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	<title>Flavio Santi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La primavera tarda ad arrivare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jul 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[friuli]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Gianni Biondillo Flavio Santi, La primavera tarda ad arrivare, Mondadori, 2016, 306 pagine Ora che anche un ottimo poeta come Flavio Santi s&#8217;è messo a scrivere gialli, le certezze granitiche di una certa critica paludata che ragiona a compartimenti stagni inizieranno a vacillare. Io, ovviamente, non ci trovo nulla di strano che un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-68950" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/furlan.jpg" alt="" width="350" height="490" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/furlan.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/furlan-214x300.jpg 214w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><strong>Flavio Santi, <i>La primavera tarda ad arrivare</i>, Mondadori, 2016, 306 pagine</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Ora che anche un ottimo poeta come Flavio Santi s&#8217;è messo a scrivere gialli, le certezze granitiche di una certa critica paludata che ragiona a compartimenti stagni inizieranno a vacillare. Io, ovviamente, non ci trovo nulla di strano che un poeta scriva un romanzo, per lo più “di genere”. Se esiste una peculiarità del “giallo” italiano sta nell&#8217;attenzione allo scenario dove muovere i personaggi piuttosto che alla macchina inesorabile della trama. Un&#8217;indagine, da noi, è soprattutto una scusa per raccontare un territorio. Santi lo ha fatto con le sue poesie dialettali e, in continuità, lo fa ora con <i>La primavera tarda ad arrivare</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Protagonista del primo capitolo di quella che si prefigura già come una serie, è Drago Furlan. Poliziotto bonario, dall&#8217;indole contadina, che passa più tempo in osteria a chiacchierare con gli amici che in commissariato; quarantenne bamboccione, eterno fidanzato che vive ancora con la madre; tifoso accanito dell&#8217;Udinese e goloso seriale di frico e polenta. Drago non è esattamente il ritratto del ruvido sbirro contemporaneo. Per lui già andare a Udine è come perdersi in una metropoli. Un ispettore (neppure commissario) che non vede un morto da almeno vent&#8217;anni, passati in gran parte a coltivare pomodori. Fino ad oggi, fino al ritrovamento fortuito del cadavere di un anziano, freddato con un colpo di pistola in mezzo alla fronte.</p>
<p align="JUSTIFY">Santi racconta l&#8217;indagine, e di conseguenza il Friuli, con una scrittura lieve, scanzonata, a tratti pop. Eppure mai superficiale. In realtà, sotto pelle, non ostante l&#8217;apparente leggerezza, tutto il libro appare come un accorato canto d&#8217;amore e di nostalgia. Furlan magia e beve di continuo come a stimolarci gusto e olfatto, sensi primari che ricollegano al territorio, ai suoi prodotti, alla sua storia millenaria. È come se Santi volesse farci tornare ad un Friuli che forse non esiste più. E che forse per questo continua ad esistere, nelle sue parole.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione<em> numero 9 del 1 marzo 2016</em>)</p>
<p align="JUSTIFY"><em>p.s.</em> questa recensione è dello scorso anno, nel frattempo è uscito un secondo volume dell&#8217;Ispettore Furlan: <em>L&#8217;estate non perdona</em>.</p>
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		<title>Aspettando Superman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2013 07:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[comics]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[fumetto]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[Supereroi]]></category>
		<category><![CDATA[Superman]]></category>
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					<description><![CDATA[(ancora indecisi sul libro da regalare a Natale? Senza ombra di dubbio Aspettando Superman di Flavio Santi, pubblicato da Gaffi.  Una &#8211; come scritto nel sottotitolo &#8211; &#8220;storia non convenzionale dei supereroi&#8221;. Saggio colto e pop, divertente e profondo. Di seguito l&#8217;autore ci regala un capitolo e noi qui lo ringraziamo di cuore. G.B.) I [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Copertina-F.Santi_.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47218" alt="Copertina F.Santi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Copertina-F.Santi_.jpg" width="338" height="490" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Copertina-F.Santi_.jpg 338w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Copertina-F.Santi_-206x300.jpg 206w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" /></a>(<em>ancora indecisi sul libro da regalare a Natale? Senza ombra di dubbio</em> Aspettando Superman <em>di Flavio Santi, pubblicato da Gaffi.  Una &#8211; come scritto nel sottotitolo &#8211; &#8220;storia non convenzionale dei supereroi&#8221;. Saggio colto e pop, divertente e profondo. Di seguito l&#8217;autore ci regala un capitolo e noi qui lo ringraziamo di cuore.</em> G.B.)</p>
<p style="text-align: left;"><strong>I soliti noti: il supereroe italiano</strong></p>
<p>di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p align="right"><em>Forse il supereroismo era una specie di tossina, come uno steroide, che obbligava il corpo a pagare un prezzo punitivo</em>.</p>
<p align="right">Jonathan Lethem</p>
<p>Il fatto che una recente indagine riferisca che si preferiscono i personaggi del pacioso Carosello a quelli di Hollywood la dice lunga sul bisogno di eroi nell’immaginario italico. Figuriamoci di supereroi.</p>
<p>Lo canta molto bene Zucchero Sugar Fornaciari: «Non credo ai supermen».</p>
<p>È tipico dei popoli a sangue caldo, dei paesi mediterranei in cui prevalgono canicola e accidia avere degli eroi spesso a regime minimo, in furbesco stand-by, pigramente cialtroni e astutamente imbonitori.</p>
<p>Prendete uno dei nostri eroi per eccellenza, il prode Giuseppe Garibaldi: è l’esempio perfetto. Lui che aveva la «divina stupidità dell’eroe» secondo il poeta inglese Alfred Tennyson. Lui che fu un abile promotore (e manipolatore) della propria immagine, arrivando a paragonarsi a Gesù Cristo. Lui che incarnava al meglio un certo spirito esibizionistico e cialtronesco (un ministro francese disse che sembrava «un vecchio comico», e Karl Marx – non un monarchico quindi – vide nel personaggio una certa dose di «deplorevole imbecillità»). Lui che fu forte con i deboli e debole con i forti (quell’Obbedisco del dispaccio da Bezzecca, di cui tanto si va fieri, è un atto di grande conformismo, ammettiamolo). Ma sopratutto lui che alla fine abbracciò il compromesso: voleva l’Italia repubblicana e la servì monarchica su un piatto d’argento (che è come dire voglio bianco ma ottengo nero). Dire che da quel gesto al fascismo il passo è breve forse è fare ardita fantapolitica, eppure qualche elemento di protofascismo si nasconde: nel 1849 Garibaldi venne eletto all’Assemblea romana con dei brogli, aiutato illegalmente dai suoi garibaldini; nel 1862 Garibaldi organizzò bande armate di cittadini sul modello degli antichi <i>fasci</i> romani; arrivò a dire che «A volte bisogna forzare la libertà del popolo per il bene futuro»; un ex commilitone gli scrisse: «Non sei l’uomo che credevo, ti sei posto sopra il Parlamento, oltraggiando i deputati che non la pensano come te; sopra il Paese, guidandolo secondo i tuoi desideri»; i seguaci lo chiamavano «Il Duce». Non è poi un mistero che Mussolini si sentisse una specie di secondo Garibaldi. Se fin da subito l’Italia fosse nata – come doveva del resto – repubblicana e mazziniana, chissà&#8230; Che i Savoia fossero dei re travicelli lo si sapeva, e gli italiani lo scopriranno amaramente all’indomani della Marcia su Roma. Ma nei frangenti decisivi Garibaldi fu più travicello di loro. Insomma, l’intuizione di Piero Gobetti di un «Risorgimento senza eroi» è plasticamente vera.</p>
<p>E andando ancora più indietro nel tempo che dire di Pietro Micca? In sostanza un incapace assurto ai più inaspettati onori civili, insignito di fulgide statue bronzee. Nel pieno rispetto della famigerata legge di Peter che vuole che in una gerarchia ogni membro raggiunge il proprio livello di incompetenza. Nella gerarchia degli eroi italiani essere un non-eroe è il culmine della carriera&#8230; (questo spiega molte cose dell’attuale decadenza del nostro Paese). Per chi non si ricordasse la sua storia esemplare, nella notte tra il 29 e il 30 agosto 1706 Torino è sotto assedio da parte dei francesi, le forze nemiche riescono a entrare in una galleria sotterranea della Cittadella, uccidono le sentinelle e cercano di sfondare una delle porte che conduce all’interno. Pietro Micca è di guardia a una delle porte insieme a un commilitone. I due soldati sentono dei colpi di arma da fuoco e capiscono di non poter resistere a lungo, così decidono di far scoppiare un barilotto da 20 chili, posto in un anfratto della galleria, per provocare il crollo della stessa e bloccare il passaggio alle truppe nemiche. Non potendo utilizzare una miccia lunga perché avrebbe impiegato troppo tempo per far esplodere la polvere da sparo, Micca decide di usare una miccia corta, conscio del rischio che correva. Allontana quindi il compagno con una frase che sarebbe passata alla storia: «Alzati, che sei più lungo d’una giornata senza pane», e senza esitare dà fuoco alla miccia, cercando poi di mettersi in salvo correndo lungo la scala che porta al cunicolo sottostante. Viene travolto dall&#8217;esplosione e il suo corpo scaraventato a una decina di metri di distanza. Muore da eroe. Sicuri? A quanto pare no: semplicemente Passepartout, questo il suo nome di battaglia, aveva calcolato male la lunghezza della miccia. (E ci pensate com’è beffardo il destino? Nel suo stesso cognome portava la causa della propria morte: Micca è una “miccia” più breve, senza la “i”!) A essere asini in matematica si rimediano onori eterni… Oppure, secondo la spassosissima versione di Umberto Eco nell’<i>Intervista</i> <i>con Pietro Micca</i>, qualcuno ai piani alti aveva risparmiato sulla qualità della polvere da sparo e della miccia: «tanto chi ci rimétte le pénne è il Micca Piètro […] Perché léi crède che l’erôe sia una profesione col diplôma? Guardi che con lo stato in cui erano le polveri e la lunghéssa delle micie chiunque sarébbe môrto da erôe lo stésso, sa?».</p>
<p>E il brigante calabrese Giuseppe Musolino, il re dell’Aspromonte?<b> </b>Attivo alla fine dell’Ottocento, commette una serie di omicidi, si dà alla latitanza, viene infine catturato nelle Marche in modo rocambolesco: fuggendo inciampa nel filo di ferro di un filare di viti. «Quello che non poté un esercito, poté un filo» commenta in stretto dialetto calabrese. Il processo, celebrato nel 1902, è un evento mediatico, seguito dalla stampa italiana e internazionale. Musolino pronuncia una celebre autodifesa: «Se mi assolveste, il popolo sarà contento della mia libertà. Se mi condannaste, fareste una seconda ingiustizia come pigliare un altro Cristo e metterlo nel tempio». Viene condannato all’ergastolo, per poi essere trasferito gli ultimi anni di vita nel manicomio di Reggio Calabria. Ma chi è stato davvero? Un ribelle vendicatore dei poveri del sud alla Ernani, il portabandiera anarchico delle lotte presocialiste, oppure uno spaccone di paese, un paranoide sbandato e irresponsabile? Achille Beltrame lo dipinse in una delle sue famose tavole della <i>Domenica del Corriere</i>. Giovanni Pascoli, ammirato, gli dedicò una poesia incompiuta:</p>
<blockquote><p>O fragor d’acqua che scorre</p>
<p>buia, e che gemea ai piedi di un errante</p>
<p>piccolo e solo, mentre per forre</p>
<p>silenziose, sotto rupi infrante,</p>
<p>lungo gli abissi</p>
<p>saliva ai monti, a dare pace, oppure</p>
<p>l’oblio della notte eterna!</p></blockquote>
<p>E che dire del film del 1950 con il grande Amedeo Nazzari nei panni del brigante e Silvana Mangano in quelli della bella fidanzata Mara? Ne esce fuori il ritratto romantico di un eroe contadino, puro e semplice.</p>
<p>Ancora oggi in Calabria non hanno dubbi: «lu briganti Giuseppi Musulinu» è un eroe, un autentico mito. Peppinu non si discute, <i>’ndi capimmu</i>?</p>
<p>Siamo nei paraggi del cosiddetto «eroismo delinquente» alla Corrado Brando, il protagonista della tragedia di D’Annunzio <i>Più che l’amore</i>. La pièce messa in scena nel 1906 con il celebre Ermete Zacconi fu un autentico fiasco: racconta di Corrado Brando, un «Ulisside», una specie di superuomo esploratore che desidera tornare in Africa, e pur di farlo arriva a uccidere. Questo sembra il destino incancellabile dei nostri eroi: macchiarsi, prima o poi, di qualche colpa che ne oscura il profilo.</p>
<p>Per trovare degli eroi senza macchia non resta che rivolgersi alle pagine del nostro «padre degli eroi» per citare la famosa biografia di Giovanni Arpino e Roberto Antonetto, Emilio Salgari: Sandokan, Yanez de Gomera, il Corsaro nero, Capitan Tempesta, Testa di pietra ecc.</p>
<p>Certo, ogni tanto qualcuno in carne e ossa appare: prendete il mitico asso dell’aria, l’«asso degli assi» Francesco Baracca (famoso perché la sua insegna sulla carlinga dell’aereo, il cavallino rampante, diventerà il simbolo della Ferrari). Un intrepido pilota, morto a soli trent’anni, un autentico cavaliere, con una precisa etica: «è all&#8217;apparecchio che io miro» era solito dire «non all’uomo». Dopo aver abbattuto un aereo, poteva capitare che atterrasse per sincerarsi che il nemico fosse sano e salvo e congratularsi con lui per il bel combattimento. La sua specialità era la caccia: la tattica preferita l’attacco dall&#8217;alto, sfruttando la propria eccezionale abilità nella manovra dell’aereo e delle armi di bordo. Nella sua folgorante carriera abbatte trentaquattro aerei nemici, l’ultimo della serie il 15 giugno 1918. Il 19 giugno esce al tramonto con altri due aerei della squadriglia per un’azione di mitragliamento a volo radente sul Montello, ma a un certo punto il suo Spad precipita in fiamme. L’equipaggio di un biposto austriaco sostenne di averlo abbattuto, mentre gli italiani dissero che era caduto vittima di un colpo sparato da terra da un ignoto fante. A quasi cento anni dalla sua morte, le circostanze della fine del più grande pilota da caccia italiano della Prima guerra mondiale sono ancora avvolte nel mistero.</p>
<p>A ognuno il suo: da Musolino a Mussolini.</p>
<p>Benito Mussolini si pone come gaglioffo supereroe, mima espressioni da Arsène Lupin, non perde occasione per celebrare la propria prestanza fisica, mascella e petto all’infuori. Postura che già nell’antichità caratterizzava l’uomo superiore («incedeva maestosamente col capo indietro e il petto in fuori» dice il greco Luciano di un tiranno) e che, in epoche più recenti, ricorda Superman.</p>
<p>Vedere per credere.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Superdux.png"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-47214" alt="Superdux" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Superdux.png" width="461" height="235" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Superdux.png 461w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Superdux-300x152.png 300w" sizes="(max-width: 461px) 100vw, 461px" /></a></p>
<p><b> </b>Del resto Mussolini era un assiduo consumatore di romanzi popolari, come testimonia l’amante e biografa Margherita Sarfatti all’inizio del suo <i>Dux</i>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Una copia dei <i>Miserabili</i> in pessima edizione italiana, stampata fitta su due colonne, unta e slabbrata, portò Jean Valjean, Cosetta e Monsignor Vescovo a vivere nella cascina di Doria, tra le figure familiari di quest’infanzia. Occhi grandi sbarrati, il bambino ascoltava i loro casi letti ad alta voce nella stalla.</p>
</blockquote>
<p>La passione è così forte che ne scrive anche uno: <i>L’amante del cardinale. Claudia Particella</i>, pubblicato a puntate sul giornale socialista <i>Il Popolo</i> nel 1910. È la torbida storia d’amore tra il principe-vescovo Emanuele Madruzzo e la cortigiana Claudia Particella, nella Trento controriformista del Seicento. Ecco, immaginate se lui avesse continuato a scrivere romanzi d’appendice e Hitler a dipingere acquarelli… Magari l’uno avrebbe potuto anche illustrare i libri dell’altro…</p>
<p>Mussolini è a tal punto imbevuto di cultura popolare che queste sue parole sembrano anticipare la comparsa dei moderni supereroi: «Solo il mito dà a un popolo la forza e l’energia di forgiare il proprio destino». Una frase del genere sarebbe perfetta per commentare Superman. Oppure una formula come «Molti nemici molto onore» è il perfetto presupposto per il <i>supervillain</i> che contrasta il supereroe. Proprio così si pone Mussolini: un supereroe mitico, esito ultimo dell’immaginario popolare, che combatte acerrimi nemici per il bene degli italiani.</p>
<p>Nella raccolta <i>Man and cartoons</i> lo scrittore americano Jonathan Lethem ci dà il ritratto impietoso di un supereroe fallito, Super Goat Man (vale a dire Super Uomo Capra):</p>
<blockquote><p>Non solo era invecchiato, ma si era anche rimpicciolito: forse non arrivava nemmeno al metro e cinquanta. Era come al solito a piedi scalzi, e portava un pigiama di mussolina bianca, con i bordini viola. Sulle ginocchia i pantaloni del pigiama erano macchiati di fango. Mentre entrava nella stanza, sgusciando in mezzo a noi che stavamo lì coi cocktail in mano, capii rapidamente il motivo delle macchie: il suo passo esitante cedette, e per un attimo cadde a quattro zampe. Lì, a terra, si scrollò quasi come un cane bagnato. Poi si rialzò sulle gambe da paralitico.</p></blockquote>
<p>Super Goat Man come i nostri supereroi rigorosamente made in Italy: nel 1968 esce <i>Vip. Mio fratello superuomo</i> di Bruno Bozzetto, film d’animazione che racconta della stirpe supereroica dei Vip. A un certo punto Baffovip, ingannato dalla scritta “Supermarket”, sposa una commessa, per niente super; dall’unione nascono Supervip, supereroe muscoloso e invulnerabile, e Minivip. Minivip però ha un corpicino fragile, vulnerabilissimo, occhiali da nerd e due piccole ali insignificanti che lo sollevano al massimo a mezzo metro da terra. Ma Minivip, per quanto fantozziano (Fantozzi nasce lo stesso anno, non a caso), riesce a sventare il folle piano di Happy Betty, proprietaria della catena di supermercati HB, che vorrebbe trasformare i clienti in automi, e conquista anche l’amore di Nervustrella. Interessante notare come il personaggio di Supervip – di cui in effetti sfugge l’utilità nella logica complessiva del film – sia stato voluto dai produttori americani: in origine l’unico personaggio doveva essere Minivip. Ma per gli americani un supereroe <i>loser</i> è inaccettabile.</p>
<p>Nel 1969 è la volta di Paperinik: forse non tutti sanno che si tratta di un personaggio italiano, e diversamente non poteva essere, vista la nostra idea di un eroe sempre un po’ indolente e incapace. La figura di Paperino è ideale.</p>
<p>E che dire di Superciuk di Alan Ford? In un paese di evasori fiscali un panzone che come arma segreta ha l’alito di un pessimo barbera, ruba ai poveri per dare ai ricchi è perfetto. Siamo nel 1971.</p>
<p>E Rat-Man? Solo noi italiani potevamo pensare a un ratto come supereroe. Non solo: Rat-Man risulta tra i personaggi più amati dal pubblico dei fumetti. Nato nel 1989, è la negazione totale del supereroe, brutto, sgorbio e senza poteri. Ma tanto simpatico.</p>
<p>E per venire ai nostri oggi, fateci caso: Silvio Berlusconi sembra Clark Kent. Berlusconi è il Clark Kent della Brianza. Vedere per credere.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/superberlu.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-47215" alt="superberlu" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/superberlu.png" width="333" height="181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/superberlu.png 333w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/superberlu-300x163.png 300w" sizes="auto, (max-width: 333px) 100vw, 333px" /></a></p>
<p>Berlusconi è l’uomo di titanio che sfida i mostri del comunismo. Si pone come una sentinella. Come un supereroe. (Ricordate i Fantastici Quattro che nel primo episodio devono battere i russi nella conquista dello spazio? O Iron Man che opera in piena guerra del Vietnam? Berlusconi fa lo stesso, soltanto con qualche decennio di ritardo…) Il «ghe pensi mi» è la versione brianzola della fuga nella cabina di Clark Kent.</p>
<p>Anche Berlusconi è un supereroe. È il «superleader» per usare la formula di Federico Boni. Eugenio Scalfari precisa: «quel corpo trasuda energia, ottimismo, capacità taumaturgiche, muscolatura mentale, umori, buona fortuna, sicurezza».</p>
<p>Del supereroe possiede alcune caratteristiche. Intanto il costume: spesso sfoggia una mantella, che gli era valso il titolo di «Cavaliere mascarato» da parte di “Striscia la notizia”. Altro elemento imprescindibile sono i vari copricapi, dalla bandana al colbacco, a seconda degli scenari operativi; la villa di Arcore è il suo quartier generale; il biscione di Mediaset il suo iconogramma inconfondibile; Letta il suo fido <i>sidekick</i>; stuoli di donne lo adorano; possiede superpoteri – di tipo economico e mediatico, dici niente. Inoltre, fedele alla linea supereroica classica, propone «soluzioni impossibili per problemi insolubili»: si va dall’abolizione dell’Imu e di balzelli vari alla creazione di milioni di posti di lavoro, passando per ponti di Messina e mirabolanti interventi mai visti (all’Aquila ne sanno qualcosa).</p>
<p>Con i precedenti supereroici che abbiamo visto (Minivip, Paperinik, Superciuk, Rat-Man), non stupiamoci del successo di Berlusconi.</p>
<p>Ma Berlusconi non è il solo. Tra le fila dei nostri supereroi ruspanti come non annoverare Roberto Calderoli? Che del gesto del supereroe per eccellenza si è appropriato. Il momento è solenne: il 15 febbraio 2006 durante un’intervista televisiva al Tg1 il politico mostra una maglietta raffigurante una caricatura di Maometto. Il gesto, da supereroe nell’ottica dell’allora ministro delle Riforme, suscita aspre reazioni, soprattutto in Libia, con la protesta davanti al Consolato di Bengasi. Calderoli si deve dimettere – la sua carriera da supereroe dura proprio poco.</p>
<p>Anche qua, la migliore dimostrazione è visiva.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/supercalde.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-47216" alt="supercalde" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/supercalde.png" width="374" height="178" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/supercalde.png 374w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/supercalde-300x142.png 300w" sizes="auto, (max-width: 374px) 100vw, 374px" /></a></p>
<p>Ed ecco cosa dice Maurizio Crozza di Mario Monti in uno dei suoi seguitissimi sketch a <i>Ballarò</i>: «Un anno fa sembrava un supereroe, adesso quando passa c’è gente che finge di parlare al telefono».</p>
<p>Come ricorda George Bernard Shaw «il bisogno del Superuomo è [&#8230;] un bisogno politico». Il vero politico dovrebbe essere davvero una sorta di supereroe – della moralità, della giustizia, della sobrietà. Purtroppo a noi italiani, visti i precedenti, toccano più che altro dei Super Uomini Capra.</p>
<p>E non va certo meglio se ci spostiamo nella vicina Spagna. Anche i cugini iberici rimangono decisamente ai nostri livelli quanto a gestione cialtronesca degli eroi. L’esempio più clamoroso è quello di Rodrigo Díaz de Vivar, il celeberrimo Cid Campeador (1043-1099), l’eroe nazionale dell’identità castigliana e della <i>Reconquista</i>: ebbene il Campione (questo significa Campeador) altri non era che un sanguinario masnadiere. Nella battaglia di Golpejera vince con il sotterfugio, violando gli accordi. Ad Alcocer massacra la popolazione inerme. Entrando a Valencia il 15 giugno 1094 si appropria di tutti i beni gestendoli a suo uso e consumo. Uccide gli uomini più giovani, per evitare che si riorganizzino. Non rispetta gli accordi presi per la resa della città, così tortura il <i>qadi</i> Ibn Jahhaf – a cui aveva promesso, fra l’altro, di lasciare il governo della città – per farsi dire dove si trova il tesoro di re al-Qadir. Poi lo uccide in un modo che sconvolge anche i suoi più stretti collaboratori: Ibn Jahhaf viene sepolto fino alle ascelle in un fossato e bruciato vivo. Il celebre teologo Alvaro Pelagio lo accusa di essere senza scrupoli e di pensare solo ai propri interessi.</p>
<p>Simbolo ambiguo, fu ammirato anche dal Generalissimo Franco, che sostenne il film del 1961 di Anthony Mann con Charlton Heston nei panni dell’eroe.</p>
<p>«Non è un crociato, né un valoroso cavaliere. È un bandito», così la studiosa Lucy Hughes-Hallett.</p>
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		<title>Aspetta primavera, Lucky</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 08:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Bianciardi]]></category>
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					<description><![CDATA[[mercoledì prossimo, il 26 gennaio, verrà pubblicato per le Edizioni Socrates il nuovo romanzo di Flavio Santi. Ve ne anticipiamo qui il capitolo XXVI. G.B.] Di notte c’è una pace meravigliosa di Flavio Santi A volte di notte faccio una pausa per lo spuntino di mezzanotte. E penso. Penso alle cose a cui non ho [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Copertina_aperta.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Copertina_aperta-300x201.jpg" alt="" title="Copertina_aperta" width="300" height="201" class="alignleft size-medium wp-image-37884" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Copertina_aperta-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Copertina_aperta.jpg 700w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> [<em>mercoledì prossimo, il 26 gennaio, verrà pubblicato per le Edizioni Socrates il nuovo romanzo di Flavio Santi. Ve ne anticipiamo qui il capitolo XXVI.</em> G.B.]</p>
<p><em><strong>Di notte c’è una pace meravigliosa</strong></em></p>
<p>di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p>A volte di notte faccio una pausa per lo spuntino di mezzanotte. E penso. Penso alle cose a cui non ho tempo di pensare di giorno. Stavolta penso alla trasmissione televisiva di Tano Dere, il <em>Tano Show</em>, e mi assalgono pensieri omicidi. Per fortuna durano poco, il tempo di spalmare lo stracchino su un pezzo di pane secco e di adagiarvi sopra qualche fetta di prosciutto scaduto.<br />
Ecco, mi dico, la tivù non è mica questo grande circo sempre ubriaco di sé, come da bravo provinciale mi immaginavo: in fondo ci sono un palco, delle lampade, delle telecamere. È un po’ come stare nella sala d’aspetto di un dentista, tutto qui. Tutto qui? Un’immagine: le labbra di Tano Dere che leggono una pagina proprio di Luciano Bianciardi. Labbra pallide che scandiscono suoni vitali, essenziali: “Le domeniche più difficili direi che fossero quelle sotto fine mese, quando non ci restavano nemmeno sessanta lire per comprarci una coppia d&#8217;uova, e qualche volta ci toccò andare a letto senza cena”. Si parla della <em>Vita agra</em>. <span id="more-37883"></span>Conoscere la storia da simili labbra è come andare a conoscere l’amore al bordello. Inutile dire che tutte le mie perplessità sui libri come mezzo di espressione inadatto si centuplicano di colpo. Intuisco di aver vissuto in questi anni in compagnia di un cadavere: se la letteratura è questa medusa molliccia incapace di imporsi moralmente, socialmente, mentalmente, di chi è la colpa? Della scuola? Degli scrittori italiani? Oddio, comincio a ragionare come Tano Dere? Lui, nella sua incredibile rozzezza, ha però smosso un macigno, ammettendo candidamente di non leggere un libro da almeno trent’anni, lui che con i libri ci campa, in fondo, in tivù. Se per un momento mi dico che non è vero, che fanno molto, i libri, in questo nostro povero Paese, mi viene in mente Stendhal quando paragona la carriera militare del protagonista Fabrizio Del Dongo a uno scoiattolo in una gabbia rotante: molto movimento per non procedere mai. Cazzo, ma è l’immagine che ha usato con me Adamantino Pollastri al telefono tempo fa. Tutto torna. Gli indiani d’America sopravvivono nelle riserve: ma chi ha mai visto un indiano candidarsi alla Casa Bianca? È la stessa condizione che vivono i libri: pietosa sussistenza, al di fuori di tutti gli apparati che contano davvero.<br />
Dopo la performance del comico di turno, tale Jack Scovolone, ho capito: ho sbagliato tutto nella vita, vivrò povero, morirò povero, e pensare – mi dico – che con un solo grammo del mio cervello, se volessi, potrei diventare ricco. Come Jack Scovolone. Persona intelligente, non c’è dubbio, che ha capito che semplificando all’osso e involgarendo lo schema classico dell’epigramma, l’<em>Erwartung</em> e l’<em>Aufschluss</em>, poteva fare i soldoni. Mi viene in mente la battuta di Orson Welles in<em> Citizen Kane</em>: “Se uno ci tiene, fare i soldi non è poi così difficile”. Mah, sarà. Certo, io ho scelto una strada in salita, che sarebbe la più naturale e umana in fondo: quella della dignità. Personale e altrui. La strada del senso critico, in una società dove la veglia è rimpiazzata da un continuo sogno ingannatore. La strada più naturale e umana, che proprio per questo diventa la peggiore. Mah.<br />
“Alzati” mi dico più di una volta durante il <em>Tano Show</em>. “Alzati e vattene” e nella variante sadica: “Alzati e prendilo a schiaffi”. Non lo faccio perché il tutto verrebbe spettacolarizzato e mi sfuggirebbe di mano: non voglio mica diventare un nuovo Sgarbi io. Succederebbe esattamente come mi ha detto Danilo Capsula tempo fa: “Anche la tua solenne incazzatura, te la renderanno un brand, un marchio. E tu sarai l’incazzato a vita, capisci?!? Che beffa.”<br />
Per fortuna la trasmissione non è eterna come la mia pena. Così, dopo l’esibizione di un nuovo gruppo pop-surf-glam-shock-porno-rock, il cui nome Tano Dere storpia clamorosamente (Tano, la e finale in tedesco si pronuncia&#8230;), alle sei e mezzo il circo finisce. Le gabbie vengono riaperte e le scimmiette di turno ritornano dentro. Alla fine Tano Dere sembra soddisfatto. Anche con sto cavernicolo qua, penserà (legge ancora i libri, povero scemo), non è andata poi così male.<br />
Saluto chi devo salutare ed esco. Arriva il taxi. Non penso a niente. Il treno è alle sette e mezzo. Il tassista si lamenta del traffico, lo assecondo: “E già, non si sa mai che cosa ha in testa la gente”. Veramente ho capito che cosa ha in testa la “gente”: merda. E il primo spalatore l’ho avuto davanti a me per 80 minuti. Merda fumante. A badilate. A secchiate. Dentro il cervello.<br />
Peccato solo non aver potuto parlare con Tano Dere di quell’idea. Quale idea? Ma sì, il Grande Fratello degli scrittori. Avevo già pensato a tutto. Location, un cascinale in Umbria, rustico ma di gran classe. Un paio di gnoccolone possibilmente al loro primo libro, e possibilmente dalle chiome rosse e ribelli o nere e corvine, finto ingenue, molto propositive e volitive. Dinamite pura. Poi uno scrittore belloccio. Uno grassoccio. Uno smaliziato. Uno scemo (o schizzato o ingenuo o entusiasta, a seconda delle preferenze). Un po’ del nord. Un po’ del sud. Uno delle isole, sardo o siciliano, basta che sia tremendamente snob e spari cazzate. Prove della settimana: scrivere un racconto, un’intervista immaginaria, un poema in prosa, una sceneggiatura, un po’ su quel che si vuole, inquietudine, solitudine, amore, morte, le cose classiche insomma. Il pubblico da casa vota, si vince naturalmente la pubblicazione con un grosso editore, tipo la Gran Topa, con tour promozionale <em>all inclusive</em>.</p>
<p>Poi, come in una mano di poker del pensiero, passo. E penso ad altro.<br />
Nella vita non riesci ad adattarti?<br />
Questione di bioadesività.<br />
Cioè?<br />
Bisogna aderirvi.<br />
Ah.<br />
Veramente, più che un pensiero sembra uno slogan, un jingle pubblicitario, ma in un mondo dove tutto quello che sappiamo l&#8217;abbiamo imparato dalla tivù i pensieri, in fondo, non sono altro che la pubblicità dei nostri sentimenti. A questo siamo ridotti.<br />
Comunque questo spiega tante cose: se mi trovate particolarmente acido e bilioso, dovete accusare questi tempi malsani e non certo me. Sono anni tossici e non riesco ad aderirvi molto bene appunto. Raf cantava <em>Cosa resterà di questi anni Ottanta</em>, e la risposta non era certo lusinghiera (vado a memoria, anni bucati, dunque eroina, bugie, amori violenti, pubblicità, follia, sentimenti veloci come spray). Se io mi mettessi a cantare <em>Cosa resterà di questi anni Duemila</em>, a parte che stonerei come una campana, comincerei adesso e finirei domani mattina sul tardi, tra brutture, ipocrisie, falsi profeti, intelligenze a tavolino, sorrisi di consenso, mediocrità dilagante, gratificazioni a pioggia, appiattimento di costumi e cervelli, barbarie.</p>
<p>Di notte c’è una pace meravigliosa.<br />
A volte, tra una pausa e l’altra di una traduzione, oltre allo spuntino di mezzanotte mi trovo a controllare certi nei sulle spalle, sulle braccia, dietro la schiena. Nei che potrebbero diventare tumori maligni, chissà. Anzi. A volte ci spero. Ma non ho paura di morire. Almeno finirà questa vita di corsa. Dispiace per il vino, le donne, i libri. Ma per il resto. Dispiace per Giulia e Sveva. Ma per il resto baratterei una pace eterna con questo tumulto infernale.</p>
<p>Dicevo, cosa c’è di meglio dell’essere lucidamente disperati? Adesso potrei fare qualsiasi gesto, uscire in strada, sequestrare una vecchia, puntarle un coltello al collo, e lo farei perfettamente cosciente. La notte ti dà di queste tranquillità.<br />
Solo di notte riesci a vedere con lucidità certe questioni particolarmente delicate, che ti erano sfuggite per tutta la giornata, magari da mesi. Così di notte ti vengono in mente le più sottili analisi sociologiche per un motivo che di giorno avevi chiamato banalmente fame. Riesci a dare un’identità precisa a coloro che di giorno ti erano sembrati semplicemente tanti ragionieri Filini. E soprattutto, adesso che è notte, una meravigliosa notte di pace e silenzio, riesci a capire che il patto generazionale non è mai esistito. Quale patto generazionale? Ecco, lo vedi, di giorno la questione era troppo nebulosa e sfocata. Dico <em>quel</em> patto generazionale, trentenni e sessantenni alleati per una causa comune. Ma quando mai? E per che cosa? E in che cosa? Ma quale patto generazionale? Questi, i sessantenni, hanno rovinato l’Italia, e continuano a farlo. Mio padre ha distrutto questo Paese, il padre di Giulia, quello di Sveva, e tutti i loro coetanei, non importa se amici o nemici. Alleati però certamente in una distruzione scellerata e sistematica, attraverso un sistema di raccomandazioni, reticenze, taciti accordi, adulazioni, false ribellioni. Questo Paese si è mangiato sé stesso, viscere comprese. In questo inverno che non accenna a finire mai ne ho conosciuti due di questi splendidi sessantenni. Ugo Manta, il raffinato consulente editoriale dalle mille camicie hawaiane, e il grande presentatore televisivo Tano Dere.</p>
<p>Siamo sull’orlo di uno strappo. E ogni strappo costa sangue.<br />
Questo Paese sta privando, se non l’ha già fatto, la mia generazione di un futuro. Il conto è salato, ma qualcuno, prima o poi, ce lo dovrà pagare.</p>
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		<title>Le teste</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 07:30:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
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		<category><![CDATA[giuseppe genna]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavio Santi Senza timore di smentita pensiamo di essere stati i primi pubblicamente (sul sito di pordenonelegge.it e su rivista) ad avere preso sul serio Giuseppe Genna quando molti facevano spallucce di fronte ai suoi pseudothriller, incapaci di vedere le orbite di senso che via via si inanellavano come implacabili segnaletiche dei nostri tempi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Le-teste.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Le-teste.jpg" alt="Le-teste" title="Le-teste" width="213" height="283" class="alignleft size-full wp-image-28250" /></a> di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p>Senza timore di smentita pensiamo di essere stati i primi pubblicamente (sul sito di pordenonelegge.it e su rivista) ad avere preso sul serio Giuseppe Genna quando molti facevano spallucce di fronte ai suoi pseudothriller, incapaci di vedere le orbite di senso che via via si inanellavano come implacabili segnaletiche dei nostri tempi “devastati e vili”, per citare un altro suo titolo di imminente riedizione. Adesso, com’è giusto, Genna è uno scrittore a 360°, di punta, ma non dimentichiamoci che fino a qualche anno fa la maggior parte di coloro che ora fanno carole festanti intorno a lui non esitava a bollarlo riduttivamente come scrittore di genere. Ma questo è il solito malcostume italiano: vizi privati e pubbliche virtù. Memoria cortissima, e doppie verità a go go. Da questo punto di vista scrittori e critici non sono certo meglio dei tanto biasimati politici: sono semplicemente una fetta della grande torta avariata che è l’Italia. <span id="more-28251"></span><br />
È appena uscito <em>Le teste</em> (Mondadori, Milano, 2009, pp. 394, € 18,00), che ha suscitato reazioni varie e maree più o meno destabilizzanti. Perché? Perché Genna, rischiando di deludere da una parte l’appassionato di thriller, e dall’altra il lettore più generalista, non appaga le aspettative di nessuna di queste due categorie cosiddette forti, alimentandosi soltanto della sua ispirazione sempre più psicotropa. Insomma getta a mare il galateo perbenista che vuole il massimo rispetto di regole e lettore (“suvvia, siamo in un sistema di mercato dove vige la legge della domanda e dell’offerta e tu devi scrivere un libro di genere!”), getta a mare tutto ciò e fa l’unica cosa che dovrebbe fare uno scrittore: <em>scrive</em>. Senza condizionamenti. Liberamente. Appassionatamente. Dolorosamente. <em>Le teste</em> è l’ultimo, a detta del sottotitolo (L’ultimo thriller), tassello della serie dedicata all’ispettore Guido Lopez, ed è anche il testo più complesso – insieme probabilmente a Grande Madre Rossa del 2005. Mentre i primi due della serie, <em>Nel nome di Ishmael</em> (2001) e <em>Non toccare la pelle del drago</em> (2003), privilegiavano la narrazione adrenalinica a dispetto di altre possibili tracce (presenti, certo, ma in maniera o troppo evanescente o troppo criptica), gli ultimi due della serie, Grande Madre Rossa e Le teste, sviluppano notevolmente, insieme alla trama complottistica ricca di suspense e dei tradizionali colpi di scena, un secondo o più testi paralleli. In <em>Grande Madre Rossa</em> tale sottotesto era costituito da un fitto reticolo di allusioni alla poesia di Pasolini, Zanzotto e Celan. Una sorta di ipertesto con una ragnatela di link più o meno espliciti (che è, in fondo, a ridurla all’osso, la poetica di Genna). Nelle <em>Teste </em>il discorso si fa ancora più articolato. Di solito quando si recensiscono i thriller si fanno i salti mortali per non dire nulla della trama vera e propria, per non rovinare l’unico punto di forza del libro. Qui il problema non si pone, perché, oltre alla consueta trama “di genere”, che come prassi impone non sveleremo, la carne al fuoco, come si suol dire, è molta. Cercheremo di dare qualche rapido assaggio. Dunque alle parti del thriller, rigorosamente in terza persona, si alternano capitoli, più o meno brevi, di solito in prima persona, di riflessione e meditazione filosofica – per dirla in maniera succinta e forse un po’ grossolana. In questi capitoli si è in continuazione sulla soglia dell’indicibile cui Genna è da sempre dantescamente proteso: si riflette sull’impossibilità di raccontare la propria esperienza, il proprio essere qui e ora, il proprio solidificarsi in un corpo, una persona, una storia. Si riflette su questi argomenti nell’unico modo concesso all’essere umano: “per speculum” come dice Paolo di Tarso, cioè per immagini e figure. In queste parti Genna incrocia vertiginosamente la tradizione neoplatonica occidentale (ad es. Plotino e Marsilio Ficino) con quella orientale (e dunque i Veda, Rumi, la filosofia induista), per sviluppare una riflessione sul problema dell’essere, di cui la testa diventa il simbolo per eccellenza. I piani temporali saltano, e solo alla fine, nei Ringraziamenti, scopriamo che l’ultimo thriller in realtà è il primo, gli anni passano come secondi e i secondi come anni, Guido Lopez è Genna stesso, e Genna è in realtà Guido Lopez, noi lettori siamo gli scrittori stessi del romanzo che stiamo leggendo, perché dobbiamo continuamente decifrare e interpretare le tracce che ci si presentano davanti. Il romanzo diventa così un immenso ipertesto, una specie di open source della letteratura, e noi non possiamo che essere grati a Giuseppe Genna per il coraggio, l’audacia, la generosità e l’antica fedeltà.</p>
<p>[<em>Pubblicato su</em> Gli Altri <em>del 6 dicembre 2009</em>]</p>
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		<title>In memoria di Simone Cattaneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 08:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
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					<description><![CDATA[[Come m&#8217;ha scritto attonito, via email, Flavio Santi, &#8220;in questi giorni è successa una cosa assurda: Simone Cattaneo, giovane poeta, ha deciso di andarsene&#8221;. Abbiamo deciso perciò, per ricordarlo, di pubblicare qui su NI un articolo di Flavio uscito tempo addietro su &#8220;Il Riformista&#8221; e poi, a seguire, alcune poesie di Simone. G.B.] La carriera [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/simone-cattaneo.JPG" alt="simone cattaneo" title="simone cattaneo" width="175" height="214" class="alignleft size-full wp-image-22170" />[<em>Come m&#8217;ha scritto attonito, via email,  Flavio Santi, &#8220;in questi giorni è successa una cosa assurda: Simone Cattaneo, giovane poeta, ha deciso di andarsene&#8221;. Abbiamo deciso perciò, per ricordarlo, di pubblicare qui su NI un articolo di Flavio uscito tempo addietro su &#8220;Il Riformista&#8221; e poi, a seguire, alcune poesie di Simone.</em> G.B.]</p>
<p><strong>La carriera del poeta<br />
</strong><br />
di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p>Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. Prendete ad es. uno come Simone Cattaneo. In Inghilterra o in America sarebbe una star, un poeta conteso da reading e salotti buoni, programmi tivù e seminari universitari. Che è quello che succede ai suoi colleghi Armitage – con cui condivide fra l’altro lo stesso nome – , Paul Muldoon e soci. Quello che voglio dire è che Cattaneo fa una poesia al vetriolo, tra il sociale e il vuoto per dirla con i Baustelle, amatissima all’estero. Cattaneo è il nostro Armitage (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”&#8230;). <span id="more-22169"></span><br />
C’è un piccolo problema (tale in Italia, no di certo all’estero): Cattaneo è come la sua poesia, franco e schietto, non fa la corte a nessun potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. Ma nel nostro bel paese questo significa una sola cosa: isolarsi. Per questo Cattaneo non è ancora valutato come merita. Lo vedete nelle antologie che contano? Ai festival di tendenza? No. No, perché – sembrerebbe un paradosso, ma è così – Cattaneo pensa a scrivere, e non a – prendo in prestito la brutalità del suo linguaggio – <em>leccare il culo</em>. Si fa presto a esibirsi in impeccabili analisi testuali, retoriche e stilistiche – chi non ne è capace? –, quando invece il problema è a monte, ed è di natura morale (e dunque molto più arduo): come essere in grado di compiere scelte di qualità e non di interesse. Non dico sempre (siamo esseri umani, suvvia, peccatori ed esposti al richiamo delle sirene), ma almeno nella maggior parte dei casi. Per fare un esempio: se Thomas Pynchon vivesse in Italia, con lo stile di vita che conduce, sarebbe inedito e dimenticato. Qua in Italia per avere un minimo di riscontro bisogna pensare al <em>come</em>, non al <em>cosa</em>. Crearsi una rete di rapporti, costruirsi una figura pubblica, e poi su quelle basi innestare tutto il resto – che in una <em>concezione normale</em> di arte sarebbe invece il dato primario. Bisogna ripensare i modi di fruizione dell’arte: il marchio, il brand sta diventando una presenza troppo ingombrante anche in questo campo. Così facendo il rischio principale è di oscurare autori di indubbio valore ma dalla vita sociale “normale” e non compromessa a qualcuno o qualcosa. In cambio, si sa, abbiamo autori deboli ma presenzialisti (l’elenco è chilometrico, per non fare torto a nessuno applico il teorema di Sturgeon: il 90% di tutto è spazzatura. Funziona benissimo anche in letteratura italiana).<br />
Del resto l’Italia che emerge dalle poesie di Cattaneo è proprio un’Italia di questo tipo: meschina, approfittatrice, paracula, senza dignità, votata al più bieco compromesso. Ma Cattaneo non odia quest’Italia; a suo modo la ama. Di un amore struggente e autodistruttivo, poco lenitivo e molto disperante. Come scrive Pasolini: “Questa è l’Italia, e / non è questa l’Italia: insieme / la preistoria e la storia che / in essa sono convivano, se / la luce è frutto di un buio seme”. Cattaneo racconta la storia di un paese perso e smarrito. Al tracollo morale e culturale.</p>
<p>*</p>
<p>Poesie di <strong>Simone Cattaneo</strong></p>
<p><em>Made in Italy</em></p>
<p>Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,</p>
<p>non ne voglio sapere delle mine antiuomo,</p>
<p>se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.</p>
<p>Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.</p>
<p>Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e </p>
<p>i bastardi che vivono in un polmone d’ acciaio</p>
<p>fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,</p>
<p>una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,</p>
<p>strappiamo fegato e reni ai figli della strada</p>
<p>ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.</p>
<p>Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie</p>
<p>vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio</p>
<p>con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.</p>
<p>Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali</p>
<p>quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando</p>
<p>le loro comode case vuote.</p>
<p>Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi</p>
<p>non mi interessano un granché.</p>
<p>*</p>
<p>Mi sono svegliato di colpo e ho visto le finestre aperte della camera da letto</p>
<p>e un’aria densa e grigia che mi faceva tremare dalla testa ai piedi.</p>
<p>La mia ragazza ucraina nuda sul davanzale mi indica il confondersi</p>
<p>senza retorica della luna con il sole attraversato </p>
<p>da un lampo d’aeroplano schiacciato.</p>
<p>L’avrei voluta strangolare sul posto con la cintura dei pantaloni</p>
<p>se solo li avessi avuti addosso. Quindi le ho chiesto gentilmente di chiudere </p>
<p>le finestre e di tornare a letto per un ultimo chiarimento.</p>
<p>Due giorni dopo l’ho prestata al mio migliore amico in cambio</p>
<p>di tre prime linee di Versace e di un aperitivo al bar.</p>
<p>Perchè l’amicizia è sempre l’amicizia.  </p>
<p>*</p>
<p>Troppo bello per essere un pugile,</p>
<p>troppo brutto per fare il magnaccia </p>
<p>camminavo nel centro di Buccinasco </p>
<p>senza lavoro e inzuppato di grano </p>
<p>aspettando l’ora dell’aperitivo</p>
<p>quando mi sale la voglia di farmi fare le carte dalla vecchia strega del quartiere.</p>
<p>In realtà i suoi tarocchi non sono altro che </p>
<p>pezzi di bibite strappati a dentate ma alla fine ci si arrangia con quel che si può.</p>
<p>Rifilato un carico da venti alla vecchia le chiedo brutale </p>
<p>quando morirò, lei mi sorride e risponde presto a ventisette compiuti.</p>
<p>La informo dei miei ventinove e la mia anziana strega di Buccinasco mi</p>
<p>conforta dicendomi, vedi allora sei un uomo fortunato.</p>
<p>I soldi migliori spesi negli ultimi dieci anni.</p>
<p>* </p>
<p>Si è tagliata le vene e ha disegnato con il sangue</p>
<p>sul muro che costeggia il mio palazzo dei dolci gabbiani d’amore. </p>
<p>Non è servito l’intervento di pulizia del comune, un po’ di pioggia</p>
<p>nella notte ha cancellato tutto. Chi fosse questa strana tipa</p>
<p>non si è voluto mai sapere, aveva solo una specie di ponteggio</p>
<p>che le reggeva il mento. Sarà stata una grave malattia dal decorso fulminante. </p>
<p>Certo è che novizi, discepoli e santoni </p>
<p>portano tutti gli stessi cognomi</p>
<p>contraggono il viso ed è un omicidio, </p>
<p>credono nell’ospitalità di un’unica soluzione, </p>
<p>una sola dimensione, una fatale emarginazione.</p>
<p>*</p>
<p>Non luogo a procedere. </p>
<p>Guardo dalla finestra di casa lo scheletro di una lavatrice</p>
<p>partorire sotto i platani del viale una nidiata di conigli elettrici,</p>
<p>alzo la testa e vedo un soffitto di stagno rosso arancio</p>
<p>sbilanciarsi in avanti con rumori assordanti, cammino rasente i muri</p>
<p>con la paura di inciampare nel materasso di lana arrotolato e </p>
<p>fracassarmi di nuovo la clavicola.</p>
<p>Vorrei che qualcuno mi picchiasse sulla schiena con degli asciugamani bagnati</p>
<p>e mi scaricasse fra le macchine abbandonate in zone isolate.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Simone Cattaneo </strong>(1974 &#8211; 2009). Sue poesie sono state pubblicate su “Atelier”, “La clessidra”, “Hebenon”, “ Poesia”, “Letture”, “Graphie”, “Tratti” e “Clandestino”. E’ stato incluso nel testo curato da Giuliano Ladolfi, L’opera comune. <em>Antologia di poeti nati negli anni settanta </em>(Atelier, 1999). Suoi testi, con una presentazione di Roberto Roversi, sono presenti nell’antologia <em>Dieci poeti italiani </em>(Pendragon, 2002), a cura di Maurizio Clementi. È stato incluso in <em>Lavori di scavo. Antologia dei poeti nati negli anni ‘70</em> (Antologia web di Railibro, 2004) e in <em>100 Poesie di odio e di invettiva</em> a cura di Antonio Veneziani (Coniglio Editore, 2007). Il suo primo libro di poesia, <em>Nome e soprannome</em>, è stato edito nel 2001 nella collana di poesia della casa editrice Atelier. </p>
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		<title>Breve confessione di un terrorista potenziale e provvisorio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 09:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavio Santi Come la lettera rubata di Poe, forse a dirlo chiaramente si rimane più nascosti e si rischia meno. A metterlo sotto il naso di tutti. Comunque senza giri di parole posso dire di avere partecipato a un piano per eliminare il presidente del governo signor Silvio Berlusconi. In me il lato oscuro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/berlusconi_corna.jpg" alt="berlusconi_corna" title="berlusconi_corna" width="454" height="223" class="alignnone size-full wp-image-14424" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/berlusconi_corna.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/berlusconi_corna-300x147.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 454px) 100vw, 454px" /></p>
<p>di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p>Come la lettera rubata di Poe, forse a dirlo chiaramente si rimane più nascosti e si rischia meno. A metterlo sotto il naso di tutti. Comunque senza giri di parole posso dire di avere partecipato a un piano per eliminare il presidente del governo signor Silvio Berlusconi. <span id="more-14423"></span><br />
In me il lato oscuro e quello raziocinante convivono a fatica, come due boxeur incarogniti, mi sento anarchico nelle ossa ma riconosco la necessità di uno stato, di alcune strutture che reggano la macchina sociale. Forse le riconosco perché so quanto sia facile passare il guado e spaccare tutto. Non so fino a che punto sia vera la storia che i Santi vengono dall’est ed erano zingari o che, sta di fatto che io mi sono sempre sentito del sangue slavo nelle vene, sangue di gente bellicosa, incazzata col mondo, il sangue grumoso degli ustascia, di Gavrilo Princip il regicida di Sarajevo. Una parola e un concetto che amo molto è dissipare, dissipazione, dissipamento. Che è un disperde ma con coscienza, con una tetra allegria. Comunque questa oscillazione alla fine mi ha portato a cercare di conoscere qualcuno o qualcosa che potesse soddisfare il mio desiderio di uccidere quell’uomo. Possibile che a Milano non ci siano delle cellule, magari piccole, piccolissime, che non stiano pensando a qualcosa del genere, mi dicevo quando capitavo là per andare al cinema o al ristorante indiano. E quando seduti davanti a un pollo tandori ben rosolato e profumato, gli amici mi chiedevano “Si può sapere a cosa pensi?”, allora staccavo l’interruttore e cercavo di non pensare più a commando scelti che fanno irruzione ad Arcore, entrano nel megasalone, rovesciano il tavolo di marmo, catturano il Berluska, gli puntano la pistola alla tempia e con un solo colpo fanno schizzare parti della pregiatissima materia grigia del premier su un piatto di ostriche del Morbihan. Ma mi restava per tutta la serata quella sensazione, che qualcosa o qualcuno stesse lavorando proprio in quel momento a quel piano di eliminazione cruenta, e che anzi telepaticamente stesse comunicando con me. Solo che io non conoscevo ancora il codice di decriptazione.<br />
Nei romanzi a questo punto si dovrebbe dire “ma quel codice non tardò a concretizzarsi&#8230;”, invece nella realtà quel codice tardò molto a concretizzarsi, e io passai mesi e mesi a farneticare, a imprecare e invocare un qualche segno, un indizio. Alla luce del sole non c’era niente che ci assomigliasse neppure lontanamente: i centri sociali erano diventati praticamente delle oppierie, dove la responsabilità civile a forza di farsi di marjuana o di popper era diventata più sottile di una cartina per le canne. I gruppi marxisti-leninisti, manco a parlarne: la rivoluzione si va a fare con le cravatte? I ragazzini che portavano le magliette con quel superfusto della guerriglia di Che Guevara non sapevano nemmeno chi era. Il codice si concretizzò un pomeriggio di aprile dello scorso anno, quando nell’atrio dell’università incrociai il senegalese che vendeva i libri delle Edizioni dell’Arco. Era molto incazzato. Parlava velocemente in un suo dialetto africanoide, scuotendo le mascelle e lanciando sputi grandi come grani di pepe.<br />
“Ahmed che c’è?”<br />
Suoni sconnessi.<br />
“Ahmed, dai, che è successo?”<br />
“Ahmed incazzato”<br />
“Sì, l’ho capito”<br />
“Italia paese di merda”<br />
“Sì, Ahmed, ma perché?”<br />
“Italiani merda” e giù una cascata di rumori in cui l’unica cosa che si distingueva era l’arrotare dei denti superiori sugli inferiori, e ogni tanto ci infilava in mezzo la sua lingua rossissima, che gli sfuggiva come fosse un toro inferocito.<br />
“Italiani merda, merda. Berlusconi merda, ma finito&#8230;”<br />
Non capivo “finito”: era riferito ad Ahmed, agli italiani o a Berlusconi? o a tutti e tre?<br />
Il permesso di soggiorno non era stato rinnovato, ma Ahmed aveva in serbo una sorpresa.<br />
“Vendetta”.<br />
Il bello degli africani è che si aprono con grandissima facilità, come un fiore di orchidea in una serra ipersolarizzata.<br />
Ahmed conosceva dei tipi a Osnago, a nord di Milano, oltre Arcore, che stavano progettando qualcosa.<br />
Le resistenze di Ahmed erano molto deboli, bastò che gli comprassi tutti i libricini che aveva in mano, erano sei, e per 37 euro e 20 (ogni volumetto costa 6 euro e 20) comprai con i libricini anche il suo segreto. Quei tipi di Osnago erano una cellula autonoma di sette persone, cinque italiani e due islamici che stavano progettando qualcosa contro qualcuno. Lui li conosceva perché Wahid, uno dei due islamici, che aveva conosciuto anni fa al dormitorio di via Calvino a Milano, e con cui allora capitava qualche volta di masturbarsi insieme, questo Wahid poi si era messo con sua sorella Yasmine che lo teneva informato di tutto.<br />
Eccoci, mi dissi.<br />
Per altri 20 euro (gli ho fatto la spesa per una settimana in pratica) ho avuto il cellulare di uno degli italiani, Poison (era evidentemente un nome in codice): **********.<br />
La notte stessa, dopo aver passato una serata in uno stato di eccitazione estrema, verso l’una, faccio il numero. **********. Uno squillo solo, poi una voce. Profonda. Sento la turbina impazzita del mio cuore. Non si presenta, mi chiede solo chi mi ha dato il numero. “Ahmed” dico io. “Bene, domani a Osnago, alle dieci di mattina. Fiat bravo nera. Non un minuto di più”. E stacca.<br />
La notte sogno una donna enorme, altissima, avvolta in una cappa nera, una specie di grandissimo cono, assomiglia a Belfagor, il fantasma del Louvre, ha il volto coperto da una maschera d’oro e a un certo punto apre la bocca, ma non escono parole, solo dei fortissimi ticchettii di sveglia, toc toc toc, pesanti e inesorabili. Mi svegli sudato. Le tre. Il buio mi avvolge come una camera iperbarica. Un po’ di vento tiene sveglie anche le tapparelle. Mi riaddormento. Secondo sogno: un uomo magro, sì lo riconosco, è quell’impiegato della biblioteca dal volto quadrato, maglione nero a collo alto, è filonazista, l’ho visto io una volta fare il saluto, adesso marcia per strada con un gruppo di altri vestiti in nero, si sente il rombo cadenzato degli stivali: tum tum tum. Sono sconvolto. Marciano e nessuno dice niente. Anzi gli fanno strada. Tum tum tum. Passo dal sogno al dormiveglia. Ho la sensazione di non aver dormito. Ma sono già le sei e mezzo. Mi devo alzare.<br />
Prendo la bici. Arrivo in stazione. Faccio i biglietti. Salgo sul treno. Mezz’ora. Milano. Metro. Porta Garibaldi. Salgo un altro treno. Dieci minuti. Venti minuti. Mezz’ora. Scendo dal treno. Sono a Osnago. Guardo l’orologio: 9 e 24, dieci minuti di ritardo. Prendo un caffè. Mi metto in sala d’aspetto. Mi manca il fiato. Fuori c’è un’aria primaverile. Non c’è tempo per i dubbi. Cancellarli. Dovevo pensarci prima. Eccoci. C’è una normalissima Fiat bravo nera, per non dare nell’occhio. Gli insospettabili, gli insospettabili, mi ripeto nella testa. Se qualcosa verrà, sarà dagli insospettabili, dal tuo vicino di casa, dal postino, da quel ragazzo sorridente amico di tua figlia. Sarà dietro la maschera tranquillizzante dell’anonimato che esploderà qualcosa. Guardatevi dagli insospettabili&#8230;<br />
Mi mettono in testa la federa di un cuscino. Dieci minuti di spinterogeno, poi sfiata. Si sono fermati. Mi fanno scendere. Mi tolgono il cappuccio. Siamo dentro un capannone. Eccoli, sparsi nell’ampio spazio dell’hangar i sette uomini che passeranno alla storia come coloro che uccisero Berlusconi: tutti maschi, sui quarant’anni, facce normali da impiegati, qualcuno anche ben pettinato, penso che nella vita di tutti i giorni siano persone gentili e anche un po’ fragili. Eccoli, gli insospettabili. Hanno nomi epici: Poison, Hateful, Apice, Scheggia, Khomeini, Wahid e Ihab.<br />
Per le armi ci si appoggia a gruppi islamici, e qui Wahid e Ihab sono i contatti. Armi che comunque transitano di solito dalla ex Jugoslavia. Il piano è in via di definizione, a loro serve un insospettabile, preferibilmente giovane e incensurato, da collocare in una città come tante, to’ Pavia, soprattutto per smistare o nascondere il materiale.<br />
Benissimo.<br />
L’incontro dura poco, dieci minuti al massimo. Di nuovo federa in testa. Non ci salutiamo neppure. Percorro quattro, cinque metri, non so, inciampo su una specie di zoccoletto, lo evito, capisco che sto uscendo, sento l’aria nelle mani, risalgo in macchina.<br />
Dopo dieci minuti circa, via il cappuccio. Stazione di Osnago. Non ci salutiamo neppure questa volta.<br />
Il treno arriva quasi subito, come se si fosse messo d’accordo. C’è una precisione nelle azioni di ogni cosa che è agghiacciante se non fosse casuale.<br />
Casuale?<br />
Il controllore che mi timbra il biglietto ha uno strano sorriso. Consegnandomi il biglietto mi dice, quasi sussurrando: “Fatto esami?”. Farfuglio qualcosa e ringrazio. Fatto esami? Cazzo significa? Sì, in un certo senso, sì, gli esami della storia. Ma il candidato vero, oh sì cazzo, quello deve ancora presentarsi alla commissione esaminatrice.<br />
Aspettando a Milano il treno per Pavia, mi proietto già il film dell’attentato: la macchina di Berlusconi tampona una Fiat bravo nera, dalla Fiat scendono quattro uomini in passamontagna, hanno delle mitragliette in mano, ma questa volta non sbaglieranno, mi dico, l’errore è già stato fatto in passato, questa volta sceglieranno bene, e infatti uno dei quattro sfonda il parabrezza col calcio della mitraglietta MP5K, è una giornata di sole, così serena da contrastare con la violenza che si sta consumando. Il signor Berlusconi è senza guardie del corpo, guida il suo autista, che non è armato, è in incognita, sta andando da una supersquillo nei pressi di Olgiate. È da anni che lo fa, in grandissimo segreto, ma finalmente si è saputo. È stato smascherato. Qualcuno è stato pagato per parlare. Macchina tamponata, autista immobilizzato (sugli altri niente violenza, per carità!), lui rannicchiato sul sedile posteriore, tenta di chiamare qualcuno al cellulare. Aprono la portiera, lui farfuglia qualcosa del tipo “Ma insomma, cos’è? Eh, ho capito, dai, siete di “Scherzi a parte”, va bene, va bene”, ma dagli strattoni capisce che no, non è su “Scherzi a parte”, e allora cambia registro: “Non vedi chi sono io, comunista bastardo! quanto vuoi? sì, ti do tutto, quanto vuoi?”. Lo gettano sulla strada a corpo morto. Un solo colpo chirurgico sulla nuca. Addio dottor Berlusconi.<br />
Ero abbastanza soddisfatto della regia, certo ci avremmo lavorato in queste settimane in sala montaggio, ma le scene c’erano tutte e grondavano rabbia e violenza. Ma anche, quello che era essenziale, giustizia.<br />
Finalmente.<br />
Finalmente?<br />
In fondo, mi dicevo tentando di autoconvincermi (la morte non è mai bella, è sempre una bestia nera, una manciata di sale sul cuore), è quello che vogliono molti italiani, li sento cosa dicono negli uffici, nei bar, per strada, cosa sussurrano. Cosa si dicono nell’angolo più nascosto della loro coscienza, in fondo agli occhi, nel ripostiglio più remoto della loro anima, lo dicono, se ne pentono, ma poi se lo ridicono. Che sia un incubo o un sogno a occhi aperti se lo ripassano spesso. Lo so. Sì, lo so ma io chi sono per decidere della vita di un altro uomo? per quanto detestabile, è lecito ucciderlo? sto cedendo, no, devo uscire da questo rovo della coscienza, ma sì, concèntrati, una via d’uscita ci dev’essere. Una soluzione. Ecco: perfino Gesù disse di portare la spada, la guerra, e non la pace. Insomma lo faccio per gli altri, per la comunità, per il paese&#8230; Alzai la testa in cerca di una conferma. Nuvole grigie in cielo. Tutto taceva. E tu, passeggero che condividevi il mio stesso binario e forse aspettavi il mio stesso treno, tu che avevi l’aria saggia e serena, che rappresentavi l’opinione comune, la persona incrociata casualmente, tu che avresti fatto? Ma anche tu tacevi inerte…<br />
Mi avrebbero richiamato loro.<br />
Ancora oggi aspetto. È passata un’estate, un autunno, e un inverno sta per finire. I primi giorni di marzo lambiscono i nuovi germogli sugli alberi, dopo la pausa invernale la vita sta rinascendo. Fra un po’ il ciliegio fiorirà di nuovo. Ogni volta che squilla il telefono mi dico che è la volta buona, cerco con la forza del pensiero di modificare la curvatura degli eventi, in qualche modo. Mi ripeto “Sì, sì”. Ma all’altro capo della cornetta c’è sempre qualcun’altro, che ingombra, impaccia, occupa immeritevolmente la linea telefonica. Cerco di starci e usarlo il meno possibile e sollecito a fare altrettanto. Uso la scusa delle bollette sempre più care.<br />
Niente.<br />
Cerco di tenermi informato sui tigì e sui giornali per vedere se magari un gruppo di Osnago o dintorni è stato catturato, se fra gli islamici sospettati di attività terroristiche c’è anche Wahid (ma il cognome non lo so!) e quell’altro, Ihab. Niente.<br />
Forse non si sono fidati, certo con la faccia che ho: dovevo togliermi gli occhiali. Non si fidano di quelli con gli occhiali, dovevo immaginarlo. Ma poi per farmi coraggio mi dico: ma no, anzi, quelli con gli occhiali sono più insospettabili ancora.<br />
A Osnago a cercarli non ci torno, non erano questi gli accordi, e poi se fossi in prova e loro mi stessero spiando per vedere fino a che punto sono affidabile? ma sì, forse è come se fossi congelato, mi hanno messo nel loro freezer e aspettano l’occasione buona per scongelarmi come fossi mezzo coniglio ghiacciato.<br />
A volte li sento anche questi brividi di ghiaccio.<br />
Sarà la storia a resistere alla violenza o la violenza a resistere alla storia?</p>
<p>[<em>tratto da</em> <a href="http://www.sartoriolibri.com/schede/santi.html">La guerra civile in Italia</a>, <em>ne abbiamo parlato </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/02/13/la-guerra-civile-in-italia/">qui</a>]</p>
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		<title>La guerra civile in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2009 07:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Gezzi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Gezzi Poeta in lingua e in dialetto friulano, autore di due romanzi profondamente diversi tra loro (il neo-espressionista Diario di bordo della rosa, peQuod 1999, e il gotico-morale L’eterna notte dei Bosconero, Rizzoli 2006), traduttore di antichi e moderni, saggista, filologo e recensore (sulle pagine di “Liberazione”), Santi occupa ora con La guerra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/santi.jpg" alt="santi" title="santi" width="145" height="227" class="alignnone size-full wp-image-14379" /> di <strong>Massimo Gezzi</strong></p>
<p>Poeta in lingua e in dialetto friulano, autore di due romanzi profondamente diversi tra loro (il neo-espressionista <em>Diario di bordo della rosa</em>, peQuod 1999, e il gotico-morale <em>L’eterna notte dei Bosconero</em>, Rizzoli 2006), traduttore di antichi e moderni, saggista, filologo e recensore (sulle pagine di “Liberazione”), Santi occupa ora con <em>La guerra civile in Italia</em> (Sartorio 2008, € 13,50) un’altra casella nella tabella dei generi, quella riservata alla raccolta di racconti brevi, sebbene la maggior parte delle quattordici narrazioni contenute nel volume in esame sia già apparsa in varie riviste.<br />
<span id="more-14378"></span><br />
È un vero piacere aprire questo libro: primo perché la misura del racconto, a parere di chi scrive, è forse la più naturalmente congeniale a questo giovane scrittore; in secondo luogo perché i racconti di Santi non si ripetono mai, costringendo chi legge a un continuo esercizio di attenzione e di correzione della messa a fuoco. È il lettore, infatti, che deve imparare a costruirsi l’impalacatura civile suggerita dal titolo: tramutando in narratori ora un turista annoiato dalla vita che spera di cadere vittima di qualche attentato, ora un arabo addetto alla vendita di bibite e “bamba” in un cinema della provincia di Como, ora una giovane commessa di Serravalle Scrivia, Santi riesce a dipingere un ritratto mosso e polifonico della nostra Italietta, senza cadere nella retorica un po’ tribunizia e ormai invecchiata della letteratura “impegnata”, ma senza neanche evadere nella trasfigurazione del reale: si riconoscono benissimo, in queste pagine, i turisti neo-capitalisti in cerca di forti emozioni, magari in diretta tv, o i razzistelli dalle labbra sapide (“Cammelliere!”, “Ehi balòss d’un beduino”), o ancora i datori di lavoro che sottopongono a <em>mobbing </em>i loro dipendenti. </p>
<p>Santi sa muoversi su più registri e più toni: così accanto alla narrazione caustica o al racconto allucinato di una battaglia combattuta a colpi di escrementi da un protagonista risucchiato, in stile <em>Trainspotting</em>, dal water di un treno, chi legge incontra anche personaggi drammatici (“umoristici”, avrebbe detto Pirandello), come una vecchia signora di 82 anni che muore in discoteca sulle note del <em>Gioca jouer</em> di Cecchetto, o un guidatore che attraversa Gorizia e il carso isontino rievocandone il tragico passato con grande intensità. </p>
<p>A volte la persona che dice io, poi, è così simile a quella dell’autore che è davvero impossibile non pensare all’autobiografia: come quando il personaggio-narratore rievoca, in <em>Caustico televisivo (Diario mediatico)</em>, la sua incursione, da poeta, al <em>Maurizio Costanzo Show</em>, dando luogo a un divertente brano narrativo ma anche a una risentita riflessione sulla marginalità della poesia e sull’inarginabile idiozia dei salotti televisivi.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il manifesto, <em>il 17 gennaio 2009</em>]</p>
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		<title>Diamo tutto il potere agli editor</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Apr 2007 14:25:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro piperno]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[balzac]]></category>
		<category><![CDATA[carla benedetti]]></category>
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		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavio Santi In questi ultimi mesi vari segnali ci invitano a riflettere sull’editoria moderna. Un romanzo (Il primo di Gaetano Cappelli, Marsilio), che racconta come un editor trasformi in oro tutta la “roba infame” che riceve; alcune dichiarazioni di Carla Benedetti dalle pagine dell’“Espresso” (“ci sono nell’aria inquietudini e vibrazioni che urtano contro i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/editor.jpg" alt="editor.jpg" />   di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p>In questi ultimi mesi vari segnali ci invitano a riflettere sull’editoria moderna. Un romanzo (<em>Il primo</em> di Gaetano Cappelli, Marsilio), che racconta come un editor trasformi in oro tutta la “roba infame” che riceve; alcune dichiarazioni di Carla Benedetti dalle pagine dell’“Espresso” (“ci sono nell’aria inquietudini e vibrazioni che urtano contro i formati impoveriti della narrativa, oggi spacciati per i soli possibili”); le riflessioni di Antonio Moresco e altri (Giuseppe Caliceti, Gianni Biondillo, ecc.) sul sito di Nazione Indiana. Una volta tanto parliamo del sistema che produce anziché dei prodotti, sembrano suggerire questi segnali. <span id="more-3688"></span>Un consumatore vuole sapere cosa c’è dietro una bottiglia d’olio, una confezione di mozzarelle, una scatola di acciughe, ecc.: non varrà lo stesso per un lettore? In soldoni: un mercato come il nostro che libri produce? Si può partire da un’impressione molto prossima alla certezza (già sottolineata da Moresco in un suo intervento in rete): oggi gran parte della letteratura dei secoli passati verrebbe rifiutata dai comitati editoriali delle case editrici. Si pensi soprattutto al secolo per eccellenza del romanzo, l’Ottocento, a capolavori inarrivabili. I romanzi di Balzac sarebbero giudicati troppo lenti e involuti da qualsiasi direttore di collana, così An<em>na Karenina</em> (“plot troppo lento, manca di dinamismo, sviluppa in ottocento pagine ciò che potrebbe economizzare in cento”) o i<em> Fratelli Karamazov</em> (“troppi fili lasciati sospesi, trama eccessivamente divagante”). Per non parlare di gente come Proust. Ci si trova in una situazione strana e ipocrita (aveva ragione Gramsci a dire che è il vizio italiano per eccellenza): si continua a legittimare – giustamente – la grandezza di questa letteratura, ancora in questi anni si è sentito parlare di nuovo Proust per Alessandro Piperno (!), senza però svelare l’ipocrisia che oggi un’opera come <em>La recherche</em> (che già all’epoca faticò non poco a trovare un editore) verrebbe rifiutata da chiunque. Eppure la collana della “Repubblica” dei classici dell’Ottocento ha funzionato bene. Quindi? Quindi forse il problema è nelle case editrici, ormai troppo atrofizzate in certi parametri, e non nei lettori che sono molto più svegli e intelligenti di come vogliono farceli passare. Tutto questo per ribadire che il lettore vuole libri necessari, e non preconfezionati da furbi (ma fino a che punto poi?) broker editoriali.<br />
Un recente successo, <em>Gli Schwartz</em> di Matthew Sharpe (Einaudi), è stato rifiutato in patria da ventitré editori. Anni fa in Francia una casa editrice aveva bocciato un libro di&#8230; una sua autrice di punta, Marguerite Duras. Era successo che un buontempone avesse inviato in lettura a nome suo un romanzo della Duras e che fosse calata inesorabile la mannaia degli editor. Ma si potrebbe andare indietro negli anni: che dire di André Gide che boccia senza appello <em>La recherche </em>per poi fare marcia indietro qualche anno dopo? Certo, si dirà: “Sono fatti naturali, importante che alla fine siano usciti!” Verissimo, ma non si può nascondere che tutto ciò significa che standard di giudizio troppo bassi e omogenei – solitamente quelli di molti attuali comitati editoriali – possono portare a errori madornali. Quelli stessi che stanno condannando la televisione italiana alla ripetitività mortale. Come sarebbe bello se solo si evitasse, almeno in letteratura, di toccare il fondo. Navighiamoci a vista, di quel fondo, ma per favore evitiamo di toccarlo! Quello che si legge è il risultato di una scrematura arbitraria, di cui non ci si può che fidare (ma a volte con che brividi&#8230;). Su questa vita di limbo dei libri c’è una bella ma tremenda considerazione di Antonio Franchini in <em>Cronaca della fine</em> (Venezia, Marsilio, 2003): “Così anche delle grandi opere si finisce con l’avere un giudizio diverso, quando le si è seguite nel loro farsi, come se, visti dattiloscritti, anche i futuri capolavori portassero sempre con sé le stimmate della debolezza, l’inerme fragilità che accompagna ciò che non è sempre esistito, ma un giorno è venuto al mondo, è nato”. Questa riflessione rende bene lo stato di incertezza che non risparmia niente e nessuno in quel lasso di tempo in cui, in effetti, un libro è ancora un “niente” gettato su una scrivania di radica di noce, che sia Tolstoj, Balzac o Bruno Vespa.<br />
A volte, insomma, si ha il terribile sospetto che siano gli editor a fare la letteratura anziché gli scrittori. Quindi, per semplificare le cose, ed evitare atroci dubbi futuri, ecco una soluzione: basta con gli autori! che siano gli editor d’ora in poi a firmare i libri! O che comunque si riconosca all’editor non più uno statuto secondario e all’ombra, ma di primaria rilevanza. Tanto per essere chiari: che risulti in copertina con l’autore e non negli stitici ringraziamenti finali.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Liberazione,<em> il 06.04.2007</em>]<br />
per l&#8217;immagine, consultate gli altri lavori di Peter Kuper, <a href="http://www.peterkuper.com">qui</a>.</p>
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		<title>Vertigine, n°6</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2005 17:41:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[È uscito “Politicamente Scorretto”, il sesto numero di Vertigine, il periodico di scrittura e critica letteraria curato da Rossano Astremo. “Politicamente Scorretto” offre il suo punto di vista sull’Italia d’oggi e non solo, e lo fa raccogliendo l’intervento di dodici autori, Giordano Meacci, Luciano Pagano, Flavio Santi, Gianluca Morozzi, Laura Pugno, Cristiano de Majo, Elisabetta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/chapman.JPG"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/_chapman.JPG" align="left" height="150" hspace="5" vspace="5" width="115" /></a><br />
È uscito “Politicamente Scorretto”, il sesto numero di <strong><em>Vertigine</em></strong>, il periodico di scrittura e critica letteraria curato da <strong>Rossano Astremo</strong>. “Politicamente Scorretto” offre il suo punto di vista sull’Italia d’oggi e non solo, e lo fa raccogliendo l’intervento di dodici autori, <strong>Giordano Meacci</strong>, <strong>Luciano Pagano</strong>, <strong>Flavio Santi</strong>, <strong>Gianluca Morozzi</strong>, <strong>Laura Pugno</strong>, <strong>Cristiano de Majo</strong>, <strong>Elisabetta Liguori</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Sergio Rotino</strong>, <strong>Davide Bregola</strong>, <strong>Elio Paoloni</strong>, <strong>Gianluca Gigliozzi</strong>. <span id="more-1399"></span></p>
<p>Ad esclusione delle schegge in versi di Laura Pugno e Sergio Rotino, gli altri scrittori raccontano in prosa il nostro tempo alternando storie grottesche, feroci, disilluse e ciniche, offrendo un veritiero spaccato del nostro tempo. Testi in grado di proiettare il naso al di fuori del proprio condominio di riferimento, testi in grado di “aggredire” il reale, di smascherarlo attraverso procedure formali differenti. Personaggi reali che dominano il nostro immaginario collettivo, come il Presidente del Consiglio, Benedetto XVI, Bob Dylan, Saddam Hussein, si mescolano a trame fittizie dando vita a reality show impensabili, omicidi utopistici, crisi familiari irreversibili. Si consente la riproduzione parziale o totale dei testi presenti nella rivista e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta. Le illustrazioni, come ogni numero, sono della pittrice salentina Annalisa Macagnino. Per tutte le informazioni visitare il blog http://<a href="http://vertigine.clarence.com">vertigine.clarence.com</a> o scrivere a rossanoastremo@libero.it.</p>
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		<title>In difesa della Minkiata Galattica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jul 2004 09:42:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[dialetto]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
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					<description><![CDATA[(ovvero: il dialetto è morto?; ovvero: il dialetto è poi così inutile?) di Flavio Santi (Flavio Santi mi invia una sorta di replica a un commento circostanziato indirizzato al suo testo. Più che una replica mi sembra una postilla necessaria alla sua scelta di scrivere in friulano. Gli irritati dai dialetti &#8211; o dalle lingue [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(ovvero: il dialetto è morto?; ovvero: il dialetto è poi così inutile?)</strong></p>
<p>di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p><em>(Flavio Santi mi invia una sorta di replica a un commento circostanziato indirizzato al suo testo. Più che una replica mi sembra una postilla necessaria alla sua scelta di scrivere in friulano. Gli irritati dai dialetti &#8211; o dalle lingue minori &#8211; avranno pane per i loro denti. La sua riflessione tocca anche la prosa, e spero che ciò possa fungere da innesco per i prosatori. A. I.)</em></p>
<p>Caro videolettore che hai definito il mio <em>Friûl-’srael-Palestine</em> (messo in rete il 2 luglio) una “minkiata galattica”, può darsi che tu abbia ragione (mai sopravvalutarsi), ma può anche darsi (mai sottovalutarsi) che il tuo ispirato giudizio (se solo i critici di professione avessero un decimo della tua sincerità…) rispecchiasse un disagio o una perplessità suscitati da quella poesia messa lì così a brillare dal tuo video.<br />
<span id="more-526"></span><br />
Non posso certo leggere nella tua mente, ma se fra i tuoi pensieri c’era qualcosa come “Ma che senso ha <em>oggi</em> scrivere in dialetto?”, lascia che ti risponda. Poi mandami a ’fanculo cento, mille volte.</p>
<p>Il discorso sarà articolato in due parti: una distruttiva, l’altra costruttiva, propositiva.<br />
Cominciamo dalla distruttiva. Dietro l’assunzione del dialetto nella letteratura italiana del Novecento si cela forse uno dei più terribili bluff, un falso perfetto alla maniera di un De Hory o di un Van Meergeren, squisiti e sapientissimi falsari. Vediamo come e perché.</p>
<p>La pratica del dialetto è geneticamente orale. Fino all’Ottocento il dialetto ha avuto una funzione sociale e politica, nella duplice veste di comunicazione e di alterità, nella dialettica alto-basso, interno-esterno, integrato-marginale. Lo si parlava, non lo si leggeva, per motivi vari: basso livello di alfabetizzazione, dominanza del latino e del volgare negli apparati statali e loro prestigio connesso a determinate scale di valori, a determinati oggetti e beni ecc. Motivi soprattutto sociali. I Porta, i Meli, i Belli si rivolgevano a una fascia ristrettissima, a quelli che potevano “leggere” appunto, e quelli erano innanzi tutto lettori in volgare: lo statuto del lettore li poneva come utenti privilegiati, mentre il carattere del dialetto era l’assoluta fruibilità da parte di tutta la comunità. Ontologicamente: e non sembri un eccesso idealistico. Lo spettro poi era talmente mutevole che si può dire che ogni parlante aveva un suo dialetto, le cui sovrapposizioni di tratti comuni, che erano in prevalenza, garantivano lo scambio fra persone. In ogni caso ciascuna comunità (borgo, paese ecc.) aveva il suo dialetto. Certo, per i poeti l’esecuzione orale poteva rivelarsi primaria insieme con la gestualità, come ha mostrato Pietro Gibellini, <em>La scrittura ‘orale’ di G. G. Belli</em>, «La ricerca folklorica», 1987, n. 15: peccato che i beneficiari fossero ricche signore e nobili papalini nel caldo dei salotti buoni. Dunque oralità seconda, secondo Walter Ong: quella che discende da una cultura letterata. Probabilmente la forma più vicina al popolo (inteso come «Volk ohne Buch» per dirla con Rudolf Schenda: pura essenza vocale) è stata la commedia dell’arte; si è fatta carico cioè di soddisfare una richiesta mimetica, e non puramente o primariamente estetica. Ha soddisfatto ciò che il dialetto era: ethos, Antigone (contro Creonte), le ragioni del cuore. Un cardioletto, insomma.</p>
<p>Col Novecento – o giù di lì – le cose cambiano. La sollecitazione estetica viene da Rimbaud (che fu squisito verseggiatore in latino): «trovare una lingua»; seguirà Hofmannsthal con la <em>Lettera di lord Chandos</em>: i primi segnali di un secolo che ha letto tutti i libri e non sa più dove metterli. Il primo secolo assolutamente di secondo grado, dove è il corpo a essere proiettato dall’ombra. Sono i risultati della <em>Reproduzierbarkeit</em> dell’opera d’arte: la sua tesaurizzazione borghese. Le cinque sterline di marxiana memoria hanno fruttificato… Negli scrittori dialettali si è così verificato uno choc che congela, blocca. Un nanismo cronologico, in fondo. Lo choc ha poi lo schema di un complesso di Edipo: storicamente il dialetto è la radice materna, umida, ghiandolare, testimone della lallazione e della suzione.</p>
<p>Ora come ora, non si può che scrivere in dialetto dandosi la rituale zappa sui piedi.<br />
Il dialetto affinato da chi scrive, a parte il lavaggio e l’apprettatura dei grafismi e delle griglie ortofoniche, è un idioletto, morto al dialetto del vocante. Con rischi altissimi: stabilitone il carattere artificioso, altrettanto legittimo sarebbe scrivere in aramaico o in antico egizio. Caduti i tratti aletici la letteratura è menzogna. In ogni innocente si nasconde un piccolo Hitler (Saba). Il dialetto si adagia sotto il patronato del racconto <em>Dialogo dei massimi sistemi</em> di Landolfi, in cui si narra come un tale Y abbia composto tre poesie in una lingua inesistente, di pura invenzione, e come riesca a sottoporne una all’attenzione di un critico, giungendo infine a concludere che «unico giudice competente [è] il loro stesso autore». L’immersione nella civiltà contadina, o comunque in una società altra (si dice subalterna – certo non ha fatto la Storia – ma è stata dominante: il popolo), potrebbe del resto valere tanto quanto una presunta nel miceneo o nel mandarino di Pao-ting, se tale lingua per il singolo fruitore assume valore e significato pregnanti. Il tursitano di Albino Pierro, in fondo, ha per un lettore la stessa distanza, appunto, del miceneo, del mandarino o che. Con l’aggravante che quel tursitano probabilmente non è mai stato parlato così da nessuno, mentre il miceneo, il mandarino o che, godevano o godono di parlanti e scriventi. Si potrebbe obiettare che il miceneo, il mandarino di Pao-ting o che, non hanno alcun rapporto storico, culturale ecc ecc. con l’Italia; sì, allora proponiamo in sostituzione il celtico, il bizantino, l’etrusco, l’osco, che vengono invece dagli strati più intimi delle nostre radici. I termini del discorso non cambiano.</p>
<p>In tal senso una nicchia è stata conquistata dal latino (da Pascoli fino a Bandini, a Sovente). Anche il latino non si parla più. Anche qui però col dialetto dei dialettali è peggio: quest’ultimo non lo si è mai parlato così. Si possono rivendicare tutti i motivi (lo statuto di letterarietà, l’artificio, ecc.) ma si ritorna sempre al punto di partenza landolfiano: perché non l’aramaico allora, se «unico giudice competente» ha da essere l’autore stesso? Per di più si creano paradossi inquietanti, ossimorici: immaginiamo un lettore piemontese di fronte a un testo siciliano. Si può assistere all’impossibilità di addentrarsi in un testo di grande e immediata chiarezza semantica (si pensi alla poesia di Buttitta, di Nino De Vita), perché per il processo di lettura e di decodifica il testo diventa addirittura più complicato (o altrettanto) di uno di Zanzotto o di Celan: richiede “molte competenze”. In ultima istanza, il vero destinatario (vero in quanto “alfabetizzato”) assume i connotati del «pubblico un po’ frustrante dei filologi» (Brevini).<br />
E il poeta? Vive la situazione di chi pur avendo una moglie, un’amante e quant’altro può offrire la selva femminea, non disdegna di masturbarsi (del resto Groddeck dice che il coito è un surrogato della masturbazione).</p>
<p>Ma allora che fare? passo alla parte costruttiva, ovvero: il dialetto come virus.<br />
Quelli come me venuti al mondo negli anni Settanta, la prima generazione televisiva, come ricorda Aldo Nove, sono nati in un contesto di smantellamento delle forze dialettali, di suo netto spegnimento, esaurimento: il paesaggio da “rurbano” diventava implacabilmente urbano; l’avvento della televisione, l’uniformazione linguistica, la scolarizzazione si sono rivelate sottili battaglie, non dette e involontariamente ideologiche, contro il dialetto. In casi di questo genere un’ottima cartina al tornasole può essere la narrativa, che si comporta volentieri da misuratore dell’entropia linguistica; la produzione dialettale degli anni Cinquanta e Sessanta fu infatti accompagnata da fenomeni analoghi in prosa: Pasolini, Gadda, Mastronardi, Testori, Rea, Meneghello, le <em>Autobiografie della leggera</em> di Montaldi, ecc. La più recente e giovane proposta dialettale ha nella controparte narrativa un vuoto assoluto (a parte alcuni casi di tipizzazione gergale e pseudo-dialettale: Giuseppe Ferrandino, Marco Franzoso, Claudio Camarca): per contro dominano trame rigorosamente urbane e metropolitane, concessione massima allo slang giovanile, totale oblìo del mondo contadino e vernacolo.</p>
<p>Che fare? Ora, si può elaborare una soluzione anti-storica, petrarchistica, fare finta cioè che niente sia cambiato: per esempio penso che Ivan Crico (un giovane neodialettale) abbia fatto e faccia così col suo bisiàc, antica variante di Monfalcone. Certo gli esiti sono molto belli ma i risultati presentano spesso l’effetto vetro di Murano: costruzioni fragilissime, molto belle a vedersi (a leggersi, in questo caso), ma eccessivamente levigate, miniaturizzazioni di qualcosa di già stato. Isolarsi dal mondo non è più permesso. Lo potevano fare Virgilio Giotti o Biagio Marin perché storicamente motivati e investiti, ma oggi, in quella che Marc Augé chiama la surmodernità (la vulgata postmodernità), è impossibile. Innanzi tutto moralmente impossibile. A questo punto farò un discorso che non ha alcuna base scientifica ma muove da suggestioni paramediche o parascientifiche piegate all’esigenza di un’estetica e di una poetica.<br />
William Burroughs dice che il linguaggio è un virus venuto da un altro pianeta. Ebbene: il dialetto è un virus, la sua valenza è eminentemente virale, se non addirittura tumorale. Un oncoletto. È un’escrescenza formatasi nel cervello, e in ciò anticipatore è stato il film <em>Videodrome</em> di David Cronenberg: cioè pensare l’immaginazione come diretta produttrice di materia, e quindi la possibilità che il cervello reagisca a input esterni con la creazione di una bava, un filato, un tessuto, un testo. Così le pulsioni esogene, le sollecitazioni autobiografiche, evenemenziali, circostanziali, ecc. (vivere comunque in una situazione di dialettalità per quanto lassa essa possa essere, percepirla, udirla, sfiorarla, o averlo fatto in passato), tutto questo s’incista nella corteccia cerebrale, fino a intriderne la massa, fino ai più fondi tegumenti. Una lingua mia usata (o sempre più raramente di fatto), ma ascoltata, che si è depositata nel cervello. Quasi radiazioni di una lingua altra che insedia, insemina la massa cerebrale. A questa valenza oncologica del dialetto affido le mie speranze. Oggi di dialetto si muore.</p>
<p>(Questa suggestione farà accapponare la pelle a qualcuno, ma lo sfido a spiegare a un giovane vissuto nell’insulina televisiva, nella fiducia che il reale sia catodico, a cosa possa servire ancora il dialetto e in particolare in poesia, se non lo si vede come una delle tante fasi terminali di quella lunga malattia chiamata lingua.)</p>
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