apre; come le dita esitano sui punti della storia che le fanno venire sempre la pelle d’oca.</p>
<p>Ancora una volta.<br />
Solo se mangi un altro cucchiaio di minestra.<br />
F. ha fame, vorrebbe soltanto finire la minestra, invece affonda il viso nel cuscino, scuote la testa e immagina la madre che la tiene ferma sul letto come ogni mattina, quando il medico viene a medicarla. Che la tenga ferma e poi la consoli.<br />
Su, avanti, almeno uno.<br />
No.<br />
Allora niente più favola. E questo me lo porto.</p>
<p>La donna mette il libro sottobraccio, si alza, spegne la luce sul comodino. Esce dalla stanza.<br />
F. la guarda andare via cogli occhi che le brillano, guarda il letto disfatto della madre in fondo alla stanza, sorride, e pensa che Barbablù le dormirà proprio accanto.</p>
<p>***</p>
<p>Che sto facendo? Io nemmeno lo conosco questo tizio qui, sussurro, mentre mi chiudo in camera e infilo l’ultima cosa che avevo pensato di mettermi, che non ricordo più nemmeno se sia mia o di mio fratello, se me l’abbiano prestata e quando. L’unica che mi sta bene, che annulla ogni differenza, femmina e maschio, che sottrae carne a carne, proprio come la cicatrice.</p>
<p>Prendo la borsetta, i guanti, le chiavi di casa, mi avvicino alla porta, poi mi blocco. Mi siedo alla scrivania, riavvio il computer, guardo una sua foto. Ne ho bisogno. La sua foto mi rassicura, mi dice che è tutto vero, tutto pronto, che tra poco sarò nel suo appartamento. Mi avvicino allo schermo, ci sono quasi dentro, e penso che conosco a memoria ogni dettaglio, come cambia di foto in foto, come ringiovanisce e invecchia, diventa ciò che voglio. Ha qualcosa di familiare, ma per quanto mi sforzi, non riesco mai a ricordare a chi assomigli. E allora mi dico che forse è solo una sensazione, tanto per controllare meglio la paura, centellinarla, sentirla tutta quanta.<br />
È in posa, la mano sul petto, proprio sul cuore, le labbra socchiuse in un giuramento. Guarda dritto nell’obiettivo, inclinato un po’ in avanti, in bilico tra il dentro e il fuori, come se sussurrasse: &#8220;Posso uscire di qui quando voglio, allungare il braccio e riprenderti, ragazza… ovunque tu vada”.</p>
<p>Mi alzo di scatto, chiudo il computer, stacco la spina, vado in corridoio.<br />
“Le macchie cancellate da una parte, ricomparivano da un&#8217;altra”, penso, mentre guardo mia madre, seduta in salone, che fuma e mischia le carte.</p>
<p>***</p>
<p>F. odia essere toccata. Nessuno può farlo. Se solo la sfiorano, si irrigidisce, chiude gli occhi e si dondola sempre più forte. Solo lui può farlo. Può tenerla sulle ginocchia, dormire con lei, infilarle le dita nel naso, imboccarla, accarezzarle la schiena, farle il solletico. E lo fa sempre al momento giusto, quando lei dice di no. In classe, o a tavola, o sul bordo della fontana, davanti a tutti. Le si siede vicino e inizia a pizzicarle i fianchi. È la cosa che le piace di più, perché non si può muovere, non può ridere, deve solo lasciarlo fare. E quando non ne può proprio più, lui la prende sulle ginocchia, le scosta i capelli, e le sussurra che tornerà a trovarla a notte fonda, mentre dorme. F. non fa che pensare a quel momento, lo immagina continuamente, fa fatica pure a giocare, a mangiare. Così, quando la madre la mette a letto, controlla che la sorella si sia addormentata, poi incastra bene i polsi alla spalliera e aspetta. Ogni notte.</p>
<p>***</p>
<p>Lì, no, dico tutto d’un fiato, e mi rannicchio contro di lui, il viso nascosto tra i capelli, le labbra nell’incavo del suo collo.<br />
Così non va, ragazza. Ora dovrò ricominciare tutto da capo, sussurra.<br />
Vorrei dirgli che l’ho fatto apposta, che doveva fare esattamente ciò che ha fatto, e rifarlo ancora, invece resto zitta.<br />
Bagnami le dita. Bagnale ad una ad una.</p>
<p>Chino il capo, mi ritraggo, ma solo quel tanto perché faccia più male. Resisto, poi sento le dita sui denti, sulla lingua. Sono calde, umide, sanno di me. Mi divincolo, le sputo via, poi mi ci attacco, le trattengo, sono capezzoli. Ho la bocca piena di dita.</p>
<p>Brava, adesso conta ad alta voce, dice e intanto mi scopre, solleva la maglietta. Fa scivolare l’indice lungo la spina dorsale, e piano, proprio in punta, scova le lentiggini nascoste. Quelle che non ci sono, e quelle che non ho mai visto. Lentamente ogni cosa intorno a me si disfa. Chiudo gli occhi e lascio che le conti a una a una, tutte quante.</p>
<p>***</p>
<p>F. dice che in classe c’è un bambino molto stupido. Nessuno vuole stare al banco con lui. La maestra gli avrà spiegato le divisioni almeno un milione di volte, ma lui proprio non le capisce. Anche oggi, l’hanno chiamato alla lavagna, e ha fatto scena muta. Hanno fatto bene a mettergli quella nota.</p>
<p>F. dice questo tutto d’un fiato, senza mai staccare gli occhi dalle mani della madre. Le mani della madre sono una cartina di Tornasole. Dicono la verità ancor prima delle parole e degli occhi. E sono più veloci anche di lei che batte qualsiasi maschio che conosce, persino il fratello che gioca nei pulcini della Roma calcio. Ma quelle mani la precedono nei movimenti, è come se le leggessero  nel pensiero. A volte crede che sia fatta di gomma, perché le basta allungare un braccio per riprenderla ovunque vada, senza nessuno sforzo, proprio come Mr. Fantastic.</p>
<p>Lei gliele spiega e gliele rispiega, ma lui non capisce niente di niente. Insomma, pure i muri sanno che venti diviso due fa otto, no?, sussurra F.  e  poi inizia a contare. Sa che il silenzio della madre è quel vantaggio minimo che si concede sempre ai ragazzini prima di riacchiapparli, che è una specie di rincorsa. Respira lentamente. Ingoia l’aria a piccoli sorsi, è una pasticca. Il suo corpo è un radar attento al minimo movimento di quelle mani. Pensa che se conterà fino a dieci e a cinque smetterà di insaponarla, allora sarà in salvo. Due, tre… la madre la afferra per le spalle e la costringe a guardarla. Urla qualcosa che F. non capisce, per via del sapone nelle orecchie, ma sa che stavolta ha fatto lo sbaglio giusto. La madre la strattona. F. rannicchia le gambe contro il ventre, e giura che non lo farà più, che imparerà a fare le divisioni meglio di chiunque altro. Ma è una promessa che sa di non poter mantenere, perché le note sono come quei taglietti fastidiosi che uno si fa con la carta, che non si rimarginano mai, e che se li lecchi e li lecchi, senti i brividi fino a metà coscia.</p>
<p>***</p>
<p>Che ne pensi? Mi faccio crescere la barba?, dice, poi si avvicina, si china su di me, mi bacia. Sa di sigaro e gin. Gli sfioro la barba, ci nascondo il viso.<br />
Allora, che faccio? Me la taglio o no? Sono indeciso.<br />
No, sussurro, e il ponte levatoio si alza. Nel fossato l’acqua scura cresce, sale su, rompe gli argini, e luccica sotto le stelle.<br />
La farò crescere, solo se farai come ti dico, ragazza. Disubbidiscimi e ti punirò come meriti.<br />
Sorrido, chiudo gli occhi, poi sollevo la veste, e inizio a correre per le stanze del castello.</p>
<p>***</p>
<p>Cos’è quella cicatrice?, mi chiede, ed è una domanda che fanno tutti, a cui sono abituata. Pretendo che me lo chiedano, non faccio sconti, eccezioni Mi piace osservarli mentre mi spogliano e rimangono lì, impacciati e delusi come un bambino che scarta il regalo e si ritrova tra le mani qualcosa di rotto.</p>
<p>Invece lui me lo chiede dopo. Dopo avermi presa in braccio, tenuta ferma sul divano, svestita e rivestita. Me lo chiede dopo, e allora penso che l’acqua non la fermi mai. Si infiltra nelle pareti, genera crepe profonde che si ramificano, sono vene rigonfie.<br />
Insomma, che ti è successo? Racconta, dice, poi si avvicina, si inginocchia davanti a me, mi apre le gambe. Bacia la cicatrice. La bacia tutta quanta. Mi scuce.</p>
<p>***</p>
<p>Non vuoi che ti accompagni a casa? Sicura? Ci metto un attimo.<br />
No, no, è presto, faccio due passi, tranquillo.<br />
Annuisce. Dalla tasca tira fuori un tintinnante mazzo di chiavi e chiude a doppia mandata la porta.<br />
Allora io vado, sussurra, poi mi bacia, infila il casco, sale in moto.<br />
Si volta un istante verso di me. Sorride, alza gli occhi al cielo, si allontana.<br />
La sua armatura scintilla sotto la luna.</p>
<p>***</p>
<p>Mia madre è ancora alzata. La luce filtra a intermittenza dalla porta del salone. Entro. La osservo, a mollo nell’alone bluastro del televisore. Appare e scompare da sotto la coperta, è un puntino in lontananza. Mi siedo sul bracciolo della poltrona. Lei dorme anche per me. Un sonno pesante, senza interferenze. Si addormenta dappertutto. Una volta ho sognato che ne trovavo un pezzo in cucina, un altro in bagno, un altro ancora in salotto. Era sparpagliata ovunque.<br />
Io invece non riesco a restare ferma nella stessa posizione troppo a lungo. Mi stendo a letto, le mani aggrappate al materasso, cerco di rimanere immobile. Riposo a intermittenza, soltanto poche ore, una manciata di minuti sparsi a casaccio. Notte e giorno si sovrappongono senza diventare mai un tutt’uno. L’insonnia mi ricorda gli occhi delle mosche: migliaia di celle, poste l’una accanto all’altra, che sbriciolano la realtà. Le mosche captano il minimo movimento, ma la visione d’insieme non è mai nitida. Così succede a me. Di notte, quando i suoni diventano un unico, dolcissimo rumore di fondo, a cui cedo senza fare alcuna resistenza, come i bambini al Pifferaio di Hamelin, le dita improvvisamente si contraggono, e la realtà ritorna, tutta quanta insieme, addosso. Percepisco ogni cosa: una tenda tirata al piano di sopra, una forcina che cade a terra nell’appartamento accanto, ma quel tutto è fuori fuoco. È il corpo che mi costringe a rimanere a galla, accovacciata sulla superficie, rattrappita.</p>
<p>Mia madre geme. Ed è un gemito inconsolabile, che disfa i lineamenti. La testa le ricade sul petto. Le sfilo il telecomando dalle dita, spengo la televisione, ma subito la riaccendo. Ne ho bisogno. Ho bisogno di rumore, uno qualsiasi. In genere funziona, mi calma, ma stasera non mi basta.</p>
<p>Mi rannicchio contro di lei, attenta a non svegliarla. Mi concentro sul suo respiro. Prendo aria, la tengo in bocca, e la risputo nello stesso istante. Il mio respiro è più veloce, fatica a stare al passo con il suo, si ribella, poi cede, si rompe. Ora siamo sincrone, un unico corpo, di nuovo l’una dentro l’altra. Chiudo gli occhi, penso a lui, a me sul divano, e so che vorrei solo tornare lì, non muovermi più.</p>
<p>Mia madre ha un sussulto, solleva appena le palpebre, mi espelle. Provo a mettermi in salvo, a pensare qualcosa, qualsiasi cosa giustifichi quell’insolita vicinanza, ma lei non me ne dà il tempo. Volta le spalle e ripiomba nel suo sonno, cola giù, a picco. È un sasso trascinato a fondo dal suo stesso peso.</p>
<p>Mi alzo, mi infilo in bagno. Ho ancora il suo odore sulle dita. Apro l’acqua, strofino a fondo, ma l’odore non va via, nemmeno con il pulisci unghie, l’acqua calda. Sparisce da una parte e  ricompare dall’altra. Si espande a macchia d’olio, ne sono piena. Mi osservo riflessa allo specchio, e lo immagino alle mie spalle. Faccio un passo indietro, mi appoggio contro lui, resto immobile. Mi sbottona la camicia lentamente, la apre. Mi sfiora. Mi guardo. Guardo il torace incredibilmente liscio e piatto.</p>
<p><span style="color: #993366;">[L&#8217;immagine in apice è di <a href="http://childscapes.com/galleries/HTMLgalleries/rigliettigallery.html">Serena Riglietti</a>]</span></p>
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		<title>Scampato al disastro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 May 2010 08:00:38 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Flavia Ganzenua]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavia Ganzenua E ti vengo a cercare con la scusa di doverti parlare Franco Battiato, E ti vengo a cercare Che stai facendo? Leggo, e tu? Domenica ci vediamo? Cinema? Ti chiamo io. Dico e metto giù. È notte, è giorno, è mattina, è la solita ora in cui mi telefona sempre, da quando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/cary-grant-in-una-scena-di-intrigo-internazionale-44761.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-33672 aligncenter" title="cary-grant-in-una-scena-di-intrigo-internazionale-44761" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/cary-grant-in-una-scena-di-intrigo-internazionale-44761.jpg" alt="" width="519" height="363" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/cary-grant-in-una-scena-di-intrigo-internazionale-44761.jpg 519w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/cary-grant-in-una-scena-di-intrigo-internazionale-44761-300x209.jpg 300w" sizes="(max-width: 519px) 100vw, 519px" /></a></p>
<p>di <strong>Flavia Ganzenua</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>E ti vengo a cercare<br />
con la scusa di doverti parlare</em><br />
Franco Battiato, E ti vengo a cercare</p>
<p>Che stai facendo?<br />
Leggo, e tu?<br />
Domenica ci vediamo? Cinema?<br />
Ti chiamo io.</p>
<p>Dico e metto giù.  È notte, è giorno, è mattina, è la solita ora in cui mi telefona sempre, da quando vivo qui. Lui, l’uomo scampato al disastro, mi chiama, si accende una sigaretta, e so che pensa a tutto tranne che a me.</p>
<p>Prima del suo arrivo, disfo le coperte, sparpaglio i vestiti, sposto le cose, faccio finta di non aspettarlo, ma so che lui è la somma di tutti quelli che ho perso. Sono tutti qui, dietro di me, addosso. Mi seguono ovunque.<br />
<span id="more-33671"></span><br />
L’uomo scampato al disastro entra nella stanza. Lo sistemo con cura sul letto. Gli tolgo le scarpe, gli inumidisco le labbra. Attraverso le palpebre sgranate, mi guarda. Mi sdraio accanto a lui, e lascio che mi spogli.</p>
<p>Muschio bianco. La mia analista sa di muschio bianco. Lo realizzo all’improvviso, all’uscita della metro. Qualcuno mi passa accanto ed ha il suo stesso, identico odore. Mi sento meglio e peggio all’idea di ritrovarla quando voglio, a comando. Basta comprare quel profumo. Ed è un profumo così comune, a buon mercato. Ci fanno di tutto, dalle saponette, alla schiuma da barba. È con questo senso di potere e di lutto che vado alla seduta. Salgo le scale. Muschio bianco, lo sento dal pianerottolo. Suono il campanello. L’analista mi apre. Si accomodi, come sta? Bene e lei? L’odore di muschio copre la sua risposta. Entro, ed entro, ed entro, e ne sento l’inizio e la fine. Lo butto via con il respiro, lo mastico, e lo risputo. E la immagino, dietro di me, i capelli tagliati di netto, un colpo di forbice e via, come in convento. Lo tengo stretto, addosso, ne sono piena, ma quando chiude la porta, mi accorgo che la stanza è priva di odore. Lei è priva di odore. Mi chiedo se non sia una cosa voluta, da manuale. Niente deodoranti, sapone neutro, abiti sempre diversi a cui non ci si può affezionare, intravisti di sfuggita tra un discorso e l’altro, incastrati tra padre e madre, stretti in un nodo doppio, un cappio. La immagino mentre fa tutto questo con cura, come un chirurgo che si disinfetta le mani prima di un intervento. Mi siedo, e parlo di lui, dell’uomo scampato al disastro. Ne parlo da mesi. Cerco di ricordare da dove è venuto e quando. Cerco di ricordare a chi assomiglia.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Domenica. Cinema. Il titolo del film ha qualcosa a che vedere con un futuro lontanissimo, un trapassato remoto anteriore prossimo. Arrivo un po’ in anticipo. L’uomo scampato al disastro è già lì, appoggiato a una macchina. Il cinema è pieno. La fila arriva in mezzo alla strada, impedisce alle auto di passare, è un assedio. L’uomo scampato al disastro si prepara una sigaretta. Lo osservo mentre distende con cura il tabacco sulla cartina. Mi avvicino. Sembro distratta, ma è un’illusione ottica. Lui è l’epicentro. Alza gli occhi su di me, afferra il filtro che tiene stretto tra le labbra. Non lo bacio, non mi bacia, come sempre.</p>
<p>Ho preso i biglietti, dice, con una specie di fatica che gli consuma la voce.<br />
Com’è che si intitola il film? dico, con una specie di euforia che trattengo in bocca.</p>
<p>Sorride, il berretto calato fino alle sopracciglia. Bagna la cartina, la arrotola, accende la sigaretta. Come a un segnale convenuto, come se gli avessero dato una schicchera, la gente entra nel cinema tutta quanta insieme, risucchiata. Siamo gli unici rimasti lì fuori. Ed è troppo presto per i titoli di testa e troppo tardi per fare dell’altro, qualunque altra cosa.</p>
<p>L’uomo scampato al disastro dà due tiri.<br />
Allora? Che hai combinato‘sta settimana? Hai scritto? dice, tirandomi giù il cappello.<br />
Annuisco, rispondo, sto zitta.<br />
Te possino, sussurra, poi butta via la sigaretta, mi prende sottobraccio, e mi spinge dentro.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Vuoi salire da me? penso, mentre paga il biglietto, ridono in sala, rido io, poi lui, mentre prendo le birre e gli racconto qualsiasi cosa mi costi meno fatica possibile, mentre saliamo in macchina, si ferma all’incrocio, arriviamo sotto casa, non mi guarda, non lo guardo. Vieni da me, chiedimelo adesso, ora, penso, mentre accosta l’auto in seconda fila, davanti ai bidoni.</p>
<p>E le luminarie che fine hanno fatto? Sono esplose tutte quante insieme? dice, le mani aggrappate al volante, proprio al centro, il maglione infeltrito che fuoriesce appena dal cappotto e gli lascia scoperti i polsi congestionati.</p>
<p>È vero, dico, non ci avevo fatto caso, e slaccio la cintura di sicurezza. Sali su da me, penso, poi prendo la borsa, cerco le chiavi. Apro la portiera, e subito la richiudo.</p>
<p>Ti preparo un the? dico.<br />
Parcheggio, dice.<br />
Annuisco ed esplodo, di colpo, tutta quanta insieme.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Hai messo delle foto nuove.<br />
Che cosa? dico, fingendo di avere altro da fare, altro da guardare che non siano le sue mani infilate in tasca, la montatura nuova degli occhiali, i nei dietro la nuca, la maglietta grigia che ha sotto la camicia, camicia che ha sotto al maglione, al cappotto.</p>
<p>Questa foto… prima non c’era. Chi è questo ragazzino, tuo fratello?</p>
<p>Sì, ce l’hanno scattata in un parco qui dietro. La fontana era piena di pesci rossi. Mi sedevo sul bordo e cercavo di prenderne almeno uno. Ci sono caduta dentro non so quante volte. Qui è proprio un attimo prima.</p>
<p>Sorride, senza voltarsi. Si avvicina alla foto, la guarda a lungo, ma non la sfiora.</p>
<p>È fica. Anche io avevo una foto simile. Stesso cappotto, stesso taglio di capelli. Potrebbe averla scattata la stessa persona. Quanti anni avevi?</p>
<p>Tre o quattro, credo. Siamo sotto casa di mia nonna. Quella lì in alto è la sua finestra. Abitava a due passi da qua, vicino alle mura. Mi sembrava in tema, sussurro, mentre fingo che quella foto sia lì a prescindere da lui, che questa stanza esista al di là di lui. Invece c’è una stratificazione di cose, c’è un prima e un dopo, come se avessero scattato sullo stesso negativo più e più volte.</p>
<p>E questo poster? Anche questo prima non c’era.<br />
Me l’ha portato mia sorella da Berlino. È di un centro sociale famoso, ci fanno pure delle mostre.<br />
Bello. Sembra un collage, dice.<br />
È un collage, penso, proprio come questa stanza.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Sono a mollo tra i pesci rossi. L’acqua mi arriva alle ascelle. Non so perché li chiamino pesci rossi, visto che sono rosa, di un rosa pallidissimo, e bianchicci. Sono così gonfi che sembrano sul punto di esplodere. Voglio portarne a casa uno, il più grosso, sposarlo, e dormire tutte le notti con lui. Cerco di prenderlo, ma il fondo è viscido, perdo l’equilibrio, cado giù. Mia nonna, affacciata alla finestra urla, si sbraccia. Mio fratello butta il pallone lontano e corre verso di me. Seduto sul bordo della fontana, l’uomo scampato al disastro fuma una sigaretta e guarda dritto dietro di sé.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Hai cambiato profumo, sussurro.<br />
Sì, è  uno nuovo, dice, senza smettere di sorridere.<br />
Che c’è? A che pensi?<br />
A niente, ti guardo. E tu?</p>
<p>A niente, dico, mentre spengo la luce. Guardami, guardami ancora, penso, mentre lascio che mi prenda e mi metta a letto. Mentre lascio, lascio, lascio.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>L’uomo scampato al disastro apre gli occhi. È tardi. Dice. Devo andare. Si gira su un fianco, fa forza sui gomiti, si tira su. Saltano tutti i legacci. Li sento schioccare uno ad uno, sono fruste. Mi guarda. È un gigante. Io sono alta solo pochi centimetri. Stringo le gambe, cerco di fermare l’emorragia, ma il liquido cola lungo le cosce, i polpacci, cola giù. La stanza è immersa in un liquido caldo. Galleggiamo sulla superficie, rattrappiti. L’uomo scampato al disastro si volta, le mani aggrappate al bordo del letto, i piedi a mollo nell’acqua nerastra. Il liquido è così denso che è quasi solido. Lo osservo mentre si rannicchia su se stesso, come se cercasse di ridurre al minimo la superficie da bagnare, come se scegliesse con cura il pezzo da amputare. Resta, vorrei dirgli, non te ne andare, invece tappo bocca, naso, orecchie. Rimane immobile, in bilico, come se aspettasse un cenno qualunque per tornare indietro, o cadere giù. Esita, poi si immerge fino alla vita. Raccoglie i pantaloni dal fondo. Li infila. Si avvicina alla porta. Controlla che in corridoio non ci sia nessuno. Esce. Mi copro. Ricomincio a contare le settimane. Aspetto che torni.</p>
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		<title>Scandisci le parole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jan 2007 15:13:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Flavia Ganzenua Vado a trovare mio padre una volta alla settimana, di domenica, come tutti. Solo che io lavoro a casa e non ho famiglia. Potrei passare più spesso. E’ che questo posto è sigillato ermeticamente. E’ strizzato, compresso, consuma poca aria, scade lentamente. Ho tutto il tempo del mondo, penso ogni volta che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b> Flavia Ganzenua </b></p>
<p>Vado a trovare mio padre una volta alla settimana, di domenica, come tutti. Solo che io lavoro a casa e non ho famiglia. Potrei passare più spesso. E’ che questo posto è sigillato ermeticamente. E’ strizzato, compresso, consuma poca aria, scade lentamente.<br />
Ho tutto il tempo del mondo, penso ogni volta che finisce l’orario di vista.<br />
Ci vengo volentieri, qui si sta bene. E’ un ex-convento di clausura arroccato alla collina che domina la città. Sembra distante, ma è un’illusione ottica. Cunicoli sotterranei arrivano fino in centro, alcuni sono stati usati come magazzini, rifugi durante la guerra. Uno di questi passa proprio sotto il mio appartamento. E’ cieco, strozzato, una lastra di acciaio e un sistema di chiuse lo rendono inaccessibile. E’ un moncherino ormai, però mi fa sentire in qualche modo meno colpevole. Immagino che conduca proprio nella stanza di mio padre, è un po’ come dormire nella stessa camera da letto. <span id="more-3164"></span><br />
Lo trattano bene, ogni giorno radunano i pazienti nel piazzale e li portano a fare una passeggiata. Sembrano mosconi che hanno perso l’orientamento. Sbattono contro gli oggetti, ci si incagliano. Fuori è difficile essere autonomi, tutto si modifica, fermenta. Mio padre dice che è come ritrovarsi tra le dita un’escrescenza, un pezzo che non ci appartiene. Per questo, all’inizio, molti si rifiutano di uscire. Si aggrappano all’infermiera con tutta la forza che hanno in corpo. Sono come chi sta per annegare, pesano il doppio.<br />
Mi siedo sulla panchina di pietra, lo guardo mettere un piede dopo l’altro, affondare il viso nell’aria di burro, violarla, e penso che non esiste più una distanza di sicurezza come noi la intendiamo. E’ misurata a onde sonore, a ombre. E’ solida, è terra di conquista.<br />
Mi chiedo se senta le porte, le pareti; se distingua davvero una siepe da un muro, un muro da un cancello come sostiene quel giornale a cui è abbonato il mio dentista. Uno di quelli che ti spiega tutto, tipo che non abbiamo solo cinque sensi o che il blackout più lungo del mondo è durato sessantasei giorni.<br />
Io vorrei che il tizio che ha scritto quell’articolo venisse qui e osservasse mio padre, anche per pochi istanti. In piedi accanto a me, oscilla avanti e indietro impercettibilmente. Si dondola, poi si blocca, come se qualcuno lo avesse afferrato per la giacca e lo stesse insultando furiosamente. Se salissi in macchina, sfondassi la siepe e gli inchiodassi proprio davanti, non muoverebbe un muscolo.<br />
All’inizio mi infastidiva, ora so che questa ostinazione si chiama resistenza: alla forza di gravità, alla pressione sanguigna, e a quei piccoli scatti involontari che sono un terremoto di decimo grado Mercalli.<br />
Abbiamo tutto un codice, noi, tutto un sistema di segni che nessuno conosce. Ci intendiamo al volo, non abbiamo bisogno di parole ingombranti, troppo lucide, patinate. E’ sempre stato così. Non ero certo il figlio prediletto, quello di cui ci si ricorda la prima parola, che si è guardato più a lungo nelle notti insonni. Questa differenza mi dà un vantaggio enorme. Il suo senso di colpa è un’assicurazione per la vita, mi assolve, per questo posso permettermi di amare questo posto, perfino di parlarne.<br />
Dicevo che un tempo era un convento di clausura. Il muro di cinta è ricoperto quasi interamente da ex-voto: targhe in ferro, marmo, o semplici iniziali incise con un temperino nel cemento. C’è un’ala, una specie di piccolo museo, che aprono al pubblico solo l’ultima domenica del mese. Ci sono stato già parecchie volte. E’ il parlatorio dove le monache incontravano padre, madre, fratelli. Il volto coperto dal velo nero, le mani nascoste nella tonaca, erano ombre che si allontanavano e si avvicinavano alle grate fittissime. Dei manichini di cera simulano le clarisse. Gli occhi non si abituano mai al buio, colpa dei lumini elettrici difettosi che si accendono a intermittenza. Inserisci la moneta e parte la luce, ma dura troppo poco, ti acceca. Ti vedi a fatica le mani. Devi essere nello stato d’animo giusto, però, o non reggi. Persino la guida resta quasi sempre sulla porta. Parla sottovoce, con un misto di rispetto e orgoglio, delle monache che vivevano qui &#8211; pare che fosse una di loro, una volta, ma forse è solo una trovata, tanto per attirare più gente.<br />
E’ una litania la sua, non cambia mai registro, monocorde, le frasi sono grani di un rosario, ti stordisce. Senti odore di incenso e fruscio di tonache e veli per il corridoio &#8211; dieci pater noster e dieci ave maria, più gloria patri e sicut erat. segue esame di coscienza. vespro. compieta. la preghiera è quasi un dolore fisico. lodi. ritiro in cella, segue esame di coscienza…<br />
Dice che le suore potevano avere contatti col mondo solo attraverso questa cancellata: “Con la benedizione della Correttrice, accompagnate, brevemente e in modo tale che non fosse assolutamente concesso di vederle”.<br />
E’ una frase che non riesco a togliermi dalla testa. Mi ci alzo la mattina, ci convivo, la spezzetto e la ricompongo durante il giorno. Deve essere una roba a effetto che la guida ripete a tutti. Sfilata dal contesto, è inoffensiva, ma è corrosiva, un’ulcera, quando sei lì a fissare quella grata spessa.<br />
Guardo il buio oltre le inferriate, mi ci consumo gli occhi, e penso che forse è quella la felicità perfetta. Deve essere come la prima volta che ti metti gli occhiali e vedi tutto talmente nitido che ti gira la testa. Provo quasi invidia. Persino le vocazioni fasulle e le monacazioni forzate mi sembrano un sollievo rispetto a questo male che ti tiene qui, nessuno escluso, visitatori e pazienti.<br />
Mentre torno in camera di mio padre, mi ripeto che ho fatto la cosa più giusta, che non potevo scegliere posto migliore. Prima del ricovero ci ho pure dormito un paio di notti, tanto per provarlo. Volevo essere sicuro. Ho detto al direttore di trattarmi come gli altri, di servirmi lo stesso cibo, senza fare preferenze. Ho passeggiato nel parco, usato sia il bagno in camera che quello in comune, sul pianerottolo, quello per le urgenze. Ho voluto il nome sulla porta, l’infermiera che mi assistesse ogni momento, il bastone bianco.<br />
In realtà, il bastone qui non serve poi così tanto. E’ un trucchetto per attirare l’attenzione di amici e parenti. E’ la prima cosa che ho imparato. Ci si può muovere per i corridoi con disinvoltura, ci sono segnali acustici dappertutto. Ma non c’è chiasso. Li usano solo le “matricole”, quelli appena arrivati, gli altri conoscono a memoria ogni angolo.<br />
L’unico che non si è ancora abituato è mio padre, ma lui non fa testo, è stato sempre una mosca bianca, anche prima. Non si è mai adattato a niente, a casa, al lavoro. Non ci voleva venire qui, diceva che poteva cavarsela benissimo da solo.<br />
Avevo fatto ristrutturare il suo appartamento, fissare i mobili al pavimento. Il medico era stato perentorio, mai spostare le cose, cambiare troppe abitudini, la ripetitività era essenziale, come per le clarisse &#8211; la guida lo ripeteva sempre, forse perché nemmeno quella le era bastata per restarsene chiusa in convento.<br />
Avevo speso una fortuna in elettrodomestici e sistemi sofisticatissimi, ma lui non li usava, aveva strappato via le spine, diceva che non era mica una femminuccia, che non ne aveva bisogno. Versava il vino nel bicchiere senza controllare mai il livello, aveva macchiato tavoli, divani, credenze. Nonostante il rivelatore di luci sonoro, lasciava tutto acceso, giorno e notte. La donna delle pulizie se ne era andata via dopo ventidue anni di servizio.<br />
“Mosche volanti, vedo delle mosche volanti”, aveva detto una sera.<br />
Eravamo a cena, nessuno gli aveva dato retta, ma io no. Era dall’incidente che lo vedevo strano – un banale cortocircuito, il pulsante dell’ascensore di servizio, quello per i domestici, mai revisionato, che fa contatto, mio padre che resta intrappolato tra le fiamme. La fune che si allenta, un volo di tre piani, quel tonfo attutito da una strettoia, i suoi vestiti che sanno ancora di fumo.<br />
Non andavo a trovarlo tanto spesso, ma le volte che passavo, era come se si inceppasse. Metti su un cd e salta il ritornello o ripete all’infinito lo stesso passaggio; così faceva lui: a un tratto si bloccava scendendo dal letto, o al volante dell’auto, a un incrocio, proprio in mezzo. Era andato a sbattere un’altra volta. Niente di grave, un tamponamento, ma era già il terzo nell’ultimo mese.<br />
Si sedeva a capotavola, prendeva forchetta e coltello e si incantava. Ma con rabbia, milioni di scariche elettriche partivano dalle dita, dalla bocca: friggeva.<br />
Un paio di settimane dopo le mosche erano diventate uno sciame. Se mi fissava a lungo potevo sentirle in faccia. Mi prudeva tutto e più mi grattavo, più aumentava, si ramificava lungo i polsi, le gambe, mi teneva sveglio la notte. Ormai avevo le braccia piene di graffi, striature rosso violacee, non sopportavo neanche il contatto coi vestiti. Mi ricordava quando ero stato operato da piccolo e per togliermi il cerotto mi avevano strofinato a sangue il torace con la benzina.<br />
S. mi portò dal dermatologo che mi diede una terapia. La sua voce era un’eco, non riuscivo a memorizzare niente. E’ sempre stato così, ho una specie di blocco, tutto quello che dicono i medici si cancella automaticamente nell’attimo stesso in cui lo dicono. Il più delle volte esco dal loro studio che non so nemmeno perché ci sono andato. Per questo preferisco farmi accompagnare da qualcuno.<br />
Capii solo che il prurito era una roba psicosomatica. Non avevo niente, era una questione di ansia. Presi le pillole, seguii scrupolosamente la cura, ma mi riempii di macchie, sul palmo della mani, sulle palpebre. Sembrava un violento eritema, una malattia esantematica.<br />
“Sai quello che devi fare”, disse S., spalmandomi la pomata di arnica sulle braccia ustionate.<br />
Smisi di andare a cena da mio padre. Odiavo sedermi a tavola con lui. Mi mandava in bestia sentirlo bere. Era rumoroso, ingordo, mi si chiudeva lo stomaco. E odiavo quel suo modo di parlarti addosso. La voce si sentiva dalla stanza accanto, così ferma, sicura. Per lui il mondo si divideva in vincenti e falliti. Quando andavo al liceo, la domanda di rito era:<br />
“Facciamo una classifica… tra i tuoi compagni, tu a che posto sei? Al primo, vero?”<br />
Anche all’università, non c’era una gran differenza tra un diciotto e un ventinove. Lui si era laureato con due anni di anticipo, aveva vinto una borsa di studio, io ero indietro con gli esami e facevo Lettere e Filosofia.<br />
Mi presentai con S. al cenone di Natale e non fui più invitato. Iniziai a vedere mio padre sempre meno e per meno tempo, ma non miglioravo. Al prurito si era aggiunto un tremolio. Non riuscivo a concentrarmi, era come avere negli occhi un riverbero, gli abbaglianti di un’auto lanciata a duecento all’ora contro di me. Disertare i pranzi non mi aiutava, anzi, provocava una reazione a catena. Avevo troppa rabbia, ed era un rumore di fondo che si attutiva ma non spariva mai completamente. Avevo cominciato a vederle anche io quelle mosche volanti, a imbambolarmi mentre mi radevo.<br />
Era come bere acqua dopo aver svuotato un barattolo intero di peperoncino. Dovevo affrontarlo, sfogarmi, ma su un terreno neutro. Casa sua era contaminata, cominciavo a sentirmi male svoltato l’angolo.<br />
Lo invitai a mangiare fuori. Da me, era escluso, per via di S.. Ero andato ad abitare per conto mio da una decina di anni, ormai, ma non sapeva ancora dove stavo, non lo voleva sapere. Era come se vivessimo in due città diverse, io e lui: Roma e Roma.<br />
Avevo scelto il ristorante dove io e S. eravamo andati a cena la prima volta, ordinato le stesse cose, prenotato lo stesso tavolo. Naturalmente non gli piaceva, come speravo. Il cibo era scadente, il servizio idem, aveva fatto chiamare due volte il cuoco, lasciava tutto nel piatto. Mi ero preparato con cura il discorso, immaginato il momento preciso in cui cominciare; sapevo quando mi avrebbe interrotto e cosa gli avrei risposto.<br />
Avevo scritto su un foglio i punti salienti. Era una specie di elenco, poi mi sarei alzato e sarei andato via, così, di colpo. Mi ero esercitato per tutta la settimana, in bagno, al cinema (ogni volta che partiva la musica), in coda al supermercato. Lo sapevo a memoria.<br />
“Che c’è che non ha funzionato? Non hai avuto il coraggio?”<br />
“No, mi sono distratto”.<br />
S. era rimasto zitto, la bottiglia del porto in una mano, il tappo nell’altra. Avevamo fatto le cose per bene, ricreato la location, buttato giù una specie di canovaccio, ci eravamo persino scambiati le parti. S. mi aveva messo alla prova, era stato feroce: ero troppo gobbo, troppo defilato, troppo aggressivo. Facevo troppe pause, la voce era troppo bassa, troppo trattenuta in gola, troppo mia.<br />
Non sapevo cosa mettermi e avevamo passato il pomeriggio a scegliere il vestito. Per S. dovevamo comprarci qualcosa di nuovo. Aveva svuotato l’armadio e messo i nostri vestiti nei sacchi di nylon. Mi aveva trascinato in centro e aveva dato fondo alla carta di credito. Era anche una necessità, nell’ultimo mese ero aumentato di due taglie. Avevo fatto una cura massiccia di cortisone, per via delle macchie, ma era come se il mio corpo trattenesse tutto, lo conservava per le emergenze &#8211; i polmoni avevano una riserva in più, centellinavo pure l’aria che respiravo. Galleggiavo, accovacciato sulla superficie, rattrappito. Restavo immobile, il più piccolo movimento provocava un maremoto.<br />
S. mi aveva dato un passaggio fino al ristorante. Ero pronto, non dovevo preoccuparmi di niente. Avevamo calcolato tutto, tutto, tranne quello.<br />
Sì, mi ero distratto. Cos’è una distrazione? La tessera mancante, una specie di colpo di scena. Terzo atto. Amleto è nascosto dietro le quinte. Tocca a lui. Ogni sera, quando attacca l’essere o non essere, il pubblico è nelle sue mani, può tenerlo in apnea quanto vuole, ne regola il polso, il respiro. Ma quando entra in scena qualcosa va storto. Polonio gli porge male la battuta, ed è questione di poco, di un paio di consonanti al massimo, ma tutto si congela. La platea è un pozzo nero, una bocca spalancata: Amleto è nel ventre del mostro.<br />
Lo stesso era successo a me. Mi ero seduto, avevo scelto il vino che detestava. Di solito mio padre ordinava, poi metteva giù il menu e partiva col solito terzo grado. Era il mio momento, ero in posizione, pronto a scattare, ma lui si era girato e aveva richiamato il cameriere. Il filetto al pepe verde lo voleva tagliato a pezzetti non troppo piccoli, né troppo grandi: il giusto. Quello aveva alzato lo sguardo dal blocchetto e ci aveva fissato senza espressione; indeciso se farselo ripetere o passare la patata bollente al cuoco.<br />
Aveva mangiato avidamente come sempre, ma c’era qualcosa che stonava. Infilzava la forchetta nella carne con furia, la avvicinava alla bocca e poi esitava, come se quel gesto fosse in anticipo o in ritardo, fuori sinc.<br />
Urtava tutto. Il tovagliolo gli era caduto a terra e non l’aveva raccolto. Quando ci avevano portato la lista dei dolci, mi aveva chiesto di ordinare anche per lui.<br />
S. non ci aveva voluto credere.<br />
“E’ una cazzata, dai, lui che si fida… Te la sei fatta sotto, confessa”.<br />
Avevo detto più o meno la stessa cosa a mio padre quando mi aveva passato il menu. Aveva spento la sigaretta infastidito, si era alzato e si era chiuso in bagno per una ventina di minuti.<br />
Al tavolo di fianco, un ragazzino di dodici anni si tormentava le pellicine delle unghie, del pollice, per esattezza. E più la madre glielo strappava via di bocca, più lui insisteva, ma con calma, soprappensiero. Aveva smesso solo quando la donna aveva chiuso gli occhi, arresa. Non l’aveva fatto apertamente, ma io che gli ero proprio accanto avevo intravisto i denti serrati, le labbra distese in un sorriso di trionfo.<br />
Quando mio padre era tornato, lo avevo pregato di versarmi il vino. Avevo dovuto chiedere al comis di cambiarci la tovaglia e portarmi uno smacchiatore per i pantaloni &#8211; li conservo ancora. Non li mai ho portati in tintoria, li ho piegati con cura e messi nell’armadio. Erano il futuro.<br />
La mattina dopo, avevo notato che la fasciatura sul braccio c’era ancora. Non l’avevo grattata via come facevo ogni notte. La pelle era meno arrossata, i graffi si stavano già rimarginando.<br />
Allora capii. Non era il tempo di esposizione allo stress che mandava in corto circuito i miei nervi e il mio sistema immunitario, ma la qualità dell’esposizione.<br />
Decisi di farlo ricoverare.<br />
E’ un posto famoso, questo, può ospitare solo una ventina di degenti, contro le migliaia di richieste l’anno. Sono stato fortunato, uno dei tanti amici di mio padre è il fratello del direttore. Gli hanno fatto una visita accurata, però, perché qui ci si occupa quasi esclusivamente dei pazienti più gravi, compromessi, senza eccezioni o favoritismi.<br />
L’hanno fatto spogliare, sedere sul lettino, gli hanno fatto ogni genere di analisi. Non era saltato fuori niente, a parte la malattia, s’intende. Il medico era entusiasta, era sano come un pesce, a parte la malattia, s’intende. La verità è che non volevano grane, non volevano ritrovarsi con un degente che in più aveva anche il diabete, o l’ipertensione. Non erano pagati per questo. Non era mica un ospedale, qui il paziente doveva contrarsi su due obiettivi: l’accettazione della malattia e il recupero. Il direttore continuava a ripetere che il novantanove per cento dei dimessi ora aveva una vita normale, forse persino migliore di quella di prima. Sicuramente più serena e autonoma.<br />
“E’ anche colpa dei familiari”, aveva aggiunto, “Che finiscono per compatirli. E questo è un male, il male peggiore. A parte la malattia, si intende”.<br />
Mentre tornavo a casa pensavo a tutti quegli a parte. A quell’un per cento che non ce l’aveva fatta. E se mio padre fosse stato uno dei quelli? In fondo era possibile, no? Le statistiche si reggono su questo, sulle probabilità di successo e insuccesso. S. sosteneva che non era un’eventualità, ma una certezza. Era un uomo abituato a comandare, tanto più adesso, conciato così. Non si sarebbe mai fatto curare.<br />
Gli avevo risposto che non me ne importava niente, che avevo scelto quel posto così fuori mano solo per andarlo a guardare, mio padre, ogni santa domenica; guardarlo e basta, come si guarda un insetto intrappolato in un bicchiere.<br />
“Se vuoi qualche volta ti accompagno”, aveva sussurrato S. portandosi la tazzina di caffè alle labbra.<br />
Lo ricoverarono una paio di settimane dopo la visita di controllo. S. mi aiutò a farlo salire in macchina, da solo non ce l’avrei mai fatta. Non perché si divincolasse o si lamentasse, anzi, se ne restava immobile, a peso morto. Durante il tragitto lo sentivo respirare dietro di me, seduto sul sedile posteriore, e non riuscivo a capire se dormiva o no. Non lo capivo quasi mai, provavo sempre un misto di frustrazione e sollievo.<br />
Una volta l’avevo osservato a lungo, mi ci ero messo d’impegno. Le pupille si dilatavano e si contraevano continuamente, come se tutto il sistema fosse andato in tilt. Ma mi avevano colpito le ciglia. Non le sbatteva mai. Avrei voluto sfiorarle, però avevo paura che se ne rendesse conto e mi ero limitato a guardarlo da molto vicino. In realtà, erano tutt’altro che immobili, anzi, vibravano  impercettibilmente. Erano vive, dei radar: intercettavano il nemico ed elaboravano istantaneamente strategie di attacco e difesa.<br />
Scesi dall’auto e pregai gli inservienti di mostrare la stanza a mio padre. Erano in due, quello giovane si era voltato a guardarmi, era quasi inciampato.<br />
Era la camera più lussuosa, sembrava di stare in un acquario, tutta a vetri. Avevo dovuto aspettare parecchio e pagare un sovrapprezzo, ma ne valeva la pena. Mi spiegarono che faceva parte del chiostro che avevano chiuso e inglobato nella struttura ricavando una decina di stanze. Da lì, la sera, la città era un’aureola, una brace che ardeva tutt’intorno all’ex-convento.<br />
Ero tornato da S. a notte fonda, mi ero infilato a letto e l’avevo scopato come facevo all’inizio, cogliendolo nel sonno, indifeso, premendogli la testa contro il cuscino. Una macchia di saliva si allargava sul lenzuolo, le dita si contraevano, col corpo gli impedivo di liberarsi. Sapevo cosa lo faceva godere, lo spingevo fino al limite, e poi mi fermavo. Così per ore, avevo crampi dappertutto.<br />
S. mi aveva preso in braccio, messo nella vasca, lavato, poi mi aveva avvolto nell’accappatoio e asciugato. Si prendeva cura di me, mi imboccava, mi dava da bere, placava l’arsura insopportabile che avevo in gola.<br />
“Mi ha ricordato l’incendio”, dissi, “La città così luminosa tutto intorno al convento, mi ha ricordato l’incendio…”<br />
“Lo so”, aveva risposto S., accarezzandomi con una specie di sorriso.<br />
Non era andato al lavoro per tutta la settimana, mi aveva tenuto stretto dentro di sé, incollato, ogni volta che avevo voluto.<br />
Quando ero tornato in clinica mi avevano detto che l’infermiera a cui l’avevano affidato aveva avuto un malore e l’avevano dovuta imbottire di calmanti.<br />
E’ capitato anche l’altro giorno, l’ultima che lo assisteva, la più anziana, quella con più esperienza di tutte, ha presentato le dimissioni.<br />
Non prende mai le medicine, si rifiuta di uscire, si veste da solo, guai solo a sfiorarlo, non si rassegna a indossare quella specie di vestaglia che hanno tutti qui dentro. Mette le maglie al rovescio, è imbarazzante. Lo riconosco subito, dal parcheggio. Ha preteso che gli portassero i suoi vestiti, non ha mai disdetto l’abbonamento al quotidiano. Non vuole che lo prenda sottobraccio. Mi cammina accanto. Infila la mano in tasca e a intervalli regolari, mi sfiora la gamba.<br />
Pensa che non me ne accorga, si scusa, finge di avermi urtato. Io lo lascio fare. Non sempre, a volte mi allontano apposta e lo guardo. Mi fa impressione come muove la testa. E’ inclinata quasi impercettibilmente indietro, fissa. Mi ricorda mia sorella che aveva la fobia delle falene. Diceva che la cosa peggiore per lei, era sentirsele in faccia, aveva paura che si impigliassero tra i capelli, le entrassero in bocca.<br />
Così fa lui, chiude tutto e manda avanti il busto. Questo lo fa sembrare più vecchio. E’ la rigidità, l’imprecisione con cui afferra le cose, con cui mangia, beve, si sistema i capelli. Ogni gesto familiare, scontato, è come sbiadito, è solo il riverbero, una copia abbozzata dell’originale. Ed è affamato, raschia il fondo. C’è un gran tintinnare di forchette, di bicchieri sbattuti sui tavoli, sul comodino, conficcati. Il rasoio è una mannaia, un bottone che entra nell’asola è una palla da bowling allo strike. Io sono solo di mezzo.<br />
Quando ho tempo porto con me un po’ di carta intestata. Gli dico che quei biglietti sono dei colleghi, che lo salutano tanto. Lui li chiama vigliacchi. Non si sono dimenticati di lui, è che hanno paura, per questo non vengono mai a trovarlo. Lo temono e così preferiscono scrivergli due righe. Io glieli passo, lui finge di non aver voglia, di non avere con sé gli occhiali e me li fa leggere. Invento, dico la prima cosa che mi viene in mente, resto sempre sul vago. Non lo faccio per sentirmi più buono, per tirarlo su, non mi prendo cura di lui, anzi, gli rammento che ha un debito con me e lo metto nero su bianco. Gli ricordo che è sparito di colpo, che è in quell’attimo preciso in cui automaticamente sbattiamo le palpebre e, senza accorgercene, tutto intorno a noi svanisce per una frazione di millesimo di secondo.<br />
S. sostiene che a volte mi comporto da ragazzino, che esagero e che prima o poi la smetterà di accompagnarmi. Ma prima o poi significa mai, lo so. Lo conosco. Sale in macchina quasi infastidito, armeggia col volume della radio, la cintura di sicurezza, mi racconta dettagli davvero poco interessanti, gli spiccioli della sua giornata. Io lo provoco. Resto zitto e questo lo fa impazzire. Se mi chiedessero un parere su come torturarlo risponderei: “Fissatelo in silenzio, non rispondete mai alle sue domande, mai, fate finta che non esista”.<br />
Così faccio io, ma solo fino al cancello, poi inchiodo, gli metto una mano tra le gambe e gli dico di non rompere, che se vuole scendere è ancora in tempo. Funziona sempre. E’ questo che gli serve, una scusa per sentirsi in salvo: una giustificazione qualunque. Se vuoi andartene di qui, devi proprio volerlo, deve essere una fuga. Mentre attraversiamo il parcheggio, S. mi cammina davanti, poi rallenta, allunga le dita dietro di sé e mi stringe.<br />
Mio padre non chiede mai di lui, non lo saluta neanche, ma sa benissimo che è vicino a me, proprio di fianco, che siamo in tre a sfinire questi corridoi &#8211; una matassa di vene sfiancate, livide. Io lo assecondo, resto zitto, ma quando gli racconto qualcosa, dico noi anche se non c’entra niente.<br />
 S. mi guarda e basta. Prima, invece, tutto questo gli faceva male, aveva usato proprio questa parola: “fa male”. Passavamo giornate intere a consolarci, a urlarci addosso, a fare l’amore ingoiandoci. Lo tenevo dentro di me, mi riempiva. Adesso si addormenta pure, ogni tanto. Mi piace pensare che lo fa per me, in qualche modo, senza dirlo, gratuitamente. Fai la spesa, ti avanza del resto e lo lasci al primo disperato che ti lava il parabrezza. Ecco, deve essere andata proprio così. So cosa prova, fa male anche a me, ed è un dolore a lunga conservazione, che non passa: un riflesso condizionato. E’ un credito con mio padre e non voglio sperperarlo. Metto tutto sottovuoto, in un sacchetto di plastica trasparente perché sia visibile a chiunque.<br />
S. pensa che sono crudele, più crudele di lui. Ha ragione, ma ogni cosa qui dentro è crudele, basta guardarsi un po’ intorno: questi interruttori, i finestroni che sfondano i soffitti, il muro di cinta che costringe una manciata di vecchi in quarantena, filtra i suoni, ti narcotizza. Capita anche a me, perdo tempo e non me ne rendo conto. Ristagno, appoggiato a uno stipite, alla ringhiera del letto, davanti alle foto che adornano l’ingresso: primi piani, gruppi di pazienti, visitatori, persino una scolaresca &#8211; è educativo, pare, mostrare la sofferenza.<br />
Mi piace l’odore di questo posto, che trasuda dagli armadi, dalle lenzuola, e mi piace pensare che lascio anche io un po’ di umore, che lo ritrovo addosso a mio padre quando torno. Mi fa sentire a pieno, lo respiro fino in fondo, il piacere e dolore della perdita, delle cose che finiscono. Un panorama che sbiadisce, lentamente, un grado dopo l’altro, il divano che si sdoppia, si allontana fino a diventare un puntino, una macchia da grattare via insieme a tutto quanto il resto. Il resto di tutto. Dovrebbe arrivare un avviso di sospensione, con tanto di numero utente, intestazione, ed elenco delle fatture insolute, e invece una mattina qualunque ti ritrovi qui, tra le siepi perfettamente squadrate, sottobraccio a una tizia che continua a ripeterti quanto sono lieti di ospitarti e come ti troverai bene. Ad elencarti una serie di attività sempre comprese nel prezzo.<br />
C’è pure un percorso interattivo per amici e parenti, una specie di viaggio ai confini del mondo. Entri in un corridoio molto stretto, le pareti e la moquette nera, i fari sparatissimi. Le luci si affievoliscono lentamente, poi giri l’angolo ed è il nulla.<br />
A un certo punto, ti fanno anche indossare una mascherina e ti portano a spasso nel parco, ti servono il pranzo. Sono molto severi, però, devi compilare un questionario, incontrare uno psicologo, fare dei test.<br />
Mi piace questo rigore, mi fa sentire protetto. E’ come se si sciogliesse un nodo, si ammorbidisse, sto subito meglio. C’è una cura dei dettagli che fuori di qui sarebbe maniacale: dai tovaglioli con le iniziali stampate sopra (ogni paziente ne ha uno diverso e di diverso colore), ai piatti e bicchieri decorati a mano, agli specchi imponenti che abbelliscono ogni stanza.<br />
Mio padre non lo sopporta, dice che si sente sotto naftalina. E’ una reazione normale, poi ci si abitua, anzi, non si può più fare a meno di questo posto. E’ come una seconda pelle, un altro paio di polmoni, braccia e gambe. Si prova dolore, dolore fisico quando si è costretti, per qualunque motivo, ad andar via.<br />
Forse è di questo che ha paura, più che della sua malattia, forse è per questo non ha ancora legato con nessuno. E’ qui da sei mesi e non sa neppure come si chiama il paziente della stanza accanto. Esce solo per la passeggiata pomeridiana. Si fa portare pranzo e cena in camera. Questo lo fa sentire potente, crede di avere più controllo. Ha ricreato quasi alla perfezione la sua camera da letto, il suo studio. Gli stessi mobili, persino la carta da parati.<br />
A casa c’è un buco. Se cerco di visualizzare l’appartamento dei miei, non c’è più un pezzo. Ci vado solo lo stretto indispensabile, per prendere la posta e dare una pulita, ma ogni volta mi fa effetto. Guardo le camere che si affacciano sul corridoio, ed è come se ne mancasse una. E’ un sogno ricorrente. Sento un rumore, cerco di entrare nella stanza ma la maniglia si sbriciola. Oppure precipito giù perché non c’è più il pavimento.<br />
Mi fa pensare a quando fai il trasloco e ti smantellano la casa intorno. O quando non trovi una cosa. Ti sforzi di ricordare dove l’hai messa, vai a ritroso. Fai esattamente quello che fai ogni giorno, ma manca un tassello, qualcosa che è sfuggito al controllo, che hai fatto soprapensiero.<br />
Forse è questo che si prova, che hanno provato tutti qui dentro e che provano ogni santo giorno. Ecco perché consentono ai pazienti di portare solo poche cose, l’essenziale. Anche le camere, le ex-celle, sono molto piccole. A parte quella di mio padre. E’ che io ho oliato le persone giuste, quelle che gli dovevano un favore, che ormai si credevano al sicuro.<br />
E allora quando vengo a trovarlo porto via qualcosa, smonto la stanza pezzo per pezzo. E’ come giocare a Shangai. Lo faccio piano, con cautela, da mesi, ma non sono poi così sicuro che funzioni. Fa finta di niente, si ostina a restarsene rinchiuso, isolato. Mi manda in bestia vederlo così. Mio padre non è per niente una vittima come pensa, mai stato, e invece mi chiama con quel tono lamentoso, che si sfilaccia alla fine, si assottiglia, così falso. Detesto tutte quelle pause che fa quando ti racconta qualcosa. Non lo sopporto. Gli parlo sopra, basta che apra bocca e mi offende, gli parlo sopra, alzo il volume della tele al massimo. Lo facevo anche da piccolo o mi masturbavo da strapparmelo via, seduto sul sedile posteriore dell’auto, proprio al centro, per farmi vedere nello specchietto retrovisore.<br />
Ma qui è impossibile masturbarsi, è impossibile alzare la voce, sbattere la porta. Non mi viene. Ogni volta mi riprometto di farlo, sul serio, ma me ne dimentico. Osservo mio padre, lo osservo bene, a lungo, e penso che è tutto concentrato negli occhi, ingoiato, tutto nello sguardo &#8211; la pietà, l’orrore, il piacere, la vergogna. Penso che i bambini appena nati sono ciechi e allora forse è una rinascita, mi chiedo, forse questo è l’inizio di tutto il dolore del mondo.<br />
E’ un pensiero che scaccio in fretta, insieme ai moscerini attirati dall’uva che marcisce sul tavolo &#8211; tavolo che marcisce sulla moquette, moquette che marcisce sul pavimento, pavimento che marcisce sotto i miei piedi, i suoi, insieme alla finestra, alle pareti, il soffitto. Sono una miriade, passano attraverso la zanzariera, la sfondano. Si chiama istinto di sopravvivenza, questa forza che strappa il libero arbitrio di dosso, lo fa a brandelli, ti riduce al grado zero, proprio come questo posto.<br />
Gli spalmo la crema da barba sul viso e lo osservo riflesso nello specchio, la camicia aperta sul torace bianchissimo, glabro, le mani aggrappate al lavandino. Sembra un oggetto, un soprammobile d’avorio. Io lo spolvero con cura, come se fossi pagato per farlo.<br />
Intingo il rasoio nell’acqua tiepida, guardo il sapone che si raggruma, resta a galla e piano piano mi tornano in mente i pezzi del sogno. Mio padre è in sala d’aspetto, sul divanetto. Sono in ritardo, non mi sento in colpa, eppure invento una scusa ridicola. Mentre la dico, mi chiedo perché la dico, perché ho le mani tutte sporche di pennarello, le gambe leggere. Guardo giù e mi accorgo che per toccare il tappeto devo allungare le punte. Vorrei urlare, invece farfuglio qualcosa che rimbomba nella mia testa così a lungo che fa quasi male.<br />
Lui fa solo: “Scandisci le parole”, solo questo, e l’aria si congela di colpo. E’ ghiaccio secco che ti stacca la pelle dalle dita.<br />
“E poi?”, S. me lo chiede steso sul letto, a pancia in sotto. Scrive sempre i sogni che fa, ha un quaderno apposta, “… Poi che succede? Te lo ricordi?”<br />
Gli faccio segno di sì, e mi rannicchio in mezzo ai suoi gomiti, contro lo sterno. Si china, con le labbra mi sfiora i capelli, lo sento respirare. Ho i brividi fino a metà coscia.<br />
E poi. E poi con uno sforzo immane, uno strappo, scendo giù dal divanetto. Vorrei afferrarlo per la giacca e sbatterlo al muro, ma non ci riesco, mi sfugge. Solo allora mi accorgo che la tappezzeria ha rivestito il lampadario, le maniglie, le piante stinte; che gli si è incollata addosso in modo così aderente che intravedo le narici, le rughe intorno agli occhi, sulla fronte.<br />
Lo racconto a mio padre, non tralascio nessun dettaglio. Lui fa una smorfia, accartoccia le labbra, come se stesse buttando giù un boccone troppo grosso. Quando ho finito, mi siedo sulla poltrona che ha fatto portare da casa e mi addormento. Sogno ancora, non sogno, ne ho una sensazione vaga dietro la testa, all’attaccatura dei capelli. Apro gli occhi. Tutto cede, si disfa, e c’è odore di minestra. Lui sta mangiando, ed è una cosa rivoltante come lascia che il brodo gli coli sul mento. Vuole farmi sentire in colpa, invece lo saluto senza toccarlo e imbocco la porta.<br />
Dò la mancia al guardiano perché mi tenga sempre libero il posto sotto i pini fossili e scaldo la macchina – i fari squagliano il viale d’accesso, il cancello. Di solito, vado via col buio. Mi ci immergo, lo sento addosso. E’ umido, sa di dopobarba.<br />
S. dice che è pericoloso. A me, invece, dà sicurezza. Mi è sempre piaciuto, fin da ragazzino. Portavo fuori il cane infilandomi in strade secondarie, vicoletti. Sembra irreale, stonato, ma il buio in città, quando è buio davvero, è buio pesto. Non mi fa paura, nemmeno dopo l’incidente. Eppure mi sono preso il peggio: quel tizio che spingeva, mi tappava la bocca e che un paio di giorni dopo mi ha telefonato perché sentiva la mia mancanza.<br />
Insomma, dovevano punirci, lui e i suoi amici, darci una bella lezione, e invece alla fine sembrava averci preso pure gusto. Per un po’ mi ha anche seguito. Stavo andando proprio da mio padre. Ha parcheggiato l’auto nel piazzale e mi ha aspettato. Non ha resistito mezz’ora. Quei vecchi devono averlo spaventato. Sono un branco, te li ritrovi addosso senza nemmeno accorgertene. Ti scambiano per qualcun altro, e non tutti lo sopportano, parenti compresi, anzi, soprattutto i parenti stretti.<br />
I primi giorni del ricovero vengono in massa, è una processione. Schiamazzano, cercano di tirargli su il morale a quel marito, padre, madre, fratello a cui, all’improvviso o nel giro di anni, è sparita la casa intorno. Ma non reggono a lungo, durano poco, come una sbornia leggera che passa in fretta. Forse si sentono ridicoli, o forse è come avere tra le mani qualcosa che non si aggiusta. Lo prendi, lo incolli, lo mostri soddisfatto, ma c’è sempre quella crepa, quella frattura, come una ferita che non si rimargina. Appena lo sposti ti rimane in mano un pezzo e sei punto e a capo.<br />
Gli orari di visita sono un sollievo, così ridotti, in mezzo alla settimana, proprio all’ora di pranzo, nel primo pomeriggio. Se vieni a trovare qualcuno, magari dorme, e se non lo vieni a trovare è perché proprio non puoi, perché il lavoro o i bambini da andare a prendere a scuola te lo impediscono. Non è colpa tua, sono gli orari balordi, che non tengono assolutamente conto né delle tue esigenze, né di quelle del paziente. Ma la verità, quella che non si dice, è che quegli occhi chiusi fanno a pezzi tutto, lo sbriciolano, e quando vai via di qui hai in mano quei frammenti piccolissimi, farinosi, che ti restano sotto le unghie, ti entrano nei bronchi e non hai più fiato.<br />
Naturalmente questo non vale per me, non sgarro mai una domenica, che sia Natale, Pasqua, ferragosto. Io vengo qui per riscuotere. Ecco perché mi fermo così a lungo &#8211; ore, minuti, millesimi di secondi, apnee, crampi &#8211; ; da quando aprono i cancelli a quando chiudono a chiave le camere. E’ per precauzione, dicono, per il bene dei pazienti. Sono loro stessi a chiederlo. Non subito, dopo qualche mese, quando capiscono di respirare al rallenti, fuori della loro stanza.<br />
Esco. Attraverso il piazzale. La cancellata disegna delle ombre nette, squadrate sul cemento &#8211; io sono un’imperfezione, uno scarabocchio.<br />
Salgo in macchina, allaccio la cintura di sicurezza. In genere resto ben oltre l’orario di visita, ma ormai nessuno fa più caso a me, addetti, infermieri, degenti. Mi lasciano fare un po’ quello che voglio, perché mio padre è un grosso ematoma, proprio sotto lo sterno, e io mi sto curando.  </p>
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