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	<title>francesca bellino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dilemma in lemma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2013 11:15:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[francesca bellino]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Talea 2013]]></category>
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					<description><![CDATA[Glossario del cronista onesto L’uso sciatto e militante delle parole da parte dei giornalisti snatura il linguaggio e distorce la realtà, spacciando luoghi comuni e opinioni personali per verità universali. Ecco alcuni esempi. E relativi antidoti etimologici di Francesca Bellino Tic verbali, parole usate a sproposito, superficialità diffusa, applicazioni improprie del senso, semplificazioni, stereotipi abusati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Palabras.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Palabras-300x225.jpg" alt="Palabras" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-45649" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Palabras-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Palabras.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Glossario del cronista onesto</strong></p>
<p><em>L’uso sciatto e militante delle parole da parte dei giornalisti snatura il linguaggio e distorce la realtà, spacciando luoghi comuni e opinioni personali per verità universali. Ecco alcuni esempi. E relativi antidoti etimologici<br />
</em><br />
di<br />
 <strong>Francesca Bellino<br />
</strong><br />
Tic verbali, parole usate a sproposito, superficialità diffusa, applicazioni improprie del senso, semplificazioni, stereotipi abusati e neologismi impregnati di pregiudizio dilagano sui media italiani soprattutto quando si parla di stranieri, minoranze e migrazione. Sfogliando i giornali e ascoltando radio e televisione si scopre che nel racconto dell’Altro si annidano numerosi vizi linguistici dai quali scaturiscono rappresentazioni falsate e fuorvianti che formano, di conseguenza, un’opinione pubblica distorta e giudicante. In primo luogo, come sottolinea la filosofa Daniella Iannotta, “il peggior vizio linguistico del giornalista è l’uso del giudizio che può esprimersi semplicemente usando il presente indicativo al posto del più corretto condizionale. Se il giornalista non esplicita il punto di vista e non si colloca all’interno della struttura narrativa è portato a generalizzare e universalizzare i fatti, facendo passare una verità, la sua, per la verità assoluta. In questo modo, dunque, abusa del linguaggio”.</p>
<p>Che la parola abbia il potere di creare realtà e che l’informazione contribuisca alla costruzione di nuove rappresentazioni sociali è indubbio, ma che succede quando termini neutri vengono intrisi di sensi aggiuntivi, spesso denigranti e devianti rispetto al significato originario, e giungono nel lessico comune attraverso i mezzi di comunicazione? “Quando uno stereotipo si diffonde non è mai isolato, ma avvia una catena che spinge a ragionare per deduzione” spiega la linguista Francesca Dragotto. Così, per esempio, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York gli stereotipi sull’Islam si sono arricchiti e rinvigoriti e un termine neutro come musulmano (seguace dell’Islam) è stato associato ad arabo, a omicida, a terrorista, a kamikaze e a jihadista (anche se un grande numero di musulmani non è arabo, ma indonesiano, senegalese o pakistano, e nella maggior parte dei casi non ha mai commesso atti terroristici), fino a coniare il termine islamopoli per definire le città che necessitano di moschee per i fedeli. Un’altra catena che sfocia nell’errore e nel pregiudizio scatta quando si parla della minoranza di cultura rom. Questa può comprendere: romeno (anche quando si parla di persone non provenienti dalla Romania, ma dai Balcani, dalla Bulgaria o dall’Italia stessa), extracomunitario (anche quando si parla di romeni, quindi europei), campo nomadi o zingaropoli (anche quando ci si riferisce a gruppi stanziali), fino a ladro e scippatore. </p>
<p>Un’altra catena molto diffusa è quella legata alla migrazione che come termine di partenza ha immigrato (da non confondere con rifugiato, richiedente asilo, esule) al quale si legano a cascata: irregolare, illegale, clandestino, lavoratore stagionale, fino a delinquente e stupratore, che sostituisce quella che un tempo scattava con emigrante, meridionale, napoletano, calabrese, etc. “Siamo di fronte a tipologie lessicali dell’esclusione accuratamente da evitare – sostiene il linguista Massimo Arcangeli – Il termine più rispettoso sarebbe migrante perché neutralizza l’alteritudine, limitandosi a marcare l’idea dello spostamento da un luogo all’altro, dunque l’idea del viaggio e della sua naturale provvisorietà, e non quella dell’estraneità dal punto di arrivo e quindi dell’essere intruso, alieno, solo perché straniero”.</p>
<p>“Le catene di termini si fondano sull’apparente sinonimia da un lato e su un processo consequenziale dall’altro. E’ come sgranare un rosario! – sottolinea Dragotto &#8211; Il problema è, però, che si arriva a usare i termini più per quello che evocano che per quello che significano. Ci troviamo, infatti, nell’era della plasticosità dove la parola diventa di plastica, perde significatività e vitalità perché troppo abusata, e viene poi caricata di nuovi significati frutto di ideologie e stereotipi. Insomma si narrano fatti veri ma con una semantica fasulla, meccanismo che rende verosimile il racconto pur portando con se significati deformati”. Per cercare di arginare questo tipo di distorsioni dell&#8217;informazione, nel 2008 è nata la Carta di Roma, un protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti redatto dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, in collaborazione con l’Unione Nazionale Cronisti Italiani, presente nei nuovi volumi “Studiare da giornalista”. “L’esigenza a intervenire è diventata urgente dopo la strage di Erba quando dall’informazione italiana emerse un riflesso incondizionato di tipo razzista nei confronti del tunisino Azouz Marzouk, considerato colpevole nelle 24 ore successive al dramma, mentre a uccidere erano stati gli italianissimi Olindo e Rosa, che destò serie preoccupazioni anche all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) – racconta Roberto Natale, presidente FNSI -. In questi anni i giornalisti si sono trovati impreparati di fronte a certi temi e si sono lasciati strumentalizzare dalla politica, diventando spesso trasmettitori di germi razzisti e xenofobi. Per questo abbiamo avviato corsi di formazione in tutta Italia con la speranza che si ribalti anche l’antica regola del giornalismo per cui solo le cattive notizie sono buone notizie”.<br />
L’ambito in cui ci muoviamo è ampio e delicato, ma di seguito proveremo a chiarire i termini maggiormente utilizzati dai media italiani per narrare l’alterità: sia parole italiane usate in modo discriminatorio, sia forestierismi entrati nella lingua ma con significato errato. </p>
<p><strong>Badante</strong>: il termine nasce dal verbo badare. Si usa il participio presente per definire colui/colei che bada, così come si fa con insegnante (da insegnare). “L’origine dell’uso risale alla fine degli Anni ‘80 quando nel lessico della burocrazia fu necessario definire questo nuovo tipo di lavoratori, in sostituzione di infermiere/a, e con gli anni è entrato nel linguaggio comune e, nel 2002, è stato introdotto nel dizionario GRADIT” spiega Francesca Dragotto. Nell’uso quotidiano il termine, però, oggi si lega prevalentemente a lavoratrici straniere. Dire badante fa subito pensare alla nazionalità &#8211; alle donne dell’Est, soprattutto ucraine e bielorusse, che si occupano di anziani e malati &#8211; a differenza di altre etichette che si legano al mestiere. Dire filippino porta con se la professione: fare le pulizie. Lo stesso accede con polacco che diventa muratore, con bengalese che diventa venditore di rose, brasiliano che diventa trans o con nigeriana che diventa prostituta. Diverso è il caso di marocchino spesso usato indistintamente per chiunque venga dall’Africa sostituitosi al neologismo vu’ cumprà usato tra metà degli Anni ’80 e inizio dei ’90 per definire i venditori ambulanti (e abusivi). </p>
<p><strong>Burqa</strong>: per parlare delle problematiche relative all’uso del velo delle donne islamiche nelle società occidentali si tende a usare indistintamente il termine burqa’ senza porsi il problema che esistono diversi tipi di veli. “Il Burqa’ è un capo d’abbigliamento indossato quasi esclusivamente dalle donne afgane e reso obbligatorio sotto il regime dei talebani – spiega l’arabista Lidia Verdoliva -. E’ di colore azzurro o nero e ricopre il corpo, con una griglia all’altezza degli occhi per permettere alla donna di vedere. Dunque non è un copricapo ma un abito”. Il termine con cui si dovrebbe indicare il velo è, invece, hijàb. “Questo è un copricapo adoperato già in epoca preislamica nelle società mediorientali per marcare lo stato sociale della donna – aggiunge Verdoliva -. La donna dei ceti superiori lo indossava per proteggersi dagli sguardi del popolo, mentre alla serva non era permesso tale privilegio. Con l’avvento dell’Islam, in base a quanto stabilito dalla shari&#8217;ah, è stato prescritto alle donne di mostrarsi in pubblico coperte da abiti che non mettano in evidenza le forme e che lascino scoperti solamente il volto e le mani. A tale scopo le musulmane indossano lo hijàb che si presenta in varie forme e colori a seconda delle diverse tradizioni dei paesi islamici, il quale è atto a coprire i capelli e il collo della donna incorniciandone il viso. Secondo alcune interpretazioni, tuttavia, è considerato buona norma per la donna particolarmente attraente coprire per intero la persona per salvaguardare l’integrità della comunità stessa. Per indicare il velo integrale, utilizzato in pochi paesi islamici, che nasconde anche il viso e talvolta gli occhi, si usa la parola niqàb e in alcuni casi khimàr, termine che compare nel Corano nella Sura 24 al versetto 31”. In passato sui media occidentali compariva anche il termine chador per designare il velo, per via del peso mediatico che ha avuto la rivoluzione islamica in Iran a partire dal 1979. Il termine, infatti, è di origine persiana e indica un foulard o una mantella dalla forma semicircolare che ricopre il capo e le spalle ma che lascia scoperto il volto.</p>
<p><strong>Clandestino</strong>: è colui/colei che ha fatto ingresso in un Paese eludendo i controlli di frontiera. Per Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso più volte fintosi migrante per narrare dall’interno l’esperienza della migrazione, il clandestino è “l’eroe contemporaneo perché rischia la vita attraversando deserti e mare su mezzi precari praticando un diritto soggettivo fondamentale: la ricerca del miglioramento delle sue condizioni di vita e dei familiari”. “Un paragone a noi vicino – spiega Gatti &#8211; sono gli esploratori, i campioni del trekking estremo, i velisti solitari. Se fosse nato in Europa, Nord America e Australia, il clandestino indosserebbe abiti e cappellino con marchi di sponsor e riceverebbe riconoscimenti internazionali. Poiché è nato in Paesi a basso prodotto interno lordo, una volta arrivato in Europa, Nord America e Australia rischia la detenzione senza processo in centri di isolamento, l’incarcerazione, l’espulsione o una vita di stenti. Il mancato riconoscimento dei diritti individuali pone il clandestino all’ultimo livello della scala sociale. In Italia la legge non gli riconosce nemmeno il diritto a presenziare al processo di cui è parte civile: se è vittima, anche di gravi reati, deve comunque essere immediatamente arrestato o espulso. Il clandestino, non l&#8217;autore del reato. Questo ne fa il modello di lavoratore preferito per lo sfruttamento nell&#8217;agricoltura, nell&#8217;edilizia, nell&#8217;industria e nei servizi. Anche se non viene pagato, il clandestino non può rivolgersi al giudice senza a sua volta rischiare l&#8217;arresto o l&#8217;espulsione. L&#8217;impiego strutturale di clandestini nell&#8217;economia ha consentito dal 1995 la riduzione verticale del costo del lavoro e il conseguente aumento dei profitti delle imprese. Profitti redistribuiti in dividendi per gli azionasti e in stock option per i manager. Il numero di clandestini sfruttati è inversamente proporzionale alla capacità dei cittadini di un Paese di provare vergogna”.</p>
<p><strong>Etnia</strong>: è un termine che deriva dal greco ethnos, popoli e genti diverse da quelle che abitavano la polis, la città-Stato; popolazioni alle quali si attribuiscono comuni origini e una forma di organizzazione sociale anteriore, e implicitamente inferiore, a quella della polis. Sono, dunque, genti che si autogovernano alle quali manca la compiutezza delle istituzioni e i caratteri della civiltà. Quando la parola passa in latino ed entra nel linguaggio dei cristiani, le etnie diventano pagani, senza fede. Nell’era del colonialismo, poi, il termine viene usato per definire i popoli arretrati, non civilizzati, dunque da colonizzare. “Etnia ormai viene usata come sostituta di razza, diventata tabù, e denota il processo di etnicizzazione dell’Altro – spiega l’antropologia Annamaria Rivera, autrice de “L’imbroglio etnico” (Dedalo) &#8211; L’idea di razza, termine e concetto ormai in disuso, dunque, si continua a coltivare sotto il nome di etnia. Le etnie, nel linguaggio comune confuse anche con nazioni, in realtà non esistono, sono state inventate dai colonizzatori che hanno avviato il processo per cui oggi tutto diventa etnico. Il ristorante e la cucina etnica, o l’abbigliamento etnico, sono forme di esotizzazione di ciò che non è nazionale ed europeo. Ma è chiaro che si riferisce a popoli considerati inferiori. Per un ristorante americano, pur non essendo italiano, né europeo, non si direbbe mai etnico”.</p>
<p><strong>Harem</strong>: è un termine preso in prestito dalla lingua araba usato con un significato inverso. “Harem, più correttamente harìm – spiega l’arabista Lidia Verdoliva &#8211; corrisponde a tutto ciò che è dotato di hurmah, ossia di un valore di  inviolabilità, di sacralità, che rende quel luogo o persona inaccessibile a estranei e a chiunque non sia in possesso di determinati requisiti. Può essere considerato harìm il luogo di lavoro, in quanto prevede il rispetto di una serie di codici comportamentali, o la moschea in quanto chi vi accede deve rispettare alcune prescrizioni e trovarsi in una condizione di purità rituale, o la casa perché chi vuole entrare deve rispettare i suoi abitanti e attenersi alle sue abitudini. Anche le donne sono harìm in quanto possiedono delle connotazioni tali che impongono agli uomini di portar loro rispetto e il dovere di proteggerle da chi intenda approcciarle in maniera inappropriata”. Se si considera l’ harìm nella sua comune accezione di gineceo, dunque, ossia il luogo della casa in cui le donne si ritirano per non mostrarsi a uomini estranei alla famiglia, bisogna tener presente che esso nel mondo arabo è dotato di limiti morali e confini spaziali di natura quasi sacrale, in netto contrasto con l’idea che si è creata nell’immaginario occidentale, quale luogo in cui un uomo può trarre piacere da un certo numero di sue concubine sessualmente disponibili. “Tale concezione si è imposta nell&#8217;immaginario collettivo occidentale, secondo quanto sostiene la sociologa marocchina Fatema Mernissi in “L’harem e l’Occidente” – aggiunge Verdoliva -, a causa di un&#8217;errata rappresentazione di stampo esotista degli antichi ginecei arabi a opera dei pittori orientalisti dell&#8217;800 e dalla libera traduzione dei racconti delle “Mille e Una Notte” realizzata dal francese Antoine Galland che ha voluto mettere in evidenza soprattutto gli aspetti erotici di tali narrazioni. In opposizione a tale concezione dell&#8217;harìm, Mernissi sottolinea invece la condizione di semidetenzione cui erano costrette le donne che vivevano nelle abitazioni tradizionali dotate di gineceo (sistema ormai in disuso) in cui le donne avevano scarsa possibilità di movimento e di libera iniziativa.</p>
<p><strong>Italieni</strong>: il termine nasce come dal nome di una rubrica pubblicata nel 2001 sul sito del settimanale “Internazionale”, e poi sul cartaceo, e contiene due parole: italiani e alieni. All’origine si riferiva ai giornalisti stranieri residenti in Italia che raccontavano la loro Italia e poi è stata estesa ad autori di seconda generazione, i cosiddetti G2, figli di immigrati nati in Italia, allargando il senso del termine. “L’idea del nome è della graphic-design Martina Recchiuti &#8211; spiega il giornalista Piero Zardo &#8211; . A distanza di anni la rubrica esiste ancora ed è affidata, come all’origine, ai giornalisti stranieri, un po’ italiani, un pò alieni, che si cimentano nelle recensioni di film e libri italiani”. </p>
<p><strong>Irregolare</strong>: è colui/colei che ha perduto i requisiti necessari per la permanenza sul territorio nazionale dei quali era in possesso nel momento d&#8217;ingresso. “Per il Ministero dell’Interno è il caso di chi è entrato per motivi turistici ed è rimasto oltre la scadenza del visto, di chi ha inoltrano la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno con tempi o modalità sbagliate che hanno portato al respingimento della domanda oppure di chi aveva un’autorizzazione per motivi di lavoro, ha perso il posto e non ha trovato altro impiego nei termini concessi – spiega l’invito Mediaset, Alfredo Macchi -. Ma per la legge italiana irregolari e clandestini vanno trattati allo stesso modo: se fermati devono essere immediatamente espulsi oppure, se questo non è possibile per mancata identificazione, devono essere trasferiti nei CIE (centri identificazione ed espulsione) dove possono restare fino a 18 mesi. Infine l’allontanamento, volontario o coatto. Ma si può dire che un’automobile in sosta oltre la scadenza del parchimetro o fuori dagli spazi regolamentari è clandestina?”. </p>
<p><strong>Jihad</strong>: è un termine maschile che vuol dire sforzo, impegno. Sui media italiani, invece, viene reso al femminile e sottintende l&#8217;intenzione di tradurlo con “guerra santa” risvegliando nell&#8217;immaginario collettivo lo spettro delle crociate. “Esistono due tipi di impegno per il credente nell’Islam: il grande jihad (al-jihad al-kabir) e il piccolo jihad (al-jihad al-saghir) – spiega l’arabista Lidia Verdoliva -. Quello che maggiormente influisce sulla vita quotidiana dei credenti è il grande jihad che prevede un impegno da parte del fedele affinché le forze del bene prevalgano su quelle del male innanzitutto all&#8217;interno del suo animo, una lotta interiore spirituale contro il peccato e le tentazioni. Il piccolo jihad ha invece una connotazione di tipo collettivo e indica una battaglia che la comunità dei fedeli (ummah) può ingaggiare contro chi ne minaccia la stabilità. Si può fare ricorso al piccolo jihad solo per legittima difesa in caso di aggressioni e invasioni esterne”. </p>
<p><strong>Sbarchi</strong>: è uno dei termini abusati dai media italiani soprattutto tra febbraio e l’estate del 2011 in riferimento agli arrivi di migranti da Tunisia e Libia. “Sembra un termine neutro e usato bene, ma in realtà esprime in maniera errata quello che è successo – sottolinea Giorgia Serghetti, ricercatrice Parsec –: le barche non sono arrivate quasi mai a riva, ma venivano intercettate in mare e i migranti venivano portati, nel caso specifico, a Lampedusa. Dunque non sono sbarcate”. Il termine sbarchi, inoltre, ha avvisato una catena denigrante perché associato a pericolo, allarme, invasione fino a “tzunami umano”. “Nei primi mesi del 2011 è emerso uno dei vizi dell’informazione: utilizzare il numero per argomentare un fenomeno – spiega Marco Bruno, ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma –. Se prendiamo come esempio il talk-show “Porta a porta” si vede chiaramente che per sostenere un’argomentazione, in questo caso l’idea dell’invasione, si sono usati in maniera disinvolta e non accurata dati di ordini di grandezza differenti. Questo atteggiamento provoca lo svuotamento del significato aritmetico e ne fornisce uno retorico e, in questo caso anche sbagliato, se si pensa che ci sono stati più arrivi di migranti tra il 2007 e il 2008 e che la maggior parte degli ingressi normalmente non avviene via mare, ma con i camion e gli aerei”. </p>
<p><strong>Zingarata</strong>: è un termine di tradizione ottocentesca che inizialmente, come voce di ambientazione letteraria, voleva dire maleficio, incantesimo, che poi ha preso il significato di goliardiche e dissacranti bravate collettive, usato nella lingua parlata soprattutto negli Anni ’70 dopo l’uscita del film “Amici miei” di Mario Monicelli. “E’ facile collegare il significato di bravata alla presunta “irregolarità” del comportamento degli zingari e alle loro azioni (spesso compiute in piccoli gruppi) per ingannare il prossimo – spiega il linguista Massimo Arcangeli -. In un dizionario ottocentesco (N. Tommaseo, B. Bellini, Dizionario della lingua italiana […] con oltre centomila giunte ai precedenti dizionari […], Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino-Napoli) leggiamo alla voce zingaro: “Una razza di gente vagabonda, senza patria, che vive di furti e d’inganni, predicendo la buona ventura. Vanno a frotte di dieci o dodici, uomini, donne e fanciulli, e albergano sotto le tende”. E non andiamo meglio con altri repertori del XIX secolo: “Colui che appartiene a una razza di gente vagabonda, senza patria, senza religione, che vive di furti e di inganni, predicendo la buona ventura. Vanno a frotte di dieci o dodici uomini, donne e fanciulli; e ora dove si posano, danno voce di rassettare caldaie e vasi di rame, e albergano sotto le tende” (G. Rigutini, P. Fanfani, Vocabolario italiano della lingua parlata, nuovamente compilato da G. Rigutini e accresciuto di molte voci, maniere e significati, Firenze, Barbèra, 1891 e 1875)”. Il termine zingaro oggi è stato quasi del tutto sostituito da rom anche se, con il tempo, ha assunto la stessa connotazione negativa. “Rom – spiega Federica Dolente, che ha partecipato alla ricerca condotta dalla Fondazione Basso e da Parsec che in autunno pubblicherà una Guida sulle Alterità realizzata con Redattore Sociale &#8211; si riferiva originariamente ad alcuni gruppi che vivevano nei Balcani e nell’Europa dell’Est, ma attualmente è utilizzato come termine generico per indicare tutte quelle popolazioni che a livello locale si chiamano sinti, roma, kalè. L&#8217;origine di zingaro non è certa, ma di fatto si tratta di una denominazione che le principali lingue europee hanno utilizzato per secoli. Lo ritroviamo in francese (tsiganes), in tedesco (zigueneur) e in svedese (zigenare) e, secondo una teoria generalmente riconosciuta, il termine deriverebbe dal nome di un’antica setta eretica dell&#8217;Asia Minore”.</p>
<p>Articolo vincitore del<a href="http://www.taleaweb.eu/index.php"> Premio Talea 2013</a></p>
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		<title>A Tunisi s&#8217;aprono i fiori notturni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 00:31:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Ahmed Hafiene]]></category>
		<category><![CDATA[francesca bellino]]></category>
		<category><![CDATA[La rivoluzione dei gelsomini]]></category>
		<category><![CDATA[Medhi Hamili]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione tunisina]]></category>
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					<description><![CDATA[La storia di un uccello tunisino di Medhi Hamili traduzione di Francesca Bellino e Ahmed Hafiene Stavamo sognando la notte in mezzo alla giornata la mia mano si chinò verso la tua cercando una passione che ci portò lontano dalla tempesta e ci fece atterrare su una montagna verde noi uccelli impauriti ci sentivamo soli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_1.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_1-212x300.jpg" alt="" title="Histoire de 3asfour tounsi_Page_1" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-40064" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_1-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_1-723x1024.jpg 723w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_1.jpg 1653w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a></p>
<p><strong>La storia di un uccello tunisino</strong><br />
di<br />
<strong>Medhi Hamili</strong><br />
<em>traduzione di Francesca Bellino e Ahmed Hafiene</em></p>
<p>Stavamo sognando<br />
la notte in mezzo alla giornata<br />
la mia mano si chinò verso la tua<br />
cercando una passione che ci portò<br />
lontano dalla tempesta<br />
e ci fece atterrare su una montagna verde<br />
noi uccelli impauriti</p>
<p>ci sentivamo soli<br />
ci interrogavamo<br />
e rispondevamo con silenzio<br />
i nostri occhi stavano raccontando storie<br />
e una lacrima che andava<br />
e un&#8217;altra che arrivava</p>
<p>E ora<br />
dopo quante estati<br />
che ho sprecato ai lavori forzati<br />
lontano da te<br />
dopo quanti autunni<br />
con le sue foglie morte<br />
la mia anima vagava<br />
un muro sbatteva e un muro accoglieva<br />
e tornavo a scrivere con il mio sangue<br />
il tuo nome che mi fa scordare le pene<br />
Sento che muoio per te<br />
<span id="more-40063"></span><br />
Fra qualche giorno<br />
compierò anni di disoccupazione<br />
anni insignificanti<br />
in cui niente è cambiato<br />
e noi rimaniamo uccelli impauriti<br />
dalla gente e dagli occhi<br />
dai pettegolezzi<br />
che uccideranno quello che è rimasto dei nostri sogni<br />
parole che ci fanno ritornare a mille anni fa<br />
parole che ti dicono &#8230;Hai famiglia<br />
e la tua tasca è la tua mente<br />
non posso darti che solo una rosa<br />
la rubo da qualsiasi giardino<br />
perché nel mio Paese<br />
le rose hanno i loro padroni<br />
e quello che s&#8217;innamora come me<br />
non ha che i suoi sentimenti<br />
da cui mangiare<br />
da cui sognare<br />
con cui costruire<br />
quattro mura<br />
in cui i suoi parenti possono abitare. </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_2.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_2-212x300.jpg" alt="" title="Histoire de 3asfour tounsi_Page_2" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-40065" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_2-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_2-723x1024.jpg 723w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_2.jpg 1653w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a></p>
<p>Quando arrivi<br />
tutto cambia<br />
la vita è più dolce<br />
anche il Paese si risveglia</p>
<p>Purtroppo non posso fare niente<br />
per cambiare il buio della mia notte<br />
e crearti come luce<br />
solo il mare ha la risposta<br />
ci vado in una notte<br />
lontana e tornerò da te<br />
e forse non tornerò<br />
volerò come rondine di primavera<br />
in un cielo blu<br />
e forse non tornerò<br />
e mi piangerai con sospiri<br />
ogni volta che il vento devasterà<br />
anche mia madre<br />
con la tristezza invecchierà</p>
<p>Me ne vado<br />
e temo di non tornare<br />
e temo che la mia voce appassirà davanti al tuono<br />
e tu non mi sentirai<br />
temo che il dolore mi prenderà<br />
e mi agiterà in mezzo alle afflizioni del mondo intero</p>
<p>Ti lascio dietro di me nel vento<br />
uccidendoti le ferite<br />
temo di lasciarti in un Paese<br />
fra il sogno e il risveglio<br />
fra il miraggio e la verità<br />
e verrà a prenderti una prima raffica<br />
più dolce delle nostre anime<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_3.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_3-212x300.jpg" alt="" title="Histoire de 3asfour tounsi_Page_3" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-40066" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_3-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_3-723x1024.jpg 723w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_3.jpg 1653w" sizes="auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a></p>
<p>Non dire niente<br />
sorridimi per l&#8217;ultima volta<br />
per me sei il mio Paese libero<br />
vai a piangere in un angolo triste<br />
scordati che ci siamo incontrati<br />
che abbiamo chiacchierato<br />
che abbiamo sognato<br />
che eravamo innamorati<br />
e ci siamo feriti<br />
e uccisi senza impedirlo </p>
<p>Lei è partita<br />
con il nodo al cuore<br />
e io ho preso la strada del mare<br />
ho trovato trenta uccelli feriti come me<br />
tutti hanno subito l&#8217;ingiustizia di questa terra<br />
hanno avuto la vita febbrile<br />
nel Paese del buio<br />
Paese dove si impiccava la luna<br />
e le stelle si rompevano sui suoi muri<br />
e non senti che i cani che abbaiano<br />
sul tempo che passa<br />
e non torna<br />
sulla gente che non ascolta<br />
che è sorda<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_4.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_4-212x300.jpg" alt="" title="Histoire de 3asfour tounsi_Page_4" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-40067" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_4-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_4-723x1024.jpg 723w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Histoire-de-3asfour-tounsi_Page_4.jpg 1653w" sizes="auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a></p>
<p>Siamo riuniti noi trenta uccelli<br />
in un nido rotto e abbandonato<br />
onda che porta e onda che riporta<br />
e ora<br />
lo stormo è sparso nell&#8217;acqua</p>
<p>Lì mi sono ricordato di te<br />
urlavo nelle onde alte<br />
dicendoti fammi sentire le tue preghiere<br />
non deludermi<br />
non mi scordare</p>
<p>ho visto i tuoi occhi mentre andavo verso la morte<br />
ridevo della sconfitta<br />
dicendo sono l&#8217;ultimo uccello dello stormo<br />
ancora vivo<br />
se avessi avuto ali avrei volato<br />
ma purtroppo<br />
la vita è un cane maledetto. </p>
<p><em>Parigi 2008</em><br />
<iframe loading="lazy" width="420" height="345" src="http://www.youtube.com/embed/D-IXpx307qM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La Vie en Rose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 06:32:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Amartya Sen]]></category>
		<category><![CDATA[Clarin]]></category>
		<category><![CDATA[francesca bellino]]></category>
		<category><![CDATA[Martha Nussbaum]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Bellino La pratica dell’aborto selettivo tra indiani, cinesi e pakistani elimina milioni di bambine l’anno, secondo l’Onu. La tecnologia favorisce crudeli tradizioni si eliminazione sistematica: le ecografie sono un mercato prospero in India. Come si posiziona, in questo contesto, la libertà di scelta? Le opinioni di Matha Nussbaum, Amartya Sen, Remo Bodei e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/fiocco_cicogna_rosa-copy.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/fiocco_cicogna_rosa-copy.jpg" alt="fiocco_cicogna_rosa-copy" title="fiocco_cicogna_rosa-copy" width="480" height="480" class="aligncenter size-full wp-image-19341" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/fiocco_cicogna_rosa-copy.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/fiocco_cicogna_rosa-copy-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/fiocco_cicogna_rosa-copy-300x300.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
<p>di<br />
<strong>Francesca Bellino</strong></p>
<p><em>La pratica dell’aborto selettivo tra indiani, cinesi e pakistani elimina milioni di bambine l’anno, secondo l’Onu. La tecnologia favorisce crudeli tradizioni si eliminazione sistematica: le ecografie sono un mercato prospero in India. Come si posiziona, in questo contesto, la libertà di scelta? Le opinioni di Matha Nussbaum, Amartya Sen, Remo Bodei e Roberto Esposito</em>   </p>
<p>Il tradizionale modo di dire diffuso in tutto il mondo “Auguri e figli maschi”, in India acquista un senso concreto e tragico che rispecchia uno dei paradossi più grandi incarnati oggi dal Paese. Lo sviluppo tecnologico e il miracolo economico non hanno cancellato valori culturali e usanze dell’antica tradizione tra cui quella di desiderare un figlio maschio, preferenza che rientra nella più ampia attitudine indiana delle discriminazioni di genere a danno delle donne. Nell’“Incredibile India”, nonostante dal 1994 viga una legge che proibisce la pratica degli aborti selettivi di feti femminili e consideri illegali le ecografie prenatali che permettono di conoscere il sesso del nascituro, si registra un aumento del fenomeno con cifre allarmanti che hanno causato uno squilibrio demografico tra maschi e femmine quasi superiore a quello cinese dove vige la “politica del figlio unico”. Negli ultimi vent’anni “le donne mancanti”, così definite dall’economista Amartya Sen, sono state oltre 20 milioni.<br />
<span id="more-19340"></span></p>
<p>Ma se in passato molte bambine morivano nei primi anni di vita perché la famiglie, in particolare quelle più povere, concentravano lo scarso cibo sull’alimentazione dei figli maschi lasciando le piccole in denutrizione, in epoca moderna la causa maggiore della disuguaglianza di natalità è stata la diffusione dell’aborto, reso legale nel 1972 e facilitato dall’espansione delle innovazioni tecnologiche. Oggi addirittura nelle campagne rurali sono arrivati apparecchi portatili per le iconografie “fai-da-te” che agevolano le famiglie nel praticare il “feticidio femminile” appoggiate spesso da medici disposti a ignorare la legge, anche perché raramente viene comminata una pena ai trasgressori. In una serie di reportage mandati in onda della televisione indiana “Sahara Samay” sono stati presentati dati scioccanti: almeno cento medici, sia del settore pubblico sia privato, si sono dichiarati disposti a praticare aborti selettivi. “La tariffa media è di 44 euro, ma può crescere a seconda dell’avanzamento della gravidanza. Per i resti? Basta prendere un risciò e farsi portare al fiume” ha detto uno di loro. Questa attitudine dei medici indiani è confermata dai numeri delle vendite di apparecchi ecografici in India. In un’inchiesta del “Wall Street Journal”, V. Raja, responsabile del settore sanitario della General Electric per l’Asia meridionale, ha dichiarato che “la società vende 15 modelli diversi il cui costo varia dai 100 mila dollari (70.700 euro) per gli apparecchi più sofisticati a colori, ai 7.500 (5.300 euro) per quelli in bianco e nero, e che spesso vengono strette intese con le banche per aiutare i medici a finanziare l’acquisto di tali apparecchiature, specificando però non devono essere utilizzate per la determinazione del sesso degli embrioni”. I risultati di queste vendite sono: un giro d’affari di 77 milioni di dollari (54,5 milioni di euro) nel 2006, con un aumento del 10% rispetto all’anno precedente, e la circolazione in India di circa 16 milioni di apparecchi ecografici illegali venduti anche a persone prive di formazione medica. Il tema dell’aborto, dunque, smaschera le contraddizioni dell’India globalizzata e permette di aprire un dibattito sulla coesistenza nella legge indiana tra legalità dell’aborto in generale e illegalità di quello di feti femminili.</p>
<p> <em>“L’aborto è praticabile legalmente quando la donna è gravemente malata e il proseguimento della gravidanza può essere pericoloso per lei e per il bambino e quando le cattive condizioni economiche in cui vive la donna le impediscono il regolare svolgimento della gravidanza e il mantenimento del figlio</em>” spiega l’avvocato  Prem Murti Shandiyla. Secondo un rapporto pubblicato l’anno scorso dall’Uniceff su “La condizione dell’infanzia nel mondo” in India si registrano ogni giorno 7 mila nascite femminili in meno rispetto alla media mondiale e le cause sono socio-economiche. Un figlio maschio è preferito perché perpetua il nome della famiglia ed è considerato “forza-lavoro”, soprattutto nelle campagne, mentre una donna con il matrimonio deve abbandonare la propria casa per diventare “proprietà” di un’altra famiglia ed considerata “un cattivo investimento” perchè richiede una dote elevata per conseguire un buon matrimonio. <em>“E’ ormai evidente che il modello della disuguaglianza di genere in India si è spostata da quella nella mortalità a quella nella natalità </em>– spiega Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia nel 1998 – <em>ma peggio ancora, esistono prove evidenti che i sistemi tradizionali per combattere la disuguaglianza di genere come l’adozione di politiche per aumentare l’istruzione femminile e la partecipazione economica delle donne, non sono sufficienti a sradicare questa tendenza”. “L’incidenza degli aborti basati sul sesso inoltre </em>– aggiunge Sen &#8211; <em>non si può spiegare solo con la maggiore disponibilità di strumenti medici per accertare il sesso del feto: il Kerala e il Bengala Occidentale, che non sono stati deficitari, possono contare almeno sulle stesse strutture mediche di Stati deficitari come il Madhaya Pradesh, l’Haryana o il Rajastahan. Se in Kerala e in Bengala Occidentale il ricorso agli aborti basati sul sesso non è frequente, vuol dire che la domanda è bassa, non che esistono gravi ostacoli nell’offerta di questo particolare servizio. Il fenomeno, quindi, va al di là delle risorse economiche, della prosperità materiale e della crescita del Pil, ma affonda le radici nelle influenze culturali e sociali”</em>. Il Premio Nobel che lega l’Economia all’Etica, per il quale lo sviluppo di un Paese si misura con il benessere delle persone e la giustizia sociale e non con il Pil, sottolinea che in India “<em>prevalgono ancora valori maschilisti da cui le stesse madri possono non essere immuni. Per loro occorre, quindi, non solo la libertà di azione, ma anche quella di pensiero: libertà di mettere in discussione e analizzare le convinzioni ereditate e le priorità tradizionali”</em>.</p>
<p> La filosofa Martha Nussbaum, docente di Legge ed Etica all’Università di Chicago, fa sua l’idea di Sen per il quale la libertà non è solo mancanza di coercizioni, ma anche messa in opera di risorse e apporti istituzionali tali da dare a tutti le stesse “capacità” (“quel che ciascuna persona può davvero essere e fare”), peculiarità che per Nussbaum corrisponde ai diritti. Nel suo libro “Giustizia sociale e dignità umana” la filosofa cita lo Human Development Report del 1999 redatto dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite che dichiara che nessun Paese tratta le donne bene quanto gli uomini e punta l’accento su come le minori opportunità date alle donne di vivere libere e godere dei propri diritti influisca sul loro benessere emotivo. Per Nussbaum, quindi, è <em>“accettabile la posizione di essere contro l’aborto selettivo e a favore di quello in generale perché bisogna tener presente che il feticidio femminile è una conseguenza della discriminazione di genere ed è quindi l’espressione di una disuguaglianza. Scegliere di abortire in generale, invece, ha a che fare con la libertà della donna di pianificare il corso della sua vita e di conseguenza è un aspetto legato all’uguaglianza di genere. Se si considera che la tutela della libertà di scelta non richiede soltanto la difesa formale delle libertà fondamentali, ma anche dei presupposti materiali per metterle in pratica, è naturale che se una donna scopre di essere incinta di una femmina e sa che vivrebbe male o potrebbe morire di fame perché non ha i soldi per prendesi cura della figlia e darle una dote, potrà provare il desiderio di non trovarsi in questa situazione e sceglierà di abortire”.</em></p>
<p> Il filosofo italiano Remo Bodei analizza, invece, il fenomeno dell’aborto selettivo all’interno del più ampio tema dello sviluppo delle biotecnologie e del mutamento dei parametri tradizionali dell’esistenza. <em>“Quel che appariva legato alle dure e imperscrutabili necessità del mondo si trasforma in oggetto di scelta, in un “antidestino</em>” scrive in “Una scintilla di fuoco”. Sul tema delle “donne mancanti” concorda con Nussbaum: “<em>si può essere in favore dell’aborto per gravi ragioni ed essere contro la selezione basata sul sesso, sia perchè tale discriminazione è semplicemente odiosa, sia perchè altera la cosiddetta “sex ratio”, per cui nascono 105 maschi su 100 femmine in modo che a venticinque anni d’età siano 100 a 100, poi il numero dei maschi diminuisce e muoiono in media circa sei anni prima delle donne, e provoca squilibri nella popolazione”</em>. “<em>Ricordo</em> – aggiunge Bodei &#8211; <em>che anni fa, in Inghilterra, si concesse alle donne indiane e pachistane di abortire oltre il terzo mese. I risultati furono che su seimila feti, la quasi totalità erano di sesso femminile e gli altri, si potrebbe malignamente aggiungere, erano il risultato di una cattiva lettura dell’ecografia</em>”. </p>
<p>Della stessa opinione è Rita Bernardini, segretaria del Partito Radicale in Italia, fazione politica che dagli Anni 70 ha combattuto l’aborto clandestino ed è stata fautrice dell’attuale regolamentazione della cessazione di gravidanza. “<em>E’ vero che l’India è una democrazia e vive un periodo di grande vitalità, ma fin quando la donna sarà sottomessa e vittima di disuguaglianze, fenomeni come l’aborto selettivo continueranno a verificarsi, ed è atroce. La strada per superare il problema può essere quella di dare voce a queste donne. L’aborto è sempre un dramma, ma se molte lo scelgono sono da comprendere per le forti discriminazioni che subiscono, la presenza di una cultura tradizionalista ancora forte e le difficili condizioni in cui spesso sono costrette a vivere. Basta pensare che in India 700 milioni di persone non hanno neanche accesso ai servizi igienici”</em>. Per il filosofo italiano Roberto Esposito “<em>il feticidio femminile rientra nella pratica “tanatopolitica”, di politica della morte, che ha toccato il suo apice mortifero nel nazismo, ma che si riproduce in tutti i casi in cui l’aborto diventa collettivo, ossia viene esteso a gruppi umani in base a questioni di razza, di genere, o a convenienze economiche e demografiche”</em>. “<em>L’aborto </em>(tema che ha trattato nel libro “Bios. Biopolitica e filosofia”, Einaudi, tradotto in Argentina da Amorrortu) – aggiunge &#8211;  <em>è sempre un atto doloroso, ma quando assume un carattere di massa diventa una forma di steriminio legalizzato da parte dello Stato. Che ciò sia stato vietato in India costituisce un indice importante della svolta democratica di questo Paese e un’indicazione positiva per tutta l’area geopolitica asiatica”</em>. “<em>Per una donna indiana non è facile scegliere di abortire: è come rifiutare un dono prezioso”</em>. Lo sottolinea la dottoressa indiana Nancy Myladoor. “<em>Per cultura – dice &#8211; In India ogni donna sogna una famiglia e dei bambini. Molte di loro, infatti, per sfuggire all’ignoranza e al maschilismo decidono di tenere il loro bambino anche senza il supporto della famiglia e del marito. Per aiutarle nel momento in cui vengono rifiutate dalla famiglia e dalla società sono nati nel Paese molti orfanotrofi e centri di accoglienza. Dal ’97 io, insieme a mio marito Thomas, ne gestiamo uno a Thodupuzha in Kerala dove attualmente ospitiamo 50 mamme e 180 bambini, dando loro un tetto dove vivere e la possibilità di imparare un mestiere che le rende autosufficienti nel momento in cui decideranno di andar via”</em>. </p>
<p>Sono tante anche le iniziative nel Paese per reagire al problema dello squilibrio delle nascite e per sensibilizzare e incentivare le donne a non scegliere la strada del feticidio femminile. La città di New Delhi ha lanciato il “Girl Child Protection Scheme”, un piano per la protezione delle bambine che consiste nell’offerta di 5 mila rupie (100 euro) per ogni bambina che nasce. La somma viene depositata su un libretto di risparmio, vincolato in banca fino al compimento del 18esimo anno. La ragazza potrà rilevare la sua dote, compresa di interessi maturati nel tempo, a patto che abbia frequentato la scuola fino alla maggiore età. Lo Stato settentrionale del Punjab, invece, offre ogni anno un premio di 5 mila euro al villaggio agricolo che avrà la più alta percentuale di bambine fra i neonati. Il Governo indiano, insieme al Plan International, ha addirittura prodotto una soap-opera sul tema. Si intitola “Nata dall’anima” e narra la storia di una madre impossibilitata a scegliere per sé, costretta dalla famiglia del marito a un parto cesareo prematuro per liberarsi del feto indesiderato. Situazione ancora troppo ricorrente in India nonostante la legge lo vieti!</p>
<p><em>pubblicato  su “N”, inserto culturale del <a href="http://www.clarin.com/">“CLARIN” </a>(quotidiano di Buenos Aires)  e tradotto dall&#8217;autrice per NI.<br />
</em></p>
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		<title>Scusate, sono momentaneamente assente &#8211; Vito Riviello Tribute</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2009 07:52:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[francesca bellino]]></category>
		<category><![CDATA[vico acitillo]]></category>
		<category><![CDATA[vito riviello]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Bellino qui Se il poeta raccoglie le voci degli altri, Vito Riviello lo ha fatto con estrema precisione di linguaggio, leggerezza clownesca e audace e continua pulsione verso la verità. Grande affabulatore, portavoce della questione meridionale, comunista senza tessera, sessantottino ante litteram, anticonformista, dadaista, amico di grandi personalità da Ernesto De Martino a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/FN988oPfXaM&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;color1=0x006699&#038;color2=0x54abd6"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object><br />
di<br />
<strong>Francesca Bellino</strong><br />
<a href="http://www.4arts.it">qui</a></p>
<p>Se il poeta raccoglie le voci degli altri, Vito Riviello lo ha fatto con estrema precisione di linguaggio, leggerezza clownesca e audace e continua pulsione verso la verità.<br />
Grande affabulatore, portavoce della questione meridionale, comunista senza tessera, sessantottino ante litteram, anticonformista, dadaista, amico di grandi personalità da Ernesto De Martino a Rocco Scotellaro, da Pablo Neruda a Leonardo Sinisgalli ad Alfonso Gatto, ma soprattutto avant-poeta lontano dalla monumentalità della cultura ufficiale, Vito Riviello, scomparso a Roma il 19 giugno 2009, ha percorso e raccontato il mondo sempre con lo sguardo curioso di un bambino e il pensiero intuitivo di un genio.<br />
E’ stato lungo il cammino di Vito Riviello, come è lunga la strada che fanno le parole che sgorgano spontanee nei suoi testi realisti-surrealisti.<br />
<span id="more-18717"></span><br />
<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/wsPPBtaRTio&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;color1=0x006699&#038;color2=0x54abd6"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object><br />
Le sue poesie contengono le grida, i pianti, i gemiti della società che lo ha circondato, in particolare del Meridione in cui ha trascorso infanzia e adolescenza. Era come una spugna: assorbiva il contesto sociale sulla sua pelle sentendosene sempre coinvolto e poi lo traduceva con il linguaggio della derisione, del comico, della sorpresa, dell’invenzione e dell’ironia convinto che questo era “l’unico approccio possibile per difendersi dalla noia, dall’assurda normalità, dalla disperazione, dalla Storia come inganno e dalla sproporzione a cui spesso siamo condannati e della quale siamo testimoni”.<br />
Vito Riviello è nato a Potenza nel 1933 e si è sempre sentito Ulisse. La sua Itaca, però, non è mai stata la sua città nativa, quanto la Coscienza, il vero Io, perché nel suo cammino leggero non ha mai previsto il ritorno al passato, ma solo tappe in avanti nell’infinita profondità di se stesso che sembrano ricordare al mondo che quando ci si mette in viaggio per qualsiasi Itaca, bisogna augurarsi che la strada sia lunga.<br />
E la sua strada è stata lunga perché, come ripeteva spesso parlando di se stesso: “Vito è sempre in viaggio alla ricerca di Vito. Vito è sempre un altro che cerca Vito”. “In un’Italia senza contemporaneità”, oggi sono le sue parole a continuare il cammino. Non solo quelle stampate sui numerosi libri, ma anche quelle regalate nei suoi incontri pubblici e nelle sue relazioni d’amicizia, con grande generosità e curiosità verso l’Altro. In ogni scambio Vito lasciava un seme, caratteristica che oggi gli consegna meritatamente la definizione di “giardiniere delle parole”.<br />
Vito non si annoiava mai e le poesie che ha donato rispecchiano l’intensità della sua ricerca nelle diverse tappe della sua vita, dall’infanzia trascorsa nei portoni e le strade di Potenza al sogno di vedere la sua città-campagna andare verso la modernità, dall’adolescenza a contatto con soldati e prostitute nel dopoguerra all’apertura della libreria “La Dogana” &#8211; subito fulcro degli intellettuali meridionali -, fino al trasferimento a Roma, al matrimonio con Daniela, l’arrivo della figlia Lidia, la concessione dei benefici della legge Bacchelli, l’obbedienza alla Natura, i viaggi per il mondo e il perenne peregrinare nelle infinite sfaccettature dell’animo umano.<br />
Vito non ha mai avuto paura della morte. Credeva nell’eternità. Ecco perché per abbracciare amici, parenti e ammiratori del suo talento unico, accorsi numerosi al Tempio egizio del cimitero Verano all’indomani della scomparsa, ha scritto un unico verso: “Scusate, sono momentaneamente assente“. Vito, infatti, continua a esserci: l’eco della sua voce rimane nelle orecchie di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e la presenza dei suoi versi è indelebile nella memoria di chi le ha comprese. Del resto, proprio lui amava ripeterlo spesso: “L’amore appartiene a chi lo vive” e Vito ne ha seminato tanto.</p>
<p><strong>Al di&#8230;là</strong><br />
di<br />
<strong>Vito Riviello</strong> </p>
<p><a href="http://www.vicoacitillo.net/sonora/12.mp3">Lettura dell&#8217;autore</a></p>
<p><em>Visto da qua è aldilà<br />
da là è aldiquà<br />
se invece sbagliando<br />
finissimo nell&#8217;aldilì?<br />
Vedremmo attoniti un qui<br />
fissi nell&#8217;aldilì<br />
anche se in realtà<br />
noi non possiamo venire<br />
che dall&#8217;aldiquà<br />
perché siam destinati all&#8217;aldilà<br />
per tautologica omertà,<br />
venendo dall&#8217;aldiquì<br />
potremmo sbattere nel dilì<br />
più in là dell&#8217;aldilà<br />
e là più non si sa<br />
se più vicino al dunque<br />
è l&#8217; aldilì o l&#8217;aldilà,<br />
comunque di colà.</em></p>
<p>da &#8220;Monumentànee&#8221; 1992<br />
<a href="http://www.vicoacitillo.net">Su Vico Aticillo</a><br />
ps<br />
Un abbraccio forte a Lidia (effeffe)</p>
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